racconto
Verso sud

Sono in viaggio da diverse ore e adesso che sono quasi vicino alla meta, mi trovo intrappolato sulla scorrimento veloce che conduce a Matera. E’ più di un’ora che siamo fermi, una fila ininterrotta di macchine sotto il sole, un vero inferno. In lontananza si vede solo una colonna di fumo denso che il vento porta a invadere la sede stradale, oltre la cortina non si riesce a vedere nulla. Sono esausto, il sole del sud, specie in agosto, picchia forte e restare in macchina sta diventando un incubo. Sulla mia destra, un centinaio di metri più avanti, vedo un cartello che indica una deviazione per una località che non dovrebbe trovarsi lontano da Matera, decido di tentare la sorte e uscire, forse percorrendo le vie poderali potrò raggiungere la città prima di sera. La macchina scotta e la benzina è diminuita in maniera notevole, devo tentare a tutti i costi. Finalmente sono su una stradina campestre, polverosa e stretta che s’insinua fra i campi, come un serpente sdraiato al sole. Ai lati ci sono coltivazioni di grano frammentate da rossi papaveri, all’orizzonte profili tremolanti di montagne nel riverbero della luce e del caldo. Proseguo ingoiando polvere e maledicendo il mio capo che mi ha mandato in queste lande deserte per un servizio di costume. Matera e il suo hinterland negli ultimi tempi stanno sempre di più attirando l’attenzione dei media e di un turismo di élite. La terra di Lucania dimenticata da tutti si sta prendendo la sua rivincita.
A un tratto vedo un gruppo di alberi, raggruppati intorno a delle rocce, un asino legato ad un ramo se ne sta tranquillo al fresco. Quella visione di frescura sembra invitarmi, decido di fermarmi e parcheggio sotto un grosso albero fronzuto. Dopo tante ore, seduto in macchina e con quel calore, questa sosta è un toccasana. Con mia gran sorpresa, girando lo sguardo intorno, scopro che dietro un masso, leggermente più in basso, nascosto alla vista, c’è una specie di getto d’acqua, sembra una sorgente, il rigagnolo che si forma s’incanala nell’erba alta formando una specie di piccolo laghetto. Mai visione fu più stupefacente, subito mi rimbocco le maniche della camicia e cerco di scendere al livello dell’acqua. L’impresa si presenta più difficile del previsto, il luogo è scivoloso e le rocce appuntite, il leggero gorgoglio mi sprona a far presto, non resisto al richiamo e dopo alcuni scivoloni raggiungo il piccolo getto che fuoriesce dal terreno, immergo le mani e un brivido percorre il corpo accaldato, l’acqua è fredda, pura, bevo con le mani a coppa e mi bagno la testa, che sollievo! Una sensazione di godimento mai provato. Bagno il fazzoletto e lo metto al collo per godere del fresco, il più a lungo possibile. Dopo queste operazioni, finalmente, scelgo un posto all’ombra e comincio a pensare al da farsi. Guardo l’asino un po’ più su, dove ho parcheggiato la macchina, mi guarda annoiato, con fare svogliato mastica lentamente un ciuffo d’erba. Apparterrà a qualcuno che non deve essere lontano, così decido di tornare alla macchina. Risalgo a malincuore il leggero dislivello e ad aspettarmi trovo una ragazzetta dai capelli neri, un viso grassottello con due occhi lucidi che guardano con interesse la mia macchina.
Appena mi vede si allontana rifugiandosi dietro l’asino che reagisce in malo modo per il disturbo, mentre io cerco di rassicurarla.
- Ciao, non aver paura, non ti nascondere, mi sono fermato per rinfrescarmi un po', come vedi la macchina è aperta, se vuoi puoi anche sederti dentro, vieni pure avanti, non aver timore.
Lei mi guarda titubante, ma non osa muoversi, fissa un punto alle mie spalle, mi volto e vedo avanzare verso di me una donna vestita di nero, a prima vista non sembra anziana, nonostante la sua pelle. Ora che è abbastanza vicina e la posso vedere bene, è cotta dal sole, piena di rughe, i suoi occhi sono appesantiti, hanno una stanchezza che traspare da ogni sua occhiata. Viene avanti dondolando il corpo sugli zoccoli di legno che affondano nella terra, il suo corpo è in sovrappeso, rotonda ma energica, ha i capelli raccolti dietro con una specie di ciambella, fa un cenno col capo alla figlia che subito corre a rifugiarsi fra le sue braccia, mi guarda con uno sguardo fra il cattivo e il minaccioso, ma scorgo più paura che altro.
- Buongiorno signora, mi scusi se ho procurato fastidio o paura alla bambina, non era mia intenzione, mi sono fermato solo per rinfrescarmi, ero troppo stanco e sudato, sulla strada principale non si cammina, c’è una fila infinita, vorrei approfittare della sua presenza per chiederle se può indicarmi la strada per Matera, devo essere lì prima di sera.
Il suo sguardo non è cambiato di una virgola, non so se ha capito quello che ho detto, non sembra abbia voglia di rispondermi, si limita a osservarmi e a stringere la bambina, non so che altro dire. Dimentico che la gente del sud è sempre riottosa a esprimersi in presenza di estranei. Scoraggiato, mi dirigo verso la macchina per rimettermi in marcia, prima di partire vorrei solo prendere una bottiglia d’acqua per il resto del viaggio, la sete è tanta e non so quanto tempo impiegherò per raggiungere la città. Sto cercando qualcosa nel bagagliaio della macchina, quando mi sento interpellare.
- Signò, la via pe Matera è questa, va sempre diretto e arrivi, ci vorrà meno di un’ora.
Lo stupore ferma i miei movimenti. La voce ha la caratteristica inflessione dialettale del meridione, ma è ferma e sembra non aver nessun timore, mi giro verso di lei e noto che i suoi occhi sono più aperti, meno diffidenti, brillano per l’emozione, per lei è quasi un evento straordinario, la giovane liberata dalla sue braccia si avvicina timorosa e sfiora la macchina con le mani, sembra affascinata, non deve aver visto molte macchine come la mia nella sua breve vita. Ringrazio sorridendo.
- Grazie per l’informazione signora, correvo il rischio di perdermi fra questi sentieri di campagna, sulla statale è tutto fermo e non so che cosa sia successo.
- È successo – mi risponde lei mostrando un leggero sorriso che le scopre dei denti bianchi e robusti, che ‘Nduccio, mio marito, dopo raccolto il grano ha dato fuoco al campo, per bruciare le stoppie, prima il vento era favorevole poi ha cambiato e ha portato il fumo sulla strada, quelli si sono messi paura e si sono fermati perché non si vedeva niente. Voi se dovete andare a Matera, per questa strada ci mettete la metà del tempo, la strada nuova fa nu giro troppo lungo. Lungo la strada ci sta la casa mia, potete fermarvi, vi offrirò un bicchiere di vino, io devo venire co lu ciuccio, voi andate avanti, ci sta mio padre e mio marito, Nunzia la piccerella vorrebbe fare un giro sulla macchina vostra, può accompagnarvi e dirvi dove fermarvi, se non vi da fastidio.
- Certo che no – rispondo – mi fa piacere e poi un bicchiere di vino non si rifiuta, se risparmio tempo, sarò felice di farmi accompagnare da lei.
