racconto
La giustizia

Il giudice Macaluso uscì di casa nervoso e assonnato, non aveva chiuso occhio per tutta la notte, aveva studiato le carte del processo, un rompicapo che gli avvocati delle due parti non riuscivano a risolvere. Si stava recando in tribunale, con la speranza di chiudere questa faccenda, ma era sicuro di dover rimandare ancora una volta la sessione, non erano emersi elementi nuovi. Lui voleva andarsene a pesca, invece doveva restare a sorbirsi i battibecchi dei due avvocati, ormai era diventato un braccio di ferro fra i due, per loro era importante solo vincere la causa, dell’imputato e del delitto ormai non importava niente a nessuno dei due.
Arrivato nel parcheggio, lasciò la macchina e salì la grande scalinata che portava alle aule. Nel suo studio si liberò della borsa e indossò la toga, guardò l’orologio e decise di avviarsi verso l’aula.
La sala dell’udienza era gremita come sempre, il caso stava suscitando curiosità nella gente. Un processo in odore di mafia provocava sempre interesse.
Il giudice entrò, mentre veniva annunciato il suo ingresso.
"Signori entra la corte!"
Il giudice sedette al suo scranno e, già dal tono della voce, gli avvocati capirono che era di malumore.
"Prima di iniziare la seduta vorrei ricordare ai due avvocati di evitare scaramucce verbali, andiamo avanti così da mesi, se avete delle novità, procediamo, altrimenti rimandiamo a data da destinarsi, posso anche archiviare il caso."
"Vostro onore," rispose sollecito il procuratore "abbiamo un altro testimone e spero sia decisivo per concludere presto la questione."
"Bene! Chiami il suo testimone e sentiamo."
"Chiamo a deporre la signora Concetta Pelliccia."
La teste, un'anziana signora sui settanta anni, venne al banco con lo sguardo acido e altezzoso. Dopo il giuramento di rito, il procuratore iniziò il suo interrogatorio.
"Bene! Ci vuole raccontare con esattezza cosa ha visto la sera in cui è stato commesso il delitto?"
"Certo avvocato, la sera del 10 ottobre ero alla finestra, sa, soffro d’insonnia, e ho visto quel delinquente che veniva avanti…"
"Obiezione! Vostro onore, si esprime un giudizio non richiesto sull’imputato."
"Accolta, avvocato eviti al testimone di fare apprezzamenti, si limiti a esporre i fatti."
"Sì vostro onore, allora signora, dica solo quello che ha visto."
"Come stavo dicendo, avvocato, quel brutto ceffo, stava camminando…"
"Obiezione, irrilevante e non pertinente, la teste insiste, non è possibile!"
"Accolta, un’altra obiezione, avvocato, e dovrò annullare la testimonianza."
"Signora la prego, dica cosa ha visto."
"Avvocato, se m’interrompono… volevo dire che… quello lì, stava passando sotto casa mia e andava nella direzione del portone della vittima, non c’era anima viva per la strada, deve essere stato per forza lui, ha la faccia dell’assassino!"
"Obiezione! Irrilevante, discriminatorio, Vostro onore, la teste non può esprimere opinioni e conclusioni, chiedo che questa testimonianza sia annullata, la teste è prevenuta e pertanto non attendibile. La sua dichiarazione sia stralciata dagli atti."
"Accolta, sospendo la seduta per trenta minuti, voi avvocati, nel mio studio subito."
Il giudice era esasperato, possibile che il procuratore non capisse! La sua teste era inutile e prevenuta per giunta. Tempo perso, ma la cosa che gli dava maggior fastidio era che quei du, agivano sempre a discapito della legge e della verità.
"Bene signori,"esordì il giudice "sapete perché siete qui, non si può andare avanti, nessuno dei due riesce a produrre prove concrete. Dopo mesi di dibattito siamo ancora a zero, a voi, forse, non importa, ma a me sì, vi do un'altra settimana di tempo poi scioglierò il procedimento e archivierò il caso, l’imputato sarà assolto per non aver commesso il fatto. Vi piaccia o no, questa è la linea che seguirò. Trovate prove sufficienti e andremo avanti, altrimenti si fa come dico io, intesi?!"
"Come vuole, signor giudice," disse il procuratore, "non credo di riuscire in una settimana a trovare prove utili, peccato! Rimetteremo un assassino in libertà."
"Non è vero, giudice," rispose l’avvocato delle difesa, il mio assistito è innocente fino a prova contraria, quindi deve essere assolto. Io non devo dimostrare niente, è il procuratore che deve esibire prove schiaccianti di colpevolezza, vuol dire che aspetteremo una settimana. Signor giudice, se è tutto, io andrei, voglio dare la notizia al mio cliente."
Uscito l’avvocato difensore, gli altri due si guardarono per un attimo con un lampo di complicità.
"Bel colpo, amico mio, come ti è venuto in mente di far testimoniare quella vecchia rimbambita? Davvero un colpo di genio, ora posso accelerare i tempi, e chiudere questo processo, è durato anche troppo."
"Cosa vuoi che dica? Sappiamo entrambi a chi appartiene l’imputato, non potevo fare altrimenti, si doveva trovare un modo legale di affossare il procedimento. Con la testimonianza della vecchia abbiamo fatto centro. Ora potrai chiudere il caso senza che nessuno possa gridare allo scandalo. Tutto in perfetta regola, secondo giustizia."
"Ben fatto! Aggiungo anche che, al momento, non ci sono pentiti, mio caro procuratore, che possano smentire il nostro operato, specie il tuo, in tutti questi mesi non sei stato capace di trovare un motivo valido di incriminazione. L’avvocato difensore, poverino, è convinto che di aver vinto la causa, si vede che è giovane e inesperto."
"Bene! Allora d’accordo, faremo l’ultima sessione e dichiarerò l’imputato innocente per non aver commesso il fatto."
"Giudice, noi sappiamo che è colpevole, non credi che la giustizia possa fare una brutta figura?"
"Tu dici? A questo punto, cosa vuoi che faccia, tu non sei stato capace di trovare uno straccio di prova, io sono solo il giudice, che decide in base alle prove, se non ce ne sono! Il caso è chiuso. Al limite tu non ne uscirai proprio bene, una causa persa, ma una barca nuova a mare, o sbaglio!"
Entrambi sorrisero a questa battuta.
"La giustizia trionfa sempre, anche quando sbaglia, questo dovresti averlo capito da tempo, spero."
"Per come la vedo io, la giustizia è imparziale, un assassino in libertà o un innocente condannato, per lei sono la stessa cosa, hanno lo stesso peso sulla sua bilancia."
Detto questo il giudice si tolse la toga e prese sottobraccio l’avvocato, quando uscirono dallo studio stavano ancora ridendo.
Lo stregone

Il Re era stato chiaro quando aveva ordinato ai suoi migliori cavalieri di andare nelle terre del mago Oblivius, dovevano cercarlo e, se possibile, ucciderlo. Sapeva bene che era un’impresa ai limiti delle possibilità, il mago era troppo potente e le spade non servivano a molto se non riuscivano ad avvicinarsi a lui. Sei cavalieri erano partiti, pronti a morire pur di portare a termine la missione.
