racconto
Strampalario di Natale, parte seconda
Da Pasiele a Dio
25 dicembre, ore 1:30
Caro Signore, prima di tutto buon Natale!
Eccoci qua. Come ci avevi chiesto, ti scriviamo. Scrivo io per tutti e due.
Abacùc si è steso sul letto e sta guardando il soffitto. È un po’ stanco, perché siamo tornati tardi, ma è stata una serata bellissima. Siamo stati in una libreria del centro. C’era una presentazione di uno scrittore (Abacùc lo ha definito “pifferaio magico” e “trombone sfiatato”, e un po’ ha ragione) che si credeva un Re Magio e non sapeva che i tre Savi a quest’ora erano ancora in cammino. Mica erano ancora arrivati alla mangiatoia. Ci sarebbero arrivati il 6 gennaio. Io ho cercato di dirlo subito all’inizio. Pensa che in sala c’erano persino tre statue dei Re Magi!! Ma nessuno ha risposto quando ho parlato io. Comunque. Lo scrittore, che si chiama Dino Salamè (che nome!) parlava e parlava e non la smetteva. Parlava solo di se stesso e del suo libro (si intitola “Comete e tripudi”) e la gente lo applaudiva. Ma il bello è venuto dopo, quando c’è stato il rinfresco, alla fine di quella noiosissima presentazione. Abacùc mi passava i panini al latte imbottiti con il prosciutto crudo e per sé aveva riempito un piatto di tartine al salmone e ai gamberetti. Mi stavo pulendo la bocca dalle briciole, quando si è avvicinato un signore che si è presentato come “ragionier Mariano Righetti”. Vedessi che bellissimo orologio ha nel taschino del panciotto! Il ragionier Righetti ha fatto i complimenti ad Abacùc, dicendogli che aveva un figlio molto sveglio. Così piccino e già conosceva la storia della Notte Santa e capiva tante cose. Credeva che fossi il figlio di Abacùc, visto che sono piccolino. Noi abbiamo fatto finta di niente, naturalmente. Abacùc si è messo a parlare con il ragioniere, che sembra conoscere bene Dino Salamè. Lo conosce bene, ma non lo apprezza per niente. Così mi è sembrato, da quello che diceva di Salamè. Però, ha subito aggiunto a mezza voce: «Nonostante tutto mi dà da mangiare.» Così, io gli ho allungato un panino al prosciutto: «Una volta tanto si faccia dare da mangiare da qualcun altro.», ho detto e lui ha riso. Mi ha accarezzato la testa e ha chiesto ad Abacùc: «Ma questo bimbo così educato e sveglio, cosa sa fare di bello?»
«Sa distinguere i sogni belli da quelli brutti e fasulli.», ha risposto Abacùc orgoglioso, ma con un ghigno strano. E il ragionier Righetti, sgranando gli occhi, ha risposto: «Veramente?? Quasi quasi mi è venuta un’idea…»
Anche il ragionier Righetti è un tipo sveglio, sai? Sveglio e simpatico. Ma questo te lo racconto nella prossima lettera. Mi si chiudono gli occhi dal sonno.
Per intanto ti mandiamo i nostri saluti e tanti bacetti natalizi. Ciao.
Tuoi Pasiele e Abacùc
Il ragionier Mariano Righetti era davvero un tipo sveglio. E quel bambino, così curato nell’abbigliamento – al contrario del padre, un tipo un po’ bohémien con quel codino e quel giaccone frusto – gli era piaciuto sin da subito. Più che rappresentare la voce dell’innocenza, quel bimbo era davvero arguto, e che proprietà di linguaggio, nonostante i suoi pochi anni! Forse cinque al massimo, aveva valutato, squadrandolo, il ragioner Righetti. Quando poi il padre gli aveva rivelato che sapeva distinguere i sogni belli da quelli brutti e fasulli, beh, il ragioniere era andato a nozze, come si dice.
Li aveva subito invitati a raggiungere il tavolo dove erano appoggiate le pile del libro “Comete e tripudi” di Dino Salamè, aveva preso una copia, l’aveva porta al bambino e gli aveva chiesto: «Tu che distingui i sogni, dimmi un po’ – che tipo di sogni ci sono in questo libro?»
Già, perché il ragionier Righetti, impiegato da trentasette anni nell’amministrazione della casa editrice “Ca’ Story” e promosso a direttore amministrativo otto anni prima, ne aveva visti di scrittori. Di ogni tipo. Aveva contabilizzato di tutto e ne aveva lette di cotte e di crude. Ma, nonostante tutto, era ancora convinto che il vero scrittore non potesse fare a meno di far colare i suoi sogni nella bottiglietta dell’inchiostro con cui poi avrebbe scritto le sue storie. E dunque, i sogni che avrebbero impregnato le righe di un libro sarebbero stati la cartina al tornasole dell’anima – e delle qualità umane - dello scrittore stesso.
Il bimbo dal cappottino blu prese il libro, sfogliò le pagine al contrario, sentì palpitare i sogni di Dino Salamè sotto alle sue mani, ci pensò un attimo e affermò decisamente: «Fuffa e ragnatele.»
«Spiegati meglio…», disse Abacùc.
«Questi non sono sogni.», Pasiele ne era convintissimo, «Sono fuffa. E sono ragnatele. Quelle spesse, grigie e polverose. Che ti si appiccicano ai capelli, quando entri in cantina… Insomma, fuffa e ragnatele! Non ci sono altre parole per descrivere questi sogni!»
Il ragionier Righetti non credeva alle sue orecchie. Davvero quel bambino era in grado di riconoscere i sogni? Lui, che aveva letto “Comete e tripudi” poteva affermare che il bimbo aveva ragione. Quel libro conteneva solo della gran fuffa, come tutte le altre opere del Salamè, d’altronde. Ma questa più di tutte. Fuffa. Fuffa e poi ancora fuffa. L’abbinamento con le ragnatele, però, al ragioniere era parso geniale. Addirittura “soprannaturale”, se avesse dovuto usare un termine alla Dino Salamè.
Ciò nonostante, Mariano Righetti, uomo tutto d’un pezzo, non volle farsi prendere da facili entusiasmi e decise di fare un’altra prova, per verificare che quel bimbo e suo padre non fossero due mistificatori. Così, il ragioniere andò verso lo scaffale di letteratura classica, prese un libro e, di nuovo, lo porse a Pasiele.
«In questo che sogni ci sono?», chiese, cercando di celare la sottile apprensione che iniziava a provare, pensando alle doti di quel bambino.
Pasiele si rigirò il libro tra le mani, lo aprì a metà, lo richiuse, ne accarezzò la copertina e disse, con gli occhi che gli brillavano: «Ma questi sono sogni pirotecnici!»
«Come? Come?», Mariano Righetti prese una sedia e si accomodò, fissando Pasiele, «Che vuoi dire?»
«Come i fuochi d’artificio visti da una barchetta sul mare. Di mille colori, a cascata, a stella, che piovono nell’acqua e si moltiplicano specchiandosi… anche se ci sono certi botti da far tremare le finestre!»
«Che libro è?», si intromise Abacùc.
«L’Orlando Furioso… il bambino ha azzeccato di nuovo…», rispose Righetti incredulo.
«Gliel’avevo detto io!», e ad Abacùc iniziò a frullare in mente un’idea. Fu quasi lì lì per fare un cenno a Pasiele, perché voleva parlargli a tu per tu di quello a cui aveva pensato, quando il ragioniere, che era corso nella sezione dei libri per bambini, riapparve con un libro dalla copertina gialla e viola.
«Aspettate, solo un attimo ancora! Ecco qui, dimmi, dimmi che sono curioso…», Righetti porse il volume a Pasiele e trattenne il fiato.
«Ma qui, ma qui… ci sono le montagne russe, i lecca-lecca e la musica degli organetti!», Pasiele strinse a sé il libro. Non gli era mai capitato di trovare un sogno così bello in tutti quegli anni.
Righetti, per un attimo, si sentì quasi mancare. Non credeva potesse essere vero. Tre su tre. Il bambino aveva azzeccato tutti e tre i libri. O era un mostro o era un’anima davvero speciale. Chissà se il padre era consapevole fino in fondo delle capacità di suo figlio, visto che se ne stava lì, come impalato, a rimirare il bambino con un sorriso strano. Poi, però, il ragioniere capì che era tutto vero.
