"Diario poetico di Tommaso Tommasi", a cura di Floriano Romboli
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Diario poetico di Tommaso Tommasi
a cura di Floriano Romboli
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Tommaso Tommasi è nato a Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, il 3 febbraio 1948. Al paese natale - chiamato con affettuosa confidenzialità Kipa - , alla terra d’origine egli è rimasto fortemente legato, anche se gli studî all’Università (si è laureato a L’Aquila) e poi il lavoro di docente e di bibliotecario lo hanno portato lontano, in Lombardia, e più precisamente in area bergamasca (risiede da tempo a Seriate).
Il senso delle radici e la mobilità personale sui territorî attestati dalla biografia sono forse coefficienti della profonda sensibilità e della non comune versatilità intellettuale, della vastità degli interessi di chi è stato docente, linguista, poeta, narratore (v. il romanzo Masognaos, 2011), uomo di teatro, fotografo e pittore.
Non è facile dare un’idea della ricerca lirica dell’autore, che è ricca, articolata e affidata a varie raccolte di versi pubblicate fin dagli anni Settanta del secolo scorso. Si impone pertanto una scelta, che privilegi alcuni volumi, e si è deciso per Poesie di vita quotidiana (1990), Poesie del caos (1996), Sul mare azzurro della notte (2019), e per i prosimetri Lamodeca (2022) e Poesogni (2024).
Preme inizialmente richiamare un interessante spunto prosastico collocato in testa alla seconda silloge, a motivo della sua valenza auto-esplicativa, del suo tratto prezioso di enunciazione culturale-programmatica: «Inizialmente non ci facciamo caso, poi cominciamo a capire piano piano, giorno dopo giorno, che la legge che regola la vita non è l’ordine, ma appunto il CAOS (…) Il poeta è colui che sente più di tutti – a causa di una sensibilità accentuata – questa opprimente cappa chiamata caos (…) In una società che sta perdendo tutti i suoi valori, che ha eletto l’egoismo a suo supremo feticcio e l’arricchimento e il successo al massimo grado di perversione, il poeta si perde in un caos infinito, dal quale è sempre più difficile risalire o difendersi» (la maiuscola di evidenziazione e il corsivo sono nel testo).
Ogni componimento di cui consta la prima raccolta ha in calce un nome, quasi a significare che potrebbe essere stato scritto da un’altra persona, nell’àmbito di una coralità spirituale e compositiva, che fa dell’arte un’occasione significativa nell’esistenza “quotidiana”, una testimonianza precipua di vita morale.
Fino dal principio le poesie di Tommasi sono caratterizzate da un descrittivismo interrogativo, da un’essenzialità concettosa e simbolica rivolti a cogliere il senso intimo dell’ordine delle cose, a indagare innanzitutto il valore e le misteriose finalità della vicenda naturale. La realtà appare ambigua e problematica, in particolare alla coscienza inquieta dell’uomo, incline a disporre i dati dell’esperienza secondo una scansione temporale inarrestabile, per cui il presente scivola nel passato, mentre si fa attesa fervida del futuro, sulla falsariga della meritamente celebre investigazione agostiniana.
L’avvertimento del disordine, la rilevazione critico-intellettuale del caos comportano una visione polarizzata dalla preoccupazione di opporre al doloroso disorientamento contemporaneo un universo alternativo di idealità e di aspirazioni - dapprima magari concepite in sogno - in grado di permeare fecondamente le strutture del reale, in un processo di integrazione catartica e di sublimazione qualificante.
Il nucleo centrale del discorso è contraddistinto da una dinamica a spinte (realistiche) e controspinte (idealizzanti), che si obiettiva in un’organizzazione formale dei testi imperniata sull’antitesi: «Nessuno ha più/ champagne/ per gli orrori dell’inferno./ Il tempo assente/ entra nella camera a gas:/ le ali ai piedi del sogno/ chiedono un altro ballo/ alla cenere della vita» (Nessuno, in Poesie del caos, op. cit.).
L’itinerario lirico dello scrittore marchigiano-lombardo è proseguito sotto il segno di una spiccata coerenza, pur se i lavori letterarî più recenti dimostrano una fisionomia meno contratta e un respiro maggiormente ampio e disteso, accogliendo motivi di coinvolgente effusività sentimentale, momenti di notevole efficacia positivamente evocativa. Alla sottolineatura dei tanti aspetti del “male di vivere” fa da felice contrappunto l’insistenza sulla peculiarità seducente del sogno, sulla forza vitale e rigenerante dell’amore (considerato altresì nella sua specificità fisica, erotico-sensuale), sul risarcimento corroborante e confortatore delle memorie familiari e locali.
