michele miano
Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento, sbocciano fiori"
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La silloge di Grazia Marzulli Nella carezza del vento, sbocciano fiori, pubblicata per i tipi di questa Casa Editrice, risulta un florilegio dei suoi volumi precedenti in aggiunta a vari testi inediti.
La sua poliedrica personalità ci induce ad una particolare valutazione della produzione che abbraccia ormai più di un ventennio. Dotata di una vasta e approfondita cultura di matrice classica, la poetessa ci presenta il meglio della sua attività letteraria. Un verso strutturato il suo e non sempre di immediata e facile lettura proprio perché attinge dal mondo classico. La sua è una poesia caratterizzata da un’acuta sensibilità e che lascia emergere la forza e l’intensità delle sue emozioni; componimenti sempre sorretti da un equilibrio strutturale e dalla consapevole cadenza del ritmo. Lo stesso titolo della raccolta è significativo e riprende quel momento magico in cui spira il vento ineffabile dell’ispirazione, quel quid pluris, quasi un soffio divino che permette ai versi di sbocciare come fiori.
Nel Dizionario Autori Italiani Contemporanei, terza edizione, 2001 edito da questa Casa Editrice, lo scrittore Giovanni Chiellino evidenziava come «Da percorso a percorso, da porto a porto, la Marzulli ci conduce dalla materia allo spirito, dalla memoria agli affetti familiari sino all’orizzonte dell’amore che si solleva su remote rive e sulle spiagge dell’oggi, si proietta nel futuro…».
Passato e presente sembrano essere le coordinate più significative della sua ispirazione artistica. Si legga l’inedita Nostalgia dove la poetessa racchiude radici profonde con la ricerca di se stessa, del proprio pensiero e della propria personalità: «… Mi mancano con te le liete Muse / i miti e le leggende del passato / i giochi a nascondino con il tempo, / il rincorrere anelanti l’avvenire / e il divertente muoversi a ritroso, / fingersi adolescenti / compagni di banco / di attese di sogni di avventure. // Ma è tardi ormai. / La vita guarda avanti».
Ella trae - soprattutto nelle sue ultime liriche - dalla viva realtà del vissuto gran parte della sua ultima opera, ma non disdegna le istanze del pensiero, quando presa dalla forza creativa stilla concetti che nascono da una profonda meditazione sugli eventi e sui fatti umani. Se da un lato si riscontra come già evidenziato l’aggancio al mondo culturale classico, dall’altro non sfugge la capacità di essere tutt’uno con la natura che la circonda, dalla quale elabora una poesia ricca di immagini suggestive. Si legga a titolo esemplificativo la lirica In un tempo sospeso: «Maggio. La natura in festa / si veste d’armonia. / Si tuffa il sole tra le spume e / al mare evoca lavacri lustrali. // Ma nell’aria v’è qualcosa d’irrisolto / sospeso vaga un senso di sgomento / un trasalimento del vento / nel lambire sentori / da un’eco di gemiti lontani…».
Severa con se stessa, Grazia Marzulli infonde nel verso i segni della spiritualità con un amore che può sposarsi soltanto con la gioia della mente e del cuore. L’inconsueta spontaneità rivela il dono ancestrale della poesia, che per Lei diventa forse, trasparente e sognante e ce la porge con forte sincerità. Le tematiche coinvolgono la totale conoscenza della vita, tuttavia la poetessa giunge sempre a felici soluzioni di stile e di composizione proprio in virtù dell’impegno con cui persegue l’immagine e la metafora. Poesia dai toni a volte didascalici come monito alle nuove generazioni. Al riguardo è esemplare la lirica La coerenza dove la poetessa denuncia i limiti della società moderna ipertecnologica, dove spesso gli opportunisti di turno, privi di valori etici morali, sono pronti a cambiare “bandiera” al soffiare del vento: «Pare che la coerenza oggi / non sia più di moda / - se pur di moda per lei / si possa parlare - // Dello scrigno si è persa la chiave. //…// E nel diffuso bla-bla da Babele / nell’aria s’agita una gran confusione. / Vuoti a perdere le alte questioni. // Ma c’è sempre la speranza / a fare capolino dietro l’angolo». Una poesia che rivela una sfiducia nel presente, nella società odierna, nel dominio tecnologico, simbolo di annullamento della libertà individuale. Si avverte la consapevolezza lucida ed amara della ineluttabilità del male, ma anche la gioia di chi vive serenamente la fede cristiana.
