racconto
Duccio Castelli, "I racconti di Maleto"
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Duccio Castelli
I racconti di Maleto
Guido Miano Editore, Milano 2026
Duccio Castelli è nato il 31 dicembre 1945 a Milano, dove attualmente risiede; imprenditore in ambito farmaceutico, ha vissuto diversi anni in Cile per lavoro; è poeta scrittore e musicista jazz.
Determinante per Castelli è l’incontro nel 1993 con l’Editore Guido Miano con il quale pubblica le prime raccolte di poesie e il racconto Una ragazza per quattro mesi, con una lettera introduttiva di Italo Calvino; lo stesso Editore lo inserisce in alcuni suoi repertori letterari, tra cui il Dizionario Autori Italiani del 2006 e La Storia della Letteratura Italiana IV volume del 2015.
Come scrive Michele Miano nell’acuta e sensibile prefazione ci sono figure che pur appartenendo al mondo degli affetti quotidiani, finiscono per assumere un valore simbolico più vasto. Maleto, l’ultimo cane di Duccio Castelli, è una di queste presenze, diventando il varco attraverso cui l’autore ci invita ad entrare nella sua memoria.
Il corposo volume è costituito da frammenti di diverse dimensioni che hanno per oggetto i molteplici settori della vita del Nostro e c’è un filo rosso che lega tali parti, s’identifica proprio nella figura del cane Maleto che per Duccio è più di un mero cane ma un essere personificato e quasi umanizzato e una figura di riferimento, il vero amico per antonomasia su cui potere contare nella vita.
Toccante il breve scritto nel quale l’autore racconta di quando gridò al suo cagnetto nero di fermarsi e lui non lo stette a sentire e conscio della pericolosa situazione e accortosi dell’avventarsi su di lui di due grossi cani che volevano fargli la pelle, sfuggì velocissimo per mettersi in salvo e una volta scampato il pericolo, dopo avere girato a destra, aspettò il padrone scodinzolando.
Da notare che, nel suo immaginario relativo a Maleto, Castelli dà addirittura in chiave eidetica al cane la parola e gli fa dire la frase: «se ti ubbidivo mi facevano a brandelli».
Quindi un fortissimo legame di affetto e complicità lega lo scrittore a Maleto, rapporto molto forte eticamente e che può essere compreso ancora meglio da chi ha amato un cane domestico, il cane che proverbialmente è l’amico dell’uomo, soprattutto in un’epoca nella quale si assiste spesso al tristissimo fenomeno dell’abbandono dei cani stessi in autostrade o parchi.
Molti personaggi della sua esistenza sono delineati e rievocati in queste pagine da Castelli con un forte scatto e scarto memoriale non per l’espressione di un dolore nostalgico ma per una forte riattualizzazione felice di bei momenti, un po’ per il recupero di periodi gioiosi magari con amici che non ci sono più nel tentativo riuscito di fare un produttivo inventario della sua vita.
Il Nostro si fa autore di una galleria di amici con i quali nella sua esistenza ha stabilito legami profondi e a volte anche di affari e di lavoro nell’ambito della sua professione di imprenditore farmaceutico.
Per esempio l’autore rivive la sua amicizia con l’inglese Ron affermando che questa persona fortemente gli manca.
«Ron sembrava Goldfinger, ma era simpatico. Inglese di popolare origine, a sessant’anni diceva di sé “sono sulla quarantina” e sorrideva. Era di una generazione più di me. Sempre mi fu amico e paterno, in realtà mai soddisfatto della sua famiglia fiacca, mentre lui era di un’intelligenza vispa e spontanea, si era fatto dal nulla ed era diventato un maestro nel commercio internazionale farmaceutico».
Una visione del mondo e della vita ottimistica trapela da queste pagine, un atteggiamento positivo e disincantato verso la realtà nella sentita consapevolezza, nonostante la lezione della realtà, che si può riporre la fiducia in qualche vero amico e tra gli amici forse il migliore è Maleto, che rielaborato empaticamente e affettivamente non è più solo un cane ma una persona fornita di parole tra detto e non detto da ascoltare con lo strumento del sentimento.
