racconto
UN RACCONTO di BORIS PAHOR
Boris Pahor, nato a Trieste nel 1913 e noto principalmente per Necropoli che ricorda la sua esperienza nei lager, scrisse anche i racconti che compongono la raccolta Il rogo nel porto. I testi in generale riportano il dramma della popolazione slovena di Trieste (fin dal passaggio all’Italia della città nel 1918), ma sono anche un tributo alla sofferenza delle persone semplici.
Uno dei più intensi racconti è Nuove fibre. Tre ex internati nel maggio 1945 giungono a Lille, stanchi, laceri, ma salvi. Hanno ancora la divisa zebrata. C’è la voglia, almeno da parte di uno di loro, di sensibilizzare le persone su quanto hanno subito nei lager: “Dovremo però fare di tutto perché il mondo non tiri un frego dimenticando quanto successo”.
Ma c’è il piacere di rivedere la normalità. Si muovono goffamente, desiderosi di visitare dopo tanto tempo una città e allora si addentrano verso il centro. Si fermano davanti alle vetrine con un misto di incredulità e curiosità; dovranno reimparare ogni cosa, anche gli aspetti più banali e quotidiani. Cercano di riscoprire la vita nelle viuzze dove le case si stringono tra loro come se fossero bisognose di solidarietà, aspetto etico che sembrava ormai tramontato.
Il terzetto subisce le reazioni dei passanti, ora solidali, ora imbarazzati davanti al loro abbigliamento. Un barbiere li fa entrare nella sua bottega; si offre di raderli gratuitamente ricordando la sua prigionia in Germania nella Grande Guerra. Ma i lager hitleriani furono ben peggiori e questo è un aspetto ben difficilmente spiegabile; emerge già la difficoltà a comunicare un dramma inaudito di proporzioni enormi.
Un tassista si ferma bruscamente davanti ai tre ex prigionieri; li fa salire e poi offre dei vestiti, sollecitando il gruppetto a dismettere le tenute zebrate.
La sua insistenza è particolarmente forte. Il loro aspetto crea disagio e un po’ di insofferenza; esprimono una diversità non del tutto accettata. Si deve voltare pagina, questa è la volontà delle persone, anche se la guerra non è ancora conclusa; giungono via radio notizie dalla Germania e dall’Italia sugli ultimi drammatici fatti. Intanto le violenze subite tornano alla memoria dei tre sancendo tutta la difficoltà di assaggiare di nuovo la vita che i dittatori hanno avvelenato, creando le basi per rivalse e ulteriori violenze. Uno di loro alla fine vorrebbe avere nuove fibre per rinnovare il proprio tessuto cellulare; non basta infatti un nuovo abito per ripresentarsi sulla scena del mondo dopo la violenza dei regimi che aveva piagato i corpi, le anime e le menti delle vittime.
Aleggiano nell’aria le parole amaramente ironiche dei tre compagni di sventura, dopo le insistenze del tassista che li invitava a cambiare la divisa. Meglio metterla da parte, tenerla nell’armadio, “così la prossima volta (…) sarà a portata di mano”.
Una notte sul lago
Quella mattina il tenente Luca Faliero si era svegliato prestissimo, stava appena albeggiando. Dovevano essere passate la poco le cinque e l’aria, ai piedi del monte Suello, era frizzante. Mentre si alzava dalla scomoda branda dove aveva dormito, Luca rabbrividì di freddo, ma era estate e lui si consolò pensando che presto la giornata sarebbe diventata calda. Poi si passò più volte una mano sul viso e cercò anche di ravviarsi i capelli, si infilò gli stivali ed uscì dalla tenda.
Leone Decarolis, l’appuntato suo fedele attendente, doveva averlo sentito muovere e si stava affrettando pure lui ad uscire da un’altra piccola tenda, mentre si tirava le bretelle sulle spalle e si abbottonava i pantaloni. <<Preparo subito del caffè signor tenente>> disse e si avvicinò alla piccola stufa da campo che loro usavano per prepararsi i pasti. Cominciò ad armeggiare per accendere il fuoco, mentre Luca, dopo essersi sciacquato il viso usando una piccola bacinella portatile, aveva iniziato a radersi velocemente la barba. Intento a sbarbarsi, meditava in silenzio, sulla nuova gatta da pelare che gli era stata affidata dal suo perfido colonnello Ottorino Pavesio: sorvegliare e tenere d’occhio le brigate di garibaldini che combattevano sul confine del trentino. Era la solita storia, i vecchi comandanti piemontesi non si fidavano ancora di Garibaldi ed il Pavesio non aveva trovato nulla di meglio che mandare ancora lui a fare la spia.
Il giorno prima, era il due di agosto del 1866, i garibaldini si erano battuti con coraggio ed avevano conquistato per la seconda volta il monte Suello, ma questa volta Garibaldi era stato ferito. Luca però aveva saputo che era rimasto sul campo di battaglia ancora per molte ore.
I garibaldini erano gli unici che avevano saputo fare bene la loro parte. A Custoza il generale La Marmora aveva subito una brutta batosta, ma anche sul Po le cose non erano andate meglio.
Neppure il generale Cialdini aveva saputo attaccare, anche se, a fronteggiarlo vi era solo un debole contingente di austriaci. Da quanto aveva capito Luca, i due generali si detestavano, facevano a gara a non capirsi e forse gioivano uno delle disgrazie dell’altro. Sua Maestà il Re poi, giocava anche lui a fare la guerra e spesso cercava di scavalcare i suoi generali combinando altri guai.
Ma questi pensieri non erano permessi ad un carabiniere del Re, come era lui. Doveva solo obbedire agli ordini e fare da guardiano silenzioso ai garibaldini.
L’acqua nella caffettiera aveva cominciato a bollire e nell’aria si spandeva un gradevole profumo. Leone si era avvicinato e gli aveva porto una tazza di latta stagnata contenente il caffè. Purtroppo bere in quel contenitore significava ammazzarne tutto il buon sapore, pensava Luca mentre beveva. Era un po’ come l’andamento di quella strana guerra contro l’Austria: i garibaldini erano il caffè, ma i generali erano la tazza stagnata.
Poco più tardi, mentre l’appuntato sellava i loro due cavalli, era arrivato Michele Serra, detto da tutti Michelino, perché era giovanissimo, biondo, con un ciuffo di capelli sempre arruffati. Era un giovane garibaldino appena arruolato e Garibaldi, sicuramente stizzito di ritrovarsi quel carabiniere tra i piedi, aveva nominato Michelino ufficiale di collegamento e gli aveva conferito il grado di tenente, giusto per fare da contraltare a Luca.
Michele Serra era un ragazzo pieno di buona volontà e svolgeva il suo incarico con la massima precisione, ma essendo giovanissimo non riusciva a dare del tu a Luca.
<<Sono venuto per dirvi che il generale Garibaldi oggi di sposta a Desenzano. Deve andare in ospedale per farsi curare la ferita. . .>> aveva detto tutto d’un fiato.
<<Grazie dell’informazione>> aveva risposto Luca, poi aveva aggiunto con cortesia: <<Fermati a bere una tazza di caffè con noi.>> Michelino era arrossito ed aveva risposto: <<Grazie, siete molto gentili, ma non so se mi è permesso, devo rientrare subito al comando. . .>>
Poi però aveva preso la tazza dalle mani di Leone ed aveva trangugiato il caffè.
<<Grazie. . .e. . . comandi!>> aveva poi aggiunto e facendo un accenno di saluto militare, cosa che gli tornava sempre difficile, si era allontanato.
<<Cosa dobbiamo fare noi, signor tenente?>> aveva chiesto Leone Decarolis
<<Se ho ben capito l’offensiva italiana si è di nuovo fermata>> aveva risposto Luca <<quindi penso che ci convenga scendere anche noi verso Desenzano. . . dobbiamo stare alle costole del nostro generale, nel caso gli venga l’idea di allearsi con i tirolesi. . .>> Leone Decarolis non aveva il senso dell’umorismo e rimase un attimo interdetto, ma poi rispose deciso:<<Comandi signor tenente!>> Montarono in sella e, voltando le spalle al monte Suello, presero la strada verso la pianura. Desenzano era un piccolo paese sulla riva sud del lago di Garda, ma aveva un ospedale e adesso, con la guerra, era improvvisamente diventato importante. Ogni giorno le carrette con i feriti giungevano dal fronte e, quando i cavalli si fermavano sotto la tettoia all’ingresso dell’ospedale, subito diverse infermiere accorrevano per raccogliere i feriti. Con i loro larghi cappelli e le gonne svolazzanti sembravano un po’ dei cigni agitati, ma erano molto efficienti e le loro mani di continuo si imbrattavano del sangue dei feriti.
In quel periodo, a loro si erano aggiunte anche altre donne, alcune erano nobili bresciane che passavano l’estate sul lago, altre forse un po’ meno nobili, a Desenzano ci vivevano. Tutte si distinguevano dalle suore, perché i loro vestiti, se pur fatti ad imitazione di quelli delle suore stesse, erano realizzati con tessuti migliori, cuciti su misura, con gonne che cadevano meglio e corpini che qualche dettaglio del seno lo lasciavano trasparire. Ed in realtà non erano poi molte quelle di loro che si sporcavano le mani di sangue.
Quel giorno la contessa Elisa Rampini Gastaldi si era subito accaparrata le cure del generale Garibaldi. Tutti, perlomeno tutti nell’ambiente della contessa, conoscevano la disavventura matrimoniale in cui era incorso il generale circa sette anni prima e lei era forse convinta che, oltre a curare la sua ferita al braccio, fosse necessario lenire anche quella del cuore.
Così Garibaldi in ospedale c’era rimasto poco, solo la prima notte, poi già il giorno dopo si era trasferito nella grande villa sul lago del conte Rampini Gastaldi. Nel volgere di poche ore, la villa era quindi diventata anche il suo quartier generale: diversi attendenti andavano e venivano in continuazione. Da lontano il conte Rampini li osservava con astio represso.
