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michele miano

Wanda Lombardi, "Araba Fenice"

18 Febbraio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #raffaele piazza, #michele miano, #saggi

 

 

 

Araba Fenice

Wanda Lombardi 

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Capitolo 1 - Il bel tempo che fu

Il passato, e quindi la sua memoria, in Wanda Lombardi non è soltanto un comprensibile sentimento nostalgico verso talune fasi dell’esistenza in cui la vita personale e sociale era migliore di quella presente, ma risulta elemento di stimolo creatore di nuove energie per progettare il futuro. Dunque il laborioso lavoro di introspezione della poetessa che evoca una recherche di tipo proustiano, s’avvicina al significato della famosa frase di Primo Levi: «Non c’è futuro senza memoria». In altre parole non si può vivere senza memoria individuale e collettiva, un requisito indispensabile affinché l’essere umano nella sua essenza possa, in ultima analisi, considerarsi antropologicamente ed ontologicamente, possessore di una coscienza civile.

I testi pubblicati nel capitolo del libro “Il bel tempo che fu” contengono quasi tutti questa esigenza e questo messaggio, alcuni dei quali anche richiamando riferimenti letterari e filosofici attribuibili ad autori significativi, colti in momenti riflessivi sui temi memoriali e temporali. Nella lirica A un ragazzo prematuramente scomparso troviamo una terzina («E tu, al cielo destinato,/ non conoscesti gli inganni,/ le amarezze della vita…») che richiama il tema della morte giovanile come nei seguenti versi di Giovanni Pascoli tratti dalla poesia L’aquilone: «…Sì, dissi sopra te l’orazioni,/ e piansi: eppur, felice te che al vento/ non vedesti cader che gli aquiloni!» (…).

Enzo Concardi

 

***

 

Capitolo 2 - Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità

Wanda Lombardi nelle sue sillogi poetiche conferma, di volta in volta, la sua cifra distintiva neo lirica tout-court e pervasa da trascendenza e fervente religiosità che lo scrivente, occupandosene in sede critica, ha definito realismo mistico. Nitore, luminosità, esattezza e leggerezza, connessa ad icasticità, connotano la poetica dell’Autrice. La poetessa ha fiducia nei sentimenti autentici per Dio e per il prossimo, sentimenti che la portano a vincere il dolore e a varcare la soglia della speranza, speranza che si traduce nei suoi armonici, precisi e luminosi versi.

Centrale nelle poesie scelte per questo capitolo del libro (“Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità”) la lirica Silenzio amico; nel suddetto componimento, che ha un carattere fortemente ottimistico, i temi trattati sono quelli del silenzio e della solitudine come isola benedetta per l’anima di Wanda che è pervasa da un forte senso di fiducia nel suo relazionarsi alla vita; la poetessa a questo proposito inventa la felice metafora dell’uscita da un labirinto che porta ad un’epifania di salvifica luce: «Come un labirinto/ dove dapprima si resta confusi/ e poi piano la strada si trova/ per graditi angoli di luce/ si l’anima mia/ dopo confusioni ed ansie/, dopo il flusso vorticoso d’incombenze/ nella solitudine e nel silenzio/ se stessa ha trovato, la luce…».

In Saper vivere si arriva all’apoteosi, al climax della speranza che diviene viatico per una gioia umana possibile, felicità da trasmettere anche agli altri e che è connessa al credere in Dio: «Non perdere mai la speranza/ e dai anche agli altri speranza,/ la gioia di vivere./ Pur nel dolore che ti strazia,/ lenisci l’altrui dolore,/ non porgere disperazione/ ma offri amore,/ regala un sorriso/ e Dio ti sorriderà…» (…).

Raffaele Piazza

 

***

 

Capitolo 3 - Cognizione del dolore e desiderio di pace

Ci sono esistenze che sembrano nate sotto un cielo inquieto, dove il vento non smette mai di soffiare. L’esistenza di Wanda Lombardi è una di queste: un cammino attraversato da solitudini antiche, da malattie che scavano silenzi, da giorni che si sgretolano come pietre consumate dal tempo. Eppure, proprio in questo paesaggio ferito, la poetessa ha trovato una sorgente segreta, un varco di luce che nessuna ombra è riuscita a spegnere: la poesia. I suoi versi non nascono per ornare il mondo, ma per salvarlo. Sono fili sottili che trattengono l’anima quando tutto sembra franare, sono il respiro che ritorna dopo una lunga apnea. Ogni parola è un passo compiuto sul bordo dell’abisso, un gesto di coraggio che trasforma la sofferenza in canto. Non c’è artificio, non c’è posa: c’è la verità nuda di chi ha guardato il dolore negli occhi e ha scelto di non distogliere lo sguardo.

Wanda osserva il mondo come si osserva una terra che non si riconosce più: un luogo che scivola alla deriva, lontano dai ritmi del cuore. Eppure, invece di tacere, affida alla poesia il compito di custodire ciò che resta vivo: la memoria, la dignità, la capacità di sentire ancora. Nei suoi versi, il dolore non è una prigione, ma una porta che si apre su un altrove più autentico.

Questa raccolta è un attraversamento. È il viaggio di una donna che ha imparato a trasformare le ferite in luce, a fare della fragilità una forza segreta. Chi legge non troverà soltanto il racconto di un destino difficile, ma la sua metamorfosi: il dolore che diventa parola, la parola che diventa catarsi, la catarsi che diventa rinascita.

Entrare nella poesia di Wanda Lombardi significa ascoltare un cuore che continua a battere nonostante tutto. Significa riconoscere, tra le sue immagini, un frammento del nostro stesso cammino, perché quando il dolore si fa poesia, non divide più: unisce. Queste pagine sono un invito. Un ponte sospeso tra ombra e luce. Sta a noi percorrerlo, lasciando che ogni verso ci accompagni, lieve e necessario, verso un luogo più vero. (…).

Michele Miano

 

Wanda Lombardi, Araba Fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

 

Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022), Opera Omnia (2023), Tempi inquieti e altre poesie (2024). Il suo iter poetico è stato seguito da vari critici, tra i quali Enzo Concardi, autore nel 2022 dello studio Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi.

 

 

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Duccio Castelli, "I racconti di Maleto"

6 Febbraio 2026 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #racconti, #animali

 

 

 

 

I racconti di Maleto

Duccio Castelli

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Ci sono luoghi che vivono al confine tra memoria e invenzione, che sembrano custodire un segreto e che, proprio per questo, diventano terreno fertile per la letteratura.

Ci sono poi figure che, pur appartenendo al mondo degli affetti quotidiani, finiscono per assumere un valore simbolico più grande. Maleto, l’ultimo cane di Duccio Castelli, è una di queste presenze. Non è stato soltanto un compagno fedele, ma diventa il varco attraverso cui l’autore ci invita a entrare nella sua memoria, a percorrere insieme a lui le strade di un’esistenza errabonda e intensa.

In questa raccolta di racconti ogni narrazione si apre come un flashback: un ritorno improvviso a episodi di giovinezza, a incontri fortuiti, a paesaggi che hanno segnato la sua esperienza. Maleto è il filo conduttore che lega questi frammenti, il pretesto narrativo che consente a Castelli di dare forma a un mosaico di vita vissuta intensamente tra l’Europa e il Sud America, fino alle terre del Cile. Il cane, con la sua silenziosa fedeltà, diventa simbolo di continuità in un’esistenza segnata dal movimento. È la radice che permette all’autore di guardare indietro senza smarrirsi, di raccontare con lucidità e nostalgia le avventure di un uomo che ha scelto di vivere inseguendo strade sempre nuove. Così, tra un porto e una montagna, tra una città straniera e un incontro inatteso, Maleto appare come custode di un passato che si fa racconto.

Questi testi non sono semplici memorie di una vita: sono confessioni intime, lampi di vita che si accendono e si spengono, come fotografie ritrovate in un vecchio cassetto. La scrittura di Castelli restituisce la sensazione di un viaggio senza mappa, dove ogni episodio è un frammento di identità, e dove il cane diventa metafora di fedeltà e libertà insieme.

Leggere I racconti di Maleto significa lasciarsi trasportare in un itinerario che non è mai lineare, ma fatto di deviazioni e ritorni, di flash back che illuminano il presente. È un invito a scoprire come la memoria, quando si intreccia con la letteratura, possa trasformare la vita di un uomo in un racconto universale.

Maleto, ultimo compagno di Duccio Castelli, diventa così il custode di un’avventura che appartiene non solo all’autore, ma a chiunque sappia riconoscere nella propria storia il valore di un viaggio, di un ricordo, di un legame che resiste al tempo.

E ci sono animali che non appartengono soltanto alla memoria di chi li ha amati, ma diventano compagni di viaggio anche immaginari, custodi di storie, simboli di un tempo che non torna. Maleto è uno di questi. Non è soltanto l’ultimo cane di Duccio Castelli; è il filo rosso che attraversa queste pagine, il pretesto narrativo che permette all’autore di intrecciare ricordi, incontri e fughe in un mosaico di vita errabonda in giro per il mondo.

