racconto
RoboZoo
Anno 2630
«'Ste sbarre laser, le ritengo un po' esagerate» osservò il piccolo Walter, rivolgendosi ai suoi genitori e mordicchiando un cubogelato al ginseng con alghette caramellate e granella di tulipani.
«Un RoboZoo non è tanto diverso da uno zoo» rispose freddamente la madre, mentre si stava fumando una digisigaretta.
«Sì però, questi AnimalMachine non mi sembrano pericolosi come i CammelCommando a tre gobbe di quei terroristi cattivoni dell'AndroQaida» insistette il bambino.
«Vedi diodino mio, essendo dei prototipi di seconda generazione, hanno dei cervelli di tipo Genesys, se non venissero preservati nelle tecnogabbie, rischierebbero di lobotomizzarsi e di conseguenza si estinguerebbero» intervenne il padre, dando al figlioletto un buffetto sulla guancia.
«Allora perché rinchiuderli e privarli della libertà? A 'sto punto, per non farli soffrire, non sarebbe meglio incenerirli con il proton?» domandò ancora il piccolo.
«Non dire stupidaggini! Piuttosto guarda quanto sono carini!» esclamò la madre, tagliando corto.
I tre componenti della famigliola, prima di terminare la visita al RoboZoo di Delta Roma, scattarono un centinaio di liquidfoto per poi pubblicarle su FaceBot.
Dannata Terra!
Era un sabato sera. Dio, con un sorriso compiaciuto e soddisfatto, osservò la Terra, considerandola la migliore creazione dell'Universo. La gestazione si era rivelata assai complessa e difficoltosa, difatti il completamento dell'Opera aveva richiesto quasi una settimana no stop, pertanto Nostro Signore ritenne opportuno un meritato riposo.
La domenica seguente, Dio si sdraiò sul trono letto e si addormentò saporitamente. E fu così che Satana, sogghignando con cattiveria e approfittando del sonno profondo del Padre Celeste, iniziò a girare e a rigirare la Terra come se fosse una palla di vetro con neve. In un battibaleno, il pianeta divenne il suo personale teatro di marionette, ove si divertiva a rappresentare trame diaboliche, "inscenando" i suicidi e "allestendo" gli omicidi.
Prima o poi Dio si sarebbe svegliato. Tuttavia Satana si prospettava di scatenargli un panDemonio dal momento che il mondo, mai al mondo, glielo avrebbe restituito.
Quindi, se in futuro si dovesse concretizzare la temuta Apocalisse, come si direbbe in questi casi? Distrutta la Terra se ne fa un'altra!
Il cannocchiale
«Comandante, stanno guadagnando terreno!»
«Terreno? Mare, semmai!»
L'ammiraglio Jonathan Denver si affrettò a estrarre il cannocchiale dalla custodia per osservare il vascello nemico a ore nove.
«Preparano i cannoni! Guardate, sull'albero di maestra sventola una bandiera pirata!» gridò uno dei marinai.
L'ammiraglio, tramite la rotella di regolazione, provò e riprovò più volte a mettere a fuoco lo strumento ottico, ma tutto ciò che riusciva a vedere erano curiose simmetrie dalle sfumature giallognole, verdognole, bluastre e rossastre.
«Accidenti!» esclamò costernato l'ufficiale, girando al contrario l'oggetto in questione.
Fu in quel preciso istante che si rese conto. In sostanza, al porto, nella fretta di salire a bordo della nave, aveva preso il caleidoscopio di suo figlio Rudolph.
Jack
Jack Daniel's - «Secondo me ti sei bevuto... il cervello.»
Giacomo Danieli - «È meglio metterci... un tappo sopra.»
Jack Daniel's - «Non sparare cazzate!»
Giacomo Danieli - «Mai, e dico mai, una volta che tu abbia risolto i miei problemi.»
Jack Daniel's - «Sì, è vero, però ti sei sempre aggrappato... a me.»
Giacomo Danieli - «Non stavolta!»
Jack Daniel's - «Ti sbagli di grosso, dato che posso aiutarti a dimenticarla.»