La maturità artistica ha infine coinciso con un’interpretazione del mondo di certo organica e sapientemente equilibrata.
Floriano Romboli
Diario poetico di Tommaso Tommasi, a cura di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-80-6, mianoposta@gmail.com.
Giovanni Bergagnini, "Odissea bianca"
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ODISSEA BIANCA
di Giovanni Bergagnini
Un alpino della Julia nella ritirata di Russia
Bergagnini racconta nel memoriale Odissea bianca, l’esperienza della ritirata di Russia; il libro è stato pubblicato da Garzanti nel 1990. L’autore, originario della Carnia, essendo nato nel 1913 conobbe i traumi generati dalla prima guerra mondiale sul territorio natale; riferisce infatti dei bombardamenti, della vicenda delle portatrici carniche, nonché della fame e di tutti i mali che colpirono la Carnia, regione di confine tra stati nemici. Dal 1942 deve sopportare una guerra ancora più terrificante. Inquadrato nei reparti della sussistenza della divisione Julia, raggiunge il fronte russo.
Scriverà al termine della sua esperienza: “Ho percorso quasi cinquemila chilometri di cui trecento a piedi per raggiungere il fronte, e altrettanti per il ritorno dei quali milletrecento trascinandomi come il Cireneo”. Questa frase sembrerebbe condensare a sufficienza la sua vicenda che in realtà si rivela ben più gravida di sofferenze e possiede importanti aspetti di diversità rispetto ad altri memoriali. Egli stesso ne offre uno di non poco rilievo; confida, nella prefazione, di essersi sempre sentito solo nella ritirata, già a partire dal secondo giorno: “(..) mi ritrovai solo, con pochi compagni sbandati, destinato a sopravvivere tra sconosciuti, cercando con feroce disperazione la via della salvezza”.
Non troviamo quindi la storia di un battaglione, di una compagnia o di un qualche reparto in fuga. Abbastanza rari sono i riferimenti a specifici commilitoni, soprattutto nella seconda parte del libro. Infatti Bergagnini si trova isolato o con pochi commilitoni, immerso nel caos, tra gelo, fame e partigiani russi; ritrova un compagno che poi riperde e il suo sostanzialmente unico sostegno è un cavallo. Per il resto il suo dramma nella steppa si compie con sempre nuovi e precari compagni di sventura, anonimi, con i quali ci sono brevi momenti di solidarietà, poi interrotti dalle vicissitudini dovute agli stenti o agli attacchi nemici che spezzettano la colonna dei fuggiaschi. Spesso si smarrisce perché più lento degli altri, poi individua degli sbandati o qualche brandello di reparto ancora efficiente; li raggiunge a malapena, ma resta estraneo a questi gruppi. Crescono individualismo ed egoismo perché si capisce che pochissimi potranno salvarsi.
L’autore è solo una particella nel mare di soldati in fuga e trae da se stesso la forza per non cadere; si ripromette con orgoglio di non farsi catturare. In alcune occasioni, non moltissime, il pensiero va alla famiglia che si è da poco allargata e lo attende. Mancano specifici riferimenti a Dio; resta invece qualche parola positiva sul ruolo dei cappellani durante la ritirata.
Ma in generale è la pervicacia a motivarlo, nonostante intorno a lui molti cedano e si lascino crollare sulla neve, privi di forze; a differenza di tanti lui ci tiene a non abbandonare il moschetto e a restare soldato e in almeno un paio di occasioni, è tra quelli che imbracciano le armi per difendersi dal nemico. Non a caso, raccoglie da terra alcune bombe a mano che altri hanno gettato via, rinunciando a essere soldati. Ricorda, verso la fine dell’opera, con fierezza, che lo stesso Comando Sovietico si complimentò con gli alpini definendo in un suo bollettino il Corpo Alpino come l’unica forza nemica non sconfitta. Tale bollettino in realtà è una leggenda; senz’altro i Sovietici non avevano ragione di elogiare chi aveva invaso le proprie terre ed era stato messo in rotta.