Maleto è anche metaforicamente un luogo, uno di quei luoghi: reale o immaginario, poco importa. Nelle pagine di Duccio Castelli prende forma come spazio narrativo, come scenario di vite sospese tra quotidianità e mito, tra radici e sogni.

Nei racconti che seguono, Maleto appare e scompare, come un’ombra fedele. Non è mai protagonista assoluto, ma presenza discreta che restituisce continuità a un’esistenza segnata dal movimento, dall’irrequietezza e dalla ricerca di un senso. E, come afferma l’autore, «se esiste il “mal d’Africa”, io conosco il male del Sud America».

Questi testi non sono semplici cronache di viaggio: sono confessioni intime, frammenti di un diario che si fa letteratura. Castelli ci conduce in un mondo dove la geografia è sempre anche biografia, dove ogni città visitata diventa specchio di un paesaggio interiore. Maleto, con la sua silenziosa fedeltà, diventa simbolo di radici e di nostalgia, ma anche di libertà: il cane che corre accanto al padrone, e insieme a lui attraversa confini, lingue e culture.

Leggere questa raccolta significa lasciarsi trasportare in un itinerario che non è mai lineare, ma fatto di deviazioni, di soste improvvise, di incontri inattesi. È un invito a guardare la vita come un viaggio senza mappa definitiva, dove il senso si costruisce passo dopo passo, racconto dopo racconto.

E così, tra le pieghe di queste pagine, Maleto diventa più di un cane: diventa memoria, metafora, compagno silenzioso di un’avventura che appartiene a tutti noi.

Con la consueta finezza stilistica, l’autore ci conduce attraverso racconti che non sono semplici storie, ma frammenti di un mosaico più ampio. Ogni personaggio, ogni vicenda, ogni dettaglio contribuisce a delineare un universo coerente e al tempo stesso sorprendente, dove il lettore è invitato a riconoscere se stesso e la propria esperienza. Impossibile elencare tutti gli episodi, le vicende e i frammenti della vita di Duccio Castelli raccontati in questo volume in una sorta di flash back a incastro. Per non parlare della sua grande passione per il jazz, le sue orchestre, i concerti, i rapporti di amicizia intrattenuti con personaggi dello spettacolo quali Pupi Avati.

La scelta di Guido Miano Editore di accogliere ancora una volta la voce di Duccio Castelli conferma la solidità di un percorso letterario che, volume dopo volume, si arricchisce di nuove sfumature. I racconti di Maleto non sono soltanto un tassello ulteriore, ma rappresentano una tappa significativa: qui l’autore sembra volerci ricordare che la narrativa è, prima di tutto, un atto di resistenza contro l’oblio, un modo per dare forma e durata alle emozioni e ai pensieri che altrimenti svanirebbero.

Il lettore troverà in queste pagine un invito alla riflessione e al piacere della parola. Maleto diventa così metafora di ogni comunità, di ogni luogo che custodisce storie degne di essere raccontate. E Castelli, con la sua scrittura limpida e intensa, ci offre la possibilità di ascoltarle, di farle nostre, di trasformarle in memoria condivisa. Ogni raccolta di racconti è, in fondo, un viaggio: un itinerario che attraversa paesaggi interiori e luoghi concreti, memorie e invenzioni, radici e visioni e si collocano esattamente in questa dimensione, dove il confine tra realtà e immaginazione diventa fertile terreno narrativo.

Ogni racconto è un frammento di vita che diventa specchio del lettore, un tassello di un mosaico che, nel suo insieme, restituisce la complessità dell’esistenza. La sua capacità di intrecciare quotidiano e mito, memoria e invenzione, conferisce a queste pagine una densità che invita alla riflessione e al piacere della parola.

La collaborazione con Guido Miano Editore, già consolidata attraverso la pubblicazione di precedenti diversi volumi, trova qui una nuova conferma. I racconti di Maleto non sono soltanto un ulteriore capitolo di un percorso letterario coerente e rigoroso, ma rappresentano una tappa significativa, in cui l’autore sembra voler riaffermare la funzione della narrativa come custode della memoria e antidoto all’oblio.

Il lettore scoprirà un universo che appartiene a tutti: un luogo che custodisce storie degne di essere ascoltate e tramandate. In questo senso, la raccolta diventa non solo opera letteraria, ma anche testimonianza culturale, memoria condivisa, patrimonio di emozioni e pensieri che si fanno duraturi attraverso la scrittura.

Non si può leggere I racconti di Maleto senza cogliere anche il valore simbolico che questo libro assume nella traiettoria umana e letteraria di Duccio Castelli. Nel lontano 1993, con Emigranza, il suo primo volume di poesia pubblicato da Guido Miano, si apriva un cammino fatto di parole, viaggi e memorie. Da allora, Castelli ha dato voce a molte altre opere, sempre animate da quella tensione verso l’altrove e da quella fedeltà alla propria esperienza errabonda. Ora, con questa raccolta di racconti, egli torna da Miano, chiudendo un cerchio che non è soltanto editoriale, ma profondamente esistenziale. È la conferma di una continuità che attraversa decenni: la stessa Casa editrice che lo ha accolto agli inizi, oggi lo accompagna nel compimento di un percorso narrativo e poetico.

In questo gesto si riflette la coerenza di un autore che ha saputo restare fedele a se stesso e alla propria visione del mondo. Maleto, ultimo cane e compagno simbolico, diventa così anche il testimone di questa fedeltà: un pretesto narrativo che racchiude la vita avventurosa di questo autore e che, al tempo stesso, suggella un legame editoriale che dura da più di trent’anni.

Con I racconti di Maleto, Duccio Castelli non consegna soltanto un libro di memorie e di viaggi, ma anche un atto di continuità e di riconciliazione con il proprio percorso. È un ritorno alle origini che diventa compimento, un modo per dire che la scrittura, come la vita, trova senso quando riesce a chiudere i suoi cerchi. E anche solo per questo gli dobbiamo essere grati.

Michele Miano

 

Duccio Castelli, I racconti di Maleto, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 228, isbn 979-12-81351-79-0, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Duccio Castelli, imprenditore, è nato a Milano dove attualmente vive; ha trascorso alcuni anni in Cile. Scrive poesie, racconti e suona il trombone a coulisse con la sua Jazz Band “Duccio Swingers”.  Ha pubblicato libri di poesie, di narrativa e CD musicali.

 

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Michele Miano, "So che ti prenderai cura di me"

10 Gennaio 2026 , Scritto da Luisa Martiniello Con tag #luisa martiniello, #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

Michele Miano

 So che ti prenderai cura di me, Poesie e appunti

Guido Miano Editore, Milano 2025

 

Non potevo mancare all’invito per il 70° anniversario della Casa Editrice Miano, non potevo far mancare la mia presenza per ricordare Guido Miano, che come mio padre Pasquale, ha sempre avuto come obiettivo diffondere cultura, fondare scuole quale volano di crescita personale e del territorio, comunicare in versi. Era l’occasione anche per conoscere finalmente di persona Michele Miano alla presentazione del suo ultimo lavoro poetico e mi sono subito ritrovata in alcuni ricordi-appunti: la correzione delle bozze per i primi libri, le visite in tipografia, l’assemblaggio dei caratteri, il ciclostile, i rapporti interpersonali tra amici poeti, una miriade di foto e nomi che si riaffacciano alla memoria: Padre David Maria Turoldo, Piero Bargellini, Mario Luzi, Vittoriano Esposito.

Non s’inganni il lettore dinanzi a squarci di serenità di paesaggi, nascondono ognuno il dramma esistenziale, colto già nella prima lirica Verso sera, nel sibilante rincorrersi delle «strane parole» che si nascondono nel pianto-pioggia della sera, che inganna col suo profumo e apre ad un cielo che «sembra annegare/ in un mare di stelle», altro dal naufragare leopardiano, ché forse è da leggersi dantescamente: «E quindi uscimmo a riveder le stelle», simbolo si speranza e redenzione.

Il figlio è tornato, sente l’amarezza delle parole non dette, degli abbracci mancati, il peso del sipario che divide dall’oltre e quindi la preghiera-certezza che rivolge al padre, espressa nel titolo: So che ti prenderai cura di me. Richiesta che leggo specularmente da parte del padre, che immagino aver chiesto in un muto sguardo di aver cura di lui attraverso la sua creatura: la Casa Editrice.

Gli inganni della vita, i suoi tormenti riaffiorano nel verso: «il dolore mi addenta/ con morsi di gelo», eppure è Primavera e si vorrebbero veder volteggiare le rondini «come bianche colombe;/ le vostre ali mi scavino un nido nel cuore»; forte la ricerca di serenità interiore e di pace da esse simboleggiate, che si scontra con un «cuore che mi travolge e spezza».

È nel gemito di un usignolo ancora la contrapposizione tra la serenità di una «aria tiepida» (Vita) che preannuncia la «prima linfa» che nutre ogni «vita che si desta». Anche un amore di un tempo lontano si riaffaccia alla memoria con un ossimoro: «amaro-miele del mio cuore» (A un’amica).