«Vorrà dire che questo libro te lo regalo io! Te lo leggerà il tuo papà. È un bel libro. È come dici tu. Montagne russe, lecca-lecca, organetti…», e il ragionier Mariano Righetti infilò nella tasca del cappottino di Pasiele una copia de “Le avventure di Tallerino”.
Pasiele sorrise e si toccò la tasca. Ringraziò con un filo di voce, poi chiese ad Abacùc e al ragioner Righetti se era rimasta ancora qualche tartina con i gamberetti. Aveva ancora un po’ fame.
Fin qua mi sembra che tutto fili liscio. La storia, intendo.
A proposito, i lettori più attenti e puntigliosi ora staranno pensando che il ragionier Righetti il libro lo ha infilato in tasca a Pasiele, dicendogli che glielo regalava, ma mica l’ha pagato. Bella forza, il ragioniere. No, no, vi assicuro, Mariano Righetti non ha mai fatto cose del genere. Solo che aggiungere nel capitolo una frase del tipo “il ragionier Righetti chiese a Pasiele di restituirgli il libro per un attimo, raggiunse la cassa, lo pagò e lo porse felice al bambino”, mi dite voi cosa aggiunge alla storia? O cosa toglie? Già, perché sempre nei corsi di scrittura e narrazione una delle domande amletiche che dicono lo scrittore si debba porre è: “Ma questo fatto aggiunge qualcosa alla mia storia? Oppure toglie qualcosa?” e se la risposta è “no” a entrambe le domande, allora si può tralasciare.
Comunque, fidatevi. Il libro, il ragionier Righetti l’ha pagato. In contanti. “Le avventure di Tallerino” - chissà poi se esiste davvero un libro con un titolo così.
Ma torniamo a noi. La dote di Pasiele ha spiazzato il ragioniere. E ad Abacùc è frullata in testa un’idea. Sta scritto sopra, ma Abacùc non è riuscito a spiegarla a Pasiele. Sono stati interrotti sul più bello dalla terza prova del ragioniere, dal regalo (con pagamento avvenuto, ma omesso nella storia), dalle tartine ai gamberetti. Ma non è finita qui.
Il ragionier Righetti, visto e considerato che la libreria si stava ormai svuotando, perché tutti dovevano correre alle tavole imbandite per il cenone di Natale, ha proposto a Pasiele e ad Abacùc di fare un giretto in centro e poi andare alla messa di Natale. I due non se lo sono fatto dire due volte. Certo che avevano voglia di vedere il centro e poi andare in chiesa. Anche se al ragioniere, Abacùc era sembrato un poco fra le nuvole, distratto.
Aveva ragione Righetti. Abacùc stava ripensando anche al fatto che nessuno, nemmeno a presentazione finita, si era avvicinato a Pasiele, per dirgli qualcosa in merito alla sua osservazione sui Re Magi. Che poi era la verità. E anche se Abacùc, dall’alto del suo disincanto, sapeva bene che le cose andavano a finire così nella vita reale, provava dispiacere per il suo amico.
«E poi, non si fa finta di niente quando qualcuno dice qualcosa», questo aveva detto Pasiele all’inizio della presentazione di quel bellimbusto. Più ci pensava, più ad Abacùc spiaceva. E l’idea che aveva iniziato a frullargli nella testa, era diventata più nitida, più chiara, soprattutto quando si erano seduti in chiesa.
«Altro che non rispondere all’angelo riordinatore di sogni Pasiele... Caro Dino Salamè… buon Natale!» e Abacùc aveva iniziato a fissare il ritratto di San Michele posto sopra all’altare della chiesa. Aveva fatto così per tutta la durata della Santa Messa. Come fosse in trance.
«Stai bene?», gli aveva chiesto un po’ preoccupato Pasiele all’uscita.
«Mai stato meglio!», aveva risposto Abacùc con un sorriso strano. E si era sistemato il collo del giaccone con un gesto da attore consumato. Faceva freddino ed era ora di rientrare a casa, ma il ragionier Righetti, da vero signore, chiese se loro due avessero avuto voglia, per Santo Stefano, di pranzare a casa sua.
«Che bello, un invito!», aveva esclamato Pasiele.
«Praticamente, ragioniere, avrà capito che questa frase equivale a un sì da parte di noi due!», aveva aggiunto Abacùc, stringendo felice la mano di Mariano Righetti.
Sulla strada verso casa, Pasiele aveva ricordato ad Abacùc che avrebbero dovuto scrivere al buon Dio.
«Anche per fargli gli auguri di Natale.», aveva aggiunto timidamente.
«Fallo tu, io sono troppo stanco.», aveva risposto Abacùc che, appena entrato a casa, si era subito buttato sul letto, iniziando a fissare il soffitto, per rilassarsi.
Proprio come aveva scritto Pasiele nella lettera del 25 dicembre, alle ore 1:30 del mattino.
Era davvero stanco Abacùc. Sfinito. Si era concentrato così tanto durante la passeggiata in centro e poi in chiesa, fissando il ritratto di San Michele sopra all’altare.
Ma era inevitabile. Certe cose ti affaticano. Però ce l’aveva fatta.
E poi, lo sappiamo tutti che i giornali il 25 dicembre sono in edicola. È a Santo Stefano che i giornalisti e le rotative fanno festa. Abacùc era riuscito a organizzare tutto per tempo.
Continua
Strampalario di Natale, parte prima
Cari amici, buongiorno
per il momento Facebook ha oscurato il profilo del blog, Signora dei Filtri, sul quale avevamo più di tremila amici. Ci chiedono conferma d'identità, ma, trattandosi di un blog e non di persona fisica, non possiamo fornirla, ovviamente.
Potete contattarci tramite il modulo del blog stesso, direttamente sulla pagina ufficiale, o via mail all'indirizzo ppoli61@tiscali.it
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Se potete, condividete questo appello per i nostri tremila fedelissimi dispersi.
Grazie e Buone Feste a tutti.
Inizia con oggi, per noi di signoradeifiltri, il periodo più magico e incantato dell'anno. Natale ci piace, pur con tutte le sue contraddizioni, perché non siamo snob - Dio ce ne scampi - siamo nazionalpopolari e pure un po' bambini dentro.
Da oggi l'argomento sarà tutto dedicato alle festività, col nostro mitico hashtag #unasettimanamagica.
Si comincia con la prima parte di un racconto "strampalato" di Patrizia Bruggi.
STRAMPALARIO DI NATALE
«I Re Magi erano ancora in viaggio alla vigilia di Natale. Non erano ancora arrivati a destinazione!»
La frase si era levata dalle ultime file.
Lo scrittore si era irrigidito e aveva allungato il collo, stretto in una cravatta nuova di zecca e alla moda, per vedere chi, tra i presenti, se ne era uscito con quell’osservazione sfacciata che, tutto sommato, lasciava il tempo che trovava (secondo lui).
«I tre Re Magi…», aveva ripetuto la vocina. E sopra le teste del pubblico aveva fatto capolino un personaggio strano. Si era messo in piedi sulla sedia, lui, così piccolino di statura, per farsi vedere meglio e aveva indicato con la sua manina grassoccia le statue dei Re Magi che lo scrittore aveva voluto fossero messe sul palco, proprio alle sue spalle. In occasione della prima presentazione del suo nuovo libro alla vigilia di Natale, nella libreria del centro, la più lussuosa - e alla moda, come la cravatta che portava lo scrittore quella sera.
«Chi ha fatto entrare quel nanerottolo?», lo scrittore si era voltato bisbigliando verso il direttore della casa editrice “Ca’ Story”. Ma il direttore, senza nemmeno fare un piega, aveva continuato a fissare il pubblico sorridendo.
Alt, fermi un attimo. Ora vi chiederete: «Ma questa cosa vuole? Perché mi sta trascinando a forza in una storia che non conosco? Così, senza che nessuno le abbia chiesto nulla. E oltre a esserci trascinato a forza, non so nemmeno se è una storia che mi piacerà. La storia, poi, è lunga, corta, noiosa? Quanto tempo dovrò impiegare per leggerla?»
“Keep it simple and complete”, dicono gli inglesi invitando, nelle tecniche di comunicazione, a mantenersi semplici ed esaustivi. Lo so, lo so, viviamo di fretta, esigiamo che le informazioni siano rapide. La nostra soglia di attenzione (e concentrazione) è diminuita parecchio. Forse resiste solo per qualche minuto e io, io sto già divagando. E forse voi, voi, vi state innervosendo (se non avete già smesso di leggere del tutto).
