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Arte al bar: ROMERO BRITTO "Agostino"
Prima che inizi, vorrei porgervi, amici lettori della signoradeifiltri, il mio più grande ringraziamento per tutti gli attestati di stima e di apprezzamento che sto ricevendo sia in privato che in redazione.
Insieme ai miei fedeli personaggi del bar ci inchiniamo di fronte alla vostra generosità, il nostro miglior modo per ringraziarvi sarà di continuare a colorarvi la vita coinvolgendovi simpaticamente nelle nostre avventure artistiche perché... (cit. Walter Fest)... l'arte è per tutti...
Molto bene, oggi vi parlerò di un artista conosciuto grazie a due amici, Paolo e Diego, titolari di un negozio di abbigliamento casual, compagni nella vita e nel lavoro che, dopo un loro viaggio a Miami, hanno riportato l'opera d'arte che oggi andremo a descrivere, realizzata da un popolare artista brasiliano, che da anni lavora negli States, Romero Britto.
Ma prima dobbiamo aspettare che finiscano la partita a flipper, mentre il juke box di Gianni suona tutto Otis Rush, ottima colonna sonora da atmosfera perché la partita è infiammata e chi perde stasera cucinerà.
- Chi ha vinto?
- Io, il più forte, ma non hai visto come je dò de sponda?
- Ma stai zitto che sei sempre al limite del tilt!
- Chi, io?
- Dillo che non ci stai mai a perdere!
- Tranquillo, sono un buono, non la vedi la mia faccia da buono? Anche se hai perso, stasera cuciniamo insieme e non se ne parla più.
- Allora, carissimi, avete portato l'opera di Romero Britto?
- Sì, eccola.
Dovete sapere, amici lettori, che Paolo e Diego hanno 12 Jack Russell, ai quali sono affezionatissimi e così, fra le opere di Romero Britto, non hanno potuto fare a meno di scegliere questo soggetto che rappresenta un cane, ma al quale l'artista non ha dato un titolo. Io idealmente ho intitolato la sua opera e il mio scarabocchio Agostino, il cane più anziano della banda.
Il cane è notoriamente il più fedele amico dell'uomo, l'animale che prende il cuore degli umani sempre di più disumani, l'animale che non finisce mai di impartirci lezioni di vita, il suo esempio, insieme all'amore universale, quell'eterno sentimento che, senza fare distinzione di sesso, salverà il mondo, un amore che addolcisce i pensieri e disegna il sorriso, è vitale, non possiamo assolutamente farne a meno.
E tutto questo Romero Britto lo sa, lui nato in Brasile nel 1963, autodidatta. Dopo gli inizi on the road come street artist, si stabilisce negli USA a Miami per continuare e migliorare il personale linguaggio espressivo, Miami una città che sarà per lui il motore propulsivo per la sua arte.
"L'arte può farti vedere le cose in modo entusiasmante e totalmente diverso. Può darti il potere di volare" Romero Britto.
La sua grande carica interiore e il suo talento, che sprizza gioia da tutti i pori, non passano inosservati e, con il suo stile, comincia a farsi apprezzare fra numerosi personaggi pubblici dello sport e dello spettacolo. Nell'89, poco più che ventenne, disegna l'etichetta per la bottiglia di un'importante casa, e da lì, sempre in ambito pubblicitario, collaborerà con grandi marchi internazionali e le sue opere verranno esposte in tutto il mondo.
Romero Britto, grazie alla filosofia della sua arte, verrà incaricato come artista ufficiale in più manifestazioni sportive di carattere mondiale.
"Per me l'arte rappresenta la celebrazione delle cose semplici e buone della vita, le mie creazioni sono allegri veicoli per diffondere il bello e la gioia del mondo" Romero Britto.
