Il Nuovo Verismo Italiano
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L’autore neoverista italiano Giulio de Nicolais d’Afflitto ha ricevuto il 21 aprile 2026, il Premio Roma Città Eterna dalla Fondazione Area Cultura, proprio il giorno del Natale della città di Roma, per il suo percorso di autore di testi teatrali e cinematografici, realizzati insieme all’instancabile regista neoverista Donatella Cotesta. Sarà presto in teatro a Valencia in Spagna e a New York con Una certa storia romana e Quello che non dicono di me – Anna Magnani, due storie che raccontano l’Italia e gli italiani. Con questi due spettacoli si suggella in Europa e nel Nuovo Mondo la nuova corrente definita “Il Nuovo Verismo Italiano”. Donatella Cotesta e Giulio de Nicolais d’Afflitto, autore e filosofo, hanno infatti codificato il Nuovo Verismo Italiano non come una semplice etichetta stilistica, ma come un approccio che mira a far sì che la verità riesca a farsi scena. Il loro lavoro si è sviluppato attorno all’idea di un superamento della finzione, proponendo un ritorno alla realtà che non sia mera imitazione ma un’indagine profonda del vissuto, capace di trasformarsi in linguaggio teatrale e artistico. In questo quadro le figure di Donatella Cotesta e di Giulio de Nicolais d’Afflitto assumono anche il ruolo di critico e teorico, impegnati a strutturare le basi concettuali di questo nuovo corso e a distinguerlo dal verismo storico ottocentesco, attraverso una dimensione più introspettiva e contemporanea.
Sebbene il Nuovo Verismo si concentri sulla verità scenica, l’interesse di Cotesta per la Massoneria si inserisce in un filone di studi dedicato alle radici del pensiero laico e illuminista in Italia. In questo contesto sono state promosse e sostenute iniziative e convegni volti a rileggere la storia italiana anche attraverso il prisma delle società iniziatiche, analizzando come tali percorsi abbiano influenzato la cultura e l’impegno civile di molti intellettuali. In questa prospettiva emerge anche un parallelo teorico tra il percorso verso la verità che caratterizza il Nuovo Verismo e il cammino iniziatico massonico: in entrambi i casi la conoscenza non è qualcosa di dato una volta per tutte, ma un traguardo che deve essere conquistato attraverso un metodo rigoroso, artistico da un lato e filosofico dall’altro.
NOTE BIOGRAFICHE: Giulio de Nicolais d’Afflitto (Roma, 1960) è un intellettuale, artista, giornalista e regista teatrale italiano, discendente della storica casata nobiliare d’Afflitto. È riconosciuto come uno dei principali teorici e promotori del Nuovo Verismo Teatrale Italiano, corrente da lui codificata insieme alla regista Donatella Cotesta, con l’obiettivo di superare la finzione scenica tradizionale attraverso un’indagine profonda della realtà e dell’esperienza vissuta.
Avviata nel 2001, la sua carriera giornalistica si affianca a un’intensa attività drammaturgica, che include opere spesso scritte in vernacolo romano, come Al solito Posto, Una certa storia romana, Ciak...il raggiro con protagonista Demetra Hampton, Fatti e Rifatti ed Effetti collaterali. Il suo lavoro si distingue per una forte tensione etica e per la ricerca di autenticità espressiva. Nel 2026 è stato insignito del Premio Roma Città Eterna per il suo impegno come autore e filosofo neoverista.
La sua visione filosofica unisce l’eredità storica familiare a una ricerca spirituale e laica: per de Nicolais d’Afflitto la verità artistica non costituisce un punto di partenza, ma una meta da conquistare attraverso un percorso rigoroso, assimilabile a un processo filosofico o iniziatico.
Lexikon dell'Arte Italiana Contemporanea
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Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea
Guido Miano Editore, Milano 2026
In questo volume gli artisti trattati sono: Margherita Casadei, Tommaso Cevese, Roberta Fava, Michele Frenna, Giancarlo Gioachino Giandinoto, Giuseppe Guidolin, Sebastiano Iervolino, Paola Marchi, Franca Maschio, Lidia Mongiusti, Filippo Pirro, Fabio Recchia, Marco Righi, Mary Tessarolo, Paola Zannoni.
Quando nel 1977 mio padre, Guido Miano, pubblicò il primo Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea, l’intento era chiaro e ambizioso: offrire un repertorio critico capace di documentare, con rigore e apertura, la complessità delle ricerche artistiche in corso nel nostro Paese. Quel volume, oggi considerato un tassello fondamentale nella storia editoriale dell’arte italiana, raccoglieva le opere e i profili di artisti che avrebbero segnato in modo significativo il panorama nazionale e internazionale. Tra essi figuravano pittori e scultori quali Enos Malagutti, Cristoforo De Amicis, Giacomo Manzù, Ibrahim Kodra, Giovanni Conservo, Alessandro Nastasio, Alfredo Mazzotta: personalità che, pur diverse per linguaggio e formazione, contribuivano a delineare un quadro ricco, dinamico e profondamente radicato nella cultura visiva del secondo Novecento.
