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Giovanni Bergagnini, "Odissea bianca"

21 Gennaio 2026 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

ODISSEA BIANCA

di Giovanni Bergagnini

Un alpino della Julia nella ritirata di Russia

 

Bergagnini racconta nel memoriale Odissea bianca, l’esperienza della ritirata di Russia; il libro è stato pubblicato da Garzanti nel 1990. L’autore, originario della Carnia, essendo nato nel 1913 conobbe i traumi generati dalla prima guerra mondiale sul territorio natale; riferisce infatti dei bombardamenti, della vicenda delle portatrici carniche, nonché della fame e di tutti i mali che colpirono la Carnia, regione di confine tra stati nemici. Dal 1942 deve sopportare una guerra ancora più terrificante. Inquadrato nei reparti della sussistenza della divisione Julia, raggiunge il fronte russo.

Scriverà al termine della sua esperienza: “Ho percorso quasi cinquemila chilometri di cui trecento a piedi per raggiungere il fronte, e altrettanti per il ritorno dei quali milletrecento trascinandomi come il Cireneo”. Questa frase sembrerebbe condensare a sufficienza la sua vicenda che in realtà si rivela ben più gravida di sofferenze e possiede importanti aspetti di diversità rispetto ad altri memoriali. Egli stesso ne offre uno di non poco rilievo; confida, nella prefazione, di essersi sempre sentito solo nella ritirata, già a partire dal secondo giorno: “(..) mi ritrovai solo, con pochi compagni sbandati, destinato a sopravvivere tra sconosciuti, cercando con feroce disperazione  la via della salvezza”.

Non troviamo quindi la storia di un battaglione, di una compagnia o di un qualche reparto in fuga. Abbastanza rari sono i riferimenti a specifici commilitoni, soprattutto nella seconda parte del libro. Infatti Bergagnini si trova isolato o con pochi commilitoni, immerso nel caos, tra gelo, fame e partigiani russi; ritrova un compagno che poi riperde e il suo sostanzialmente unico sostegno è un cavallo. Per il resto il suo dramma nella steppa si compie con sempre nuovi e precari compagni di sventura, anonimi, con i quali ci sono brevi momenti di solidarietà, poi interrotti dalle vicissitudini dovute agli stenti o agli attacchi nemici che spezzettano la colonna dei fuggiaschi. Spesso si smarrisce perché più lento degli altri, poi individua degli sbandati o qualche brandello di reparto ancora efficiente; li raggiunge a malapena, ma resta estraneo a questi gruppi. Crescono individualismo ed egoismo perché si capisce che pochissimi potranno salvarsi.

L’autore è solo una particella nel mare di soldati in fuga e trae da se stesso la forza per non cadere; si ripromette con orgoglio di non farsi catturare. In alcune occasioni, non moltissime, il pensiero va alla famiglia che si è da poco allargata e lo attende. Mancano specifici riferimenti a Dio; resta invece qualche parola positiva sul ruolo dei cappellani durante la ritirata.

Ma in generale è la pervicacia a motivarlo, nonostante intorno a lui molti cedano e si lascino crollare sulla neve, privi di forze; a differenza di tanti lui ci tiene a non abbandonare il moschetto e a restare soldato e in almeno un paio di occasioni, è tra quelli che imbracciano le armi per difendersi dal nemico. Non a caso, raccoglie da terra alcune bombe a mano che altri hanno gettato via, rinunciando a essere soldati. Ricorda, verso la fine dell’opera, con fierezza, che lo stesso Comando Sovietico si complimentò con gli alpini definendo in un suo bollettino il Corpo Alpino come l’unica forza nemica non sconfitta. Tale bollettino in realtà è una leggenda; senz’altro i Sovietici non avevano ragione di elogiare chi aveva invaso le proprie terre ed era stato messo in rotta. 

Bergagnini viene paradossalmente favorito da vari momenti di atonia e di estraniamento dalla realtà; è una via per staccarsi dal peso di una realtà disperata. Quando si riprende, non ricorda bene gli ultimi eventi e quindi le ultime sofferenze patite, risollevandosi quindi un poco dal rischio di tracollo fisico e mentale.

L’altro aspetto particolare dell’opera è l’assenza di risentimento; non ci sono invettive contro il regime o gli ufficiali. Si limita in un punto a ricordare la sua meraviglia quando a Milano la gente era entusiasta all’annuncio dell’entrata in guerra. Verso l’organizzazione dei comandi, ha appena un accenno polemico quando descrive l’incendio dei magazzini, all’inizio della ritirata, in cui si mandano in fumo cappotti di lana non distribuiti e molto cibo anch’esso rimasto da parte quando gli uomini soffrivano già da tempo la fame.

Non c’è odio per il nemico; il memorialista ringrazia le donne russe che a proprio rischio gli diedero sostentamento. Ma non c’è una espressa avversione neanche per i tedeschi che impiccavano i civili e che in un episodio passarono con i loro autocarri vuoti, travolgendo gli alpini stremati che supplicavano di fermarsi. Quando finalmente dopo infinite peripezie si raggiunge un treno italiano, Bergagnini, esausto, soffre ma non protesta quando si vede rifiutare un posto: “Un rifiuto, nato forse da incomprensione o da impossibilità di tendermi la mano, certo non per cattiva volontà (..)”.

L’autore, ci permettiamo di dire, è quindi un uomo non comune per l’indomita resistenza mostrata, una sintesi di audacia, perseveranza e volontà: “E cammino. Ancora una volta è la forza dello spirito che mi aiuta a resistere”.

Le descrizioni crude e disperate vanno anche oltre quelle di altri memoriali come ad esempio I più non tornano di Eugenio Corti il quale vedeva in Dio e nella Provvidenza la roccia cui appoggiarsi. Mancando anche la voglia di rivalsa verso il fascismo e i tedeschi che troviamo in La guerra dei poveri di Revelli e che motivavano l’autore a resistere, si deve dedurre quindi che Bergagnini abbia trovato totalmente in sé una forza pura, una personale riserva di volontà, senza aspetti in qualche modo politici o religiosi.  Questo aspetto rende senz’altro particolare e interessante il libro che ebbe nell’edizione del 1990 la presentazione di Rita Levi Montalcini.

 

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