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arte

Enzo Concardi, "Il volto e gli sguardi"

9 Giugno 2026 , Scritto da Gabriella Veschi Con tag #gabriella veschi, #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #arte, #pittura

 

 

 

 

Il volto e gli sguardi

Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Il Vangelo di Giovanni è il fondamento su cui Enzo Concardi edifica una tra le sue opere poetiche più intense e significative, Il volto e gli sguardi, dove l’incontro tra diverse arti è l’occasione per sviluppare una profonda indagine gnoseologica e cogliere il vero senso della realtà. Concardi, educatore, docente, poeta, illustre critico e saggista, scrittore che vanta un’abbondante produzione con la Casa Editrice Guido Miano, in questa silloge trasforma l’anaforica ripetizione dell’Ecce Homo nel cuore pulsante della sua poetica. Il refrain, posto in corsivo come titolo della prima lirica, composta in un’ampia architettura e disseminato anche tra gli altri componimenti, è un grido doloroso che attraversa la raccolta come una cassa di risonanza, amplificando la dolente fragilità dell’uomo, infinitesimale corpuscolo nell’immensità dell’universo, come si evince dalla poesia incipitaria: «Semi fosforescenti in balia del vento/ impazzano nella metafisica dei cieli./ Luminosi granelli di sabbie desertiche/ dorate finissime selvagge/ svaniscono nelle immensità galattiche…». La citazione in apertura - E gli uomini preferirono le tenebre alla luce (Gv.3,19) - è la chiave di interpretazione dell’intera opera, le cui liriche insistono sulla tensione dicotomica tra la metafora del maligno e la salvezza della grazia divina (Città terrena e città celeste).

In tutta la raccolta, sapienti figure di enumerazione danno vita a climax ascendenti e discendenti che dettano il ritmo di un andare e venire, tra tensione verso l’assoluto e consapevolezza della propria finitudine, come si avverte nell’alternarsi di percezioni sinestetiche («Bruciori di laceranti ferite», Ecce Homo) e nella particolare e innovativa veste grafica. Ma l’io lirico resiste e si accende di nuova luce nell’affascinante interconnessione tra codice visivo e codice linguistico che Concardi istituisce con i rimandi ai più grandi capolavori delle arti figurative, in un periodo che si estende dal Barocco al Rinascimento; il poeta usa la parola con intensi tocchi, tra le sue mani si anima una tavolozza colma di preziosi sostantivi e aggettivi con cui trasporre nei versi la potenza dei dipinti, ritraendo i diversi gradi della sofferenza.

Si inizia con l’Ecce Homo di Antonello da Messina, di cui lo scrittore milanese mette in rilievo la drammaticità attraverso la minuziosa descrizione del volto, soffermandosi sull’«amara piega delle labbra» e sull’atmosfera minacciosa: le nubi appaiono foriere di tempeste e il ricorso al nero allude all’oscurità del male insito nell’incombente pericolo. Un rincorrersi di versi antitetici mettono a confronto il finito e l’infinito, la putredine della terra e la superiore bellezza del cielo, in un percorso che conduce lentamente verso la speranza, come sottolineato dalla struttura stessa del verso: l’apparato lessicale scivola verso «candidi gigli» e il «lieve volo degli ibis», simboli di purezza e libertà, mentre lentamente le vocali cupe lasciano spazio a suoni più aperti, che accompagnano il lettore verso quello che diverrà il glorioso tripudio del Salvatore.

L’Ecce Homo non è solo un riferimento religioso, ma è anche lo strumento con cui sondare la precarietà dell’esistenza: l’uomo, spogliato di ogni sovrastruttura, prima si innalza nei vortici iperbolici di atmosfere oniriche («Come elemosinanti d’eternità silenti») per poi precipitare inesorabilmente sulla terra, approdando verso miti e archetipi evocati da un pensiero che torna continuamente su sé stesso, in una circolarità esemplificata dall’occorrenza del verso «Tu sei polvere e in polvere tornerai», che apre e chiude questa prima sezione, ma senza mai perdere la speranza: «Ma in quella polvere vive l’anima immortale/ (...) l’eterno spirito che morte non ha mai vinto».

La lirica si snoda come una iconografica Via Crucis, in cui la storia di Cristo flagellato, deriso e consegnato ai suoi aguzzini da Ponzio Pilato assume le dimensioni di un viaggio al confine tra immanente e trascendente, in uno scorrere del tempo che attraversa i secoli; il linguaggio aulico e ricercato conferisce un tono solenne, mentre le potenti immagini oscillano tra la propria interiorità e l’immensità del cosmo: «erra la Terra su binari d’infinito/ mentre le nostre vite/ s’avvitano su sé stesse».

Nella seconda stazione, Concardi descrive l’umanità «armata urlante eccitata» del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, posta di fronte a un Cristo che «Curvo e umiliato… soggiace». Qui l’irrazionalismo dilaga «sullo sfondo d’una città turrita», dove l’assenza di nessi logici e di punteggiatura rende il ritmo frenetico, riflesso di una violenza che trasforma i volti in maschere grottesche; è evidente il contrasto tra la dolcezza della virtuosa «pulsatilla/solitaria», fiore in cui si riflette il sacrificio di Gesù e la «brutalità» della «moltitudine», evocata dal «gufo» e del «rospo», incarnazione del male e del peccato nell’iconografia medioevale ripresa da Bosch.

La natura straziata è nuovamente personificata nella terza tappa dedicata a Tiziano: le calendule «lacrimano… sotto piogge/ sottili pungenti nel campi del dolore», dove le allitterazioni delle sibilanti e delle dentali intensificano la sensazione tattile della sofferenza. In questo maestoso scenario, Cristo è circondato da una variegata folla acclamante, l’innocenza tradita è rappresentata dall’immagine di «un esile fanciullo» con la paura scolpita sul volto, mentre la torsione degli ulivi sembra accompagnare con pietosa vicinanza il corpo flagellato del Nazareno.

Lo «sguardo… dolente ma composto» della strofa successiva riprende l’estremo realismo di Mantegna, reso anche per mezzo di una raffinata ed efficace successione di chiasmi: «Legate le mani, emaciato il torace./ Corda al collo, corona di spine/ lividi delle feroci frustate». Qui la composta rassegnazione del Messia si distanzia dagli abissi di un’umanità degradata e indegna di questo nome, anche se poi le «Sottili canne di bambù» mosse dal «lieve vento/ crepuscolare», si trasfigurano in strumenti musicali e con i loro melodiosi canti alludono già alla Resurrezione.

Il cerchio si chiude con Correggio e Caravaggio: nel primo, l’antinomia tra umiliazione e accettazione, tra corpo dolente e anima vivida rimane al centro, l’io poetico si focalizza sullo «sguardo fisso» che «colpisce nel profondo» nell’assenza della folla; il corpo parla, trasmettendo sensazioni di «innocenza» e «candore», mentre la parola poetica sottolinea il dolore di Maria, che «sviene e graffia, aggrappandosi/ con le unghie» ad una «marmorea balaustra», fredda, inerte, sul limitare di un precipizio che equivale ad una morte dell’anima.

Con Caravaggio si giunge alla totale esaltazione: il pittore Merisi gioca sul contrasto cromatico tra la purezza del Redentore e i toni cupi di Ponzio Pilato e dei persecutori, Concardi traduce la maestria caravaggesca con un linguaggio simbolico che attraversa il «buio delle coscienze», per confluire in un rovesciamento di prospettive. Il Dio apparentemente sconfitto vince contro le tenebre, «attira invece sul suo volto/ la grande Luce della vittoria» e la carrellata artistica si conclude con una sfolgorante metafora: «Si fece buio fino alle tre del pomeriggio/ poi, per l’eternità, fu apoteosi di Luce».

Ma la raccolta va oltre la descrizione dell’iconografia sacra, la passione di Cristo è anche quella che si legge nelle sofferenze di ogni epoca, giungendo fino all’attuale: il passaggio dalla contemplazione estatica all’immersione nel contingente si avverte già nella lirica Il volto dei volti, dove gli uomini perdono del tutto la loro umanità, trasformandosi in «licantropi ululanti a lune indifferenti», capaci di compiere inaudite violenze.

Così Concardi sposta il suo sguardo facendo scendere l’io lirico dalla tela, rappresentando il quotidiano calvario di individui alienati, in un mondo in preda alle turpitudini folli dei potenti. L’analogia tra il martirio e l’orrore davanti a guerre insensate è raggelante e l’io lirico si perde tra «deserti», «ortiche» e «filo spinato», in un groviglio di dentali e fricative indicanti una prigionia da cui l’uomo deve liberarsi per recuperare la propria autenticità: «La nostra libertà d’azione sia libera/ ed appartenga agli uomini per essere infinito».

Dopo il puntuale e minuzioso excursus sui capolavori della pittura, Concardi, nelle liriche centrali, riconosce il messaggio evangelico nei volti della moltitudine che riempie le strade: «Siamo anonimi cuori di latta/ o intensi sguardi rivolti all’umano./ Siamo nevrosi e crisi isteriche senza fine/ o forti anime pacificate dopo la lotta./ Siamo ali tarpate da fragilità e rinunce/o intensi desideri di profonda sete./ Siamo terreni aridi e siccitosi/ o esuberanti fioriture di glicini e sambuchi (…)» (Terre selvagge). Il sacrificio di Cristo diviene così paradigmatico del destino di tutti coloro che soffrono e la poesia testimonia vigorosamente quanto accade nella valle di lacrime abitata dall’umanità (Anima mundi); il suo volto riflette quello di migliaia di altri sguardi che nei componimenti si esplicano nelle figure dei vinti, dei naviganti, ma anche della natura stessa.