Idealmente possiamo avvicinare l'artista brasiliano a Andy Warhol, Keith Haring, Roy Lichtenstein, nella tecnica astratta ricorda il cubismo, ma per questa volta voglio uscire dagli schemi, non definirò Romero Britto nella maniera per la quale si è affermato, un pop artista, un cubista moderno, un grafitista, un neo pop, macché, io voglio identificarlo come un "realizzatore di felicità", un vero artista senza nessuna classificazione, voglio semplicemente vederlo come un artista felice che realizza felicità, oh yes a great happy artist!!!
Non a caso, tutta la sua produzione artistica, dal formato più piccolo a quello più grande, attira l'attenzione dell'osservatore, travolgendolo e coinvolgendolo come in un cartoon. Tutti, nessuno escluso, siamo stati bambini e conserveremo per la vita, nei nostri ricordi, i colori, la spontaneità dell'essere stati, appunto, bambini. Il fumetto e i cartoni animati sono la calamita che ci attira indietro nel tempo per ricordarci il mondo della gioia, della fantasia e della spensieratezza.
I toni di Romero Britto sono felicità. Nei rossi, nei gialli, nei blu, nei verdi, nei viola e in tutto il resto della gamma dei colori pastello c'è tantissima felicità, e le linee nette, semplici, pulite, con i contorni in nero che esaltano la lucentezza delle forme, sono il lasciapassare per il mondo dell'immaginazione. Il suo essere artista realizzatore di felicità è contagioso, amici lettori, vi conviene farvi attaccare da questa malattia, lasciatevi contagiare dai colori brillanti di Romero Britto, è una malattia necessaria se volete essere felici.
Anche se quotato a livello mondiale, la produzione artistica è disponibile per tutte le tasche, la sua diffusione quasi industriale è un vero esempio di come "l'arte possa essere per tutti", una definizione che è anche alla base della mia arte al bar ed è quello che Romero Britto ha concretamente fatto a livello globale come suo stile di vita.
L'opera che abbiamo di fronte a noi ci è stata gentilmente concessa da Paolo e Diego, si tratta di una serigrafia smaltata in alluminio alta circa 30 cm. I colori mantra di Romero Britto sono quelli che devono darci il buongiorno la mattina, oppure rilassarci quando siamo arrabbiati, farci sorridere se abbiamo motivi per piangere, darci allegria e carica propositiva se abbiamo l'ennesimo esame della vita da superare, oppure farci vedere il nostro cane trasformato in un cartoon che vuole parlare con noi, ci vuole saltare addosso per dirci che pure lui è felice ma che è stanco della solita pappa, chi di voi non parla con il proprio amico a quattro zampe? I colori e le forme di Romero Britto hanno questo potere, dare voce e luce alla fantasia, quella che troppe volte ci manca, tritata come negli ingranaggi di tempi moderni di Charlot.
- Paolo e Diego, ci lasciate Agostino ancora un po'?
- Certamente, ma spero che siate assicurati sulla vita perché, se gli succede qualcosa, sono guai!
- Veramente abbiamo come guardia di sorveglianza solo Giovanna la milanese e la sua stecca da biliardo.
- Uelà, ho pure le palle eh!... (Dal fondo della sala).
- Non sappiamo se possiamo fidarci molto ma siamo buoni e facciamo affidamento sul vostro amore per l'arte.
- Tranquilli.
- Mica tanto.
- Paolo e Diego, ricordatevi che noi con la fantasia possiamo anche trasformare Giovanna in Rocky che mena cazzottoni.
- Stiamo a posto!
- Adrianaaaa!!.
E così, amici lettori del blog che vi parla come se fossimo sulla Route 66, vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo artista, andremo ancora negli States, altra tappa Chicago.
Arte al bar: LUIGI MONTANARINI Composizione "Sterlizie"
Oggi al bar è calma piatta, amici della signoradeifiltri, sono cose che ogni tanto capitano anche da noi, quelle giornate silenziose, tranquille, insonorizzate.
Gianni, da dietro il bancone, le capisce al volo e, per tenerci svegli, accende il juke box della casa. La musica la sceglie lui, ci possiamo fidare, non sbaglia mai e questa mattina abbiamo in esclusiva per noi tutto Ray Charles.