Raffaele Piazza
Duccio Castelli, I racconti di Maleto, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 228, isbn 979-12-81351-79-0, mianoposta@gmail.com.
Duccio Castelli, "I racconti di Maleto"
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I racconti di Maleto
Duccio Castelli
Guido Miano Editore, Milano 2026
Non è facile, ma è bello presentare I racconti di Maleto di Duccio Castelli, già autore, dal 1963 ad oggi, di oltre venti opere tra poesia e prosa. Curiosamente, la sua prima pubblicazione (la raccolta poetica Emigranza, 1993) uscì per Guido Miano Editore, che ora propone questa raccolta di racconti autobiografici; ed il primo scritto del Castelli, risalente al 1963, il racconto Una ragazza per quattro mesi, fu pubblicato nel 1995 dal medesimo Editore, accompagnato da una lettera introduttiva di Italo Calvino.
Maleto era il cane dell’Autore e nell’arco di tutto il libro “appare e scompare, come un’ombra fedele (…) presenza discreta che restituisce continuità a un’esistenza segnata dal movimento, dall’irrequietezza e dalla ricerca di un senso” – come osserva Michele Miano nella Prefazione. È il fil rouge delle memorie che Duccio Castelli ci consegna qui con una leggerezza e insieme una profondità veramente rimarchevoli.
Dall’inizio alla fine, si incontrano uomini e donne che in qualche modo hanno segnato il corso della vita dell’Autore, spesso in viaggio, e che è vissuto a lungo in Sud America (soprattutto in Cile). Si trovano racconti di vita quotidiana alternati a resoconti di viaggi, episodi che assomigliano ad avventure fiabesche (ma alcune non fiabesche, come le partecipazioni a dei rally automobilistici) e semplici descrizioni di fatti e luoghi frequentati dall’Autore, come ad esempio New York, Londra, Barcellona; racconti delle caserme dell’aeronautica a Viterbo e a Milano (di quest’ultima, in Piazza Novelli, c’è anche una bella fotografia del giorno del congedo dalle armi).
Possiamo ‘vedere’ Tonio, Juan Carlos, l’argentino Abancens, l’ex agente segreto Arturo, l’inglese Ron, Gastone e tanti altri; possiamo immaginare la solitaria Jacinta; possiamo incontrare gli amici amanti del jazz, alcuni dei quali, come Alfredo Espinoza, o Marcelo De Castro (fratello di Jacinta), componenti di band cui lo stesso Autore contribuiva suonando il trombone (c’è anche una foto). Possiamo sapere della moglie di Duccio, Sherry, del loro figlio e della loro figlia, della prima nipote Giulia, delle zie Rosa e Giuditta, dello zio pittore, del cugino Nicoletto – ma l’elenco completo è ben più lungo. Possiamo avere qualche sprazzo di visione dei giorni passati da Duccio bambino nella casa milanese costruita da Gio Ponti (“I giorni in quella casa furono circa seimila”, come recita il verso di una poesia, di quelle che ogni tanto intercalano le pagine in prosa del racconto, compresa la traduzione della poesia Piececitos de niño della cilena Gabriela Mistral, Premio Nobel per la letteratura come un solo altro cileno, Pablo Neruda). Possiamo sapere del padre, più presente forse in sogno che nella realtà, e dell’affetto di Enzo, un ‘quasi secondo padre’. Possiamo aver notizia della storia del “Gino del Forte (dei Marmi)”, sentire quello che l’Autore faceva a scuola con i suoi compagni della “seconda D”, andare avanti e indietro nel tempo e qua e là nel mondo. Possiamo liberare la fantasia.
Insomma, ci si apre un mondo. Ma non ci si apre del tutto: resta tutto sfumato, quasi permeato da un alone di nebbia che ci permette appena di vedere i tratti essenziali delle cose, non di conoscerne pienamente i contorni. Tutto resta un po’ avvolto in un’aura di mistero che affascina, ma è ugualmente vero ciò che osserva ancora Michele Miano nella Prefazione, dicendo che “la narrativa è, prima di tutto, un atto di resistenza contro l’oblio, un modo per dare forma e durata alle emozioni e ai pensieri che altrimenti svanirebbero”; ed è grazie alla capacità di Duccio Castelli “di intrecciare quotidiano e mito, memoria e invenzione” che il viaggio attraverso le pagine di questo I racconti di Maleto può rinverdire emozioni e pensieri nei lettori ed interessare proprio tutti.