Ma questo, come avrete potuto leggere dal titolo, è uno “Strampalario di Natale” e, dunque, ci saranno cose strampalate, ci sarà un Natale…
Adesso non ditemi che non ve l’avevo detto. Mi sono pure messa di buzzo buono per cercare un titolo che potesse essere esaustivo (il “complete” degli anglosassoni di cui sopra!), così da non riservarvi brutte sorprese. E poi, scusate, ma voi, quando vi regalano qualcosa, state lì a questionare con il pacchetto in mano, facendo mille domande a chi vi ha usato la cortesia di farvi un regalo, oppure non ponete tempo in mezzo e scartate il pacchetto?
Ecco, io vi ho regalato una storia. Quanto basta. Ora tocca a voi scartarla, se avete voglia. Altrimenti, per favore, rimandatela al mittente, giusto così, tanto per sapere. Perché fare finta di niente non è mai bello (ne parla pure questa storia) e per chi scrive lo è ancora meno. Ah dimenticavo: fare finta di niente non è nemmeno educato. E chi scrive se lo ricorda.
Ora, il direttore della “Ca’ Story” aveva già notato il “nanerottolo”, come lo aveva chiamato nella sua ira bisbigliata lo scrittore. Lo aveva notato nel preciso istante in cui era entrato in libreria, accompagnato da uno spilungone con il codino e con addosso un vecchio giaccone da marinaio. Il “nanerottolo” che indossava un cappottino di panno blu con il colletto in velluto, delle calzette rosse e degli scarponcini blu, non era un nano. Questo il direttore l’aveva capito subito. Anche se lui, di nani, non è che se ne intendesse più di tanto. Piuttosto gli era sembrato un bambino-adulto. Uno di quei bambini che, chissà come, sapevano già tutto della vita, perché erano riusciti inspiegabilmente a vederne tutto il buono e il cattivo appena venuti al mondo, con il primo battito di ciglia.
Lo spilungone che teneva per mano il bambino-adulto, invece, gli aveva dato subito l’impressione di quegli eterni scanzonati, per i quali, qualsiasi cosa accada, una soluzione si trova sempre.
Ma si era ben guardato dal farlo notare allo scrittore, perché i cinque minuti precedenti la presentazione dell’ultimo libro del grande e celebratissimo Dino Salamè si potevano sicuramente paragonare ai cinque minuti precedenti lo sbarco in Normandia, in quanto ad agitazione e nervosismo.
Bisogna sapere che Dino Salamè era profondamente convinto che uno scrittore del suo calibro recasse, in ogni sua opera, la lieta novella ai lettori. Per questo aveva fatto il diavolo a quattro per organizzare la presentazione alla vigilia di Natale e si era fatto espressamente inviare dal Sacro Monte di Bò, nelle Alpi Pennine, le statue ad altezza “soprannaturale” – come amava dire lui – dei tre Re Magi – dietro lautissimo compenso ai padri del Monastero di Serracorta di Bò versato dalla casa editrice. Proprio i tre Re Magi e nessun’altra statua, perché, quando erano iniziati i preparativi per la presentazione, tre mesi prima, aveva spiegato al direttore: «I miei scritti sono oro, incenso e mirra per le menti dei miei lettori!»
Così, nei cinque minuti precedenti la presentazione, Dino Salamè aveva misurato il palco in lungo e in largo, controllando la posizione delle statue dei Re Magi, facendole spostare ora di un millimetro più avanti, ora di un millimetro più indietro, controllando che i faretti illuminassero a dovere le statue, certo, ma che illuminassero lui al meglio. Finché, una volta che il pubblico si era accomodato e la sala si era riempita, il direttore aveva bisbigliato in modo suadente: «Dino, Dino… direi che possiamo incominciare.»
Dino Salamè non era il tipo di scrittore che permetteva ai proprietari delle librerie o ai direttori editoriali di formulare preamboli o introduzioni in occasione delle sue presentazioni.
«Io mi distinguo. Come il torero nell’arena.», amava sempre ripetere Dino Salamè nelle interviste, «Ma, a differenza della corrida, io non ho bisogno dei banderilleros! Io affronto il toro e il pubblico con cuore traboccante, mente vigile e sicura, ma senza premesse. Io mi presento da me!»
Quest’ultima frase gli era valsa una battuta che ricorreva spesso ai piani bassi della casa editrice, battuta che Salamè, dall’alto del suo ingegno, avrebbe considerato da quattro soldi, ma una battuta davvero fulminante. Tutte le volte che Dino arrivava a bordo della sua decappottabile sportiva - all’ultima moda, come la cravatta e la libreria del centro - il responsabile amministrativo della casa editrice - il ragionier Mariano Righetti – affacciandosi alla finestra, estraeva dalla tasca del suo panciotto l’orologio a cipolla e, guardando l’ora, annunciava agli impiegati: «È arrivato Salamè, quello che si presenta da sé.»
Anche quella sera il copione era stato rispettato alla lettera.
Dino Salamè aveva esordito con un: «Cari, quanti siete. Quanti. Sono commosso. Commosso e onorato. In questa santa notte… Pace, pace in terra agli uomini di buona volontà. Io vi reco la buona novella. La mia novella. La mia ultima fatica. Come i tre sapienti che vigilano alle mie spalle, questa sera, alla vigilia del Santo Natale, io vi reco doni modesti, inusuali, ma estremamente preziosi. Le mie parole. Nella speranza che siano per voi come la cometa, che, più di duemila anni fa, ha indicato la strada ai tre Re Magi.»
A quel punto il bambino-adulto era salito sulla sedia e aveva pronunciato la frase: «I Re Magi erano ancora in viaggio alla vigilia di Natale. Non erano ancora arrivati a destinazione!»
Era seguito il bisbiglio risentito di Dino Salamè e il sorriso impassibile del direttore che, con maestria, aveva preso la palla al balzo. Facendo finta di non avere sentito - né visto - il bambino-adulto, il direttore aveva esclamato: «Un bell’applauso per il nostro Dino. Vi posso assicurare che il suo ultimo libro brilla già più di una stella nel firmamento editoriale! Molto più di una cometa. Mio caro Dino…», e, rivoltosi con uno sguardo benevolo verso lo scrittore, aveva proseguito, «la tua innata modestia ti fa onore, ma credimi, astri come questi», e aveva alzato il libro di Dino Salamè, sventolandolo verso il pubblico, «se ne vedono uno ogni mille anni!».
E tutti, contagiati dall’entusiasmo del direttore, avevano applaudito fragorosamente. Tranne quei due tipi strani, seduti nelle ultime file. E un signore distinto, che sedeva in fondo a destra, con un bellissimo orologio infilato nel taschino del panciotto.
Lo spilungone col codino aveva tirato il bambino-adulto per la manica del cappottino blu.
«Siediti, che tanto non ti dà retta nessuno. Non vedi? Stanno andando tutti dietro a quei due pifferai magici. Lascia perdere!»
Il bambino-adulto si era rimesso a sedere malvolentieri.
«Però sai che ho ragione. Alla vigilia di Natale, i Re Magi erano ancora in viaggio. Sarebbero arrivati per l’Epifania. E poi, non si fa finta di niente quando qualcuno dice qualcosa.», aveva risposto deluso.
Lo spilungone gli aveva fatto notare che in quel luogo, quella sera, con quelle persone, la verità avrebbe avuto mille facce e sarebbe stata manipolata a piacimento, come un panetto di DAS. Inutile dire le cose come stavano – o meglio come tutti sapevano che erano andate. Nessuno l’avrebbe ammesso. Dunque, meglio godersi lo spettacolo. Tanto più che poi ci sarebbe stato il rinfresco.
A questo punto, qualcuno di voi si sarà chiesto da dove saltino fuori uno spilungone e un bambino-adulto. Perché che saltino fuori da una storia le statue dei Re Magi del Santuario di Bò, uno scrittore tutto pieno di sé, un direttore e un pubblico in una libreria del centro per una presentazione alla vigilia di Natale, è cosa abbastanza usuale. O no…?