Faccio salire la ragazzina. Avrà almeno tredici anni, un’adolescente di campagna attratta da una vettura strana nella sua vita. Il suo imbarazzo è palese, ma la curiosità e la sensazione di gioia nei suoi occhi è tale che dimentica le paure e si siede al mio fianco, con un brivido di piacere. Saluta con la mano la madre e parto, lentamente seguendo il sentiero. Dallo specchietto retrovisore vedo la donna sciogliere l’asino e salire in groppa, si mettono in cammino quasi nello stesso istante in cui io mi allontano dalla zona d’ombra e mi tuffo ancora una volta sotto il sole. Durante il tragitto, la ragazza è silenziosa sfiora con le dita tutto il cruscotto, la pelle dei sedili, non li tocca, si limita sfiorare con la punta delle dita, le sue mani non sono proprio pulite, ma lei capisce, dimostra una sensibilità inaspettata. Ora si è messa rannicchiata, con le gambe sollevate e le ginocchia, quasi all’altezza del mento, le gambe sono robuste, il vestitino a fiori, che a stento contiene l’esuberanza giovanile, si è alzato e si vedono le mutandine di cotone, non c’è malizia in lei, innocente come deve esserlo alla sua età, sono io, uomo di città che riesco a formulare pensieri inopportuni, mi concentro sulla guida senza guardarla. Poco dopo, lei mi fa segno di fermare vicino a un casolare, appena fermata la macchina, dalla casa escono due uomini, un anziano e un giovane, attirati dal rumore del motore. La ragazza esce dalla vettura e corre verso i due. Comincia a parlare velocemente, non capisco molto di quello che dice, ma il senso è che racconta l’accaduto, gesticola e ammicca dalla mia parte più volte fino a, quando l’uomo anziano si avvicina e mi tende la mano.
- Grazie signore di aver portato in giro mia figlia, è molto felice, mi ha raccontato del vostro problema, ma come immagino vi abbia già detto mia moglie, in meno di un’ora sarete a Matera. Ora, se volete onorare la mia casa, con la vostra presenza, vi offriremo uno spuntino. Mia moglie sta arrivando e penserà lei a preparare, io vado a prendere il vino in cantina, mio figlio andrà a prendere delle altre cose, voglio scusarmi per aver procurato disagio a tanti automobilisti, ma le stoppie si devono bruciare. La terra ha i suoi tempi e vanno rispettati. Mi spiace, ma il vento è girato all’improvviso e ha invaso la strada, non ho potuto farci niente.
- Ecco, sta arrivando mia moglie Antonia, vi lascio con lei, scusate se mi allontano.
Se ne va tirandosi su i calzoni tenuti stretti in vita con una cintura sdrucita, porta dei grossi scarponi sporchi di terra, forse di una misura più grande del dovuto. La donna arriva e senza parlare m'indica una sedia sulla quale sedere, poi ci ripensa e ordina alla figlia di accompagnarmi alla pompa dell’acqua per farmi rinfrescare e lavare le mani. Seguo la ragazza nell’aia antistante alla casa, evitando alcune galline e oche che passeggiano libere, aiutato dalla fanciulla mi dedico a qualche pulizia veloce. Torniamo in casa e troviamo il pesante tavolo di legno coperto da una tovaglia pulita apparecchiata per sei persone.
Dalla porta entra con un'anfora di terracotta il marito, che annuncia l’arrivo del vino, e subito dietro il figlio maggiore che porta con sé due cesti di frutta fresca appena colta.
Madre e figlia, intanto, portano in tavola vassoi pieni di salumi, pezzi di formaggio, una ciotola di olive condite con olio e peperoncino. La vista del cibo mi ricorda che non mangio dalla mattina presto, il mio solito caffè con cornetto riscaldato, mentre aspetto il padrone di casa che riempie i bicchieri, penso a tutte le false notizie, ai luoghi comuni che molti di noi giornalisti, prevenuti, diamo in pasto alla stampa. Il tanto vituperato sud con le sue contraddizioni, il perenne malessere, il capro espiatorio di tutti i mali che infestano la nostra nazione, ancora una volta, invece, sta dando dimostrazione di grande civiltà. Il fatto è che, ormai, fa comodo a tutti poter accollare ad altri i propri problemi, di gran lunga più importanti e seri. L’ospitalità che ricevo in questo momento da una sconosciuta famiglia lucana dimostra che il cuore non conosce confini, io per loro sono un perfetto estraneo eppure mi accolgono come uno di casa, senza chiedere nulla, non si pongono domande né ostentano diffidenza, si offrono in tutta la loro spontaneità. Deve essere stato il mio gesto nei confronti della ragazza, facendole toccare la macchina e portandola a fare un giro. Non lo so e poco m’importa, quello che conta è che sono in casa di persone gentili. Dalla porta aperta posso vedere a vista d’occhio un panorama di terre, in parte coltivate, in parte brulle, quasi deserte. La desertificazione della Basilicata è uno dei temi che dovrei affrontare nel mio servizio, ma al momento non ci penso, mi godo il contatto con queste persone che con la loro schietta amicizia mi stanno ospitando. Mi stanno offrendo, la loro casa, il loro cibo, tutta la loro umanità. Durante il pasto, complice il vino, crollano le difese, racconto di me e del perché mi trovo da quelle parti, loro accennano alla vita che conducono senza fare drammi, non si lamentano. Sanno bene che lamentarsi non serve a nulla, si limitano a condurre una vita semplice, sono coscienti che altrove si vive meglio di dove stanno loro, ma quella è la loro terra, ci sono nati, cresciuti e sperano di morire fra quelle pietre antiche. Nel chiacchiericcio sereno che si è instaurato, mi danno informazioni utili al mio lavoro. Li osservo e negli sguardi spuntano, fra una risata e l’altra, fra una ruga e un capello bianco, tracce di felicità. Rimangono i calli alle mani e la pelle bruciata dal sole, ma è il prezzo da pagare, la ragazza la immagino, fra pochi anni, già sposata, la sua infanzia e la giovinezza racchiuse in una sola esperienza, quella legata al lavoro, alla sopravvivenza in questa terra del sud che ha splendidi tesori, che conserva gelosamente gli antichi valori che danno un significato alla vita.
Primavera di mare
a Dargys con amore
Una gelida mattina di primavera, tra lecci bagnati e sentori di mimose, cipressi odorosi e palme - mediterranee, ché mica siamo ai tropici -, pini marittimi come tende d'un sipario spalancato sul colle dei Diaccioni, dove cinque torri color mattone squarciano un panorama di vigneti. Assorto nei pensieri, tra case e centri commerciali, mentre bambini corrono a scuola sognando fughe lungo i viali alberati d'un'estate di mare, mentre un volo di gabbiano feconda l'aria del mattino, evitando tamerici salmastre, sfidando la brezza di scirocco che cederà il passo a un caldo sole. Primavera sul lungomare e tra gli sterpi, primavera tra i rovi e nel vallone - dove putride acque stagnanti son riparo di rospi e raganelle -, primavera tra strade in attesa di carezze estive, primavera nei cuori di chi sogna un futuro d'acciaio come il passato. Primavera tra malanni di stagione e piccole follie di fanciulle in fiore. Primavera di mare, tra una barca che prende il largo e il primo sole, timido e tiepido, come il mio cuore che attende una brezza di grecale per lasciarsi andare. Primavera di ricordi, come sempre, primavera di piccole cose, primavera che se non ci fossero i tuoi occhi non sarebbe tale, primavere di sogni e ritorni e vecchi film e sensazioni perdute in un gelato, in un dolce, in un sorriso. Primavera di baci dispersi nel pulviscolo solare, primavera di emozioni antiche, mentre stringo la tua mano e penso di poter volare. Primavera di noi due ancora insieme, come un tempo, nonostante tutto, nonostante la vita, gli anni, il tempo che cambia persone e sentimenti. I tuoi occhi sorridenti son la mia primavera, sapere che non li ho perduti, che non cambiano, quando mi guardi, quando ti guardo, quando ci abbracciamo.