Così, la visione si dilata in una dimensione più ampia, suggerita dalla bellissima lirica Nessun uomo è un’isola, crogiolo in cui si intersecano la meditazione di John Donne, la spiritualità di Thomas Merton e la poetica del naufragio. L’esistenza è infatti un pericoloso viaggio tra «fragili navigli di giunchiglia» e l’uomo-navigante passa attraverso «mari burrascosi», sfidando «giganteschi iceberg alla deriva», ma, in questo sprofondare, non è solo: si coglie infatti il messaggio leopardiano di un incontro che affratella, poiché sempre «s’incrociano le nostre rotte per le vie del mondo», contro i «ciechi del narcisismo» e le «effimere illusioni di potenza», in un moto di condivisione che diviene unico antidoto alle forze disgregatrici dell’anima e dell’universo (Radici remote). Il medesimo invito, sigillato in chiusura dalla citazione evangelica del perdono («Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno») ritorna con forza nella lirica Sapere e amare, in un accorato appello alla responsabilità individuale: «Uomini che amate e uomini che sapete/ non siate mai separati in questa nostra storia/ non dividete mai i cuori dalle menti/ unite sentimento e ragione/ se non volete generare altri mostri/ se non volete il dominio di chi non ama/ di chi non sa» (Eterni ritorni), perché «Il sonno della ragione genera mostri» (Cogito ergo sum).

La raccolta presenta un’originale fragranza, in virtù di uno sperimentalismo che diviene la peculiare cifra stilistica di Concardi. Il verso appare spesso aspro, scarnificato, l’accumulo, le anafore e le allitterazioni sono figure prevalenti (Ironico sogghigno, I volti dell’amore), con frasi spesso accostate in un crescendo emotivo e tramate di fulminanti analogie (Foreste di simboli). Una prorompente intertestualità, testimonianza della vastissima cultura di una personalità poliedrica come è quella del Nostro, apre al confronto con figure importanti della cultura universale, spaziando da Dante a Doré, da Mozart a Hemingway e Lee Masters, Munch, De Chirico, per citare solo alcune delle presenze evocate dallo stesso autore e che suggellano la necessità di un dialogo ininterrotto tra la parola poetica e le altre arti, fondamento della civiltà. Ne è un esempio calzante la lirica Arcane folate di vento, dove l’io lirico si abbandona all’ «infinito intrigante romanzo del vento» e, di fronte all’ignoto, si lascia incantare dalla magia della parola, spaziando dalle «candide banchise polari» ai «petrosi mistici deserti dei tropici». La voce del vento, fortemente desiderata dall’io lirico pronto a cogliere impercettibili presenze, è dunque quella di una «celeste arpa» che risveglia l’uomo dal suo torpore, rievocando miti letterari, come il «veliero di Achab a caccia della balena bianca», simbolo della costante ricerca del senso della vita oltre le apparenze, oltre il nulla. Concardi sublima gli elementi della natura che si trasfigurano in organismi senzienti con un linguaggio aulico e ricercato, si alternano paesaggi lussureggianti o atmosfere apocalittiche, insieme all’eterno mutare delle stagioni, proiezioni degli stati d’animo dell’autore (Foreste di simboli, Scenari surreali).

La struttura ad anello della raccolta giunge a compimento con la lirica conclusiva Il volto e gli sguardi da cui lo scrittore lancia segnali per salvarsi dal naufragio: «(…) se nei nostri sguardi morirà ogni speranza/ ci spegneremo in crepuscoli indistinti e vaghi/ e avremo perso il nucleo vero della vita…». Resta scolpita come un timbro a fuoco la necessità di salvaguardare l’Ecce Homo per non perdersi nella nebbia dell’indifferenza e riconoscere la propria sofferenza come riflesso del dolore altrui, per non perdere la dignità e continuare il cammino terreno guidati dalla luce, vero leitmotiv della silloge (Stagioni di luce). Così se il volto del titolo rimanda a Cristo come unica possibilità di salvezza, i volti dispiegati in tutta l’opera sono quelli dell’umanità che rivolge a lui i propri sguardi, in cerca di uno spiraglio che illumini con la sua luce: «Solo con il grido “Ecce Homo! ”  potremo/ salvare noi stessi, la purezza del volto/ e la profondità degli sguardi».

Gabriella Veschi

 

Enzo Concardi, Il volto e gli sguardi, prefazione di Gabriella Veschi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 108, isbn 979-12-81351-84-4, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

 

Enzo Concardi (Zibido San Giacomo, Milano, 1949) ha pubblicato le raccolte di poesie Carovane di sabbia (1981), Sentinelle del nulla (1984), Foglie e clessidre (1989), Strade (1999), Cristalli (2011), Chiara fontana (2017), Naif (2019) e il libro di narrativa La mente e i luoghi - Montagne, viaggi e avventure (2022). Collabora fin dai primi anni ‘80 con la Casa Editrice Guido Miano (Milano) in veste di critico letterario stilando prefazioni e saggi a varie pubblicazioni, soprattutto di poesia; ha inoltre partecipato attivamente alla realizzazione delle seguenti opere: Dizionario Autori Italiani Contemporanei (in cinque edizioni) e Storia della Letteratura Italiana. Il Secondo Novecento (in tre edizioni). 

 

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LEXIKON DELL’ARTE ITALIANA CONTEMPORANEA, vol.1

22 Maggio 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #arte, #fotografia, #saggi

 

 

LEXIKON DELL’ARTE ITALIANA CONTEMPORANEA, vol.1

 

Il termine Lexikon di origine tedesca è connotato da una sottile polisemia nel suo significato e nel suo senso. Le definizioni di questa parola sono simili tra loro: in modo generale il lessema Lexikon può essere inteso come enciclopedia, dizionario enciclopedico, lessico, opera di consultazione che raccoglie e ordina alfabeticamente nozioni, termini o informazioni su varie discipline o argomenti.

Nel caso del libro che prendiamo in considerazione in questa sede, che è il Lexikon vol.1 di un nuovo progetto editoriale, i contenuti da esso riportati riguardano l’arte italiana contemporanea che si esprime attraverso vari linguaggi: olii, acquerelli, disegni con matita, scatti fotografici, mosaici, acrilici e tecniche miste. Nell’impossibilità di cimentarsi in questa sede nell’analisi critica di tutti gli artisti raccolti attraverso le loro opere nel volume ci si soffermerà su tre figure scelte, a livello esemplificativo, tra le tante che non a caso hanno un valore paradigmatico come esempio delle diverse modalità espressive.

Il primo artista del quale indagare gli intenti e gli esiti dei suoi lavori è Marco Righi nato a Milano nel 1955, che in primis, attraverso la sua professione, rappresenta la figura di uno scienziato eclettico, e che a questa attività affianca quelle di poeta e disegnatore. Il Nostro, del quale sono raffigurati dei disegni a matita su cartoncino e su carta che hanno per oggetto edifici sacri come l’Abbazia Cistercense di Byland e anche altre costruzioni, ha pubblicato anche alcune raccolte di poesia come Scienza, Fede…e Poesia, Guido Miano Editore, 2021. E i due discorsi artistici di Righi, quello letterario e quello figurativo sembrano andare di pari passo, proprio per avere entrambi come cifra distintiva dominante il tema del misticismo che si rivela egregiamente con parole e immagini che accostate virtualmente tra loro potrebbero definirsi un ipertesto, un unico discorso globale e multidisciplinare.

Del tutto figurativa la maniera artistica di Marco Righi che s’invera con un tratto sicuro ed elegante e l’artista ci restituisce non la cartolina delle cose che ci presenta ma la loro rielaborazione attraverso il suo occhio interiore attento. Per questo le strutture architettoniche e a volte anche alberi e vegetazione varia risultano traslate, trasfigurate per la qual cosa il dato sensibile diviene bellezza e armonia filtrato e depurato tramite gli strumenti dell’Autore. Notevolissima è la bravura tecnica di Righi che con mano sicura riesce a trasmetterci una vaga leggiadria nei suoi disegni a matita nei quali il tutto si fa sintesi dei particolari tratteggiati accuratamente e si realizza anche un piacevole effetto di chiaroscuri in ogni opera che ci presenta.

           

Come scrive Floriano Romboli nella nota introduttiva sulle sue opere il vicentino Giuseppe Guidolin costituisce il caso frequente di chi, attratto in età giovanile dalla fotografia ha corroborato e perfezionato tale interesse attraverso l’esperienza determinante del viaggio. Da notare che il Nostro è anche un bravo poeta e, provenendo da studi scientifici, ha coltivato con intelligenza e passione la stessa scrittura poetica. Per quanto riguarda le sue fotografie, il primo dato che emerge è quello che sono scatti che hanno per oggetto sia architetture di paesi esotici come l’Uzbekistan, la Cina e l’India, Oman, Yemen oltre che l’Italia, sia la foto di una numinosa cascata in Argentina, sia un’immagine de I sette pilastri della saggezza nel deserto in Giordania. Quello che emerge dal lavoro fotografico di Guidolin è innanzitutto l’interesse che si fa strada per chi ha la fortuna di contemplare queste immagini, interesse che porta allo stupore in quanto si tratta di raffigurazioni di cose che spesso sono viste per la prima volta dall’osservatore.