Riprendere oggi quel progetto significa riaffermare una continuità editoriale che non è semplice riproposizione, ma rinnovamento consapevole. Il Lexikon dell’Arte Italiana torna infatti come strumento di consultazione e come testimonianza viva, capace di accogliere le trasformazioni del presente senza perdere il legame con la propria storia. In questo senso, la presenza in questo primo volume del 2026 di Franca Maschio - già inclusa, giovanissima, nell’edizione del 1977 - assume un valore emblematico: una sorta di continuità meta-temporale che unisce generazioni, linguaggi e sensibilità, e che testimonia la capacità dell’arte di attraversare le epoche mantenendo intatta la propria forza espressiva. Nella tradizione culturale italiana, i repertori d’arte hanno svolto un ruolo decisivo. Dai dizionari biografici rinascimentali alle grandi enciclopedie del Novecento, essi hanno rappresentato strumenti di conoscenza, di legittimazione e di trasmissione. Hanno permesso di fissare nel tempo la memoria delle opere e dei loro autori, di offrire agli studiosi un quadro organico delle ricerche in atto, di costruire un ponte tra la produzione artistica e il pubblico.
Il Lexikon dell’Arte Italiana si inserisce pienamente in questa tradizione, ma ne rinnova la funzione: non solo archivio, ma osservatorio; non solo catalogazione, ma testimonianza; non solo memoria, ma dialogo. In un’epoca caratterizzata da una rapida evoluzione dei linguaggi e da una crescente interazione tra discipline, il repertorio diventa uno strumento indispensabile per orientarsi nella complessità del presente, per riconoscere la qualità delle ricerche individuali e per valorizzare la pluralità delle voci che compongono il panorama artistico contemporaneo.
Gli artisti qui raccolti rappresentano un panorama articolato, plurale, in cui convivono tradizione e sperimentazione, radici e innovazione. La loro selezione non risponde a criteri di appartenenza a movimenti o correnti, ma alla volontà di documentare percorsi individuali coerenti, originali e significativi nel contesto dell’arte italiana attuale. Insieme, questi artisti compongono un mosaico ricco e sfaccettato, capace di restituire la complessità del nostro tempo.
La pubblicazione di questo nuovo primo volume del Lexikon dell’Arte Italiana si inserisce nella missione culturale che da 70 anni caratterizza Guido Miano Editore: documentare, valorizzare e tramandare le espressioni più significative della cultura artistica e letteraria italiana. La casa editrice ha sempre concepito il proprio lavoro come un servizio alla comunità culturale, un impegno volto a sostenere la ricerca, a promuovere il dialogo tra generazioni e a offrire strumenti critici affidabili e autorevoli anche in tempi difficili come quelli attuali.
Accanto a questa tradizione, Miano Officina Editoriale rappresenta oggi il versante più sperimentale e innovativo del progetto: un laboratorio aperto, un luogo di incontro tra artisti, critici, curatori e studiosi, uno spazio in cui l’arte contemporanea può essere osservata, discussa e raccontata nelle sue forme più attuali. L’Officina non è solo un’estensione della Casa Editrice, ma un ambiente di ricerca, un dispositivo culturale che accoglie le trasformazioni del presente e le traduce in progetti editoriali capaci di dialogare con il pubblico e con le istituzioni. Un vero Centro Sperimentale, così avrebbe detto Guido Miano ricordando il suo Centro Sperimentale Italiano di Giornalismo fondato nel 1957 (ma questa è un’altra storia…).
A rafforzare ulteriormente questa visione si colloca l’istituzione del Premio Nazionale Letterario e Artistico “Guido Miano”, che rappresenta una delle espressioni più alte della missione culturale della casa editrice. Il premio nasce nel 2026 stesso anno della pubblicazione di questo presente volume d’arte e con l’obiettivo di riconoscere e valorizzare le eccellenze nel campo della letteratura e delle arti visive, promuovendo un dialogo fecondo tra discipline e generazioni. La sua istituzione non è un gesto isolato, ma un tassello coerente nella storia della casa editrice: un modo per proseguire l’opera di Guido Miano, che ha sempre creduto nella necessità di sostenere la creatività emergente e di offrire visibilità a talenti capaci di contribuire in modo significativo alla cultura italiana. Il premio diventa così un ponte tra passato e futuro, tra la tradizione editoriale e le nuove forme espressive, tra la memoria di un percorso e la vitalità delle ricerche sperimentali contemporanee.