Giunti senza troppi problemi nel regno del mago non trovarono molto. Una campagna brulla e desolata, senza dimore o castelli, solo una terra arsa, come se ci fosse passato sopra un vento di fuoco. Dopo aver percorso molta strada all’interno di quell’inferno, che ancora puzzava di fumo, videro un'enorme costruzione che si stagliava nel deserto. Erano i ruderi di un antico tempio.
Quando arrivarono nelle vicinanze, tutti convennero che si trattava di una basilica cristiana distrutta. Quello che rimaneva era uno scheletro di pietra, alto e imponente, che dimostrava, con la sua grandezza, un antico splendore. Girarono tutto intorno per cercare il mago, si erano convinti che quei ruderi fossero la sua dimora. Avvertirono intorno a loro un’aria strana, si sentiva un odore molto intenso e forte, che sembrava avvolgere tutta al costruzione. Era un odore indefinito, un insieme fra il tanfo di una cloaca e un campo di fiori di lavanda. I cavalieri sguainarono le spade e si sparsero nell’area, dietro ogni colonna poteva esserci un pericolo. Il mago sapeva usare la magia e non aveva bisogno di avvicinarsi, loro dovevano per forza usare le spade. Dopo più di un’ora di questa ricerca alla fine si arresero e si sdraiarono per terra.
"Credo che non ci sia, abbiamo esplorato tutto il sito e non c’è niente, se avesse voluto ucciderci lo avrebbe fatto senza nemmeno che noi ce ne accorgessimo."
"Non credere, quello è un gran furbone, si sarà nascosto da qualche parte, doveva uscire allo scoperto se voleva ammazzare qualcuno, forse ne avrebbe uccisi due o tre di noi, poi penso che alla fine lo avremmo beccato."
Mentre parlavano sdraiati per terra, uno di loro alzò gli occhi e si accorse di un fenomeno strano, le rovine in alto avevano una forma strana. Di quello che era stato una volta il tetto adesso restavano poche travi, mattoni e larghi squarci. Nel guardare quei vuoti, il soldato individuò due grandi occhi e, al centro, uno spazio molto più grande, come un’enorme bocca aperta per divorare chiunque si trovasse all’interno della costruzione. La vista di quella terrificante maschera gli procurò un brivido lungo la schiena. Quella visione era qualcosa di spaventoso e macabro.
Si alzò piano e, con la mano, invitò i suoi amici a fare altrettanto, ma con la massima cautela. I suoi commilitoni non capivano il senso di quella prudenza, ma, conoscendo le doti intellettive del loro compagno, fecero quanto diceva. Per prima cosa lo videro allontanarsi dal centro dei ruderi e mettersi all’aperto, poi, con colpi decisi della spada, cominciò a battere contro le colonne esterne della costruzione. A questo punto i compagni, incuriositi dalle sue manovre, chiesero spiegazioni.
"Insomma, Laerzius, si può sapere cosa ti è preso? Non vorrai abbattere le colonne con la spada."
"Ragazzi, per favore, abbiate fiducia in me, abbiamo corso un tremendo pericolo e, se non mi credete, basta che entrate un attimo dentro le mura e guardate in alto. Fissate bene lo spazio dove si vede il cielo e quello che resta della cupola. In quanto alle colonne, avete ragione, dobbiamo trovare un altro sistema per abbattere quanto è rimasto in piedi."
I compagni si riunirono e entrarono dentro dalla parte più corta, così potevano avere una visuale completa della navata in alto. Dopo essere rimasti un po’ di tempo a osservare, alla fine capirono il motivo e si precipitarono fuori in preda a una vera paura. Quello che avevano visto era davvero spaventoso. Insieme cercarono nei dintorni qualcosa di adatto a demolire le rovine.
Trovarono poco distante un tronco abbandonato bruciato, in parte, dal fuoco, ma ancora solido e robusto, dopo averlo sagomato con le spade, lo presero tre per lato e, come un ariete, presero a martellare le colonne portanti di quelle rovine, al primo colpo poderoso, assestato alla colonna più vicina, si udì chiaramente un cupo lamento. Era il segno che avevano indovinato la strategia per sconfiggere il mago.
Continuarono senza sosta a martellare tutte le colonne e i muri esistenti, ma sempre dall’esterno verso l’interno. Ad ogni colpo i lamenti aumentavano d’intensità. Lo stregone, per mimetizzarsi era ricorso a quello stratagemma. Aveva assunto quella forma, ma così non poteva reagire, per farlo doveva trasformarsi di nuovo in umano, ma, a quel punto, i cavalieri lo avrebbero facilmente ucciso, cosa che fecero lo stesso, quando delle maestose rovine non restò più nulla.
Quando cadde l’ultima pietra e l’interno delle rovine era, ormai, coperto solo da pietre sbriciolate, il mago si materializzò in un corpo umano, vecchio e rugoso. Era rimasto seppellito dalle stesse pietre in cui si era trasformato. Era moribondo, ma cercò lo stesso di alzare le mani per fare qualche incantesimo. Per non correre rischi, sei spade s’immersero in quella figura. A contatto dell’acciaio lo stregone si dissolse in una nuvola di polvere.
I guerrieri, dopo essersi congratulati a vicenda per la riuscita della loro missione, si accinsero a partire. Si erano allontanati di pochi metri dalle rovine quando nell’aria si udì, sinistra, una voce imperiosa e lugubre.
"Avete vinto una battaglia, poveri illusi, avete ucciso quel corpo ormai vecchio, ma il mio spirito non è morto, tornerò, potete essere sicuri, tornerò per portarvi tutti nelle viscere della terra."
Dopo che i sei erano rimasti fermi ad ascoltare, atterriti e tremanti,si udì una grossa risata.
"Ah, ah ah ah ah, tornerò, tornerò!"
Mentre i guerrieri si allontanavano di corsa da quelle rovine, la voce dello stregone si faceva sempre più debole, più flebile, fino a svanire nel silenzio.
Una famiglia per bene

Su New York era scesa una cappa grigio scuro, un cielo chiuso che, stando alle previsioni, non prometteva niente di buono. Le 5° strada era semideserta, l’orario di chiusura degli uffici e la possibilità di un temporale avevano allontanato la gente dalle strade, solo una lunga fila di taxi gialli riempiva la strada in direzione di Broadway. Nello spazio intorno alla statua del grande Duke Ellington le panchine accoglievano gli ultimi ritardatari che erano rimasti lì a prendere il sole durante il giorno. L’aria era ancora gradevole nonostante adesso si stesse alzando un venticello che portava aria più fresca proveniente dall’Harlem River. Rassegnati, i vecchietti si decisero ad alzarsi e, dopo i consueti saluti, si dispersero nelle strade adiacenti.
Uno di questi, un uomo alto e robusto, si diresse lentamente verso l’incrocio con Madison Street. Il suo passo era cadenzato. Aveva i capelli completamente bianchi e lunghi, i suoi occhi scuri saettavano minacciosi, erano capaci di mettere in soggezione ogni tipo di interlocutore. Camminava tranquillo con le mani in tasca incurante del vento. Dopo due isolati, girò ad angolo con la 110 e, finalmente, raggiunse la sua meta, il negozio di famiglia “Fresh Market”. Entrò facendo suonare il campanello della porta. L’interno era pulito e tutta la merce disposta in bella mostra nelle vetrine e nei banchi frigo.