Eccovi accontentati. Il bambino-adulto e lo spilungone si può dire che sono e non sono. Mi spiego meglio. Lo spilungone è in viaggio premio. Il bambino-adulto lo accompagna e ha il compito di controllare che non faccia pasticci sulla terra. Avete letto bene. Perché loro due vengono da un’altra dimensione. No, non sono alieni. Sono angeli. Il che, dati i tempi che viviamo, potrebbe equivalere alla stessa cosa. Ma non è così. Sono semplicemente due angeli – semplicemente per modo di dire. E il fatto che siano sulla terra alla vigilia di Natale, è solo un caso. Nulla di prestabilito. Nulla a che fare con il loro ruolo nella festività.
Ora devo chiedervi un po’ di pazienza, perché devo spostare il “piano della storia” - come si dice nelle migliori scuole di scrittura e narrazione - su un altro livello. Un livello “soprannaturale”, direbbe Salamè, e in questo caso avrebbe ragione.
Lo spilungone, prima di diventare spilungone con il codino e il vecchio giaccone da marinaio, era un angelo di lungo corso. Il suo nome era Agàf, ma si faceva chiamare da tutti Abacùc, come il profeta. Perché quel nome gli era piaciuto sin dall’inizio e perché il profeta gli stava simpatico. Agàf – Abacùc vantava una carriera trentennale come angelo controllore di volo dei custodi (intesi come angeli custodi). Ne regolava le destinazioni, i decolli e gli atterraggi. Si muoveva tra rotte, mappe celesti, messaggi in codice e spazi eterei. Finché un bel giorno, aveva chiesto un’udienza straordinaria a Dio e, al suo incommensurabile cospetto, aveva solamente detto: «Buon Dio, fammi vedere dell’altro!»
Il buon Dio, che tutto sapeva e conosceva, non era certo arrivato impreparato all’incontro. Già da qualche mese continuava a scrutare nel pensiero dell’angelo controllore. E aveva letto chiaramente il desiderio di vedere qualcosa di più di tratti celesti, costellazioni e percorsi tortuosi tra le nuvole. Tanto più che l’angelo controllore, un po’ per noia, un po’ per attirare l’attenzione su di sé, aveva iniziato a essere un po’ troppo scanzonato. Capitava a volte che nei messaggi che impartiva ai custodi in volo usasse un frasario poco consono al suo ruolo e all’ambiente in cui si trovava. Diceva cose del tipo: «Custode 12, Custode 12, attento a non spiattellarti contro la nuvola a forma di elefante sulla tua destra! Custode 45, sei in ritardo, dacci dentro con le ali, mi sembri un tacchino!». Inoltre, aveva iniziato a trasmettere degli stacchetti pubblicitari inventati sul momento che tutti, da San Pietro all’ultima anima appena arrivata, potevano sentire in filodiffusione. Cose del tipo: «Volate Paradise, le linee aeree per i più buoni!», oppure «Un volo per tutte le destinazioni, Abacùc Wings!» e via dicendo.
Dio, che in questi casi preferiva sempre pazientare, raccogliere informazioni e aspettare al varco, quando si era trovato davanti l’angelo controllore di volo che gli aveva chiesto di fargli vedere dell’altro, aveva già pronta la risposta.
«Agàf, Agàf… che ti fai chiamare Abacùc, come il profeta… Certo che ti faccio vedere dell’altro. Ti regalo un viaggio premio sulla terra. Dalla vigilia di Natale a San Silvestro. Sette giorni in carne e ossa tra gli umani.»
L’angelo controllore abbozzò un sorriso al pensiero di quel viaggio, sorriso che però gli rimase appeso alle labbra, quando sentì pronunciare il “Ma” divino: «Ma, visto e considerato che negli ultimi tempi mi sei sembrato un poco troppo leggero nei toni, ti farò accompagnare. So già da chi. Qualcuno che vigilerà su di te, in modo che il tuo essere scanzonato non ti sia di danno sulla terra.»
Così, Abacùc il giorno della partenza per il viaggio premio, vide arrivare il piccolo Pasiele, incaricato di seguirlo in quei sette giorni terreni.
Non aveva scelto a caso, il buon Dio. Pasiele era un angelo piccolo come un bimbo. Un angelo riordinatore di sogni. Bisogna sapere che i sogni degli umani, sogni belli e brutti oppure incubi tremendi, al primo sorgere del sole, vanno a nascondersi nelle cantine o nei solai, per riappropriarsi poi del sonno degli uomini, una volta calata la notte.
Pasiele aveva il compito di girare le soffitte e le cantine e scovare tutti i sogni che si erano nascosti, fare una cernita, prendere i sogni peggiori e distruggerli, lasciando che rimanessero solo i più belli. Così, con calma, rigore e ordine, si aggirava per i sottotetti o nelle cantine, tra mucchi di cianfrusaglia o scaffali in metallo e scatoloni sigillati. Quando il suo udito finissimo percepiva il battito dei sogni, Pasiele allungava la sua manina grassoccia, prendeva in mano il sogno e, se si trattava di un brutto sogno, esclamava: «Uh! Un sognaccio! Che spavento!» e lo infilava nel sacco che portava a tracolla, se invece era un bel sogno, diceva: «Con questo vorresti dormire cent’anni!» e lo rimetteva al suo posto, perché continuasse ad animare il sonno degli umani. Una volta riempito il sacco, Pasiele correva in strada - non visto, naturalmente, era un angelo! - e raggiungeva la periferia della città, dove, attorno a dei bidoni nei quali bruciava di tutto, se ne stavano un mucchio di persone per riscaldarsi. Proprio in quei bidoni finivano i sognacci raccolti da Pasiele, che avevano almeno il vantaggio di ardere tutta la notte e riscaldare un poco di più quei poveretti.
Appunto per questo Dio aveva voluto che ad Abacùc lo scanzonato stesse accanto, nel suo viaggio terreno, Pasiele, candido e ordinato, in grado di riconoscere, e separare, il buono dal cattivo nei sogni e nelle cose.
Ecco, questa la digressione, l’altro “piano della storia” sul quale dovevamo necessariamente spostarci per capire chi fossero lo spilungone e il bambino-adulto. Ah, dimenticavo di dirvi una cosa - l’aspetto e l’abbigliamento con il quale tutti e due erano scesi sulla terra, Abacùc e Pasiele l’avevano espressamente scelto, non senza che Dio, sentite le loro richieste, avesse scosso il capo e rivolto gli occhi al cielo. Ma chi era lui per negare un codino e un vecchio giaccone da marinaio ad Abacùc e un cappottino blu con il colletto in velluto, delle calzette rosse e degli scarponcini a Pasiele? Così, esaudite le loro richieste, raccomandò loro di scrivere ogni tanto, augurò loro buon viaggio e li spedì in carne ed ossa sulla terra, per un viaggio premio di sette giorni.
La casina delle rose
Siamo giunti alla fine della serie “i mitici anni 60” presentata da Giovanni D'Ippolito che, con il suo ultimo racconto, vede i giovani liceali di paese approdare nelle grandi città per frequentare i corsi universitari. Sullo sfondo l’Italia del boom economico, le tradizioni vecchie di secoli erano state spazzate nel giro di pochi anni per far posto al progresso e a profondi cambiamenti socio-economici. I vini e i liquori diventavano emblema di una tradizione antica che identifica una terra con i propri prodotti, simboli di una civiltà contadina che andava scomparendo. Si passava dal tempo della società agricola, scandito dalle stagioni, ai ritmi frenetici della città e della vita in fabbrica, e al suono rassicurante delle campane della chiesa di paese si sostituiva la musica ad alto volume del juke-box gettonato in ogni bar.
LA CASINA DELLE ROSE
Fra il 1968 e il 1970, il Liceo Scientifico di Bojano aveva “licenziato” i primi corsi di studenti e, per la maggior parte, i ragazzi si erano iscritti all’Università un po’ per vocazione, un po’ per andar via di casa ed acquisire quella libertà da tanto tempo agognata. Le sedi più gettonate erano le più comode e più vicine, quindi ci eravamo distribuiti fra Napoli, Roma e Firenze. Naturalmente per le vacanze, sia estive che invernali, tornavamo a Bojano dalle nostre famiglie ed era proprio durante il periodo natalizio che tutta la città si trasformava in una bisca. Si giocava nelle case private, nei circoli, nei fondaci, nelle cantine, insomma in qualsiasi posto dove si potessero approntare quattro sedie e un tavolo su cui stendere le carte. I giochi più alla moda erano poker, stoppa, zecchinetta, chemin de fer. Tenuto conto della nostra condizione di studenti, durante quelle maratone di gioco, giravano parecchi soldi, ma appunto “giravano” nel senso che un giorno vincevi e quello dopo perdevi, così che alla fine il bilancio delle vincite e delle perdite spesso risultava in pareggio.