Negli occhi c’è speranza, ma a valle tra paesaggi sfumati l’autore coglie in Cerco «drammi che si nascondono/ tra muri bianchi, viali verdi e i fiori»: un rimando qui tutto proprio allo scalcinato muro con cocci aguzzi di bottiglia, giacché non manca la ricerca di un Natale.

Il Silenzio è altra parola chiave, in esso ci appare pure una città personificata, «città livida di umori» da mettere in contrapposizione «all’alba foriera di nuove illusioni», ma più acre è andare tra Ricordi, che solitamente leniscono ferite, e che qui connotano una macerazione interiore con l’uso della rotacizzazione e la simbologia del grumo, da intendersi come ostacolo, come impedimento a sciogliere nodi per giungere ad un aspirato porto al quale attraccare e dal quale ripartire: «grumi di ricordi/ riecheggiano in chilometri d’asfalto:/ incerto passo del mio divenire/ senza un porto di illusioni».

Il tempo con il suo ruere si coglie nelle vibrazioni, nell’alternarsi quasi monotono del giorno e della notte, nel fruscio che attraversa i fili d’erba e c’è amarezza nel non trovare mai le parole per chi si ha accanto: «aggrovigliati nella lotta per il boccone, quotidiano,/ giriamo attorno alle verità del cuore» (Sensazioni - Paesaggi dell’anima). Il termine aggrovigliato rimanda metaforicamente ad una matassa di pensieri rimuginati.

Miano definisce se stesso «uno sradicato d’amore» (Frammenti III), ma in effetti egli è alla ricerca di una strada di sole, attende d’essere trafitto da un Dio che sente lontano anche dai «nuovi invisibili» (Il nostro tempo), in un tempo, quello odierno, «inquinato dalla solitudine» e coglie l’acredine di chi su un barcone alla deriva denuncia l’aridità dei cuori e vede annegare le proprie speranze.

Il poeta, comunque, anche se la «strada» (Frammenti IV), ovvero la vita, è «afflitta di nubi, dal frastuono della sera», ha scelto il «verde» per colorare il suo silenzio, la «collina delle voci» e se pure vede che «la sabbia ora si dirada», è certo che «sarà l’onda che s’adagia ai bordi della sera». Sa che troverà la serenità tanto cercata, il porto-quiete, l’Atto d’amore.

Luisa Martiniello

 

Michele Miano, So che ti prenderai cura di me. Poesie e appunti, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn 979-12-81351-64-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Christian Testa, "Nel respiro del tempo"

20 Dicembre 2025 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #poesia, #recensioni

 

 

 

 

Nel respiro del tempo

Christian Testa

 Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Nel panorama poetico contemporaneo, Christian Testa si distingue per una voce autentica, capace di scavare con delicatezza e profondità nei recessi dell’interiorità umana. Dopo il volume Pensieri poetici nel tempo, edito da questa Casa editrice e già prefato dal sottoscritto, Testa torna con un nuovo volume che ne conferma la maturità espressiva e la coerenza tematica con Nel respiro del tempo.

Nel fluire incessante della vita, tra attimi di luce e ombre di pensiero, Christian Testa ci invita a sostare, a respirare, a sentire. Nel respiro del tempo è un viaggio poetico che attraversa l’esistenza con sguardo sincero e voce limpida, raccogliendo emozioni, riflessioni e immagini che si fanno versi.

Dopo Pensieri poetici nel tempo, Testa prosegue il suo cammino lirico con una raccolta che abbraccia la quotidianità e l’infinito, il concreto e il trascendente. Le sue poesie sono brevi, ma dense; semplici, ma mai superficiali. Ogni componimento è una scheggia di vissuto, un frammento di verità, un respiro che si posa sul foglio.

Nelle liriche Fiore, Grande albero e Antico carro, la natura diventa interlocutrice silenziosa, custode di bellezza e memoria. In Amore, Amicizia e Miei cari, l’autore esplora i legami affettivi con delicatezza e nostalgia, cercando nel sentimento una via per restare umani. In Tempo, Passato e Obiettivo, si avverte l’urgenza di comprendere il senso del vivere, il peso delle attese, la corsa contro l’inevitabile. In Santa Maria, Salita in cielo e Fine, la spiritualità si fa preghiera e riflessione, un dialogo aperto con il mistero e la fede. In Pancetta, Gattina e Dancing in the night, emerge l’ironia, il gioco, la leggerezza che bilancia il tono più meditativo della raccolta. In Nazione, Legge e Soldi, la poesia si fa civile, interrogando il presente e le sue contraddizioni con sguardo critico ma mai cinico. Testa scrive con una voce che non cerca artifici, ma autenticità. La sua metrica è libera, il linguaggio diretto, ma capace di evocare immagini vivide e universali. Ogni poesia è un respiro: a volte affannoso, a volte sereno, ma sempre vero. Nel respiro del tempo è un libro che si legge con il cuore aperto. È un invito a rallentare, a osservare, a ricordare. È un dono che Christian Testa fa al lettore, con la generosità di chi ha vissuto e ha scelto di condividere pensieri ancora umani in un tempo sempre più frenetico e disumanizzato.

In queste pagine, il lettore troverà versi che non cercano di compiacere, ma di rivelare. Ogni componimento è una tessera di un mosaico emotivo, dove il dolore, la speranza, la memoria e il desiderio si intrecciano in un dialogo silenzioso con il tempo e con l’essere.

La poesia di Testa è intimista ma mai chiusa in sé stessa. Pur partendo da esperienze personali, riesce a toccare corde universali, offrendo al lettore uno specchio in cui riconoscersi. Il suo linguaggio è limpido, ma non banale; la sua metrica è libera, ma sempre sorretta da un ritmo interiore che guida la lettura come un respiro profondo.

Christian Testa conferma la sua vocazione poetica: quella di dare voce all’indicibile, di trasformare il vissuto in arte, di cercare nella parola un rifugio e una rivelazione. È un viaggio che non pretende di offrire risposte, ma che invita a sostare, a sentire, a riflettere.

Chi ha apprezzato Pensieri poetici nel tempo troverà in questo nuovo volume una continuità tematica e stilistica, ma anche una crescita, una maggiore consapevolezza del potere evocativo della poesia. E chi si avvicina per la prima volta all’opera di Testa scoprirà un autore capace di parlare al cuore con sincerità e profondità. Ogni poesia è un respiro: a volte affannoso, a volte sereno, ma sempre vero. Nel respiro del tempo è un libro che si legge lentamente, come si ascolta una melodia che ci somiglia. È un invito a fermarsi, a guardare, a sentire. È un dono sincero, che ci ricorda che ogni giorno può essere poesia. In un tempo segnato da inquietudini, disillusioni e fragilità, la poesia di Christian Testa si propone come un balsamo per l’anima. Non pretende di risolvere i mali del mondo, ma li guarda in faccia, li nomina, li attraversa. E nel farlo, offre al lettore uno spazio di riflessione, di conforto, di resistenza.

La poesia, in queste pagine, diventa atto di cura. Cura del ricordo, della bellezza, della verità. È uno strumento umile ma potente, capace di restituire senso dove il senso sembra smarrito. È voce che si alza contro il rumore, gesto che si oppone all’indifferenza, parola che consola quando tutto tace.

Nel respiro del tempo non è solo una raccolta di versi: è un invito a credere che, nonostante tutto, l’umanità possa ancora salvarsi attraverso la tenerezza, la memoria, la spiritualità e l’ironia. È la testimonianza che la poesia, quando nasce dal cuore e parla al cuore, può essere un rifugio, una guida, una luce. In questo respiro condiviso, forse, possiamo ritrovare noi stessi. E per dirla alla Umberto Saba, che credeva nella vita perché credeva nella poesia, «d’ogni male mi guarisce un bel verso».

Michele Miano

 

Christian Testa, Nel respiro del tempo, pref. Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-78-3, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Christian Testa è nato a Pavia nel 1975 e vive a Villanterio; ha iniziato ad occuparsi di poesia nel 2014. Ha conseguito più di cento riconoscimenti letterari in concorsi di livelli nazionale e internazionale. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie in lingua italiana e in dialetto pavese. È inoltre autore di testi di canzoni per il liscio e per la musica leggera.

 

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Pasquale Ciboddo, "Oltre il velo del mondo"

7 Settembre 2025 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

Oltre il velo del mondo

 Pasquale Ciboddo

 Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

In un mondo che corre senza sosta, dove il progresso spesso brucia i ponti verso ciò che è essenziale, questa raccolta è un invito a tornare all’origine del sentire. Oltre il velo del Mondo nasce dal desiderio di dare voce a ciò che non urla, ma vibra nel cuore: l’amore che resiste al tempo, la fede che non chiede prove, la spiritualità che si nutre di gesti semplici, la fiducia che si rinnova nonostante tutto.

Ogni poesia è una candela accesa nel buio della disillusione; ogni verso è un altare costruito con le parole del silenzio. In un tempo in cui l’uomo sembra aver smarrito il senso del sacro, questo libro è un pellegrinaggio interiore, una condanna gentile contro il rumore del mondo, una carezza alla coscienza, un respiro alla memoria.