In questo senso, il Lexikon dell’Arte Italiana e il Premio “Guido Miano” si richiamano reciprocamente: entrambi nascono da un’idea di cultura come bene condiviso, come responsabilità collettiva, come spazio di confronto e di crescita. Entrambi testimoniano la volontà di costruire un archivio vivo, capace di accogliere la complessità del presente e di proiettarla verso il futuro. Il Lexikon dell’Arte Italiana è la testimonianza di un impegno editoriale che attraversa i decenni, ma anche la manifestazione di una volontà di rinnovamento che guarda al futuro dell’arte italiana con attenzione, responsabilità e fiducia. Che questo volume possa contribuire a consolidare un dialogo fecondo tra passato e presente, tra memoria e innovazione, e a valorizzare la ricchezza delle testimonianze artistiche che animano il nostro tempo.
In questo passaggio di testimone, che è insieme editoriale, culturale e familiare, sento di dover esprimere una riflessione personale. Il Lexikon dell’Arte Italiana non è soltanto un progetto editoriale che riprende vita: è un’eredità che si rinnova, un gesto di continuità che attraversa il tempo e che oggi, insieme alla mia famiglia, ho il dovere di custodire e rilanciare.
Mio padre, Guido Miano, ha dedicato la sua vita alla cultura, credendo fermamente che l’arte e la letteratura fossero strumenti di crescita, di dialogo e di libertà. La sua visione non era quella di un semplice editore, ma di un costruttore di ponti: tra generazioni, tra linguaggi, tra mondi creativi diversi. Riprendere oggi il Lexikon significa proseguire quel cammino, con la consapevolezza che ogni opera pubblicata, ogni artista valorizzato, ogni progetto sostenuto rappresenta un tassello di una storia più grande, che non appartiene solo alla nostra famiglia, ma alla comunità culturale italiana.
L’istituzione del Premio Nazionale Letterario e Artistico “Guido Miano” si colloca esattamente in questa prospettiva: non come celebrazione del passato, ma come investimento nel futuro. È un modo per riconoscere il talento, per dare voce a chi costruisce nuove forme di espressione, per sostenere la ricerca e l’innovazione. È un invito a continuare a credere nella cultura come bene condiviso, come responsabilità collettiva, come spazio di incontro.
Allo stesso modo, Miano Officina Editoriale nasce come luogo di sperimentazione, come laboratorio aperto in cui l’arte contemporanea può trovare ascolto, confronto, visibilità. È un ambiente in cui la tradizione dialoga con il presente, in cui la memoria editoriale si intreccia con la vitalità delle nuove generazioni artistiche. L’Officina è, in fondo, la forma più attuale di quella visione che mio padre ha sempre coltivato: una cultura viva, inclusiva, capace di rinnovarsi in modo sperimentale senza perdere le proprie radici.
Il Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea, Volume I - il primo di una nuova serie - vuole essere un omaggio a quella storia e, insieme, un impegno verso ciò che verrà. Un ponte tra il 1977 e il 2026, tra gli artisti che hanno segnato un’epoca e quelli che oggi ne stanno costruendo un’altra. Un gesto di continuità che non guarda indietro con nostalgia, ma avanti con fiducia.
Con questo spirito consegniamo il volume ai lettori, agli studiosi, agli artisti e a tutti coloro che credono nella forza dell’arte come testimonianza del nostro tempo. Che il Lexikon possa continuare a essere ciò che è sempre stato: un luogo di incontro, un archivio vivo, una voce autorevole e appassionata nel panorama culturale del nostro Paese.
Michele Miano
Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea, vol.1; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-75-2, mianoposta@gmail.com.
Pietro Nigro, "Notazioni estemporanee e varietà, vol.IX"
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Notazioni estemporanee e varie
Pietro Nigro
Guido Miano Editore, Milano 2026
Notazioni estemporanee e varietà di Pietro Nigro si inserisce in quella linea della scrittura contemporanea che unisce la concentrazione del pensiero alla leggerezza del frammento. È un libro che lavora sulla soglia: tra diario e meditazione, tra osservazione e intuizione, tra poesia e micro‑saggio. In questo spazio intermedio, Nigro costruisce una voce riconoscibile, capace di trasformare l’immediatezza in forma.
La brevità, in queste pagine, non è un espediente stilistico ma un metodo conoscitivo. Ogni nota nasce come gesto rapido, quasi un appunto, ma si condensa subito in una riflessione che supera il contingente. La varietà evocata dal titolo non disperde: al contrario, permette all’autore di interrogare la realtà da angolazioni molteplici, mantenendo una sorprendente coerenza interna. È una scrittura che procede per illuminazioni, per scarti minimi, per dettagli che diventano nuclei di senso.