Tali scatti sono imbevuti di mistero provenendo da paesi lontanissimi geograficamente e culturalmente per un occidentale, italiano non abituato a contemplare tali forme e che proprio per questo ne resta ammaliato, affascinato e oltretutto la foto diviene artistica presumibilmente per filtri tecnici usati da Guidolin per cui l’immagine agli occhi dell’osservatore appare più simile ad un dipinto che a una fotografia tout-court.

 

Giancarlo Gioachino Giandinoto, come scrive Marco Zelioli, dal 2024 ha iniziato il suo cammino nel mondo dell’arte visiva digitale, seguendo un percorso personale di evoluzione in un periodo per lui segnato da profondi cambiamenti per la pandemia da COVID (2020-2021) e per una grave malattia insorta nel 2023.

Nel suo iter l’utilizzo delle moderne piattaforme d’Intelligenza Artificiale Generativa lo ha portato a plasmare opere che esprimono un profondo legame tra emozioni umane, paesaggio naturale e tematiche sociali e la sua forma d’arte particolare fonde elementi onirici e realismo visionario.

Da notare che le opere generate dall’intelligenza artificiale non sono necessariamente astratte: i modelli possono generare qualsiasi stile artistico richiesto. Il loro aspetto dipende esclusivamente dai testi e dai parametri forniti dall’utente oltre che dalle immagini o dai dati utilizzati durante l’addestramento dell’algoritmo. Le immagini generate dall’I.A. possono essere iperrealistiche, impressioniste, surreali o appunto astratte. L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando l’arte permettendo di generare dipinti tramite prompt testuali e oggi l’IA funge da partner creativo consentendo agli artisti visivi di creare opere digitali.

Di notevolissima suggestione le opere del Nostro nell’esaminare le quali per il critico è molto forte l’impatto emotivo nell’accostarsi alla materia incandescente anche per il forte e acceso cromatismo e la tensione vibrante dei piani e delle linee. Ogni opera dell’autore riportata nel Lexikon rimanda a qualcosa quasi di indicibile, a qualcosa che trascende ogni quadro dell’autore nella sua mera datità. A questo proposito divengono preziose le didascalie che l’artista stesso ha inserito per ogni sua opera riprodotta che sono precise, circostanziate e acute per arrivare alla sostanza della comprensione che è sottesa ad una genesi che è qualcosa di assolutamente ex novo nel campo della Storia dell’Arte di tutti i tempi. Alcuni dei quadri di Giancarlo Gioachino qui riprodotti hanno come background, come punto di partenza varie canzoni celebri di cantanti come i Queen, Marcella Bella e Lucio Dalla e altri sono ispirati da concetti come la Felicità, attraverso l’elaborazione della canzone di Al Bano e Romina Power e la paura tramite la canzone di Tommaso Paradiso dal titolo rassicurante Non avere paura.

         

Quindi questo Lexikon s’inserisce autorevolmente nel panorama culturale italiano come il primo tassello, il primo libro di una serie che ha per oggetto la mappatura dell’Arte Italiana Contemporanea attraverso gli artisti più significativi con le loro opere e i commenti di eccellenti critici.

Raffaele Piazza

 

Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea, vol.1; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-75-2, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Lexikon dell'Arte Italiana Contemporanea

22 Aprile 2026 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #arte

 

 

 

 

 

Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

In questo volume gli artisti trattati sono:  Margherita Casadei, Tommaso Cevese, Roberta Fava, Michele Frenna, Giancarlo Gioachino Giandinoto, Giuseppe Guidolin, Sebastiano Iervolino, Paola Marchi, Franca Maschio, Lidia Mongiusti, Filippo Pirro, Fabio Recchia, Marco Righi, Mary Tessarolo, Paola Zannoni.

 

 

Quando nel 1977 mio padre, Guido Miano, pubblicò il primo Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea, l’intento era chiaro e ambizioso: offrire un repertorio critico capace di documentare, con rigore e apertura, la complessità delle ricerche artistiche in corso nel nostro Paese. Quel volume, oggi considerato un tassello fondamentale nella storia editoriale dell’arte italiana, raccoglieva le opere e i profili di artisti che avrebbero segnato in modo significativo il panorama nazionale e internazionale. Tra essi figuravano pittori e scultori quali Enos Malagutti, Cristoforo De Amicis, Giacomo Manzù, Ibrahim Kodra, Giovanni Conservo, Alessandro Nastasio, Alfredo Mazzotta: personalità che, pur diverse per linguaggio e formazione, contribuivano a delineare un quadro ricco, dinamico e profondamente radicato nella cultura visiva del secondo Novecento. 

Riprendere oggi quel progetto significa riaffermare una continuità editoriale che non è semplice riproposizione, ma rinnovamento consapevole. Il Lexikon dell’Arte Italiana torna infatti come strumento di consultazione e come testimonianza viva, capace di accogliere le trasformazioni del presente senza perdere il legame con la propria storia. In questo senso, la presenza in questo primo volume del 2026 di Franca Maschio - già inclusa, giovanissima, nell’edizione del 1977 - assume un valore emblematico: una sorta di continuità meta-temporale che unisce generazioni, linguaggi e sensibilità, e che testimonia la capacità dell’arte di attraversare le epoche mantenendo intatta la propria forza espressiva.  Nella tradizione culturale italiana, i repertori d’arte hanno svolto un ruolo decisivo. Dai dizionari biografici rinascimentali alle grandi enciclopedie del Novecento, essi hanno rappresentato strumenti di conoscenza, di legittimazione e di trasmissione. Hanno permesso di fissare nel tempo la memoria delle opere e dei loro autori, di offrire agli studiosi un quadro organico delle ricerche in atto, di costruire un ponte tra la produzione artistica e il pubblico.

Il Lexikon dell’Arte Italiana si inserisce pienamente in questa tradizione, ma ne rinnova la funzione: non solo archivio, ma osservatorio; non solo catalogazione, ma testimonianza; non solo memoria, ma dialogo. In un’epoca caratterizzata da una rapida evoluzione dei linguaggi e da una crescente interazione tra discipline, il repertorio diventa uno strumento indispensabile per orientarsi nella complessità del presente, per riconoscere la qualità delle ricerche individuali e per valorizzare la pluralità delle voci che compongono il panorama artistico contemporaneo.

Gli artisti qui raccolti rappresentano un panorama articolato, plurale, in cui convivono tradizione e sperimentazione, radici e innovazione. La loro selezione non risponde a criteri di appartenenza a movimenti o correnti, ma alla volontà di documentare percorsi individuali coerenti, originali e significativi nel contesto dell’arte italiana attuale. Insieme, questi artisti compongono un mosaico ricco e sfaccettato, capace di restituire la complessità del nostro tempo.

La pubblicazione di questo nuovo primo volume del Lexikon dell’Arte Italiana si inserisce nella missione culturale che da 70 anni caratterizza Guido Miano Editore: documentare, valorizzare e tramandare le espressioni più significative della cultura artistica e letteraria italiana. La casa editrice ha sempre concepito il proprio lavoro come un servizio alla comunità culturale, un impegno volto a sostenere la ricerca, a promuovere il dialogo tra generazioni e a offrire strumenti critici affidabili e autorevoli anche in tempi difficili come quelli attuali.

Accanto a questa tradizione, Miano Officina Editoriale rappresenta oggi il versante più sperimentale e innovativo del progetto: un laboratorio aperto, un luogo di incontro tra artisti, critici, curatori e studiosi, uno spazio in cui l’arte contemporanea può essere osservata, discussa e raccontata nelle sue forme più attuali. L’Officina non è solo un’estensione della Casa Editrice, ma un ambiente di ricerca, un dispositivo culturale che accoglie le trasformazioni del presente e le traduce in progetti editoriali capaci di dialogare con il pubblico e con le istituzioni. Un vero Centro Sperimentale, così avrebbe detto Guido Miano ricordando il suo Centro Sperimentale Italiano di Giornalismo fondato nel 1957 (ma questa è un’altra storia…).

A rafforzare ulteriormente questa visione si colloca l’istituzione del Premio Nazionale Letterario e Artistico “Guido Miano”, che rappresenta una delle espressioni più alte della missione culturale della casa editrice. Il premio nasce nel 2026 stesso anno della pubblicazione di questo presente volume d’arte e con l’obiettivo di riconoscere e valorizzare le eccellenze nel campo della letteratura e delle arti visive, promuovendo un dialogo fecondo tra discipline e generazioni.  La sua istituzione non è un gesto isolato, ma un tassello coerente nella storia della casa editrice: un modo per proseguire l’opera di Guido Miano, che ha sempre creduto nella necessità di sostenere la creatività emergente e di offrire visibilità a talenti capaci di contribuire in modo significativo alla cultura italiana. Il premio diventa così un ponte tra passato e futuro, tra la tradizione editoriale e le nuove forme espressive, tra la memoria di un percorso e la vitalità delle ricerche sperimentali contemporanee.

In questo senso, il Lexikon dell’Arte Italiana e il Premio “Guido Miano” si richiamano reciprocamente: entrambi nascono da un’idea di cultura come bene condiviso, come responsabilità collettiva, come spazio di confronto e di crescita. Entrambi testimoniano la volontà di costruire un archivio vivo, capace di accogliere la complessità del presente e di proiettarla verso il futuro. Il Lexikon dell’Arte Italiana è la testimonianza di un impegno editoriale che attraversa i decenni, ma anche la manifestazione di una volontà di rinnovamento che guarda al futuro dell’arte italiana con attenzione, responsabilità e fiducia. Che questo volume possa contribuire a consolidare un dialogo fecondo tra passato e presente, tra memoria e innovazione, e a valorizzare la ricchezza delle testimonianze artistiche che animano il nostro tempo.