Giacomo Danieli - «Non voglio dimenticarla.»
Jack Daniel's - «Ma come? Non desideri obliare colei che ti sta arrecando delusione e sofferenza?»
Giacomo Danieli - «Non mi sembri adatto alla situazione che sto affrontando.»
Jack Daniel's - «Beh, considerando che quella stronza ti ha tradito con tuo cugino, con me sarà più facile, te lo assicuro.»
Giacomo Danieli - «Non ho bisogno di te!»
Jack Daniel's - «A chi vuoi... darla a bere?»
Giacomo Danieli - «Probabilmente c'è un fondo... di verità in quello che dici. Vabbè, comunque, sei stato un buon amico.»
Jack Daniel's - «Cosa significa quel "sei stato?"»
Giacomo Danieli - «Ebbene sì, perdonami, ma ti devo svuotare nel lavandino della cucina.»
Jack Daniel's - «No, ti scongiuro!»
Giacomo Danieli - «Umh...»
Jack Daniel's - «Che c'è? Ci hai ripensato?»
Giacomo Danieli - «In un certo senso sì!»
Jack Daniel's - «Ecco bravo, beviamoci sopra, anzi bevimi sopra.»
Giacomo Danieli - «Vieni bello mio!»
Jack Daniel's - «Dove mi stai portando?»
Giacomo Danieli - «Aspetta e vedrai»
Jack Daniel's - «Perché siamo finiti in bagno? Vuoi sbronzarti nella vasca?»
Giacomo Danieli - «Ho deciso di lasciarti andare nel cesso, visto che la mia vita va a rotoli.»
Jack Daniel's - «Ti prego di ripormi nella mensola degli alcolici, magari ne riparleremo tra qualche giorno.»
Giacomo Danieli - «Quali alcolici? È da una settimana che non faccio entrare più nessuno a casa mia. Com'è che non ci avevi fatto caso?»
Jack Daniel's - «Credevo di essere l'unico.»
Giacomo Danieli - «Addio Jack! E salutami il Tennessee!»
Jack Daniel's - «Nooooooooooooooooo!»
Il mercataro intelligente
Avevo da poco terminato il servizio militare e, nell'attesa di trovare un altro impiego, due volte a settimana, per trenta euro giornaliere andavo a lavorare al mercato, in ambito abbigliamento, con mio cugino Mariano e con i miei zii.
Non si trattava di un lavoro particolarmente faticoso, sennonché dovevo alzarmi alle cinque del mattino, non vergognarmi ad abbanniare, cioè a urlare per attirare l'attenzione dei passanti al fine di reclamizzare la merce esposta, e mostrare una faccia tosta nel mercanteggiare con determinate tipologie di persone, tra cui gli indecisi e gli schizzinosi.
In proposito, visto che non ero un modello di baldanza, ma soprattutto non ero competente di brand o marche, capitò un episodio memorabile.
Una mattina, un'attraente ragazza bruna, nel tastare alcuni pantaloni, mi chiese un'informazione.
«Scusami, ho notato che siete sprovvisti di jeans Inblu, quando vi arrivano?»
«Ti sbagli, guarda quanti jeans in blu ci sono lì!» le risposi strizzando l'occhiolino e indicando con la mano una delle bancarelle.
La giovane sorrise, per poi dirigersi verso mio cugino, che in quel momento stava piegando un ammasso di vestiti, e mettersi piacevolmente a parlare con lui.
Essendo una cliente fissa, non mi stupii della loro confidenza, tuttavia mi accorsi con un certo fastidio che mi deridevano a bassa voce.
Una decina di minuti dopo, Mariano mi raggiunse e, con un'aria canzonatoria, mi diede una pacca sulla spalla.
«Ehi, minchione, Inblu è un marchio.»
«Che figura!» esclamai.
«Sai cosa mi ha detto quella gnocca di te?»
«No, cosa?» gli domandai strabuzzando gli occhi.
«Quel ragazzo è bellino, peccato che è un po’ cretino.»