Nigro attraversa registri diversi - lirico, aforistico, narrativo - senza mai perdere il controllo della forma. La sua parola è essenziale, asciutta, refrattaria alla retorica. In questa essenzialità si rivela la sua forza: la capacità di restituire la complessità del vivere senza sovraccarichi, affidandosi a un linguaggio che cerca la precisione più che l’enfasi, la risonanza più che l’effetto.
Notazioni estemporanee e varietà è un libro che invita a pensare e, allo stesso tempo, a sostare. Un libro che chiede attenzione, ma offre in cambio una limpidezza rara. È un contributo significativo alla scrittura di riflessione contemporanea, perché mostra come il frammento possa ancora essere un luogo fertile: un laboratorio in cui la parola, liberata dal superfluo, torna a essere strumento di conoscenza.
Ci sono libri che non si limitano a raccogliere testi, ma testimoniano un percorso interiore, una ricerca che attraversa gli anni e si rinnova a ogni nuova opera. Notazioni estemporanee e varietà, giunto al suo nono volume, appartiene a questa categoria: è un libro che non si esaurisce nella lettura, ma continua a risuonare, perché nasce da un’urgenza autentica - quella di comprendere l’uomo, la sua storia, il suo dolore, la sua speranza.
Pietro Nigro, con la consueta lucidità, costruisce un’opera che è insieme diario, meditazione, dialogo filosofico, testimonianza morale e atto poetico. La varietà annunciata dal titolo non è dispersione, ma metodo: ogni sezione illumina l’altra, ogni riflessione trova eco in un verso, ogni commento critico rivela un tratto della sua visione del mondo.
1. Il dialogo con l’IA: un nuovo spazio di interrogazione
Il volume si apre con un dialogo tra l’autore e un’intelligenza artificiale. Non è un semplice esperimento tecnologico: è un confronto tra due forme di conoscenza, tra la profondità dell’esperienza umana e la logica algoritmica. Nigro interroga la macchina su Akhenaton, sul monoteismo, sulle origini del pensiero religioso, e lo fa con la stessa serietà con cui si rivolgerebbe a un interlocutore umano. In un passaggio emblematico, afferma: «Sempre di monoteismo si tratta sia in Akhenaton che nei Giudei. Nessuno dei due… potevano avere idee chiare sul tipo di monoteismo da loro professato». Questa osservazione, apparentemente storica, rivela in realtà una domanda più profonda: quanto possiamo davvero conoscere del divino? Quanto è affidabile la nostra interpretazione del mistero? Il dialogo diventa così un pretesto per riflettere sulla natura stessa della conoscenza umana, sui suoi limiti e sulle sue possibilità.
2. Il dolore come origine della parola poetica
Una delle sezioni più intense del volume è il commento alla prefazione di Verso il nuovo mondo… per rincontrarci, dove Pietro Nigro racconta la perdita della moglie Giovanna. Sono pagine di rara sincerità, in cui la biografia diventa materia poetica e la poesia diventa strumento di sopravvivenza.
Scrive: «Un improvviso e rapido malore me la portò via. Ed io piombai nel buio cunicolo di un dolore dell’anima… Unico mio conforto la poesia a lenire il mio dolore». Questa confessione non è solo un ricordo personale: è la chiave per comprendere l’intera opera di Nigro. La sua poesia nasce dal bisogno di dare forma all’indicibile, di trasformare la sofferenza in conoscenza, di cercare - anche nel buio - un varco verso la luce.
3. La memoria come fondamento della sua identità letteraria
Nigro intreccia costantemente la propria storia con quella della Casa Editrice Miano, in un dialogo che dura da oltre quarant’anni. Il ricordo del suo primo incontro con Guido Miano, nel 1982, non è nostalgia, ma riconoscimento di un’origine. Rievoca così quel momento: «Diedi a Guido un certo numero di componimenti poetici e alcuni mesi dopo… uscì il mio primo libro Il deserto e il cactus».
Questa memoria non è un semplice dato biografico: è la testimonianza di un rapporto editoriale e umano che ha accompagnato tutta la sua produzione. Ogni nuovo volume è anche un atto di fedeltà a quella storia condivisa.
4. La riflessione morale: l’uomo al centro del problema
Le pagine dedicate alle riflessioni civili e morali sono tra le più incisive del libro. Nigro non teme di affrontare temi complessi - il potere, la democrazia, la violenza, la corruzione - e lo fa con una franchezza che ricorda i grandi moralisti del Novecento. In un passaggio che colpisce per la sua radicalità, afferma: «Il male assoluto non è il potere… È l’uomo stesso».
Questa frase, che potrebbe sembrare pessimistica, è in realtà un invito alla responsabilità: se il male nasce dall’uomo, allora è nell’uomo che si può cercare anche il rimedio. Nigro non si limita a denunciare: indica una via, una possibilità di riscatto, una speranza che non si arrende.