Caro lettore, non troverai risposte facili né dogmi. Troverai, invece, il dubbio fertile, la luce fioca ma persistente, la tenerezza che si nasconde nell’attesa. Troverai la voce di Pasquale Ciboddo, fragile e potente, che chiede solo di essere ascoltata con il cuore aperto.

Esiste un luogo invisibile agli occhi, dove l’anima dialoga con la luce, dove le domande non cercano risposte ma profondità. Oltre il velo del Mondo è il tentativo di varcare la soglia tra il tangibile e l’invisibile, tra il rumore del tempo e il silenzio del senso.

In queste pagine, la poesia diventa pellegrinaggio: si attraversa l’amore non come possesso ma come dono, si contempla la fede non come certezza ma come sussurro, si abbraccia la spiritualità come cammino che non ha fretta. E sullo sfondo, un mondo che accelera, produce, semplifica, distrugge: il progresso, che nel suo slancio tecnologico rischia di svuotare il cuore e dissolvere l’essenza. Si leggano i versi emblematici: «…Odio, vendetta e guerra/ attanagliano quei popoli/ che vivono tra la fame/ la morte e la malasorte./ E pace e amore/ tardano ad arrivare» (Sono calpestati). Le parole qui raccolte non insegnano: invocano. Non mostrano sentieri: li evocano.

Pasquale Ciboddo osserva il cielo, ascolta la terra, e tra le fenditure dell’esistenza cerca il senso che ci sfugge ogni volta che lo riduciamo a spiegazione. Chi leggerà questo libro, forse sentirà che sotto le superfici c’è ancora un battito antico, una memoria sacra che ci chiama a essere più umani, più semplici, più veri.

Pasquale Ciboddo non è solo il poeta che canta la sua Sardegna e i suoi amati stazzi, ricordo di una perduta civiltà agreste ma è il poeta della speranza. E c’è un’isola infatti - aspra, luminosa, intima - che fa da culla a questo canto. La Sardegna, con i suoi stazzi, le pietre che raccontano, il vento che ricorda, non è solo luogo geografico: è anima, è radice, è voce che ritorna. Il poeta la celebra come madre antica e come specchio in cui riflettere il dolore e la bellezza dell’umanità intera.

Il suo sguardo parte dalla terra che lo ha nutrito, ma si apre al mondo: l’amore che canta non ha confini, non distingue razze o religioni, perché è amore che tende all’essenziale, all’umano, al divino. Ogni verso è un gesto di compassione, una carezza lanciata oltre il tempo e le culture.

La sua spiritualità non è dogmatica né distante. È incarnata nel quotidiano, nei gesti contadini, nelle albe silenziose, nelle preghiere sussurrate tra le foglie. Il poeta non predica: invoca. E lo fa con voce umile, ma profonda, cercando quel senso religioso che non divide, ma abbraccia: «…Oggi nessuno/ può conoscere a fondo/ la sapienza del Signore./ E allora si prega/ pieni di speranza» (Oggi nessuno).

Oltre il velo del Mondo è una raccolta che attraversa il visibile per toccare l’invisibile, cantando la Sardegna e il mondo, la fede e il dubbio, la speranza e la nostalgia. È una liturgia anche laica per chi cerca ancora il sacro nel profumo della terra, nel volto di un uomo, in un raggio di luce che non giudica ma accoglie. «Oggi la città/ consuma la vita umana./ Era certo il romanzo,/ la poesia della mia esperienza/ vissuta in campagna/ negli stazzi della Gallura/ ad avere l’esistenza/ un vero senso» (Era certo).

Ma il poeta non può ignorare le ferite del mondo. Le guerre che divorano la speranza, l’odio che scava fossati tra gli uomini, i conflitti che negano il volto dell’altro - tutto questo entra, dolorosamente spesso nei suoi versi. Non come accusa, ma come testimonianza. Perché chi canta la luce, non può voltarsi davanti all’ombra.

Il paragone con la fine delle api è immagine lacerante: creature che danzano per comunicare, che impollinano la vita e rendono fecondo il tempo. La loro scomparsa è un silenzio che grida, un vuoto che profuma di apocalisse. Così come la perdita dell’amore per l’altro, della compassione, della spiritualità condivisa, segna il collasso di un’umanità ormai stanca di essere umana. Le api e la pace: due forme di armonia. E nel loro declino, il poeta intravede un’unica domanda: cosa stiamo sacrificando nel nome del progresso? Quale canto smetteremo di ascoltare se continuiamo a correre senza fermarci mai?

Questo libro è dunque anche un grido gentile, un appello poetico alla riscoperta della cura, della meraviglia, della sacralità del vivere. Un invito a proteggere ciò che è fragile, perché forse proprio lì - nell’ala trasparente di un’ape, nel volto di un bimbo - si nasconde ancora il senso del nostro vivere. Si legga la lirica Il mondo: «…Il mondo è dominato/ dal male e dalle guerre/  e dalle grandi povertà./ Le api stanno morendo/ e pure le persone./ Così si annuncia/ la fine della vita/ nel mondo».

E così, dopo aver camminato tra parole e visioni, Pasquale Ciboddo solleva lo sguardo al cielo. Non con paura, ma con fiducia. Perché, nonostante le rovine, i silenzi spezzati, le lacrime che non si vedono, egli crede. Crede che l’amore sia ancora più forte dell’odio, che la luce resista all’ombra, che la grazia si nasconda perfino dietro una guerra, in attesa di essere riconosciuta.

Allora invoca - non un castigo, ma una carezza divina. Implora che l’armonia torni a posarsi come rugiada sugli animi stanchi. Che la pace non sia solo un sogno, ma un germoglio che cresce, seppur fragile, tra le crepe del mondo: «…Se non interviene/ Dio a mitigare/ l’animo dei ribelli,/ nel mondo/ non ci sarà/ più pace» (Se non interviene). Che la salvezza non riguardi pochi, ma tutti, proprio tutti perché nessuno è escluso dalla compassione del cielo. «…Dio salverà/ e riempirà di gioia/ i popoli oppressi/ ovunque sulla terra» (Dio salverà). Nel suo cuore, il poeta non supplica invano. Egli sa - sente - che un mondo migliore è possibile. Non immediato, non facile, ma in cammino. Ogni parola scritta è un seme piantato nell’attesa della primavera. Ogni verso è una luce che attraversa il velo, e lo rende trasparente appunto Oltre il velo del Mondo

E forse, leggendo, ci accorgeremo che la luce non è mai andata via. Eravamo noi a non guardarla abbastanza.

Michele Miano

 

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L’AUTORE

Pasquale Ciboddo è nato a Tempio Pausania (SS), in Gallura (Sardegna), nel 1936; già docente delle scuole elementari, è uno dei poeti sardi più noti in Italia (è conosciuto anche a Cuba), e ha al suo attivo numerose pubblicazioni poetiche e di narrativa con prefazioni e introduzioni di prestigiosi critici. Ha conseguito molti premi e riconoscimenti.

 

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Pasquale Ciboddo, Oltre il velo del mondo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 86, isbn 979-12-81351-53-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Pietro Nigro, "Verso il nuovo mondo... per incontrarci"

3 Settembre 2025 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

 

 

Verso il nuovo mondo… per ricontrarci

Pietro Nigro

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Ci sono perdite che non trovano parole. E allora ci affidiamo alla poesia che ha il coraggio di farsi fragile, di dire l’indicibile con versi spezzati, sospesi tra dolore e speranza.

Questa raccolta nasce dal cuore di un uomo, Pietro Nigro, che ha amato profondamente, e che ora cammina in un silenzio nuovo, dove ogni eco ricorda un sorriso, una carezza, una complicità. Le poesie che il lettore troverà in queste pagine non sono solo un tributo alla donna amata e perduta, ma un dialogo ininterrotto con la sua assenza. Sono voci che si levano dal vuoto, tentativi di cucire la distanza con parole che diventano ponti. Eppure, tra le righe di questa malinconia, affiora una luce. È la speranza — discreta, ma tenace — di un altro incontro, in un luogo dove il tempo non separa e l’amore non conosce confini. Chi legge queste poesie non trova solo il dolore di chi resta, ma anche un invito: quello di credere che l’amore sopravvive e trasforma il lutto. Si leggano i seguenti versi:

 

«… L’ultima volta che ti vidi

i tuoi occhi afflitti fissarono i miei

come preghiera a non lasciarci.

Nel buio della notte

si è perduto il tuo sguardo…»

(Giovanna)

 

La perdita della persona amata — della propria compagna, amica, confidente, anima gemella è un evento che non lascia solo un vuoto fisico, ma spalanca un abisso interiore, una terra straniera dove ogni passo è incerto, ogni ricordo è al tempo stesso rifugio e ferita memoria viva, e custodisce la promessa di ritrovarsi, un giorno, in un mondo nuovo.

 

« Ci ritroveremo in quel luogo un giorno

in un mondo senza inizio e fine

io e te,

e gli altri che amammo.