In questo passaggio di testimone, che è insieme editoriale, culturale e familiare, sento di dover esprimere una riflessione personale. Il Lexikon dell’Arte Italiana non è soltanto un progetto editoriale che riprende vita: è un’eredità che si rinnova, un gesto di continuità che attraversa il tempo e che oggi, insieme alla mia famiglia, ho il dovere di custodire e rilanciare.

Mio padre, Guido Miano, ha dedicato la sua vita alla cultura, credendo fermamente che l’arte e la letteratura fossero strumenti di crescita, di dialogo e di libertà. La sua visione non era quella di un semplice editore, ma di un costruttore di ponti: tra generazioni, tra linguaggi, tra mondi creativi diversi. Riprendere oggi il Lexikon significa proseguire quel cammino, con la consapevolezza che ogni opera pubblicata, ogni artista valorizzato, ogni progetto sostenuto rappresenta un tassello di una storia più grande, che non appartiene solo alla nostra famiglia, ma alla comunità culturale italiana.

L’istituzione del Premio Nazionale Letterario e Artistico “Guido Miano” si colloca esattamente in questa prospettiva: non come celebrazione del passato, ma come investimento nel futuro. È un modo per riconoscere il talento, per dare voce a chi costruisce nuove forme di espressione, per sostenere la ricerca e l’innovazione. È un invito a continuare a credere nella cultura come bene condiviso, come responsabilità collettiva, come spazio di incontro.

Allo stesso modo, Miano Officina Editoriale nasce come luogo di sperimentazione, come laboratorio aperto in cui l’arte contemporanea può trovare ascolto, confronto, visibilità. È un ambiente in cui la tradizione dialoga con il presente, in cui la memoria editoriale si intreccia con la vitalità delle nuove generazioni artistiche. L’Officina è, in fondo, la forma più attuale di quella visione che mio padre ha sempre coltivato: una cultura viva, inclusiva, capace di rinnovarsi in modo sperimentale senza perdere le proprie radici.

Il Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea, Volume I - il primo di una nuova serie - vuole essere un omaggio a quella storia e, insieme, un impegno verso ciò che verrà. Un ponte tra il 1977 e il 2026, tra gli artisti che hanno segnato un’epoca e quelli che oggi ne stanno costruendo un’altra. Un gesto di continuità che non guarda indietro con nostalgia, ma avanti con fiducia.

Con questo spirito consegniamo il volume ai lettori, agli studiosi, agli artisti e a tutti coloro che credono nella forza dell’arte come testimonianza del nostro tempo. Che il Lexikon possa continuare a essere ciò che è sempre stato: un luogo di incontro, un archivio vivo, una voce autorevole e appassionata nel panorama culturale del nostro Paese.

Michele Miano

 

 Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea, vol.1; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-75-2, mianoposta@gmail.com.

 

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Alcyone 2000 Quaderni di poesia e di studi letterari: volume 19

5 Novembre 2025 , Scritto da Floriano Romboli Enzo Concardi Angela Ragozzino Marco Zelioli Con tag #riviste letterarie, #poesia, #arte

 

 

 

 

Volume 19 di “Alcyone 2000 - Quaderni di poesia e di studi letterari”

Guido Miano Editore, Milano 2025

 

 

“Benedetto Croce, alla fine de La poesia di Dante, la giustamente celebre monografia del 1921, dopo aver a lungo discorso del rapporto fra tradizione filosofico-culturale, problematiche teologiche e dottrinali, e valori artistico-letterarî nella Commedia, concludeva sottolineando il significato universale del poema dantesco poiché in esso prontamente si riconosce «quella voce che ha il medesimo timbro fondamentale in tutti i grandi poeti ed artisti, sempre nuova, sempre antica, accolta da noi con sempre rinnovata trepidazione e gioia: la Poesia senza aggettivo. A coloro che parlano con quel divino o piuttosto profondamente umano accento, si dava un tempo il nome di Genî; e Dante fu un Genio» (….).

FLORIANO ROMBOLI

 

  

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Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, Cuba, 1923 - Siena, Italia, 1985) è stato uno dei pochi scrittori italiani del Novecento che ha saputo conciliare, nella sua vita così come nelle sue opere, esigenze della ragione e sentimenti di umanità, istanze ideologiche e politiche con impulsi onirici e libertà di creatività fantastica. Non dovrebbe esser stato per lui impresa ardua poiché tutte le sue dimensioni mentali, esistenziali, culturali paiono risultare innate, congenite alla sua natura. Tale è l’impressione che si è formata in me nell’attenta lettura di alcune sue opere, come Il sentiero dei nidi di ragno (1947); la famosa trilogia degli antenati: Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959); Le cosmicomiche (1965); Le città invisibili (1972) ed anche Il castello dei destini incrociati (1973). Libri che consiglio vivamente ai lettori, non solo per il valore intrinseco letterario e tematico - sono di Italo Calvino, al quale il Premio Nobel andava assegnato - ma anche per quel che viene chiamato il piacere della lettura a tutto tondo, cioè un viaggio serio e divertente allo stesso tempo nel mondo concreto, storico e nel mondo dei nostri sogni, capace di farci evadere dalla tirannia del dato di fatto, dall’iperrealismo che spesso ci tarpa le ali. Per dimostrare l’ipotesi iniziale – se ce ne fosse bisogno – di questo articolo, frughiamo ora nella vita e negli scritti dell’intellettuale cubano-sanremese, in modo paradigmatico, senza pretese di completezza. (…)”

ENZO CONCARDI

 

  

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“Era l’anno 960 d.C. nel mese di marzo quando si istruisce un processo in pubblica piazza secondo l’uso longobardo… Eh sì!!!! In quell’epoca erano i Longobardi i Signori di Capua e delle terre limitrofe. Capua assurge a Contea e Principato della Longobardia Minor, dopo il distacco da quelli di Salerno e Benevento. La giustizia e le varie contese venivano, amministrate e discusse nell’area antistante il Palazzo dei principi Longobardi, nel perimetro delimitato proprio dalle tre chiese a corte: San Michele, San Giovanni e San Salvatore; ed ecco che proprio davanti alla chiesa di San Salvatore, la rediviva Pricipessa Adelgrima, ne apre le porte agli studiosi, alle scolaresche ed a tutti i convenuti alla manifestazione. Il processo in questione riguardava una vertenza tra il Nobile Rodelgrimo, che rivendicava, come sue, le terre avute in eredità dal padre, ed i monaci benedettini che, a loro volta, ne rivendicano il possesso perché le lavoravano da oltre 30 anni. Lo storico Nicola Cilento ricostruisce la vicenda trasmessaci dalla “carta capuana” (…)”.

ANGELA RAGOZZINO

 

  

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Già ho “incontrato” gli scritti di Don Gianni Carparelli: sì, perché quando un autore pubblica uno scritto – di qualunque genere sia – offre ad ogni lettore l’occasione di incontrarlo personalmente; altrimenti, a cosa servirebbe scrivere, se non per affermare sé stessi? E non mi pare che questa sia la ragione per cui scrive Don Gianni, che lo fa per aiutare chi crede a credere meglio, cioè con una maggiore maturità – per quanto la semplicità di cuore sia di per sé più che sufficiente per riconoscere la presenza di Cristo nella propria vita ‘normale’.

Questa volta il sacerdote viterbese ci pone di fronte ad una bella questione: siamo Illuminati di Dio per diventare semi di vita? La forma di questo sottotitolo del libro, intitolato Come un girasole (Ed. APS Amici del Beato Domenico della Madre di Dio, Viterbo 2024) non è interrogativa, ma suscita in chi legge l’interrogativo. Vediamo, dunque, di cosa si tratta.

Nell’Introduzione, spiegando il perché di uno scritto sulla Divina Eucarestia e la sua adorazione (concetti – anzi, realtà che ad ogni fedele minimamente istruito nel catechismo dovrebbero essere comprensibili), Don Gianni pone una domanda ‘secca’: «Ma è tutto qui?» – che credo significhi domandarsi sinceramente se si è capito ‘col cuore’ e non solo con l’intelletto cosa vela e insieme svela il segno dell’ostia consacrata. Insomma, un interrogativo non dissimile dal dubbio che ebbe a Bolsena il sacerdote Pietro da Praga nel 12632, ricevendo in risposta il miracolo del sanguinamento dell’ostia consacrata. Ma i segni ‘straordinari’ servono a rafforzare la fede vacillante (come i circa 142 miracoli eucaristici riconosciuti, ricordati en passant a p.16) (…).

MARCO ZELIOLI

 

ALCYONE 2000 – QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI, n°19; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 106, isbn 979-12-81351-70-7, mianoposta@gmail.com.

 

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Pasquale Ciboddo, "Oltre il velo del mondo"

5 Ottobre 2025 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia, #fotografia, #arte

 

 

 

 

Pasquale Ciboddo

Oltre il velo del Mondo

Guido Miano Editore, Milano 2025

 

 

Pasquale Ciboddo è nato a Tempio Pausania (SS) in Gallura, nel 1936; già docente delle scuole elementari, è uno dei poeti sardi più noti n Italia (è conosciuto anche a Cuba) e ha al suo attivo molte pubblicazioni poetiche e anche di narrativa con prefazioni e introduzioni di prestigiosi critici.

La raccolta di poesie Oltre il velo del Mondo presenta un’acuta e sensibile prefazione di Michele Miano. e include delle fotografie scattate dal Nostro che hanno per soggetto persone e opere d’arte. Queste foto, associate alle poesie, rendono ancora più intrigante l’approccio del lettore alla silloge in continuum con quelle precedenti per la bellezza della linearità dell’incanto, per la forma e lo stile dei versi.