5. La poesia come conoscenza e come preghiera
Le poesie e i commenti critici presenti nel volume mostrano un autore che considera la poesia non come ornamento, ma come strumento di verità. Nigro legge i testi altrui - come quelli di Michele Miano - con una profondità che rivela la sua stessa poetica. A proposito della lirica Verso sera di Michele Miano, osserva: «E il cielo sembra annegare/ in un mare di stelle».
E accosta questi versi a Leopardi, mostrando come la poesia contemporanea possa ancora dialogare con la grande tradizione. La sua interpretazione non è mai puramente tecnica: è sempre un atto di partecipazione emotiva e spirituale.
6. La tensione metafisica: l’uomo davanti al mistero
Molte pagine del volume sono dedicate alla domanda sul destino, sull’anima, sull’aldilà. Nigro non offre risposte definitive - sarebbe contrario alla sua onestà intellettuale - ma esplora il mistero con rispetto e con inquietudine. Scrive: «Progredire, anche oltre la morte. Non sappiamo. Grande è il mistero».
Questa sospensione, questa apertura, è forse il tratto più autentico della sua scrittura: la consapevolezza che la verità non si possiede, ma si cerca; che la vita non si spiega, ma si attraversa; che il mistero non si dissolve, ma si contempla.
7. Un libro che è un cammino
Notazioni estemporanee e varietà non è un’opera unitaria nel senso tradizionale, ma è unitaria nella sua intenzione profonda: raccogliere i frammenti di un pensiero in cammino, di una vita che continua a interrogarsi, di una coscienza che non rinuncia alla ricerca.
È un libro che chiede attenzione, perché ogni pagina contiene un nucleo di riflessione; è un libro che invita alla lentezza, perché la sua ricchezza non si coglie in fretta; è un libro che restituisce al lettore qualcosa di raro: la sensazione di essere accompagnato da una voce sincera, vigile, profondamente umana e che racchiude in fondo non solo alcune sue liriche ma anche una commovente foto di Pietro Nigro quasi in fasce insieme alla zia Angelina Suma, una parente della famosa attrice Marina Suma.
Pietro Nigro ci ricorda che la letteratura non è evasione, ma conoscenza; che la poesia non è decorazione, ma verità; che la riflessione non è un lusso, ma un dovere morale. E che, nonostante tutto, l’uomo può ancora cercare - e forse trovare - un varco verso la luce.
Michele Miano
Pietro Nigro, Notazioni estemporanee e varietà, vol. IX, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-89-9, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).
Nella Pulvirenti, "Nel mio cuore"
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Nella Pulvirenti
Nel mio cuore
Guido Miano Editore, Milano 2026
L’uso della rima cuore fiore amore è una costante nei giardini della poesia e non sorprende che la poetessa Nella Pulvirenti nata a Catania nel 1966 e medico, che ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali e internazionali, abbia intitolato la raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede, Nel mio cuore, nominazione che fa intendere la presenza di un sentimento profondo e sentito nell’essenza dell’interiorità dell’autrice che si traduce nei versi.
Se in poesia tutto è presunto per cuore la poeta intende presumibilmente la sua anima, la sua camera della mente nella quale sono segretamente custodite le parole che emergendo, sporgendo da un nulla che si fa essere divengono poesia.
Come afferma il prefatore Floriano Romboli la poesia stessa è consapevolmente, in altre parole, per la Nostra la leggerezza nella vita, il varco che porta alla salvezza per vincere il male di vivere e anche il mal d’aurora, il senso di inadeguatezza e intimo disagio nell’approccio quotidiano con la vita nel nostro liquido e alienato postmoderno occidentale.
Cifra distintiva della poetica della Pulvirenti è quella di un poiein neo lirico tout-court, che esprime uno stato d’animo sempre in bilico tra gioia e dolore e la raccolta non è scandita in sezioni.
In Equilibrio leggiamo: «Fragile equilibrio/ di anime deluse/ vago nella nebbia/ di luci soffuse/ che mi danno torpore/ e che senza calore/ mi ricordano un passato/ oramai violato/ da ricordi di sorrisi/ puniti e divisi/ da ciò che è successo/ in quel giorno funesto/ ancora non dimenticato/ che non fa parte del passato/ ma che dorme tra i meandri/ di un cuore svuotato».
Qui le rime baciate rafforzano l’icasticità del dettato nell’evocazione vaga di un passato che non tornerà mai più soffuso di speranza da individuare nel nome del titolo della lirica che è Equilibrio.
Tutto si realizza in un contesto dove anche i sorrisi sono puniti e divisi da ciò che è successo ma ciò che è successo rimane in sospeso in un limbo nel non detto e ciò genera un’atmosfera di onirismo purgatoriale nel serpeggiare di una forma di pessimismo se anche il cuore è svuotato.