Di solitudine non si parla mai esplicitamente in queste liriche come condizione esistenziale preradicata, ma come di un risultato indotto, conseguenza inevitabile di una società, quella moderna, che ha perduto il significato della gerarchia dei valori e il loro riscontro nella vita quotidiana. L’affievolirsi degli ideali più importanti quali l’amore, il senso della comunione, della fratellanza, della solidarietà trova il suo più drammatico esempio nell’insensatezza della guerra e del disagio e delle lacerazioni sociali: al riguardo significativa è la lirica Il globo in bilico: «… Vittime di ieri oggi carnefici / vittime a venire i carnefici di oggi / - anelli di catene incancrenite - // In bilico, superbo l’Occidente…».
Ma la speranza risulta essere per la nostra poetessa una valida scialuppa di salvataggio: «…Sempre dimori nell’animo / di chi, pronto al richiamo, / porge ascolto, dona conforto / e infonde fiducia nel buon Dio. // Speranza, tu che affiori dal dolore / e ti nutri d’amore / diffondi la magia di quell’amore / che invoglia a sperare» (La speranza).
Il percorso umano e letterario della poetessa si snoda attraverso una cronistoria che parte dal 1998 con la sua prima opera Il volo di Penelope e che consente al lettore di cogliere un’evoluzione dai caratteri stilistici e contenutistici con valori sempre positivi capaci di stimolare sottili recuperi di pensiero e di spiritualità.
Le ultime due sezioni di questo libro, Anemoni e Fiori della Resilienza, raccolgono i testi inediti; la seconda riporta non casualmente una strofa della celeberrima lirica La ginestra del Leopardi, quel fiore del deserto che diventa simbolo del coraggio e della resistenza estrema di fronte a un destino inevitabile.
Michele Miano
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L’AUTRICE
Grazia Marzulli è nata e vive a Bari. Già docente di Lettere, ha trasmesso agli studenti interesse e amore per le belle arti. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il volo di Penelope (1998), Salsedine (1999), Selva di dissonanze (2000), La luce verticale (2001), Anfratti fioriti, conchiglie (2003), Il velo di Maya (2004).
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Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.
Sergio Camellini, "Opera Omnia"
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OPERA OMNIA, 2° edizione di SERGIO CAMELLINI
con prefazione di Michele Miano
Non è facile affrontare il discorso poetico e umano di Sergio Camellini, autore prolifico e che ha scoperto la vocazione letteraria in età matura. La sua ricerca poetica originale e personalissima si radica in un fondamento antico ma sempre nuovo: il rapporto profondo che lega il proprio io nella più intima coscienza percettiva individuale alla coscienza di un universo tutto inteso come il topos assoluto e naturale della poesia.
Il suo percorso letterario e umano è una sorta di un lungo “viaggio tra gli uomini”, e così può essere parafrasato il messaggio di Sergio Camellini, che con Opera Omnia in seconda edizione ampliata nella collana il Pendolo d’Oro intende suggellare un florilegio della sua migliore produzione letteraria e affidare a futura memoria le pagine più significative del suo messaggio. La sua poesia porta in sé il raro dono dell’immediatezza, che si spinge oltre il dato reale e oltre l’attitudine figurativa, per farsi voce delle cose più semplici. Sergio Camellini vive la sua odissea, scruta la caducità dell’uomo contemporaneo spesso condizionato dai falsi miti della civiltà tecnologica, alla quale il poeta antepone le cose più semplici e genuine della vita. Lo fa con passo certo e convinto di uomo che umilmente sa indagare in profondità negli abissi della coscienza, nei suoi misteri e contraddizioni.