Quel negozio rappresentava la realizzazione del sogno dei suoi genitori. Lui era ancora quindicenne quando arrivò negli States, chiamato dai nonni che erano partiti anni prima, provenienti dal sud d’Italia. I primi tempi erano stati duri, ma non si era tirato indietro, aveva sgobbato per riuscire a elevare il tenore di vita della famiglia, che era riuscita a creare un’attività commerciale, non dove era adesso, ma molto più avanti, in un buco di negozio vicino alla riva del fiume, lontano dal centro abitato e molto più vicino ad Harlem. Davanti al negozio passava la strada litoranea e non c’era possibilità di potersi fermare. I pochi clienti erano limitati ai radi abitanti locali.
Diventato adulto, Cosimo riuscì a mettere in piedi da solo un’attività di movimento terra, comprò due piccoli camion e con questi girava trasportando materiale per l’edilizia. In una città come la grande mela quel tipo di lavoro non mancava mai, c’era sempre da costruire o ricostruire qualcosa. Gli affari cominciarono ad andar bene e i guadagni si moltiplicarono, comprò altri camion e assunse nuovi operai. Questo suo successo suscitò l’interesse del sindacato locale che si fece ben presto avanti a reclamare la sua parte. Non era permesso a un singolo di ingrandirsi in quel modo senza la protezione del sindacato. Da quel momento in poi la situazione precipitò, fu oggetto d'attentati e sabotaggi, il personale da lui assunto capì l’antifona e si eclissò, rimase solo, tentò con tutti i mezzi di risollevarsi assumendo come lavoratori degli sbandati di colore per i suo affari, ma anche questi si rivelarono un cattivo investimento.
Non era abituato ad arrendersi, ma trovandosi da solo pensò che non era opportuno reagire, si riservò di farlo più avanti se fosse capitata l’occasione. Vendette tutto racimolando nemmeno la metà del reale valore, mise da parte il gruzzoletto e restò tranquillo. Visto com’erano andate le cose, il sindacato si dimenticò di lui e poté tornare ad una vita normale.
I nonni intanto se n'erano andati in silenzio, delusi dalle promesse non mantenute dall’America, erano arrivati poveri e così erano morti. Cosimo ebbe in eredità dai genitori, ormai anziani, il piccolo negozietto, ma non volle ripetere l’esperienza dei suoi, lo lasciò chiuso, non si sentiva pronto a condurre una vita in quelle condizioni così precarie.
Successe che l’amministrazione comunale decise di demolire la palazzina dov'era situato il negozio e, giocoforza, Cosimo dovette prendere una decisione. Si era sposato, con il lavoro della moglie e il suo tesoretto riusciva a tirare avanti. Aveva cinque figli che crescevano velocemente e le necessità aumentavano, doveva impegnarsi in qualcosa di più remunerativo. Leggendo il giornale vide qualcosa che attirò la sua attenzione, si stava liberando un locale in una posizione strategica, ad angolo fra due strade molto trafficate. Dopo un consiglio di famiglia con la moglie e i figli maggiori, decise di tentare la sorte. Prese il locale e, per non dimenticare le sue origini italiane, come fulcro della nuova attività scelse il settore alimentare. Conosceva molte famiglie d'origine italiana e, forte anche del loro appoggio, si buttò con la famiglia in questa nuova avventura.
L’inventiva, la simpatia e l’onestà, fecero del suo negozio un punto di ritrovo per le specialità italiane, gli affari andarono bene e la famiglia prosperò.
Adesso che era diventato vecchio, aveva lasciato le redini in mano ai figli e ai nipoti che continuavano a mandare avanti il lavoro, lui si limitava a passare le giornate al parco con gli amici e a sovrintendere alla contabilità.
"C’è nessuno? Sono tornato!" Lo scampanellio della porta aveva avvisato il nipote, che era nel retro, il quale uscì dalla porta laterale in grembiule, un po’ affannato.
"Ciao nonno, sei tu? Sscusa, ma stavo scaricando i barilotti di birra, se non lo faccio io, qui non lo fa nessuno, tu sei anziano e non puoi, papà deve ancora smaltire la botta che ha preso la settimana scorsa."
"Ok! Ho capito, non la fare tanto lunga, piuttosto, ci sono novità?"
Il nipote si fermò un attimo a fissarlo, era indeciso se parlare di quanto accaduto o tacere, alla fine si decise a raccontare tutto. Dopotutto era il nonno il il titolare della ditta ed era opportuno che sapesse.
"In verità, nonno, una novità c’è stata, ma dubito che ti piacerà!"
"Ah!" fece Cosimo, si mise subito in allarme nel sentire quelle parole, una vocina dentro di lui gli diceva che la storia si stava ripetendo. "Dimmi Luciano, forse, è venuto qualcuno a vedere e a parlare con te?"
Il nipote lo guardò stupito.
"Tu come fai a saperlo? In effetti sono venuti in due, due bianchi, non hanno parlato molto, hanno fatto un giro per il negozio, hanno preso una mela ognuno e sono andati via, non prima di avermi fissato a lungo per vedere se reagivo al furto. Io ho capito il messaggio e non ho mosso un dito, ho fatto finta di non vedere."
"Bravo! Hai fatto proprio bene, in questi casi non bisogna alimentare la loro protervia, non ti preoccupare, mi occuperò io della faccenda. Già una volta sono stato costretto a subire questo genere di sopruso, perché ero solo e non avevo ancora una famiglia, ora è diverso. Siamo una famiglia perbene, onesta e rispettabile, non possono intralciare la nostra vita, non permetterò che accada di nuovo."
Lasciò il nipote e si diresse verso casa. Entrò e, per sua fortuna, non trovò nessuno. Prese le chiavi e andò in garage, da una scatola metallica, chiusa con un catenaccio, tirò fuori una pistola calibro 38, il dono ricevuto in segreto dal nonno che, prima di andarsene,gli aveva raccomandato di usarla solo per mantenere alto il buon nome della famiglia. Verificò che fosse in ordine e ben carica, l'infilò nei pantaloni, dietro la schiena, e uscì. Conosceva bene l’indirizzo dove andare.
Don Gaetano

La farmacia De Santis poteva vantare la più antica data di nascita, fra le attività commerciali della zona era considerata un’istituzione. Si poteva affermare che fosse lì da sempre. Il suo fondatore fu un oriundo calabrese, un certo Gerolamo De Santis che era al seguito della spedizione dei Mille. Unificata l'Italia, decise stabilirsi a Napoli e, mettendo in pratica le sue conoscenze e le capacità, aprì una bottega di speziale. Quell’iniziativa incontrò il favore del pubblico e ben presto conquistò stima e rispetto della gente. Alla sua morte, il figlio Giovanni, laureatosi in farmacia, rimodernò i locali, perfezionò le ricette del padre e, con un’accorta conduzione, portò la farmacia al suo massimo splendore.
Davanti alle vetrine si soffermava la gente bene della città, venivano da tutte le parti, per vedere e farsi vedere. Era diventato un punto d’incontro, una tappa obbligata fra i luoghi mondani della città. Il bancone alto e tirato a lucido, di puro mogano, occupava quasi interamente la parete frontale. Dal soffitto pendeva un grosso lampadario di cristallo che rifletteva la sua luce sul pavimento di mattoni rossi passati a cera. Alle pareti laterali, graziose vetrinette a muro abbellivano il locale con il loro contenuto di vasi in porcellana, cristallo e deliziose boccette d'opaline di tutte le misure.