Il sogno di Kaddour

Su un piccolo promontorio che si protende nello stretto di Gibilterra, all’estremo nord del continente africano, c’è un lussuoso ristorante, il Dakhla. Una costruzione compatta, dipinta di bianco e azzurro con una torre circolare composta di finestre in vetro oscurato, un luogo molto spettacolare, con un particolare fascino. Dai suoi terrazzi è ben visibile la costa continentale, due continenti divisi solo da quello stretto braccio di mare che, da sempre, ha significato la fine del mondo conosciuto per i popoli del Mediterraneo. Due mondi diametralmente opposti: da una parte l’Europa con la sua storia, la cultura e il potere. Un insieme di nazioni spesso in guerra fra loro, ma unite nella ricerca di nuovi territori da conquistare e sfruttare, dall’altra le prime propaggini di un continente rimasto a lungo inesplorato, selvaggio e dal territorio ostile, facile preda dei conquistatori dell’altra sponda. Un mondo dove era difficile vivere e dove il giovane Kaddour era nato, circa venti anni prima. Adesso lavorava come sguattero nelle cucine del grande albergo ristorante. La sua esistenza era segnata da orari impossibili e da un duro lavoro che gli impediva di godere delle bellezze, tipiche della sua terra. Entrava nelle cucine alle prime ore del mattino per ripulire ciò che restava della prima colazione degli ospiti e usciva quando già la notte aveva acceso le sue eterne luci nel cielo. Kaddour era stanco di quella vita, sognava ben altro. Dalle storie che gli raccontavano, dalle immagini che vedeva in televisione si stava formando nella sua testa un sogno che diventava ogni giorno sempre più assillante, ossessivo e impellente. Voleva farla finita con quella vita fatta di piatti sporchi e d'avanzi. Voleva godere di maggiore libertà, ricevere carezze di ragazze giovani come lui. Perché? Si chiedeva! Non poter avere un’esistenza pari ai ragazzi dell’altra sponda! A chi gli rispondeva di trovarsi un altro lavoro, lui obiettava che non era facile trovarne altri soddisfacenti. Le uniche possibilità erano mettersi al servizio degli allevatori di cammelli o andare fra coloro che coltivavano le palme da dattero, una delle prime risorse del paese. Le modeste condizioni della famiglia non gli avevano permesso di continuare gli studi, ma non era il lavoro il suo problema più grande, lui sognava l’Europa e quello che rappresentava. Vedeva intorno a sé un mondo diverso, cose che nel suo paese erano vietate, spesso sconosciute e molte volte desiderate. Il Marocco, per quanto evoluto e teso verso il progresso, restava fedele alle tradizioni, alla religione. Secoli di storia avevano creato un ambiente dove era complicato muoversi senza incorrere nei molteplici divieti che la religione imponeva. Kaddour era fermamente deciso a partire verso quella costa che si vedeva all’orizzonte, stava cercando di risparmiare i soldi necessari per ottenere un passaggio su uno di quei barconi che facevano la spola verso la terra dei sogni.
La madre aveva capito le intenzioni del ragazzo e cercava, in tutti i modi, di dissuaderlo dal compiere un gesto irrazionale.
- Ti rendi conto - gli diceva – di cosa vuoi fare, non c’è motivo che tu vada laggiù, sarai un estraneo, non parli la loro lingua, sarai emarginato e non ti faranno certo lavorare, starai peggio di qua. Posso capire che il lavoro che fai non ti piace, possiamo trovarne altro, sei a casa, nella tua terra, non c’è niente che ti minacci. Quelli che vedi andare via, scappano da qualcosa di veramente terribile, dalle guerre, dalla fame, per fortuna qui non c’è niente di tutto questo, hai una vita serena e tranquilla.
- Troppo tranquilla, madre, io sono giovane e vorrei avere una vita che valga la pena vivere, se ci sarà da soffrire sono pronto, il lavoro non potrà essere più duro di quello che faccio adesso. Io voglio essere libero di poter fare quello che desidero, tu li vedi in televisione i giovani dall’altra parte, vanno a scuola, studiano, vivono in case moderne, si riuniscono fra loro, si divertono, frequentano le ragazze e, soprattutto, gli anziani non intervengono sui loro comportamenti, non sono legati alla religione come noi.
- Cosa dici figlio, non riconosci il nostro credo! Tu sei musulmano e la tua religione è questa, loro sono degli infedeli, non prendono sul serio niente, nemmeno il loro Dio.
- Lo so madre, la nostra religione però è troppo rigida, è ferma a secoli fa, non si è mossa di un passo verso l’era moderna. Riesce difficile, quando il lavoro non te lo permette, mettersi a pregare alle ore stabilite e nel modo tradizionale. Gli imam perché non possono apportare un minimo di cambiamento, quel tanto che basta per adeguarsi ai tempi, non siamo più nel periodo che c’era solo il deserto con i cammelli e le palme, anche da noi la modernità è arrivata, e noi ci portiamo dietro ancora il tappetino per la preghiera, se preghiamo in piedi non è lo stesso?
- Figlio! Non bestemmiare in mia presenza, come osi parlare in questa maniera, se tuo padre lo viene a sapere è capace anche di ucciderti lo sai vero? Non ti è permesso parlare così.
- Vedi! Cosa ti dicevo, “non ti è permesso” è per questo che voglio andar via, non posso restare a vivere in un mondo che non condivido, che è lontano da me e dalle mie aspettative. Aiutami a raccogliere i soldi necessari, appena possibile partirò.
La madre tacque, non disse altro, capì che il figlio era ormai perso. Se era convinto e con quelle idee era meglio che partiva. Il padre non avrebbe accettato una sola parola di quanto aveva detto, era capace davvero di ucciderlo, non si poteva mettere in discussione la religione.
Aiutato dai risparmi della madre e dalla sua complicità, due settimane dopo il giovane Kaddour era su una spiaggia libica, aspettando il barcone che doveva prendere il largo verso il continente, con lui c’erano centinaia di altre persone che, nel buio della notte, attendevano trepidanti il momento del distacco dalla propria terra.
Erano tre giorni che erano in navigazione nel Mediterraneo, erano diretti verso le coste italiane. La barca era sovraccarica, molti soffrivano il mal di mare. La puzza stava diventando insopportabile, vomito ed escrementi riempivano lo scafo. Il quarto giorno qualcuno gridò di aver visto, all’orizzonte, una macchia scura, la terra era vicina! L’eccitazione fece risollevare gli animi dei profughi. Kaddour stava abbastanza bene, era giovane e il mare non gli dava fastidio. L’avvistamento gli aveva tirato su il morale, fra non molto avrebbe messo piede sul quel mondo tanto desiderato. D’improvviso, però, all’orizzonte si profilò la sagoma di un'imbarcazione militare, stavano per essere intercettati e questo, pensò, avrebbe facilitato le cose. Le donne e i bambini presenti sarebbero saliti a bordo della nave lasciando gli altri più liberi. Non appena la nave militare accostò il barcone, tutti si riversarono su quel lato, per chiedere acqua e per salire a bordo. Fu l’onda di ritorno della scia che fece urtare i due natanti. La barca con i profughi ondeggiò, s’inclinò in modo impressionante, coloro che erano rivolti verso la nave caddero in mare trascinando gli altri nella caduta. Una volta in acqua, nel tentativo di risalire fecero capovolgere del tutto il natante, che si ribaltò cadendo su di loro, sommergendoli e impedendo una qualsiasi risalita. I marinai riuscirono a tirar su qualche decina di persone, ma tutti gli altri ormai erano stati inghiottiti dalle acque del Mediterraneo. Kaddour, mentre il suo corpo svaniva nel buio degli abissi, lanciò un ultimo sguardo verso l’alto con la mano tesa verso il suo sogno, confuso nella luce tremolante della superficie che diventava sempre più debole, sempre più lontana.
Il figlio che verrà

Ciao piccolo mio
siamo tornati adesso dall’ospedale dove ci hanno detto che il sesso del nascituro è maschile. Tu non puoi saperlo che padre avrai e neanche che madre, mentre noi già sappiamo molto di te come figlio.