Il suo universo poetico si affaccia su realtà minori, narrato con voci e colori quasi fanciulleschi, fondendo nei versi uno stupore e un’atavica saggezza in un’atmosfera che sa di perduto e rarefatto. Ma fare poesia per Sergio Camellini non consiste solo in questo. Il messaggio deve contenere i valori più intimi della vita e dell’esperienza umana con tutte le sue contraddizioni. Nella meditazione, nella densità dei concetti egli vive la propria odissea di uomo, di sensibile cronista della propria storia. La poesia di Sergio Camellini rivela anche la preoccupazione per quanto dell’uomo rimane, di ciò che egli ha vissuto e sofferto nell’iter terreno e comprende che solo l’opera letteraria in chiave di creazione spirituale può continuare a vivere dopo l’annientamento fisico. Una poesia intesa come meta-realtà che trascende il dato reale per approdare a una visione più ampia. La realtà di una civiltà agreste, contadina, calata in una dimensione a sé, che resiste in un tempo circolare in cui c’è ancora spazio per un “altro vivere”, in simbiosi con la natura, con la logica del cuore e della famiglia. Un mondo dimesso e dipinto quasi con tocchi naïf, popolato da figure come sospese, prende forma nella semplicità del tessuto compositivo: versi brevi, ritmati, con una sintassi piana, rinvigorita dall’immediatezza del lessico e degli aggettivi, resa scattante dal rapido susseguirsi dei verbi che offrono consistenza visiva alla narrazione. Il mondo contadino, degli antichi mestieri, con le sue dure leggi, l’innocenza e la memoria del tempo perduto, il mito del falso progresso, la disumanizzazione e l’alienazione della società ipertecnologica diventano alcuni delle coordinate letterarie più significative della sua ispirazione.
Tale poesia trova la migliore espressione nella ricchezza e varietà dei temi che la ispirano: il sentimento della natura, l’umana solidarietà, il tempo che fugge, la condizione umana, la memoria, l’amore, gli affetti familiari, il significato stesso della vita. Ma il mondo tanto cantato da Camellini non è chiuso in un orizzonte di melanconia, né rifiuta il tempo della storia e del presente: anzi li lascia penetrare con dolcezza, temperandone certi aspetti con filtri quasi da fiaba e con immagini tratte dall’ambito familiare o naturale, che decodificano la storia in un linguaggio quotidiano, capace di aderire al vissuto di questo mondo. Come dire, reinterpreta con la sua sensibilità gli eventi e i fatti del vissuto quotidiano. Così gli interrogativi sul mistero e sul senso della vita s’incarnano nella lirica Uomo, dove sei? (da Nel corpo, un soffio dell’anima, 2013): «Eri presente: / abitudini e gusti, / costumi e strutture, / cultura, / idee creative, / modi di essere / di pensare / di amare, / conoscenze e sentimenti. // Ora latiti: / ove il gravoso / retaggio infruttifero / del passato, / divenuto / bagaglio archeologico, / t’adombra. // Uomo, / dove sei?» o nella figura angelicata della donna, spesso dimenticata dalla letteratura contemporanea per cui: «…La sola ricompensa / diretta / che tu possa ricevere / è l’emozione / d’essere mamma, / è l’amore per i figli / è la gioia di donare» (L’essenza di quel sentimento, da Il pianeta delle nuvole rosa, 2014).
La famiglia e la natura, dunque come estremo raccordo fra una realtà sempre più sfuocata, che continua ad essere proposta nel suo incanto, e la nuova realtà della cronaca con i suoi tempi accelerati fino alla disgregazione totale. Sergio Camellini rimane sempre fedele a se stesso, fin dai suoi primi volumi. E lo fa con passo umile, schietto, senza particolari pretese, psicologo clinico di professione che ha affrontato per decenni il dolore e le vicissitudini dei propri pazienti, approdato alla poesia in età matura e non casualmente, portavoce di un mondo e di valori in cui tutti ci specchiamo: una poesia della coscienza per la quale l’uomo acquisisce una rigenerazione interiore di ciò che siamo stati, da salvaguardare per non sprofondare nell’oblio di una civiltà consumistica e superficiale. Il punto di forza della scrittura di Camellini è nella purezza della sua ispirazione artistica che la rende sempre attuale e sincera.