Importante è sottolineare il valore programmatico del titolo del libro che è molto chiaro e che sottolinea il desiderio consapevole, l’intenzione del poeta di giungere all’essenza delle cose della vita e del suo senso.

E la vita stessa che è il Mondo per essere compresa deve essere privata dal velo delle apparenze per arrivare tramite la conoscenza alla verità o almeno per giungere oltre il limite in prossimità della verità stessa di tutte le cose.

Rispetto a questo viene in mente il termine coniato da Schopenhauer Velo di Maya che è per il filosofo tedesco l’illusione metafisica che nasconde la vera essenza del Mondo, facendoci percepire la realtà come rappresentazione. Velo che deve essere squarciato per un produttivo esercizio di conoscenza destinato a comprendere meglio i fenomeni.

Tuttavia vi è una radicale differenza tra il poeta sardo e il filosofo nelle loro concezioni dell’esistere perché il primo crede in Dio e tale uscita religiosa nonostante il male e il dolore incontrovertibili gli apre un varco alla speranza nel credere che la felicità sia possibile, mentre il secondo era scettico riguardo all’idea di una divinità personale e la sua posizione filosofica si basava su una visione pessimistica della vita e dell’esistenza nella convinzione che la vita stessa è fondamentalmente sofferenza, come scrisse nella sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione..

La cifra distintiva della poetica di Ciboddo è quella di una vena neo lirica tout-court una poesia che tocca ogni situazione collettiva o personale come quella in cui scrive che Papa Francesco che un giorno sarà Santo in vita ha lodato un componimento poetico che Pasquale stesso gli ha dedicato.

La raccolta non è scandita e tutte le composizioni sono bene risolte e sono sottese ad un rigoroso controllo formale. Di fronte alla vanità della vita umana il poeta parla di guerre, malattie e odio tra gli uomini in una vita che dà scacco. Ma la vita è anche gioia e speranza come leggiamo in Ci salverà: «Dio ci ha messi alla prova/ ma, alla fine, si ricorderà di noi,/ ci salverà/ e ci riempirà di gioia/ in paradisi lontani/ pieni di splendore/ e della sua Santa Gloria».

In Resta magico leggiamo: «Il cielo resta magico/ di notte./ Incanta e affascina/ trapunto com’è di/ miriadi di stelle/ l’attento osservatore./ Però non si è mai saputo/ se esiste la vita/ simile e diversa/ dalla nostra./ Ogni pianeta/ è a sé./ E nessun mortale/ può svelare/ i misteri/ di Dio creatore».

Quindi nel suo messaggio in bottiglia nel discorso complessivo di Ciboddo emerge la possibilità che diviene certezza che la gioia può essere raggiunta dall’essere umano anche in una dimensione immanente e ciò è possibile proprio perché in quanto esseri creati da Dio siamo infiniti e siamo sulla terra solo di passaggio e perciò possiamo essere lieti di esserci anche in questo transito.

Raffaele Piazza  

 

         

Pasquale Ciboddo, Oltre il velo del mondo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 86, isbn 979-12-81351-53-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Angela Ragozzino, "C'è ancora speranza"

23 Giugno 2025 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia, #fotografia, #arte, #pittura

 

 

 

 

C’è ancora speranza

 Angela Ragozzino

con immagini fotografiche e d’arte di Enrico Raimondo, Benedetto Scaravilli, Franca Maschio, Fabio Recchia, Giovanni Conservo, Gustavo Delugan

 Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

L’arte e la poesia sono due linguaggi paralleli, due forme espressive che, pur percorrendo strade diverse, si incontrano nel tentativo di dare voce all’indicibile. Entrambe cercano di svelare l’essenza della vita e il mistero che si cela dietro l’apparente semplicità dell’esistenza. Il senso e il mistero della vita è un enigma che l’uomo ha cercato di decifrare attraverso ogni forma d’arte. La poesia distilla emozioni, raccoglie attimi e li trasforma in parole che respirano, mentre l’arte figurativa cattura il visibile per rivelare l’invisibile. Le due arti si sostengono a vicenda: la parola suggerisce forme e colori, l’immagine evoca versi e ritmi. È in questo dialogo ininterrotto che si manifesta il desiderio di comprendere la nostra presenza nel mondo, di lasciare un segno nella trama mutevole del tempo.

La poesia di Angela Ragozzino e le arti figurative di Enrico Raimondo (fotografo), Benedetto Scaravilli (fotografo), Giovanni Conservo (scultore), Fabio Recchia (pittore), Franca Maschio (pittrice), Gustavo Delugan (scultore) si incontrano in C’è ancora speranza per raccontare l’intreccio tra interiorità e mondo esterno, tra emozione e rappresentazione, tra il visibile e l’indicibile. Angela Ragozzino in prima linea come medico rianimatore e poi come sensibile poetessa ci svela alcuni risvolti di questa ricerca. Ci sono alcuni che questa ricerca la vivono ogni giorno non solo attraverso le parole e le immagini, ma nel cuore stesso dell’esistenza umana: i medici, e in particolare i rianimatori, coloro che combattono incessantemente contro il limite ultimo, la fine della vita. Il medico rianimatore non è solo un professionista della cura, ma un custode di speranza, un tramite tra l’essere e il non-essere, tra la fragilità umana e il miracolo della sopravvivenza. Nel suo lavoro si concentra la tensione tra scienza e destino, tra la razionalità e l’imprevedibilità dell’esistenza.

C’è un parallelismo tra il mestiere di medico e quello di scrittore: entrambi osservano la vita nelle sue profondità più crude, ne studiano le oscillazioni, ne accolgono le contraddizioni. Lo scrittore, come il medico, cerca di dare senso al dolore, alla bellezza, alla resilienza umana. Il medico rianimatore affronta il dramma della vita e della morte con la stessa intensità con cui un poeta scrive sull’amore, sulla speranza e a volte sulle sconfitte.

Nel sacrificio di chi dedica la propria vita alla salvezza degli altri c’è un atto profondamente artistico: l’abbandono di sé per il bene dell’altro, l’accettazione del rischio, la consapevolezza che ogni gesto può fare la differenza tra la vita e la morte. E questo Angela Ragozzino lo sa bene.

In Angeli delle Notte, dolcissima lirica dedicata ai colleghi del Reparto di rianimazione, la poetessa ricorda il duro lavoro del personale medico: «…A Voi Angeli della Notte/ che sempre/ la speranza date/a chi più non ne ha/ e un sorriso donate/ a chi sorridere/ più non sa…». Significativa poi la straziante lirica la Stanza chiusa: «…Il silenzio cala/ e imprigiona le ore./ Aspetto che passi/ il tempo/ e mi riporti/ la tua voce/ la tua risata/ il tuo cuore…» che ricorda Nicola Della Vedova direttore del Reparto rianimazione scomparso e alla cui memoria la presente silloge è dedicata. Ma «…La vita continua/ tutto procede/ come avresti voluto,/ come se tu fossi/ con noi… /e lo sei!!!.».

La perdita di un collega non è solo l’assenza di una presenza sul posto di lavoro, ma la mancanza di una relazione vissuta tra conversazioni quotidiane, esperienze condivise e complicità professionale. L’affetto per un collega che non c’è più è una forma di rispetto che si tramuta in memoria, un’eredità che resta nelle abitudini, nei consigli scambiati, negli aneddoti che si continuano a raccontare. È una nostalgia che prende vita ogni volta che un momento lavorativo richiama il suo contributo, ogni volta che un gesto o un’idea sembrano ancora portare la sua firma.

L’incontro tra parola e immagine, vuole rendere omaggio anche a quel senso di infinito che si cela non solo nella natura e nella bellezza, ma anche nel cuore di chi sceglie di donare sé stesso agli altri. Che queste pagine siano un tributo alla meraviglia, alla missione umana, e alla forza di coloro che ogni giorno lottano perché la luce non si spenga, perché ci sia ancora un barlume di speranza nell’Umanità.

Altro tema ricorrente in questo viaggio poetico e figurativo è lo stupore della natura che spesso diventa una fonte inesauribile di ispirazione artistica per Angela Ragozzino. La luce che accarezza un paesaggio, il vento che sfiora le fronde, l’eco di un mare distante, tutti questi elementi parlano agli artisti e ai poeti, che li trasformano in opere capaci di restituire l’emozione primordiale del meravigliarsi. La natura è una tela infinita su cui la vita disegna i suoi mutamenti, e attraverso il filtro dell’arte, ci insegna a guardarla con occhi nuovi, a riscoprire la bellezza nel più piccolo dettaglio. La natura è da sempre una delle muse più potenti per l’arte, capace di suscitare emozioni profonde e stimolare la creatività in modi imprevedibili.

La natura offre forme, colori e ritmi che hanno guidato la mano di pittori, poeti, scultori e musicisti per secoli. Le linee morbide delle nuvole blu, il movimento delle onde, la trama intricata delle foglie, la pioggia, il colore di un tramonto, ogni dettaglio è una lezione di estetica, una fonte di armonia che l’artista assorbe e rielabora. Si leggano i versi della lirica E vado incontro alla notte che si allinea perfettamente all’omonimo scatto fotografico di Benedetto Scaravilli: «Lunga è la via/ al calar della sera./ Scende il sole oltre il monte/ e tutto si tinge di rosso./ …E vado incontro alla notte./ Ripenso al giorno/ appena trascorso/ tra mille ambasce/ ed incertezze…».