- Gianni, non male questa roba!
- Conosco i miei polli.
- Bravo, casca proprio a fagiolo, oggi volevo parlarvi dell'opera di un artista italiano, Luigi Montanarini, e mi serviva un interlocutore o una interlocutrice frizzante.
- La vuoi pure briosa? (Michele il tappezziere.)
- (Giovanna la milanese)... Oh! Artista da strapazzo, scrittore mezza cartuccia che non sei altro, io ti ho dato la dritta ma per il resto non pensare a me che di arte non ci capisco un casso, se vuoi parlare con qualcuno, prova con la sartina, eccola là.
- La sartina?
- Ma sì, la Francesca, la ragazzina, la giovane stilista, ma sei proprio di coccio, questa estate mi ha disegnato ed elaborato quel paio di shorts che tutti voi sporcaccioni mi guardavate le chiappe!
- Ehhhh!!! (Tutti in coro.)
- Beh, me li aveva fatti a mano la Francesca, è in gamba la ragazzina, mica come voi lazzaroni!!...
- Francesca, se ti offriamo la colazione, rimani a parlare di arte con noi?
- Certamente, chi paga?
- Dai, tranquilla, offre la ditta, ma dopo me lo cuci un bottoncino, ino, ino, tu che con ago e filo in mano hai le mani d'oro?
- Sì, Gianni, con piacere.
Luigi Montanarini (1906-1998), artista fiorentino ma romano per volere del fato, sin da giovane l'arte del disegno è nel suo cuore, nel suo animo, nel suo sguardo rapace e curioso di scrutare la realtà e di rappresentarla attraverso le linee e le pennellate.
E sin da giovane vuole anche trasformare il mondo in colorata poesia. Gli Uffizi sono casa sua, ne detiene le chiavi d'accesso, conosce il linguaggio e la parola d'ordine per entrare, passione e amore per l'arte. Poco più che ventenne visita Parigi in quel periodo storico baricentro dell'arte europea; al ritorno s'iscrive all'accademia di belle arti, che per lui è come andare al fronte, una battaglia artistica dietro l'altra con la realtà da disegnare.
Lui, con gli strumenti in mano, vuole raffigurare le cose della vita come sue modelle schiave del suo talento. E' talmente appassionato che studia e disegna l'anatomia, intanto la matita scorre amorevolmente come la poesia di Omero, e lascia indelebili segni nella sua anima, che è un tutt'uno con le sue mani. Se avesse potuto scegliere, avrebbe scelto di essere partorito già con la matita in mano.
Ormai maturo si trasferisce a Roma, altra città dove da sempre si respira arte e che in quel momento sta per diventare la fucina, l'officina, la fabbrica degli artisti italiani, e Luigi Montanarini ne sarà fra i protagonisti.
Dopo la guerra, l'arte ha il potere di reagire al dramma, nessuno restituirà l'umanità persa ma l'arte può lenire il dolore e colorare il passato, a Roma nasceranno movimenti nuovi che faranno la storia dell'arte e, dalle ceneri, gli artisti sfonderanno nuovi orizzonti.
Dopo gli eventi bellici per oltre 50 anni Montanarini ha lavorato incessantemente per l'arte, era il suo modus vivendi, il suo contribuire alla ricostruzione della cultura, è stato un insegnante, un leader carismatico e, per l'esperienza maturata, un'autorità artistica importante e rappresentativa.
- Sai, Francesca, che questo artista lo possiamo paragonare a tua nonna che ti ha insegnato l'arte del cucito? Gli anziani hanno il compito e la responsabilità di insegnare ai più giovani le arti, soprattutto in questo periodo storico ultra moderno nel quale si rischia di perdere di vista ciò che è artigianale.