Molte sono le liriche dedicate a madre natura; impossibile elencarle tutte; a titolo esemplificativo: «Che bella la natura / con canti e linguaggi, / nel pentagramma musicale / degli uccelli…» (I cantori dell’universo, da Lasciami di te un’emozione, 2021). Significativa una poesia dedicata alla luna: «… Dipingi l’aria / di soavi colori / e trasformi / in un battito d’ali / il broncio del dì…» (Il mio canto alla luna, da I colori della fantasia, 2021). «Ecco la primavera / dei sentimenti, / tempo di mistero / di rinascita e splendore; / il sogno che / riconquista i suoi colori, / i suoi profumi, i suoi sapori, / la sua energia vitale…» (Ecco la primavera, da Ascolto i silenzi, 2021).
Ancora da La valle, estate e autunno: «La valle, / dai campi / fertili e fioriti / ove le farfalle / danzano col vento, / si fa ubertosa / di messi dorate / trapunte / dallo scarlatto / dei papaveri…» (lirica edita in Madre natura è vita, 2019). Una natura viva e palpitante, in perenne bilico tra uomo e natura e in questo felice compenetrarsi si rivela il senso ma anche il mistero delle cose. Poesia intimista animata da istanze memoriali e affetti, pregna di emotività, carica di colori e sentimenti.
Camellini canta la pagina della vita di noi tutti: una cronistoria di eventi in un turbinio di pagine da cui trarre il vero significato e il modus vivendi. Si legga la lirica Il tema della vita (da Ponte dei sogni, 2017): «Anche il meno dotto / insegna, / anche il più umile / compone il tema / della vita. // Non esistono lavori / nobili o ignobili, / esisti tu / con le ricchezze / che ti porti dentro…». Il dono dell’umiltà, un valore sempre più raro in una realtà sempre più costellata da egocentrismi. Il lavoro come strumento di emancipazione dell’uomo, ma in una prospettiva di benessere sociale per la collettività e non di affermazioni egocentriche che schiacciano e umiliano i più deboli. Il lavoro che offre una dignità per tutti. E dalla raccolta Bagliori (2015) si legga la poesia È vivere, sei tu: «La felicità / cercala in un sorriso, / nel prolungamento / dell’ombra / d’un fiore, // nella semplicità / della natura, / nella mancanza / di dolore, // è solo quella / che sei in grado / di comprendere…».
Ecco l’amore e la passione di Camellini per gli antichi mestieri: per quei mestieri difficili, logoranti, in via di estinzione ma ricchi di umanità perché espressione di un mondo contadino. Da bambino si soffermava a osservare i lavoratori dei campi e delle botteghe, calzolai, fabbri, ceramisti, fornai, dimostrando anche una sensibilità di uomo e poeta, esplorando le vicende umane.
Il poeta non disdegna le accuse sulle lacerazioni sociali che affliggono il nostro mondo: l’egoismo, l’egocentrismo, l’arrivismo, l’indifferenza ai problemi altrui. Si legga a titolo esemplificato la lirica Quel puntino dell’uomo: «Quel puntino dell’uomo / scritto a matita / che vive / nell’immenso, / dalla cruda realtà / dei diseredati / all’ostentata opulenza / degli abbienti, / due mondi a confronto / mentre le tragedie / s’incrociano, / l’odio che scalfisce / l’animo / dia strada / all’oblio, / non si cancelli / quel puntino / fu vergato solo / per amore» (da Tra le righe del pensiero, 2018).
Un uomo come Sergio Camellini non può rimanere insensibile e turbato dai soprusi, dalle guerre, dalle violenze e dagli accadimenti tragici dell’ultimo periodo storico, e la sua voce si innalza dal magma vulcanico dei crudi interessi umani, una voce che trova nel verso il proprio testamento spirituale ma anche un messaggio di speranza per le nuove generazioni.