Marco Zelioli
Duccio Castelli, I racconti di Maleto, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 228, isbn 979-12-81351-79-0, mianoposta@gmail.com.
Iano Campisi, "Di fronte alla vita"
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Iano Campisi
Di fronte alla vita
Guido Miano Editore, Milano 2025
Le dilanianti contraddizioni della società contemporanea trovano spazio tra le pagine di Di fronte alla vita, di Iano Campisi (Guido Miano Editore, Milano 2025), un’opera che sin dall’incipit immerge il lettore in atmosfere oniriche e visionarie. Lo scrittore e biologo siciliano delinea un’umanità fragile ma particolarmente resiliente, plasmando una galleria di personaggi che, nella loro varietà e ricchezza, rievocano la Comédie humaine di Balzac. Le situazioni in cui essi agiscono assumono talvolta una dimensione paradossale e sotto alcuni aspetti straniante, non lontana dalla poetica pirandelliana e che accentua il senso di spaesamento. Divisa in quattro sezioni (Di fronte alla vita, con il sottotitolo Racconti e riflessioni inediti, Di ricordi e fantasia, Così come sono, Piccole storie), l’opera è introdotta dalla puntuale e appassionata prefazione del professor Floriano Romboli, che ne illustra con estrema accuratezza e abile maestria i nuclei tematici fondanti e le peculiarità stilistiche.
Nella ricca e coinvolgente trama di racconti, aforismi, riflessioni, nelle brevi incursioni in testi che si avvicinano al genere fantasy, l’io narrante tratteggia una realtà disgregata, nella quale gli antichi valori sembrano essere sul punto di dissolversi. Sullo sfondo si agita la moltitudine di personaggi, alla ricerca di un appagamento illusorio, perdendosi spesso in un ariostesco castello di illusioni.
Un evidente senso di straniamento e di alienazione pervade alcuni dei componimenti, dove Campisi, sulla scia degli autori più illustri della nostra tradizione letteraria, da Leopardi a Verga e Calvino, assume un atteggiamento critico nei confronti della tecnologia e di un progresso che può mercificare l’essenza stessa dell’uomo e del suo operato, sconvolgendone l’esistenza. Emblematico da questo punto di vista è il racconto Appunti sparsi di un ricovero in ospedale: attraverso una serie di potenti analogie, si istituisce un efficace paragone tra la condizione del paziente ospedaliero e quella del carcerato, entrambi ridotti a numeri, in un meccanismo di spersonalizzazione: «Tra poco passeranno i miei carcerieri, brave persone indottrinate a prendere appunti sullo stato di salute del detenuto, a misurargli la pressione e la temperatura, a cambiare la flebo e a controllare se il paziente ha ingerito la pillolina. A loro risponderò seccato nel manifestare i miei sintomi e chiederò ansioso quando mi consentiranno di uscire dallo stato di detenzione».
Alcune intense riflessioni esprimono un profondo legame dell’autore con la sua terra e descrivono attimi di estatico panismo: «C’è una natura […] che riesce a sopravvivere alle difficoltà, che si adatta ai cambiamenti climatici, che prende vita dal suolo, dall’aria ed anche dal sole cocente. Una natura che ti contestualizza e ti ingloba nel suo habitat, che ti affascina mentre ti immergi nel profumo degli agrumi, e sospiri del leggero movimento dei rami e delle foglie […]».
In altri passaggi narrativi, il tempo fluisce inesorabile e la morte serpeggia minacciosa, recando con sé una pesante faretra di dolori, malattie e sofferenze, ma, ciononostante, Campisi rivela un incessante attaccamento ai veri ideali, l’umanità, la fratellanza, la solidarietà, l’amore, considerato nelle sue diverse sfaccettature e angolazioni e di cui è un esempio commovente il ricordo della sorella morente: «Ѐ stata da sempre buona, e l’amore che riversava a me e ai familiari era un dono, una cessione di sé, senza nulla pretendere» (da Hospice).
