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floriano romboli

Nella Pulvirenti, "Nel mio cuore"

29 Marzo 2026 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Nel mio cuore

Nella Pulvirenti

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Non sorprende che nei tristi versi di questa raccolta poetica il rapporto vita/morte conosca coerentemente una formalizzazione antitetica, segnatamente tramite la polarizzazione “luce/buio”: «Siete la mia alba, siete il mio tramonto/ siete le mie lacrime di ogni giorno,/ laggiù oltre la luce vi cerco e vi trovo/ di notte nel buio e nel sonno profondo» (Per voi, corsivi miei, come sempre in seguito).

La morte prematura ha drammaticamente annullato l’esistenza di due cari amici, provocando in chi è rimasto lo sbigottimento sconfortato di coloro che non sanno trovare una ragione all’evento luttuoso che non possono accettare: «Increduli e smarriti/ siamo solo anime in frantumi/ che cercano invano la luce,/ nessuna ragione potrà mai accettare/ l’infausto destino che la vita/ ci ha destinato/ (…) Silenzi incomprensibili/ fiumi di lacrime/ domande senza risposte/ (…) Viviamo di ricordi/ per non morire dentro/ in questa buia e incomprensibile realtà» (Disperazione).

È proprio di quell’animale “speciale” che è l’uomo accompagnare al semplice vivere, comune a tutte le altre creature, il costante “vedersi vivere”, e quindi associare al fatto di essere al mondo la dolorosa consapevolezza dell’epilogo inevitabile di tale condizione, del necessario scomparire – prima o dopo è in fondo secondario – di ognuno dal campo luminoso e appagante della vita, di cui rimarrà soltanto il mesto ricordo, qui posto in risalto dall’insistenza dell’anafora: «Ti ricordi i tramonti insieme/ ti ricordi le risate vere/ ti ricordi i nostri viaggi sognati/ con grande impegno organizzati,/ le lunghe sere d’estate/ con gioia improvvisate/ con semplicità e allegria vissute/ non potranno più ritornare/ ma saranno cibo quotidiano/ per il cuore e per la mente…» (Ricordi). 

Risulta d’altronde degno di nota che i Greci collegassero strettamente l’origine della speculazione filosofica all’idea tormentosa della morte (meléte thanátu); e i pensatori dell’antichità offrirono, ovviamente, soluzioni teoretiche diverse al problema primario della fine dell’esistenza individuale, dal Platone del Fedone al “tetrafarmaco” di Epicuro, che raccomandava al proposito l’indifferenza intellettuale-morale, a causa dell’intima estraneità della medesima alla tensione cosciente connaturata all’esistere e perciò della sua sostanziale insignificanza.

A ben vedere questo era più facile ad asserirsi in astratto che a praticarsi in concreto, e la stessa cultura classica non se ne nascondeva le forti implicazioni disorientanti e angosciose, delle quali è un’eco rilevante nella poesia di un autore italiano moderno, Giovanni Pascoli, che affidava tale amaro, criptico aforisma alla conclusione de L’ultimo viaggio, il più celebre e forse meglio riuscito dei Poemi conviviali (1904), composto a partire del settembre-ottobre 1903: «- Non esser mai! non esser mai! più nulla/ ma meno morte che non esser più! - » (XXIV, Calypso, vv.52-53 , cioè: «è meglio non essere nati, che nascere e vivere una vita caratterizzata dalla penosa ossessione della morte»).

Si coglie traccia di una concezione siffatta altresì in talune liriche, di lontana ascendenza quasimodiana, di Nella Pulvirenti: «Legati ad un filo/ stiamo sulla terra/ che ignava ci accoglie/ ognuno con il suo destino/ sperando di vivere/ sognando di vincere/ una lotta continua/ contro il tempo/ ma la vita ci avverte/ che la morte si avvicina» (Sulla terra);  l’autrice manifesta apertamente la propria rabbia dinanzi alla subitanea cancellazione della vicenda etico-psicologica di determinate persone, dei loro progetti, delle loro aspirazioni, dei loro sogni: «Siete il mio sorriso/ dopo urla di pianto/ siete il mio coraggio/ in mezzo al mare in tempesta/ siete il mio esempio/ nell’affrontare la vita/ che ingiustamente/ ha chiuso una partita/ ancora tutta da giocare/ rimasta ancora aperta/ che ci ha lasciato dolore e sgomento/ che ci ricorda ogni giorno/ come tutto può finire in un secondo…» (Ancora in viaggio); «Gioia vera colpita da una bufera/ che ha distrutto tante e tante vite/ giovani e meno giovani/ ancora pesantemente incredule e stupite,/ non si può accettare che siate volati via/ lassù su quelle nuvole oltre il mare/ ma vi sento ancora sorridere e sussurrare/ che la vita vera non è quella vissuta sulla terra/ma è ciò che io ancora non riesco ad accettare…» (Bufera).

Gli è che in generale la morte ha il potere sinistro e terribile di lacerare violentemente la rete delle relazioni sentimentali-affettive fra gli individui, deprivando e “svuotando” l’esistenza dei suoi valori più veri e preziosi, dei suoi contenuti fondamentali: «In questo mondo complicato/ c’era stato con voi uno spiraglio/ di gioia, amore e di felicità/ di leggerezza, rispetto e complicità/ di vera e sincera intimità/ ma tutto improvvisamente si è spento/ in quel tragico momento/ non mi aspettavo che tutto questo tormento/ arrivasse nella mia vita/ già ricolma sia di gioia che di dolore/ dove lotto da sempre per far vincere l’amore…» (È stato un sogno); «I giorni bui e le notti insonni/ le lacrime agli occhi/ che non vedono più/ le mani non stringono/ si sono arenate/ i volti amici/ non sorridono più,/ il sole non sorge, il buio non cala/ perché il tramonto non si colora più…» (Per ricordare); e la relazione stessa con la realtà cambia repentinamente e intensamente di segno, stando all’accorata confessione del grande economista e sociologo Vilfredo Pareto, che in una lettera del gennaio 1919 all’amico Guido Sensini con queste parole rammentava, a distanza di molti anni, lo strazio patito per la scomparsa della madre Marie Métenier avvenuta nel settembre 1889: «Quando ho perduto la mia (madre) mi è parso che il mondo diventasse interamente diverso da quello di prima». Lo stesso attesta puntualmente la scrittrice siciliana: «Vi ascolto ogni dì sia all’alba che al tramonto/ vi sento vicini parlare e sorridere/ ma sento una ferita profonda nel cuore/ che non mi dà pace neanche nel sonno più profondo/ vago sperduta fra i meandri della mia mente/ mentre cerco maledettamente di comprendere/ ciò che è potuto succedere sulla nostra strada…» (Dolore).

Nei suoi testi tale situazione morale appare crudelmente bloccata e resa con sistematica, sofferta incisività attraverso un linguaggio contraddistinto da linearità essenziale, eppure non privo di accuratezza ritmico-letteraria, come dimostra il diffuso, elegante ricorso alla rima («Potrà mai tornare la primavera/ dopo questa incontenibile bufera/ che si è abbattuta tra le nostre vite/ ancora incredule e stupite…/ (…) Potrà mai allontanarsi questo dolore/ silenzioso compagno di notti insonni/ che non può  rispondere ai perché impossibili/ ma che trasforma l’assenza in presenza/ rendendo così più accettabile questa esistenza»  (Vuoto); «Volate più in alto/ fra nubi dorate/ intensamente colorate/ da un sole al tramonto/ che illumina un mondo/ ormai moribondo» (Sgomento) e più raramente all’enjambement: «In mezzo a tutto questo dolore/ che non può svanire/ che devo obbligatoriamente sentire/ dentro un cuore svuotato/ da tutti questi meravigliosi/ ricordi del passato…» (Vi cerco); «Dopo una notte di dolore/ che ha acceso un calore/ nelle mie membra un malore/ che sento dormendo/ con gli occhi sbarrati/ ancora catturati/ da immagini smarrite/ di foto poco definite/ che riempiono la mia mente/ ancora sofferente…» (Notte di dolore).