Con la raccolta Il pianeta delle nuvole rosa (2014) l’autore pone l’accento sulla condizione del presente e del passato della donna. L’opera infatti si apre con un testo estratto dalla lettera di papa Giovanni Paolo II alle donne: nessuno infatti più di lui ha compreso l’importanza dell’universo femminile che si incarna in madre, moglie, sorella, nonna. La donna focolare della famiglia, il centro dell’amore che genera il mondo. Camellini è consapevole di trovarsi davanti alla angelicata creatura e ne esalta le virtù. Si legga la significativa La melodia della donna: «La raffinata melodia / della donna / non conosce / intemperanze, / né toni sbracati, / ma la grazia / dei sentimenti / e il fare gentile, / che caratterizzano / la femminilità, / non per soggiacere, / ma per mostrare / l’orgoglio d’essere / donna». Un percorso difficile, una dignità conquistata a fatica nei millenni e ancora in equilibrio precario e vacillante. In questa fase l’autore avverte un certo disagio esistenziale, una protesta e rabbia non sempre decifrabili per l’ineluttabilità del dolore delle vicende umane.
Ma è l’accorato grido di speranza che fa di Camellini il “poeta della fiducia nel prossimo”, come sottolinea nella lirica Abbiamo bisogno di voi, bimbi (del nostro domani) nella raccolta Ponte dei sogni (2017): «In questo mondo / intriso / di tristezza, / abbiamo bisogno / di voi, / della vostra allegrezza. / È carezza. / In questo mondo / permeato di dolore, / abbiamo bisogno / di voi, / del vostro calore. / È amore…». Ed è cosa rara nel panorama di sfiducia e pessimismo che spesso attanaglia la nostra vita, trovare una voce così fiduciosa, proiettata verso gli ideali del bello e della positività.
Suggestiva la lirica I colori della fantasia tratta dall’omonimo volume 2021: «I colori danzano / tra sfumature / cromatiche d’un sogno / inni alla beltà, / sono spettacolari / catalizzatori / della fantasia / per l’umanità, / la loro percezione / tattile / si sente, si vede, si vive... / A qualsivoglia età».
Camellini ama la vita, soprattutto il suo significato profondo. La poesia diventa amore: «… respirare insieme / il profumo del sentimento / in un abbraccio / e i battiti del cuore, / è il magnetismo / degli esseri / quando la poesia / diviene amore» (Quando l’amore, da Lasciami di te un’emozione, 2021).
Al sentimento dell’amore il poeta ha dedicato il volume Tenero è l’amore (2017), un breve florilegio di poesie, edito da questa Casa Editrice. E per dirla come S. Agostino «l’amore è tutto», quel mistero meraviglioso per cui «…Sia sempre in voi la radice dell’amore, / perché solo da questa radice può scaturire l’amore» (S. Agostino). Il messaggio letterario di Sergio Camellini assume così un valore di amore universale, nella serena convinzione che siamo di passaggio in questo mondo perché «Non esiste povertà peggiore che non avere amore da dare» (Madre Teresa di Calcutta).
Michele Miano
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L’AUTORE
Sergio Camellini è nato a Sassuolo (Mo), vive a Modena; è psicologo clinico. Studioso di arte povera della civiltà contadina e dei mestieri, fin da piccolo si è soffermato a rimirare i lavoratori dei campi e gli artigiani nelle botteghe: calzolai, fabbri, ceramisti, sarti, fornai, mostrando interesse per tutti coloro che erano dotati di autentica creatività. Ha fondato sull’Appennino modenese un “Museo d’Arte Povera della Civiltà Contadina”, mondo da cui ha tratto l’ispirazione poetica. Ha pubblicato varie raccolte di poesie conseguendo molti premi e riconoscimenti.
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Sergio Camellini, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 188, isbn 978-88-31497-97-8, mianoposta@gmail.com.
Gabriella Veschi, "Imprevisti Battiti"
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La complessa personalità di Gabriella Veschi ci induce ad una particolare valutazione della sua opera letteraria: oltre a dedicarsi alla poesia si occupa di critica letteraria con saggi e monografie su autori contemporanei e del passato.
La sua poesia evita di limitarsi ad una immediata descrizione e ricezione del reale. Intento della poetessa è quello di librarsi al di sopra delle contingenze del mondo, delle sue fragili miserie, per assurgere ad una dimensione che schiuda le porte ad una primigenia purezza.