Giovanni, impeccabile nel suo camice bianco odoroso di lavanda, intratteneva i clienti con affabilità, alle signore e ai bambini offriva delle caramelline alla menta di sua produzione, per gli uomini, invece, aveva dei morbidi e aromatici sigari che riusciva a procurarsi chissà dove. Giovanni fu una persona stupenda, capace anche d'atti di coraggio durante la guerra, si sposò ed ebbe un matrimonio felice, non lo fu invece con i figli, le prime due figlie, nonostante le sue amorose cure, rimasero gracili e delicate, non riuscirono a trovare marito e restarono due zitelle acide e bigotte. Il tanto desiderato figlio maschio, Gaetano, dimostrò fin da piccolo la sua avversione per quel mestiere, non aveva la capacità di proseguire il lavoro del padre. Era di carattere pigro e lascivo, non si curava della sua persona più di quanto non si occupasse del negozio. La sua occupazione preferita era andare a caccia di donne, cercava sempre di palpare le lavoranti del laboratorio della farmacia. Molte volte il padre lo aveva sorpreso nel retro, con il viso arrossato e gli occhi stravolti. Alla morte di Giovanni, suo malgrado, dovette assumersi la responsabilità di portare avanti la farmacia.
Quello fu l’inizio del declino della farmacia De Santis - i clienti, anche i più affezionati, cominciarono a diradare le visite. Provavano repulsione per quell’individuo dai modi sgradevoli e dall’aspetto ambiguo. Aveva un qualcosa di viscido che dava fastidio a tutti. Abbandonati a se stessi, i locali acquistarono una patina di polvere e di sporco, l’intonaco dei muri cominciò a sfaldarsi, i mattoni del pavimento, non più passati a cera, si sgretolarono.
Don Gaetano non aveva mai goduto buona fama nel quartiere, né da ragazzo e nemmeno adesso che era arrivato alle soglie dei cinquanta anni. In tutti questi anni, sul suo conto erano nate molte dicerie, gli anziani raccontavano di strane storie di donne, episodi piccanti che avevano come protagonista sempre e solo lui, il farmacista. Anni prima era stato anche coinvolto in una brutta storia con una ragazzina di tredici anni, fu scagionato, ma i dubbi restarono sempre su di lui come un ombra.
Il commento più frequente fra la gente del posto era che era “malato”. Il suo aspetto contribuiva ad alimentare le voci su di lui. Indossava perennemente un camice nero dove le chiazze di sporco erano lucide in più punti, specie ai bordi delle tasche dove portava dei fazzoletti che gli servivano per asciugarsi il sudore, cosa che faceva di continuo in tutte le stagioni. Nelle stesse tasche portava caramelle alla menta di cui faceva uso frequente. Per coprire la sua calvizie indossava una specie di papalina nera che non riusciva ad evitare che due ciuffi di capelli grigiastri uscissero dietro le orecchie dandogli un aspetto alquanto ridicolo. Alla presenza di una donna i suoi occhietti grigi e cisposi si animavano e si mettevano in movimento percorrendo da capo a piedi la malcapitata. Il suo viso grasso e flaccido cominciava a sudare e allora i fazzoletti entravano in azione, viceversa, se l’avventore era un uomo, non lo degnava di uno sguardo e se ne liberava il più presto possibile.
La scarsa clientela che ormai entrava nel suo negozio era limitata a quella più povera, qualche padre di famiglia in difficoltà, disoccupati e stranieri. Erano in pochi a credere ancora nei preparati artigianali, la maggior parte preferiva le farmacie moderne con vere medicine. Gaetano sembrava non dare importanza a queste cose, continuava la sua vita di sempre, fino a quando, proveniente dalla strada principale, una carrozza venne avanti lentamente. Giunta davanti alla farmacia, si fermò per far scendere due anziane signore, piccole e minute, vestite in maniera di altri tempi; sembravano uscite da una stampa di fine ottocento. Con passo deciso entrarono nel negozio e chiusero la porta. L’evento non mancò di suscitare curiosità nel quartiere, era raro vedere una carrozza e, ancora più raro, vedere due signore anziane vestite in quel modo. La gente si poneva domande, chi erano quelle due anziane donne, cosa potevano volere da Gaetano il farmacista. A por fine alla curiosità pensarono le due vecchiette che, dopo più di un’ora, uscirono e se n'andarono come erano venute, in quella carrozza che le aveva aspettate. Dopo pochi minuti, uscì anche Gaetano in uno stato pietoso, rosso in viso, senza il suo abituale berretto, sudato oltre ogni limite, cercando di arginare il copioso sudore. Nonostante l’orario chiuse in fretta la farmacia e si avviò verso casa.
Da quel momento la farmacia fu transennata per lavori e restò chiusa per oltre un mese. Una mattina una squadra d'operai la circondò e tolse le tavole che la nascondevano agli occhi curiosi della gente. Al posto della vecchia insegna e del fatiscente negozio che era diventato, una nuovissima insegna bianca e verde annunciava l’apertura del “COVO DELLE STREGHE “Erboristeria De Santis". Tutto era nuovo fiammante: pavimenti, vetrine, il banco, tutto nelle sfumature di colore verde e bianco, tutto molto chic e accogliente. A ricevere i clienti due simpatiche e ossute vecchiette, adorne di trine e merletti.
Di Gaetano nessuna traccia, non faceva più parte del locale. Si venne a sapere col tempo che le sorelle, stanche del suo operato, avevano deciso di toglierli la conduzione della farmacia, prima che andasse completamente in rovina, e lo avevano relegato in laboratorio a preparare le misture di erbe. Purtroppo anche lì dava fastidio, le ragazze si lamentavano della sua presenza, allora le due vecchiette decisero di rispedirlo al paese natale con una lettera d'accompagnamento per il parroco locale che si prendesse cura della salvezza dell’anima del loro congiunto “malato” .
Il regista dimenticato
Esitò, quando il meteo tacque. L’occasione era propizia – si rese conto, spegnendo la radio –, ma la forza per attuare il “piano” (peraltro già studiato e preparato da tempo) tardò a presentarsi, lì per lì. L’anima non s’atteggiava all’ardimento, per dirla col poeta. Oh nessun problema, ad ogni modo, perché eccolo il rimedio: scherzare fra di sé. «Lo schiocco secco del cuore che si spezza è proprio come quello di un ciac in campo», pensò, allora. E all’improvviso trovò il coraggio: un coraggio amaro, che l’accompagnò per mano alla rada solitaria.
Così adesso, in quell’esterno notte che si era scelto, il regista dimenticato non voleva tornare più alla vita che lo aveva diseredato, né gli riusciva di capire se a gonfiare il genoa e spingere il piccolo cutter malandato fossero le frequenti scosse d’aria o le immagini “ondose” che il vecchio proiettore a bobine – dall’alto del suo treppiede, assicurato con gomene e cime a proravia – drappeggiava sul bianco agitato della vela. Guardandola, continuava a ripetersi: «Senza il minimo dubbio, “Marosi alla deriva” è stato il mio film migliore!». E mentre una stilla di sorriso iniziava a formarsi sulle sue labbra, gli sembrò di scorgere i flash dei fotografi.