La visione della dottoressa Pulvirenti non è tuttavia completamente negativa; essa dissemina nei varî componimenti così malinconicamente intonati spunti contrastanti, “segnali” di attesa positiva: «Siate i nostri sorrisi quando ritorneranno,/ angeli speciali che dal cielo ci guideranno» (Tutto piange); «Mi alzo con fatica/ spinta da una luce amica/ che mi toglie il torpore/ di un cronico dolore…» (Notte di dolore, cit.); «La notte mi schiaccia il cuore/ e l’alba mi dà una nuova speranza» (Se avessi immaginato).

Mi preme infine sottolineare le potenzialità purificatrici e finalizzanti connesse alla capacità di «immaginare un’altra vita» (Squallore);  in questa prospettiva anche  per la poetessa è forse la condizione della giustificazione e del superamento delle sofferenze terrene per quanto prolungate e profonde: «Siete rifugio, siete guida/ siete il segnale/ di un’altra vita…» (Un’altra vita).

Floriano  Romboli

 

Nella Pulvirenti, Nel mio cuore, prefazione di Floriano Romboli; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-88-2, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

 

Nella Pulvirenti è nata a Catania nel 1966 e risiede a Giarre (CT). Si è laureata in Medicina e Chirurgia nel 1994 presso l’Università di Catania, con specializzazione nel 1998 in Dermatologia. Nel 2003 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in farmacologia preclinica e clinica (dermato-farmacologia). Esercita a tutt’oggi con dedizione la professione di medico ma la poesia è per la Pulvirenti un rifugio dell’anima dove ritrovare se stessa.

 

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Floriano Romboli (a cura di), "Diario poetico di Tommaso Tommasi"

18 Marzo 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #floriano romboli

 

 

 

 

Floriano Romboli (a cura di)

Diario poetico di Tommaso Tommasi

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Per i tipi della Casa Editrice “Guido Miano” - che opera nella metropoli milanese - è stato pubblicato a gennaio 2026, nella collana “Il Cammeo d’Oro”, il Diario poetico del poeta ascolano Tommaso Tommasi. Sono qui raccolte alcune poesie e taluni lacerti di prosa tratti da sue precedenti raccolte e precisamente, in ordine cronologico: Poesie di vita quotidiana (1990); Poesie del caos (1996); Sul mare azzurro della notte (2019); Lamodeca (2022); Poesogni (2024). Il lavoro si apre con un Prologo informativo e qualche nota di inquadramento critico, tanto per partire, scritto dal critico toscano Floriano Romboli e tale ‘incipit’ svolge la funzione di quella che tradizionalmente è la prefazione. Tuttavia il contributo del critico non si ferma qui, come solitamente avviene, ma prosegue nel corso di tutte le pagine del testo, in quanto esso è strutturato in modo tale che ad ogni lirica dell’autore segue il commento critico di Romboli: il risultato per il lettore è quanto meno interessante, poiché può avere a disposizione un parere autorevole interpretativo sulla poetica dell’autore, sul suo pensiero e sui significati da attribuire alle parti eventualmente più ostiche come linguaggio, oltre che consentire un confronto tra il lettore stesso e l’analisi critica. In più, occorre aggiungere che l’intervento specifico e particolareggiato su ogni composizione, rende possibile e facilita un’esegesi più mirata anche per chi legge, purché non si scada nello scolastico e nell’accademico, evento che non appartiene assolutamente al caso del nostro curatore.

E ciò risulta evidente se proponiamo in questa recensione un esempio paradigmatico, applicato a una lirica del Tommasi: Il suono del vento. Ecco il testo: «Sulla strada polverosa/ dove non passa nessuno/ mi sono fermato/ a sentire il suono del vento./ Le canne spuntano tra i rovi/ e sembrano urlare la loro paura,/ la paura di soffocare/  mentre viviamo muti». Ed ecco la nota critica: «Un paesaggio descritto nei suoi aspetti negativi e respingenti diviene l’emblema del ‘male di vivere’ contemporaneo, contrassegnato soprattutto da solitudine, intima tensione, assenza drammatica di comunicazione. Lo stato d’animo dominante è la paura - il vocabolo è ripetuto fra la fine e l’inizio di due versi - , in una condizione esistenziale oppressa e paralizzata dall’inquietudine». In questa prima poesia incontriamo già espressa con immagini suggestive ed efficaci la condizione umana del vivere odierno, una delle due tematiche fondamentali del poeta, l’altra è il canto d’ amore.

Utilizzando una reminiscenza eliotiana – la terra desolata – possiamo addentrarci in quella che è la ‘disumanizzazione’ della vita contemporanea, chiamata da Montale ‘pietrificazione’, e descritta dall’autore in diverse poesie.

Nella lirica L’uomo metropolitano appare evidente l’alienazione dell’esistenza urbana, dove l’individuo è anonimo nella massa, un ingranaggio del sistema, un ‘signor nessuno’ fra tanti ‘nessuno’. È una di quelle composizioni scritte con parole che sembrano ritagliate dai giornali, affastellate tra di loro in maniera disordinata, caotica: appunto, per significare il disorientamento ontologico e spirituale contemporaneo, il poeta le ha definite Poesie del caos, titolo di una sua raccolta. Le antitesi, i contrasti fra ombre e luci, la speleologia della vita interiore e il mondo esterno sono bipolarità che caratterizzano le sue simbologie, come nella accattivante Le grotte del poeta, il cui testo recita: «Vola il pipistrello/ nelle grotte del poeta./ Il disordine ruota nel cervello/ e l’altalena del sogno/ si siede ad ascoltare/ musica ad alto volume./ Dalla grotta salgo le scale/ fino al paradiso della vita./ Fuori dal mondo/ per sfidare la vita,/ per vivere un altro sé/ nell’immagine dell’ignoto».

Per Tommasi l’amore ha il nome di Syl (Silvia):  «Ti amo così,/ nel silenzio./ Ti amo così,/ al buio./ Ti amo così,/ e mi basta per vivere,/ anche se tu non sei qui./ Ti amo così,/ ma ti aspetto.// Ti amo» (Ti amo). «Non riesco a dormire/ con te lontana./ Sogno dei miei sogni/ desiderio dei miei desideri./ Chissà se anche tu mi pensi/ chissà se anche tu mi sogni./ Io ti stringo nel tuo respiro/ e tutto il mondo scompare/ perché sei tu il mio mondo/ sei tu il mio inno alla vita./ Non riesco a vivere/ con te lontana» (Le ore di Syl).

Poetica dell’essere e del non essere e poesia amorosa, nostalgica e romantica, si fondono dunque in lui in un messaggio universale.

Enzo Concardi

 

Diario poetico di Tommaso Tommasi, a cura di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-80-6, mianoposta@gmail.com.

 

Floriano Romboli (a cura di), "Diario poetico di Tommaso Tommasi"
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Anna Scarpetta, "Chiaroscuri"

7 Febbraio 2026 , Scritto da Gabriella Veschi Floriano Romboli Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #floriano romboli, #gabriella veschi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Chiaroscuri

Anna Scarpetta

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Capitolo 1 - Nei labirinti dell’amore

L’amore, colto nelle sue poliedriche sfaccettature, è posto al centro della produzione di Anna Scarpetta, scrittrice versatile e pluripremiata e si configura come una presenza focale con cui esplorare il variopinto ventaglio delle emozioni. Le liriche prese in esame nel primo capitolo del libro mostrano un evidente dualismo tra luce ed ombra, tra vitalismo e orrore e la raccolta spazia tra diverse dimensioni: se nei testi iniziali prevalgono immagini legate all’amore rigenerante, in altri si sondano con audace lirismo i lati più oscuri e labirintici delle passioni.