Avremo nuove sembianze

sprazzi d’un infinito fulgore… »

(Ci ritroveremo)

 

Le poesie raccolte in questo volume nascono proprio da lì: da quel silenzio improvviso che segue l’addio, da quella solitudine che non è mera assenza, ma presenza muta, fantasma affettuoso che accompagna ogni gesto quotidiano. Pietro Nigro ci guida in un percorso intimo e coraggioso, in cui la parola diventa carezza, grido, preghiera. Ogni verso sembra interrogare il vuoto con dolcezza, come chi sa che l’unico modo per non perdersi è continuare a parlare con chi non risponde più, a chiamarla per nome, a darle ancora un posto nel mondo.

  

« Vaga il mio sguardo,

ma non ti trovo.

Invano ripeto il tuo nome

e non rispondi.

Non so se nei miei giorni rimasti

sopporterò il dolore

che trafigge la mia consunta essenza

errabondo in questo deserto

senz’oasi,

solo sabbia

che soffoca il mio respiro…»

(Piango la tua assenza)

 

 

Eppure, in questa elegia composta, non vi è disperazione assoluta. Anzi, tra le righe si insinua una luce tenue, che non cancella il dolore ma lo trasfigura: è la speranza. Una speranza che non ha certezze terrene, ma che osa immaginare. Immaginare un tempo oltre il tempo, un luogo in cui gli sguardi si ritrovano, in cui le mani tornano a cercarsi e a stringersi. Una speranza che non nega la morte, ma afferma la potenza dell’amore che sopravvive ad essa.

Questa raccolta, dunque, non è solo un atto d’amore verso chi non c’è più, ma anche un dono a chi resta. È un invito a non temere il dolore, ad attraversarlo con sincerità, a lasciare che si trasformi in memoria viva, in presenza sottile. È, in fondo, una dichiarazione: che l’amore vero non finisce, ma cambia forma. Che le anime, se nate per camminare insieme, trovano sempre un modo per ricongiungersi — in questa vita, o in quella che ci attende. Leggendo questi versi, ci ritroviamo spettatori di un amore che continua a vibrare tra le parole, e forse, senza accorgercene, impariamo anche noi a riconoscere la presenza nell’assenza. A credere, almeno per un istante, che nessun addio sia definitivo.

L’autore ci conduce tra le pieghe del suo lutto con una delicatezza disarmante. I versi non gridano: sussurrano. Ricordano un volto amato, una presenza che ha lasciato tracce ovunque — in un gesto quotidiano, in un oggetto che non sa più a chi appartenere, in una città lontana che ora parla solo la lingua del ricordo. Parigi ritorna più volte tra le pagine, non solo come luogo geografico, ma come simbolo di luce, bellezza condivisa, e di quella gioia serena che ora risplende attraverso il filtro della nostalgia.

 

« Cerco te, Parigi,

sognando l’antica collina di Montmartre

che riporta ancora l’eco

d’un’era lontana

di poeti e pittori che la fecero grande

e colmarono le menti

d’un incanto infinito… »

(Cerco te Parigi)

 

Ma il dolore personale non chiude l’autore in un guscio solitario: al contrario, sembra spalancarlo ancora di più verso il mondo. L’assenza lo rende più sensibile alla sofferenza altrui, e così il pensiero corre anche alle tragedie contemporanee, a quelle ferite collettive che ogni giorno l’umanità è costretta ad affrontare. I versi accennano con pudore ma fermezza ai bambini di Gaza, a quel dolore innocente che attraversa il nostro tempo come una ferita aperta. L’autore, nel suo lutto privato, riconosce il lutto del mondo, e in questo riconoscimento trova forse un altro modo per rimanere umano: provando empatia, restando aperto, continuando ad amare.

 

« Anche i bambini di Gaza

si sono addormentati per sempre

nel nero grembo del nulla.

A chi volgeranno lo sguardo

e il blando sorriso

le madri affrante… »

(Morte nel deserto del Negev e a Gaza)

   

 

Il lettore troverà la speranza, mai imposta, sempre suggerita, che l’amore — quello vero, quello che sopravvive ai corpi e ai confini — abbia la forza di ricongiungere ciò che la morte ha separato. Che da qualche parte, oltre il tempo e le lacrime, ci sia ancora un luogo dove riconoscersi, ritrovarsi, rinascere insieme.

Ho conosciuto l’autore quando ero ragazzo. Ricordo bene un pomeriggio, a casa sua, accanto a mio padre. In quell’incontro, nel calore semplice di una conversazione, ho percepito la profondità di uno spirito gentile, animato da un’intelligenza umanistica e da un senso autentico della solidarietà. Un uomo che sa ascoltare, comprendere e condividere. Questa raccolta ne è il riflesso più vero. Un’antica amicizia che dura dai tempi del volume Il deserto e il cactus, la prima opera di Pietro Nigro pubblicata da questa Casa editrice nel 1982; era il tempo in cui mio padre Guido, già allora riconosceva l’ispirazione poetica di un uomo profondamente coerente: la solitudine come luogo di verità, l’amore come forza salvifica, e la tenacia dello spirito umano di fronte al dolore.

La presente raccolta è anche un tributo ad un’amicizia che dura nel tempo, un filo sottile che lega le generazioni. Un’amicizia nata nei libri, grazie a una robusta cultura classica, nutrita da ideali comuni, e oggi più che mai testimone della forza della scrittura come forma di cura e consapevolezza. Il dialogo tra mio padre e l’autore continua in queste pagine, e io, oggi, ho l’onore di raccoglierne l’eco, e in qualche modo essere l’artefice di questo rinnovato sodalizio umano ancor prima che culturale.

A chi legge auguro di lasciarsi attraversare da questi versi. Di trovare in essi non solo il dolore, ma anche la bellezza di un amore fedele. E la speranza — fragile e ostinata — che, oltre la separazione fisica, vi sia ancora un luogo dove incontrarsi… Verso un nuovo mondo.

E di questo, dobbiamo essere grati a Pietro Nigro.

Michele Miano

 

 

Pietro Nigro, Verso il nuovo mondo… per rincontrarci, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 56, isbn 979-12-81351-69-1, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).

 

 

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Stefania e Giuseppe Berton, "Il tempo dell'universo e altre piccole storie"

30 Agosto 2025 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

 

 

Il Tempo dell’Universo

Stefania e Giuseppe Berton

 Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Nel silenzio immenso dell’universo, il tempo scorre come un respiro antico, invisibile ma onnipresente. È il battito di un cuore cosmico, il filo sottile che unisce la nascita delle galassie al sussurro dell’anima umana. Il Tempo dell’Universo e altre piccole storie nasce proprio da quel mistero: un desiderio di esplorare il tempo non come freddo concetto scientifico, ma come esperienza vissuta, interiorizzata, interrogata. Ogni poesia è una stella: brilla di luce propria, ma partecipa a una costellazione più ampia di emozioni, riflessioni e intuizioni. Stefania e Giuseppe Berton ci guidano in un viaggio intimo attraverso la percezione del tempo – un tempo che a volte si dilata come l’universo in espansione, e altre volte si contrae, come un ricordo che pulsa improvvisamente nel petto.

Il volume è strutturato in dieci capitoli ognuno con cinque poesie. Come ha notato correttamente Marcella Mellea in merito al precedente volume Time - Forty Italian poems: «ogni capitolo sembra rappresentare un momento o un aspetto differente del rapporto dell’autore con il tempo: dall’infanzia alla maturità, dal tempo inteso come memoria al tempo che fluisce inesorabile verso l’ignoto», così possiamo confermare che anche la presente raccolta accompagna il lettore in un viaggio quasi esistenziale, scandito da tappe emotive e filosofiche. In questo cammino poetico, il lettore non troverà risposte definitive, ma frammenti di verità raccolti come polline tra galassie lontane e battiti quotidiani. È un invito a fermarsi, a respirare, a contemplare. E forse, a sentirsi parte di qualcosa di infinitamente più grande, senza per questo perdere il senso dell’istante. Emblematica di tutta la produzione e significativa la lirica Il Tempo:

 

Questa sera, l’ultima sera dell’anno,

ho messo la legna

nella stufa di montagna,

e miracolosamente la casa si è scaldata,

ed è l’ultima sera dell’anno,

ed il tempo passa, e qualche volta vola.

E pensavo come pensiamo il tempo,

che i fisici misurano, i poeti soffrono,

i religiosi credono infinito.

Io penso che il tempo è un’illusione,

è solo un’illusione in questa vita sconosciuta.

E vale meno di un bacio.

 

In questo componimento ritroviamo quasi tutti gli elementi caratterizzanti la poesia di Stefania e Giuseppe Berton delicata e profonda, e il tono che la attraversa è un intreccio affascinante di intimità, riflessione filosofica e tenerezza malinconica.

L’atmosfera è raccolta, quasi sussurrata: un momento ordinario - «la legna/ nella stufa» - diventa l’occasione per meditare sull’incommensurabilità del tempo. Il quotidiano si fonde con l’universale, e il tono invita il lettore a entrare in uno spazio privato, caldo, vulnerabile. Il verso «il tempo passa, e qualche volta vola» ha quasi un sorriso malinconico, come una verità accettata con dolce rassegnazione «E vale meno di un bacio». Qui il tono è teneramente disilluso, come se, dopo tutte le elucubrazioni umane, restasse solo la realtà vissuta dell’amore, dei gesti, dei sensi. Il tempo, allora, diventa una costruzione meno importante del calore umano. Struggente poi la lirica Fratello:

 

Abbiamo visto il sole

scendere sui tuoi occhi

e le labbra

chiedere pietà.

abbiamo visto la tua anima,

vestita di tristezza,

camminare

per le strade dì Philadelphia.