Dopo le feste, ovvero intorno all’8 o 10 di gennaio, ognuno rientrava nella propria sede di studio per riprendere le lezioni, ma venti e più giorni di gioco accanito lasciavano sempre degli strascichi, così spesso si decideva di continuare quell’attività anche all’università. Un anno in particolare ricordo che la “febbre “ del gioco era salita a tal punto che si raggiunse l’accordo che, appena ripartiti, ci saremmo rivisti a Roma, sede centrale rispetto alle altre due, dove si sarebbe svolta una tournée di poker non stop di 48 ore presso l’appartamento che alcune ragazze bojanesi avevano in fitto vicino a piazza Bologna. L’organizzazione era perfetta gli studenti che abitavano a Roma avrebbero ospitato coloro che venivano da fuori e, dato il numero dei partecipanti, furono allestiti ben quattro tavoli da gioco nella sala dell’appartamento delle ragazze.
Dopo la sistemazione di napoletani e fiorentini presso le nostre stanze, io ospitavo Flaviano, un carissimo amico col quale ci sentiamo ancora oggi molto legati, ci recammo tutti verso la “bisca” dove, come detto, cominciò un’attività che ci tenne impegnati e svegli per più di 48 ore. Intorno all’una di notte del terzo giorno cominciò la smobilitazione, il mio amico e io, salutati tutti, ci avviammo verso casa che distava poche centinaia di metri dal “covo”. Entrati, con la massima cautela per non svegliare la padrona, ci infilammo nella stanza e, distrutti, ci gettammo sui letti completamente vestiti. Dopo pochi minuti, un gemito strozzato mi scosse dal mio torpore. “Che c’è Flò? “ chiesi usando il nomignolo che gli riservo da sempre. “Gia’ ”, così mi chiama lui ancora oggi, “il dente, mi fa male forte il dente”.
Sempre fornito di medicinali, gli diedi subito due “nisidine”, ma purtroppo, passata una mezz'oretta, non solo non avevano sortito alcun effetto, al contrario il dolore era in aumento. Avevamo sentito dire che l’unica cosa che poteva dare qualche sollievo in questi casi era mettere dell’alcool sul dente, affinché fungesse da anestetico. Sapevo anche, però, che in casa non poteva esservene, poiché la padrona era astemia e io non avevo scorte personali. Pur di non dover uscire, provai a guardare addirittura nel mio armadio in cerca di un po’ di alcol denaturato che potesse servire allo scopo, ma niente. In bagno trovai solo del dopobarba Mennen che, secondo noi, non conteneva alcool a sufficienza.
Ci decidemmo così a uscire e accompagnai il mio amico a un chiosco bar che sapevo aperto tutta la notte e che si trovava vicino casa, proprio di fronte alla monumentale scalinata dell’ufficio postale di Piazza Bologna. “La casina delle rose” era una struttura costituita da tre blocchi di vetrate, uno centrale, adibito a bar , con il bancone proprio di fronte all’ingresso e a destra e a sinistra due ambienti che ospitavano tavolini e sedie.
Erano passate le due quando entrammo con i baveri dei cappotti alzati fin sopra le orecchie, le facce stravolte, la barba lunga di due giorni, le occhiaie e uno di noi con una smorfia (di dolore) dipinta sul viso. Il locale era deserto, il barista un po’ assonnato ci scrutò guardingo, sembravamo più due gangsters usciti da un film che due studenti.
“Una bottiglia di J&B “ chiese il mio amico e, quando il ragazzo fece il gesto di incartarla, allungò la mano, gli bloccò il braccio e a denti stretti disse e due bicchieri”. Ci sedemmo al primo tavolo a destra e cominciò l’operazione “dentista”. Flaviano buttò giù altre due “nisidine” e teneva sul dente dolorante un po’ di whisky, che per tutto il tempo formava una pallina sulla guancia, poi, invece di sputarlo, lo ingoiava e così, dopo poco tempo, vuoi che l’alcool avesse fatto effetto, vuoi che non sentisse più il dolore perché si era bevuto mezza bottiglia, trovò giovamento e il suo aspetto era nettamente migliorato, anzi, aveva la faccia stranamente raggiante, così anch’io cominciai a sentirmi più tranquillo e, per solidarietà, mi concessi qualche bicchierino.
Avevamo forse inconsapevolmente inventato un forte analgesico unendo quel farmaco all’whisky? Il sonno ci era passato e cominciammo a chiacchierare animatamente di sport, l’effetto combinato aveva avuto su Flò un risultato strepitoso e iniziammo a ridere e a fare commenti ironici nei confronti della “fauna” notturna che entrava e usciva dal bar. Il metronotte con la bicicletta che durante il suo giro si fermava a prendere un caffè bollente; le prostitute con vertiginose minigonne che, fra una prestazione e l’altra, cercavano di scaldarsi con un latte portoghese; Carabinieri e Poliziotti che provavano ad accorciare il loro servizio notturno fra una sosta e una sigaretta, il padrone di un cane, in ciabatte e con il cappotto sul pigiama, che spiegava di esser dovuto scendere di corsa perché l’animale aveva male agli intestini.
Il tempo passò veloce e, erano da poco suonate le cinque, quando improvvisamente il bar si animò. Il ragazzo faceva fatica a servire tanti avventori sbucati all’improvviso: “due cappuccini”, “due cornetti”, “un caffè”, “una brioche”. Tutto quel trambusto cominciò ad infastidirci così decidemmo di uscire e ci andammo a posizionare comodamente seduti di fronte, sulla scalinata dell’Ufficio Postale, per goderci ancora un po’ di tranquillità, ma fuori era ancora peggio: autobus che andavano e venivano, una piccola folla che si accalcava al capolinea, altre persone che attraversavano la piazza di corsa, dov’era finita la pace della notte? Io e il mio amico ci guardammo in faccia increduli e ci chiedemmo all’unisono: “Dove cazzo vanno tutti a quest’ora?”.
Naturalmente era gente che andava a lavorare, prendeva i mezzi per raggiungere fabbriche e botteghe, ma per noi, giovani perditempo con poca attitudine allo studio, era una cosa allora del tutto incomprensibile. Ci avviammo verso casa e, una volta finalmente a letto, dormii profondamente, al risveglio trovai sul tavolo la bottiglia di J&B che, alzandosi dal tavolino del bar, il mio amico si era infilato nella tasca del cappotto, dentro, le ultime due dita di whisky e, sotto, un biglietto “Finiscila alla mia salute. Vado a casa a Bojano a curare il dente. Ciao e grazie di tutto.”
Dopo qualche giorno, la bottiglia era vuota e la riposi insieme ad altre di grappa, di Stock 84, Vecchia Romagna, che conservavo vuote sull’armadio della mia camera in una sorta di strana collezione.
Questo episodio mi tornò in mente, qualche anno dopo, quando in un mercatino trovai una piccolissima spilla con attaccato una minuscola bottiglia verde in plastica con la scritta J&B. La comprai e finì attaccata alla mia feluca universitaria, color bluette, unitamente a tanti altri ninnoli, simbolo di qualche episodio o periodo della mia lunga vita di studente .
Bojano città dei motori, parte seconda
Con questo spirito di gara continua, che aleggiava nell’aria del paese, due amici che non voglio nominare, si incontrarono nel piazzale della stazione mentre girovagavano senza meta con le auto, come sempre prese a prestito dai genitori. Le due macchine erano: 1) Fiat 850 Special color beige non ben definito, che di special aveva la scritta sul cofano posteriore, i cerchi che erano sempre in acciaio come nel modello base, ma, a decorazione, erano tutti bucherellati, il volante in finta radica con due razze di ferro brunito, bucate anche quelle come i cerchi, tanto è vero che spesso, durante la guida, vi ci si incastravano le dita. 2) Fiat 128 blu scuro, elegantissima, con volante, pomello del cambio e sedili in finta pelle grigio perla.