In Il mistero del lago il filo conduttore è il superamento del confine tra il sogno e la realtà, aspirazione piuttosto ricorrente, incarnata qui nel desiderio del protagonista Marco di poter assistere a qualcosa di incredibile, come lo spettacolo della neve in piena estate, mentre l’enigmatica e affascinante figura femminile che compare all’improvviso sulla riva del lago è lo strumento con cui oltrepassare il limite e rendere possibile ciò che non lo è: «Cadeva la neve, leggera, continua, a rivestire di uno spesso manto bianco l’asfalto della strada. In lontananza, sul sedile in legno dirimpetto al lago, la figura di una donna con in testa un cappello a tese larghe, immobile. Lui sapeva che sorrideva al lago, alla neve e all’incredulità delle persone che irridono ai sogni».
La grande varietà dei temi trattati si accompagna ad uno stile raffinato ed un linguaggio evocativo, talvolta lirico; l’alternanza tra la brevità degli aforismi e delle considerazioni personali e la fluida scorrevolezza dei testi narrativi, unita ad una notevole capacità di modulazione dei toni, rende l’opera particolarmente stimolante nella sua originalità nel trattare con consapevole accettazione tematiche di carattere universale.
Gabriella Veschi
Iano Campisi, Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 252, isbn 979-12-81351-54-7, mianoposta@gmail.com.
Il cono
Anni fa, in un tardo pomeriggio, mentre stavo passeggiando, vidi un cono stradale, di colore arancione con strisce bianche, accanto a una graziosa abitazione dalla porta rosa confetto. Sogghignando, lo raccolsi, poichè mi era balenata in mente un'idea di come sfruttarlo. A tal proposito, essendo stato invitato in un pub per un compleanno, decisi di adattarlo a mo' di cappellino da festa al fine di apparire originale.
Appena tornai a casa, utilizzai un trapano per ottenere due forellini, uno a destra e uno a sinistra, per poi collegare un elastico alle due estremità. Provai il birillo e notai divertito che mi calzava a pennello.
Quella sera non feci scalpore, semmai furore, guadagnandomi i complimenti di Mattia, il festeggiato, e dei presenti. In men che non si dica, mi ritrovai al centro dell'attenzione e al centro della pista da ballo. Irene, la fidanzata di Federico, un caro amico mio, fu l'unica a mostrare la sua contrarietà nei miei confronti.
«Non capisco come fai con quella minchiata di plastica in testa ad avere così tanta considerazione» osservò con aria di sufficienza.
Le risposi con una linguaccia e continuai a scatenarmi ballando, nonché a ridere e a scherzare con tutti.
A ogni modo, a quel cinesino bicolore rimasi "legato", difatti lo indossai in una mezza dozzina di occasioni. Purtroppo, nell'ultimo party, accadde un episodio vomitevole nel vero senso della parola. In buona sostanza, commisi l'errore di appoggiare il cono sopra una sedia, finché, nel giro di pochi minuti, a un tizio grosso, grasso e coglione, avendo ingurgitato svariati pezzi di rosticceria siciliana e tracannato birra a gogò, venne da vomitare. Come è facile immaginare, il cicciobomba in questione, per cercare di limitare il più possibile la figura di merda, passò dal conato al cono per rimetterci dentro. Bleargh!
Uscii dalla festa schifato, abbandonando quello stravagante e improvvisato copricapo. Per consolarmi andai a prendermi un altro cono, gelato però, in un chioschetto vicino la spiaggia di Calderà.
L'angelo custode
L'angelo Raphael, in attesa del prossimo incarico da parte dei "piani alti" se ne stava spaparanzato su una scogliera di un'isola hawaiana a godersi il panorama. Si sentiva in pace con se stesso, nonostante il fallimento della missione riconducibile a una certa Kimberly che gli era stata assegnata. Infatti, per tutta la durata della sua breve vita, non l'aveva mai protetta dai pericoli fisici e l'aveva pure trascurata a livello spirituale.
Nel rievocare determinati accadimenti, Raphael rise sguaiato, trovandoli alquanto spassosi. Finché, nel rialzars,i notò che l'aureola era sparita, mentre le piume delle ali via via si tingevano di nero pece; per non parlare della materia di cui era composto, che iniziava ad assumere un colore rossastro
«Ma che diavolo sto diventando?» si chiese costernato, per poi realizzare di essersi risposto da solo.