Bergagnini viene paradossalmente favorito da vari momenti di atonia e di estraniamento dalla realtà; è una via per staccarsi dal peso di una realtà disperata. Quando si riprende, non ricorda bene gli ultimi eventi e quindi le ultime sofferenze patite, risollevandosi quindi un poco dal rischio di tracollo fisico e mentale.
L’altro aspetto particolare dell’opera è l’assenza di risentimento; non ci sono invettive contro il regime o gli ufficiali. Si limita in un punto a ricordare la sua meraviglia quando a Milano la gente era entusiasta all’annuncio dell’entrata in guerra. Verso l’organizzazione dei comandi, ha appena un accenno polemico quando descrive l’incendio dei magazzini, all’inizio della ritirata, in cui si mandano in fumo cappotti di lana non distribuiti e molto cibo anch’esso rimasto da parte quando gli uomini soffrivano già da tempo la fame.
Non c’è odio per il nemico; il memorialista ringrazia le donne russe che a proprio rischio gli diedero sostentamento. Ma non c’è una espressa avversione neanche per i tedeschi che impiccavano i civili e che in un episodio passarono con i loro autocarri vuoti, travolgendo gli alpini stremati che supplicavano di fermarsi. Quando finalmente dopo infinite peripezie si raggiunge un treno italiano, Bergagnini, esausto, soffre ma non protesta quando si vede rifiutare un posto: “Un rifiuto, nato forse da incomprensione o da impossibilità di tendermi la mano, certo non per cattiva volontà (..)”.
L’autore, ci permettiamo di dire, è quindi un uomo non comune per l’indomita resistenza mostrata, una sintesi di audacia, perseveranza e volontà: “E cammino. Ancora una volta è la forza dello spirito che mi aiuta a resistere”.
Le descrizioni crude e disperate vanno anche oltre quelle di altri memoriali come ad esempio I più non tornano di Eugenio Corti il quale vedeva in Dio e nella Provvidenza la roccia cui appoggiarsi. Mancando anche la voglia di rivalsa verso il fascismo e i tedeschi che troviamo in La guerra dei poveri di Revelli e che motivavano l’autore a resistere, si deve dedurre quindi che Bergagnini abbia trovato totalmente in sé una forza pura, una personale riserva di volontà, senza aspetti in qualche modo politici o religiosi. Questo aspetto rende senz’altro particolare e interessante il libro che ebbe nell’edizione del 1990 la presentazione di Rita Levi Montalcini.
Michele Miano, "So che ti prenderai cura di me"
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Michele Miano
So che ti prenderai cura di me, Poesie e appunti
Guido Miano Editore, Milano 2025
Non potevo mancare all’invito per il 70° anniversario della Casa Editrice Miano, non potevo far mancare la mia presenza per ricordare Guido Miano, che come mio padre Pasquale, ha sempre avuto come obiettivo diffondere cultura, fondare scuole quale volano di crescita personale e del territorio, comunicare in versi. Era l’occasione anche per conoscere finalmente di persona Michele Miano alla presentazione del suo ultimo lavoro poetico e mi sono subito ritrovata in alcuni ricordi-appunti: la correzione delle bozze per i primi libri, le visite in tipografia, l’assemblaggio dei caratteri, il ciclostile, i rapporti interpersonali tra amici poeti, una miriade di foto e nomi che si riaffacciano alla memoria: Padre David Maria Turoldo, Piero Bargellini, Mario Luzi, Vittoriano Esposito.
Non s’inganni il lettore dinanzi a squarci di serenità di paesaggi, nascondono ognuno il dramma esistenziale, colto già nella prima lirica Verso sera, nel sibilante rincorrersi delle «strane parole» che si nascondono nel pianto-pioggia della sera, che inganna col suo profumo e apre ad un cielo che «sembra annegare/ in un mare di stelle», altro dal naufragare leopardiano, ché forse è da leggersi dantescamente: «E quindi uscimmo a riveder le stelle», simbolo si speranza e redenzione.
Il figlio è tornato, sente l’amarezza delle parole non dette, degli abbracci mancati, il peso del sipario che divide dall’oltre e quindi la preghiera-certezza che rivolge al padre, espressa nel titolo: So che ti prenderai cura di me. Richiesta che leggo specularmente da parte del padre, che immagino aver chiesto in un muto sguardo di aver cura di lui attraverso la sua creatura: la Casa Editrice.