Loro, robot
Daniel Affleck, uno scienziato americano di fama mondiale considerato il principale punto di riferimento nel campo della robotica, con orgoglio rimase a osservare per svariati minuti i cinquecento robot schierati sull'attenti in quell'hangar segreto della Fortezza delle Scienze. Le macchine antropomorfe in tuta mimetica erano pronte per essere caricate sulle camionette dei Marines, in quanto era prevista una simulazione a Desert Brown, nel Colorado.
All'improvviso, il flusso dei pensieri dello scienziato venne interrotto da Mizuki Kurata, il tecnico e assistente di origine giapponese, appena sopraggiunto alle sue spalle.
«Queste unità ci permetteranno di vincere qualsiasi guerra, per di più con perdite umane minime, quindi vedi di non scocciarmi» affermò convinto Affleck, riaccendendo una discussione che li aveva visti impegnati la sera precedente e non senza qualche accento polemico.
«Temo che un giorno i robot potrebbero insorgere ai nostri danni» disse titubante il suo collaboratore.
«Visto che hai contribuito al Progetto Origin dovresti sapere che la loro affidabilità è garantita.»
«Hai presente l'Antica Roma? Durante la terza guerra servile, nel 71 a.C, gli schiavi via via finirono per ribellarsi tanto da formare un esercito agguerrito» espose il dottor Kurata.
«Le macchine sono impostate per obbedire, ragion per cui non potranno mai prendere decisioni» insistette il luminare.
«Ascolta, gli l'ED-209 risultano programmati proprio per neutralizzare esseri umani. Oltretutto hanno la predisposizione ad evolversi» riattaccò il nipponico braccio destro.
Il borioso scienziato, con un cenno di mano, respinse infastidito le perplessità del collega, per poi dirigersi verso le porte aperte dell'hangar. Nel frattempo, il terzultimo robot, in prima fila sulla sinistra, girò la testa e lo guardò andarsene.
Nota dell'autore: il titolo Loro, robot riadatta e rende omaggio a Io, robot, una raccolta di racconti di fantascienza di Isaac Asimov, mentre gli ED-209 si rifanno al film Robocop, invece il Progetto Origin sul videogioco F.E.A.R. - First Encounter Assault Recon ed infine la Fortezza delle Scienze omaggia una serie televisiva anime intitolata Il Grande Mazinger.
Dedico questo racconto a un amico scrittore di nome Dario De Santis, un cultore del cinema e della letteratura Sci-Fi.
Bonbon di rose
Bulgaria, estate 2009, ogni tanto rievoco quei cinque giorni. Fu la nostra prima vacanza all'estero, ove alloggiammo in un bellissimo hotel che distava a cento metri dal Mar Nero.
Amavi pazzamente il mare. Quanto desideravo che tale ardore l'avessi rivolto pure al sottoscritto.
Eri proprio una stronza, capricciosa e lunatica. Oltre a ciò, ti contraddistingueva una peculiare capacità di stroncare, oppure di non valorizzare, le mie esternazioni romantiche.
E pensare che agli inizi della relazione credevo di aver trovato in te un amore da romanzo rosa, invece ti sei rilevata di tutt'altro "genere." Nel giro di qualche anno, diventasti via via pragmatica, per di più in una moltitudine di occasioni sostenevi che dovevo piantarla con le smancerie da liceale. Ogniqualvolta me lo ripetevi, a rendere ulteriormente l'idea erano i tuoi occhi azzurri freddi, paragonabili al cielo dell'Alaska, a crucciarmi il cuore.
Adesso, i ricordi si spostano sul terzo giorno di permanenza in Bulgaria, esattamente mentre stavamo tranquillamente passeggiando tra le vie di una Sofia soleggiata. Improvvisamente, le tue tipiche oscillazioni d'umore sortirono nuovamente un effetto nocivo su di me.
«Qui si soffoca! Mi fai sentire ancor di più accaldata!» ti lamentasti, scrollando bruscamente il mio abbraccio.
Bevvi il calice amaro fino in fondo, uno dei tanti di quei quattro anni insieme. Disgraziatamente di anni se ne aggiunsero altri cinque, con la speranza di far ritornare fantastico il nostro rapporto come quello di una volta. Eh, masochismo puro!