Iano Campisi, "Di fronte alla vita"
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Lo scrittore siciliano Iano Campisi, nell’Opera Di fronte alla vita (Guido Miano Editore, Milano 2025), presenta una miscellanea di aforismi e racconti che mettono in rilievo il suo atteggiamento di fronte all’esistenza. Il Prof. Floriano Romboli, nella prefazione, mette in luce con sguardo lucido le tematiche care a quest’autore, ricco di valori e di una malinconia, intesa come dolore raffinato, lieve, che si posa sui perduto con toni realistici e sognanti al tempo stesso.
Da biologo Campisi è teso a guardare la sua terra con forte spirito di appartenenza e con una palese avversione verso la cieca irruenza dei progresso tecnologico. Ama il mare disperatamente, e leggendolo, ho pensato alla lirica di J. Baudelaire “L’uomo e il mare”: “Uomo libero, amerai sempre il mare / il mare è il tuo specchio; contempli l’anima tua/ nell’infinito muoversi dell’onda…”. Sembra impossibile pensare ai siciliani senza vedere per riflesso l’aria mediterranea che li avvolge e il nostro autore non fa eccezione, infatti lega le considerazioni sugli affetti ai riti della sua natura, “ai profumi degli agrumi, e ai sospiri del leggero movimento dei rami e delle foglie” (“Passeggiata”) .
Credo si potrebbe dire che il testo, nelle considerazioni e nella maggior parte dei brani, ha sapore di diario, in pochi altri spalanca le porte dell’invenzione. L’aspetto autobiografico é dimostrato da vari racconti, tra i quali cito: “Appunti sparsi di un ricovero in ospedale” dettagliato, permeato di condivisione, di pietas, che mette in risalto una splendida distinzione tra il tempo della coscienza, elastico, e quello della scienza, segnato dalle lancette dell’orologio; e dal brano “Cronaca stravagante e noiosa di quattro giorni d’estate di Covid”, dai toni che evocano il Verga delle novelle, descrittivi, pessimisti, tesi a evidenziare l’assenza di interesse per le storie di sempre.
L’immaginazione è la protagonista di testi come il brano in forma di sceneggiatura intitolato “Amori”, che narra la storia tra Alessandro e Margherita, i loro mondi lontani anni luce, il sentimento che nasce sempre non ‘perché’ si è affini, ma ‘sebbene’ si sia diversi e in apparenza incompatibili.
Inevitabile la sofferenza che il Nostro dimostra verso i cambiamenti climatici. D’altronde il clima non rappresenta una cosa aliena, ma l’umanità tradotta in intemperie. E, purtroppo, siamo proprio noi uomini a inquinare, offendere e tradire madre - terra, quasi inconsapevoli di distruggere noi stessi. Gli scrittori nati e vissuti sulle isole, a mio umile avviso, portano in loro l’incanto dell’infinito e dei confini. Inevitabilmente, infatti, le isole sono entità talattiche, che si sorreggono sull’instabile.
Leggendo Iano Campisi ho avvertito un equilibrio elegante, che taglia l’aria, sfida il vento, un perenne impegno verso il compromesso tra i sogni e la realtà. Il lavoro di biologo e la scrittura rappresentano, forse, i due poli diversi e complementari che permettono all’autore di trovare stabilità.
Il nerbo narrativo di questo scrittore è senza dubbio superbo: possiede vitalità, efficacia espressiva, lessico fluido ed eloquente, mostra padronanza dell’ars narrandi e sa viaggiare su tutti i registri. Credo che quelle che vengono riduttivamente definite ‘riflessioni’ rappresentino il punto più alto del suo respiro artistico. Attraverso gli aforismi Campisi piange, canta, ride, si piega su se stesso e, soprattutto sogna. E di fatto, la scrittura, quella vera, intrisa di sangue e di ideali, unisce una parola all’altra nella speranza di unire un uomo all’altro…
Maria Rizzi
Iano Campisi, Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 252, isbn 979-12-81351-54-7, mianoposta@gmail.com.