Luigi Montanarini era un artista nato agli inizi del '900 e, nel corso della sua esistenza, aveva accumulato un grande bagaglio di esperienza che mise sempre al servizio dei più giovani, proprio come te. Se lui ora fosse qui, ti direbbe di inseguire con entusiasmo le tue ispirazioni, di lavorare sodo per guadagnartele e di non arrenderti mai perché prima o poi avrai anche tu la tua opportunità, solo lavorando, sacrificandoti se necessario, raggiungerai l'obiettivo delle tue realizzazioni.
- Magari, ci spero proprio, fare la stilista è quello che amo di più.
- Sei fortunata, perché predisposta per natura e, grazie a tua nonna, hai ricevuto per discendenza il suo talento. A proposito di natura, vogliamo parlare dell'opera del nostro artista?
- Sì, non vedo l'ora.
- E' un'opera del 1948, un olio su tela nel formato 80x60, un astratto informale il cui titolo è "Sterlizie", una pianta molto colorata originaria dell'Africa meridionale.
Nella composizione l'artista ha creato una forma geometrica armonica, i toni di colore ricordano il cielo, il mare, la vegetazione, il calore della terra di provenienza. Le pennellate sono veloci, istintive, non c'è casualità perché nell'azione pittorica prevale la passione dell'artista, che rende dinamica l'immagine scomponendla in astrazione moderna.
L'artista, nel corso del suo lavoro, ha sperimentato la sintesi delle forme e, in questo caso, attraverso la sua pittura quasi grezza, primitiva, ha voluto anche rappresentare il lato naturalistico e selvaggio del continente africano. Nell'opera dai colori equilibrati staccano in alto i due fiori dai petali rosso acceso che, vibrando, illuminano la scena, emozionando l'osservatore.
- Questa composizione sarebbe un bel texture per un abito lungo estivo.
- Brava, Francesca, vedi come l'arte può essere messa in relazione con la moda?
- Vorrei sognare.
- Certo che puoi, sognare ad occhi aperti significa pensare, immaginare, studiare nuove forme, tutto ti porterà, sperimentando, alla ricerca dell'originalità che poi è lo stimolo, la molla della creatività. Devi sognare, ragazzina, e a te fortunatamente non costa fatica.
- Ohhhh... mi si è fatto tardi... devo lasciarvi... Gianni, il bottone te lo cucio più tardi...
-Tranquilla, tengo la camicia più aperta così metto in mostra il mio fascino!
Dal fondo della sala qualcuno fa... pprrrrrrr!!
Non fateci caso, amici lettori del blog che è serio ma a volte ci piace giocare, il nostro bar è un covo artistico anche di burloni, lasciamo che Francesca, la giovane stilista, vada al lavoro, le auguriamo che realizzi presto i suoi sogni, noi rimaniamo ancora un po' in compagnia dei colori di Luigi Montanarini, prenderemo un bel caffè e vi aspetteremo per il prossimo appuntamento. Siete mai stati a Miami? Sarà ancora un gran piacere parlare di arte insieme a voi.
Arte al bar: SALVADOR DALI' "La persistenza della memoria"
Bentornati amici lettori, bentornato autunno, scusatemi se, affermando che il tempo passa in fretta come un lampo, dirò una cosa banale, l'estate sembra così lontana, oppure così vicina, e Natale, con le sue festività belle, non pare così distante, forse dipenderà dalle nostre sensazioni ma, mentre ci interroghiamo, et voilà, eccoci arrivati come una folata di vento nella stagione della caduta delle foglie. E se, invece, quella sensazione dentro di noi che ci fa sentire così vicini o, al contrario, lontani i ricordi fosse questione di memoria?
Pertanto qui al bar oggi parleremo di qualcosa in relazione con il tempo che scorre e lascia nella nostra mente come un hard disk, il più potente del mondo, il nostro cervello, un'infinità di dati. Vi presenterò Salvador Dalì.
Ritengo, sperando di sbagliarmi, che i giovani lo conoscano molto poco, le nuove leve per lo più seguono le mode del momento e possono ricordare vagamente la sua arte, chissà, se sapessero che Salvador Dalì è stato l'ideatore del logo della Chupa Chups, che direbbero? Non ve lo aspettavate, eh?!