Abbiamo visto i tuoi fratelli

come schiavi

E noi pelli bianche, quasi lieti,

per le strade di Philadelphia.

Sono passato accanto

alla tua anima,

sospesa, dimenticata, calpestata.

Mi hai regalato i brandelli

di una bandiera, ancora bagnati

dalle lacrime di domani.

Lotteremo insieme.

Perderemo insieme.

Vinceremo insieme.

E quando scenderà la sera

sui nostri occhi,

sulle nostre ferite,

sul silenzio delle nostre parole,

guarderemo il mondo

coricarsi dolcemente

E la nostra anima avrà ristoro.

 

Poesia che ha una forza narrativa e simbolica che colpisce nel profondo. Il tono, pur diverso rispetto a Il Tempo, mantiene una coerenza nella tensione tra intimo e universale, ma qui si addensa in una dimensione più storica, civile e profondamente empatica. Si confronta con la sofferenza altrui non con distacco, ma con volontà di condivisione. Il tono è profondamente solidale, attraversato da un senso di colpa trasformato in promessa di alleanza: «Lotteremo insieme./ Perderemo insieme./ Vinceremo insieme». Le immagini sono potenti ma delicate: «la tua anima/ sospesa, dimenticata, calpestata» evoca un dolore esistenziale e storico insieme. La bandiera strappata, le lacrime del domani - questa è una visione poetica del trauma e della speranza, in cui il linguaggio si fa quasi liturgico. Poesie che sono in dialogo tra loro dove si evidenzia una poetica dell’intimità cosmica e dell’umanità condivisa, in cui il tempo e il dolore si rifrangono in riflessioni sobrie, piene di calore umano. E se molti critici si sono soffermati spesso solo sugli aspetti più lirici e intimistici della poesia dei coniugi Berton, l’attuale prefatore suggerisce una visione più dedicata alla coscienza, alla giustizia, al senso della cura per l’“altro”. Lo evidenzia soprattutto la lirica Lottare:

 

Forse il primo dovere del poeta

è lottare.

Forse il più grande privilegio del /poeta

è lottare:

contro il potere,

l’oppressione,

l’ingiustizia,

lo sfruttamento degli altri,

degli ultimi,

di noi.

Per la libertà di tutti.

 

Certo è, questo lo sanno bene Stefania e Giuseppe Berton: non si tratta solo di una raccolta di poesie, ma di un dialogo a due voci che respirano all’unisono, un percorso condiviso che intreccia l’amore, l’esperienza e la consapevolezza maturata attraverso il contatto con il mondo grazie ai loro innumerevoli viaggi. Le poesie che compongono questo libro nascono dall’unione di due voci, ma anche da uno stesso sguardo sul mondo. Autori e compagni di vita che hanno attraversato insieme paesi vicini e lontani, incontrato volti, ascoltato storie, abitato silenzi. I loro viaggi non sono stati solo spostamenti nello spazio, ma passaggi attraverso la complessità dell’essere umano: il dolore e la speranza, la bellezza e la disuguaglianza, la meraviglia e il dubbio.

Questa raccolta è figlia di una sensibilità coltivata insieme, nel tempo, e maturata lungo le strade del mondo. È da lì che nasce quel senso profondo di solidarietà: da ciò che loro hanno visto e soprattutto da ciò che hanno sentito. Le poesie non vogliono offrire risposte, ma condividere il cammino, le contraddizioni e la bellezza fragile che ci unisce tutti.

I coniugi Berton svolgono attività medica, sempre a contatto con chi soffre. Ciò ha permesso loro di acquisire un profondo senso etico ed esistenziale: non è uno sguardo dall’esterno, ma una vicinanza quotidiana alla fragilità umana, una sensibilità maturata nel contatto diretto con il dolore, la speranza, la fine, e la rinascita.

Michele Miano

 

 

Stefania e Giuseppe Berton, Il Tempo dell’Universo e altre piccole storie, pref. di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp.92, isbn 979-12-81351-68-4, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Angela Ragozzino, "C'è ancora speranza"

23 Giugno 2025 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia, #fotografia, #arte, #pittura

 

 

 

 

C’è ancora speranza

 Angela Ragozzino

con immagini fotografiche e d’arte di Enrico Raimondo, Benedetto Scaravilli, Franca Maschio, Fabio Recchia, Giovanni Conservo, Gustavo Delugan

 Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

L’arte e la poesia sono due linguaggi paralleli, due forme espressive che, pur percorrendo strade diverse, si incontrano nel tentativo di dare voce all’indicibile. Entrambe cercano di svelare l’essenza della vita e il mistero che si cela dietro l’apparente semplicità dell’esistenza. Il senso e il mistero della vita è un enigma che l’uomo ha cercato di decifrare attraverso ogni forma d’arte. La poesia distilla emozioni, raccoglie attimi e li trasforma in parole che respirano, mentre l’arte figurativa cattura il visibile per rivelare l’invisibile. Le due arti si sostengono a vicenda: la parola suggerisce forme e colori, l’immagine evoca versi e ritmi. È in questo dialogo ininterrotto che si manifesta il desiderio di comprendere la nostra presenza nel mondo, di lasciare un segno nella trama mutevole del tempo.

La poesia di Angela Ragozzino e le arti figurative di Enrico Raimondo (fotografo), Benedetto Scaravilli (fotografo), Giovanni Conservo (scultore), Fabio Recchia (pittore), Franca Maschio (pittrice), Gustavo Delugan (scultore) si incontrano in C’è ancora speranza per raccontare l’intreccio tra interiorità e mondo esterno, tra emozione e rappresentazione, tra il visibile e l’indicibile. Angela Ragozzino in prima linea come medico rianimatore e poi come sensibile poetessa ci svela alcuni risvolti di questa ricerca. Ci sono alcuni che questa ricerca la vivono ogni giorno non solo attraverso le parole e le immagini, ma nel cuore stesso dell’esistenza umana: i medici, e in particolare i rianimatori, coloro che combattono incessantemente contro il limite ultimo, la fine della vita. Il medico rianimatore non è solo un professionista della cura, ma un custode di speranza, un tramite tra l’essere e il non-essere, tra la fragilità umana e il miracolo della sopravvivenza. Nel suo lavoro si concentra la tensione tra scienza e destino, tra la razionalità e l’imprevedibilità dell’esistenza.

C’è un parallelismo tra il mestiere di medico e quello di scrittore: entrambi osservano la vita nelle sue profondità più crude, ne studiano le oscillazioni, ne accolgono le contraddizioni. Lo scrittore, come il medico, cerca di dare senso al dolore, alla bellezza, alla resilienza umana. Il medico rianimatore affronta il dramma della vita e della morte con la stessa intensità con cui un poeta scrive sull’amore, sulla speranza e a volte sulle sconfitte.

Nel sacrificio di chi dedica la propria vita alla salvezza degli altri c’è un atto profondamente artistico: l’abbandono di sé per il bene dell’altro, l’accettazione del rischio, la consapevolezza che ogni gesto può fare la differenza tra la vita e la morte. E questo Angela Ragozzino lo sa bene.

In Angeli delle Notte, dolcissima lirica dedicata ai colleghi del Reparto di rianimazione, la poetessa ricorda il duro lavoro del personale medico: «…A Voi Angeli della Notte/ che sempre/ la speranza date/a chi più non ne ha/ e un sorriso donate/ a chi sorridere/ più non sa…». Significativa poi la straziante lirica la Stanza chiusa: «…Il silenzio cala/ e imprigiona le ore./ Aspetto che passi/ il tempo/ e mi riporti/ la tua voce/ la tua risata/ il tuo cuore…» che ricorda Nicola Della Vedova direttore del Reparto rianimazione scomparso e alla cui memoria la presente silloge è dedicata. Ma «…La vita continua/ tutto procede/ come avresti voluto,/ come se tu fossi/ con noi… /e lo sei!!!.».

La perdita di un collega non è solo l’assenza di una presenza sul posto di lavoro, ma la mancanza di una relazione vissuta tra conversazioni quotidiane, esperienze condivise e complicità professionale. L’affetto per un collega che non c’è più è una forma di rispetto che si tramuta in memoria, un’eredità che resta nelle abitudini, nei consigli scambiati, negli aneddoti che si continuano a raccontare. È una nostalgia che prende vita ogni volta che un momento lavorativo richiama il suo contributo, ogni volta che un gesto o un’idea sembrano ancora portare la sua firma.

L’incontro tra parola e immagine, vuole rendere omaggio anche a quel senso di infinito che si cela non solo nella natura e nella bellezza, ma anche nel cuore di chi sceglie di donare sé stesso agli altri. Che queste pagine siano un tributo alla meraviglia, alla missione umana, e alla forza di coloro che ogni giorno lottano perché la luce non si spenga, perché ci sia ancora un barlume di speranza nell’Umanità.