La poesia incipitaria consente al lettore di abbeverarsi alla fonte dell’armonia: «Nel cuore di un amore/ così romantico/ abbiamo chiuso il cerchio/ di noi due, danzando insieme/musiche sublimi di note/di autori grandi.// E, la nostra storia,/ ora ci appartiene/ come pioggia benedetta,/ che dal cielo scende rumorosa/ a bagnare la terra e i suoi dintorni.// Viene giù la pioggia, così fitta,/ con una lunga nenia tintinnante,/ nel grigiore d’un cielo terso,/ colmo di velata nostalgia.// E, bagna la terra, ogni cosa/ ovunque…» (Nel cuore di un amore). La musicalità, resa efficace dalla rima al mezzo del primo verso e dal rincorrersi delle assonanze, evoca la dolcezza del sentimento amoroso, proiettando un sinestetico valzer di percezioni, a sottolineare la sacralità di un legame indissolubile. (…).

Gabriella Veschi

 

***

 

Capitolo 2 - Le problematiche esistenziali

È decisamente cupo il quadro d’assieme che sottende il componimento iniziale del secondo capitolo del libro. I versi di misura lunga scandiscono una visione nichilisticamente sconfortata, pervasa da zone allarmanti di “oscurità” e dal triste avvertimento dell’assenza di vera comunicazione fra le persone e fra i gruppi sociali, dato che l’umanità sembra come soffocata dalla coltre opprimente dell’indifferenza: «Il velo del nulla è sceso lentamente, sul mondo./ Un velo disteso, dalle lunghe mani d’ombre/ dall’indifferenza globale, a coprire ogni cosa,/ valori, cammini e sentieri senza fine.// È calato, pian piano, silente, il velo del nulla/ disteso a manto, su tutto il globo della terra.// È calata una notte infame, senza stelle né sogni,/ senza luci, né albe d’avorio (…) Si dice sia colpa della crisi, eppure il velo del nulla/fa, intanto, da padrone sull’umanità che soffre…» (Il velo del nulla è sceso sul mondo, corsivi miei, come sempre in seguito).

Tale amara concezione della realtà storico-umana è rafforzata nella sua negatività dalla dolorosa consapevolezza del progressivo venir meno dei fondamentali valori etico-ideali capaci di ispirare i comportamenti collettivi («L’umanità sembra aver perduto/ quel punto chiaro, luce, così prezioso,/ che orientava ogni cosa e sentiero…», I gradini dei valori umani), con il conseguente “vuoto” esistenziale che sembra a poco a poco paralizzare l’animo di ognuno, in un percorso alienato modellato sul ritmo veloce, ma inautentico della tecnologia web: «Si sono deteriorati, giorno dopo giorno,/ i gradini di marmo dei valori umani/ in questo mondo che va, così stanco.// Va lentamente coi suoi lenti giri,/con l’usura del tempo che ruota/ instancabile, con l’alba e la notte.// Non è colpa del sistema web digitale,/ che va forte, con una sua viva energia,/ quando corre veloce…» (ibid.)  (…).

Floriano Romboli

 

***

 

Capitolo 3 - Nei dintorni dell’anima e della coscienza

Solitamente s’intende definire l’anima come la parte spirituale dell’individuo, distinta dal corpo fisico, caratterizzata dalla dimensione dell’eternità e spesso essenza di tipo religioso che sopravvive alla materia. E la coscienza come quella facoltà mentale consapevole di sé e della realtà, che è radicata nel presente e che contiene diverse istanze etiche. Sono due elementi dell’esistenza umana che, tuttavia, pur essendo differenti, sono presenti contemporaneamente in essa, tant’è vero che la coscienza può essere vista anche come una manifestazione dell’anima, quando è vigile, attiva, creatrice di esperienze. In definitiva non v’è anima senza coscienza e viceversa.

È ciò che succede nella visione di Anna Scarpetta, ed è per tale motivo che ho intitolato questo capitolo, che tratta una delle tematiche della sua poetica: “Nei dintorni dell’anima e della coscienza”, binomio per lei inscindibile. Occorre qui anche aggiungere un altro tassello importante della sua concezione, ovvero l’origine trascendente, verticale, divina – quindi non solo ontologica e laica – dell’anima e della coscienza, che sono tali in quanto si specchiano e fanno riferimento – è palese nei suoi testi – alla religione rivelata.

Nelle liriche pubblicate scopriamo un canto rivolto ai diversi volti dell’anima della poetessa di Pozzuoli: volti che sono altrettanti atteggiamenti, stati, condizioni in cui vive le sue epifanie cicliche – si potrebbe dire stagionali – la realtà spirituale, autobiografica ed esistenziale del cammino e dell’avventura umana dipanantesi da un’intensa vita interiore, nonché da un’acuta coscienza del dolore cosmico ed universale. La titolazione delle poesie – che riporta numerose volte il termine anima – ci guida nell’analisi critica dei contenuti, qui maggiormente privilegiati rispetto allo stile e al linguaggio, i quali si avvalgono di un andamento prosastico, nonostante la sussistenza delle strofe (prevalentemente distici, terzine e quartine).

Il messaggio finale che ci lascia Anna Scarpetta richiama la necessità già rilevata dal filosofo francese Henri Bergson, vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento, ovvero il bisogno per l’uomo moderno di un “supplemento d’anima” e di uno “slancio vitale” (“èlan vital”) di fronte ad un sviluppo tecnologico e materiale abnorme rispetto al mancato sviluppo spirituale di un’anima rimasta rattrappita. Infatti reiterato è in lei questo esiziale motivo d’ispirazione: Il risveglio delle coscienze (titolo di un suo componimento) può essere attivato anche con il contributo della poesia; la Musa le ha rapito l’anima, iniziando un viaggio meraviglioso (Negli occhi della poesia), poiché l’arte richiede anime vibranti (Poesia); la società soffre per la mancanza di padri, tema a cui dedica la lirica A tutti quei papà assenti. (…)

Enzo Concardi

 

 

Anna Scarpetta, Chiaroscuri, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-72-1, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

 

Anna Scarpetta è nata a Pozzuoli (Napoli) il 2 gennaio 1948. Ha lavorato presso la Direzione Rete Ferroviaria Italia a Milano; attualmente è in pensione e vive a Novara. Si è sempre dedicata alla poesia, alla narrativa e alla saggistica. È stata membro di giuria a Napoli nei concorsi letterari in lingua e in vernacolo, e in tante città italiane. A Milano si è dedicata al Teatro Sperimentale, in qualità di Aiuto Regia, con la compagnia teatrale di Ciro Menale, regista, con una trama molto suggestiva dal titolo: “Una barchetta di carta”, rappresentata al Teatro Litta di Milano a dicembre del 1992, un lavoro liberamente tratto da un testo di Fernando Pessoa. Ha pubblicato varie raccolte poetiche e ha conseguito numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi in molti concorsi letterari in diverse città italiane.

 

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"Diario poetico di Tommaso Tommasi", a cura di Floriano Romboli

29 Gennaio 2026 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Diario poetico di Tommaso Tommasi

a cura di Floriano Romboli

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Tommaso Tommasi è nato a Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, il 3 febbraio 1948. Al paese natale - chiamato con affettuosa confidenzialità Kipa - , alla terra d’origine egli è rimasto fortemente legato, anche se gli studî all’Università (si è laureato a L’Aquila) e poi il lavoro di docente e di bibliotecario lo hanno portato lontano, in Lombardia, e più precisamente in area bergamasca (risiede da tempo a Seriate).

Il senso delle radici e la mobilità personale sui territorî attestati dalla biografia sono forse coefficienti della profonda sensibilità e della non comune versatilità intellettuale, della vastità degli interessi di chi è stato docente, linguista, poeta, narratore (v. il romanzo Masognaos, 2011), uomo di teatro, fotografo e pittore.

Non è facile dare un’idea della ricerca lirica dell’autore, che è ricca, articolata e affidata a varie raccolte di versi pubblicate fin dagli anni Settanta del secolo scorso. Si impone pertanto una scelta, che privilegi alcuni volumi, e si è deciso per Poesie di vita quotidiana (1990), Poesie del caos (1996), Sul mare azzurro della notte (2019), e per i prosimetri Lamodeca (2022) e Poesogni (2024).