Partirono i primi sfottò: ”Dove vai girando con quella specie di macchina color cacchetta”, “Ma stai zitto con la tua puoi andare solo a un funerale” e così, come ci si aspettava, fu lanciata una sfida.
Il passeggero della 128 scese dall’auto su cui era ospitato e si improvvisò starter. Si mise con un fazzoletto bianco in mano a bordo strada, pronto a dare il via a quella che sarebbe diventata l’unica gara cittadina eseguita non a cronometro, come al solito, ma in diretta competizione fra due auto. Si era concordato di percorrere la via “di zorro” la strada che andava, cioè, dalla clinica Di Biase al mulino Bernardo, chiamata così perché il percorso disegnava una zeta.
I motori salirono di giri, lo starter diede il via e le macchine partirono sgommando. Le due auto erano pressoché appaiate e non vi fu nemmeno il tempo di ingranare la terza marcia, che già la prima curva era lì, davanti ai piloti. La gara si sarebbe decisa sul sangue freddo di chi avesse frenato più tardi e fu così che entrambi frenarono troppo tardi. La 850 all’interno della curva a sinistra toccò con la ruota posteriore il marciapiede e si sollevò fin quasi a ribaltarsi fermandosi a motore spento subito dopo la curva, la 128, invece, effettuata una brusca frenata all’ultimo istante, prese a scivolare a causa del brecciolino presente sull’asfalto e, ormai fuori controllo, con le ruote bloccate, si abbatté contro l’unico palo della luce presente su tutta la “via di zorro”. Nessuno si fece male ma si accese una interminabile discussione sulle colpe; uno diceva ”mi dovevi cedere strada” e l'altro di rimando “ma quando mai sei tu che dovevi fermarti prima”, insomma l’unico vero vincitore fu il carrozziere che, per rimettere a posto le auto, incassò un cospicuo gruzzolo dai genitori dei contendenti, che non seppero mai la verità sulla causa dei danni subiti dalle loro automobili.
Bojano città dei motori, parte prima
Negli anni sessanta l'economia italiana giungeva al suo massimo livello di espansione, dando luogo al fenomeno conosciuto come il "miracolo economico" e ad altri fenomeni che hanno mutato per sempre il costume dell'intera società, cambiamenti radicali scaturiti principalmente nelle scuole e nelle università. Così anche il più piccolo paese di provincia venne risvegliato dal torpore della sua tranquilla quotidianità dall'arrivo di molte auto sempre più potenti. Il racconto di Giovanni D'ippolito si divide in due parti, una prima generale e una seconda … più privata.
BOJANO CITTA' DEI MOTORI.
Alla fine degli anni ‘60, inizio ‘70, un cospicuo numero di giovani bojanesi viveva il boom della motorizzazione, tutti i ragazzi del paese, da poco patentati, si radunavano con le proprie auto in piazza intorno al bar Manna. Le macchine erano, naturalmente, tranne per qualche rara eccezione, di proprietà dei genitori che continuavano a spostarsi a piedi, mentre i giovani prendevano l’auto anche se la piazza distava da casa, a volte, solo qualche decina di metri. Così, parcheggiate sotto i platani, facevano bella mostra di sé: Fiat 600, 750, 850 e 128, ma anche qualche Mini o addirittura MiniCooper, Afa Romeo Giulietta,o Giulietta SPRINT.
La benzina costava all'incirca 140 lire al litro e con mille lire (500 normale e 500 di super) si riuscivano a fare parecchi chilometri. Una domenica mattina, nel bel mezzo delle discussioni che si creavano su quale fosse l’auto migliore e su chi il miglior pilota, uno dei giovani disse: “Adesso basta, scommetto 5000 lire che faccio Bojano-Spinete in sei minuti!”. Immediatamente alcuni presenti, improvvisandosi bookmakers, iniziarono a raccogliere le scommesse. La sfida fu accettata, invece, da colui che la riteneva un’impresa assolutamente impossibile.
La maggiore difficoltà da superare fu quella della verifica del tempo, poiché ciò comportava che una persona, al di sopra delle parti, munita di cronometr, fosse a bordo dell’auto concorrente. Individuato il temerario cronometrista… si parte!
Quel giorno la gara fu persa e la scommessa pagata da parte del pilota battuto. Però, da quella mattina uno strano meccanismo era scattato nelle menti dei giovani bojanesi sempre alla ricerca di nuove emozioni e questo raduno domenicale divenne un appuntamento fisso, dapprima mensile poi con cadenza sempre più ravvicinata, fino a diventare settimanale. E più persone fallivano il tentativo, più erano quelli che volevano cimentarsi.
A conti fatti si sarebbe dovuta tenere una media di velocità (per fare più o meno 6 km) che non era proibitiva, sulla carta, ma che nella realtà diventava impossibile, tenendo conto che si partiva dal centro di Bojano per arrivare al centro di Spinete, percorrendo un centro abitato prima, poi una strada provinciale che, dopo Monteverde, diventava sconnessa, con numerosi saliscendi, e piena di curve.
Questa storia andò avanti per mesi fino a quando si presentò “al nastro di partenza” una Giulietta sprint tirata a lucido e “truccata”, come si diceva allora riferendosi a un motore un po’ manipolato per renderlo più spinto. Un mormorio di ammirazione si levò dalla piccola folla che, come oramai d’abitudine, si era radunata per assistere alla partenza. Il cronometrista ufficiale si accomodò a bordo e fu lo stesso che successivamente raccontò tutto ciò che era accaduto.
“Fino a metà percorso“ disse, “eravamo quasi in media, solo che si procedeva a una velocità folle, tanto che a 1 km dall’arrivo, assalito da un po’ di paura, mentii dicendo: rallenta tanto mancano ancora due minuti, ma il conducente, per tutta risposta, accelerò ancora di più, imboccò la salita che conduceva alla piazza di Spinete a velocità elevata e, dopo una curva a destra, perse il controllo della vettura e piombò a tutta velocità sulla colonnina del distributore Agip distruggendola...”
La nuova e bellissima auto era molto danneggiata, ma l’unica preoccupazione del pilota, sceso a constatare i danni, fu quella di chiedere il tempo impiegato, la risposta? 6’ e 20’’!!!! Tutto inutile…
(Continua)
La Bianchina
Ancora un racconto di Giovanni D'Ippolito e dei suoi “mitici anni 60”, liceali di un piccolo paese di provincia, le prime auto usate per raggiungere la scuola dai paesi vicini erano un vero lusso e motivo di interesse per i ragazzi sempre in cerca di novità che, in questo episodio, diventano il pubblico involontario di un mondo che non c'è più.
LA BIANCHINA
Era una splendida giornata di fine maggio, a Bojano c’era il sole e soffiava una bell’aria, una di quelle giornate che ti avvisano che l’estate è vicina e tutte le finestre delle aule, che ospitavano il Liceo Scientifico posto all’ultimo piano delle scuole di Corso Amatuzio, erano spalancate. Le lezioni non erano ancora iniziate e qualcuno prendeva il sole, qualcuno chiacchierava e altri, la maggioranza, erano intenti a copiare i compiti dai quaderni dei più bravi.
Daniel Procosky quella mattina arrivando a scuola, parcheggiò la sua 850 coupé nuova fiammante, proprio sotto le finestre e, in un attimo, tutti si erano affacciati ad ammirare quel gioiello, di uno stupendo color bianco latte luccicante che aveva ancora la targa di cartone. Improvvisamente all’altezza del “tabacchino” (Armando dammi 3 nazionali semplici e due super con filtro!…55 lire) apparve l nostro compagno di classe Peppe Carano alla guida della sua Bianchina color celeste pallido completamente scappottata e, vedendoci tutti affacciati, cominciò a salutare pensando di essere lui l’attrattiva del giorno. Noi ci rendemmo conto che si approssimava velocemente all’area parcheggio, e distratto com’era, avrebbe potuto causare un incidente, allora cercammo di avvertirlo in ogni modo urlando e sbracciandoci, ma lui, al contrario, continuava a guardare verso l’alto e lasciò addirittura il volante per rispondere a quella che pensava essere una vera e propria ovazione e, troppo tardi per prendere qualsiasi altro tipo di provvedimento, in un attimo……PATATANGHETE... tamponò violentemente l’auto nuova di Daniel Procosky.