Una poesia che attinge direttamente ad una dimensione lirica soggettiva, dove il tono sommesso e colloquiale conferisce alla composizioni un pacato ritmo, venato da una sottile malinconia di fondo.
Poesia che ad una attenta lettura risulta scarnificata e che va al di là delle immagini, dei riferimenti terreni per inseguire una metafisica verginità che non è di questo mondo. La sua è una poesia di umano e cosmico contrasto tra vita e morte, luce ed ombra, inverno e primavera, gioia e dolore, allegria e pessimismo cadenzata tuttavia con levità di toni e di sapienti scansioni a volte discorsiva, sempre sorretta dal dettato lirico che non ignora la lezione della melica italiana di classica fattura. L’ispirazione di Gabriella Veschi affonda le radici in un ampio registro: a volte prevale l’amarezza, il disincanto distaccato di chi osserva la realtà caduca ed effimera altre volte sembra cogliere nelle immagini e negli spettacoli della natura i profondi significati della realtà e della vita, in una ricerca di armonia e luce, di una pace profonda.
Si legga a titolo esemplificativo la lirica Cosa rimarrà: «Cosa rimarrà / delle bellezze del creato, / delle bionde messi ondeggianti / alla carezza del vento, / della distesa celeste, / della serena calma del mare / nelle frizzanti sere d’estate, / delle umide ampolle di nebbia / al passaggio del / malinconico autunno…».
La poetessa sa evocare affetti dal profondo e percepisce le voci del mistero, la ricerca insondabile di un’altra strada; al riguardo emblematica la poesia Alternativa: «… cerco una luce che / mi conduca alla / ricercata pace / dopo i giorni / sconvolti dai / vortici della / bufera…».
Avverte la fuggevolezza del tempo, insieme alla tragicità dell’indifferenza umana che rende vana a volte la stessa parola. Il suo linguaggio di solito controllato, a volte rivela una certa irruenza, segno di una viva passionalità e di un’energia che attraversano il suo mondo interiore, aperto al delicato sentire, come anche l’impulso dei sensi. La poetessa sa opporsi con vigore all’ingiustizia e alle sconfitte, seppure cosciente del potere dell’illusione, che spesso ottenebra e oscura i nostri tempi come in Guerra in Ucraina: «Parole respinte / di fronte agli orrori / di una guerra senza senso / né soluzione…». Dove agli orrori della guerra e delle lacerazioni sociali antepone una profonda e pacata spiritualità. Il suo è un grido di donna ferita, ma anche un’anima capace di meditare e urlare all’infinito il suo disappunto, trasformando il dolore in schietta poesia.
E ancora: «…Fuori il mondo / destabilizzato / non risponde, / freddo e amorfo / come un manichino / incancrenito…» (La piazza degli orrori).
Se nella magia della natura ella riscopre i valori universali che l’uomo ha quasi del tutto perduto, è per ritrovare i suoi equilibri interiori che amalgama il suo pensiero con la purezza del sentimento. Veschi è poetessa che canta l’angoscia della fragilità umana che non ha scampo. Sa essere sguardo di donna del proprio tempo, che sa cogliere e interpretare il dolore, la solitudine, la morte della speranza, la sconfitta consapevole. Le ribellioni, le guerre, i soprusi la violenza non sono altro che la personificazione di un’inarrestabile forza che altera anche le coscienze più fortificate nello spirito, dalle quali però ella si discosta. La sua è una voce che si alza dal magma vulcanico dei crudi interessi umani, una voce che trova nel verso il proprio testamento spirituale, il proprio messaggio di rinascita dei valori umani.
Una versificazione la sua a volte dirompente ed essenziale, che sa cogliere della società ipertrofizzata dal puro utilitarismo, una cronistoria della nostra civiltà tecnologica, della nullificazione che scardina la vera identità dell’uomo. Tuttavia, nonostante lo scandaglio dolente, Gabriella Veschi sembra trovare in un rapporto generoso e fecondo con la vita, la natura, i fatti e le vicende che dominano le sue giornate di ricerca interiore per approdare fortunatamente a una poesia ricca di emozioni, impreziosita da immagini liriche ma anche di meditazione e di valori e descrizioni naturalistiche.