Entrammo poi in un negozio decisamente suggestivo, rivestito da assi di legno e da tronchi d'albero. Vendevano di tutto: saponi, deodoranti, vini, biscotti, sciroppi, marmellate... articoli principalmente a base di rose. Ti comprai un paio di cose, del resto per te era tutto dovuto.
Appena uscimmo da lì, squillò il tuo telefonino. Era tuo padre che voleva chiederti come procedeva la vacanza. Approfittai di quell'attimo di distrazione per fiondarmi in quel locale "rosato" ad acquistare una carinissima scatola di caramelle a forma di rose che avevo adocchiato in un espositore. Sapendo che adoravi i dolciumi, mi aspettavo di stupirti almeno un po’.
«Perché sei rientrato?» mi domandasti, sorridendo.
«Devi sapere che i bulgari, per esprimere i sentimenti, regalano alle loro donne delle rose persino di questo tipo» improvvisai, dapprima nascondendo quel pacchettino dal fiocco rosso dietro le spalle, per poi eseguire un movimento galante per porgertelo come se fosse un mazzo di rose.
Sorpresa riuscita? Macché!
«Dai qua, va'!» esclamasti infastidita e con nonchalance mi strappasti i bonbon dalla mano per ficcarli con sufficienza dentro la tua borsetta.
Restai di sasso, i miei occhi si inumidirono. Li puntai verso il basso e nel contempo inghiottii nervosamente la saliva, mormorando un “vaffanculo" a bassissima voce.
«Sei sempre il solito!» reagisti con un tono acido come uno yogurt scaduto da tempo.
Un proverbio turco dice: «Per amore delle rose, si sopportano le spine» e, credimi, di spine ne stavo sopportando fin troppe.
Cara Agnieszka, non provo rammarico per quelle quindici lev spese, semmai mi pento di non aver preso la mira per lanciarti quel pacchettino in testa.
Alessandro Del Gaudio, "Sporchi mondi incantati"
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Alessandro Del Gaudio
Sporchi mondi incantati
Pubme - collana Milos - Euro 15 – pag. 160
Alessandro Del Gaudio fa un po’ d’ordine nella sua produzione di racconti e ripesca dal passato un po’ di storie inedite in volume aggiungendo qualche racconto nuovo che segue una cifra stilistica di taglio fantastico, quella che meglio si addice all’autore, assieme alla tematica sentimentale. Buon anno, Urbania! apre la raccolta, una narrazione che ricorda il cinema postatomico, edita dal Club Ghost nel 2004 nel libro antologico I Pionieri dell’anno 3000 … mi pare proprio che ci fosse anche un mio racconto, non ricordo bene, è passato quasi un ventennio. Altri ripescaggi dal passato sono Apopi e Mulder, che provengono niente meno che da Tonirica, un’antologia di storie fantasy ambientate a Torino (città dell’autore) edita da Il Foglio Letterario Edizioni nel 2019. Ultimo titolo che proviene dal recente passato è Ci incontreremo solo di notte, edito da Watson Edizioni nel 2022, nella raccolta Zodiaco. Altri racconti sono del 2023, nuovi di zecca, ed escono per la prima volta in questo volume edito a settembre nella Collana Milos, da Pubme: Il venditore di sidro, La stanza di Kasja e Rhum Cooler. Alessandro Del Gaudio, di professione bibliotecario, scrive da vent’anni, forte lettore di fantasy e fantastico, metabolizza a dovere il patrimonio di conoscenze narrative nelle sue storie originali, caratterizzate da uno stile asciutto e discorsivo, con dialoghi ben strutturati e descrizioni mai invasive. Tra le sue cose migliori ricordiamo la trilogia fantasy supereroistica: Metallo d’ombra, Lacrima d’ombra e Anello d’ombra, che meriterebbe una trasposizione a fumetti. Tenebra Lux, invece, è arrivato terzo al Trofeo Cittadella per romanzi fantasy, non è poco vista l’importanza del concorso. I racconti di Sporchi mondi incantati sono un biglietto da visita perfetto con cui Del Gaudio si presenta ai lettori per far conoscere un mondo onirico e immaginario dove ambienta le storie. Protagonisti dei racconti sono degli indagatori dell’incubo molto diversi da Dylan Dog, più surreali ma altrettanto affascinanti, che si affidano a deduzioni logiche da Sherlock Holmes per risolvere intrighi fantasiosi. Se amate il fantastico puro e le divagazioni oniriche le storie contenute in questo volume sono i vostri racconti.