In realtà lui non aveva affatto digerito che le sue terre fossero diventate, sette anni prima, parte del regno di Piemonte e Sardegna e neppure di essere, cinque anni prima, diventato cittadino italiano. Lui aveva nostalgia del dominio austriaco, dei nobili austriaci che d’estate venivano ad incontrarlo sul lago, del serio comportamento dei loro funzionari, del passato insomma! Ma adesso forse gli italiani sarebbero stati sconfitti e ricacciati fino al Ticino. Il generale Garibaldi, quello strano personaggio, un po’ tracagnotto, un po’ contadinesco, stava passeggiando in giardino con sua moglie, Elisa Gastaldi. Chissà cosa ci trovavano poi le donne in un tipo come il Garibaldi.
Il conte, fingendo di leggere un libro, seduto nel salotto, guardava con attenzione le due grosse bisacce che erano state apparentemente abbandonate sul grande divano del salone attiguo. Erano zeppe di documenti. Quello sciocco fantoccio di generale, forse non sapeva neppure comandare.
Fu colpito da un’idea improvvisa. Lui sapeva dove, in quel momento, si trovava il colonnello austriaco Von Temekoff, non molto lontano da lì, sul lago d’Idro, dove il fronte della battaglia non era ben definito. Magari quelle borse di documenti gli sarebbero tornate utili per battere i garibaldini ed, in fondo, fargliele avere sembrava semplice, bastava prenderle e poi darle al suo fattore, perché le portasse al suo amico colonnello.
Luca Faliero era arrivato anche lui a Desenzano e, dal giovane Michelino, aveva saputo che Garibaldi era stato ospitato dalla contessa Rampini Gastaldi. Questa sistemazione creava un piccolo problema, lui non poteva presentarsi alla villa del conte e dire semplicemente:”ci sono anch’io, il mio incarico è quello di spiare Garibaldi”. Aveva quindi chiesto all’appuntato Leone di cercare qualcuno della servitù che potesse aiutarli ad entrare nella villa senza dare nell’occhio.
Verso sera Leone era ricomparso con una giovane cameriera: si chiamava Ester e non doveva avere più di diciotto anni, ma era molto sveglia. Luca le aveva spiegato che loro erano incaricati di fare una sorveglianza discreta sulla sicurezza del generale Garibaldi. Lei li aveva introdotti nelle cucine della villa ed aveva anche dato loro qualcosa da mangiare.
Era una sorveglianza un po’ strana, ma funzionava. Ester andava su e giù dalla sala da pranzo e riferiva. Così Luca era riuscito a sapere cosa stesse facendo il generale. Aveva cenato con la contessa Elisa, mentre il conte, accusando un forte mal di testa, si era ritirato nelle sue stanze. Il tenente Michele Serra era restato nel grande salone a fare la guardia alle bisacce del generale.
Dopo la cena Elisa ed il generale si erano spostati sulla grande terrazza che si affacciava sul lago. Sembrava che lei gli facesse gli occhi dolci e che il generale volesse passare all’attacco, perché, dopo che Ester aveva servito il caffè, loro si erano appartati in un’altra saletta. La cosa strana era che, mentre rientrava in cucina, lei aveva scoperto il conte dietro la porta del salone, come se stesse sbirciando di nascosto Michelino che sonnecchiava vicino alle bisacce.
Immediatamente, l'istinto aveva inviato a Luca un segnale preoccupante. Ester aveva finito il suo servizio, ma non sembrava voler andare a dormire. Forse il pensiero di quanto stava facendo la sua padrona in quel momento, doveva averle messo qualche voglia in mente, perché si era rivolta, un po’ sfacciatamente, a Luca e gli aveva detto: <<Tu non vuoi altro da me?>> Mentre lo diceva aveva sporto in fuori il giovane petto ed il seno si era chiaramente disegnato sotto la leggera camicetta. Luca si era sentito alquanto lusingato da quella che sembrava una proposta, in fondo quella era la guerra, nessuno conosceva il proprio futuro, l’indomani avrebbero potuto essere tutti morti, il presente, l’attimo fuggente, era forse da cogliere al volo.
Ma poi la sensazione che aveva provato quando Ester aveva raccontato dello strano comportamento del conte aveva avuto la meglio. La notte avrebbe potuto essere lunga, ma per ben altri motivi.
<<Ti ringrazio>> aveva risposto, <<ma devo fare ancora qualcosa. Vai a dormire. . . magari ci vediamo domani mattina.>> Si era alzato e, con fare noncurante, aveva slacciato il gancio della fondina della pistola d’ordinanza. Leone Decarolis, che sembrava dormicchiare in un angolo della cucina, si era alzato anche lui dalla sedia ed aveva imitato il gesto del suo capo.
Appena Ester si era allontanata, loro erano usciti dalla cucina ed avevano iniziato a salire silenziosamente le scale che, dai locali della servitù, portavano al piano superiore. La casa era ormai immersa nel buio, tutte le candele e le lampade a petrolio erano state spente.
Luca e Leone avanzavano lentamente senza far rumore. Solo una pallida luna lasciava filtrare pochissima luce dalle alte finestre. Gli arredi assumevano un aspetto mostruoso, prima di rivelarsi per quello che erano. Loro continuavano ad avanzare, attraversarono diversi locali ed arrivarono nel salone.
Qui vi era un corpo steso a terra: era Michelino, qualcuno doveva averlo colpito con un grosso candelabro. Le due bisacce del generale erano scomparse. Luca si era precipitato verso di lui e nel farlo aveva rovesciato un tavolino, ma ormai non doveva preoccuparsi del rumore che faceva.
Michelino era ancora vivo, ma aveva una brutta ferita al capo. Luca e Leone lo sollevarono e l’adagiarono su un divano, mentre chiamavano aiuto a gran voce. Loro però non potevano fermarsi e, dopo un attimo, si erano precipitati sulla terrazza. Nel giardino un’ombra si stava allontanando velocemente e loro iniziarono a scendere a precipizio lo scalone esterno per inseguirla.
Dalla parte opposta del prato, dove vi erano le scuderie, un’altra ombra si stava avvicinando tenendo un cavallo per la cavezza. Leone, appena raggiunto il prato, aveva cambiato prontamente direzione e gli stava adesso correndo incontro. L’ombra si era fermata e sembrava indecisa sul da farsi, poi aveva lasciato la cavezza del cavallo ed aveva cominciato a correre verso le scuderie. Doveva essere giovane, perché correva velocissimo ed in breve aveva distanziato Leone. Anche l’altra ombra si doveva essere accorta di quanto stava accadendo, aveva lasciato cadere a terra quanto teneva nelle mani e si era precipitato verso l’angolo della villa. A terra erano rimaste le bisacce del generale. Quando Luca le aveva raggiunte, l’ombra aveva ormai girato l’angolo ed era scomparsa dalla vista. Nella villa il trambusto fatto dai due carabinieri aveva svegliato diverse persone ed ora sulla terrazza vi era il maggiordomo che reggeva un candelabro e scrutava il prato, dove il cavallo, rimasto abbandonato, si era messo tranquillamente a brucare l’erba.
Leone aveva desistito dall’inseguimento e stava ritornando sui suoi passi. Luca, che aveva raccolto le due bisacce, gridò a Leone: <<Ha girato l’angolo, corrigli dietro, vedi se lo ritrovi, io giro dall’altra parte!>> poi aveva cercato di risalire il più velocemente possibile lo scalone esterno.
Sulla terrazza vi era il maggiordomo che cercò di sbarrargli la strada, ma lui, senza perdere tempo a rispondere alle sue domande, lo urtò con una delle bisacce, respingendolo indietro ed entrò nel salone. La scena si andava riempiendo di nuove persone. C’erano due garibaldini in uniforme, dovevano essere le guardie del corpo del generale, ed erano vicini al corpo di Michelino, sempre disteso su un divano, con la testa avvolta in un panno intriso di sangue. Luca si avvicinò e gettò sulle braccia di uno dei due le bisacce sibilandogli: <<Vedi di non fartele di nuovo portar via!>>. Girò con rapidità lo sguardo intorno alla sala ed ebbe una rapida visione del generale, in camicia da notte, con i piedi nudi, vicino a lui c’era la contessa, scarmigliata, che si stringeva addosso una vestaglia. Altri domestici stavano entrando sorreggendo dei candelabri. Ma non c’era tempo da perdere, se avesse cominciato a parlare sarebbe stato bloccato. Luca girò sui tacchi e corse di nuovo fuori per scendere in giardino dalla parte opposta.
Il prato declinava dolcemente verso il lago e davanti a lui c’era una darsena coperta: l’ingresso era un buco nero. Sentì i passi di Leone che si avvicinava ed in un attimo si ritrovarono, uno a fianco dell’altro, vicini all’ingresso della darsena. Leone avrebbe voluto infilarsi dentro al buio, ma Luca lo trattenne. Il suo intervento fu provvidenziale, perché dall’interno risuonò uno sparo. La pallottola sembrò miagolare molto vicino. Non sapevano chi ci fosse nella darsena e farsi ammazzare inutilmente era stupido.
<<Cerchiamo di aggirare la darsena>> disse Luca in un sussurro e subito Leone si avviò verso sinistra, lui proseguì verso destra. All’interno della darsena vi erano stati dei rumori, forse un tonfo, qualcuno si stava muovendo scompostamente nell’acqua. Luca arrivò sul ciglio del muro di confine che delimitava la darsena, ma non si accorse che sotto c’era il vuoto: precipitò in acqua e perse la pistola che stringeva in pugno. Luca sapeva nuotare e riemerse sputando l’acqua del lago. Quel bagno notturno era sgradevole e l’acqua era fredda, ma ormai era fatta, tanto valeva guardare all’interno della darsena. Pur impacciato dalla giubba e dagli stivali che lo tiravano a fondo, Luca, con alcune robuste bracciate, si affacciò alla bocca della darsena, ma anche l’uscita delle barche sembrava solo un buco nero. Giudicò che entrare da quella parte, nuotando con fatica ed ormai disarmato, sarebbe stato ancora più stupido e si tirò indietro. Nuotò lentamente fino a trovare la sponda del giardino qualche metro oltre il muro che delimitava la darsena, poi con fatica cominciò ad issarsi. Scosso da brividi di freddo, mentre era ancora carponi, decise di farsi sentire, sia da chi stavano braccando, che da Leone. <<Leone>> gridò <<fammi capire dove sei!>> La voce dell’appuntato giunse subito: <<Comandi signor tenente. Sono sullo spigolo della darsena, ma non posso proseguire, sotto c’è l’acqua!>> Luca stava tremando dal freddo, ma doveva ignorare il suo corpo e reagire: si tirò in piedi e sbatté le mani, più volte una contro l’altra, per cercare di scaldarsi.