In Empatia, che tende ad un certo ottimismo leggiamo: «Empatia era quella/ che ci legava/ una connessione emotiva ci pervadeva/ un amore profondo/ ci attraversava/ un pensiero empatico/ ci conduceva/ ad un’amicizia unica e sincera».
Quindi una vena anche intellettualistica connota queste poesie dove protagoniste sono le sensazioni che prevalgono sulle descrizioni.
Emblematica rispetto a quanto suddetto è la poesia Morire quando il morire stesso, ovviamente in modo metaforico, c’insegna a vivere e rinascere perché è affermato nella chiusa che rinascere è vivere quando si muore dentro.
E il morire e il rinascere avvengono in un solo attimo quando il tempo si ferma e così viene superato il limite e si esce dal tempo lineare.
Molte volte viene detto il peggio come nel componimento Tutto piange ma questo accade per il lucido proposito di toccare il fondo, il massimo nel dolore e della disperazione, ma con la segreta certezza che tale condizione verrà superata come si evince nei versi di chiusura: «…Siate i nostri sorrisi quando ritorneranno,/ angeli speciali che dal cielo ci guideranno», versi che ci fanno intendere che il riscatto è possibile non solo tramite la poesia ma anche attraverso la religiosità quando sono detti gli angeli.
Quindi tutto il lavoro della Nostra è un consapevole esercizio di conoscenza che diacronicamente partendo dal dolore di una vita che dà scacco nella sua progressione porta alla consolazione e ad una felicità da realizzarsi proprio nell’empatia con coloro che ci amano e noi amiamo e con l’aiuto degli angeli stessi.
Raffaele Piazza
Nella Pulvirenti, Nel mio cuore, prefazione di Floriano Romboli; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-88-2, mianoposta@gmail.com.
Duccio Castelli, "I racconti di Maleto"
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Duccio Castelli
I racconti di Maleto
Guido Miano Editore, Milano 2026
Duccio Castelli è nato il 31 dicembre 1945 a Milano, dove attualmente risiede; imprenditore in ambito farmaceutico, ha vissuto diversi anni in Cile per lavoro; è poeta scrittore e musicista jazz.
Determinante per Castelli è l’incontro nel 1993 con l’Editore Guido Miano con il quale pubblica le prime raccolte di poesie e il racconto Una ragazza per quattro mesi, con una lettera introduttiva di Italo Calvino; lo stesso Editore lo inserisce in alcuni suoi repertori letterari, tra cui il Dizionario Autori Italiani del 2006 e La Storia della Letteratura Italiana IV volume del 2015.
Come scrive Michele Miano nell’acuta e sensibile prefazione ci sono figure che pur appartenendo al mondo degli affetti quotidiani, finiscono per assumere un valore simbolico più vasto. Maleto, l’ultimo cane di Duccio Castelli, è una di queste presenze, diventando il varco attraverso cui l’autore ci invita ad entrare nella sua memoria.
Il corposo volume è costituito da frammenti di diverse dimensioni che hanno per oggetto i molteplici settori della vita del Nostro e c’è un filo rosso che lega tali parti, s’identifica proprio nella figura del cane Maleto che per Duccio è più di un mero cane ma un essere personificato e quasi umanizzato e una figura di riferimento, il vero amico per antonomasia su cui potere contare nella vita.
Toccante il breve scritto nel quale l’autore racconta di quando gridò al suo cagnetto nero di fermarsi e lui non lo stette a sentire e conscio della pericolosa situazione e accortosi dell’avventarsi su di lui di due grossi cani che volevano fargli la pelle, sfuggì velocissimo per mettersi in salvo e una volta scampato il pericolo, dopo avere girato a destra, aspettò il padrone scodinzolando.
Da notare che, nel suo immaginario relativo a Maleto, Castelli dà addirittura in chiave eidetica al cane la parola e gli fa dire la frase: «se ti ubbidivo mi facevano a brandelli».
Quindi un fortissimo legame di affetto e complicità lega lo scrittore a Maleto, rapporto molto forte eticamente e che può essere compreso ancora meglio da chi ha amato un cane domestico, il cane che proverbialmente è l’amico dell’uomo, soprattutto in un’epoca nella quale si assiste spesso al tristissimo fenomeno dell’abbandono dei cani stessi in autostrade o parchi.
Molti personaggi della sua esistenza sono delineati e rievocati in queste pagine da Castelli con un forte scatto e scarto memoriale non per l’espressione di un dolore nostalgico ma per una forte riattualizzazione felice di bei momenti, un po’ per il recupero di periodi gioiosi magari con amici che non ci sono più nel tentativo riuscito di fare un produttivo inventario della sua vita.