Ah, no… erano i lampi. Quelli, per ora lontani, della tempesta in arrivo. Il bollettino dei naviganti, beh non si sbagliava.
CENTO39 word story

A quanto pare, narra la leggenda, che poi sia vera oppure no, che, insomma, Ernest Hemingway, una volta, per scommessa sfidò dei suoi amici che avrebbe scritto una storia in sei parole, scommessa che vinse con "For sale: baby shoes, never worn" (In vendita: scarpe da bambino mai indossate). Bene, ora io non sto qua a emularlo, però l'idea mi piace e, invece che scrivere con sei parole, l'ho fatto con 139, è un numero a caso, potevano essere 54 oppure 126. Quindi, adesso, amici lettori della signoradeifiltri, ho scritto per voi questa storia da 139 caratteri che, posso garantirvi, è stata realizzata di getto, ho improvvisato e in soli 139 caratteri, fidatevi c'è molto di più.
BEFFARDI
Un uomo dai bianchi capelli come me mi ha perculato beffardo, beffardo ero anch'io, mi brillavano gli occhi, gli ho girato le spalle, poveraccio non sapeva chi ero io.
A questo punto vi lascio immaginare la scena, vi lascio immaginare i dialoghi intercorsi fra i due, vi lascio immaginare i profili dei due personaggi dai capelli bianchi, vi lascio immaginare il loro passato e il loro presente, ognuno di voi può farlo a proprio piacere, vi lascio sognare orizzonti d'amore o storie personali fatte di esperienze tristi oppure esaltanti. Lo scrittore vi ha aperto una porta, potete entrare, accomodatevi e iniziate a sognare.
Herodion

Tratto da "Evros".
Colpiti dalle frecce e dalle lance scagliate da lontano, i soldati greci caddero nelle acque del fiume. Molti furono quelli portati via lentamente dalla corrente. In uno degli ultimi assalti, Herodion, il giovane ufficiale, rimase ferito, colpito da diverse frecce. Due conficcate nella gamba sinistra, una sul braccio destro che impugnava la lancia.
I suoi rimasero con lui circondandolo a protezione, formando un circolo per tenerlo coperto dagli assalti, ma lui ordinò, urlando, di ritirarsi. Inutile sprecare tante vite in una volta sola. Lui ormai non poteva salvarsi, si mise al centro del guado e, strappate le frecce dalla carne sanguinante, mise lo scudo dietro le spalle a protezione e, con la spada e lancia nelle mani, si accinse ad affrontare il nemico che lo stava circondando. Si difendeva come un leone. La pesante lancia teneva lontano gli assalitori, quelli che riuscivano ad avvicinarsi cadevano sotto i colpi della sua spada. Gli stessi nemici erano sbalorditi dal coraggio e dalla forza del giovane guerriero. Si mantenevano a distanza, cercando ci colpirlo con le lance. Da lontano, intanto, gli arcieri greci cercavano di assottigliare le file nemiche che stavano pressando l’eroe ferito.
Altre frecce lo colsero, ma lui le strappava e continuava a colpire persiani con la lancia. Le forze man mano però lo stavano lasciando, il sangue, che usciva copioso dalle ferite, lo stava indebolendo sempre di più. Cadde in ginocchio e ancora tentava di tenere a bada i fanti. Ad un certo punto, nonostante le ferite, fra lo stupore degli stessi assalitori, si fermò. Lasciò cadere le armi e si accinse a togliersi l’armatura. I nemici, per una forma di silenzioso rispetto, si fermarono a distanza osservando cosa stava facendo il giovane eroe. Con notevole sforzo, lentamente, riuscì a sfilare la corazza di lame di cuoio che indossava e si mise a torso nudo. Il suo corpo era una maschera di sangue. Le numerose aste di frecce, che lui stesso aveva spezzato, gli davano l'aspetto di un orso irsuto. Sostenendosi con la spada come un bastone, si erse in tutta la sua statura e, rivolto a cielo, invocò il grande Zeus.
"Oh! padre Zeus, ecco! Questo è il mio petto, il mio cuore, questa è la mia vita, la offro a te in segno di ringraziamento per avermi permesso di morire da Spartano.
Salva i miei compagni e la nostra amata Patria. Tu! Padre degli Dei e di noi mortali, fa che il mio nome non sia dimenticato."
Stette ancora l’eroe, eretto, ad invocare il suo Dio, poi, rivolgendosi ai suoi assalitori esclamò:
"Empi codardi, venite ad affondare le vostre lance nel mio petto, è vostro! Che possiate vantarvi, da sciacalli quali siete, di aver ucciso uno spartano.
Venite, iene maleodoranti! Buoni a colpire solo le prede indifese… così muore uno spart..."
Le ultime parole non finì di pronunciarle. I fanti dai lunghi vestiti, passato l’attimo di stupore, si erano fatti avanti per concentrare la loro rabbiosa impotenza contro quel corpo ormai senza vita, martoriandolo con le punte delle loro lance.
Vinto, il corpo del giovane si era accasciato al suolo. Giaceva sulla schiena ancora protetta dal grande scudo. Le ferite che lo avevano piegato erano tutte sul petto.
Dimostravano che aveva affrontato la morte a viso aperto e con onore, di fronte al nemico. Gli uomini, da dietro i ripari, si resero conto della fine del giovane valoroso e, in un impeto di furore vendicativo, si spinsero fuori gridando come forsennati, facendosi largo fra la fanteria nemica. Quelli che ancora si accanivano contro i poveri resti furono fatti a pezzi dalla furia dei soccorritori. Erano usciti dai loro rifugi, questa volta non per difendersi, ma per vendicarsi e trucidare gli autori di quello scempio. Quattro di loro recuperarono il corpo martoriato, sottraendolo all’oltraggio dei nemici. Gli altri decimavano coloro che si erano resi partecipi dell’uccisione del giovane eroe. La furia omicida dei greci fu di breve durata ma molto cruenta. Il suono del corno li indusse a ritirarsi dietro le trincee, non prima, però, di aver portato a termine un altro attacco distruttivo alla fanteria nemica. Da dietro i ripari, le lunghe sarisse colpivano i persiani che non riuscivano nemmeno a vedere i loro assalitori. Dopo quest'episodio ci fu un momento di tregua, in cui anche gli ufficiali nemici, ancora scossi per la violenza della sortita spartana, mandarono uomini a recuperare parte dei loro feriti.
San Valentino

Lui ha cinquant’anni, ne dimostra sessanta e ragiona come uno di venti. La sua figura si è appesantita negli ultimi anni, a partire da subito dopo il matrimonio. La vita sedentaria d’ufficio, e le molte ore che trascorre seduto al suo inseparabile computer, lo hanno riempito di rotoli di grasso che ora lo fanno sembrare una botte dalla pancia piena. La sua passione per il collezionismo non aiuta certo, passa ore intere a catalogare, studiare i vari pezzi della sua collezione, trascurando l’attività fisica, ma non solo, anche la moglie ne risente. In pratica la vita sociale è stata drasticamente dimezzata e di questo lei si lamenta in continuazione, creando attriti nel rapporto di coppia che finora è andato nel verso giusto. Da quando ha scoperto il mondo del collezionismo tutto si è fermato. Conta solo la sua passione, tutto il resto è stato accantonato con grande disperazione della donna. Lei un tipo trendy, magrolina, sempre attenta a ciò che mangia, sempre aggiornata sulle mode e sul gossip. Cerca di scuotere il marito, per riprendere un po’ di vita sociale. Hanno perso l’abitudine di andare al teatro, al cinema, anche una semplice passeggiata è un evento raro.