Altro tema ricorrente in questo viaggio poetico e figurativo è lo stupore della natura che spesso diventa una fonte inesauribile di ispirazione artistica per Angela Ragozzino. La luce che accarezza un paesaggio, il vento che sfiora le fronde, l’eco di un mare distante, tutti questi elementi parlano agli artisti e ai poeti, che li trasformano in opere capaci di restituire l’emozione primordiale del meravigliarsi. La natura è una tela infinita su cui la vita disegna i suoi mutamenti, e attraverso il filtro dell’arte, ci insegna a guardarla con occhi nuovi, a riscoprire la bellezza nel più piccolo dettaglio. La natura è da sempre una delle muse più potenti per l’arte, capace di suscitare emozioni profonde e stimolare la creatività in modi imprevedibili.

La natura offre forme, colori e ritmi che hanno guidato la mano di pittori, poeti, scultori e musicisti per secoli. Le linee morbide delle nuvole blu, il movimento delle onde, la trama intricata delle foglie, la pioggia, il colore di un tramonto, ogni dettaglio è una lezione di estetica, una fonte di armonia che l’artista assorbe e rielabora. Si leggano i versi della lirica E vado incontro alla notte che si allinea perfettamente all’omonimo scatto fotografico di Benedetto Scaravilli: «Lunga è la via/ al calar della sera./ Scende il sole oltre il monte/ e tutto si tinge di rosso./ …E vado incontro alla notte./ Ripenso al giorno/ appena trascorso/ tra mille ambasce/ ed incertezze…».

Il contatto con la natura risveglia i sensi e genera stati d’animo che si traducono in espressione artistica. La tranquillità di un bosco, la vastità del mare, la forza di un temporale possono evocare malinconia, gioia, introspezione, diventando materia per la creazione artistica. Tramite le meraviglie della natura Angela Ragozzino indaga il senso della vita e la condizione umana. La ciclicità delle stagioni, la caducità di un fiore, l’immensità del cielo notturno sono metafore potenti che portano alla riflessione e alla ricerca del significato dell’esistenza e alla contemplazione del Miracolo delle natura come recita una sua lirica: «…Spunta il sole,/ una tiepida brezza/ l’accompagna./ Solca il cielo azzurro/ punteggiato/ di bianche nuvole/ che gli fan da corteo…» in perfetta simbiosi con Le Nuvole Blu del fotografo Benedetto Scaravilli e il Prato di margherite di Enrico Raimondo.

Come le onde si infrangono sulla riva e poi si ritirano nell’immenso respiro del mare, così la parola poetica e il segno artistico oscillano tra l’intimo e l’universale, tra il finito e l’infinito. La natura si manifesta nelle sue meraviglie - una montagna che sfiora il cielo, una foresta che si perde nell’orizzonte, il riflesso di una notte stellata sul silenzio - e lo scrittore, nel contemplarle, percepisce il proprio essere come parte di quel tutto, come frammento di un infinito che lo avvolge e lo nutre: «…La natura si produce/ in mille doni, colorata/ di note dolci e cangianti…» (Aria di Ferragosto). L’arte figurativa e la poesia diventano quindi strumenti di esplorazione, specchi di un’interiorità che, come la natura, è vasta e insondabile. Il pennello che traccia un cielo senza fine, il verso che evoca il battito eterno delle stagioni: ogni opera è un varco, un tentativo di dialogo con quel senso di grandezza che ci abita e ci sfida. L’infinito, nella sua essenza, non è solo ciò che è irraggiungibile, ma anche ciò che vive dentro di noi, nelle domande che ci poniamo, nelle emozioni che ci sovrastano, nei sogni che non hanno confini. È un viaggio tra le parole e le immagini, una ricerca di quel momento sospeso in cui l’arte riesce a tradurre l’infinito in un attimo di pura comprensione. Che sia un invito a lasciarsi attraversare dalla meraviglia, a osservare il mondo e sentirsi parte di esso, senza barriere, senza tempo.

Questo libro nasce dall’incontro tra parola e immagine, tra intuizione e rappresentazione, tra l’interrogativo sulla vita e la contemplazione del mondo. Un invito a cercare, a osservare, a sentire perché, in fondo, è proprio nello stupore che si cela la risposta più autentica al senso dell’esistenza. Nel dialogo silenzioso tra poesia e arte figurativa si svela un mondo di parallelismi e corrispondenze, in cui ogni forma espressiva risponde all’altra in un delicato gioco di riflessi. Laddove la poesia scolpisce l’invisibile con il potere delle parole, l’arte figurativa lo traduce in segni e colori, tracciando visioni che parlano senza bisogno di voce. C’è ancora speranza nasce dal desiderio di esplorare le sottili connessioni tra queste due arti, indagando come l’una possa nutrirsi dell’altra in un continuo scambio di suggestioni. Le parole diventano pennellate di emozioni, le immagini si trasformano in versi silenziosi; come diceva Orazio nell’Opera Ars poetica «La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca». Nel viaggio che si compie tra queste pagine, l’arte e la poesia non sono separate, ma si intrecciano in un dialogo ininterrotto. L’incontro tra le due discipline crea uno spazio di risonanza, dove il linguaggio poetico suggerisce forme e colori, mentre le immagini evocano ritmi e sentimenti. Un invito a vedere le arti non come mondi distinti, ma come percorsi paralleli che si arricchiscono a vicenda, in un’armonia senza confini.

Altro tema trattato dall’autrice è l’amore, nelle sue molteplici forme, è il filo invisibile che lega le esistenze, un sentimento che si manifesta con sfumature diverse a seconda dei legami che intrecciamo nella vita. L’amore filiale, il sentimento per il padre: l’amore per il padre è una costruzione che si modella nel tempo, tra gesti silenziosi, protezione, insegnamenti e comprensione. È un affetto che può essere fatto di gratitudine, di ricerca, a volte di conflitti che si trasformano in rispetto. La figura paterna porta con sé il peso delle aspettative e la dolcezza di un riferimento che spesso si comprende pienamente solo col tempo. L’amore per il padre è una continua scoperta, una riscoperta nel riflesso dei suoi gesti nei nostri, una voce che continua a esistere dentro di noi, anche quando il tempo lo ha portato altrove. Si leggano i versi della lirica Al Mann dedicata al padre, dirigente al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che per certi aspetti descrivono un destino simile a quello del presente prefatore quando ricorda la figura paterna: «…Così ti rivedo/ al tavolo da lavoro/ immerso ed attento,/ fra colonne di numeri/ tutti in fila ed ordinati,/ come si usava/ nei vecchi registri/ ed io bimba, al tuo fianco…».

Questi sentimenti hanno un valore profondo: l’amore per il padre è radice e origine, l’affetto per un collega che non c’è più è un omaggio alla sua esistenza nel nostro cammino. Sono legami che sopravvivono al tempo, alimentati dal ricordo e dalla gratitudine. Nelle cronache letterarie si ricordano almeno Lettera al padre dello scrittore Franz Kafka: in questa lunga lettera mai consegnata, Kafka esprime il suo rapporto complesso con il padre, fatto di ammirazione e timore, raccontando le dinamiche familiari che hanno influenzato la sua vita e la sua scrittura. Ma anche Il mestiere di vivere di Cesare Pavese: nei suoi diari, Pavese affronta il tema del padre, in un dialogo interiore fatto di memorie e riflessioni che rivelano la profondità di questo legame.

Angela Ragozzino, in sintesi e come sempre, spalanca le porte della propria interiorità, offrendo al lettore il dono più prezioso: se stessa.

Il che non è poco.

Michele Miano

 

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L’AUTRICE

Angela Ragozzino è nata nel 1956 a Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, in provincia di Caserta, dove attualmente risiede. Dopo gli studi classici ha conseguito nel 1983 la laurea in Medicina e Chirurgia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli, con specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Dal 1991 ha esercitato la sua attività presso l’Azienda Ospedaliera di Caserta. È impegnata in attività sociali a scopo benefico e culturale; amante della musica classica, delle arti, e delle Cose Antiche, è legata alle origini, alla storia e alle tradizioni della sua terra. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Momenti d’Amore (2004); È sempre Natale (2021); Il colore dei ricordi. Poesie e immagini (2022), Voci d’anima, d’arte e di natura. Poesie e immagini (2023). L’attività letteraria di Angela Ragozzino è recensita da Enzo Concardi e Mario Santoro rispettivamente nel n°12 di Alcyone 2000 - Quaderni di poesia e di studi letterari, Guido Miano Editore, Milano 2019, e nel quarto volume dell’opera Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, ivi, 2020.

 

Angela Ragozzino, C’è ancora speranza, prefazione di Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn 979-12-81351-63-9.

 

 

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Laura Cecchetto, "Il canto del cuculo"

30 Marzo 2025 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Il canto del cuculo

 Laura Cecchetto

 Guido Miano Editore, Milano 2025

 

La poesia di Laura Cecchetto, di professione medico, canta la magica quotidianità delle cose semplici in quei mezzi toni che hanno segnato il sussurrare malinconico della nostra tradizione crepuscolare, con i delicati colori di una vita che scorre in ognuno di noi, segnato da momenti sereni e da dolori veri.