Preme inizialmente richiamare un interessante spunto prosastico collocato in testa alla seconda silloge, a motivo della sua valenza auto-esplicativa, del suo tratto prezioso di enunciazione culturale-programmatica: «Inizialmente non ci facciamo caso, poi cominciamo a capire piano piano, giorno dopo giorno, che la legge che regola la vita non è l’ordine, ma appunto il CAOS (…) Il poeta è colui che sente più di tutti – a causa di una sensibilità accentuata – questa opprimente cappa chiamata caos (…) In una società che sta perdendo tutti i suoi valori, che ha eletto l’egoismo a suo supremo feticcio e l’arricchimento e il successo al massimo grado di perversione, il poeta si perde in un caos infinito, dal quale è sempre più difficile risalire o difendersi» (la maiuscola di evidenziazione e il corsivo sono nel testo).

Ogni componimento di cui consta la prima raccolta ha in calce un nome, quasi a significare che potrebbe essere stato scritto da un’altra persona, nell’àmbito di una coralità spirituale e compositiva, che fa dell’arte un’occasione significativa nell’esistenza “quotidiana”, una testimonianza precipua di vita morale.

Fino dal principio le poesie di Tommasi sono caratterizzate da un descrittivismo interrogativo, da un’essenzialità concettosa e simbolica rivolti a cogliere il senso intimo dell’ordine delle cose, a indagare innanzitutto il valore e le misteriose finalità della vicenda naturale. La realtà appare ambigua e problematica, in particolare alla coscienza inquieta dell’uomo, incline a disporre i dati dell’esperienza secondo una scansione temporale inarrestabile, per cui il presente scivola nel passato, mentre si fa attesa fervida del futuro, sulla falsariga della meritamente celebre investigazione agostiniana.

L’avvertimento del disordine, la rilevazione critico-intellettuale del caos comportano una visione polarizzata dalla preoccupazione di opporre al doloroso disorientamento contemporaneo un universo alternativo di idealità e di aspirazioni - dapprima magari concepite in sogno - in grado di permeare fecondamente le strutture del reale, in un processo di integrazione catartica e di sublimazione qualificante.

Il nucleo centrale del discorso è contraddistinto da una dinamica a spinte (realistiche) e controspinte (idealizzanti), che si obiettiva in un’organizzazione formale dei testi imperniata sull’antitesi: «Nessuno ha più/ champagne/ per gli orrori dell’inferno./ Il tempo assente/ entra nella camera a gas:/ le ali ai piedi del sogno/ chiedono un altro ballo/ alla cenere della vita» (Nessuno, in Poesie del caos, op. cit.).

L’itinerario lirico dello scrittore marchigiano-lombardo è proseguito sotto il segno di una spiccata coerenza, pur se i lavori letterarî più recenti dimostrano una fisionomia meno contratta e un respiro maggiormente ampio e disteso, accogliendo motivi di coinvolgente effusività sentimentale, momenti di notevole efficacia positivamente evocativa. Alla sottolineatura dei tanti aspetti del “male di vivere” fa da felice contrappunto l’insistenza sulla peculiarità seducente del sogno, sulla forza vitale e rigenerante dell’amore (considerato altresì nella sua specificità fisica, erotico-sensuale), sul risarcimento corroborante e confortatore delle memorie familiari e locali.

La maturità artistica ha infine coinciso con un’interpretazione del mondo di certo organica e sapientemente equilibrata.

Floriano Romboli

 

Diario poetico di Tommaso Tommasi, a cura di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-80-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

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L’amore fonte e significato della vita. Un “diario lirico” di Alessandro Pellegrini

27 Novembre 2025 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni

 

 

 

 

Diario poetico di Alessandro Pellegrini

a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2025

 

Leggendo l’interessante “agenda poetica” di Alessandro Pellegrini pubblicata di recente dall’Editore Guido Miano, confesso di essere rimasto favorevolmente colpito, oltre che dai contenuti del volume di cui brevemente tratterò, dall’insolita e felice tipologia di commento critico scelta dal curatore Enzo Concardi.

Questi ha preferito alla consueta nota prefatoria in capo alla silloge una serie ragionata di rilievi interpretativi posti via via in calce a ogni componimento, nell’àmbito di un’attenzione esegetica puntuale e analiticamente circostanziata. Il quadro complessivo è nondimeno chiaro ed esauriente nella sottolineatura della centralità del motivo dell’amore quale sentimento primario pervadente i varî, occasionali spunti inventivi, le molteplici, quotidiane situazioni etico-psicologiche - ogni testo reca, quasi come un contrassegno, la data precisa -, le differenti condizioni sentimentali: «…La tua ribellione comunica un messaggio:/ “Amiamoci, aiutiamoci perché l’unione/ è la strada della felicità”» (Mediterraneo).

Concardi avverte che l’amore può assumere i tratti della virtù vitalizzante e sublimante («…In un attimo stretti in/ un abbraccio ci ritrovammo./ La cura dei miei malintesi./ Mi dicesti ricominciamo./ I nostri occhi illuminati,/ insane frenesie, cupi pensieri/ allontanati dai tuoi sguardi/ intensi e pieni di complicità./ L’amore parve subito virtù,/ liberò forza, energia, speranza…», Il valore di un abbraccio, corsivi miei, come sempre in seguito), e altresì rivelare aspetti di abbandono sensuale, animarsi di vibrazioni erotico-voluttuarie: «…Proverò ad immaginarti/ tra le lenzuola bianche/ dove le tue labbra bruciano/ e le tue mani emanano segnali di calore/ che si trasforma in un brivido di piacere…» (E allora sogna); e può ancora significare amicizia («Emozioni condivise, fili intrecciati d’affetto./ Non sei fuggita, ma con noi sempre al fianco./ Amica inossidabile, sincera e fedele…», Isa: poesia di un’Amicizia), attingere i valori della carità universale, farsi cura degli svantaggiati, degli indigenti, degli ultimi, sulla falsariga della predicazione profetica e salvifica di papa Francesco: «…voce che rompe le pieghe del tempo,/ che grida nei deserti di chi ha perso il pane./ Tu parli per chi tace,/ per chi lavora e cade,/ per chi non ha nome,/ né patria né casa…» (A papa Francesco).

In ogni caso l’amore è fattore di unione («In ogni risata e lacrima, la connessione è l’essenza», Isa: poesia, op.cit.), a fronte di una realtà sovente divisa e quindi incline alla rappresentazione formale incardinata nella figura dell’antitesi: “disordine/armonia”; “istante/eternità” ; “freddo/caldo” ; “passato/presente” ; e soprattutto “buio/luce”: «…Nel labirinto della mente/ la tua presenza è quella che illumina le ombre,/ come stella brillante/ il nostro legame costante…» (Sinfonia di pensieri).

La poesia dell’autore pugliese nasce costantemente da relazioni interpersonali concrete e autentiche, pur sperimentando richiami simbolici (la terra, il mare, il treno), mentre il suo linguaggio, generalmente essenziale e perspicuo, non ignora stilizzazioni efficaci e ricerca ritmica, spesso poste in risalto dal ricorso all’anafora o alla rima: «…Ogni gesto è una carezza leggera,/ ogni pensiero una gemma sincera./ Ogni istante un’esplosione di gioia…» (A Rosanna); «…Il tuo abbraccio scalda ogni cuore,/ la tua gioia è balsamo per l’anima,/ grazie ai tuoi genitori di valore,/ sei il frutto di un grande amore./ E nel tuo sguardo più vero,/ mi accogli come fossi di famiglia, davvero…» (A Leonardo).