E così emergono delicati quadretti che dipingono la sua città; si legga Ad Ancona, un mattino: «…Il cielo terso / si estende / sfolgorante nel suo / pallido celeste, / si affaccia nel / vuoto di una / finestra senza vetri, / a fotografare / i resti / di un anfiteatro intatto, / splendore desolato…» dove sembra prevalere un atteggiamento più lirico, di pura contemplazione, di scavo interiore, un’oasi di serenità dove estraniarsi dai mali del vivere quotidiano.
La poesia diventa così rifugio, espressione estetica e che in qualche modo consola, guarisce, risana mentre la memoria affiora qua e là e ne sorregge la vera ispirazione.
Una poesia che in sintesi cede il passo alla speranza, «… inizia la folle corsa, / dimentica del dolore / ti elevi verso il cielo…» (Cavalcando), in quanto per la nostra autrice, abbandonarsi alla scrittura è già vivere di spirituale trascendenza.
Michele Miano
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L’AUTORE
Gabriella Veschi (Ancona, 1959) insegna Materie letterarie presso il Liceo artistico Mannucci di Ancona. Si è occupata di teorie della traduzione e di Letteratura italiana e straniera, pubblicando articoli e saggi critici in riviste e libri riguardanti vari scrittori: Dolores Prato, Ugo Betti, Stanislao Nievo, Sebastiano Vassalli, Leonardo Sciascia, Amelia Rosselli, Sylvia Plath. Per la poesia ha pubblicato le raccolte: Salita e simili (2016), 28 Novembre (2017), Tra natura, memoria e aneliti d’infinito (2021), Il fragile filo dell’esistenza (2022).
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Gabriella Veschi, Imprevisti battiti, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 90, isbn 978-88-31497-95-4, mianoposta@gmail.com.
Antonio Crisci, "L'uomo di ghiaccio"
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Confesso di non essere all’altezza nel delineare alcuni aspetti delle vicende narrate in questo volume, l’immane tragedia del corpo di spedizione italiano dell’Armir in Russia durante il secondo conflitto mondiale.
Ma ci riesce molto bene e in modo convincente Antonio Crisci, con piglio narrativo e stile asciutto a raccontare alcuni episodi accaduti e tramandati da parenti, amici e conoscenti reduci dalla Campagna di Russia.
Com’è noto l’8a Armata Italiana (nome in codice Armir: Armata italiana in Russia) alla fine del 1942 fu investita da una potenza di fuoco soverchiante ad opera dei sovietici e dovette quindi cedere terreno. Iniziò la tragedia della ritirata dei nostri soldati in larga parte truppe alpine scarsamente equipaggiate, una sorta di “Anabasi” dei nostri giorni, un’odissea in cui centinaia di migliaia di uomini congelati morirono di fame e stenti percorrendo a piedi mezza Europa o furono fatti prigionieri senza avere più notizie di loro.
Crisci ripercorre alcune tappe di questa avventura sciagurata, filtra e rielabora con la sua sensibilità da uomo di cultura alcuni episodi caratteristici. La sua scrittura ha il pregio della semplicità e della concretezza grazie a un linguaggio comunicativo.
Si legga, ad esempio il racconto L’antefatto - Il miracolato dove un soldato italiano viene miracolosamente salvato da una famiglia russa. Cambia identità e dopo mille peripezie si trasferisce definitivamente in quella terra. Al riguardo, come non ricordare la pellicola capolavoro del 1970 di Vittorio De Sica I girasoli: un soldato ferito e quasi morente (interpretato da Marcello Mastroianni) viene salvato amorevolmente da una ragazza russa con la quale poi si sposa e forma una famiglia trasferendosi definitivamente in Russia. Sotto i campi coltivati a girasoli sono seppelliti i militari italiani nelle fosse comuni dove ogni campo sterminato che ondeggia al vento rappresenta le vittime di una guerra terribile e assurda.