"Giovanni, allora ti decidi a uscire da quella stanza, dobbiamo andare dalla mamma che non sta bene, mi devi accompagnare!"
"Ma, dico io, è possibile che tu debba sempre intervenire sul più bello, sto cercando di mettere ordine in questo caos che c’è sul tavolo e tu mi parli di tua madre. Quella sta sempre male e tu ci caschi sempre. Stai sempre a correre da lei, quella sta meglio di me e di te messi insieme. Se proprio ci vuoi andare devi aspettare, oggi ho ricevuto gli scambi e devo sistemarli prima che si perdano tutti i pezzettini. Penso una oretta ci vorrà."
"Ma ti rendi conto? Ti sei affossato in quella poltrona e non ti muovono nemmeno le cannonate. Quando devi andare alla posta, però, vedi come sgambetti, anche se piove o diluvia sei sempre pronto. Per mia madre non hai tempo. Bene, prendo nota, ricordati di queste parole. Ah! A proposito, per sabato sera hai intenzione di restare qui a trafficare con quegli insulsi pezzi di plastica? Nemmeno tuo figlio li guarda e tu stai li come un babbeo a rimirarli."
"Taci, donna, non sai cosa dici, queste sono serie di inimitabile bellezza, dovresti guardare meglio, sono la perfezione, alcune sono proprio stupende, hanno riprodotto i lineamenti così bene, da restare estasiati."
"Senti, coso! Tu sabato sera mi farai il santo piacere di alzare il tuo pesante culo da quella sedia e venire con me, mi sono spiegata?!!"
"Perché cosa c’è di speciale sabato, lo sai che a parte la collezione, il sabato non mi piace uscire, troppa confusione, troppi ragazzi ubriachi in strada, non potremmo fare un altro giorno a tua scelta cara? Non c’è problema!"
"Eh, no! Si deve uscire sabato, perché è una ricorrenza speciale e io ci tengo, almeno una volta l’anno vorrei trascorrere la serata lontano da casa, dalla cucina, da tutto, soli io e te. Penso che me lo merito no?! Con tutto quello che faccio per te e per tuo figlio. Non voglio sentire scuse, sabato sera si esce! Punto!"
"E che sarà mai, vogliamo andare a farci una pizza, d’accordo, ci può stare."
"Caro il mio maritino, non te la puoi cavare con la solita pizza sotto casa, no! Voglio una cenetta a lume di candela in riva al mare. Se la serata è buona potremmo essere fortunati e avere la luna di riflesso sulle onde. Prega perché non piova!! Comunque ci andremo lo stesso."
Lo sai che nei locali chic non mi trovo, non mi piace stare li impalato ad aspettare quel pinguino del maitre che viene a riempire il bicchiere, anche se hai appena preso un sorso. Poi, scusa cara, non hai detto, proprio ieri, che siamo in ristrettezze? Non ci sono soldi e vuoi andare fuori a sperperare una cifra per stare a lume di candela con me. Non trovi sia un po’, come posso dire, inopportuno? Se proprio vuoi fare una cenetta tete a tete la possiamo fare anche qui in terrazzo."
"Bravo merlo, di febbraio ci mettiamo fuori il terrazzo, ma ti ascolti quando parli? Magari poi a cena ci vieni col pigiama e le pantofole, addio romanticismo!! No è deciso, andiamo fuori!
Ora sbrigati che dobbiamo uscire, lascia tutto lì come sta, tanto nessuno ti tocca niente, le tue sorpresine le ritrovi quando torniamo."
"Accidenti a te a tua madre, sempre a rompere le scatole."
"Modera i termini se non vuoi che faccio piazza pulita su quel tavolo, muoviti pelandrone!!"
Venne il sabato e lui era ancora attaccato alla scrivania a sistemare la posta accumulata nei giorni precedenti. Erano arrivate molte buste, frutto di altrettanti scambi ed ora moriva dalla voglia di finire di sistemare, invece la moglie dalla camera da letto continuava a urlare “sbrigati se no facciamo tardi ho prenotato per le otto, dobbiamo ancora arrivarci!”
"Sono pronto, non urlare, aspetto solo te, sei tu che ci metti tempo per fare i restauri, fatica inutile, con tutti i trucchi che ti metti, il risultato non migliora molto. Sempre una befana sembri."
"Grazie, come al solito sei gentilissimo, anche stasera non puoi fare a meno di essere acido. Dico, ma ti sei visto allo specchio, sembri un ippopotamo travestito da elefante. Sono pronta possiamo andare, portati i soldi, non farmi fare la figura che poi non ci arrivi con il contante. Portane molti, ti serviranno!"
"Lo dicevo io che era una cosa dispendiosa, in tutto questo ancora non mi hai detto cosa dovremmo festeggiare. Mistero! La signora ama il giallo, mah, fai come ti pare tanto quando ti metti una cosa in testa nessuno ti può fermare."
"Testa di rapa, possibile che ancora non ci sei arrivato, cosa ci può essere di speciale in febbraio che va assolutamente festeggiato?"
"Non lo so, cara, e francamente non mi interessa nemmeno, so solo che stasera a festeggiare sarà il ristoratore, che incasserà una bella cifra per darci qualche piatto dove non ci sarà niente da mangiare, però si presenta benissimo!"
"Che uomo squallido che sei diventato, senza un briciolo di fantasia, di romanticismo, eppure prima, da giovani, eri sempre tu quello che voleva festeggiare la ricorrenza, non ti dimenticavi mai, nonostante a volte davvero non era il caso. Ora non ti conosco più, sei diventato cinico e senza cuore. Sei un vero orso selvatico! Lo sai che giorno è oggi? Il quattordici di febbraio, non ti dice niente questa data?"
"Aspetta fammi pensare, ah! Ho capito, ti riferisci a quella usanza di fare una specie di festa a base di cioccolatini e fiori. Una ricorrenza creata apposta dai commercianti per rinvigorire le proprie entrate.
La trovo ormai superata è dannosa, può andar bene per i giovani fidanzatini che ancora credono nella forza dell’amore. Alla nostra età queste cose sono andate in pensione."
"Non ci posso credere, sei tu quello che parla? Che fine ha fatto il mio Giovanni, quello che mi copriva di regali, di mimose, di cioccolatini? Che fine ha fatto?"
"I tempi cambiano, mia cara sognatrice, l’amore giovanile è una cosa, la vecchiaia un'altra. Con questo non voglio dire che non ci amiamo più, il nostro è un rapporto ormai fatto di … comprensione e, soprattutto, di…. sopportazione!! Altro che cenetta a lume di candela. Vedrai, sarai proprio tu a trovare molti difetti stasera. Troverai, come al solito, da ridire su tutto, sul cibo, sulla confusione, sui prezzi, ci aspetta davvero una bella serata romantica.