Il contatto con la natura risveglia i sensi e genera stati d’animo che si traducono in espressione artistica. La tranquillità di un bosco, la vastità del mare, la forza di un temporale possono evocare malinconia, gioia, introspezione, diventando materia per la creazione artistica. Tramite le meraviglie della natura Angela Ragozzino indaga il senso della vita e la condizione umana. La ciclicità delle stagioni, la caducità di un fiore, l’immensità del cielo notturno sono metafore potenti che portano alla riflessione e alla ricerca del significato dell’esistenza e alla contemplazione del Miracolo delle natura come recita una sua lirica: «…Spunta il sole,/ una tiepida brezza/ l’accompagna./ Solca il cielo azzurro/ punteggiato/ di bianche nuvole/ che gli fan da corteo…» in perfetta simbiosi con Le Nuvole Blu del fotografo Benedetto Scaravilli e il Prato di margherite di Enrico Raimondo.

Come le onde si infrangono sulla riva e poi si ritirano nell’immenso respiro del mare, così la parola poetica e il segno artistico oscillano tra l’intimo e l’universale, tra il finito e l’infinito. La natura si manifesta nelle sue meraviglie - una montagna che sfiora il cielo, una foresta che si perde nell’orizzonte, il riflesso di una notte stellata sul silenzio - e lo scrittore, nel contemplarle, percepisce il proprio essere come parte di quel tutto, come frammento di un infinito che lo avvolge e lo nutre: «…La natura si produce/ in mille doni, colorata/ di note dolci e cangianti…» (Aria di Ferragosto). L’arte figurativa e la poesia diventano quindi strumenti di esplorazione, specchi di un’interiorità che, come la natura, è vasta e insondabile. Il pennello che traccia un cielo senza fine, il verso che evoca il battito eterno delle stagioni: ogni opera è un varco, un tentativo di dialogo con quel senso di grandezza che ci abita e ci sfida. L’infinito, nella sua essenza, non è solo ciò che è irraggiungibile, ma anche ciò che vive dentro di noi, nelle domande che ci poniamo, nelle emozioni che ci sovrastano, nei sogni che non hanno confini. È un viaggio tra le parole e le immagini, una ricerca di quel momento sospeso in cui l’arte riesce a tradurre l’infinito in un attimo di pura comprensione. Che sia un invito a lasciarsi attraversare dalla meraviglia, a osservare il mondo e sentirsi parte di esso, senza barriere, senza tempo.

Questo libro nasce dall’incontro tra parola e immagine, tra intuizione e rappresentazione, tra l’interrogativo sulla vita e la contemplazione del mondo. Un invito a cercare, a osservare, a sentire perché, in fondo, è proprio nello stupore che si cela la risposta più autentica al senso dell’esistenza. Nel dialogo silenzioso tra poesia e arte figurativa si svela un mondo di parallelismi e corrispondenze, in cui ogni forma espressiva risponde all’altra in un delicato gioco di riflessi. Laddove la poesia scolpisce l’invisibile con il potere delle parole, l’arte figurativa lo traduce in segni e colori, tracciando visioni che parlano senza bisogno di voce. C’è ancora speranza nasce dal desiderio di esplorare le sottili connessioni tra queste due arti, indagando come l’una possa nutrirsi dell’altra in un continuo scambio di suggestioni. Le parole diventano pennellate di emozioni, le immagini si trasformano in versi silenziosi; come diceva Orazio nell’Opera Ars poetica «La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca». Nel viaggio che si compie tra queste pagine, l’arte e la poesia non sono separate, ma si intrecciano in un dialogo ininterrotto. L’incontro tra le due discipline crea uno spazio di risonanza, dove il linguaggio poetico suggerisce forme e colori, mentre le immagini evocano ritmi e sentimenti. Un invito a vedere le arti non come mondi distinti, ma come percorsi paralleli che si arricchiscono a vicenda, in un’armonia senza confini.

Altro tema trattato dall’autrice è l’amore, nelle sue molteplici forme, è il filo invisibile che lega le esistenze, un sentimento che si manifesta con sfumature diverse a seconda dei legami che intrecciamo nella vita. L’amore filiale, il sentimento per il padre: l’amore per il padre è una costruzione che si modella nel tempo, tra gesti silenziosi, protezione, insegnamenti e comprensione. È un affetto che può essere fatto di gratitudine, di ricerca, a volte di conflitti che si trasformano in rispetto. La figura paterna porta con sé il peso delle aspettative e la dolcezza di un riferimento che spesso si comprende pienamente solo col tempo. L’amore per il padre è una continua scoperta, una riscoperta nel riflesso dei suoi gesti nei nostri, una voce che continua a esistere dentro di noi, anche quando il tempo lo ha portato altrove. Si leggano i versi della lirica Al Mann dedicata al padre, dirigente al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che per certi aspetti descrivono un destino simile a quello del presente prefatore quando ricorda la figura paterna: «…Così ti rivedo/ al tavolo da lavoro/ immerso ed attento,/ fra colonne di numeri/ tutti in fila ed ordinati,/ come si usava/ nei vecchi registri/ ed io bimba, al tuo fianco…».

Questi sentimenti hanno un valore profondo: l’amore per il padre è radice e origine, l’affetto per un collega che non c’è più è un omaggio alla sua esistenza nel nostro cammino. Sono legami che sopravvivono al tempo, alimentati dal ricordo e dalla gratitudine. Nelle cronache letterarie si ricordano almeno Lettera al padre dello scrittore Franz Kafka: in questa lunga lettera mai consegnata, Kafka esprime il suo rapporto complesso con il padre, fatto di ammirazione e timore, raccontando le dinamiche familiari che hanno influenzato la sua vita e la sua scrittura. Ma anche Il mestiere di vivere di Cesare Pavese: nei suoi diari, Pavese affronta il tema del padre, in un dialogo interiore fatto di memorie e riflessioni che rivelano la profondità di questo legame.

Angela Ragozzino, in sintesi e come sempre, spalanca le porte della propria interiorità, offrendo al lettore il dono più prezioso: se stessa.

Il che non è poco.

Michele Miano

 

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L’AUTRICE

Angela Ragozzino è nata nel 1956 a Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, in provincia di Caserta, dove attualmente risiede. Dopo gli studi classici ha conseguito nel 1983 la laurea in Medicina e Chirurgia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli, con specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Dal 1991 ha esercitato la sua attività presso l’Azienda Ospedaliera di Caserta. È impegnata in attività sociali a scopo benefico e culturale; amante della musica classica, delle arti, e delle Cose Antiche, è legata alle origini, alla storia e alle tradizioni della sua terra. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Momenti d’Amore (2004); È sempre Natale (2021); Il colore dei ricordi. Poesie e immagini (2022), Voci d’anima, d’arte e di natura. Poesie e immagini (2023). L’attività letteraria di Angela Ragozzino è recensita da Enzo Concardi e Mario Santoro rispettivamente nel n°12 di Alcyone 2000 - Quaderni di poesia e di studi letterari, Guido Miano Editore, Milano 2019, e nel quarto volume dell’opera Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, ivi, 2020.

 

Angela Ragozzino, C’è ancora speranza, prefazione di Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn 979-12-81351-63-9.

 

 

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Siulvana Ramazzotto Moro, "Van Gogh, l'uomo"

28 Gennaio 2025 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #persoanggi da conoscere, #pittura, #arte

 

 

 

 

Silvana Ramazzotto Moro

Van Gogh, l’uomo

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Cosa c'è ancora da dire su Van Gogh? Molto, soprattutto perché su di lui si sono diffusi pregiudizi, stereotipi, errori non ancora del tutto estirpati. Molto, perché il grande pubblico, giustamente attratto dalla forza, dai colori, dal fascino della sua pittura, poco si è interessato dell'uomo Vincent che v'è dietro all'artista. Tali doverosi approfondimenti si possono effettuare attraverso la lettura delle sue lettere, scritte in abbondanza durante tutta la vita – e chi ama veramente l'arte, la pittura, la letteratura e lo stesso Van Gogh come persona - senz'altro s'inoltrerà in questo viaggio affascinante. Lo ha fatto, prima di tutto per se stessa - rimanendo colpita, entusiasta, motivata ad andare fino in fondo alla verità – e di riflesso per tutti noi, Silvana Ramazzotto Moro, avvocatessa di professione, ma appassionata anche di filosofia, letteratura ed arte, per cui si è gettata a capofitto, dopo aver studiato le lettere del genio olandese, nella scrittura di un libro che ha intitolato Van Gogh, l'uomo, con un sottotitolo esplicativo: “Raccontato da lui stesso nelle sue lettere: autoritratto, amore, vocazione mistico-religiosa, rapporti con i genitori e con il fratello Theo, arte, soldi, malattia”.

La pubblicazione è avvenuta nel dicembre 2024 a Milano, da parte della Casa Editrice Guido Miano, con la prefazione dello stesso Michele Miano. Per completezza d'informazione occorre precisare che le illustrazioni sono costituite dai disegni del pittore allegati alle sue lettere, e che i brani autobiografici sono riportati secondo la traduzione italiana di Marisa Donvito e Beatrice Casavecchia nell'opera Tutte le lettere di Van Gogh di Silvana Editoriale d'Arte (1959).