Antonio Crisci pone l’accento anche su alcune questioni forse troppo trascurate o appositamente “dimenticate” dei dispersi in Russia: dai dispersi ai prigionieri nei campi di lavoro fino a casi estremi di soldati che salvatisi, si stabilirono definitivamente in quella terra.
Altri racconti invece descrivono gli stenti, la fame, il freddo, le atrocità, la ferocia della guerra patita dai nostri soldati, le cosiddette “marce del davaj” dal termine russo, ‘davaj’ che significa “avanti”, che provocarono un altissimo numero di morti tra i prigionieri. Queste marce durarono fino a venti giorni con fermate di pochissime ore per la notte, con tappe fino a 20 km al giorno in condizioni disumane. I soldati catturati furono costretti a camminare senza soste e senza cibo, a dormire all’addiaccio con temperature polari e molti di loro non riuscirono a resistere e morirono o furono uccisi e lasciati lungo il percorso senza sepoltura. E poi il ritorno in Italia dei reduci con mezzi di fortuna e in condizioni psico-fisiche indescrivibili, la loro difficoltà a inserirsi in una società ormai in stravolgimento in un clima da guerra civile dopo l’armistizio e i fatti dell’8 settembre 1943.
E quell’amara consapevolezza di dimenticare, di insabbiare in patria il disastro italiano in Russia di non dare giusto merito a quei poveri ragazzi dimenticati da tutti in un clima di tensione, caos, sbandamento delle forze armate e per dirla alla Luigi Comencini: Tutti a casa (film del 1960 ambientato durante la seconda guerra mondiale).
Racconti che racchiudono esperienze di vita, accompagnate da una vibrante partecipazione emotiva dell’autore e creano una rispondenza nell’animo del lettore, grazie anche a un linguaggio diretto, efficace proprio perché immediato e alieno da sovrastrutture e da ricerche formali.
E ancora altri racconti descrivono le vicissitudini dei nostri soldati sul fonte greco albanese e in generale sui Balcani con dovizia di particolari. Ma il vero messaggio subliminale che intende suggerirci Antonio Crisci è lo stimolo alla creazione di una nuova coscienza, una vera coscienza nelle nuove generazioni al ripudio della guerra e ad evitare tragedie come quella racconta in questo volume. Una vera tragedia ancora d’attualità e che ci fa riflettere anche alla luce dei nuovi e recenti conflitti in Europa.
Piace al prefatore di questo volume, il cui nonno materno era aggregato proprio al corpo di spedizione dell’Armir, terminare questa breve introduzione citando un brano tratto dal celebre romanzo Centomila gavette di ghiaccio del 1963 di Giulio Bedeschi che descrive come non mai la grande ritirata italiana dalla Russia: «La visibilità divenne nulla, come ciechi i marciatori continuarono a camminare affondando fino al ginocchio, piangendo, bestemmiando, con estrema fatica avanzando di trecento metri in mezz'ora. Come ad ogni notte ciascuno credeva di morire di sfinimento sulla neve, qualcuno veramente s'abbatteva e veniva ingoiato dalla mostruosa nemica, ma la colonna proseguì nel nero cuore della notte».
Michele Miano
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L’AUTORE
Antonio Crisci è nato in un piccolo borgo della Valle Suessola (in Campania), area di origine osca prima ed etrusca poi. Trasferitosi successivamente a Santa Maria Capua Vetere (CE), antica Capua, si dedica con successo a percorrere le attività caratteristiche della città: i Beni culturali e il diritto. Notevole è l’impegno profuso a promuovere e valorizzare le bellezze storiche e artistiche del territorio della città sia professionalmente (a lungo impiegato nei siti principali della città, quali l’anfiteatro, il mitreo ed il museo archeologico dell’Antica Capua) sia per passione (presidente della sede locale dell’Archeoclub d’Italia e promotore di importanti manifestazioni quale “Ager Campanus”, rassegna annuale che da oltre un decennio promuove e rappresenta l’arte e la cultura in Terra di Lavoro).
Antonio Crisci, L’uomo di ghiaccio, introduzione di Michele Miano, II° edizione, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 136, isbn 978-88-31497-91-6, mianoposta@gmail.com.
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