Floriano Romboli

 

Diario poetico di Alessandro Pellegrini, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 44, isbn 979-12-81351-65-3, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Pietro Manzella, "Dell'amore e della speranza"

13 Novembre 2025 , Scritto da Floriano Romboli Enzo Concardi Gabriella Veschi Con tag #enzo concardi, #floriano romboli, #gabriella veschi, #recensioni, #poesia

 

 

Dell’amore e della speranza

Pietro Manzella

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Il fuoco dell’amore

Il sentimento amoroso inteso come valore assoluto e imprescindibile è al centro delle liriche di Pietro Manzella presentate nel primo capitolo di questa antologia (gli altri capitoli riguardano le tematiche del tempo, dell’essere e malessere). Espresse con toni leggeri, sobri e misurati, le poesie d’amore riecheggiano con lirica raffinatezza i versi di uno tra i massimi esponenti della Letteratura irlandese, il premio Nobel William Butler Yeats; nonostante i due poeti appartengano ad epoche distanti tra loro e seppure adottino diverse modalità poetiche, traspare nei loro componimenti la concezione dell’amore come forza trainante, unica ragione di vita. Sin dai testi di apertura, Manzella esplora la complessità degli stati d’animo e peculiari cifre stilistiche si esplicano con piacevoli similitudini tra la donna amata e gli elementi della natura e con il ricorso a costruzioni ossimoriche. Scorre leggera una lunga carrellata di armoniose piante, di spiagge battute dalle onde o di zampilli d’acqua generatrice di vita, mentre con una ricca serie di contrasti si delinea la dimensione ambivalente dell’io poetico, colmo di speranza in presenza dell’amata (Sciolina d’amore), ma preda di un profondo senso di vuoto di fronte alla sua assenza. Ne è un chiaro esempio la lirica Carezze parlanti: «È un fragore delicato/ quello delle carezze/ senza tempo/ sul mio viso: le tue// È un tepore/ di sesso appena smesso/ quello delle parole/ silenti/ che descrivono eventi/ al passato prossimo/ come in un film muto:/ le nostre.// Sguardi che ricamano/ la tela del tempo/ dove mi perdo/ con te/ come nel quadro/ senza oli/ di una vita senza colori/ intessuta ogni giorno/ di speranze e promesse/ di risurrezioni/ sono per noi soli/ carezze che parlano». Il testo evoca la carica dirompente di un amore che incendia una vita prima insignificante come un quadro senza oli e senza colori e la trasforma in una fonte inesauribile di speranze e promesse; la passionalità diviene incandescente, è come fuoco sotto la cenere, pronto a riaccendersi con forza e l’intimità delineata con rara delicatezza rende palpabili le forti sensazioni provate (…).

Gabriella Veschi

 

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L’incanto della memoria

(…) Il motivo del ricordo risulta centrale nell’elaborazione artistico-letteraria dell’autore e la strategia accurata di recupero memoriale, di rivisitazione attenta di esperienze del passato diventa occasione privilegiata per l’esplicitazione di una meditata visione della realtà e specificamente di una determinata concezione delle relazioni interpersonali. La rassegna delle “memorie” è sovente contrassegnata da quelle intime contraddizioni («Ricordi quella/ sera/ quando i tuoi occhi/ hanno pianto?/ Io ridevo/ piangevo// Che strana cosa/ vivere ed amare/ se si ama con/ dolore», Quella sera), che sono connesse con la fondamentale ambivalenza dell’esistenza: «Occhi festosi/ in un precipizio/ di lacrime/ affiorano come/ narcisi dalla coltre bianca// (…) Oggi il fluire del ricordo/ ha tracimato/ il bicchiere della vita/ spezzata/ in molecole di rimpianti» (Tracimazione); «…Lo sgabello/ riceve una parte/ l’altra veleggia/ sul triremi della fantasia/ oppressa dall’ostinata macchina/ della verità// Mortifico il tempo/ che mi ignora/ e ti cerco/ oasi di serenità» (Vita in scatole vuote). (…)

Serbare nella memoria gli attimi del tempo fugace equivale alle volte ad addolcirne le caratteristiche, a rasserenarli in un processo inequivoco di sublimazione: «…Assaporo/ gli attimi sfuggenti/ e gusto la dolcezza/ della vita/ aspettando che il ricordo/ evapori/ senza perdersi/ oltre la trasparenza dei cristalli» (Pensieri di zucchero); tale operazione risulta invece preclusa alla poetessa americana Emily Dickinson, in conseguenza di un’idea del mondo negativa e sconfortata, di un animus triste e inappagato, che inducono una posizione morale di amaro pessimismo, di desolante cupio dissolvi. Leggiamo da una lirica risalente circa al 1860: «Perduta quando già ero in salvo!/ E sentivo il mondo ritirarsi!/ Mi accingevo all’assalto dell’eterno,/ quando tornò il respiro,/ e verso l’altra sponda/ udii ritrarsi la marea delusa!...» (poesia n. J160) (…).

Floriano Romboli

 

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Essere e malessere

La tematica dell’essere e malessere nella poetica di Pietro Manzella occupa certamente un posto rilevante, incentrandosi sulla condizione umana, che contempla sempre una realtà a chiaroscuri, aspetti positivi ed edificanti e fenomeni estremamente negativi, slanci ideali verso la ricerca dell’essere e di sé stessi con un contraltare di malessere personale e collettivo, che in ogni epoca cambia connotati e natura. E sono proprio le brutture del mondo di oggi che il poeta mette soprattutto in risalto, attraverso una denuncia forte, circonstanziata, oltre il binomio metafisico-filosofico che può evocare la problematica in questione, la quale spesso si trasforma in testimonianza storico-sociale di una contemporaneità caratterizzata in particolare da un indebolimento ontologico dell’individuo e da una distruzione dei valori della convivenza umana pacifica.

Qui non è fuori luogo ricorrere al pensiero di Pascal, per il quale v’è il paradosso della condizione umana, sospesa fra miserie e grandezze, fra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, per cui l’uomo è “un mostro incomprensibile”, creatura contradditoria ora sospinta verso l’infinito, ora schiacciata dal male. Il nostro autore, nella lirica d’apertura Similitudine presenta tale dicotomia fra l’essere e il malessere umani, con immagini moderne che evocano in qualche modo  la visione pascaliana: «Correre verso/ l’infinito/ fermarsi/ all’orizzonte/ ignorare la realtà  /che  hai  di  fronte  /vivere  da  /uomo  da  marciapiede /e non accorgerti /che sei simile ad un /tritacarne».

Ecco dunque il rifiuto da parte del poeta di tante espressioni del vivere odierno, da cui nasce un rapporto io-mondo conflittuale, lacerato dal dolore per un’umanità dispersa. E il linguaggio presenta ora tratti di sarcasmo, ora di crudezza, ora di amarezza, con immagini conseguenti di tipo analogico-sinestetico.  (…).

Enzo Concardi

 

Pietro Manzella, Dell’amore e della speranza, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 84, isbn 979-12-81351-71-4, mianoposta@gmail.com.

 

L’AUTORE

 

Pietro Manzella è nato a Palermo dove attualmente vive e svolge le professioni di Avvocato e di Mediatore civile. Ha pubbli­cato varie raccolte di poesie: Come il vento sulle dune (1999), Icaro o del desiderio (2000), Una vita un amore (2001), Controrisacca (2003), Voci scomposte (2006), Acetilene (2010), Cialde  (2013), Semi (2016), Acqua (2020), Spes (2023) e il breve testo teatrale Frittelle di aria fritta, commedia in un atto (2007).

 

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Michele Miano: l’eredità spirituale del padre e il coraggio della poesia

19 Luglio 2025 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

Michele Miano

So che ti prenderai cura di me, Poesie e appunti

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Confesso l’indubbio coinvolgimento emotivo suscitato in me dalla lettura del libro recente di Michele Miano So che ti prenderai cura di me (G. Miano Editore, Milano 2025), e segnatamente della parte dedicata al padre Guido, intellettuale sensibile e coerente, poeta, editore, instancabile organizzatore di cultura insieme al fratello Alessandro.

La perdita di un genitore costituisce per i figli una lacerazione tremenda, a tratti intollerabile, un trauma fortissimo e mal governabile. Ricordo che il grande economista e sociologo Vilfredo Pareto rammentava, in una lettera del gennaio 1919 all’amico Guido Sensini a cui era morto il fratello, con queste toccanti parole l’effetto prodotto nel suo animo dalla scomparsa della madre Marie Métenier, avvenuta nel settembre 1889: “Nella sua sventura non è piccola fortuna lo avere conservato la madre. Quando ho perduto la mia mi è parso che il mondo diventasse interamente diverso da quello di prima”.