Sappiamo come si chiamerà, che al momento gode ottima salute e che, da come si muove, sembra voler uscire al più presto dal suo rifugio. Io non sarei tanto ansioso di venir fuori in questo mondo, anche se la nostra attesa è spasmodica, non mi sembra un buon momento per tentare l’avventura della vita con quello che ci circonda. Nei miei sogni, quando pensavo a te, immaginavo di farti trovare un ambiente sano, ben curato, con la natura rispettata, mi vedevo già con te al mio fianco a correre nei prati, andare in bicicletta nei viali di parchi e sentieri di montagna. Non so se sarà ancora possibile realizzare questo sogno. Insieme alla mamma cercheremo di costruire il tuo futuro, seguendo i tuoi passi da lontano senza farci vedere, ma pronti a intervenire nei momenti di bisogno.
Voglio fare di te una persona libera, senza preconcetti, senza false ideologie o indottrinamenti, ma mi rendo conto che la libertà, quella vera, non esiste, è solo una parola, un sogno che ogni essere umano si porta dietro illudendosi di poter dire io sono un uomo libero!
È ancora la vecchia utopia che non muore mai, resiste agli attacchi del tempo ed è sempre lì a impossessarsi di tutti quelli che ancora ci credono, come ci credeva mio padre, giovane che ha vissuto il sessantotto con la ferma convinzione di essere capace insieme ad altri giovani speranzosi, di poter urlare al mondo: noi ce la faremo! Illusioni, caro figlio mio! Non voglio scoraggiarti, ma è bene che la verità ti sia detta subito, senza aspettare falsi profeti, altri movimenti che scaricano parole come fosse sale per sciogliere la neve per le strade. Nessun uomo può definirsi veramente libero, chi afferma il contrario, sa di mentire, anche se fa di tutto per indurti a credere l'opposto. Come si può essere liberi se ancor prima di nascere ti ritrovi debiti, obblighi, un percorso di vita già tracciato da leggi, convenzioni, una serie infinita di legami e di subdoli messaggi che influenzeranno le tue scelte. La libertà che si vuole spacciare come elemento essenziale di vita democratica è solo una facciata per nascondere interessi di parte, sete di potere e il puro, semplice egoismo dell’essere umano. La mia generazione è stata fortunata. Ha vissuto anni senza particolari difficoltà, senza guerre. Credo che la tua invece sarà quella, invece, che assisterà al declino di questa civiltà dei consumi che tanti danni ha portato all’uomo. Io non ci sarò, quando accadrà, spero solo che tu possa assistere al cambiamento, con la coscienza giusta, cercando di percorrere la tua strada senza condizionamenti.
Per prepararti a quel giorno, cercherò di aiutarti a essere un uomo libero di decidere della sua vita, non ti dirò nulla, lascerò che tu percorra la strada con le tue gambe e ti aiuterò solo a sollevarti per farti proseguire il cammino, verso la meta che avrai scelto. L’unica concessione che farò sarà quella di insegnarti il rispetto, prima di te stesso e poi di tutti, non si può convivere in una società multi etnica come la nostra se non c’è il rispetto reciproco.
Non dovrai preoccuparti di me, di quello che il mondo dirà sul mio conto, che non ti ho dato insegnamenti da seguire, che non ho fatto le scelte che tutti si aspettavano, diranno che sono un fallito e forse anche un vigliacco per non aver affrontato i problemi che affliggono l’umanità, non ho dato il mio contributo per evitare il cambiamento.
Non sta a me dire se è giusto o sbagliato, posso solo dire che già aver fatto in modo che tu nascessi è un atto di grande coraggio. La parola "figlio" comporta una grande responsabilità ed io cercherò di essere all’altezza. Tutti si affannano a insegnare ai figli le tradizioni, i costumi, il credo religioso al quale non si deve mai venire meno. È stato sempre così, ed è ancora così, è una buona cosa, ma era una scelta valida quando ancora il mondo era composto da piccoli villaggi lontani e senza comunicazione fra loro, bisognava preservare i valori della famiglia e della patria. Oggi il mondo è un unico grande villaggio, ma le spore di quelle antiche usanze fanno ancora danni notevoli.
Caro figlio, io mi limiterò a comportarmi come quando hai un ospite a pranzo, farò trovare la tavola imbandita con tutte le migliori pietanze e lasciare che lui prenda quello che gli piace, non posso certo suggerirgli o obbligarlo a scegliere quello che piace a me. Io sarò la tua tavola apparecchiata, sarò colui che metterà esposto il cibo, tu sceglierai il tuo menù. Nel momento in cui i nostri sguardi s’incontreranno per la prima volta, sarà quello il momento del mio giuramento nei tuoi confronti, sarò dietro di te a ogni tuo passo, lungo la strada vedrai una sola ombra, la tua e la mia fuse insieme. Sarò il pane per la tua fame, sarò l’acqua per la tua sete, sarò il rifugio, dove trovare ristoro e conforto e, se ti servirà, il tuo amico immaginario con cui confidarti.
Ora riposa, piccolo mio, dormi tranquillo nel tuo caldo nido, mi troverai qua, quando urlerai al mondo la tua venuta. Troverai questa lettera conservata per te, per quando avrai l’età giusta e, forse, io non sarò più con te per aiutarti.
Tutta la notte

Tutta la notte arse il fuoco, nella penombra della stanza, eravamo soli io e te in quel rifugio circondato dalla neve. Fuori l’inverno tesseva alle finestre dialoghi di vento e neve, mentre dormivi al riparo della mia ombra. Ci trovavamo in quel posto isolato perché tu avevi chiesto che la prima volta doveva accadere nel silenzio e nella solitudine, niente, e nessuno, doveva spezzare l’incantesimo di quel momento così importante per te. Volevi un'intimità diversa dai nostri soliti incontri, qualcosa da ricordare nel tempo, mi hai negato il tuo corpo così a lungo che quasi disperavo di riuscire a far breccia nel tuo cuore, nonostante le tue continue dimostrazioni d’amore. Ad ogni mio tentativo, rinnovavi in me un desiderio che non poteva essere soddisfatto, mi guardavi con uno sguardo provocatorio e sorridevi, l’unica concessione erano le tue labbra che mi offrivi in punta di piedi, morbide e piene di fuoco, bruciavano. Ardeva il fuoco nel camino e tu eri nuda sotto la coperta di seta in cui ti eri avvolta. I bagliori delle fiamme t’illuminavano il viso disteso nel torpore che si era impossessato di te. Le mie mani impazienti di marinaio si avventurarono nello sconfinato mare dei capelli, percorsero i boschi delle tue ciglia e accarezzarono le palpebre chiuse, per scendere poi al viso levigato, delicato come il velluto di una pesca matura, le labbra socchiuse, il tuo respiro sapeva di viole. Precipitò la mano lungo la linea sottile del collo che confluiva verso lo spazio del petto e già le dolci colline d’avorio erano lì, piccole, turgide, due coppe da champagne con due ciliegine rosa, un cocktail da sorseggiare lentamente. Indugiai un attimo e sentii sotto le dita il fremito che ti percorse, quando sfiorai le vette per oltrepassare le alture e scender verso la valle. Andai avanti ad esplorare il tuo corpo perdendomi nella sua immensità, quando giunsi alla tua isola mi sentivo come un naufrago, solo, disperso e assetato d’amore. Arse il fuoco, tutta la notte, tutto il tempo dei nostri baci, delle nostre dita intrecciate come una fitta rete di pescatori per catturare ogni attimo di quella felicità a lungo desiderata, per imprigionare dentro di noi il fuoco che bruciava i nostri corpi, il tempo e la luna che faceva da testimone in quel momento. In quella stanza al riparo dall’inverno, dal vento che fischiava alle finestre portandoci suoni di campane.