Nella sua Introduzione l'autrice giustamente e opportunamente spiega cosa non è questo lavoro, per non far sorgere equivoci e fraintendimenti di sorta: «Questo libro non è, e non vuole essere, un saggio di critica d'arte relativa all'opera del pittore Vincent Van Gogh … L'unico mio obiettivo è promuovere e facilitare la conoscenza dell'uomo che stava dietro al pittore. In una lettera alla sorella, minore… scriveva: “Tu leggi un libro per trarne la forza necessaria a stimolare la tua attività. Io invece ricerco nei libri l'uomo che li ha scritti, lo stesso vale per la pittura e per tutte le arti”. Io ho seguito il suo esempio» conclude la Ramazzotto Moro, ponendo così un sigillo di chiarezza sulla sua opera. Più avanti si preoccupa di affermare altri aspetti del suo ritratto umano, distaccandosi nettamente da certe “leggende metropolitane” a lungo circolate sull'identità di Van Gogh: «… non era pazzo. Era un pittore culturalmente aggiornato, lettore e collezionista di volumi e di stampe, attento alle nuove tendenze artistiche del suo tempo. Fin da ragazzo, infatti, legge instancabilmente libri in olandese, francese e inglese (Voltaire, Dickens, Zola, Maupassant, Shakespeare e tanti atri), studia a fondo la Bibbia».

Già da queste premesse siamo sulla retta via per comprendere umanamente una persona geniale che ha anche sofferto per tante incomprensioni. Inoltre i 13 capitoli del libro ci guidano ad un'ulteriore, approfondita disanima del “chi era veramente Van Gogh”. 1 Autoritratto: Vincent parla di se stesso. 2 La vocazione mistico religiosa giovanile: il periodo dell'infervorarsi religioso per il bene degli altri. 3 L'amore: Ursula, Kee, Sien e Margot, quattro amori infelici. 4 Il rapporto con i genitori: tensioni per le diverse mentalità. 5 Rare ombre nel rapporto con Theo: i dubbi di Vincent perché il fratello, venditore d'asta di quadri, non riesce a piazzarne nemmeno uno dipinto da lui. 6 Il mistero della vita: lettere a Theo in cui esprime le sue meditazioni sul senso dell'esistenza. 7 L'arte, gli artisti e il sogno di un cenacolo di artisti: associarsi con spirito solidale per affrontare le difficoltà d'una vita stentata. 8 Fotografie di paesaggi: descrizioni meticolose dei paesaggi contemplati. 9 Le leggi dei colori: studio approfondito in materia, nulla di improvvisato. 10 Maledetti soldi: il contrasto tra la povertà di Vincent e le quotazioni odierne delle sue opere. 11 La malattia: si legge qui il perché Vincent non fosse né pazzo, né schizofrenico. 12 Vincent e l'arte giapponese: grande ammirazione per l'arte giapponese, compra più di 600 stampe, è preso dal “japonisme'. 13 Spigolature: specie di aforismi di varia natura.

Siamo di fronte quindi ad un'opera assolutamente consigliabile, soprattutto per chi non voglia sobbarcarsi l'onere di leggersi tutte le lettere di Van Gogh, poiché l'autrice ha attuato un'intelligente selezione suddivisa per tematiche.

Enzo Concardi

 

 

Silvana Ramazzotto Moro, Van Gogh, l’uomo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 376, isbn 979-12-81351-51-6, mianoposta@gmail.com.

 

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Silvana Ramazzotto Moro, “Van Gogh, l’uomo”

11 Gennaio 2025 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #arte, #pittura, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Silvana Ramazzotto Moro

 “Van Gogh, l’uomo”

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

 

Una nuova, interessante opera su Vincent Van Gogh va ad arricchire la schiera degli scritti sul pittore olandese: è Van Gogh, l’uomo di Silvana Ramazzotto Moro, che Guido Miano Editore propone con quattordici riproduzioni di disegni. Come recita il lungo sottotitolo, l’uomo Van Gogh è “raccontato da lui stesso nelle sue lettere: autoritratto, amore, vocazione mistico-religiosa, rapporti con i genitori e con il fratello Theo, arte, soldi, malattia”.

Il libro si dipana in tredici sezioni, ognuna delle quali individua un aspetto peculiare della vita dell’artista, così come appare dalle lettere scelte dall’Autrice. Si parte dalle lettere che riguardano il celeberrimo Autoritratto, a proposito del quale scrive, in una lettera al fratello Theo: “mi muoverò sempre in una sfera diversa da quella della gran parte dei pittori, perché il mio modo di vedere le cose, i soggetti che voglio ritrarre, inesorabilmente lo richiedono”. Nelle seguenti quattro sezioni si spazia dalla vocazione mistico-religiosa giovanile, alle donne amate nella sua vita (parte ponderosa – quasi 100 pagine – e ‘difficile’, dati gli innumerevoli dubbi e problemi manifestati da Vincent), al non facile rapporto coi genitori e ad i piccoli occasionali screzi col fratello Theo. Le altre sezioni sono centrate sul mistero della vita, sull’arte ed il sogno di un cenacolo di artisti, sui paesaggi, sui colori, su questioni ‘pratiche’ legate ai “maledetti soldi” e sui problemi legati alla malattia, per chiudere con l’arte giapponese e con delle “spigolature” (come questa, particolarmente significativa: “mi viene il desiderio di fare tutto daccapo e di cercare di farmi perdonare il fatto che i miei quadri sono quasi un grido d’angoscia, pur esprimendo in simboli la gratitudine con il rustico girasole”). Quasi tutte le lettere sono indirizzate al fratello Theo (un paio sono di Theo a Vincent), poche all’amico Rappard, alla sorella e alla cognata (spesso chiamata anche lei sorella), pochissime ad altri (all’amico Gauguin, ai genitori - specie alla mamma - ed una al signor Isaäcson).

Questa opera non è un’antologia, ma una raccolta meditata fra le numerosissime lettere scritte dal pittore sulle tematiche delle tredici sezioni; la maestria di Silvana Ramazzotto Moro è proprio nella scelta delle lettere, miniera inesauribile di informazioni: ha individuato alcuni temi esistenziali della vita del pittore ed ha ricercato e riportato i relativi brani delle sue lettere, offrendo al lettore il pensiero autentico dell’uomo Van Gogh. Il risultato è come una storia raccontata dall’Autrice ai suoi otto nipoti, cui il libro è dedicato.

Michele Miano nella Prefazione sottolinea che questo libro non è “un erudito trattato di pittura” o “un atlante d’arte”, ma quasi il ritratto di “un’anima sensibilissima e mai compresa in vita”, un libro che “ci apre le porte di un diverso modo di osservare il mondo per scoprire che la simbiosi dell’uomo con la natura può diventare osmosi, se sappiamo leggere nelle cose la profonda essenzialità poetica”. L’Autrice stessa nella sua Introduzione ci avvisa di non aver riportato giudizi suoi o di altri su Van Gogh, per “far sì che ciascun lettore se ne faccia un’idea prettamente personale e soprattutto autentica”; inoltre confessa che, vedendo le opere di Van Gogh, “per la prima volta gli alberi, l’erba, i campi, i prati, i fiori, la natura tutta mi apparvero come esseri viventi”: un’impressione che ha voluto approfondire, fino a regalarci questa mirabile raccolta. Lei ci presenta Van Gogh non per come è diventato per certa critica superficiale (cioè come un ‘genio pazzo’), ma per come è stato: uomo colto, “lettore e collezionista di volumi e di stampe, attento alle nuove tendenze artistiche del suo tempo”, ma spesso certamente infelice nella sua esistenza. Così si può capire come questa lettura di Van Gogh sia estremamente “preziosa per comprendere la sua arte e per conoscere quale uomo assolutamente eccezionale ci fosse dietro al pittore”. Insomma, una ricerca del ‘vero’ Van Gogh, che muove da lui stesso e non dalle opinioni dei suoi, più o meno favorevoli, critici. Ad esempio, nell’Introduzione è opportunamente sottolineato il pensiero del professor Kraus, all’epoca direttore del sanatorio provinciale di Sanpoort, che aveva a lungo osservato Van Gogh dopo le ‘crisi’ che lo avevano fatto ricoverare, escludendone “alterazioni della personalità” e concludendo come “la visione completamente lucida della sua malattia costituiva un ostacolo insormontabile alla diagnosi di schizofrenia”.

È molto interessante la parte dodicesima, sull’amore di Van Gogh per l’arte giapponese: comprò a poco prezzo molte stampe giapponesi e ne tentò anche il commercio (oltre 600 sono oggi raccolte al “Van Gogh Museum” di Amsterdam). Ne ebbe un’ammirazione infinita, tanto che, trasferitosi ad Arles nella “casa gialla” (dove sognava di fondare una comunità di artisti – cui è dedicata parte della settima sezione del libro), nel 1888 scrisse al fratello Theo che gli sembrava di essere in Giappone: la Provenza diventò il suo Giappone, e lo sfondo di alcuni suoi quadri del tempo riproduce elementi di stampe giapponesi. Infine, è bello e molto significativo che l’opera di Silvana Ramazzotto Moro si chiuda riportando una piccola serie di aforismi tratti dalle lettere del pittore.

Insomma, merito dell’Autrice è di aver scelto, nel mare magnum delle lettere scritte da Van Gogh, le più significative e di aver individuato le tematiche più peculiari; e grazie a questo suo lavoro, riesce ad offrire al lettore uno strumento per comprenderne meglio, e in modo diretto, la vita e i segreti. Operazione riuscita.

Marco Zelioli

 

 

 

Silvana Ramazzotto Moro, Van Gogh, l’uomo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 376, isbn 979-12-81351-51-6, mianoposta@gmail.com.