Iano Campisi, "Di fronte alla vita"
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Iano Campisi
Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni
Guido Miano Editore, 2025
A cura di Floriano Romboli, che ha svolto un prezioso lavoro di selezione dei testi, scrivendone anche la prefazione, all’inizio di questa primavera è uscito a Milano – per i tipi della Casa Editrice Guido Miano – il volume di narrativa Di fronte alla vita: l’autore è il siracusano nativo di Avola Iano Campisi, biologo, direttore di un importante laboratorio di analisi cliniche e genetiche in Sicilia. L’apparente discrasia tra la sua specializzazione professionale e il campo letterario nel quale è attivo dal 2015, può essere forse spiegata dall’attaccamento profondo alle radici isolane, alla terra delle origini, ambienti in cui avviene la quasi totalità delle vicende raccontate nel libro e che quindi costituiscono la primaria e più importante fonte d’ispirazione letteraria.
Come sottolineato anche nella prefazione dal critico toscano Floriano Romboli, in Iano vive infatti un forte sentimento di appartenenza alla natura e al passato, il quale fa sì che si sviluppi in lui una sorta di disagio della civiltà – per dirla con Freud – ovvero un’istintiva avversione al progresso tecnologico, non in quanto tale, ma quando non si pone al servizio dell’uomo e diviene piuttosto un fattore alienante, inquinante dell’ambiente e delle menti, massicciamente invasivo della libertà interiore e condizionante la comunicazione autentica. Perciò egli auspica il recupero di una ricca umanità; una presa di coscienza sul limite ed il mistero dell’esperienza terrena; un’attenzione solidale verso le questioni sociali in particolare degli esclusi, degli emarginati, dei deboli; accetta con fatalismo tipico della cultura mediterranea il destino comune a tutti i mortali, maturando un sostanziale pessimismo filosofico e storico di stampo pirandelliano, il quale si stempera soltanto con il motivo dell’amore, irrazionale se non talvolta anche folle.
Il lavoro di Campisi è suddiviso in quattro parti datate: la prima sezione riporta il titolo generale, Di fronte alla vita, tuttavia con l’aggiunta del sottotitolo Racconti e riflessioni inediti, 2022-2024 (le meditazioni dell’autore sono numerose e quasi tutte fanno corpo unico con il discorso narrativo e sono sviluppate sia in prima persona che attribuite ai personaggi; s’incontrano inoltre brevi lacerti sotto forma di aforismi ragionati); Di ricordi e fantasia (2018) con spazio prevalente alle suggestioni della memoria; Così come sono (2023), con storie di donne, non senso della vita, altri ricordi; e infine Piccole storie (2022), definite “vere, verosimili, stravaganti”, nelle quali i temi della solitudine, della ricerca identitaria, dell’esclusione e dell’aspirazione a felicità non fugaci si rincorrono, come in tante altre storie sparse ovunque.
Prevalgono nei testi forme di autobiografismo con monologhi autoreferenziali, come in Appunti sparsi di un ricovero in ospedale, che l’autore considera un “carcere duro” vissuto “in avanzato stato di depressione” e con la “più straziante e desolante malinconia”; come in Due mondi, preoccupato di non riuscire a definirsi, con il sospetto di essere un “soggetto insicuro, un po’ bipolare, infedele, inaffidabile”; come in Il mio cervello, dove egli si sdoppia ed imbastisce un filosofico dialogo col proprio cervello, la cui conclusione, riguardo i soliti misteri della vita e della morte, suona così: “credimi, né tu né io sappiamo nulla...”. Anche i racconti della memoria vivono nelle dimensioni soggettive dei vissuti dell’infanzia, della giovinezza, dei raffronti generazionali, ma anche dei cambiamenti climatici (La stazione, Il piccolo delfino, La vespa 50 gialla, Dei tempi andati, Via Malta…).