Gli inganni della vita, i suoi tormenti riaffiorano nel verso: «il dolore mi addenta/ con morsi di gelo», eppure è Primavera e si vorrebbero veder volteggiare le rondini «come bianche colombe;/ le vostre ali mi scavino un nido nel cuore»; forte la ricerca di serenità interiore e di pace da esse simboleggiate, che si scontra con un «cuore che mi travolge e spezza».
È nel gemito di un usignolo ancora la contrapposizione tra la serenità di una «aria tiepida» (Vita) che preannuncia la «prima linfa» che nutre ogni «vita che si desta». Anche un amore di un tempo lontano si riaffaccia alla memoria con un ossimoro: «amaro-miele del mio cuore» (A un’amica).
Negli occhi c’è speranza, ma a valle tra paesaggi sfumati l’autore coglie in Cerco «drammi che si nascondono/ tra muri bianchi, viali verdi e i fiori»: un rimando qui tutto proprio allo scalcinato muro con cocci aguzzi di bottiglia, giacché non manca la ricerca di un Natale.
Il Silenzio è altra parola chiave, in esso ci appare pure una città personificata, «città livida di umori» da mettere in contrapposizione «all’alba foriera di nuove illusioni», ma più acre è andare tra Ricordi, che solitamente leniscono ferite, e che qui connotano una macerazione interiore con l’uso della rotacizzazione e la simbologia del grumo, da intendersi come ostacolo, come impedimento a sciogliere nodi per giungere ad un aspirato porto al quale attraccare e dal quale ripartire: «grumi di ricordi/ riecheggiano in chilometri d’asfalto:/ incerto passo del mio divenire/ senza un porto di illusioni».
Il tempo con il suo ruere si coglie nelle vibrazioni, nell’alternarsi quasi monotono del giorno e della notte, nel fruscio che attraversa i fili d’erba e c’è amarezza nel non trovare mai le parole per chi si ha accanto: «aggrovigliati nella lotta per il boccone, quotidiano,/ giriamo attorno alle verità del cuore» (Sensazioni - Paesaggi dell’anima). Il termine aggrovigliato rimanda metaforicamente ad una matassa di pensieri rimuginati.
Miano definisce se stesso «uno sradicato d’amore» (Frammenti III), ma in effetti egli è alla ricerca di una strada di sole, attende d’essere trafitto da un Dio che sente lontano anche dai «nuovi invisibili» (Il nostro tempo), in un tempo, quello odierno, «inquinato dalla solitudine» e coglie l’acredine di chi su un barcone alla deriva denuncia l’aridità dei cuori e vede annegare le proprie speranze.
Il poeta, comunque, anche se la «strada» (Frammenti IV), ovvero la vita, è «afflitta di nubi, dal frastuono della sera», ha scelto il «verde» per colorare il suo silenzio, la «collina delle voci» e se pure vede che «la sabbia ora si dirada», è certo che «sarà l’onda che s’adagia ai bordi della sera». Sa che troverà la serenità tanto cercata, il porto-quiete, l’Atto d’amore.
Luisa Martiniello
Michele Miano, So che ti prenderai cura di me. Poesie e appunti, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn 979-12-81351-64-6, mianoposta@gmail.com.