L’autore nel rendere omaggio al papà sa mantenere un grande equilibrio fra la sfera sentimentale, la triste presa d’atto del grande vuoto affettivo, e la rivendicazione orgogliosa delle doti non comuni dell’uomo di “generosa umanità” (p.10), di cui elogia con sobrietà l’indole tenace e laboriosa, la vocazione all’impegno fecondo e disinteressato: “Guido Miano si è sempre definito un operatore culturale, un uomo con una missione da compiere: diffondere cultura. Poco incline alle mode, riservato e taciturno. La sua missione iniziata sabato 18 giugno 1955 (data in cui è nata la Casa Editrice), termina sabato 18 giugno 2022 (giorno del suo decesso)” (p.19).

Ritengo che un coefficiente importante dell’equilibrio ideale-morale di Michele sia il riferimento pensoso a quanto di “non detto” c’è stato fra loro, alla differenza ineliminabile di aspirazioni e di prospettive, e quindi all’accoglimento attivo e meditato di una preziosa eredità: “Come se mi volesse dire tante cose, lui che è sempre stato parco di parole, e io gli volessi raccontare ancora i miei sogni e progetti di un’altra vita che avremmo dovuto vivere. Ma non c’è stato tempo” (p.9, corsivi miei, come sempre in seguito).

Tale atteggiamento critico si riscontra altresì nella silloge di liriche di cui consta il volume; queste sono caratterizzate da frequenti annotazioni naturalistico-descrittive, permeate da un delicato, intimo vitalismo contrassegnato da ricorrenti spunti visivi e acustici, captante e fascinoso: “Un alito di vento/ accarezza le foglie./ L’aria tiepida/ avvolge il volo delle farfalle./ Un usignolo geme da lontano,/ scroscia il limpido gorgheggio/ e splendono più tersi i colori nelle ali (…) Ognuno ode grida/ di fanciullo,/ di una vita che si desta” (Vita).

L’amor vitae non cela alla mente del poeta quanto di doloroso è insito nell’esistenza (“Primavera ritorna/ e il dolore mi addenta/ con morsi di gelo./ È il vento che scuote profonde solitudini” (Primavera), e l’amara durezza del rilievo dispone a una rappresentazione della realtà mediante un sistema di antitesi bloccate: “Incerto passo del mio divenire/senza un porto di illusioni/ E il giorno è come la notte,/ la notte è come il giorno./ Oggi, domani e dopodomani” (Ricordi); “Così ritorni nell’orbita della vita/ come una favilla, ormai incasellata/ in una goccia, come in un’impronta/ di luce un tremito d’ombra” (Sensazioni).

La descrizione si anima così di significati interiori, acquista densità etico-culturale: “Ma ora è già sera./ Oltre i colli, uno sfavillio di luci./ E i pensieri che si ribellano alla grammatica./ Cosa dire? Cosa pensare? La notte./ Il fiume scorre lentamente/ e rivedo il colore della terra./ Colline, sentieri inondati dall’alba. La luce rinasce” (ivi).

L’incertezza del percorso può indurre a grida e lamenti (“E a lungo ho viaggiato,/ sradicato d’amore ho gridato/ e pregato sofferto e gridato”, Frammenti III), pur se la condizione umana ha una sostanza misteriosa irriducibile a schematizzazioni razionalistiche: “Per un attimo mi sembra di raggiungere/ il nervo delle cose./ Ma un battito di ciglia non è/ un colpo d’ali che ti solleva/ ed è vana ricerca aspirare/ al sillogismo dell’esistenza” (Sensazioni, cit.); nondimeno questa, in forza della sua complessità, può arricchirsi di apparizioni confortatrici: “Mi sei apparsa come una vela in mare,/ nel tuo volto di sera lunare/ sei fiorita al mio sogno/ ritrovato così all’improvviso./ Senza sapere come” (Frammenti I).

 Floriano Romboli

 

Michele Miano, So che ti prenderai cura di me. Poesie e appunti, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn  979-12-81351-64-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

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L’amore per la vita quale fonte di speranza e di gioia

12 Luglio 2025 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Abies alba e altre poesie

Ester Franzil

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

 

Mi pare che nella concezione di Ester Franzil sia fondamentale l’idea che la realtà risulta percorsa da un insopprimibile dinamismo vitale, animata da costanti impulsi energetici, che conquistano l’animo umano in forza della loro suggestiva intensità.

Ne consegue un’attenzione metodica ai molti tratti dell’ordine esterno delle cose, agli innumerevoli “microcosmi” che lo costituiscono, in una disposizione conoscitiva da cui origina una tecnica formale-stilistica estremamente essenziale, franta e brachilogica nella sua incisività nominale: «Occidentale specchio/ di Narciso mito/ pregnante metafora/ scoperta della propria identità/ riflessa immagine clonata/ rovesciato io…/ Orientale specchio:/ soglia. Sottile membrana/ ombra di elementi divini/ cosmica religiosa simbologia/ magia/ del nulla metafora/ avventura oltre la soglia/ apparente verità/ soglia di un mondo incognito/ visibile-invisibile…» (Specchio);  «Il tuo corpo dal mare/ alla di Sebeto foce affidato./ Incanto e morte/ innocente vittima/ salvata vergine./ Esanime generatrice di/ città di tormento-estasi./ Alta malinconia di/ gioiosa affascinante vita» (Parthenope).

Il ricorso a determinati procedimenti ritmici come l’enjambement o a figure retoriche come l’ossimoro, messo in risalto alla fine dell’ultima citazione, conferisce al discorso poetico un’interessante concentrazione, rafforzata dalla predilezione, anche nelle parti descrittive, di una sintassi organizzata paratatticamente, e  resa elaborata e complessa dall’anastrofe: «Graniti rosa arrotondati e/ lisciati da distratte carezze del vento/ d’impossibile rosso s’incendiano» (Stupore).

È il caso inoltre di segnalare che la specificità cromatica è dettata da un intento antropomorfo, dallo spunto umanizzante palese nel componimento incipitario: «Inargentate trine/ di resinosi fili/ da rughe possente/ tronco squarciato/ a grumi, a gocce/ lucente pianto/ fra perle di lacrime/ sgorga incontenibile/ contemplante sorriso/ gigante buono/ da impietoso fulmine schiantato» (Abies alba), preludio al felice manifestarsi della nota sentimentale, al lento enuclearsi dell’ “io” lirico: «Si culla il mare/ danza coi raggi sulle onde/ il respiro trattiene/ Vorrei…/ sui flutti dell’oceano riposarmi/ nelle amorose braccia del vento cullarmi» (Anelito).

Preme sottolineare, nell’àmbito di un siffatto sistema linguistico-espressivo, la funzione traente, l’autentica efficacia strutturante della metafora, decisiva ai fini della precisazione del significato complessivo dei testi: «Isola, cosmo in miniatura/ gioiello acquatico dal creatore incastonato/ col canto dei salmi/ il mormorio dell’onde danza.// La gioia, il paradiso/ è dono da scoprire, accogliere, custodire/ cullare in vergine isola/ celata in fondo al cuore» (Isola); «Paesaggio-presagio (…) Sofferenza, olocausto, preghiera/ morte, vita…/ rassicurante abbraccio/ d’autunnali caldi colori/ in pennellate d’ocra accesi/ chicco di grano sacrificato/ in sfolgoranti spighe risorto» (Tibhirine);  «…Ipnotico incantamento/ magica nenia di/ funebre salmodia sorella/ esorcizzante tenebre/ vitale, rassicurante messaggio/ sussurrato, dolce/ lento conforto sacro/ rugiadoso balsamo» (Ninna - nanne).

Se la condizione di ognuno può essere sintetizzata tramite il concetto di “stabilità in gestazione”, la considerazione critica di quest’ultima induce all’apprezzamento delle sue implicazioni intime, delle conseguenze profonde, spiritualmente preziose: «Altrove temuto e invocato/ le proprie radici a ritrovare/ sorprendente movimento/ stabilità in gestazione./ Viaggio esteriore in/ cammino interiore/ tragitto all’essenza mia/ intuizione d’assopito dinamismo/ indistinta chiamata/ sempre più albeggiante,/ irrinunciabile itinerario/ alle mie profondità/ purificato il pozzo della memoria/ indispensabile rottura della quotidianità./ Addomesticati, familiari pensieri,/ morte le maschere/ della specchiata immagine di me…» (Pellegrinaggio, corsivi miei, come in seguito).