 

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Il fascino e la pena del vivere nell’arte di Daurija Campana

1 Gennaio 2025 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia, #arte, #pittura

 

 

 

 

Daurija Campana

Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato

Guido Maino Editore, Milano 2024

 

Una caratteristica della ricerca poetica di Daurija Campana  - ora antologizzata nel volume Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato, pubblicato dalla Casa Editrice Miano -  è il ricorso invero frequente a un sistema di rime, talora evidenti nella loro regolarità (“Socchiudi il sole tra le ciglia scure/ e lascia che il tempo i pensieri pasca/ hic et nunc, tra prati, piane e paure/ hai nascosto le cinque lire in tasca…”, Il canto del cuculo), talora più rare e sfumate (“…Ed io restavo a casa a prepararmi/ per la scuola e pensavo/ quanto avrei desiderato destarmi/ una volta col tuo bacio”, Madre) o magari maggiormente elaborate in un sapiente gioco fonico-ritmico di lontana, ma inequivoca ascendenza dannunziana: “Non piace./ La pioggia che dice/ che tace… Che pace!/ Tra gli orti, contorti/ pensieri distorti/ su vivi e su morti/ che pace, che sensi…/ Che pensi? (…) Sembriamo/ uccelli dagli aurei capelli, fringuelli/ leggeri e soavi/ che lievi/ distendono ali/ sul cielo sereno” (Non piace).

Tale particolarità compositiva implica un effetto di stabilità, di equilibrio armonioso, di indubbia scioltezza formale, pur in presenza di procedimenti costruttivi di segno opposto, quali l’enjambement, rivolto a esiti di “spezzatura”, di frangimento disarticolante la compagine strofica: “…Le tue cangianti vesti non ingannino/ il marinaio che il tuo volto ammira/ non si neghino al folto dei cipressi:/ così lui ti vedrà dalla dimora/ eterna…” (Luna); oppure, più specificamente, come le pause indotte dall’inversione dell’ordine sintattico nell’organizzazione del discorso logico, dall’impiego della figura dell’anastrofe: “Ti alzi, soffio di vita nell’aria/ dorato grano tra spighe e respiro,/ sopra la terra leggera che varia,/ sguardo di cielo immenso blu ammiro…” (Il vento); Il cielo è sereno, cade la pioggia,/ oggi il sorriso è turbato dal pianto,/ il viso riga scendendo la goccia,/ l’animo giace perduto ed affranto…” (Cade la pioggia); “Per te io piansi le lacrime in cuore,/ la giovanile età del gioco/ in cui la gioia dimostravo lieta/ e al sorriso spesso ricorrevo.// Ma poi ti vidi e fu in me il dolore/ che mi sussurrava il tuo sguardo fioco/ mancato sorriso lo sguardo vieta/ e nel guardarti, ricordo, piangevo…” (Amore).

Nondimeno una sollecitazione antitetica anima profondamente la struttura dei testi lirici di Campana. Una nota vitale, uno slancio positivo e proiettivo si precisano come attesa di un incontro morale-affettivo, come desiderio di piena intesa sentimentale, bisogno di integrazione con gli altri e di immedesimazione con il respiro pacificante della natura; questa istanza fiduciosa ed espansiva tende successivamente a contrarsi e a cadere, inappagata e respinta, risolvendosi in scacco emotivo, privazione, rimpianto, dolorosa solitudine: “…E spira il silenzio sopra il mio canto,/ la nuvola bella appare più rosea/ sorrisi sul sole e sui solchi scuri/ in petto il cuor mesto ora riposa” (Cade la pioggia, cit.); “…Continuo a bramar, ogni istante, ogni ora/ che il padre mio, che tanto io adoro/ ritorni da me e resti per ore/ per giocare con la sua bimba ancora” (Re Evandro); “…ma il desiderio seguiva il timore.// Giorni lontani, di gaudio e di festa/ giorni di vita, di spensieratezza/ tutto oggi è perso, come la pula/ che porta via il vento, troppo lontano…” (Mietitrebbia).

Anche nella produzione pittorica dell’autrice si alternano colori vivaci, un cromatismo esuberante e tonalità più cupe, dal blu al grigio: quest’ultimo, ad esempio, domina la rappresentazione del padre, ritratto di spalle sul trattore, figura indeterminata poiché ormai remota e perduta.

Il prefatore Michele Miano acutamente pone in risalto il fatto che la poetessa in varî dipinti “sembra prediligere la figura umana femminile”, riprodotta in atto problematico e pensoso. Aggiungerei che detta figura si staglia su un fondale uniforme e spesso nero, e concentra nello sguardo uno spirito suggestivamente enigmatico e interrogativo, pronto a misurarsi con le prove della vita, ma ad aprirsi altresì alla speranza: “Ti prenderei la mano/ tra spighe meste e campi di fieno,/ e assetata di vita/ correrei al lago, mentre i rossi papaveri/ condurrebbero i passi/ alla quiete…” (Vanessa cardui).

Floriano  Romboli

 

 

Daurija Campana, Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-41-7, mianoposta@gmail.com.

 

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Silvana Ramazzotto Moro, "Van Gogh, l'uomo"

15 Dicembre 2024 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #arte, #pittura

 

 

 

 

Van Gogh, l’uomo

Silvana Ramazzotto Moro

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Dalla stagione del simbolismo che non ha cessato ancora di influenzare e sollecitare tanta parte della letteratura e dell’arte contemporanea, il sodalizio tra artisti e poeti si è ripetuto in vari momenti delle “avanguardie” storiche dove l’immagine visiva ne rivelava nel linguaggio formale le più profonde significazioni. Nell’arte figurativa il simbolo accentra i significati nascosti e remoti dell’universo, che vanno intuiti e non descritti, nella identità assoluta tra l’emotività individuale e l’anima universale attraverso l’uso di colori accesi e tormentati come i colori di Vincent van Gogh.

Il lavoro di Silvana Ramazzotto Moro non vuole assurgere a un erudito trattato di pittura né tantomeno a un atlante d’arte cui rinviamo nelle competenti sedi, ma se mai a una nuova visione in chiave antropologica del pittore van Gogh. L’autrice infatti ha individuato i temi esistenziali più importanti relativi alla vita del pittore, poi ha ricercato e quindi riportato tutti i brani delle sue lettere che trattano tali temi, in modo da offrire al lettore il pensiero completo e soprattutto autentico dell’uomo. Riusciamo così a constatare la breve e tormentata vita del celebre artista con tutti i suoi risvolti umani, ambizioni, fallimenti, i rapporti con i familiari, con il fratello Theo, con gli amici e altri artisti del suo tempo.

Il sofferto epistolario che Vincent van Gogh ha scritto nell’arco della sua breve vita smentisce tante leggende sul pittore. Il mito «genio e follia» era lontanissimo dalla realtà, frutto di una superficiale mistificazione e di abili operazioni di marketing commerciale. Un artista senz’altro succube di profonde angosce ed ansie esistenziali, dovute a un’anima sensibilissima e mai compresa in vita; negli ultimi tempi, tuttavia, come afferma l’autrice, gli abituali stereotipi che lo riguardavano sembrano scomparire per presentare un van Gogh ben diverso.

Vincent van Gogh non era pazzo. Era un pittore culturalmente aggiornato, lettore e collezionista di volumi e di stampe, attento alle nuove tendenze artistiche del suo tempo. Frequentava i poeti simbolisti al caffè Voltaire a Parigi insieme all’amico Gaugin e teorizzava ciò che sarebbe diventato il «vêtir l’idée d’une forme sensible» (espressione dell’idea con le forme).

L’opera VAN GOGH, L’UOMO risulta strutturata in tredici capitoli che scandiscono appunto gli itinerari più salienti della sua vita. Le tematiche trattate più importanti sono: alcuni cenni di un suo autoritratto, la vocazione mistico-religiosa dell’età giovanile, i tormentati e sfortunati amori con l’altro sesso, i rapporti con i genitori, i rapporti con il fratello Theo, il concetto di arte, il tentativo di creare un cenacolo di artisti che potessero sostenersi anche materialmente nella loro difficile e misera vita fatta di stenti.

E poi i temi ricorrenti della sua pittura: le tonalità pure e primitive del colore, i paesaggi, la natura carica di simboli, il maledetto rapporto con il denaro, l’ammirazione per l’arte giapponese, la sua malattia…. Argomenti trattati con dovizia di particolari dallo stesso Vincent che racchiude in queste lettere tutta la sua disperazione di vita ma anche la gioia di chi è consapevole della propria identità, della propria rabbia divoratrice della vita.

La ricerca esistenzialmente rilevante dell’artista procede nel tentativo di afferrare l’inesorabile scorrere del tempo e del conseguente divenire attraverso l’unico strumento in possesso dell’uomo, non la scienza che è illusa dal presente, ma il “delirio creativo” che è sublime e tragica peculiarità dell’artista.

Vincent van Gogh nelle sue lettere percorre le vie del mondo attraverso i colori, le ombre: insomma ci apre le porte di un diverso modo di osservare il mondo per scoprire che la simbiosi dell’uomo con la natura può diventare osmosi, se sappiamo leggere nelle cose la profonda essenzialità poetica.

E questa Casa editrice, che nel suo piccolo, vanta 70 anni di storia, ringrazia Silvana Ramazzotto Moro, l’autrice del volume, per averci regalato uno scorcio di mondo che ci pare essere patrimonio di tutti.

Il che non è poco.

Michele Miano

 

Silvana Ramazzotto Moro, Van Gogh, l’uomo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 376, isbn 979-12-81351-51-6, mianoposta@gmail.com.

 

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