Possiamo andare cara, se vuoi, sono pronto, mi sa che dovremo fare anche la fila per entrare. Ma noi ci amiamo lo stesso, vero amore ? Vieni, abbracciami, anzi, è meglio che mi dai la mano, non vorrei stancarti prima del tempo."
Torta alle fragole

Finalmente ho la casa tutta per me. La moglie e la figlia se ne sono andate a fare shopping e, se le conosco bene, non torneranno a casa prima di sera.
Ragazzi, ci pensate, un intero pomeriggio in mutande davanti alla tv. La mia scorta di birra a portata di mano. Questo sì, realizza i sogni dell’uomo, ma con tanti canali, purtroppo, nemmeno una partita. Diavolo che iella nera, solo telenovelas e chiacchiere. Questo è il menù che la moglie vede tutti i pomeriggi, così impara cosa deve dirmi la sera quando rientro. Ho capito adesso da dove le tira fuori quelle sue strampalate teorie del cavolo. Mi domando perché questi programmi consigliano solo le donne su come trattare i mariti. Nessun canale fa l’opposto, come riuscire a sopportare le mogli.
Penso che dovrò scrivere una lettera a quelli della tv, voglio sentire cosa dicono di un programma serale di consigli per uomini sposati.
Strano, però, che l’arpia mi abbia lascito il pomeriggio libero non caricandomi di lavori da fare, è uscita di casa, con un sorriso falso che sapeva di inganno, chissà cosa sta tramando insieme a quella piccola vipera di Melissa, la figlia indolente, meglio non approfondire, rilassiamoci!
Sono solo alla seconda birra quando dall’esterno sento la porta del garage che si apre, oh Dio no! Sono già tornate? Non è possibile, ci deve essere sotto qualcosa, quelle due stanno giocando sporco, e chi sarà a pagare sarò certamente io. Devo andare a vestirmi, se mi vede in mutande magari gli vengono strani pensieri e, ora come ora, non sono in grado di esaudire nessun desiderio.
Faccio in tempo a dileguarmi che la porta si apre e una sorridente balena vestita di azzurro irrompe nella sala gridando come una oca a cui hanno pestato una zampa.
"Caro, dove sei tesoruccio? La mamma oggi è tornata presto sei contento?"
"Papino, eravamo sicure di trovarti davanti alla televisione e invece dove ti sei nascosto? Dai, esci fuori, dobbiamo farti vedere delle cose."
Dalla camera da letto dove mi sono rifugiato sento il loro gracchiare, mentre m'infilo un pigiama, voglio dare l’impressione di essermi alzato adesso. Meglio dormire che stare lì a bere birra. Mangio un paio di caramelle al volo. Le porto sempre con me proprio per queste occasioni. Non rispondo al loro richiamo.
"Caro, se non esci subito da dove ti sei nascosto, quando ti vedo ti rompo quel muso di scimmia che ti ritrovi … hai capito?!"
Ecco, questa è la vera moglie, quella di tutti i giorni, la rompiballe, il mio unico tesoro!
"Aspettami, cara, mi sto vestendo, mi ero appisolato un attimo sul letto sai sono stanco, io lavoro, io! Non vado in giro a spendere soldi che non si hanno da spendere."
"Non cominciare con questo strazio, sappi che tua moglie deve essere presentabile, non come te che sembri un maiale e puzzi come una capra. Qui sento odore di birra, e ci sono anche le macchie sulla poltrona, bugiardo di un fallito che non sei altro. Esci fuori che anche questa povera anima di tua figlia ti deve parlare, si è dannata l’anima per … per... Peccato che non posso dirtelo. Allora devo venire a prenderti?"
Rivolta verso la figlia le fa cenno di sedersi, mentre lei si toglie il soprabito. Io le spio da dietro la porta. Quegli sguardi muti d’intesa la dicono lunga sulle loro intenzioni. M'aspetta una dura battaglia. Finalmente esco dalla camera e le corro incontro cercando di abbracciarla, ma la mia apertura alare non tiene conto delle sue dimensioni. Lei, in ogni caso, mi evita come un appestato. Si limita a uno sguardo indagatore alla ricerca della immancabile macchia di birra sul davanti.
"Eccolo finalmente il beone, il fannullone, il più pigro e apatico marito che esista sulla terra, ha un pomeriggio libero da poter dedicare ai tanti lavoretti da fare in casa e lui che combina... dorme! Almeno, è quello che vuole farmi credere! Sì... dormiva."
"Certo, cara, ero sul letto a riposare, una volta che mi capita ne approfitto. Tu piuttosto come mai sei rientrata così presto?
Di solito, quando uscite madre e figlia, fate notte. Fino a quando non consumate tutta la carta di credito. Tanto poi c’è il fesso che paga e che deve ammazzarsi di lavoro per ricaricare le vostre armi di distruzione, in attesa di un'altra giornata come questa. Allora, posso sapere perché sei qui adesso?
Melissa, ma lo senti, lo senti! Ha pure il coraggio di alzare la voce. Questo individuo che non sa nemmeno che cosa ci sarà fra pochi giorni. Ascolta bene, essere inutile, sono tornata presto perché non tocca a me andare in giro, ma a te. Sei tu quello che deve darsi da fare. Il giorno più bello si sta avvicinando e tu invece di darti da fare, dormi. Vieni Melissa, andiamo via, non sopporto la vista di questo ammasso di lardo ambulante."
"Senti chi parla, prima ho provato ad abbracciarti, ma non avevo capito che per farlo non basta una apertura di ali, come un'aquila reale, ci vorrebbero le recinzioni."
"Con uno sbuffo da vecchia ciminiera si allontana seguita a ruota dalla mia ultimogenita, un affare lungo e magro che potrebbe fare la controfigura ad un cactus, con quei peli neri e ispidi che si ritrova sul viso.
Questa volta ho capito il messaggio, qualcosa d'importante si dovrà verificare fra qualche giorno, siamo in febbraio. Non è il compleanno di nessuno, né l’onomastico. Non è nemmeno l’anniversario di nozze; quello me lo ricordo, sono di Luglio. Come potrei dimenticare l'odissea di un giorno come quello con la temperatura a 38°, infilato in un abito scuro che attirava i raggi del sole come il miele le api. Diavolo! Cosa c’è in Febbraio a cui la balena tiene tanto, so che non me lo dirà mai, lo fa apposta, sa che io mi dimentico, poi me lo rinfaccerà per tutta la vita. Questa volta devo fare in modo da non lasciarmi fregare, devo sapere a tutti i costi che evento sta per accadere. Sarà il caso che veda sul calendario. Mi precipito in cucina dove c’è il calendario, vado, ma non lo trovo al suo posto. La perfida lo ha tolto per non farmi controllare, porcaccia miseria! Come faccio adesso, proverò al computer, arrivo nello studio e il pc è sparito. Diavolo di una megera, le pensa tutte, vuole costringermi a scoprirlo da solo, bene! Mi fermo alla scrivania e cerco in tutti i cassetti, un indizio, una traccia che mi dia qualche informazione utile.
Sto rovistando nei cassetti, quando arrivano le due con un sorriso strafottente e rimangono a guardare, mentre sono al lavoro.