Davide Cava, "I colori del mio spettro"
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Il libro "I colori del mio spettro di Davide Cava (Controluna, 2025 pp.119 € 16.00) scompone la percezione sensibile dei versi attraverso una sequenza visibile dei sentimenti, indaga l'instabilità e l'imprevedibilità delle vicende umane, condensa il contenuto cromatico nella simbologia di cinque variazioni di colori, rosso carminio, nero avorio, mattone, turchese, bianco che indicano il carattere identificativo di ogni espressione esistenziale e la prospettiva di ogni riflesso emotivo. Il colore come metafora rappresentativa dell'anima dipinge la pagina di vibrazioni interiori e influenza l'essenza fisica e spirituale del linguaggio, ravvivando la destinazione poetica dell'uomo e l'efficacia complice della sua relazione con il mondo. Davide Cava insegue la volontà dei desideri, avvolgendo nel rosso carminio la componente passionale e vitale della vita, la tonalità seducente dell'arte di amare, descrive nella spinta impetuosa il temperamento comunicativo delle suggestioni romantiche, espone la sfumatura della sensualità e l'intensità degli incontri, la presenza vitale e profonda dell'anima, associata all'accesa e impulsiva frequenza interiore, al vincolo sensibile delle parole. Dipinge nel nero avorio l'ancestrale frattura esistenziale tra l'enigmatica solennità della luce e la misteriosa energia dell'ombra, suggerisce la complessità delle sensazioni, vissute attraverso il richiamo simbolico dell'oscurità e il saggio percorso della conoscenza, evoca, nella dimensione pulsante dei versi, la combinazione estetica ed etica della tenacia sentimentale, nella coesistenza creativa delle congiunture opposte tra resistenza e fugacità. La poesia di Davide Cava accoglie la stabilità e la richiesta di calore umano, nella nostalgia densa di un colore mattone che profuma d'autunno e di malinconia, ferma il pensiero nella contemplazione delle possibilità, nella caducità delle illusioni, nell'evoluzione del rimpianto, adattando il cambiamento in una prospettiva ispirata alla costruzione della consapevolezza e della protezione. Il poeta rafforza la visione con il mondo spirituale, materializzando nel color turchese il senso devoto della poesia, come amuleto sacro e terapeutico lungo il cammino introspettivo, trasmette il potere rigenerante della libertà, oltre la condanna della disperazione e la scontrosità delle relazioni, il distacco immaginifico della realtà. Concentra la sapiente capacità di guardare oltre, di intrecciare l'andamento elegiaco nella sottile e impercettibile scintilla dei versi, di animare la sorgente luminosa della poesia e di avvicinare il lettore, sotto la guida tutelare dell'entità artistica, all'iniziatico e magico percorso delle parole, nel loro incantesimo esoterico, nella qualità divina della meditazione. Davide Cava conclude la sua opera sigillando con il bianco l'espressione della rinascita, la cerimonia di un passaggio necessario in cui il corpo nuovo si veste di nuova empatia e di compassione, abbraccia la dimensione sovrumana, oltre il confine dell'esperienza e della condizione oggettiva, rinnova il significato simbolico del sublime fondamento poetico, archetipo di interpretazione e di integrazione con il mondo. Il libro I colori del mio spettro illustra la variazione confidenziale delle osservazioni terrene, nelle sfumature sarcastiche e beffarde degli inganni e dei sorrisi, accompagna il viaggio di un vissuto dichiarato tra suggestive testimonianze individuali e ragionamenti universali, affonda il coinvolgimento delle sensazioni nell'intuizione propizia ed efficace dell'autenticità lirica.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
In verità fu già dall'incontro
degli spazi vuoti tra le dita
ch'io entrai in te, e mai più,
in alcun altro modo
che contempli la carne;
fu piuttosto il giuoco
di due anime opache
che a vicenda soffiano
sull'altrui fuoco.
Edere che al precipizio
per un poco si fondono,
fondute di suoni,
sordomute mani
logorroiche a lor modo.
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Mi son trovato solo
tra gli olezzi di zolfo
e neppure un chicco
di rugiada m'è rimasto
tra palpebre e pupille.
Ora so
che alla fine dei respiri
non v'è nessun trofeo;
quanto banale, ritrito
e tragicomico sarebbe
se già la vita stessa
in qualche modo fosse il premio?
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“Com'è andata, alla fine?”
Alla fine è andata
abbastanza bene,
come ogni volta
che non muoio.
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Rassomigli innocente
a un demone del mio ieri.
Avrei voluto amarti
litri di lacrime fa.
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Il poeta manipola parole
che nessuno ha ancora udito
in quell'ordine preciso,
e che nessun si è reso conto
d'averne il gran bisogno.
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Meditazione
Sarebbe dolce morire
in questa trasparenza
con l'ego genuflesso
le mani vibranti
il diaframma aperto
senza punteggiatura
sarebbe dolce cadere
adesso
oppure ascendere
al prossimo oceano.
“L’Entanglement dantesco nel V Canto dell’Inferno”, saggio di Martina Costa
Questo repost proviene da Pro Letteratura e Cultura.
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“L’Entanglement dantesco nel V Canto dell’Inferno”, saggio di Martina Costa
L’Entanglement dantesco nel V Canto dell’Inferno 1 di Martina Costa “Al mio segnale scatenate l’Inferno” recitava un noto attore nel film “Il Gladiatore”. Quante volte abbiamo pronunciato questa frase tra amici o in particolari situazioni dove avevamo la necessità di anticipare un momento dirompente o di liberazione emotiva? Sicuramente spesso. E se vi dicessi che tantissimi secoli
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