I temi trattati nella sua poesia cantano le meraviglie del Creato, la Natura con le sue delicate descrizioni ambientali, al riguardo si legga Fiori di campo: «Dolci fiori di campo/ nella vostra innocenza/ guardate verso il cielo/ semplici piccole corolle/ che emanano tenerezza…»; ma anche le ricorrenze religiose e familiari, la nostalgica evocazione del «…profumo/ della scoppiettante polenta,/ e la nonna in poltrona/ lavorava la lana/ frutto del suo amore…» (Il davanzale).

I suoi versi si ispirano spesso alla memoria, a malinconiche suggestioni del passato, nonché a rievocazioni di una civiltà più umana ancorata a quei valori puri e idealità che sembrano siano stati dissacrati dalla frettolosa civiltà tecnologica. Esemplificativa la poesia I nostri anni verdi: «…E questa era la vita/ dei nostri verdi anni/ e forse proprio per questo/ siamo cresciuti forti/ e ricchi di ideali/ senza tante pretese/ e con dei valori…», ma anche la gratitudine nei confronti dei propri genitori per avere ricevuto un’educazione tradizionale di valori e tradizioni.

L’innocenza perduta, il mito del falso progresso, il tema memoriale della sua giovinezza, la disumanizzazione e l’alienazione della società contemporanea sono i connotati che caratterizzano altresì i suoi componimenti. Ma è la gioia di vivere con tutte le sue contraddizioni e difficoltà che risulta essere l’elemento catalizzante della sua ispirazione: «Inchinati alla Vita/ che ti ha donato/ tante cose belle.// Inchinati anche quando/ ti dona lacrime e pianto…» (Inchinati alla vita).

La sua poesia è un inno alla Vita e al senso vero dell’esistenza: «La vita/ è Meravigliosa,/ anche quando piangi è meravigliosa,/ anche senza soldi/ è Meravigliosa…» (La vita). E in un panorama come quello attuale afflitto da un cupo pessimismo di ogni genere, da un continuo piangere e chiudersi in se stessi, l’ispirazione della sua lirica risulta una boccata di ossigeno.

Laura Cecchetto cerca di giungere a conoscere il mistero della vita, tentando di coglierne quell’essenza che spesso sfugge al controllo razionale. L’intensità del sentimento in alcune liriche lascia il posto ad immagini cariche di pathos dove i contenuti assumono una certa trascendenza dal dato reale per assurgere ad immagini pregne di significato emotivo. Per cui anche il canto del cuculo «riempie di magia/ la pacifica notte»

Poesia intimista che trae linfa da esperienze di vita vissuta. La poetessa infonde nel verso i segni di una profonda spiritualità con un profondo amore nei confronti della vita. Poesia sincera, immediata, cristallina che risente solo di una vibrante sensibilità, che non richiama mode letterarie ma che attinge ad una profonda dimensione spirituale. Soprattutto è il messaggio del calore familiare che certamente la Cecchetto ha voluto sottolineare; l’ultima àncora di salvezza per un’umanità che sembra abbia perduto, con la caduta della gerarchia dei valori, anche la capacità di cogliere nei momenti di serenità, la gioia di vivere. La parola diventa così strumento di colloquio con il prossimo, monito per le future generazioni nel ricordare che la vita è un dono di Dio e che per dirla alla Frank Capra nel suo fantastico film La vita è meravigliosa o alla Roberto Benigni La vita è bella.

Laura Cecchetto è titolare di alcune raccolte di poesia ed è anche un’acquerellista.

Michele Miano

 

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L’AUTRICE

 

Laura Cecchetto è nata nel 1954 a Torino dove attualmente vive e svolge la professione medica da 45 anni. Ha studiato Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi della sua città, specializzandosi in Gerontologia e Geriatria; ama il suo lavoro e lo pratica con amore e dedizione.  Studia pianoforte e chitarra con insegnanti qualificati e scrive testi di canzoni per chitarra. Ha pubblicato i libri di poesie: Petali di Rose (2021), El burg d’el fum, in dialetto piemontese (2023), Nei campi di lavanda (2025).

 

Laura Cecchetto, Il canto del cuculo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-59-2, mianoposta@gmail.com.

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Albino Barresi, Ricordi lievi ed oltre

20 Marzo 2025 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Ricordi lievi ed oltre

Albino Barresi

 Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Di origine calabrese, Albino Barresi si dedica all’insegnamento dopo avere esercitato per qualche tempo l’attività forense. Menzionato in vari premi di poesia, sue liriche sono state editate in repertori letterari. Ha pubblicato nel 1991 il volume di poesia Il dolore dell’uomo. Ha al suo attivo anche pubblicazioni in campo scolastico.

 

«Una vita

solo una vita

vorrò sentire

perché il profumo della zagara

non resti un sogno di una terra

di un ideale

di un essere che non c’è…» (Solo una vita).

 

Già il titolo della silloge d’esordio racchiude quel sentimento ineluttabile in chiave ungarettiana che è poi quel substrato che sta alla base dell’ispirazione poetica di Albino Barresi.

Una poesia che sa di aerea luce, aggiungiamo, reduci dalla lettura delle sue liriche, terse di quell’aria che penetra nel profondo, col suo profumo d’azzurro, certe mattine d’inverno e che ti fa ricordare che sei vivo. È una poesia che porta in sé il raro dono dell’immediatezza, che si spinge oltre l’attitudine figurativa, intrinseca ad ogni atto genuinamente poetico, per farsi voce delle cose più semplici per modularsi in versi di consistenza impalpabile. Immagini che lievitano sulle trame dei pensieri, quasi a confondersi con essi in tenui dissolvenze. Nel fluire dei suoi versi emerge il senso profondo di una corrispondenza simpatetica con la natura, che rifugge gli oscuramenti che si lascia inondare dalla luce del sole. Il suo verso si rivolge proprio alle estreme resistenze dell’animo umano a quel guizzo d’infanzia represso che improvviso risignifica lo squallore della totale alienazione assurda della nostra quotidianità. Si leggano i seguenti versi emblematici:

 

«… uomini che vivono nonostante tutto

nel magma di un’umanità cancrenosa

incandescente ed utopica dentro...» (Sentieri interiori).

 

E ancora:

 

«… In quest’orgia

di illusioni

alti e bassi di emozioni

naufragando mi cullo

nel mare infinito» (Un giorno).

 

Ma se il poeta si dimostra a disagio nelle ristrettezze dell’esistenza, lo stesso dedica un canto che nascendo dal cuore intende privilegiare la mente e lo spirito.

 

«… Oggi così viviamo

come in attesa

in bilico tra un mare di sogni

e una realtà costellata

di amari drammi…» (Flebile luce).

 

Albino Barresi cerca nel tessuto del pensiero di giungere a conoscere il mistero della vita, tentando di coglierne quella essenza che spesso sfugge al controllo razionale. Il poeta si riallaccia a canoni culturali sempre presenti nella poesia di ogni tempo, confermando che nell’uomo taluni valori non possono essere perduti. Questo accade quando il poeta cerca negli abissi della propria coscienza una risposta alle proprie speranze, come in Amico:

 

«…Voglia di sentimenti forti

affetti diffusamente sentiti

dentro le vie del cuore

eternamente racchiusi»

 

o Dentro il mio cuore:

 

«…Dentro il mio cuore

dissonanti armonie

hanno crogiolato

i pensieri

che affollano

e si disperdono…».

 

 

L’intensità del sentimento in alcune liriche lascia il posto ad immagini piene di pathos dove i contenuti assumono una certa consistenza e che trascendono il dato reale. La sua poesia è un libro aperto dell’anima così sensibile e traboccante di desiderio di conoscenza ma anche di volontà di creare attingendo ad una esperienza di vita vissuta. Egli trae dalla viva realtà del vissuto gran parte della sua opera, ma non disdegna le istanze del pensiero quando i versi nascono da una profonda meditazione sugli eventi e sui fatti umani. Severo con se stesso, il poeta spesso infonde nel verso i segni di una profonda spiritualità.

In sintesi la poesia di Albino Barresi porta un messaggio pienamente costruttivo: assume una pienezza di vita non fine a se stessa ma aperta a richiami che portano a pensare e a meditare sulle fondamentali ragioni dell’esistenza. Una poesia che scava nel profondo quale parametro del mondo esterno e che indaga nella speranza di capirsi meglio.

E di questi tempi dobbiamo solo trarne ammonimento.

 

Michele Miano

 

Albino Barresi, Ricordi lievi ed oltre, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-58-5, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

 

Albino Barresi, nato a Villa San Giovanni (R.C.), ha una lunga carriera nel Ministero dell’Istruzione come docente, preside, dirigente scolastico e dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Verona per un triennio. Ha al suo attivo numerose esperienze amministrative, ge­stionali e formative nel Comparto Scuola per conto del MIUR. Ha pubblicato vari testi in ambito scolastico e la raccolta di poesie Il dolore dell’uomo (1991).

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