Seguono pagine sul montaliano “male di vivere” contemporaneo, generato dall’estraneità del prossimo, dal dominio del consumismo, dalla solitudine in mezzo alla massa; esemplare è la descrizione di un odierno ‘santuario’ della mercificazione, ovvero Al centro commerciale, dove osserva “... imbambolati esseri umani, automi, alla ricerca di chissà cosa. Entrano coppie disfatte o in via di disfacimento”, gente dai cervelli in putrefazione, che sa coltivare solo sentimenti di “diffidenza” ed “apparenza”, quasi morti che camminano. Qui troviamo anche storie di esistenze difficili, come quelle di Zaira - della vita e della morte, di Iris, di Cristina; storie di Solitudine (L’uomo e il cane) il cui personaggio sentenzia: “Soli si nasce e soli si muore: è la paura della solitudine che rende indispensabile la compagnia”; storie di emarginazione, come quella di Bartolo, dal simbolico titolo Il brutto anatroccolo. Ma all’uomo resta l’amore, con poesia: “Poco fa guardavo i tuoi occhi, distintamente scortati da una vivida luce. Ci vedevo l’immensità del cielo e la profondità del mare” (Due mondi).
Enzo Concardi
Iano Campisi, Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 252, isbn 979-12-81351-54-7, mianoposta@gmail.com.
E guardo lo spazio da un oblò
Da circa dieci mesi, stiamo attraversando la Via Lattea alla ricerca di nuovi pianeti da esplorare a bordo dell'Entertreck NW-01, una nave stellare composta da un equipaggio di 2700 persone, tra civili e militari dello Space Army.
Io, in qualità di tenente a due "stelle", mi occupo dell'armeria e della gestione delle quattro torrette laser collocate vicino gli alettoni di destra.
Credo nel mio lavoro e mi ritengo fiero della divisa che indosso, sebbene ammetto di avere una tremenda nostalgia della Terra. Mi manca sentire il vento sulla faccia, mi manca la brezza marina e l'odore di salsedine ma soprattutto mi mancano i temporali, poichè trovavo tonificanti le gocce d'acqua a contatto della mia pelle.
Sì, amo da morire la pioggia. Qui al massimo è possibile imbattersi in una "pioggia" di meteore e, pur non negando che sia un bellissimo spettacolo, preferisco comunque ben altra precipitazione, accontentandomi adesso come adesso di quella generata dal getto scrosciante del soffione.
«Michael, quanto ci metti?»
È Billy, il mio compagno di alloggio oltre che parigrado, appena rientrato dal poligono di tiro.
«Un attimo!» esclamo irritato e, girandomi di scatto, imposto le manopole su Off.
Una volta fuori dal box doccia, mi asciugo, mi vesto ed esco dalla camerata per avviarmi nel corridoio in direzione del distributore di bevande per pigliarmi qualcosa di energetico. Nell'attesa che dal vano erogatore esca un bicchiere di tè caldo alle erbe rosse di Marte, sospiro e appoggio la fronte su uno dei tantissimi finestrini dalla caratteristica forma circolare.
E guardo lo spazio da un oblò.
Iano Campisi, "Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni"
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Iano Campisi
Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni
Guido Miano Editore, Milano 2025
Il corposo e denso volume che prendiamo in considerazione in questa sede è sotteso all’intelligenza eclettica e versatile dell’Autore che, provvisto di una forte, lungimirante e fertile coscienza letteraria, si affaccia dal balcone dell’anima sullo scenario del mistero della vita, producendo un testo totalizzante e unico nel nostro panorama letterario.
Vita e non mero esistere è quella che vuole indagare per comprenderla Campisi e non c’è pagina dell’opera che il fortunato lettore non senta empaticamente nella sua coscienza leggendola come qualcosa di già sperimentato nel suo cammino, nella sua vita stessa, ma che non avrebbe mai saputo dire, nominare e quindi le pagine nel loro essere lette svolgono una funzione maieutica connessa ad un processo d’identificazione con lo scrittore stesso e con il suo pensiero.
Illuminante la prefazione di Floriano Romboli che si è occupato anche della curatela del libro.
L’interessantissima opera è composita a livello architettonico e strutturale ed è scandita nelle seguenti sezioni: quella eponima, Di ricordi e fantasia, Così come sono, Piccole storie e ognuna delle suddette parti è costituita da brevi brani che sono appunto i racconti e le riflessioni, che comunque per la materia trattata hanno un fattore x in comune che li lega, che è la ricerca, l’indagine proprio dell’essenza della vita stessa attraverso la scrittura, sia che ciò avvenga a livello letterario narrativo, sia che si determini tramite la riflessione vagamente filosofica esistenzialistica.