<<Leone resta dove sei>> gridò ancora Luca <<se qualcuno esce dalla darsena sparagli. Io mi piazzo davanti alla porta d’ingresso. Tengo la pistola puntata sulla porta, se qualcuno esce gli sparo!>> Sperava che chi era dentro gli credesse e si guardasse bene dal mostrarsi.
Poi ci ripensò. <<Leone spara qualche colpo intimidatorio per farlo uscire. . .>>
Dopo pochi istanti, Leone esplose tre colpi, con calma, uno ben distanziato dall’altro. Non successe nulla, l’interno della darsena era rimasto silenzioso. Sembrava una posizione di stallo.
Finalmente dalla villa arrivarono quelli che per Luca diventavano provvidenziali rinforzi. Vi erano alcuni garibaldini armati e diversi camerieri e garzoni che portavano delle lampade a petrolio. Luca era fradicio e sperò che nessuno se ne accorgesse. <<Il nostro uomo è lì dentro>> disse Luca <<ma adesso lo prendiamo.>> Ora che c’era un po’ di luce, vedeva chiaramente la forma irregolare della darsena coperta. Era piuttosto grande e le due spalle si protendevano sull’acqua. Per prima cosa mandò un garzone, munito di una lampada, sul tetto della darsena, adesso la luce illuminava debolmente l’acqua anche dalla parte dell’uscita delle barche e nessuno avrebbe potuto scappare senza essere visto. Leone era tornato indietro e si era appoggiato alla parete vicino all’entrata.
<<Basta, è finita, vieni fuori>> aveva detto ancora Luca e la sua voce era risuonata un po’ stanca, ma nessuno aveva risposto. Leone aveva preso una lampada a petrolio e l’aveva sospinta sulla soglia con la punta del piede. Chi era dentro adesso avrebbe sicuramente sparato. . . ma non era accaduto nulla. Leone aveva spinto ancora più avanti la lampada ed ora un po’ di luce illuminava l’interno della darsena. <<Adesso vengo a prenderti>> aveva urlato Leone ed era balzato all’interno: il suo coraggio a volte sconfinava nell’incoscienza. Ma la darsena era vuota.
Due garibaldini erano entrati dopo di lui ed avevano percorso la stretta passerella in legno che correva all’interno, lungo i muri della darsena, ma non c’era veramente nessuno. Però qualcuno aveva pur sparato verso di loro mentre, poco prima, sostavano di fronte all’entrata della darsena! Leone non riusciva a comprendere, poi aveva abbassato gli occhi nell’acqua e l’aveva visto.
Sul fondo vi era il corpo di un uomo, ormai immobile, probabilmente al buio doveva aver messo un piede in fallo ed era caduto in acqua, evidentemente non sapeva nuotare ed era annegato.
Dopo vi era stato di nuovo un gran trambusto. Tutti i garzoni sapevano nuotare come pesci e si erano tuffati: avevano ripescato il corpo che era quello del povero signor conte.
Mentre fervevano queste operazioni, Leone si era avvicinato a Luca e lo stava squadrando in modo strano. <<Ma siete tutto bagnato signor tenente? >> Mentre lo diceva però gli scappava da ridere.
<<Non sarete mica caduto in acqua anche voi?>> <<Io? Ti pare mai possibile che io faccia delle sciocchezze simili?>> Poi erano scoppiati in una risata liberatoria ed avevano risalito il prato verso la villa.
Di prima mattina il generale Garibaldi era pronto per partire e tornare al suo posto di comando.
Il giovane Michele Serra era stato ricoverato in ospedale, ma non era in pericolo di vita.
La contessa era chiusa in camera sua a piangere il marito morto, il cui corpo era stato composto e rivestito, in attesa che il vescovo arrivasse per dargli la benedizione.
E Luca Faliero era adesso alle prese con la stesura del verbale su quanto era accaduto quella notte. Era moralmente sicuro che il conte fosse il colpevole del tentativo di furto delle due bisacce di documenti del generale, ma, mentre stendeva il rapporto alcuni dubbi, di tipo legale, si affacciavano alla sua mente. Il realtà lui aveva visto solo un’ombra fuggire nel giardino. Nulla collegava oggettivamente il conte a quell’ombra. Ed il complice che aveva visto avvicinarsi con un cavallo? Forse era solo uno stalliere che poi era fuggito. Ed ormai il conte era morto. Se anche, da vivo, fosse stato ancora vicino ai suoi amici austriaci, che importanza aveva adesso? Era vero che la guerra era ancora in corso, ma avrebbe avuto senso infangare la memoria di un morto? In fondo le bisacce non erano state rubate. C’era sì la testa rotta del povero Michelino, ma tutto sommato anche lui se la sarebbe cavata. Luca fece una pallottola del foglio che stava faticosamente cercando di riempire.
Rimase a lungo senza fare nulla, guardando il corteo di Garibaldi che si allontanava dal giardino e tornava verso il fronte. Sbirciando da lontano, Leone aveva visto che lui aveva smesso di scrivere e si era avvicinato. <<Quali sono gli ordini per oggi signor tenente?>> aveva chiesto.
<<Tu cosa scriveresti, se dovessi farlo tu, un rapporto per gli avvenimenti di questa notte?>> aveva chiesto Luca, invece di rispondergli. Leone gli aveva rivolto uno sguardo meravigliato, ma Luca era rimasto zitto in attesa di una risposta.
<<Beh, scriverei che un ladro ha cercato di rubare le bisacce del generale, ma i carabinieri del Re le hanno prontamente ricuperate. . .>> << . . .E poi?>> lo incalzò Luca.
Neanche Leone sembrava sapere cosa dire e per un po’ rimase zitto, poi tutto d’un fiato recitò:<<Poi il signor tenente ed il conte avevano caldo ed hanno fatto un bagno nel lago, ma il conte non sapeva nuotare ed è annegato, il signor tenente invece no!>>
Luca rise di cuore, poi concluse: <<La prima parte va bene e credo che sia sufficiente.>>
Franco Rizzi.
QUANDO L’ORCO INCONTRO’ LA TIGRE.
Dalla raccolta: INFANZIA FELIX – 1939-1945
GIUGNO 1943.
La sorella minore di mia madre si chiamava Maria, ma tutti la chiamavano Marì. Era una donna molto dolce ed anche piuttosto timida, che, purtroppo per lei, era stata data in sposa ad un certo Piero Bontardelli, ma a quel tempo le cose andavano così e raramente le donne si ribellavano ai padri e, una volta sposate, neppure ai mariti. Il Bontardelli era un farmacista, quindi era un benestante ed era stato scelto per questo, ma era un tipaccio che, spesso e volentieri, con la moglie alzava la voce e anche le mani. Così, dopo i primi infelici anni di matrimonio e senza aver avuto figli, lei questo marito, dopo averlo a lungo sopportato, aveva cominciato a detestarlo. Spesso piangendo si sfogava con mia madre, la sorella maggiore, ma di lasciarlo non ne aveva il coraggio.
Io e mia sorella adoravamo questa zia, mentre invece eravamo abbastanza impauriti da quel marito che ci sembrava una specie di Orco: alcune volte di pomeriggio eravamo andati a trovarla a casa sua a Torino, ed avevamo assistito al rientro del marito. Dopo una giornata di lavoro in farmacia era sempre rabbioso, o almeno così appariva a noi. Più che parlare ci sembrava solo che urlasse e, quando lui arrivava, aspettavamo, quasi tremanti, che nostra madre venisse a prenderci per riportarci a casa, lontano da quell’uomo orribile. Poi la nostra famiglia si era spostata a Milano e la zia Marì era rimasta a Torino, prigioniera di quel marito Orco.
A quel tempo c’era la guerra: il ventiquattro di ottobre del 1942 era un sabato e, a metà pomeriggio, prima che suonasse l’allarme, nel cielo erano comparsi gli aerei inglesi che avevano iniziato a sganciare le loro bombe sulla città. Noi stavamo per raggiungere mio padre in centro città, insieme ci saremmo recati in una pasticceria ed io avrei mangiato un paio di paste, poi, forse, saremmo andati anche al cinema.
In quegli anni si lavorava dal lunedì fino a metà del pomeriggio del sabato, mio padre avrebbe smesso il lavoro alle quattro e sarebbe arrivato dalla periferia opposta della città, dove aveva la sua prima piccola fabbrica, che tutti chiamavamo l’officina.
Mia madre stava chiudendo la porta di casa mentre si udivano i primi boati delle bombe e l’allarme finalmente suonava, così aveva sospinto me e mia sorella nel rifugio, che altro non era che la cantina di casa.
Eravamo rimasti stretti a lei senza parlare per quasi due ore, mentre le bombe cadevano, ora un po’ più vicino, ora un po’ più lontano, con rumori paurosi, sibili ed esplosioni. Dopo il cessato allarme, con mia madre ci eravamo spinti fino sul portone di casa. In fondo alla via una casa bruciava e io ne ero rimasto atterrito. Mi ero rifugiato nel corridoio della nostra abitazione, dove non c’erano finestre, per non vedere i bagliori degli incendi. Era stato un avviso piuttosto perentorio che la guerra ci era arrivata in casa ed era ormai persa.