"Hai perso qualcosa, caro? Possiamo esserti utili?"
"Fai meno la spiritosa, cara, lo sai benissimo, visto che sei stata tu a far sparire tutto. Allora si può sapere cosa diavolo succede fra poco, come dici tu? Mi arrendo! Non lo so, non me lo ricordo, va bene, hai vinto tu, vuoi essere allora così gentile da dirlo?"
"Hai visto, figlia mia, bastano pochi anni di matrimonio e l’uomo dimentica ciò che prima era il primo a sapere. Da fidanzati sono tutti solerti e affabili, romantici. Dopo il sì, questo è il risultato, mi addita come l’esempio di un essere iniquo a cui non dare credito. Se non lo sai è inutile che te lo dico, non vale niente se non viene direttamente dal cuore. Porco!"
Se ne vanno sbattendo la porta ed io resto lì, inginocchiato davanti all’ultimo cassetto aperto. Fatico ad alzarmi, nel farlo lo sguardo va alla parete dove una foto di altri tempi mi ritrae insieme alla moglie, altri tempi, altre taglie per tutti e due. In quella foto sullo sfondo si vede della neve, ricordo quando la facemmo, il giorno di S. Valentino in gita sulla montagna.
Un lampo, veloce come un fulmine, il pensiero intuisce ciò che non riuscivo a capire. La festa di S. Valentino, il giorno degli innamorati. Ecco cosa erano tutti quegli sguardi, quelle manovre. Nient'altro che subdoli tentativi per costringermi a ricordare da solo. Ci sono arrivato. La mia dolce metà, alla soglia dei 50 anni di matrimonio, purtroppo, pensa ancora come una giovane ragazza, vuole il pensierino per S. Valentino.
Senza dire niente, con aria seccata vado a vestirmi, passo davanti alle due che fanno ancora le sostenute ed esco, dovrò comprare qualcosa per festeggiare. Ci sono! - esclamo dandomi una manata sulla fronte - Un’idea magnifica, prenderò una meravigliosa torta alle fragole con panna. Bianca e rossa, le fragole come cuoricini, bellissima idea! Conquisterò il suo cuore ancora una volta. Lo riconosco, sono troppo forte, troppo buono, so anche che lei è allergica alle fragole.
In cerca di pace

Ci eravamo messi in cammino alle prime luci dell’alba, io e Brian, mio figlio di sei anni. Avevo dovuto porre per forza uno zaino sulle spalle anche a lui, il nostro era un lungo cammino e la meta era incerta. Fuggivamo da una situazione che si stava facendo pericolosa. Vivere a Belfast stava diventando ogni giorno sempre più difficile. Pochi giorni prima mia moglie era rimasta coinvolta in uno dei tanti attentati che l’IRA stava effettuando ormai con frequenza giornaliera. La nostra casa adesso era vuota, devastata dall’esplosione. Io e il bambino ci eravamo salvati perché non eravamo presenti. Lui era a scuola e io in giro per cercare di portare a casa qualche soldo. Ho dovuto spiegare al piccolo la mancanza della madre adducendo scuse, una dietro l’altra, alla fine, ho deciso di partire. Non potevo restare in quel posto che non mi offriva nulla di più che un pericolo costante e fame per me e per lui. Così quella mattina ci siamo messi in cammino io e lui con gli zaini in spalla. Lo vedevo felice di fare una gita, così pensava, voleva comportarsi da uomo e il suo zaino, anche se non molto pesant, lo portava con orgoglio. Le strade che attraversavamo erano semideserte, la gente era prigioniera della paura, transitavano solo automezzi della polizia e, in alcuni punti, anche dell’esercito. Il mercato era praticamente vuoto, pochi volenterosi si erano messi in piazza per offrire le loro mercanzie provenienti dall’interno, ma erano pronti a scappare in caso di disordini. Brian camminava impettito cercando di portare il mio passo, e io dovevo ogni tanto rallentare per aspettarlo. Siamo usciti dalla città e appena possibile lui si è fermato sedendosi su un marciapiede. Mi osservava con un’aria quasi di sfida, voleva farmi vedere la sua determinazione, ma le gambe non gli reggevano e aspettava ad alzarsi. Mi misi al suo fianco per rincuorarlo.
<Allora giovanotto siamo stanchi? Hai fatto bene a sederti dobbiamo riposarci ogni tanto, il cammino è lungo e non abbiamo poi tanta fretta.>
<No papà non sono stanco, è solo che allo zaino si sono allentate le cinture, bisogna sistemarle, mi dai una mano?>
<Certo figliolo, vieni qua fammi dare un’occhiata. >
Anche io ero un po’ stanco, stanco di quella vita infame, della guerra, dei continui colpi che il destino si ostinava a darmi. La mia dolce sposa, Esther, falciata dalla rabbia e dalla insensibilità di questa gente che, per rivendicare, a sentir loro, un loro diritto, non badava a chi veniva travolto da questa cieca furia distruttiva. Anche se avessero avuto ragione, non dovrebbe essere stato la popolazione civile il bersaglio della loro guerra. Che andassero a mettere le bombe dove credevano, magari anche al parlamento o nel palazzo della regina, ma prendersela con della gente inerme e ignara non li rendeva migliori dei loro persecutori. A un mio cenno di alzarsi, Brian ubbidì e, sistemato lo zaino, si mise al passo. Seguiva le mie orme sicuro che lo avrei portato in un posto migliore, era piccolo ma non era cieco, aveva visto più volte cosa erano capaci di fare le bombe degli estremisti.
<Papà allora dove siamo diretti? Se andiamo verso il confine, ci troveremo in Inghilterra e non credo che ci faranno passare, non sarebbe meglio andare verso nord, verso la Scozia? Anche loro sembra non gradiscano le manovre inglesi. Io direi di provare verso nord.>
<Accidenti ragazzo, che ne sai tu di cosa sta succedendo, eh?! Mi dici che combini.>
<Niente papà, a scuola si parla molto di questa faccenda, le maestre ci spiegano le difficoltà che stiamo affrontando. Mi dispiace per la mamma, non doveva restare a casa quel giorno, se andava al mercato magari si salvava.>
Restai di sasso, lui sapeva cosa era accaduto e non aveva fatto una piega, neanche una lacrima, una parola, solo la consapevolezza che la madre era morta durante lo scoppio di una bomba nel supermercato sotto casa nostra. Nello scoppio la palazzina era crollata portandosi via Esther e altre trentacinque persone. Quel piccolo ometto stava dando dimostrazione di una forza d’animo non indifferente, forse era solo il tentativo di relegare quel brutto ricordo nel profondo dell’anima per evitare il dolore della perdita, di fatto mi aveva sconvolto nella sua semplice verità, continuammo a camminare il passo si fece più leggero, più sciolto, anche Brian ormai si era lasciato andare e marciava con impegno. Il suo viso era pervaso da una luce che gli veniva da dentro. La forza di reagire alle avversità lo aveva fatto crescere troppo in fretta, era troppo serio, non accennava a un momento di rilassatezza, andava avanti con gli occhi fissi all’orizzonte, convinto che là avrebbe trovato la sola cosa che poteva calmare quel fuoco che al momento gli bruciava il cuore: la pace.
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