La coscienza problematica dell’autrice focalizza i tanti aspetti della vicenda naturale e umana, attratta dalle particolarità così varie e affascinanti, caratterizzate via via mediante un’accurata e meditata aggettivazione: «Ora che crepuscolo i bagliori/ del vespero in dolci ombre culla/ i tuoi piagati, luminosi piedi abbraccio.// L’amoroso tuo sorriso/ la patina polverosa/ del cuore mio disperda…»(Tramonto); «…Il tuo elastico corpo elegante/ è un eccezionale acrobata esilarante.// I tuoi furbi occhi ambrati/ i padroni han stregati (…) I tuoi cuscinetti molleggiati/ il terreno sfioran felpati…» (Filastrocca puffa); «Abbraccio tronchi/ variopinte erbette accarezzo/ antica fanciulla incantata/ tenero il turchino contemplo.// Tacita danza d’annoso faggio la chioma/ d’autunnale primaverile soffio risvegliata.// Sussurra il silenzio pacificate memorie…» (Romitaggio).

D’altronde porsi in ascolto della “voce del silenzio” consente a Ester Franzil di scoprire importanti segreti: «Invernale silenzio/ vuoti, seminati campi sognanti/ sospeso cielo di cinguettii muto (…) autunnale silenzio vibrante tavolozza di/ sfavillanti, moribonde foglie.// Estivo silenzio meridiano/ grondante sonnolente/ estenuate cicale…/ primaverile silenzio/ germogliante il risorto/ divino mistero» (Ciclico silenzio);  «Voce del silenzio/ sfumata, misteriosa, evanescente/ impalpabile, ineffabile…/ Nella terra, nelle radici/ attendi, fremi, ti celi, urli…/ Silenzio di vette e di ombre/ di sognanti semi/ di neve dal cuore del/ cielo germogliata…» (Prodigioso silenzio).

Alla poetessa non sfuggono le negatività e il dolore che sovente accompagnano e turbano il cammino degli uomini («Velenoso albero/ velenose radici/ mefitica palude/ meravigliosi sguardi/ di violate infanzie/ da adulte nefandezze irresponsabili», Camorra), tuttavia nei suoi versi mai viene meno la fiducia rasserenante di un esito positivo, avvalorato nell’ardita soluzione “ossimorica”: «…Primaverile puro cuscinetto sulla/ chiara bara del papà gioiosamente/ evangelico, trombe d’angeli dormienti,/ nell’attonito morto giardino/ oscurità sfolgorante/ di risurrezione gravida» (Le calle).

A ben vedere la speranza in una prospettiva di finale, riconciliante armonia si fonda su un’antica Promessa: «…Sii te stessa, “gnosce te ipsam”/ interfacciati nella verità/ accetta conflitto, dissenso/ nella luce dello Spirito Santo/ trova punti di contatto/ modello: di Nazareth famiglia…» (Dialogo).

 

Floriano  Romboli

 

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Ester Franzil è nata a Cadegliano (VA) nel 1951 e vive a Marchirolo (VA). Già Docente alla scuola primaria di Lavena Ponte Tresa (VA), poetessa, studiosa di psicologia, sociologia e pedagogia, ha pubblicato le raccolte di poesie L’allodola e il sole (1994) e L’incanto della natura (2021). Ha coordinato laboratori di poesia per bambini presso la sua scuola elementare. Attualmente è volontaria A.V.O. (Associazione Volontari Ospedalieri) e animatrice per la terza età nelle case di riposo del suo comune.

 

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Ester Franzil, Abies alba e altre poesie, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-66-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

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LA CERTEZZA CHE A PREVALERE SARÀ LA SPERANZA

24 Giugno 2025 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

L’anima della speranza

 Antonietta Natalizio

 Guido Miano Editore, Milano 2025

 

Antonietta Natalizio raccoglie antologicamente nel volume L’anima della speranza, pubblicato lo scorso maggio dall’Editore Guido Miano e prefato con la consueta intelligenza analitica da Enzo Concardi, poesie già apparse in precedenti sillogi, Officina poetica (2019), I colori delle emozioni (2022) e Grappoli di perle (2023), che in seguito designerò con i numeri romani. Ritengo che anche al lettore frettoloso non sfugga il vivo interesse che l’autrice dimostra per l’universo naturale, così vario e stimolante, sovente còlto e sapientemente descritto nella sua intensa e coinvolgente vitalità: “Il bosco, dopo il gelido inverno,/ si riapre alla vita./ Il cuore si rallegra,/ e con stupore osserva in silenzio/ le meraviglie del creato./ Il sole, alla prima luce dell’alba,/ attraversa, con i suoi stessi raggi,/ la fitta chioma di alberi e cespugli,/ facendo così svanire/ il leggero manto di neve rimasta (…) Il sole arrossisce,/ e con entusiasmo e leggerezza/ accarezza tutto quel che sfiora” (Il risveglio del bosco, I); “Cielo e mare/ sembrano fare a gara/ a chi è più blu!/ Le stelle come lucciole/ sfavillanti… in silenzio/ reclamano/ la morte di una stella,/ che brilla più di prima” (Lucciole sfavillanti, II); “Tra i giovani oleandri affiorano/ i misteri e le bellezze della vita…/ Spumeggianti ricordi/ fioriscono./ Sparsi papaveri rossi/ s’affacciano fra le dorate spighe…/ si abbracciano con il blu del fiordaliso” (Papaveri rossi, III).

I corsivi nell’ultima citazione non sono nel testo e sono rivolti a segnalare nella poetessa una spiccata vocazione visiva, evidenziante gli aspetti cromatici della realtà della natura; la precisione rappresentativa si anima altresì di felici note acustiche (“Gocce sovrapposte,/ cristalli danzanti… una melodia di suoni./ Tic, toc, goccia,/ toc, toc,/ tic. Come strumenti si accordano” (Gocce d’acqua, I) e olfattive: “Zagara profumata,/ con l’ardire della celata notte…/ riempie il cuore di torpore e di stupore! (…) Mille pensieri assopiti/ si tuffano in un mare/ di fragranza” (Zagara, II).

Lo spettacolo della natura diventa occasione di “stupita” contemplazione, ma presto l’interagire della dimensione temporale implica situazioni cariche di spessore “storico” e quindi di complessità problematica: è il tratto specifico determinato dalla presenza dell’uomo, rilevata dall’enjambement in tutta la sua portata intellettuale-morale: “Suggestivo velo/ di nuvole basse,/ nascondono l’ombra/ del vento che scruta…/ l’indifferenza di allora./ Memoria di oggi!/ Perfetto cliché dell’animo/ umano in burrasca” (Nuvole basse, II). Il quadro naturale diviene pertanto obiettivazione metaforica dell’intima tensione che agita e tormenta lo spirito degli uomini, combattuto da sollecitazioni contrastanti, da acute contraddizioni, che tendono a formalizzarsi in antitesi palesi: “Il buio della mente, come nella nebbia,/ non trova luce perché avvolto dal candore/ del gelido inverno della vita./ Mentre la notte rincorre il nuovo giorno,/ la nebbia ti avvolge nel suo mistero,/ e non ti lascia andare dove destinato sei” (La nebbia, I, corsivi sono miei, come in seguito), laddove il gioco insistito delle rime ne amplifica la forza lacerante: “Una lunga ombra di lancinanti fiamme/ dà l’allarme… a custodire il seme/ delle future palme…/ perché non diventino salme./ E dare pace alle tante anime,/ con un urlo acuto e unanime…/ ai tanti cuori in lacrime” (Aberrazioni della vita, II).

In tale dinamica antitetica è la radice del male (“Un male acuto e stridente,/ prodotto volontariamente/ solo dalla mente./ Con gesto diretto/ solitario e disperato,/ tra le note di angoscia/ è germogliato…/ silenzioso e con passo felino/ agguanta la vita (…) L’angoscia è un torrente impetuoso,/ improvviso e colmo di pianto”, Il male di esistere, II), conseguenza della libertà, che il Creatore ha concesso alla nostra specie.