Il Nostro si fa autore di una galleria di amici con i quali nella sua esistenza ha stabilito legami profondi e a volte anche di affari e di lavoro nell’ambito della sua professione di imprenditore farmaceutico.
Per esempio l’autore rivive la sua amicizia con l’inglese Ron affermando che questa persona fortemente gli manca.
«Ron sembrava Goldfinger, ma era simpatico. Inglese di popolare origine, a sessant’anni diceva di sé “sono sulla quarantina” e sorrideva. Era di una generazione più di me. Sempre mi fu amico e paterno, in realtà mai soddisfatto della sua famiglia fiacca, mentre lui era di un’intelligenza vispa e spontanea, si era fatto dal nulla ed era diventato un maestro nel commercio internazionale farmaceutico».
Una visione del mondo e della vita ottimistica trapela da queste pagine, un atteggiamento positivo e disincantato verso la realtà nella sentita consapevolezza, nonostante la lezione della realtà, che si può riporre la fiducia in qualche vero amico e tra gli amici forse il migliore è Maleto, che rielaborato empaticamente e affettivamente non è più solo un cane ma una persona fornita di parole tra detto e non detto da ascoltare con lo strumento del sentimento.
Raffaele Piazza
Duccio Castelli, I racconti di Maleto, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 228, isbn 979-12-81351-79-0, mianoposta@gmail.com.
Alfredo Alessio Conti, "Grammatica degenerativa in disconnessioni mentali"
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Grammatica degenerativa in disconnessioni mentali di Alfredo Alessio Conti (Independently published, 2025 pp.66 € 8.50) espone le convenzioni espressive dell'attualità, analizza lo studio consapevole delle parole e della loro influenza, illustra l'informazione cognitiva di un modo di scrivere, ancorato ai dettami della contemporaneità. Alfredo Alessio Conti trasmette al lettore una disorientante e significativa alienazione digitale, alimenta un'alterazione delle percezioni che, nei testi, traduce il modello deformante della realtà e delle emozioni, compone un potente stravolgimento della poesia dell'aspetto esistenziale in cui verità e inganno si confondono e intensificano le previsioni illusorie, nel contrasto interiore tra una pulsione sensibile e il suo disadattamento. L'autore osserva il cambiamento inesorabile della personalità umana, condizionato dall'impiego irresistibile, ossessivo e maniacale delle connessioni digitali, descrive l'utilizzo eccessivo di un vocabolario affrancato alle regole di una evoluzione linguistica alla deriva, spiega l'esperienza immersiva di un'interazione sociale nel rapido e frammentato contesto delle proprietà virtuali. Il libro mostra, anche visivamente, attraverso l'uso del carattere maiuscolo in alcuni versi, la sperimentazione artistica di ogni parola, collegata a un'estetica interpretativa dal forte impatto psicologico e analitico. Raccoglie il contenuto magnetico e iperbolico delle sensazioni artificiali, la scissione della coscienza, la dispersione dell'identità, laddove la mente e i pensieri sono sopraffatti da una dipendenza destabilizzante, i comportamenti umani elaborano una persistente contraddizione interferendo con le relazioni e la vita quotidiana. Alfredo Alessio Conti accoglie la sua poesia come la corrispondenza di un'indagine introspettiva alimentata dallo sbilanciamento affettivo e dalla sovraesposizione mediatica, la cronaca lucida e spietata di una riduzione comunicativa, di una sorveglianza di incomunicabilità e di superficialità che nutre il vuoto tra l'invadenza preoccupante e disarmante degli effimeri rapporti interpersonali e la simulazione del sentire. Consuma la destrezza sapiente dei versi per circoscrivere il disegno costrittivo dell'uomo, nella morsa che attanaglia le sue esitazioni, nella condizione di estraneità e di distacco da una frattura empatica tra ciò che si è e ciò che si vive senza la sensazione di una tangibile partecipazione al circuito del cuore. La poesia di Alfredo Alessio Conti rivela la vulnerabilità dell'uomo, spettatore di se stesso nel suggestivo palcoscenico della vita, vincolato nelle trame di un processo degenerativo, inadeguato alle deterioranti contrazioni di una lingua che trattiene la sua decadenza nel codice incisivo di una struttura disumanizzante, imposta da una sintassi opprimente e spersonalizzante. La costruzione poetica dell'autore si fa integrazione di un discorso che fortifica la densità eloquente dei segni e dei simboli, compone un valore terapeutico dinamico di comprensione, riconosce le interazioni disturbanti e minacciose tra individuo e società, l'assenza perturbante della congiunzione dialettica in un dialogo artificiale, la dimensione patologica del dire, la maglia intricata dei confronti in un sistema senza stabilità. Il libro rappresenta il groviglio enigmatico degli agguati mentali, una risposta esplicita alla crisi esistenziale, il disorientamento e lo smarrimento della solitudine, la vertigine dell'isolamento, nel passaggio destrutturato dove la capacità di perdersi diventa indispensabile per ritrovare se stessi e la propria valenza trasformativa.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
UN NULLA
Ho scritto centinaia
di PAROLE
in Internet.