Un silenzio irreale era improvvisamente sceso sulla scena, tutti eravamo restati senza parole, impietriti. Il muso della Bianchina era completamente accartocciato e interamente infilato nel motore di quella che fino a pochi attimi prima era una favolosa 850 coupé nuova di fabbrica. Peppe cercò di aprire la portiera, ma era incastrata e, per scendere, scavalcò goffamente lo sportello, ruzzolando quasi al suolo (non era mai stato un atleta).
Non si curò dei danni causati: era il suo giorno, aveva il suo pubblico, guardò ancora una volta verso le finestre erano tutti là, a bocca spalancata e aspettavano un suo gesto, allora unì le mani e alzando le braccia le agitò come fanno i campioni che salutano dopo una vittoria. A quel punto sì che si scatenò l’ovazione accompagnata da uno scrosciante applauso che echeggiò a lungo per le strade del paese.
Giovanni D'Ippolito
La versione di latino
“I mitici anni 60” e ancora un'avventura raccontata da Giovanni D'Ippolito. La noia della vita di provincia, l'irrequietezza dell'età e un'irresistibile voglia di divertirsi, di giocare anche quando il bersaglio dello scherzo è il professore di latino, il risultato è deleterio per il profitto scolastico ma tutto da ridere.
LA VERSIONE DI LATINO
Frequentavamo non ricordo bene quale classe dello Scientifico, ma in quell’anno avevamo conosciuto Antonio Ranaudo, il nuovo professore di italiano e latino. Un giovane insegnante, molto simpatico e alla mano, di cui tutte le ragazze del liceo si erano subito innamorate e che usava con noi metodi interessanti e moderni rispetto al resto del corpo docente.
Una sera di inizio primavera, una delle prime in cui il clima permettesse un’uscita dopo cena, mi trovavo in compagnia di Gianni Mainelli e Gianfilippo De Camillis e ci stavamo annoiando a passeggiare per la piazza semi deserta. L’aria di primavera ci ispirava un senso di inquietudine e aumentava i nostri giovanili entusiasmi. Le ragazze non uscivano la sera e, se anche fossero uscite, non avrebbero certo soddisfatto i n nessun modo i nostri “pruriti” adolescenziali. Non ci restava allora che chiacchierare pensando alle donne, anche se in fondo l’argomento preferito finiva sempre per essere la squadra di calcio della scuola che ci vedeva partecipi certamente più delle lezioni. In quel momento di noia mortale vedemmo passare in lontananza il professore Ranaudo che, in compagnia della fidanzata, si avviava per i vicoli deserti in cerca di un po’ di intimità. Bastò uno sguardo d’intesa e non servirono parole per capire che avevamo trovato il modo per concludere quell’insulsa serata divertendoci.
Conoscevamo a memoria il dedalo delle vecchie stradine del centro storico e così, tagliando per una traversa, fingemmo di incontrare per caso il nostro insegnante. “Buonasera professore” e lui, togliendo il braccio dalle spalle della fidanzata: “Buonasera ragazzi”. Appena girato l’angolo, via di corsa per un altro vicolo e all’improvviso, sempre per caso, di nuovo l’incontro: “Buonasera professore” e di nuovo “Buonasera ragazzi”. Fra risate complici e corse trafelate, il gioco continuò per altri tre, quattro incontri fortuiti, fino a che il professore infastidito e, visibilmente indispettito, non rispose più al nostro saluto.
Orgogliosi della nostra bambinesca bravata, ci ritirammo ridendo nelle nostre case. La mattina dopo, alle prime ore di lezione, avevamo italiano. Tutti seduti ai banchi in perfetto silenzio aspettavamo il professore Ranaudo che, quando entrò, poggiò il registro sulla cattedra, lo aprì con calma flemmatica e poi guardandoci uno ad uno disse, chiamamdoci in rigoroso ordine alfabetico: ”De Camillis, D’Ippolito e Mainelli …FUORI! E nelle mie ore non entrerete mai più!”
Dopo due giorni di corridoio, però, il professore volle darci una possibilità di redenzione e ci fece rientrare in classe per eseguire la versione di latino. Alla vista del compito, il cui grado di difficoltà era inaffrontabile, Gianni Mainelli, che aveva immediatamente compreso la vendetta del professore, prese a ridere nervosamente e in modo isterico, tenendo la mano davanti la bocca (ihihihih). Il risultato generale fu che per i migliori della classe piovvero dei 4 e ci odiarono per tutto il resto dell’anno scolastico e io rimediai un 1meno meno.
Giovanni D'Ippolito
Una partita storica
Il secondo racconto di Giovanni D'Ippolito della serie “anni 60 revival”, in una radio cronaca mozzafiato alla Nicolò Carosio, rivive gli entusiasmanti momenti di una storica partita di calcio fra due Licei regionali.
UNA PARTITA STORICA
Era dall’inizio dell’anno scolastico che si parlava della sfida calcistica fra il Liceo Scientifico di Bojano e il Liceo Scientifico di Campobasso.
Eravamo giunti finalmente al fatidico giorno: una fredda e umida domenica di metà novembre. Fin dalle prime ore del mattino in cielo si erano aperte tutte le cateratte e scendeva una pioggia battente. I componenti della squadra si erano svegliati presto e scrutavano il cielo “porca miseria non si gioca...” pensavano. Si dedicarono quindi, ognuno a casa propria, alle normali attività domenicali: bagno nella vasca d’acqua caldissima, magari con Play Boy al seguito, poiché quasi tutti erano all’epoca “fidanzati” con una coniglietta di copertina. Poi, rivestiti a festa, indossando giubbotto, maglioncino a collo alto, pantaloni a zampa d’elefante e stivaletti beat col tacco, si recarono al solito appuntamento al bar per la partita di tressette. In palio boccali di birra da mezzo litro (pensare che allora non si sapeva nemmeno dell’esistenza dell’OktoberFest) e sacchetti di patatine. A seguire pranzo luculliano, tipico della domenica, con rigatoni al sugo e abbondanti salsicce al forno con patate.
Alle 13,30 improvvisa schiarita in cielo, tutti di corsa verso lo stadio, con due buste di plastica in mano: una con le scarpette e l’altra con maglietta, calzoncini e calzettoni. Si gioca!!! Il campo è quasi impraticabile, si affonda nel fango fino alle caviglie e il pallone non rimbalza.
La squadra di Bojano appare da subito molliccia e spompata, così il Campobasso pressa e, al 27’ del primo tempo, guadagna il vantaggio, se pur contestato, con un tiro dalla distanza che il bravo portiere Brunetti, in un plastico volo, riesce a intercettare e a inchiodare sulla linea di porta. L’arbitro, fra le proteste, assegna comunque il gol e si va negli spogliatoi sull’1 a 0.
Nel secondo tempo cambia tutto, la squadra di Bojano, con le sgroppate di Colalillo a destra e Di Ciero a sinistra, si riversa nella metà campo avversaria. Mainelli e Velardo impensieriscono il portiere avversario in più occasioni, con pericolosi tiri in porta, ma senza risultato. Al 43’ del secondo tempo, D’Ippolito, nel cerchio di centro campo, tenta di mettere in movimento Mainelli provando a colpire per ben due volte la palla di tacco, ma non riuscendo nemmeno a sfiorarla, dà vita, più similmente, a una goffa danza tribale. Fortunatamente subentra De Rosa che, impossessatosi della sfera di cuoio, scende nella posizione di mezz’ala destra e crossa al limite dell’area, dove Velardo, ben appostato, colpisce al volo di sinistro in maniera perfetta spedendo una cannonata che viaggia verso l’incrocio dei pali. La palla che, completamente inzuppata raggiunge ormai il peso stimabile di almeno due chili, invece raggiunge in pieno volto un difensore avversario. Il malcapitato salva così il risultato ma stramazza al suolo perdendo copiosamente sangue dal naso. L’arbitro, per attivare i soccorsi, fischia la fine e così ci si avvia verso gli spogliatoi, guardando con mestizia quello che era il meraviglioso manto erboso del Comunale, ridotto come un campo di patate dopo il raccolto.
Ci vorranno mesi per ripristinare il fondo e, nella primavera successiva, si ricomincia a giocare con apprezzabili prestazioni della squadra del Liceo Scientifico di Bojano che, se pur fortissima e quasi insuperabile nelle partite singole, non riuscì mai a vincere un torneo a punti.