Molto bene, ecco arrivare la mia amica Dalia, accompagnata da Umberto, il tranviere in pensione.
- Salve, ragazzi, (in due hanno circa 150 anni ma, essendo ancora giovani nell'animo, possiamo chiamarli senza problema "ragazzi")... Umberto, tu con il tempo avevi un bel rapporto.
- Sì, la puntualità.
- E tu, Dalia?
- Anch'io, ora sembra che vada di moda arrivare tardi.
- Il mio tram arrivava sempre puntuale al capolinea.
- Umberto, bei tempi vero?
-Sì, certo, il tram faceva un tal rumore di ferraglia però era bello e non inquinava, profumava di legno e umanità, spero, prima di morire, di vedere circolare per le nostre strade un tram a energia solare e, perchè no, anche il fiume navigabile!
- Gianni, nel caffè che gli hai messo?
- Ho fiducia nei giovani, sapranno inventare per la collettività mezzi di locomozione moderni, senza curarsi del business ma solo della pubblica utilità.
Umberto, sotto i suoi splendidi baffoni, parla con passione e con la saggezza di chi ne ha viste e passate tante. Dalia lo guarda con gli occhi, come dire, interessati, che fra i due ci sia teneramente della complicità? Lo scopriremo la prossima volta? Chissà? In effetti, il vero amore non ha età.
Salvador Dalì, (1904 - 1989), spagnolo, bizzarro, stravagante, eccentrico, egocentrico, star surreale del movimento dei surrealisti, personalità fortemente al confine fra realtà e follia, talmente bravo da passare dalla pittura alla scultura alla scrittura alla fotografia alla tecnica cinematografica, in una parola sola, un genio dell'arte.
- Dalia e Umberto, l'opera che abbiamo ora davanti è La persistenza della memoria, ma proviamo a dimenticarci del titolo, immaginiamo di non saperlo, non voglio farmi condizionare e facilitare la descrizione, proviamo a guardarlo usando la nostra fantasia. L'opera è di piccolo formato, un olio su tela 24 x 33, solo pochi centimetri più grande di un normale foglio A4, eppure sembra molto più grande, le forme dipinte vanno in fuga verso un orizzonte lontano e sconfinato che fa allargare il campo visivo allontanandolo fino al nulla. All'orizzonte solo silenzio, non si muove una foglia, in un quadro così piccolo l'artista ha simboleggiato l'enormità dell'esistenza, una velatura d'azzurro attira lo sguardo ma viene sovrastata dal marrone intenso della terra e dagli arancio misto all'ocra di tutto il resto inquadrato, c'è un tourbillon di forme ma tutto sembra essersi fermato. Dal basso dell'opera dà il via il primo degli orologi, chiuso a pendolo color rosso pomodoro, è fermo, ricoperto dalla danza delle formiche come una schematica confusione che permane nei nostri pensieri, sul tic-tac del tempo che passa da un orologio chiuso a pendolo all'altro con sopra la mosca che è meglio lasciarla in pace, ferma sulle lancette del quadrante stondato nella forma, fuso e deformato sul bordo della struttura geometrica, wow!... Che pathos!... Tutto è fermo, tutto è in straordinariamente in movimento, ecco che dall'albero celeste, tinto di luce riflessa, si sporge l'unico forte ramo a sostegno del terzo orologio squagliato come una musicassetta lasciata in macchina negli anni '70 sotto i raggi del sole di agosto, totalmente arreso e proteso verso una scogliera a picco fra mare e cielo, e io che la guardo come in un sogno dalla cima come Icaro vorrei librarmi in volo, tornando indietro nel tempo per rivedermi quando, bambino, correvo con una bicicletta senza freni. Sotto l'albero, sulla nuda terra, rimane l'ultimo orologio sciolto sopra una forma incompleta, di colore bianco, somigliante a una fronte umana, un occhio, un naso appena percettibile, nella la materia tutto sfumato come un labile pensiero. Abbiamo dentro la nostra testa un orologio che scandisce il tempo, segna il passare dei ricordi nella mente che spazia senza limiti, superando la barriera dei giorni, degli anni, per noi con la nostra mente, che, nel sonno, giocherella nel sogno fra visioni al di fuori della nostra volontà. Davanti a quest'opera potrei sognare di andare dritto verso l'orizzonte di Dalì e salire su una nave, oppure di andare dietro la scogliera per correre con la mia bicicletta, chiudo gli occhi provo ad immaginare.....