Il collezionista

Pochi giorni fa sono stato invitato da alcuni amici ad un “vernissage”. La prima mostra di un amico comune, pittore esordiente e, anche se malvolentieri, sono andato. Ho trovato un clima da grande occasione, gente elegante oltre i miei gusti, molte signore dall’aria annoiata e saccente. Sono stato presentato a diverse persone e, come c’era da aspettarsi, la domanda è arrivata, precisa, da parte di una signora ingioiellata e truccata da vamp. “Di cosa si occupa lei, per vivere?” domanda di una banalità scoraggiante. Stavo per rispondere in modo istintivo, poi pensandoci mi sono detto - divertiamoci un po’ –
- Sono un collezionista!
Mai parola fu più stupefacente. Guardare le facce degli astanti fu un vero spettacolo, le donne, dandomi un'occhiata scrutatrice si resero conto subito che non potevo essere un magnate maniaco disposto a tutto pur di assicurarsi l’ultimo Rembrandt. Sorseggiando champagne dal loro flute, voltarono le spalle fluttuando verso altre prede, gli uomini espressero il loro quasi disgusto per una affermazione del genere, non ricopriva interesse per loro, abituati a discutere di affari e politica. La signora che mi aveva posto la domanda mi guardò con un misto d'incredulità e, dovendo pur rispondere avendo lei posta la domanda, non trovò niente di meglio che chiedere.
- Capisco, e cosa colleziona?
Stavo per risponderle “le sorpresine Kinder”, ma non mi sembrò in linea con l’ambiente in cui mi trovavo, non perché temessi di sfigurare, ma per evitare nuove i inutili manifestazioni di snobismo risposi:
- Mia cara signora, io raccolgo “avatar”
Questa volta lo stupore fu autentico, rimase con il bicchiere a mezz’aria non sapendo cosa dire, né cosa fare. Di tutto si aspettava meno che di una risposta di questo genere.
- Avatar? Mi scusi, ma gli avatar non sono quelle piccole icone che si usano nei computer per identificarsi nei blog?
- Certo, signora - continuai imperterrito - vedo che lei conosce bene il mondo della rete, ma come lei certamente saprà la parola è di origine indiana. In India vige una religione politeista, vale a dire, con più Dei. Quando uno di questi Dei decide di mostrarsi agli umani, deve scegliere un corpo per assumere un aspetto umano, bene! In quel caso quella rappresentazione visiva tridimensionale è chiamata avatar. Un po’ come le nostre statue dei santi, solo che, da noi, sono solo statue, da loro gli avatar sono persone vere e proprie.
La signora mi guardava stranita, potevo quasi sentire il lavorio del suo cervello, <questo deve essere tutto matto>
- Capisco - fece lei - ma non vedo come lei possa collezionare questi avatar
- Ha ragione, non posso collezionare quelli, come giustamente ha detto lei prima, anche le piccole icone sono state chiamate con lo stesso nome, posso confermare che esistono anche altri esempi, però modestamente, io colleziono altro.
- Volevo ben dire!
Sorrise lei certa di avermi colto in fallo, di rimando io continuai nella mia spiegazione.
- Ha presente i bambini, ebbene, nel loro immaginario collettivo, cara signora, i bambini hanno la tendenza a personalizzare la loro fantasia, identificano tutta una serie di personaggi immaginari, invisibili amici compagni di giochi, sotto forma di bambole, peluche e una miriade di pupazzi di ogni tipo. Complici i cartoni animati, la televisione, il cinema, le industrie che sommergono d'offerte il mondo delle illusioni infantili.
- Bene! Questi oggetti possono, a buon diritto, essere considerati degli avatar, rappresentano la realizzazione materiale dei sogni infantili, io sono un collezionista di questi avatar.
- Non vorrà dirmi, - esclamò la donna sbigottita, - che lei colleziona bambole e pupazzi?
- Non proprio, mi limito a quelli più piccoli, ha presente i pupazzetti tridimensionali che escono sotto forma di sorprese?
- Quelle degli ovetti?
La signora non capiva ancora se la stavo prendendo in giro o facevo sul serio, mi guardava con una certa ansia nella voce, quasi allarmata, lei la moglie del prefetto locale, stava perdendo tempo con un tizio fuori di testa che si occupava di pupazzetti dei bambini. Fui ben lieto di toglierla dall’impaccio annuendo vigorosamente alla sua domanda.
- Esatto, mia cara signora! Proprio loro, io colleziono sorpresine di ogni tipo, ma, se permette, ora dovrei proprio andare, ho perso già abbastanza tempo in questo posto, non c’è niente di interessante, l’artista è un amico, ma deve farsi ancora le ossa, mi piacerebbe discutere con lei di arte moderna, ma i miei “avatar” reclamano la mia presenza.
La lasciai lì, impalata, con il suo flute di champagne in mano; era rimasta basita! Quando mi capita, cerco sempre di far scendere dai loro piedistalli artificiali quel genere di persone che hanno la pretesa di aver diritto a emanare giudizi in lungo e in largo. Da dove derivi quest'arroganza non è dato sapere.
L'etichetta

L’inaugurazione era filata liscia. Molti consensi. Educati battimani all’entrata dell’artista. La giusta quota di selfie scattati vicino alle opere d’arte.
Si potevano già quasi tirare le somme, visto che la galleria era lì lì per chiudere. Era talmente tardi che l’autore delle opere esposte aveva già lasciato la mostra sotto braccio al curatore, diretti a passo spedito verso chissà quale party nel quale, a quell’ora – si bisbigliavano l’un l’altro per spronarsi a vicenda – addirittura già nevicava, nonostante si fosse nel mese di giugno!
Eppure un certo capannello di ritardatari ancora si soffermava intorno all’opera principale dell’intera esposizione. D’altronde erano tutti lì soprattutto per quella (oltre che per l’annunciato buffet, che godeva ogni volta di un innegabile richiamo), specie dopo avere ascoltato la splendida recensione che, dietro adeguato compenso, ne aveva fatto il più grande critico d’arte della nazione (almeno per quanto ne sapevano loro, che non ne conoscevano altri): «Con l’opera intitolata Mondo De Barecedo stavolta ha veramente superato se stesso: nella sua semplicità essa raccoglie tutto un nugolo di interpretazioni pressoché infinito» aveva infatti scritto sul catalogo e intonato per televisione Littorio Barbie, ripetendolo, se non proprio con convinzione perlomeno con un’invidiabile faccia da poker, quello stesso pomeriggio, all’apertura della mostra. Appena in tempo: un attimo prima cioè dell’ennesimo attacco ischemico che lo aveva poi costretto a fare un breve salto al più vicino ambulatorio, prima di recarsi all’altrettanto pregevole (nonché remunerativa) mostra d’artista, tenuta a una trentina di chilometri da lì.
Quello che osservavano aveva tutta l’apparenza di un carrello per le pulizie, con tanto di secchi mezzi pieni di acqua e detersivo e un paio di Mocio Vileda a pendere dalle parti. A proteggerlo un parallelepipedo in plexiglas, sul quale, più o meno a metà, spostata verso destra, c’era appiccicata un’etichetta gommosa con le lettere a rilievo che recitava: “L.De Barecedo, Mondo, 2017”.
I cultori neofiti lì intorno erano ammirati: «Che bel ready-made!» si sbilanciò il trentenne coi baffi che masticava un po’ di inglese.
«L’opera ci riporta al significato originale di mundum, ossia: pulito.» spiegava il signore di mezz’età che ancora rammentava un po’ di latino.
«Per certi versi ricorda il miglior Spoerri» commentava la madamina che si era fatta tenere le dispense d’arte dall’edicolante di fiducia.
Intanto, a breve distanza, la Gina, non vista, li osservava con fastidio, dall’alto in basso, più che per una superiorità morale grazie alla posizione conferitagli dal largo piedistallo su cui poggiava i piedi piatti, mentre finiva di lucidare, con abbondante olio di gomito, la superficie di un vasto boccione a chiusura ermetica contenente una mezza dozzina di pesci morti galleggianti in un paio di litri di acqua putrida.