Ho ricevuto migliaia di
MI PIACE
sulle mie pagine.
Di tutto questo
UN NULLA
mi è rimasto.
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IPHONE
Scorro con le dita
sul mio
IPHONE
alla ricerca
del mio
PASSATO.
Non trovo NULLA
che mi
RICORDI veramente
CHI SONO.
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MAGAZZINO BYTE
Oggi sono
quel che non sono.
ATTACCATO
ad una FLEBO DI CAVI
connessi alla rete
IMMAGAZINO byte
per sopravvivere
alla mia INCOSCIENZA.
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SPAZIO CYBER
Nel cyberspazio
mi rappresento
con la mia identità digitale
nell'AVATERRA
annuncerò
la mia FINE CORSA.
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ORMAI PER DIRTI
Ormai per dirti ti amo
non mi resta che inviare
un messaggio whatsapp
una pagina Facebook
un video Tik Tok
un Twitt, un Instagram
non ho più parole
sulla bocca.
"Diario poetico di Maurizio Zanon", a cura di Enzo Concardi
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Diario poetico di Maurizio Zanon
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2026
Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia, dove attualmente vive.
Il binomio diario–poesia si rivela nuovamente vincente come idea di una vita inserita in un felice cronotopo su un pianeta da abitare appunto poeticamente.
E qui il diario diviene il supporto temporale e fisico dove annotare le emozioni, ovviamente controllate, con saggezza in poesie, come se fossero metaforicamente i negativi delle molteplici situazioni della vita, delle sue fotografie del reale da trasmettere ai fortunati lettori in un gioco di specchi.
Si intersecano e si sovrappongono le due linee di codice, quella della scrittura in versi e quella della critica letteraria che si realizza attraverso la curatela di Enzo Concardi, che comprende un prologo, la sezione eponima Diario poetico con le poesie ognuna delle quali associate ad un close-reading e l’epilogo.
Da notare che le poesie si snodano con la forma di agenda poetica con i componimenti ordinati in ordine cronologico a partire dal 1979, anno dell’esordio poetico del Nostro quattordicenne con la poesia Cimitero.
Maurizio Zanon è veneziano e il suo poiein quasi inevitabilmente è pervaso dal fascino della sua magica terra, la sua città, con la sua laguna e i suoi palazzi, le sue inconfondibili atmosfere, introiettate nella mente e nell’anima del Nostro e tradotte in versi.
In preghiera tra i monti (del 2018) leggiamo: «Fai, o Signore, che nel distacco graduale/ da tutto quello che vive intorno a me/ e che mi appartiene/ mi convinca che tutto passa ed è vanità/ mentre resta e vale/ ciò che è eterno». In questo componimento è espressa la visione cattolica e trascendente del poeta, in particolare in consonanza con il veterotestamentario libro del Qoèlet e alla sua notissima massima Tutto è vanità solo vanità. Come scrive a questo proposito Concardi questa è una preghiera in prospettiva escatologica, che riguarda l’essere e non l’avere.
Leggiamo Nebbia: «Tu che nascondi le cose/ nascondimi quelle lontane/ gli amari ricordi e le piaghe/ del tempo deluso e sconfitto». Poesia ben lontana da San Martino di Carducci che esprimeva una visione ottimistica della vita e comunque le due composizioni hanno il comune denominatore della nebbia stessa nominata, protagonista che per tutti e non solo i poeti ha il potere di creare suggestione e atmosfere con tonalità affettive multiformi ed effetti dissolventi.
In Versi alla memoria di Guido Miano, inedito, 21 novembre 2025, leggiamo: «Resiste ancora la tua voce/ in quelle lunghe chiacchierate/ a telefono, sino a tarda sera/ ove si discuteva a come fare letteratura./ Parlare con te era aprirsi/ ad un mondo di idee mai banali/ ma fertili, come la natura a primavera./ Per destino, non ci siamo mai incontrati./ Pur tuttavia, caro Guido/ ci siamo visti/ specchiandoci entrambi sulle nitide acque della Poesia».
Poesia accorata piena di un pathos che però si apre all’ottimismo e non all’autocompiacimento, al dolore nostalgico, ma al contrario alla riattualizzazione della figura dell’Editore amico, scomparso ma presene attraverso il ricordo nell’anima forse ora ancora più vivo.
Raffaele Piazza
Diario poetico di Maurizio Zanon, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-77-6, mianoposta@gmail.com.
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