Nnamdì Oguìke, "Non dire che non è il tuo paese"
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Nnamdì Oguìke
Non dire che non è il tuo paese
Capponi Editore - Euro 16 – pag. 280
Un libro che ha vinto il Miles Morland Writing Scholarships nel 2019, selezionato da Brittle Paper come uno dei migliori libri africani dello stesso anno. Un buon lavoro di esordio composto da dodici racconti caratterizzati da una scrittura matura che si adatta al dialetto di ogni regione africana, ben tradotti dall’inglese (lavoro non facile) da Elisa Audino, che in alcuni casi ha lasciato - come doveroso - l’espressione idiomatica originale. Ogni racconto rappresenta (come ambientazione e tradizioni) un luogo africano; si parte con il Sudafrica per passare al Madagascar, quindi Sierra Leone, Nigeria, Kenya, Uganda, Libia, Mali, Zimbabwe, per finire con due location extra continente nero come Honolulu nelle Hawai e San Paolo del Brasile. Interessante l’uso dei vari idiomi locali come il bantu, il malgascio, il kryo, lo zulu, lo yoruba (a me caro per via di Cuba), il pidgin English, lo swahili, il luganda, l’hausa, l’igbo, il berbero …. Ogni storia riflette una varietà linguistica e si propone di rappresentare uno spaccato culturale diverso, le condizioni sociali dei vari popoli e la coesistenza di gruppi etnici. Le lingue presenti sul territorio africano sono moltissime, si pensi che solo nella Nigeria le varianti parlate sono oltre cinquecento, mentre nei racconti ambientati in tale area geografica, l’autore fa riferimento ai soli yoruba, pidgin English, hausa e igbo. I dodici racconti sono uniti dal collante africano ma i temi trattati sono variegati, si va dall’amore al terrorismo, si tocca il problema della schiavitù, si mostra la bellezza del territorio africano usando parole semplici ed espressioni di uso comune, senza cercare di fare troppa letteratura. Personaggi affascinanti popolano il libro. Citiamo una donna africana che vive in una baracca di lamiera insieme ai suoi figli, una ragazza malgascia di un povero villaggio cambia la sua vita impiegandosi come cuoca ad Atananarivo, una ragazza della Sierra Leone innamorata di un pescatore non troppo sincero, un finto profeta nigeriano che si palesa un ciarlatano, una coppia del Kenia che riesce a far convivere la fede cristiana con le proprie tradizioni. Nnamdì Oguìke è un giovane scrittore nigeriano e questa sua raccolta di esordio fa ben sperare per il futuro, quando deciderà di passare al romanzo. Elisa Audino, la traduttrice, ha pubblicato in poesia la raccolta Io qui ci vivo e come narrativa il romanzo Orata in offerta. Collabora con L’EstroVerso e NiedernGasse. Ha tradotto Lola Shoneyin, Dami Ajayi e Logan February.
Le lucciole
Le lucciole, tanto belle quanto magiche con la loro bioluminescenza. Una decina di lanternine volanti piroettano di qua e di là in questa limpida serata estiva ove la campagna assume una parvenza fatata. Una lucciola si adagia sopra la mia testa per poi girare in tondo velocemente, ricreando una sorta di aureola. Il luminoso coleottero mi ricorda Campanellino, la birichina fatina alata di Peter Pan.
Altre lucciole via via spuntano dall'erba e si intensificano intorno alle mie ginocchia, fino a che tremolanti mi salutano con fervore per mimetizzarsi tra le stelle.
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