Mio padre dopo due giorni di tormentosi ragionamenti su dove la guerra sarebbe passata, dove avrebbe fatto più danni e dove meno, scelse di trasferirsi, officina e casa, in uno sconosciuto paese di nome Iseo, abbastanza vicino a Milano, ma forse un po’ defilato rispetto alle direttrici che avrebbe potuto prendere la guerra. Il paese era piccolo e chiuso, di forestieri se ne vedevano pochi e, quando arrivammo la sera del ventisette ottobre, noi eravamo i primi sfollati che si fossero mai visti nel paese.
Ma c’era un bel lago, io in breve in quel paese mi ci ero ambientato e la guerra era tornata ad essere qualcosa di lontano che quasi non mi riguardava.
Dall’ex podestà del paese mio padre aveva affittato una villetta in riva al lago: era in pratica la casa delle vacanze estive di sua figlia, perché lui, invece, abitava nel centro del paese. La casa era stata costruita in due corpi ad angolo. La parte padronale, dove adesso abitavamo noi, dava direttamente sul lago ed aveva un bel giardino, dei moli e una darsena. Il corpo laterale era stato fatto in modo più spartano, perché era abitato dal suo mezzadro, che coltivava circa l’ettaro di terra che si estendeva tra il lago e la strada di accesso alla casa. Un portico univa i due corpi della casa e su questo si affacciava la nostra cucina. Arrivando dal centro del paese, la strada passava dietro alla casa ed un cancello delimitava la proprietà ad un centinaio di passi di distanza. Un lungo viale, lievemente in discesa, portava al cortile dove si affacciavano la porta di casa del mezzadro e la porta della nostra cucina. Quindi tutti noi entravamo in casa dal retro della casa e cioè dalla porta della cucina. Specie nel primo inverno, poi, la cucina era anche la stanza più calda, fino a quando mio padre cominciò a produrre le stufe a segatura, che, una dopo l’altra, furono installate in tutte le stanze. Intanto, fino dai primi giorni in cui avevamo iniziato ad abitare questa villetta, era comparsa a casa nostra una giovane donna di nome Rosi, che sarebbe diventata la nostra nuova cameriera e poi, a poco a poco, una di casa. Rimase con noi fino alla sua morte, molti anni dopo.
Era lei che mi portava a scuola e mi veniva a riprendere al termine delle lezioni, io con la mia piccola bicicletta, lei con la sua. Insomma, per me un’infanzia felice, l’eco della guerra era una cosa lontana, di cui si occupava forse solo mio padre che sentiva le notizie della EIAR e, di nascosto, la sera tardi, ascoltava anche radio Londra, sempre preceduta da sinistri suoni di tamburo.
Intanto, nello stesso inverno, anche Torino era stata la meta di feroci bombardamenti e, nella primavera del 1943, pure i miei nonni materni lasciarono quella città e si rifugiarono con noi ad Iseo. Erano arrivati in tre, mio nonno che non lavorava più, mia nonna Caterina e il loro ultimo figlio, mio zio Serafino, che era di salute cagionevole, aveva quasi vent’anni e faceva il pittore.
Mia zia Marì si ritrovò ad essere sola a Torino, nelle grinfie del marito Orco. Non resistette a lungo ed un giorno scappò di casa, venendo anche lei a rifugiarsi ad Iseo.
A me sembrava una sistemazione bellissima: mio padre aveva affittato un’altra porzione della villa dove abitavamo, destinandola ai miei nonni, io da mio zio imparavo a dipingere, adesso era arrivata anche la nostra zia prediletta.
Tutto era apparentemente perfetto, ma una brutta mattina, sul finire di giugno, inatteso comparve anche l’Orco.
I maschi di casa, mio padre, mio nonno e mio zio erano tutti fuori casa, nell’officina di mio padre ,dalla parte opposta del paese. Io, che avevo appena terminato la seconda elementare, ero invece con le donne, mia madre, mia nonna, la zia Marì, mia sorella e la giovane cameriera Rosi, nella grande cucina della casa la cui porta, come ho spiegato, dava sul lungo viale di ingresso alla casa.
L’Orco avanzava tracotante lungo il viale in lieve discesa, ma era a piedi, ed il percorso di un centinaio di metri: l’allarme venne dato da mia nonna, anche se con pochi attimi di anticipo.
Mia madre prese immediatamente la direzione delle operazioni.
<<Rosi>> disse di furia alla cameriera <<prendi la bici e corri a chiamare mio marito. Digli di venire subito ché è arrivato mio cognato!>>. Poi si rivolse in modo perentorio alla sorella: <<Tu sali di sopra, vai in camera mia, chiuditi dentro e non uscire fino a quando non te lo dirò io!>>
La sorella sparì lungo le scale pochi attimi prima che l’Orco spalancasse la porta ed entrasse senza essere invitato. Mia nonna temeva anche lei quell’uomo e si era ritirata dietro al lungo tavolo della cucina.
Io, che avevo captato così tanti segnali di pericolo in un così breve volgere di tempo, ero restato immobile in un angolo. Riuscivo a mala pena ad afferrare il dialogo teso che si svolgeva con il rituale tipico che precede una rissa furibonda.
Mia madre si era messa davanti al tavolo di fronte alla porta che l’Orco aveva spalancato, decisa a sbarrargli il passo. Nel frattempo Rosa era sgattaiolata dalla porta posteriore, che in realtà era la porta principale e pedalava a più non posso per correre ad avvisare mio padre.
<<Piero, come mai sei qui?>> aveva detto mia madre fingendo sorpresa.
<<Lo sai bene …>> aveva risposto l’Orco.
<<No che non lo so, devi forse parlare con Italo ?>>
Italo era mio padre e il richiamo del suo nome poteva far pensare all’avversario che forse l’uomo potesse essere in casa, ma non sortì alcun effetto.
<<Chiama tua sorella!>> il tono dell’Orco si era fatto più alto e deciso.
<<Mia sorella sarà a casa tua a Torino.>>
I toni adesso erano sordi, ma ognuno si tratteneva, aspettando una mossa di rottura da parte dell’altro per poi agire di rimessa.
<<E’ scappata ed è venuta qui, lo so! Anche tua madre lo sa!>>
L’Orco indicava mia nonna che, dalla parte opposta della tavola, taceva spaventata.
<<I miei sono qui da qualche mese, non c’entrano niente con tua moglie! Quindi vattene: torna a casa tua!>>
Le parole di mia madre adesso erano salite di tono: era un tentativo di chiudere la partita cercando di fermarsi alle sole parole.
Ma l’Orco non aveva intenzione di mollare, anzi quell’invito ultimativo l’aveva fatto arrabbiare ancora di più.
<<Chiamala quella puttana! Lo so che è qui!>>
<<Come osi? Qui non c’è! Vattene!>>
Mia madre tentava adesso la strada delle parole dette con sdegno.
<<Bugiarda! Sei una bugiarda puttana! Come tua sorella …>>
Io quella parola non l’avevo mai sentita e quindi non la potevo comprendere, ma per mia madre sentirsi dare della puttana era stato il punto di rottura. Era scattata in avanti, aveva afferrato l’Orco per il bavero della giacca e l’aveva spinto fuori dalla porta.
Lui non si aspettava l’attacco fisico, non ancora, ed era stato costretto ad arretrare di alcuni passi ritrovandosi fuori dalla porta. Mia madre era balzata anche lei fuori.
Sotto al portico, a sinistra della porta, si trovava una catasta di legna per il camino e lei aveva afferrato con la mano sinistra un ciocco di legno, con la sinistra perché con la destra lo doveva fronteggiare. Si trattava di una questione di secondi, perché lui stava per tornare alla carica e lei avrebbe sicuramente avuto la peggio. Mandando un grido, mia madre aveva tirato indietro il braccio sinistro e gli aveva scagliato contro il ciocco di legno.
La distanza era estremamente ravvicinata e l’Orco non aveva potuto fare altro che girarsi per non offrire il volto come bersaglio. Il ciocco l’aveva colpito duramente nel centro della schiena e lui aveva dovuto fare ancora due passi indietro per ricuperare l’equilibrio.
Però adesso si era voltato ed era furibondo, pronto a picchiare.
Contigua alla nostra cucina vi era la casa del mezzadro. Un portico unico collegava le due abitazioni e lì, dalla parte opposta alla catasta di legna per il nostro camino, la moglie del mezzadro aveva lasciato un forcone per il fieno appoggiato al muro.
Mia madre aveva visto quel forcone e l’aveva impugnato: la mano destra indietro lungo l’asta, la mano sinistra in avanti, le tre forche d’acciaio all’altezza del ventre dell’avversario che stava avanzando verso di lei.
Erano stati attimi disperati, mentre i due si guardavano negli occhi, ma gli occhi neri di mia madre esprimevano una ferma determinazione: era pronta ad ucciderlo.
L’Orco si era immobilizzato, ma poi aveva capito ed aveva desistito. Si era girato e, senza parlare, aveva cominciato a risalire il viale. Anche mia madre adesso taceva, mentre probabilmente una scarica di adrenalina le stava sconvolgendo la schiena. Ma stringeva ancora con forza il forcone, se l’Orco fosse venuto in avanti l’avrebbe sicuramente infilzato.
In silenzio tutti noi eravamo usciti dalla porta della cucina e guardavamo l’uomo che si stava allontanando. Forse non tutti avevano compreso la tragedia che era stata sfiorata, io per primo. Solo molto tempo dopo sono riuscito a ricostruire quanto era accaduto realmente quella mattina di fine giugno del 1943.
Poi, anche se ormai inutili, erano arrivati i nostri: prima mio zio che era solo un ragazzino magro, mingherlino e cagionevole di salute, che pedalava come un disperato una bicicletta da donna. Aveva svoltato nel viale, intercettando l’Orco che lo stava risalendo e, senza scendere dalla bicicletta, gli si era gettato al collo cercando di tempestarlo di pugni del tutto inoffensivi. L’Orco si era divincolato senza difficoltà e l’aveva allontanato, ma ormai batteva in ritirata e non si era rivalso su di lui. Dietro mio zio stava arrivando mio padre, pedalando la sua bella bicicletta, una Dei superleggera. Con il cognato si erano detti qualcosa, ma poi l’altro aveva proseguito.