«Ma quando se ne vanno questi? Che se qua non si sbrigano a chiudere la baracca mi perdo il 12 barrato e devo aspettare quello appresso...» non faceva che borbottare tra sé.
Scalpitava attendendo solo più che quella calca di tiratardi si allontanasse dai suoi attrezzi da lavoro, su cui aveva momentaneamente appoggiato la teca in plexiglas, per poi rimetterla sopra l’opera di De Barecedo che andava testé tirando a lucido.
Il "Salvini"

Era il più cazzone di tutti.
Dentro la ghenga era quello che valeva poco meno di un cazzo di niente.
Per quanto si vantasse che la sua scuola era sempre stata il marciapiede si capiva a colpo d’occhio che era una mammoletta. E per quanto lui ci si incistasse a dare un’impressione tutta diversa, acchittandosi e atteggiandosi da splendido, questo non faceva che caricarlo ancor più di un’aria ridicola, tipica di quello che vuole ma non può. Non ce n’era uno, tra di noi, che sarebbe mai ricorso a lui, se avesse avuto bisogno di una mano per sbrigare uno dei nostri soliti affarucci, perché da una lenza come quella non ti potevi aspettare altro che ti mollasse quattro a zero proprio sul più bello, quando magari tu stavi lì lì per chiudere la rapa e si sentivano le sirene della madama in avvicinamento o quando svaligiavi la cassa automatica e usciva fuori la guardia col ferro in mano, se ti aspettavi che quello lì ti venisse in aiuto stavi fresco. Per quello non lo facevamo mai partecipare, per quanto ce lo supplicasse tutti i giorni, facendo il ganassa coi resoconti dei suoi colpi fantomatici che ci propinava giusto per darci a bere che pure lui l’è un bel filone.
Si vedeva che ci pativa che noi avevamo sempre da contarne una, sul portavalori buttato giù con un uppercut dato bene o sulla fuga dai ghisa in sella al cinquantino sfiatato e lui ciccia.
Allora un bel giorno, tanto per far vedere di che stoffa era fatto, attaccò a far la teppa lui pure.
Solo che, messo com’era, per vincerla facile lui se la prendeva coi poveracci che trovava in giro, giusto per darsi un tono.
Per fare un esempio, se vedeva dei barboni a dormire tra i cartoni in un freddo siberiano, lui passava di lì e ci tirava le molotov: «Almeno vi scaldate!» gli sghignazzava dietro prima di sgommare via.
Quando vedeva un immigrato non perdeva occasione per prenderlo a sprangate o tirargli pietre e sampietrini, gridandogli: «Tornatene in Africa, brutta scimmia!» Questo però solo con quelli piccinini. Se per caso incontrava per strada un cristone nigeriano largo e lungo come un armadio era difficile che gli venisse voglia di offenderlo. Il più delle volte allora abbassava lo sguardo e tirava dritto.
E se trovava una zingarella pidocchiosa lì a stendere la mano per alzare un paio di euro di elemosina davanti a una chiesa gli veniva automatico ficcare un calcione al piattino delle offerte che lo mandava in orbita col pianto dirotto della poverella come sottofondo, subito prima di raccogliere le monetine, ficcarsele in tasca e sparire con un dito medio alzato esibito in faccia alla giovane rom.
Non che tutto questo migliorasse di una virgola il nostro giudizio su di lui, anzi, non facevamo che ignorarlo ancora peggio di prima: fare il forte con i più deboli lo rendeva ai nostri occhi come il nulla mischiato al niente.
Eppure lui andava avanti così. Se non se la prendeva con qualche tapino stava mica bene.
Ora spero si sarà capito perché nel giro quando parlavamo di lui lo chiamavamo… il “Salvini”.
Racconto di Natale: parte quarta

Sembrava una puntata di quel vecchio telefilm con quel tale vestito di bianco che gestiva un'isola dei desideri, sempre affiancato da un orrendo nanerottolo. Il desiderio espresso da Pasqualo pareva quello di mettersi nei panni del capo-famiglia, giusto per la sera del Santo Genetliaco di Cristo. Per quell'ora aveva ormai assolto a ogni onere. Per chiudere in bellezza la curiosa esperienza gli mancava però un elemento appena.
Infatti, dopo aver scalciato in un angolo Ciruzzo e essersi ricomposto nella giacca, nella camiciola linda e pinta, nell'aplomb irreprensibile di sempre, approcciò il padrone di casa con occhio malandrino: «Di', caro, mò sèmo amici, nòne? Mò sèmo mèjo che fratelli, onnò? Se sèmo spartiti 'n po' de tutto, come dù bboni compari che se vònno bene,» lo circuiva. Natale ciondolava il testone più per esaurimento nevrastenico che per assentire... «Ehmbè Natale mio, come co' tutti l'amici più veri è giunta l'ora che me sbottono...»
«Com'avìte fatto con la signora mia?» si affrettò a chiedere l'altro, con una sincera preoccupazione dipinta sul volto.
«Mannò, ma che hai capito... Vie' qua che te spiego mèjo... Ah coso, senti un po', me servirebbe un po' de liquidi...»
«Tenìte sete?»
«Macché sete... De conquìbbus, ah scemo!... Me sérveno le svanziche… como dite vosotros? Li dindi,... ri sordi, 'nzomma... Vedi, caro, sto un po' a secco. Come hai potuto constatare, stasera sò sortito un po' de prescia e nun ho fatto an tempo a svuotà à cassaforte... A casa mò nun ce posso annà, daa banca nun ce posso passà ché l'amici mia me cerchéno... Vabbeh, per farla concisa, che moo potresti concedere un prestitino? Tanto per levare le tende quer paio de ggiorni, se me sò spiegato...»
A Natale De Dominiccis si fece il volto del peccato mortale. Quella richiesta dovette risuonare alle sue orecchie né più né meno come al dannato l'assegnazione di bolgia del Minosse dantesco. Guardò il capo da sotto a sopra, con due occhioni che avrebbero toccato la sensibilità di chiunque. Tranne quella di Pasqualo, che anzi lo sollecitava: «Facciamo una cosa di giorno, ah Natalì...»
Natale scomparve per il tot tempo necessario a rimestare in chissà quale doppiofondo. Infine riapparve dallo sgabuzzino col libretto di risparmio del primogenito, intonso e ben tenuto come la reliquia del meglio messia.
«È ò libretto al portatore 'e Gaetano mio. L'àmmo mettùto inzieme co' tanti sacrifici...»
E Pasqualo Del Grosso, che non difettava di umanità, dopo averglielo furtivamente sfilato di mano con un esempio di prestidigitazione davvero rimarchevole, se lo strinse al cuore, mormorando commosso: «Lo apprezzo moltissimo!» Dopo di che si sbatté la porta d'uscita alle spalle, salutando tutti quanti con un generico: «Se vedèmooooo!»
Siccome, come ogni novella natalizia che si rispetti, non di meno la nostra può rinunciare al più feerico happy end, il paziente lettore, che abbia avuto la bontà di seguirci sin qua, sappia che appena dopo l'epifania, proprio il giorno dello sfratto esecutivo, mentre già si trovava sbattuta sul marciapiede, tra due valige di cartone e la carogna del cane, che non aveva retto a quell'ulteriore infamità, la famiglia De Dominiccis-Squanquaronzio si vide recapitare una festosa cartolina espressamente giunta dalle isole Cayman.
Ne lessero il retro, incuriositi:
«Ciao cari, grazie alla vostra esigua ma tempestiva elargizione sono infine riuscito a prendere il primo volo che mi ricongiungesse alle mie proprietà off-shore. Qua sono irrintracciabile.