Nel tempo ciò ha dato origine a grandi tragedie, pure collettive, quali nel secolo scorso il crimine orrendo della Shoah: “Tutto è avvenuto in silenzio,/ con ampio spazio d’anticipo…/ tutti sapevano e nessuno parlava,/ mentre troppi piangevano/ nella totale indifferenza di chi dirigeva il potere (…) Ed eccoli rapiti,/ uomini, donne, bambini (…) con vagoni ben sbarrati,/ senza aria, ed il respiro in agonia,/ e soffocati dal terrore./ Vagoni bestiali, e come bestie ammassati,/ su di un pagliericcio fetido e lercio./ Bastonati, sputati, picchiati, avvelenati/ e poi bruciati./ Mentre le anime si disperdevano/ in un fumo nero a lutto” (I violini parlano).

Nondimeno la scrittrice si apre alla luminosità vitalistica di un’intuizione positiva, riconciliante e purificatrice (“Ovvietà e spontaneità/ si dispiegano davanti/ ai nostri occhi…/ confluiscono in un unico/ raggio di sole./ La bellezza veste il mondo!/ È un inno alla vita” (Raggio di sole, II);  e così “l’invisibile diventa presenza”, come si legge in un verso davvero bello, compreso nella parte finale di un componimento in precedenza menzionato, Papaveri rossi, e prende forma concreta la speranza: “Il peso della materia è ben inteso…/ diventa pura vanità./ La speranza illumina la via/ anche nell’oscurità” (Il reale, III). Di questa armonia fisica e morale è infine condizione e garanzia il soffio ben percepibile dello Spirito divino: “Qualsiasi pensiero…/ ogni abbraccio/ raffigura la sua unicità./ Ogni silenzio…/ simboleggia l’elogio./ È un canto Altissimo!/ Istanti di felicità/ di eternità/ si respirano nell’anima./ L’esperienza diventa grazia./ Un dono prezioso,/ gratuito risorge”(La Grazia, III).

                           Floriano  Romboli

 

Antonietta Natalizio, L’anima della speranza. Antologia poetica, prefazione di E. Concardi, Guido Miano Editore, Milano, 2025

 

 

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Come il soffio dolce del vento. La poesia di Laura Cecchetto

19 Aprile 2025 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Laura Cecchetto

Il canto del cuculo. Poesie

Guido Miano Editore, Milano 2025

 

A voler caratterizzare la ricerca lirica di Laura Cecchetto con un’annotazione generalizzante, criticamente compendiaria, ma non frettolosamente sovrapposta ai testi, proporrei quella della sentimentalità tenue e raccolta, dell’attenzione stupefatta, intensa eppur delicata, ai tanti aspetti intimamente coinvolgenti e moralmente gratificanti della vita. L’autrice, di professione medico, nutre un amore profondo per la vita, per tutta la vita, della quale apprezza con convinzione il valore inestimabile e il sovrano equilibrio: “E quando tornerò/ finito questo viaggio/ ti porterò in regalo/ i cesti di ferite/ le borse di dolore/ ma anche la saggezza/ il coraggio l’amore” (Il ritorno, corsivo mio, come sempre dopo).

L’esperienza del viaggio esistenziale riempie l’animo di sentimenti contrastanti, di stati interiori assai differenti (“E alla morte che falcia/ il soffio della vita/ porti il canto gioioso/ della vita che esplode./ E con la primavera/ aleggia nella strada/ ancora bagnata di pioggia”, Vento di primavera), il cui acuto avvertimento determina nei versi la formalizzazione antitetica dei contenuti etico-psicologici: “Dolce soffio di vento/ che porti il fresco effluvio (…) entri fresco e furtivo/ dalla finestra aperta/ del tetro e buio ospedale”(ivi).

Il bilancio dei tanti accadimenti che occorrono a ognuno è agli occhi della poetessa senz’altro positivo, pur non ignorando essa lucidamente i momenti di privazione, di delusione, di sofferenza: “Inchinati senza dire/ che amara è questa valle/ perché ogni esperienza/ di questo sacro viaggio/ è un punto di partenza/ per dare al tuo destino/ sempre una marcia in più/ e mettere più luce/ su questo tuo cammino” (Inchinati alla Vita).

L’inequivoco amor vitae proprio della scrittrice diviene nel libro nucleo generativo di spunti tematici aggiuntivi, fonte di altri motivi, quali, ad esempio, l’interesse partecipe alla dimensione naturale, còlta e rappresentata in un felice descrittivismo non alieno da precisi rilievi cromatici: “Pioggia di foglie gialle/ che danzano nel vento/ e dolcemente volano/ sull’umido asfalto/ sulle auto che passano/ e il sole sorride/ dal cielo di novembre”(Festa d’autunno); “E un cormorano osserva/ col suo collo flessuoso/ dall’altra riva il tramonto/ e gli alberi dalle rosse foglie/ danzano allegramente/ al suono della campana/ sulla riva del fiume” (Giorgia). Inoltre dalla contemplazione dell’armonia della natura originano atteggiamenti altruistici, moti di commossa solidarietà (“E la gente sotto l’ombrello…passa senza vedere/ che davanti al supermercato/ un vecchio col suo cane/ steso su un misero letto/ fatto di vecchi stracci/ chiede un pezzo di pane/ o forse solo un sorriso”, Indifferenza),  tenerezze affettive (“Tutte le notti a maggio/ sotto al misterioso raggio/ della luna piena/ e tra il dolce profumo/ del glicine fiorito/ vorrei amarti nel prato/ tra la canzone dei grilli”, Maggio), corroboranti situazioni spirituali, alle quali la fugacità non toglie dolcezza e valore, importanza e “memorabilità”: “Alla nostra età/ trovi tutto lo spazio/ che conservi nel cuore/ per godere un tramonto/ e sentire il rumore/ dell’onda sugli scogli/ e raccogliere le bacche/ che crescono nel bosco/ di godere l’amicizia/ e i momenti speciali./ E la vita è più bella/ perché ora la cogli/ e la sai apprezzare.. .(“Alla nostra età); “Quanto tempo è passato/ ma se penso al senso/ di amicizia e di casa/ che dentro a quelle mura/ riceveva il mio cuore,/ vorrei tornare indietro…” (Il cortile).

Inoltre la bellezza del creato reca traccia palese di un ordine superiore: “E guarderò dal cielo/ il tuo profondo mare/ dalle onde increspate/ e le cime innevate/ dove soffia perenne/ lo Spirito divino” (Alla Terra).

Nell’autrice risulta poi pienamente coerente un linguaggio essenziale, contraddistinto dalla sintassi molto lineare e da un lessico nel complesso “medio” e colloquiale, privo di ricercatezza intellettualistica, nondimeno lontano dal semplicismo immediato e trascurato, dall’assenza di elaborazione stilistica e ritmica. Mi permetto al proposito di segnalare il ricorso alla figura dell’anafora (“Inchinati alla Vita…Inchinati anche quando…Inchinati senza dire”, Inchinati alla Vita, cit.) oppure alla rima (“Finché non sarai libero/ dovrai sempre tornare/ a contemplare l’alba/ ad ascoltare il mare”, Tornare) e all’ enjambement: “Dolce e inaspettata/ corrente di vita… Chissà da che mondo giungi,/ chissà quanti ricordi/ sopiti nel passato” (Corrente di vita).

L’omaggio ideale-culturale che Laura Cecchetto con il suo lavoro d’arte rende alla vita si basa sulla convinzione che in fondo essere venuti al mondo è stato per tutti un grande dono: “Questo è il tuo vero volto/ scolpito dal tempo/ scolpito dal dolore/ temprato nella fatica/ del quotidiano affanno./ Questo è il tuo vero volto/quello per cui è valso/ lanciarti in questo viaggio” (Il tuo vero volto).

Floriano  Romboli

L. Cecchetto, Il canto del cuculo. Poesie, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp.62.

 

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