L’Orco Piero Bontardelli aveva lasciato il campo ed era tornato sconfitto verso la stazione. Io non l’avrei mai più rivisto. Peccato che dopo un po’ lasciò Iseo anche la zia Marì, ma ciò che fanno gli adulti per i bambini resta spesso un mistero.
Il mio Capodanno
Quando ero bambina e vivevo in una frazione di Castel San Pietro Terme nella pianura emiliano romagnola, facevo parte, con la mia famiglia, di una piccola comunità molto unita, nella quale ho appreso valori di solidarietà e amicizia. Ha scritto Cesare Pavese: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” Per me che ho sperimentato tale sentimento e che poi ho viaggiato e ho vissuto lontano in tanti luoghi diversi, questo cordone ombelicale che mi lega indissolubilmente alle mie radici è rimasto nel tempo.
Durante il periodo delle feste natalizie, noi bambini, liberi da impegni scolastici, eravamo sempre in giro per le stradine del paese a giocare a palle di neve, a costruire slittini di fortuna con due assi di legno portati dal figlio del falegname, a mangiare biscotti fatti in casa da una mamma o dall'altra e che dividevamo sempre equamente senza badare di chi fossero, o a comprare, coi nostri piccoli risparmi in comune, un cartoccio di caldarroste dalla “signora del carretto”, che girava per le strade portando caramelle, lupini e leccornie di ogni tipo. I nostri giocattoli erano semplici, frutto della fantasia: una bambola di pezza costruita dalla nonna con avanzi di stoffa, una spada fatta con due bastoncini incrociati tenuti da un un piccolo chiodo, un aquilone messo insieme con carta oleata su cui fissavamo due parti di canna con la colla ricavata da acqua e farina, una trottola costruita con un pezzo di legno sbozzato alla meglio, dove infilavamo un chiodo che fungeva da punta, e via a frustrarla per ore. Le gote rosse, le mani gelate eppure il sorriso sempre stampato su quei visini innocenti e allegri.
A Natale non arrivava nessun vecchio con la barba a portare doni, la festa consumistica di Santa Claus, importata dall'America, era ancora di là da venire, a farla da padrona da noi era la vecchia Befana che chiudeva tutte le feste e, nella notte dell'Epifania, arrivava sui tetti con una scopa, riempiendo le nostre calze appese al camino di mandarini, torroni e carbone se eravamo stati monelli.
Il Natale era esclusivamente una festa religiosa fatta in attesa del Bambino Gesù e nelle case si preparavano i presepi in una gara fra famiglie a chi lo faceva più bello. Era il parroco a decretare ogni anno il vincitore, rilasciando un “pretestuoso” diploma attestante la vittoria. La mezzanotte si aspettava giocando a tombola per depositare il Bambinello nella capanna e andare a Messa. Il giorno dopo, finalmente, il pranzo della festa che veramente era atteso con ansia, perché si mangiavano cose che comparivano in tavola solo nelle grandi occasioni: tortellini in brodo di cappone, bollito di manzo, arrosto di faraona, poi i dolci: la ciambella, la zuppa inglese che mia madre sapeva fare in maniera insuperabile, i biscotti secchi. L'intimità della famiglia, la visita ai parenti, la letterina coi buoni propositi sotto il piatto del babbo, i vestiti nuovi comprati da un mese, ma da mettere rigorosamente quella mattina e il profumo di festa rendevano quei giorni indimenticabili.
Poi, per la gioia di mo fratello, veniva il rituale di inizio anno, a me molto inviso, la superstizione almeno in quei piccoli centri era ancora radicata: se la mattina di Capodanno la prima persona che si incontrava era una donna, allora era credenza il doversi attendere un anno difficile, per non dire sfortunato. Così, di mattina presto, i bambini maschi uscivano per passare di casa in casa e augurare “Buon Anno, Buona Fortuna!” e ricevere spiccioli e zucccherini. Mio padre iniziava per tempo a conservare le monetine, che riceveva di resto in bottega, per non trovarsi sprovvisto la mattina di Capodanno e mio fratello tornava con le tasche gonfie di ogni ben di Dio: soldini, caramelle, qualche cioccolatino e mi elargiva centellinando qualcosa solo dietro raccomandazione di mia madre. Ai miei rimbrotti, lui, tronfio, rispondeva che io sarei potuta uscire tranquillamente per il giorno della Befana.
Negli anni questa usanza è man mano venuta meno, ma insieme ad essa se ne sono andate tante altre di cui sento fortemente la mancanza. L'umanissima civiltà contadina è tramontata per sempre per far posto a quella tecnologica, con il vento del villaggio globale che, trasformandosi in un vortice, ha travolto ogni cosa e una spaventosa mutazione genetica ha fatto morire quella società trasformandola in una realtà completamente diversa, irriconoscibile. Il passare del tempo ha inevitabilmente cancellato gli aspetti peculiari di quel microcosmo paesano e, tornando “a casa” in quei luoghi, proprio in questo periodo non trovi più nulla di quello che ricordavi. Le mamme non cucinano dolci, ma preparano le valigie per trascorrere il Natale in qualche località esotica, i bambini sono chiusi in casa a vedere i cartoni animati alla televisione e a giocare coi video giochi, nei bar i ragazzi non ridono, non corrono dietro alle “femmine”, non parlano nemmeno fra di loro concentrati a sfogliare il cellulare per partecipare a una discussione sui social... tempi moderni...
Franca Poli
UN PO' DELLA MIA VITA
Adriana Pedicini presenta un brano di Paolo Aurelio Monteleone, speaker di radio Adelaide (Australia)
UN PO' DELLA MIA VITA
Quando eravamo tredici figli in casa, quando povertà e miseria erano le sole cose che abbondavano, io c'ero.
Quando si mangiava tutti in una sola pentola o padella, facendo a turno con le poche posate che avevamo, quando si dormiva in tre o quattro in un letto e ci si scaldava incrociando le gambe l'un con l'altro, io c'ero.
A sei anni, alla morte di mamma, io c'ero.
Al suo funerale no, io non c'ero, troppo piccolo, mi dicevano allora, per seguire una bara, come se le lacrime di un bambino che perde la madre valgono meno di quelle dei grandi.
E quando l'ENAOLI (ente nazionale assistenza orfani lavoratori italiani) ci prese e ci portò via di casa per metterci in orfanotrofio che sapeva più di prigione che di collegio, io c'ero.
Ed in quei lunghi otto anni di Alcatraz, dove il nervo e la bacchetta la facevano da padroni ad ogni piccola mancanza, quando oltre che a badare a me stesso, dovevo far da padre, da madre e da fratello maggiore a lui che era due anni più giovane di me, io c'ero.
Che bella fanciullezza!! Non la augurerei neanche a un cane. Nulla di inventato, tutto vero, reale, vissuto sulla propria pelle e portato sulle spalle.
La gioventù non è stata prodiga di doni, mi ha dato un'altra mamma (santa donna e due nuovi fratelli, come se non fossimo già abbastanza), un padre padrone, terra da zappare e botte da mattanza.
Che bello vero?
Però io c'ero.
I miei vent'anni, non furono da meno ;
Alla morte e funerale di mio padre io c'ero.
A 21 fidanzato
a 22 già sposato
a 23 un figlio mi era già nato
e io c'ero.
Gli anni più belli, quando quelli come me facevano piglia piglia, io sulle spalle, avevo una famiglia.
A tutti ho dato il meglio che potevo, ai figli ho dato il meglio di me stesso, a volte ho lavorato come schiavo, a volte son passato anche per fesso.
E io c'ero.
Venimmo poi in Australia, per dar loro un bel futuro, non mi è poi andata male, ma ho lavorato duro.
Alle rinunce e privazioni, io c'ero, al funerale di mia figlia, io c'ero, anche a quello di mia sorella, io c'ero.
Al matrimonio del primo figlio, io c'ero, alla nascita dei nipotini, io c'ero, magari stanco morto, però c'ero.
Alla partenza della figlia, io c'ero, nello spazio di un anno, il piccolo si è rotto il braccio e una gamba ben tre volte, e io c'ero eccome !!!!
Visite, ospedali, specialisti, tanti dottori in vita mia non li ho mai visti, cosa non faresti per i figli,
anche a costo di svuotare il portafogli.
Ora non son più giovane, non me ne faccio un vanto, lo so che ho avuto poco, anche se ho dato tanto.
Non voglio fare il pirla, non voglio passar per fesso, ma prima di finirla, io ci sarò ancora, ma prima per me stesso.
Anch'io ho diritto a vivere, a togliermi le voglie, e prima di pensare agli altri, ci siamo Io e mia moglie.
Quante foto di tavole imbandite per il Natale, tutte belle e preparate con gusto, da fare invidia, quanti bei piatti pronti per essere divorati!!!!!!.
Complimenti !!!!!! Sono felice che comunque nonostante la cosiddetta "crisi", noi Italiani riusciamo sempre a rendere speciale questa che per noi cristiani è la festa più grande da celebrare ogni anno.
Io per questo Natale ho voluto fare qualcosa di diverso, che non avevo mai fatto prima, sono andato indietro nel tempo, ho scavato nella mia memoria, ho cercato tra la polvere della mia mente il primo Natale della mia vita, di cui potessi ricordare. E ce l'ho fatta !!!
Si, ricordo bene, avrò avuto 4 forse 5 anni, ne sono sicuro perché mia mamma era ancora viva, così come lo era mio padre, i miei nonni, alcuni zii e zie e dei fratelli e sorelle che purtroppo non ci sono più.
Eravamo gente povera, non avevamo molto, anzi avevamo molto poco.