Nella speranza che ve la passiate bene quanto me, un caldo abbraccio,
P. Del G.»
Natale e congiunti stavano ancora rileggendo, a dire il vero un filino amareggiati, quelle poche righe, quando si accorsero che il portalettere era rimasto inspiegabilmente lì accanto a loro, anche a consegna avvenuta. Quando gli rivolsero lo sguardo, il solerte funzionario fu lieto di puntualizzare: «La cartolina non è stata debitamente affrancata. Spiace, ma c'è da pagare la penale, signori miei...»
Racconto di Natale: parte terza

Ah, lasciare ogni fortuna alle proprie spalle con una risata! - come recitava il Grande Bardo.
Era proprio giunto il momento, per una sera almeno, di tirare un sonoro calcione alla vita superficiale che aveva condotto sino ad allora: al cenone inaugurato da un po' po' de caviale co' li tocchi grossi come òva d'oca e co' cert'ostriche ar cucchiaio che parèveno meduse appena aggallate. Al macchinone scì scì. Alla strappona sbrilluccicante da portàsse sotto l'ala alla serata danzante, pè fa bella figura co' l'amici. Un calcio ai comfort e ai lussi. Come pure alle aziende e alle grane connesse, ai reclami dei creditori, alle tasse, ai lavoratori senza paga. Proprio la sera del Santo Natale, poi, quand'è che rinasce, da dumìl'anni a 'sta parte, Nostro Zignòre, che ci insegnò appunto a rimettere piamente i nostri debiti...
Abbracciare, anche se per breve tempo, una vita frugale, miserevole, disadorna: che grande idea! Vivere per una volta mettendosi nei panni di uno dei suoi operai: se nun era spirito natalizzio quello! (eppoi, fàmo a capìsse, chi mai anderèbbe a penzà che l'ing. Del Grosso Pasqualo, sotto viggìglia, sta 'mbucato derènto er cesso de casa d'uno dei dipendenti sua?!). Così pensava, complimentandosi in imo corde con se stesso, l'ultimo dei Del Grosso - già a suo tempo insignito della laurea in ingegneria presso una delle più importanti facoltà del Burkina Faso via corrispondenza, oltreché di già divinato del titolo di Commendatore della Repubblica Italiana, e in puzza da parecchio per il Cavalierato del Lavoro – mentre si stropicciava le mani e, lappolando i festosi occhioni a bulbo, inneggiava: «Suvvia, amici cari, che si dia inizio al cenone! Il cenone!» levatosi per un attimo dalla propria sedia, pigiata nel mezzo delle altre sedie della famiglia De Dominiccis disposte intorno alla piccola tavola rettangolare, coi relativi culi De Dominiccis (o née Squanquaronzio) appoggiatici sopra.
I componenti della famiglia ospite guardavano l'ospitato con deferenza, mista a timor panico, misto a crescente insofferenza, mista a un travaso bilioso, misto a un istinto omicida vieppiù pronunciato. Nessuno che osasse prender la parola per primo e farsi portavoce del generale malanimo: «Accà ci sta 'nu cazz'e nint', dottò!» Preferivano permanere a testa bassa, assoggettandosi tacitamente all'ignota evoluzione degli eventi.
Annunziata, senza dare troppo nell'occhio, scivolò verso la madia da cui trasse scarti di cibo o deterioramenti organici relegati lì dentro alla rinfusa, ne fece un impasto alla buona, che scallò poco poco a balneum Mariæ, dopo di che lo scodellò davanti all'augusto convitato, accompagnando il gesto con un commento didascalico e risoluto: «È tutto chell' che c'è rimanuto!» E tentava frattanto di darsi un qualche contegno.
Pasqualo non accusò il colpo, ma ringraziò e si getto a capofitto sul pasticcio, spazzolandolo in tempo record sotto gli occhi ploranti e sdegnati assieme degli altri commensali. «Ah, bontà divina! Che manine c'ha, signora mia! Bella e brava! Te sì che sei 'n omo co' tutte le fortune, ah Natalì!» A quel complimento, per la verità, l'irrigidimento di Annunziata parve un pocolino squagliarsi.
Finita la scorpacciata richiese il doveroso cafferino, seguito dall'ammazzacaffè (il fondo di un nocino che tenevano da conto comm' fùss'ò sang' 'e San Gennaro).
Poi, tentando di alzare la voce quel tanto da superare il coro di brontolii sempre più ostinati che le pance vuote del gruppetto di cristiani e del canide non la finivano di emettere, Del Grosso tenne però a precisare: «Non mancherò di ricambiare la vostra ospitalità, questo è chiaro. Vi inviterò da me, amici cari. Nelle magioni avite...»
E Annunziata, con occhio sempre più languido: «E da quanto tiempo li avìte?»
«Che cosa?» si sorprese Pasqualo.
«Codesti omaccioni di cui andate parlando...»
Pasqualo Del Grosso s'era accomodato. S'era rilasciato. S'era acclimatato e aveva familiarizzato col simpatico nucleo famigliare a tal punto che, nel giro di un'oretta e mezza massimo massimo si sentiva già ormai perfettamente a casa. Per finire in bellezza s'era pappato pur'anche la manciata di fagiuoli dalla scatola della tombola, così, crudi e rinseccoliti quali erano, e ora strippava spaparanzato sul sofà buco, a pancia all'aria, grattandosi rumorosamente il siedisopra, mentre il più piccirillo dei regazzini s'era messo, nascondoni, a leccare il fondo del piatto dell'ospite, giusto per mettere qualcosina sul palato...
Via via che la confidenza si era sviluppata, il visitatore si era dapprima allentato il giro della cravatta intorno al collo, quindi si era alleggerito della giacca sancrata, poi della camicia bianca candeggina, restando in un'altrettanto immacolata canottiera Dolce & Gabbana che ne risaltava il busto tuttora prestante: Annunziata, a quella vista, si morse ferocemente il labbro inferiore. S'era anche sfilato le Churchill infangate, accompagnando l'operazione con un «Oooooh!» che doveva esprimere tutto il deliquio per l'avvenuta liberazione da quella coriacea cattività. Levatosi i calzini in fil di refe, aveva domandato un pediluvio, cui la prole De Dominiccis aveva sollecitamente provveduto ricorrendo alla puntina di bicarbonato che rimaneva in dispensa sciolta in acqua càlla. Infine, fatta sua l'ultima nazionale del pacchetto di Natale, grato per la sentita strenna, se l'appicciò, continuando a mantenere, con l'altra mano, il vino in cartone, al quale generosissimamente s'abbeverava.
«Sapete che farei mò?!» chiese retoricamente rivolto alla famiglia che lo ospitava: dalle facce davano l'impressione di non saperlo, «Me metterebbe callo callo sur bordo daa piscina de casuccia mia, con un Martini ghiacciato stretto ammàno, un sigaro Cohiba nell'artra e sto da papa!... Perché, dite, voàntri come ce l'avete la piscina? Olimpionica? O a forma de faggiòlo, magara?»
«Nun la tenìmmo...» confessò, un po' imbarazzato il pater familias.
«Come, come? Cioè, tu me vòi dì che drent'a 'sta bigoncia... o internamente alla vostra tenuta, per meglio esprimersi, sète privi de piscine? E come mai?»
«Ehm... Preferiamo la doccia...» tentò di giustificarsi ancora l'interlocutore.
Dopo quella, Pasqualo tacque per un po'. Si sgarganellava il suo Tavernello. Terminato un cartone, s'attaccava al successivo. Andò a finire che in breve tempo aveva depredata l'intera prestigiosa riserva di casa De Dominiccis-Squanquaronzio.
La sua aria serena sembrava certificare una raggiunta riappacificazione con l'intero mondo. I De Dominiccis, da parte loro, lo fissavano a bocca aperta, come si osserva una bestia rara.