La contraerea del liceo
Quello che vi proponiamo è il primo di una serie di racconti brevi scritti da Giovanni D'Ippolito nel 2013 in occasione dei cinquant'anni del Liceo Scientifico di Bojano, per ricordare con amici ed ex compagni di classe avvenimenti spassosi della loro gioventù.
Un revival che porterà anche molti di noi a ricordarsi giovani in un contesto sociale che oramai rivediamo solo nei film in bianco e nero del grande cinema italiano di quegli anni. Un tuffo nel passato nei mitici anni 60.
La contraerea del liceo
Le finestre del nostro Liceo erano, per la loro posizione, un osservatorio privilegiato su Corso Amatuzio. Nulla poteva sfuggire allo sguardo degli studenti che vi si affacciavano per tutto il tratto che va dalla piazza fino alla Stazione, ma quella mattina nessuno avrebbe immaginato che gli occhi sarebbero stati rivolti verso il cielo. Erano appena iniziate le lezioni quando un rombo assordante fece tremare i vetri e sobbalzare gli alunni di tutte le classi che, corsi alle finestre, scrutavano verso l’alto senza riuscire a scorgere l’aereo che aveva provocato tale trambusto. Si ritornò, sollecitati dai professori, al proprio posto, ma la distrazione era stata tanta e ognuno in cuor suo sperava che il fatto si ripetesse.
Tutti erano all’erta e, trascorsi pochi minuti, si cominciò a udire in lontananza un flebile sibilo, di nuovo gli alunni eccitati corsero verso le finestre, questa volta sarebbero arrivati in tempo per vedere, infatti si affacciarono proprio mentre il muso del jet appariva a pochi metri dai loro occhi . Un muso simile a quello uno squalo che si avvicinava minaccioso e velocissimo e che, con un boato fragoroso, sfiorò il tetto della scuola.
Io avevo capito subito chi fosse ai comandi di quel velivolo e conoscevo la manovra che avrebbe fatto: l’aereo si allontanava in direzione di San Massimo seguendo la ferrovia che il pilota usava come riferimento. Poco prima del campo sportivo di Cantalupo effettuava una lenta virata a destra e, seguendo sempre il percorso della strada ferrata, giungeva al bivio di Guardiaregia dove, all’altezza del cementificio, eseguiva ancora una lenta virata a destra e via a volo radente di nuovo verso Bojano puntando l’edificio scolastico.
Ormai tutti erano certi che ci sarebbe stato un terzo passaggio e più di qualcuno, giocando alla guerra, si era attrezzato per la difesa: avevano piazzato le sedie dei banchi sui davanzali delle finestre con le gambe puntate verso l’alto e quando il jet apparve ancora una volta, dettero vita a un fuoco di sbarramento contraereo tatatatatatatatatatatatatatatatatatataatatatatataatatata, imitando una mitragliatrice e giù a ridere a crepapelle. I professori cercavano di ripristinare l’ordine e di calmare i più esagitati con scarsi risultati, anche perché vi fu subito un quarto passaggio e le mitragliatrici alle finestre erano decuplicate.
I vetri tremarono ancora, il boato fu più forte e molti si precipitarono nel corridoio dalle cui finestre videro l’aereo allontanarsi oscillando le ali in segno di saluto. Io più degli altri, a quel movimento, sentii tremare il cuore, e fui orgoglioso perché il provetto pilota era mio fratello e aveva saputo evitare la nostra contraerea. Era un gioco ma per fortuna, pensai, non era stato colpito.
Giovanni D'Ippolito
Il dente da latte
Un racconto inedito dedicato alla neo premiata con il nobel della letteratura 2015 Svetlana Aleksievic
Il dente da latte
Quell’anno l’inverno era stato particolarmente rigido, ma breve; già ad aprile le grandi pianure ucraine si erano spogliate dell’abito bianco della neve come spose pronte all’incontro d’amore della prima notte di nozze.
Dappertutto scie di aria tiepida s’incuneavano tra nuvole svogliate che andavano diradandosi all’orizzonte per effetto dell’evaporazione.
La giornata era ideale per portare i bambini al parco; gli operai avevano smesso colbacchi e cappotti, ai piedi ancora stivali di gomma per aver ragione del fango che ancora era alto sulle strade di terra battuta. Ma almeno chi aveva la fortuna di raggiungere in auto il luogo di lavoro, perché distante da dove viveva, non doveva temere i rischi del congelamento del motore per temperature sotto lo zero.
Tra poco la città sarebbe apparsa in tutto il suo splendore primaverile, faticosamente conquistato, dacché piante e fiori dovevano superare il trauma del gelo invernale.
Ma la vita prevale sempre in natura, tutti lo sapevano, né s’immaginavano che la nera signora stava con beffardo sogghigno affilando tra alte lingue di fuoco le armi per falciare i fiori tutti della cittadina operosa.
Gli echi della grande Kiev, moderna e gaudente, non scalfivano la vita del paesino che aveva alle spalle, nemmeno troppo lontano, una specie di vulcano, né bello, né brutto, con quattro crateri in grado di assicurare energia per quasi tutto il territorio.
Tolik aveva appunto assunto il ruolo di cicerone col suo migliore amico Sasha, prima di apprestarsi alla grande cena, con l’intenzione di descrivere un po’ della centrale mentre sua moglie Liuda sistemava i fiori di cui era stata omaggiata sul grande tavolo tra i cioccolatini e i dolci che lei stessa aveva preparato. Dei piccoli pampushki al burro e delle fette di torta salata aspettavano solo l’inizio della degustazione. Il resto veniva da sé.
Mentre ancora pigramente lo spezzatino sbolliva nella pentola, Liuda sistemava le ultime cose sulla tavola. Aveva pensato a tutto.
Ad un tratto un tremolio, un acre odore di fumo, un boato. Non ci fu più luce e non ve ne fu per parecchi mesi e per moltissimi non tornò a brillare.
Così, in un momento, senza preavviso, tanto che l’odore di carne bruciata in cucina e quello dei corpi carbonizzati fu un tutt’uno.
Morirono tutti.
Attraverso il denso fumo e la polvere caliginosa, a stento, come in una vecchia foto in nero di seppia sbiadita dalla luce e dal tempo, s’intravedevano resti disintegrati di forme umane avvizzite dall’enorme calore che la fiamma continuava a sprigionare dalla ciminiera dopo l’esplosione.
La maggior parte di essi era irriconoscibile, altri resti, trovati a cinquanta chilometri di distanza, avevano sui corpi prosciugati come grinzose mummie egiziane i segni delle bruciature che scintille radioattive avevano provocato a guisa di puntini luminosi e fluorescenti che vengono giù dalla deflagrazione dei giochi pirotecnici.
Un alito fetido di morte aveva annullato tutto, in un attimo, senza preavviso, ma non il ricordo, al mondo, di un villaggio popolato ora di fantasmi.
Non resse lo sguardo il Dottor Moisey Tolchinsky, quando si recò all’ospedale del piccolo centro per eseguire le prime autopsie, trascorsi i giorni di quarantena.
Molti soccorritori si erano recati sul luogo dell’incidente alcuni mesi dopo per bonificare l’area e mettere al sicuro l’impianto. Non avevano tute isolanti adeguate e ciò molto probabilmente diede luogo a una morìa di persone, a causa dell’intossicazione radioattiva, come mosche insonnolite dal DDT che pigramente vanno a morire dove capiti.
Era nota la causa scatenante, anche se il colpo mortale si dislocò per essi nei vari organi e tessuti, soprattutto nel sangue.
Bill, figlio di madre americana, era ancora goloso di latte, nonostante i suoi cinque anni. Si riempì di iodio-131 fino a morirne.
“Bill, Bill, rispondimi bambino! Sì, sei tu, sei tu…! Ti fa ancora male quel maledetto dente da latte? Avevi ragione a non toglierlo”.
-Prima o poi cadrà da solo- dicevi!
-Ho paura dei ferri, ho paura dell’ago! Non voglio, non voglio!-.
“Dormi bambino, domani mangerai di sicuro un syrniki più soffice. Mi raccomando, che ci sia tanta panna, come piace a te”.
Nella piccola culla in ferro battuto un lenzuolino bianco senza orli fu teso a coprire i miseri resti. Forse più l’amore per quello che era stato il bambino che l’effettiva riconoscibilità del suo cadavere ridotto a un a larva avevano spinto Moisey a riconoscerne le fattezze.
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