Il nostro pranzo di Natale era fatto di cicorie amare, raccolte sulla Farastola, cucinate in padella con un po’ di fagioli secchi, messi a bagno la sera prima, un piatto di olive in salamoia e come regalo, una manciata di fichi secchi da custodire gelosamente nelle tasche e da consumare lentamente, come se fosse un tesoro prezioso. Altro che i grandi pranzi di oggi !!!!
Non c'era molto è vero, ma avevamo Noi e ci volevamo bene e quel volersi bene valeva molto e quel fico secco per noi era quanto si potesse desiderare.
Oggi abbiamo tutto ciò che vogliamo sulla tavola ed anche di più, facciamo a gara per comprare i regali (spesso inutili), brindiamo con i vini più costosi, ostentiamo un lusso che non ci appartiene, sì, abbiamo quasi tutto ma non abbiamo più Noi.
L'amore e il rispetto che c'era tra la gente povera di una volta non esiste quasi più, quando lacrime e miseria erano le sole cose in abbondanza, io ricordo che ci si voleva bene veramente e con sincerità.
Ricordo molto altro a pensarci bene ma per le nuove generazioni è impossibile da credere e forse inutile da raccontare.
Io non voglio fare il moralista, voglio solo dire che sono fiero ed orgoglioso di fare parte di quella generazione che non ha dimenticato e che non dimenticherà mai le cicorie amare e i fichi secchi.
Per quest'anno, il mio pranzo di Natale e il cenone di Capodanno sono andati a quelli meno fortunati di me, io mi accontenterò di qualche fico secco ma con pace e amore vero in casa mia.
Paolo Aurelio Monteleone
Cena di Natale
La redazione augura a tutti BUON NATALE con il racconto di Adriana Pedicini
Cena di Natale
Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato al mattino con pizzette con le alici e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata.
Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, alici o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena.
Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.
Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, insolito segno di primavera.
I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe. Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli lanosi ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio.
Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta argentata.
L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa.
Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.
Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.
Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio.
Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte del grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno.
Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo, la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno.
Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e, come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.
Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima.
Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.
Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza!
Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore, dischiusosi ormai alla speranza, di giungere in tempo per celebrare il Natale.
Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata.
Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe seppellito nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia, anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.
L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni.
Man mano, passo dopo passo, divenne sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia.
Non gli mancò la voglia di scherzare.
Finalmente arrivato a destinazione, girava carponi intorno alla casa; lo seguiva pian piano stupito dalla finestra, sollevandosi sulla punta dei piedi sul gradino di legno, il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni.
Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni.
Intanto ebbe inizio la cena.
Natale in casa Contarini
"Che cos'è il Natale? E' tenerezza per il passato, coraggio per il presente, speranza per il futuro. E' il fervido auspicio che ogni tazza possa strabordare di benedizioni eterne, e che ogni strada possa portare alla pace. " - (Agnes M. Pahro).
Questa è una storia di paese sentita raccontare dai nonni quando, piccolini, seduti intorno al camino, si aspettava mezzanotte per posare il Bambinello nel Presepe.
Natale 1944 c'era la guerra, erano i mesi più duri e l'inverno più freddo che la gente ricordi, forse per via degli stenti oramai arrivati al limite di sopportazione. Felice Contarini, proprietario di una casa colonica in via Cardinala a Conselice, nascosta tra i frutteti che si adagiano ai piedi dell'argine del torrente Sillaro, decise, nonostante tutto, che si doveva festeggiare il Santo Giorno e diede disposizioni alla “sdòra” di dar fondo alle riserve di farina e uova e di “tirare il collo” alla gallina più grassa rimasta nel pollaio.
In quei mesi Contarini dava ospitalità a quattro soldati tedeschi della Weermacht che dormivano in casa e avevano messo su un'officina nel suo magazzino per riparare mezzi meccanici e carri armati. La famiglia di Felice si era affezionata ai quattro giovani, erano poco più che ragazzi, e in particolar modo a quello di loro più aperto e gioviale, il Caporal Maggiore Fritz Gollek, originario di Halver, una cittadina fra Dortmund e Colonia. Con lui i figli provavano a scambiare qualche parola e lui si sforzava di imparare l'italiano, a volte riuscivano, anche in quei tristi giorni, a ridere di gusto delle loro pronunce sbagliate.
Così in quel Natale del tutto particolare, il contadino riunì intorno alla sua tavola imbandita a festa, oltre ai suoi cinque figli, anche i quattro soldati suoi ospiti. Si rendeva ben conto che per quei ragazzi la nostalgia di casa era forte e in quel freddo giorno di dicembre, capì, la sentivano ancora di più. Il tempo di un pranzo e dimenticarono, brindando tutti insieme, la realtà della guerra, i bombardamenti degli alleati che si avvicinavano e ognuno a modo suo provò a pronunciare qualche parola di ringraziamento.
Pochi giorni dopo i quattro soldati furono costretti a proseguire per quella che oramai era una triste e dura ritirata. Fritz Gollek venne fatto prigioniero e rinchiuso per 3 anni in un campo di prigionia in Jugoslavia. Quando riuscì a tornare in patria,povero e senza lavoro, trovò la sua terra distrutta, ma con molti sacrifici, continuando il suo mestiere di meccanico, trovò un lavoro e mise su famiglia.
Ricordando l'affetto con cui era stato accolto a casa Contarini, appena gli fu possibile, nel 1950, in moto con un amico, tornò a trovare, là nella bassa pianura, quella che lui reputava la sua famiglia italiana, in quella casa che lo aveva ospitato e dove aveva trascorso, nella calda intimità contadina, un Natale indimenticabile. La vita fu severa col Caporal Maggiore Fritz Gollek, non potè avere i figli tanto desiderati e, rimasto vedovo nel 1995, insieme a una grande solitudine, continuò a coltivare i ricordi di una vita intera.
"Non vi è nulla di più triste che svegliarsi la mattina di Natale e scoprire di non essere un bambino" - (Erma Bombeck)
Così il pensiero ricorrente della famiglia numerosa e chiassosa che lo aveva accolto in quella ospitale terra di Romagna, gli creò uno struggente desiderio di tornare in Italia un'ultima volta. Un giorno di settembre del 2001, alla veneranda età di 84 anni, si rimise al volante della sua auto e percorse tutti i km del lungo nastro d'asfalto che separano Halver da Conselice. Fu accolto come un fratello dai figli del signor Felice, oramai defunto, trascorse, in compagnia di quella gente che aveva nel cuore, una settimana davvero serena, in una moderna villa di cemento armato, rammaricandosi soltanto di non aver trovato in piedi la vecchia casa colonica, che solo la sua nostalgia ricordava calda e accogliente.
I sentimenti di pace, di amore, di condivisione che il Natale ispira hanno vinto sulla guerra, sulla fame, sulle restrizioni, e persone lontane, di diversa lingua, si sono sentiti fratelli per tutta la vita.
I "pranzi" della vigilia
Riceviamo questo racconto da un lettore che vuole restare anonimo e si firma Vecchioscarpone.
Questo è il suo modo di fare gli auguri a tutti noi.
I pranzi della vigilia
Tempo fa mi capitò di leggere, nel racconto del figlio, la curiosa storia di Vittorio De Sica, che,”titolare” ad un certo punto della sua vita, di due famiglie distinte e separate (moglie e figli), era costretto, nelle festività canoniche, non a “dividersi” fra esse (e, per dirla con la nota barzelletta: in qual modo, in senso orizzontale o verticale ?) ma a”raddoppiarsi”, cioè ad essere presente, in successione, prima da una parte e poi dall’altra. Questo comportava, soprattutto a Natale e Capodanno, doppi “cenoni-pranzi”, con conseguenze catastrofiche sulla linea del bel Vittorio che pure era stato, ai suoi tempi, piacente e filiforme “attor giovane”.
Qualcosa di vagamente simile, sia pure per motivi diversi, è capitato anche a me, in occasione di un cenone natalizio, del quale ho un ricordo indelebile. Tutto successe perché, tranquillo (e “studioso”) buon figlio di famiglia, fui preso, verso i 16-17 anni, da smanie di attivismo politico e cominciai a frequentare una “sede” ed un gruppo di adolescenti come me, stabilendo con essi fortissimi vincoli che superavano la tradizionale amicizia con i compagni di scuola. Giornate intere passate insieme, qualche volta nottate, avventurette tipo “ragazzi della via Paal” e altro, davano corpo a quella “camaraderie” (detto in francese per lasciare la cosa nel vago, dato che Oltralpe può riferirsi ad ambedue i settori dell’agone politico), che cresceva tutti i santi giorni della settimana, festività comprese.
Fu così che, arrivate le festività natalizie, i due con più spirito organizzativo (e con le mamme più volenterose, va detto) pensarono di indire un cenone in sede. Tutti avremmo contribuito alla spesa (che a Bari non è irrilevante, ve lo assicuro), le mamme avrebbero cucinato per una decina (quanti eravamo), alle bevande si sarebbe provveduto da una “cantina” (termine che all’epoca non aveva nulla di spregiativo) all’angolo, piatti, tovaglie e tovaglioli di carta.
Nessuna assenza sarebbe stata giustificata. Chi non si fosse presentato sarebbe stato marchiato a vita come “vilacchione”, che potremmo eufemisticamente tradurre “poco affidabile, amico non sincero”. Detto fatto. Per quel che mi riguardava, restava solo un problema: dirlo ai miei. Non era un ostacolo insormontabile perché loro – in assenza di parenti particolarmente “affiatati”- usavano cenare ( mia madre nell’occasione superava se stessa per qualità e quantità delle portate), da soli, con me e mia sorella, intorno alle 20, per poi aspettare, seduti in divano davanti alla TV, la mezzanotte. A seguire, scambio degli auguri, Gesù Bambino al suo posto nel presepe, brindisi con nostrano spumante, e a letto. Fino allora c’ero sempre stato... era giunto il momento di rompere la tradizione. Lo dissi, e aspettai l’obiezione – che, come prevedevo, si rivelò la più “corposa”- di mia madre: “E come, non ceni qui con noi ? Con tutto quello che devo preparare...”. Me lo aspettavo, e fu pronta la risposta che avevo ripetuto tante volte nei giorni precedenti: “Tranquilla, ceno qui e poi, verso le 22,30 vado via. A casa di questi compagni di classe (piccola bugia, ma la camaraderie era mal vista perché, pure se iniziata da poco, mi stava già pericolosamente distraendo dagli studi) giochiamo solo un po’ a carte e aspettiamo la mezzanotte per fare qualche “botto” (altra cosa vietatissima a casa mia). Prima delle 2 sono a letto”.