Dopo un po' che snasava tutto in giro, cominciò a incuriosirsi: «Mmm... Ma dite un po', pure voi, cari, avvertite questo pungente fetore?»
E Natale: «Mmm, seee... A dire ò vero sò juòrni e juòrni che ovunque vàco sento 'sta puzza...»
Pasqualo ci meditò un po' su, dopo di che si permise una domandina: «Mm, mm... Ma... sicuro sicuro che la doccia ti piaccia?...»
Poi venne il tempo della requie postprandiale, quando - ci insegna Galeno – gli umori che sottendono ai temperamenti, come da dei vasi comunicanti, si scambiano di tra loro quantità, proporzioni e corrispondenze e, una volta che, ormai sazi, da quella doppia specie di mangiativo e bibendum cui si è attinto nella loro iniziale pienezza metafisica, si trapassa, bocconcino bocconcino, in primis al bolo, in sequela al chilo, e da lì alla peristalsi colta nei suoi rotismi strada facendo sempre più raffinatori, sofisticati e, da ultimo, suscettivi di un aeriforme saluto finale che, abbandonando il corpo per l'uscita inferiore, altro non fa che esporre al mondo, nella sua sonora allegria, la felice conclusione del processo digestivo, le cervella, or non più gravate, in quel loro monistico viluppo, dalle necessità dell'area esofageo-stomacal-intestinale, infine son libere di perdersi dietro ad altri imperativi biologici, magari un po' meno urgenti quanto all'autopreservazione dell'individuo, ma non per questo meno salubri al fine di un'ottimale tenuta psicofisica.
In parole povere, dopo quella che il Belli nomava bravamente «l'ora der cazzaccio», sta a dire: la controra, il leggero abbiocco, o cecagna, ovvero pennica (o pseudo-tale) che coglie di regola il soggetto che si sia forse troppo precedentemente abboffato, indotta dai fumi e dai fluori di un'assimilazione quantomai macchinosa, ebbene, cassato quel naturale obnubilamento e riavuta appieno la forza di volontà che altrimenti l'assisteva, nella testa di Pasqualo presero a gemmare, concrescere e vorticare onninamente e tutto d'un colpo certe stuzzicanti ideuzze che fino a un attimo prima nemmanco era in grado di fantasticare.
Il sangue, or non più ingaggiato dal sistema vegetativo, ricominciava a defluire e scorrere altrove, lungo sedi periferiche la cui capacità di arrecare soddisfazioni si annunciava non meno promettente. Fu così che la signora De Dominiccis iniziò a sentirsi oggetto delle occhiatine sempre meno dissimulate, con cui da dieci minuti a quella parte il presidente, nonché proprietario unico, della Del Grosso Bitumini & Similia aveva preso a dardeggiarla.
E perfettamente rassomigliante a come le maree s'alzino e s'abbassino sotto l'influsso del satellite e della stella a noi più prossimi, rispondendo esse pure a quella forza di gravitazione universale che pretende che due qualsiasi corpi si attraggano secondo una reciprocità proporzionata alla distanza che li separa, anche il sangue di Annunziata, come per simpatia, come per una foscoliana corrispondenza d'amorosi sensi, andava agitandosi tal quale a quello che scorreva nelle vene e nelle arterie del suo sempre più incistato osservatore. Sobbolliva anzi, comm'ò ragù che stèva tutt'a nuttàt'a fà plòp plòp 'ncopp'a fiamma, rint'ò buio ra cucina 'e màmmesa. Mancava poco che quel sangue le si trasmutasse in lava, sotto lo sguardo levantino e provocante dell'importante invitato.
«E io tra di voi se non parlo mai capisco già tutto quanto,» avrebbe ben potuto duettare De Dominiccis Natale, insieme ad Aznavour, durante quell'amaro frangente. Tanto che, constatando la fulminea intesa instauratasi tra consorte e principale, si fece un po' da parte, lui e i figli - l'espressione da cane battuto che rivaleggiava alla pari con quella presente negli occhioni umidi di Maradona IV, che scodinzolava stancamente appresso alla tavola, nella vana attesa che qualcheduno gli riempisse la ciotola – e con un filo di voce, e la morte nel cuore, fece infine a Pasqualo: «Dottò, à camera da letto nostra sta di là. Nun è à stanza 'è Napuliòne, vabbuò, ma si vulìte favorire, se ve vulìte cuccà 'nu poco, nun facìte i complimentazzioni...»
«Venite, dottò. Vaa mostro je à camera da liètto...» Approfittò immantinente di quell'assist à mugghièra, che, disvelando un tantino il non disprezzabile décolleté, e sculettando ancora meglio di Maradona IV, lo chapperonò sin là dentro, anticipandolo di qualche passo e gettandogli durante il tragitto qualche golosa guardatina da sopra la spalla scoperta. Pasqualo la seguì tacco tacco come la Santa Pasqua segue la Quaresima.
Passò un niente e dalla stanzetta attigua provennero certi cigolii, certi lamenti, certe imprecazioni dalla sospetta escalation (il cui equivalente ginnasiale risulta peraltro essere climax).
«Macché, mammà sta male?» si informava il piccolo Ciro.
«No, no. Che te vai a penzà? Sta tutt'a pòst! Ce sta mamma là dìnt' che va chiedendo un aumento di stipendio all'Ingegnèro,» lo rassicurò papà suo.
Lo scambio secretivo en privé tra il Del Grosso e Nunziatella portò via non più di cinque minuti mal contati.
Per tutto quel periodo di tempo, il concertino di molle sotto sforzo e gemiti flegreo-trasteverini a go-go fu contrappuntato, con disciplina impeccabile, dalle lamentazioni del piccolo Ciro, piantato a una spanna dalla porta che sigillava la camera da letto: «Mammà, tiengo suonno. Pozzò tràsere? Fammi entrare, ché vado a dormire dentro ò cassettone mio,» implorava Ciruzzo.
A un bel momento però la soglia gli si spalancò innanzi: gli occhi gli si empirono della trama a righine sottili della canottiera indossata da Pasqualo, zona-panza. Se ne distolse arrampicandoli pian piano su per il busto, poi il torace, il collo taurino, quindi gli occhi del Del Grosso, ficcati di rimando avverso lui, che si potevano notare percorsi in contemporanea da un'aria di goduria per la refezione fisica da poco conclusa e, per altro verso, da un certo tono di disappunto: «Allora, regazzì, l'hai finita de scassà er cazzo?» gli domandò, senza troppi preamboli.
«Dovete scusarlo, dottò: à criatùra tiene suonno,» provò a giustificarlo Natale, dal limitare del tinello.
«Ennò Natale mio, così nun va. Nun te devi intenerì. Se te fai vedè troppo bbono er marmocchio s'approfitta. Duro devi da èsse. Mò te lo imparo io com'è che se raddrìzzeno li discoli!» Neppure aveva terminato la frase che Ciro già s'era trovato adagiato a panciarotta, contro il proprio volere, sopra il ginocchio dello sconosciuto, che a sua volta s'era accomodato sullo strapuntino più alla portata a beneficio dell'operazione in fieri.
Le chiappette smagrite di Ciro sbandieravano al vento, ma ci pensò presto Pasqualo a riscaldarle con una sequela di sculacciate a pieno palmo. Ciruzzo chiagnèva, ma Pasqualo, forte dello gnomico ammaestramento che andava impartendo al giovane sottoposto, non si fece commuovere. Anzi, tanto che bersagliava quel popò dalle nuance ormai color pervinca, ribadiva al genitore legittimo: «Nun te lo scordare mai, ah Natale mio: li fìi sò come li tappeti, si nun li batti se raggrìnzeno!»
«Ma pecché, dottò, vùje quanti figli tenìte?»
«Io? Macché so scemo? Manca ancora che me metto a fà dei rompicojoni che me gìreno peccàsa...»
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)