Nell’incipit della sua prefazione, intitolata programmaticamente Uno sguardo partecipe sul mistero dell’esistenza: la sensibilità interrogativa di Iano Campisi Romboli scrive che gli pare che Campisi assegni, in un sapiente disegno costruttivo, ai racconti compresi nella prima sezione, non a caso intitolata Di fronte alla vita, una funzione non semplicemente introduttiva, bensì specificamente e incisivamente tematizzante. compendiosamente propositiva dei motivi principali della propria ricerca intellettuale-narrativa indicativa dei nuclei sostanziali di un discorso culturale e artistico.
Per entrare nel merito della prosa del Nostro si riporta un frammento narrativo intitolato Spiaggia inserito nella prima scansione del libro: «In prossimità del bagnasciuga, luogo in cui il mare non si stanca di parlare, sogno la quiete e il riposo che neanch’io possiedo. Calpesto la sabbia, infinite porzioni di briciole di terra che non smettono mai di muoversi, trascinate ora qui ora là dalle onde. Zona di confine, il bagnasciuga, che partecipa a due mondi contemporaneamente, la terra e il mare. Luogo ambiguo, che si contrappone alla banalità della vita quotidiana…».
Si avverte nel brano suddetto l’eleganza di una scrittura controllata nella quale forte è la connotazione intellettualistica e nella quale prevalgono l’icasticità, la leggerezza e la precisione.
Come mette bene in risalto il curatore, fondamentale nelle intenzioni di Iano la presenza di una natura a volte incantevole nel rasserenare l’uomo e sollevarlo dal mare magnum dell’alienazione e dalla caduta dei valori, altre volte inquietante e che pare essere impazzita.
Un esercizio di conoscenza tout-court quello di Campisi che per essere analizzato in profondità e in ogni sua sfaccettatura richiederebbe un vero e proprio saggio vista la complessità e l’estensione del testo.
Raffaele Piazza
Iano Campisi, Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 252, isbn 979-12-81351-54-7, mianoposta@gmail.com.
Can che ringhia non si fa toccare
Da bambino, avevo un cane di nome Cipro, ed era talmente riottoso che si rifiutava di farsi toccare. Se qualcuno provava anche solo a sfiorarlo, reagiva ringhiando e mostrando i denti. In alcuni casi tendeva persino a mordere.
Non posso dire che Cipro fosse del tutto anaffettivo, in quanto, tra i componenti della mia famiglia, esternava una certa predilezione per me. Ad esempio, quando litigavo con i miei fratelli, si metteva in mezzo a favore del sottoscritto, abbaiando come un forsennato. Oppure nei momenti in cui mi sentivo triste, si accucciava accanto a me e mi guardava con quegli occhietti scuri che trasudavano empatia. Insomma, a modo suo mi voleva bene.
Nel corso del tempo, visto che nessuno aveva il coraggio di cimentarsi nella toelettatura, il pelo di Cipro cresceva arruffato e sporco al punto da sembrare un barbone anziché un barboncino. Per ovvi motivi, in casa non poteva più rimanere e di conseguenza dovemmo relegarlo in una cuccia posizionata in un angolo del giardino.
Alla fine, un barbone lo divenne per davvero poiché decise di andarsene, saltando la recinzione. Difatti, appena mi accorsi che la sua casetta era vuota, piansi per giorni.
A distanza di molti anni, stamane, mentre passeggiavo nella Kiebachgasse, una delle vie di Innsbruck, chi vedo? L'ho subito riconosciuto, malgrado apparisse invecchiato, dimagrito e spelacchiato. Si è avvicinato scodinzolando ed io, con gli occhi lucidi, senza esitazione gli ho accarezzato la testa, il collo e la schiena. Me lo ha permesso, per di più emettendo dei guaiti di una tenerezza indescrivibile.
All'improvviso, forse per l'emozione, si è accasciato a terra. Il "bastardo" mi ha lasciato di nuovo. Immagino che stia attraversando il Ponte dell'Arcobaleno.
Beh, almeno per la prima e unica volta ho avuto la soddisfazione di coccolare il mio cagnaccio.
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