E così, come dio volle, la fatidica sera del 24 iniziò: frutti di mare (cozze, cozze pelose, vongole, ostriche, noci di mare, ricci, taratuffi, cannolicchi, fasolari, capesante, etc etc) crudi, baccalà in umido e baccalà fritto, spaghetti al sugo di capitone, anguilla e capitone arrostiti seguiti da anguilla e capitone nel sugo, fritto di paranza e fritto di calamari e gamberi, contorni vari, frutta secca e frutta fresca, dolci assortiti, caffè, ammazzacaffè e amaro. Buona parte di tutto questo era già pronto, il rimanente mia madre lo cucinava mentre noi eravamo a tavola...
Insomma, alle 22,30, puntuale, dopo aver fatto gli auguri, ero in strada. Vie deserte, di autobus nemmeno l’ombra, la città faceva quasi paura all’unico viandante che ero io. Mi ci vollero una ventina di minuti e arrivai in sede, buon ultimo: d’altra parte, anche se nessuno lo sapeva, ero l’unico ad aver messo in piedi quella messinscena, e non avevo una particolare smania di cominciare. Gli altri, invece, erano affamati e non vedevano l’ora di mettersi a tavola. L’ambiente era sicuramente più allegro di quello di casa mia: lazzi e frizzi accompagnavano le portate, e un leggero vinello bianco scorreva (forse un po’ troppo) a fiumi. Tutt’altra cosa, insomma, rispetto alle morigerate dosi del vino che ci mandava il nonno da Andria e che bevevo con i miei nelle grandi occasioni. Ciò che era (tragicamente, ahimè !) uguale, era il menù: frutti di mare (cozze, cozze pelose, vongole, ostriche, noci di mare, ricci, taratuffi, cannolicchi, fasolari, capesante, etc etc) crudi, baccalà in umido e baccalà fritto, spaghetti al sugo di capitone, anguilla e capitone arrostiti seguiti da anguilla e capitone nel sugo, fritto di paranza e fritto di calamari e gamberi, contorni vari, frutta secca e frutta fresca, dolci assortiti, caffè, ammazzacaffè e amaro. Tutto da gustare (mentre un rustico fornelletto “dava una scottatura“ a ciò che andava riscaldato) non in tranquillo silenzio, ma tra un apprezzamento ed un altro: “Buono questo! Assaggia quest’altro ! Tua madre è una maga in cucina!” E via dicendo.
Potevo essere da meno ? Certo che no, ci voleva poco a guadagnarsi l’infamante attributo di “vilacchione”. Mi feci forza e ricominciai, mostrando un entusiasmo che, in confronto, il Tognazzi de La grande abbuffata sarebbe parso un principiante. Arrivata la mezzanotte, secondo la migliore tradizione, restavano ancora da “far fuori” dolci, frutta e caffè... poi il brindisi, gli auguri e una scarica di botti che mi sembrò molto simile (almeno nella rumorosità) a quelle dei film di guerra di gran moda a quei tempi.
Per farla breve, quando mi incamminai sulla strada di casa non ero sicurissimo di farcela a rientrare... Non che avessi bevuto tanto, ma mi sembrava di essere l’omino di gomma della pubblicità Michelin, gonfio in vita e dappertutto, ballonzolante. Ci misi più dei venti minuti dell’andata, nella città che si ripopolava di nottambuli in rientro come me, ma arrivai... Aprii silenzioso la porta, e vidi la luce accesa in cucina. Mia madre era sveglia, vicino ai fornelli. Mentre gli occhi le brillavano già al pensiero che sarei stato il primo a gustare il frutto della sua fatica, fece: “Vieni, avrai fame... Assaggia, sto preparando il ragù per domani: maiale, manzo, agnello e le brasciole di vitello. Non è ancora pronto. Ci vogliono almeno otto ore, però prenditi una fetta di quel pane casareccio e dimmi come sta venendo”.
Come potevo deluderla ? Mi tagliai una bella fetta di quella pagnottona tonda, e feci la “scarpetta”...
Vecchioscarpone
Strampalario di Natale, parte quarta
Un allarme antiaereo. Che spaccava i timpani. Quella era la voce di Dino Salamè, dall’altra parte della cornetta. Il direttore della casa editrice aveva alzato il ricevitore dopo almeno venti squilli. Perché la mattina di Natale, alle 7 e 25, lui se ne stava ancora nel mondo dei sogni. Non come quell’insonne pazzo di Salamè. Che ora gli stava urlando nell’orecchio ogni sorta di improperi.
«Disgraziato maledetto! Furfante farabutto!!! Mi vuoi rovinare? Dillo che mi vuoi rovinare! La mia ultima opera! Pidocchioso illetterato! Troglodita! Che se non fosse stato per me, per i miei libri, la “Ca’ Story” non esisterebbe nemmeno! Bandito disonesto! Ladro di polli! Ma con chi credi di avere a che fare? Io ti rovino! Ti rovino, com’è vero che sono Dino Salamèèèè!», e qui lo scrittore, volente o nolente, aveva dovuto prendere fiato.
Il direttore ne aveva approfittato per rispondere a quei vaneggiamenti e a quegli insulti di cui non capiva assolutamente il motivo.
«Ohè, datti una calmata, Dino bello! Di che blateri? Il tuo libro l’abbiamo curato come fosse un neonato. È così che dimostri la tua riconoscenza? È così che apprezzi tutte le notti in bianco passate da me e dagli altri alla casa editrice, perché il tuo libro uscisse per Natale? Buono a sapersi! Sono stufo delle tue lune e delle tue scenate. Se le cose stanno così, rescindo il contratto. Pago la penale e tu ti trovi un altro editore disposto a farti da zerbino. Ma che dico, mica solo da zerbino, anche da lucidascarpe. Elettrico. A spazzole rotanti. Perché è così che ci tratti ormai, pallone gonfiato! E ti ricordo che i soldi per la tua auto decapottabile all’ultima moda, li ho anticipati io. Salda il tuo debito con me o ti trascino in tribunale anche per questo!»,
Dino Salamè, per tutta risposta, prese a ripassare ad alta voce l’albero genealogico per parte di madre del direttore, dall’editto di Costantinopoli ai giorni nostri.
Il direttore non ci vide più. Potevano toccargli tutto. Ma non metter in dubbio l’onestà di sua madre, quella santa donna. Così mentre urlava nella cornetta: «Impìccati, Salamè, buono solo per le frasi nei Baci Perugina!», sentì dall’altra parte Dino singhiozzare disperato: «Non riattaccare, sono sotto assedio!», ma il direttore chiuse la comunicazione.
«È sotto assedio, il coglionazzo deficiente! Tutte se le inventa, quella primadonna isterica!», sbottò il direttore, mentre si accendeva una sigaretta. Poi scostò le tende del soggiorno, guardò in strada, aprì la finestra, urlò all’edicolante in piazza: «Sandro! Portami su i soliti quattro quotidiani! Sbrigati!», si lasciò cadere sul divano e accese la televisione.
In quel momento, mentre scorrevano le immagini del telegiornale del mattino, realizzò il vero significato dell’ultima frase disperata che Dino Salamè aveva esclamato al telefono. Stavano trasmettendo la diretta della protesta che una trentina di lettori avevano già organizzato sotto la casa dello scrittore. Pernacchie, fischi, chi urlava «Scendi giù!», chi invece tuonava, perché voleva che gli venissero restituiti i soldi del libro. E tutti, sventolavano alta sulla testa una copia del libro che aveva una copertina precisa identica all’ultimo lavoro di Salamè. Non fosse stato altro che per il titolo: “Fuffa e ragnatele”.
Il direttore si sfregò gli occhi incredulo. Pensò che si trattasse di una messa in scena, di un fotomontaggio. Guardò meglio, ma l’immagine non accennava a cambiare. Corse nello studio, dove, sul tavolo, rientrato la sera prima dalla presentazione, aveva appoggiato una scatola piena di libri di Dino. Ne estrasse uno. “Fuffa e ragnatele”. Ebbe un giramento di testa e la vista gli si annebbiò. Si sedette. Poi, iniziò febbrilmente a svuotare la scatola, controllando i titoli in copertina. “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”… Quelle tre parole sembravano lo sbuffo di una locomotiva a vapore che iniziava ad accelerare, le ruote stridevano sui binari, l’albero di trasmissione in acciaio mordeva le traversine, il treno si lanciava in una corsa inarrestabile, da togliere letteralmente il fiato… andandosi a schiantare nel buio più assoluto.
«Sciùr dutùr… cos’è che è successo? Si sente male?»
Il direttore sentì l’odore del dopobarba di Sandro, l’edicolante. Aprì gli occhi e realizzò che era finito lungo e disteso. Sandro, chinato su di lui, gli tastava il polso.
«Vuole che chiami un’ambulanza?»
«Lascia stare, Sandro, un mancamento. Solo un po’ di stanchezza.», ebbe la forza di rispondere.
«Avrà mica sbattuto la testa? Sente male da qualche parte? Guardi, dottore che a me non costa niente chiamare un medico», povero Sandro, non poteva immaginare…
«No, grazie, Sandro, aiutami solo a rialzarmi e a mettermi sul divano. Tutto bene. Un po’ di riposo e poi passa tutto», il direttore si sentiva come uscito da una centrifuga.