BOING!!... Un rumore sordo, assomigliante a legno su legno, qualcosa mi rotola vicino spezzando l'incantesimo.
- Uè, pirla, per favore ridammi la pallina!
Azz! E' Giovanna la milanese che gioca a biliardo!
- Forza, che aspetti! (Sibilando con autorità.)
- Veramente, stavo parlando di Salvador Dalì
-Salvador Dalì... ah, e chi è?
- Dai, dopo te lo spiego
Le porgo la pallina che, con un colpo maldestro, Giovanna aveva fatto saltare fuori del biliardo.
- Giovanna, vedi, potresti considerare Dalì un sognatore del passato
- Un sognatore del passato?... Ma va' a dà via i ciap, parlate invece di Luigi Montanarini, un artista mio vicino di casa, me piaseno un sacco i suoi colori.
- Non la possiamo contraddire, può diventare pericolosa, se si innervosisce preparerà per tutti una torta da 16 kg.
- Ehi, Giovannona, senti che ti dice Umberto... andiamo insieme alla Dalia al club dei classici a sentire un po' di musica classica?
- Posso portare il sigaro spento?
- Certamente, basta che non ti addormenti.
- Umberto, stai manzo, ronfo solo davanti alle partite della Juve.
Amici lettori del blog che piace ad ogni latitudine, vi lasciamo, mentre i nostri "ragazzi", Dalia mano nella mano di Umberto e sottobraccio a Giovanna la milanese, vanno a sentire Mozart. Vi salutiamo, ringraziandovi torneremo a breve per un prossimo incontro sempre qui al bar da Gianni.
“Il disegno è la sincerità nell'arte. Non ci sono possibilità di imbrogliare. O è bello o è brutto.”
SALVADOR DALI'
Arte al bar: HOKUSAI KATSUSHIKA "La grande onda di Kanagawa"
Amici lettori, di questi tempi quanti di voi non vorrebbero iniziare a preoccuparsi di acquistare libri scolastici nuovi o usati per il ritorno a scuola dopo la pausa estiva?Succederà per molti ma non per tutti, e così vogliamo rivolgere un bell'augurio di buon ritorno a scuola per tutti gli studenti.
Io e il vostro blog antistress siamo qui, seduti al nostro caldo bar del mio amico Gianni. Vedo intorno a me gli ultimi bagliori della stagione e, per rimanere in tema, oggi vi parlerò di un grande artista giapponese e della sua opera, sicuramente la più famosa, La grande onda di Kanagawa.
E' un'opera che dovrebbero conoscere tutti, o forse no? Proviamo a chiedere a qualcuno.
- Aristide, la conosci la grande onda di Hokusai Katsushika?
- Sì, l'ho saputo, Mario l'ha portata in officina l'altro ieri per cambiare le candele.
Credo che Aristide abbia equivocato. Mi guardo intorno, ora provo con Michele il tappezziere.
- Michele, conosci la grande onda?
- Macché, neanche so nuotare!
Dal fondo della sala... - Prova a chiedere al fisioterapista..
Alessandro, il fisioterapista, sta leggendo il Corriere con la tazzina del caffè in mano, ha captato che lo sto per interpellare, posa il giornale e, con sguardo furbastro, mi guarda.
- Certo che la conosco, mi piace pure, ne tengo una copia incorniciata in bagno.
- In bagno? Perché? La dovevi appendere all'ingresso (Sara la postina.)
