Cormac McCarty, "Città della pianura"
2 Marzo 2025 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni
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CITTÀ DELLA PIANURA
Cormac McCarthy
Questo libro di Cormac McCarthy, pubblicato nel 1998, ha come protagonisti John Grady e Bill Pharman, due giovani che lavorano in un ranch negli Stati Uniti, al confine con il Messico.
La loro vita procede in modo semplice e abitudinario, badando al bestiame e facendo vita in comune con gli altri mandriani; le uniche distrazioni, siamo negli anni 50' del secolo scorso, sono le visite nei locali e nei bordelli messicani. È qui che John incontra una giovanissima prostituta di cui si innamora, ricambiato, finendo per ingegnarsi in ogni modo su come portarla negli Stati Uniti, togliendola al suo temibile protettore.
Ma prima di arrivare al nocciolo della trama, Cormac costringe il lettore a tollerare molti capitoli che apparentemente disorientano perché non danno corpo a un percorso. Si susseguono quindi con molti dettagli i fatti del quotidiano dei due ragazzi, il rapporto con il loro anziano capo, le lunghe cavalcate sulle montagne e anche le corse in pick-up.
Il motore del libro comincia a scaldarsi quando John incontra la ragazza nel bordello e comincia a fare progetti di vita con lei, nonostante le gigantesche difficoltà della situazione.
Il ragazzo va diritto verso il suo destino ed è intorno a questo concetto che poi Cormac riflette mettendo in bocca ad alcuni personaggi il suo pensiero. L'uomo non è libero, si muove in un labirinto di costrizioni che vengono dalla sua storia. Non ha senso, sostiene un vagabondo che incontra Bill Pharman, pensare ad alternative a quanto si è fatto. C'è un determinismo che permette movimenti limitati e già decisi, perciò i personaggi dei romanzi che prendono decisioni costose, sanguinosamente costose, non fanno altro che seguire un corso già tracciato nel passato. È un'idea ciclica del tempo, che era propria degli antichi greci. Il passato ingabbia già il futuro.
È un libro, nel complesso, pessimista e pieno di dolore, accresciuto dal fatto che lo scoramento avvolge vite ancora giovani; tutto questo induce chi legge a chiedersi l'origine dell'ossessione per il male da parte dell'autore.
Troviamo personaggi con menomazioni fisiche come in certi testi di Kafka; quasi sempre lo scontro con il male è devastante e secondo la filosofia dell'autore non ci si può sottrarre. Lo stesso ranch dove lavorano i due giovani è preso di mira dall'esercito che vorrebbe espropriarne i terreni, privando di prospettive chi lavora con i cavalli ed è abituato a vivere liberamente. Dove andare allora? C'è un avvenire? Il Messico che altre volte è parso pur tra tante contraddizioni l'antemurale della modernità alienante e un'oasi di libertà e umanità, dove un cowboy senza meta può trovare un piatto di tortillas anche nella casa più povera, ora è luogo di oppressione. Là si va per l'amore mercenario, tra gente di malaffare, scagnozzi spietati e qualche brava persona troppo corriva per cambiare le cose. Se l'amore si fa autentico allora porta a scontri mortali.
Nella seconda e ultima parte del libro, Bill, rimasto solo e ormai vecchio, va al nord, non più verso il Messico, terra calda e ricca di passione.
Nel racconto finale pronunciato dal vagabondo che lo incontra, si accenna a Cristo e al suo mettersi al posto dell'uomo per accollarsi il supplizio che spetta ai peccatori. Si dice che si deve onorare chi è morto per noi, ritardando il nostro momento di pagare il conto. Ma non ci sono molti agganci morali e domina una certa rassegnazione. Anche Bill trascorre i suoi anni vagando tra gli stati, sempre povero, senza sicurezze, sperando nell'umanità di chi incontra.
Il vagabondo gli dice infine che è il condividere il senso della vita. Soffrire insieme e aiutarsi. È l'unica cosa positiva, l'unica nota di azzurro di un libro molto triste.
E bisogna avere pazienza nel leggere Cormac; ad esempio si deve tradurre da sé molti passi in spagnolo, accettare corposi aneddoti che sembrano fuori luogo, cercare di dipanare la matassa di lunghi dialoghi di atmosfera sapienziale. Ma ne vale la pena, anche se, dopo grandi sforzi, compiuta la piacevole opera di lettura, pare di vedere là sopra, sul muro che si è cercato di scalare, i cocci aguzzi di bottiglia di cui parlava Eugenio Montale.
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