«Va bene, come vuole lei. I giornali glieli ho messi sul tavolo. E guardi che quando sono salito, la porta non era mica chiusa a chiave, sa? Faccia più attenzione. Con tutti i brutti ceffi che girano, non si sa mai. Anche se questa volta, nella distrazione è stato un bene che io sia riuscito a entrare, visto che lei non sarebbe riuscito ad aprirmi. Meglio così, va’.», Sandro allungò un cuscino al direttore, perché se lo mettesse dietro alla schiena.
«Sicuro che non devo passare più tardi, per vedere come sta?»
Il direttore fece cenno di no con la mano.
«Al limite le porto un po’ di brodo di cappone che ha fatto mia moglie. Con i cappelletti. Per far sangue e riprendersi meglio.»
Ma il direttore non ne volle sapere. Ringraziò Sandro e gli disse di non preoccuparsi. Che tornasse pure all’edicola, gli spiaceva non poterlo accompagnare alla porta, ma tanto Sandro la strada la conosceva.
«Buon Natale, dottore!», gli disse Sandro, prima di infilare le scale.
«Buon Natale, Sandro. Buon Natale. E grazie», rispose il direttore con un filo di voce.
Meno male che Sandro l’aveva aiutato a sedersi sul divano. Perché quando allungò la mano e prese il primo quotidiano nel mucchio sul tavolo, leggendo il titolo in prima pagina, lo prese la nausea. Mentre il giornale planava sul pavimento, squillò il cellulare. Il direttore ebbe la sbadataggine di rispondere.
Dall’altra parte del filo, qualcuno che sembrava soffrire di adenoidi e che parlava a nome del Padre Priore del Santuario di Bò lo invitava imperiosamente a restituire le statue dei tre Re Magi entro il primo pomeriggio di quella giornata, pena una denuncia per “appropriazione indebita di beni della Chiesa”. Il direttore non ebbe nemmeno il tempo di rispondere. Si sentì il “click” impietoso che terminava la comunicazione.
«E io dove lo trovo un autotrasportatore la mattina di Natale?», aveva chiesto ad alta voce il direttore. Ma parlava solo con se stesso e quando se ne accorse, si avvilì ancora di più.
Forse la televisione gli sarebbe stata d’aiuto per pensare ad altro. La accese, ma sul primo canale un critico letterario ben noto nell’ambiente, stava già montando il caso di “Fuffa e ragnatele”. Raggiunto al telefono dai giornalisti, non gli era parso vero di poter dare fondo alla sua prolissa malevolenza:
«Ho letto “Comete e tripudi”. Prima della “metamorfosi”, diciamo così, poco prima che venisse distribuito. Che dire? Nelle duecentocinquantotto pagine di auto-sbrodolamento – passatemi il termine - che ci ha voluto regalare Salamè, le occorrenze delle parole “comete” e “tripudi” erano, in totale, ben centosettanta. Vi rendete conto? Una cometa e un tripudio ogni pagina e mezza. Ora, non è cambiato solo il titolo del libro. No! Perché queste due parole, rileggendo le pagine nella loro nuova forma, sono state sostituite in tutto il testo! E il risultato è strabiliante! Unico nel suo genere! Salamè, finalmente esce allo scoperto! Sentite qua, cosa scrive già nella prefazione: “Miei cari, fedeli lettori. Questa la mia ultima opera in termini di tempo che ho deciso di donarvi. Piena di “fuffa”, di “ragnatele”. Perché voi, che mi seguite da così tanti anni, che esigete il bello, il sublime, di cui io riesco a permeare le pagine dei miei libri, meritate solo “fuffa” e “ragnatele”. Perché questo siete in grado di capire e apprezzare. Solo questo. Vi sono momenti nella vita in cui un uomo, un vero uomo, deve guardare in faccia alla realtà. Per me, per voi, questo momento è giunto. Fatidico. Ineluttabile. Io so scrivere solo di “fuffa”, perché nella mia vita ho vissuto solo in mezzo a “ragnatele”. Che voglio condividere con voi. Perché anche voi vi muovete tra “fuffa” e “ragnatele”, sin dalla nascita. Solamente, non ve ne siete ancora resi conto. E io voglio sollevare il velo dai vostri occhi. Lentamente, inesorabilmente. Sì, anche voi, anche voi, credetemi, vivete di “fuffa” e “ragnatele”!” … E questa è solo la prefazione! Ma vi rendete conto? Dino Salamè dichiara subito che i suoi lettori sono dei pezzenti ignoranti, come lo è lui, d’altronde! Più che una trovata commerciale, credo che sia una confessione accorata del Salamè, stanco di indossare la maschera dello scrittore illuminato, che peraltro non è mai stato. Una confessione salvifica in extremis… Credo che stia uscendo di scena…»
Il direttore era orripilato. Ma come era potuto succedere? Cosa, soprattutto era successo in quelle poche ore, dalla presentazione del libro alla vigilia, fino alla mattina di Natale?
Spense subito la televisione. Spense il cellulare e staccò il telefono. Avrebbe voluto non esistere più. Dissolversi. Ma non poteva. Iniziò a piangere come un bambino. Si asciugò il naso che gli colava nella manica del pigiama. E si ricordò che l’ultima volta che aveva fatto quel gesto aveva dieci anni. Prima che sua madre gli facesse capire con uno sganassone che solo gli incolti non usano il fazzoletto.
Si ricordò che non aveva ancora fatto colazione. Ma chi aveva voglia di vestirsi, uscire, cercare un bar aperto, la mattina di Natale?
La pendola a muro batté le otto. Era passata solo mezz’ora da quando tutto aveva avuto inizio, ma sembrava fosse passato un secolo. E ora, che avrebbe fatto?
Il direttore tirò un sospiro profondo. Nulla. Non avrebbe fatto nulla. Che andassero tutti al diavolo. Salamè, il Padre Priore, i giornalisti, il critico letterario, i lettori imbufaliti.
«La vita è una sola!», si disse il direttore e aprì la finestra del soggiorno.
«Sandro, Sandro!», chiamò e Sandro fece capolino dall’edicola, «È ancora valida l’offerta del brodo di cappone e dei cappelletti?»
«Glieli porto a mezzogiorno?», chiese l’edicolante.
«Se non è un disturbo per te e per tua moglie… mi farebbe piacere venire da voi a mangiarli…», azzardò il direttore.
«Orpo! Ma certo, sciùr dutùr! Che onore! Certo, saremo in metà di mille, ma dove mangiano diciotto, si mangia anche in diciannove! L’aspetto a un quarto a mezzogiorno, allora, prima della chiusura!», e la testa di Sandro scomparve tra i mucchi di riviste patinate e Settimane Enigmistiche.
Strampalario di Natale, parte terza
Corriere della sera
sabato 25 dicembre
Pinocchio è tra noi e augura a tutti Buon Natale
Il Salamé e la sua trovata natalizia (e marchettara) giunge in tempo per le strenne.
C’era una volta… Pinocchio. Ma quella è storia conosciuta.
Novità dell’anno, o meglio di questo Natale: la trovata di Dino Salamè. Il suo nuovo libro “Comete e tripudi”. Titolo eccentrico, iperbolico, al pari della fama del Salamè (anche se un collega giornalista partenopeo è del parere che un titolo così si addica di più a un negozio di fuochi d’artificio). Salamè, scrittore controverso, prolifico, sempre sulla cresta dell’onda. Lui, che si presenta da sé, come ha sempre tenuto a sottolineare, ieri sera, alla vigilia di Natale, era in una famosissima libreria del centro, per presentare la sua ultima fatica. “Comete e tripudi”, appunto, vegliato nientemeno che da tre Re Magi (viva la modestia!).
Ma che sorpresa, questa mattina, per i fan di Salamè e per chi, tra il pubblico, ha acquistato una copia del libro.
Nottetempo, chissà per quale magia, il titolo sulla copertina si è trasformato. Non più “Comete e tripudi”, bensì “Fuffa e ragnatele”. Che, tutto sommato, crediamo ben più consono al contenuto e al tenore del libro.
Finalmente, Salamè!
Hai avuto il coraggio di dichiararti. Produttore di fuffa e abbindolatore di lettori, gigione incallito, affabulatore, Narciso della carta stampata. Questo diranno di lui i detrattori.
Noi di lui diciamo: “Gran volpone”!
Siamo certi che grazie a qualche diavoleria tecnologica e tipografica, hai fatto in modo che il titolo, a distanza di poche ore dalla presentazione, cambiasse - in meglio, perché più calzante, secondo noi. Così, dopo Santo Stefano, quando riapriranno le librerie, ci sarà la fila per accaparrarsi il tuo libro. E gran volponi quelli della casa editrice Ca’ Story, primo fra tutti il direttore, che da tempo si batte perché all’editoria venga riconosciuto il grande compito morale di diffondere la cultura. A lui noi chiediamo: ne sei proprio sicuro? Con questa trovata del “titolo cangiante”, quanti soldi andranno a rimpinguare le casse della Ca’ Story, che, negli ultimi anni, ha fatto del suo cavallo di battaglia Dino Salamè. Sempre e solo Dino Salamè. L’asso pigliatutto. Il Varenne dell’editoria, tanto che tutti gli altri autori cercavano di darsela a gambe levate, se non, addirittura, venivano messi alla porta, dopo essere stati vessati dalla primadonna Dino Salamè. Direttore, Direttore, e questa la chiami cultura? Mezzucci di chi considera i suoi lettori soltanto dei gonzi… Che vergogna! Anche se, certo, riempirete i cassetti di banconote. O forse no. Chissà. E tu, Dino Salamè, hai mai pensato che, magari, per una volta, il pubblico vorrà ragionare con la sua testa? E riflettendo sul fatto che c’è chi si permette di cambiare le carte in tavola (e i titoli di un libro), forse ti ammirerà di meno e ti lascerà un poco di più nel tuo brodo. Da solo.
Come un Pinocchio in una vasca da bagno. E si sa che al legno l’acqua non giova.
Buon Natale a tutti i Pinocchi! P.B.
Continua
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