- Ma ci sono pochi colori (interviene Paolo l'elettricista.)
- Scusatemi, ma il giapponese, quando l'ha vista, non si è messo paura? (Saverio il gommista).
A questo punto La grande onda di Kanagawa interessa a tutti e Gianni dal juke box lancia la compilation dei Santana.
Qui al bar, alla fine tutti esprimono un'opinione prima di recarsi alle proprie faccende quotidiane, rimane con me solo Roberta la scrittrice, che viene dal mare di Ischia.
- Secondo me, in quest'opera c'è molta poesia.
- Roberta, ma sai che hai ragione?
Hokusai Katsushika è stato un grande artista giapponese (1760-1849), pittore e incisore che ha fatto delle sue rappresentazioni grafiche pura poesia a colori. Era anche un grande compositore di Haiku, uno stile poetico racchiuso in pochi versi, forse proprio per questa ragione la sua arte era così bella nella sua semplice razionalità.
Nel periodo storico del nostro artista l'incisione e la stampa erano tecniche molto diffuse che facilitavano la riproduzione in serie. L'arte giapponese, proprio per questo, insieme alla sua essenzialità decorativa, influenzò in particolar modo i pittori parigini di fine '800, tra i quali Manet, Toulouse Lautrec, Van Gogh, Monet, Degas, Renoir, Pissarro, Klimt. Grazie all'arte aumentarono gli scambi commerciali fra Europa e Giappone che, a sua volta, importò l'uso della fotografia, la conoscenza di nuove materie pittoriche e diversi metodi di stampa.
Possiamo considerare Hokusai Katsushika un artista/artigiano, perché la sua produzione artistica era per metà inventiva. Per l'altra, attraverso il costante utilizzo di strumenti tecnici, e grazie alla manualità richiesta nella realizzazione delle stampe, la sua opera era paragonabile al lavoro svolto da un classico artigiano. Hokusai, mente e cuore da artista eclettico, tirò fuori una quantità di grandi opere artistiche fino all'ultimo dei suoi giorni.
«Anche se fantasma me ne andrò per diletto sui prati d'estate» (Haiku scritto sul letto di morte da Hokusai, 1849)
- Roberta, hai ragione, perché tu hai il dono di natura del saper scrivere con la poesia nel cuore e nella mente il profumo e i colori del mare, perciò sai comprendere bene la musicalità delle immagini.
In questa scena sono protagonisti il mare, i marinai in barca e il vulcano sullo sfondo, quindi l'essere umano, coinvolto in un confronto di odio/amore con la potenza di più fenomeni naturali, l'eterna miscellanea acqua-aria-terra-fuoco che genera una poesia fatta di dramma e speranza.
L'opera è di piccole dimension, circa 26X38, ma l'effetto visivo è di grande impatto, il monte Fuji in lontananza, visto in prospettiva con l'onda in primo piano, sembra far aumentare il formato dell'opera. L'onda esprime una tale energia, dalla quale sembriamo venire travolti insieme ai pescatori nelle barche, stesi supini per non farsi sbalzare fuori dall'imbarcazione.
L'opera è composta di pochi colori, il bianco della schiuma gassosa, il blu, il celeste del mare, il marrone delle barche, un avana spento del cielo fra la nebbia alzata dalla tempesta. Colori semplici ma estremamente puliti, il tratto delle linee è così elegante che non fa avvertire un senso di paura ma bensì il piacere della visione delle forme, con una chiara indicazione al rispetto che va tenuto verso la forza e l'impeto della natura. Una danza naturale sulle note dell'acqua, curvata nella sua potenza, vaporizzata in minuscole particelle per poi fondersi e ricominciare il moto: l'uomo non potrà mai vincerlo ma solo saperci convivere.
- Roberta, guarda l'oscillazione irrefrenabile delle onde che dondolano le imbarcazioni, osserva le bolle d'aria e gli schizzi d'acqua che si muovono in alto e in basso e poi dimmi se non ti viene voglia di ballare, di seguire con le braccia e con le gambe il moto delle onde che si alzano e si abbassano. Idealmente prova a sentire il fragore dell'acqua, immaginando il rollio ritmato del suono della batteria. Hokusai Katsushika ha reso questa immagine dinamica come una melodia musicale un po' rock, un po' blues.
- Sì, mi sto muovendo a passo di musica, è molto... non mi viene la parola.
- Roberta, non servono parole, facciamoci cullare dalla fantasia, questa è poesia, la musica è poesia e la rappresentazione pittorica ha il potere di fermare negli occhi ogni immagine.
La grande onda di Kanagawa è una xilografia, quindi, da un disegno originale, l'immagine veniva riportata su una base in legno, mediante incisione e, dalla stessa, venivano realizzate numerose copie colorate con più passaggi di inchiostro su carta fatta a mano. Varie copie sono esposte in molti musei di tutto il mondo.
Io e Roberta, la brava scrittrice che viene dal mare di Ischia, stiamo continuando a ballare sul sound della grande onda di Kanagawa, nel bar non c'è nessuno, solo noi e Gianni il barista, che sta fumando la sua sigaretta seduto fuori, mentre ci guarda e sorride sornione. Non ci prende per matti, ormai ha capito il senso e la ragione dell'arte, quella di farti sognare e godere di mille emozioni.
Amici lettori della signoradeifiltri, se volete, provate a ballare anche voi pensando alla musica del mare, vi lasciamo con questa immagine negli occhi e vi aspettiamo al prossimo appuntamento, sempre qui al solito bar. E' stato un piacere parlare di arte con voi.
Arte al bar: BANKSY "La Madonna con la pistola" di piazza Gerolomini
Eccoci, amici della signoradeifiltri, uno dei miglior blog cultural pop, per un nuovo appuntamento artistico di strada.
Proprio per questo mio modo estemporaneo di parlare di arte on the road, oggi descriveremo l'opera di un artista velato da un alone di mistero, attraverso il quale si è reso celebre come elemento di spicco della street art.
Vi descriverò la Madonna con la pistola, opera di Bansky, a quanto pare l'unica realizzata in Italia, precisamente a Napoli.
Banksy è un artista dai mille volti perché in realtà non ne ha neanche uno, voglio dire che esiste ma non si vede, eppure appare su muri e luoghi di tutto il mondo, messaggia ad arte e, come un fulmine, spunta fuori come un tweet, come un wuozap, come un msg, lasciando segni e segnali artistici, ma anche spunti di riflessione. Forse la sua forza è proprio quella di non apparire, magari è questo il vero senso dell'arte, quello di non apparire ma di far gioire e riflettere.
Ma oggi tutti sono allo stadio, qualcuno alla sagra della ciliegia, altri a spasso con il cane, Bice e Alice come al solito, a rapporto con i gatti, gli studenti sul muretto e perciò, amici lettori, essendo rimasto solo, parlerò di Banksy con il mio amico barista Gianni, anche perché sia io che lui abbiamo già avuto la fortuna di un incontro del terzo tipo con l'artista.
- Gianni, vogliamo raccontare ai nostri lettori come è andata con Banksy l'ultima volta che lo abbiamo incontrato?
- Certo, è stata un'occasione unica, talmente unica che nessuno ci crederà.
- Vabbè, proviamoci, ho con me la registrazione audio di quell'incontro.
- Sentiamola... lo vuoi un caffè al marron glace?
- Mmh... non ci sarebbe uno spuntino al panetton?
- Ho capito, ti porto tutte e due, dai, inizia che arrivo.
Questa è la registrazione audio della diretta effettuata il giorno 16 insieme all'artista Banksy che ci ha fornito il resoconto della realizzazione di questa Madonna con la pistola.
ON AIR
- Signore e signori, sto aspettando Banksy, dovrebbe arrivare a momenti, nel nostro ultimo contatto telefonico ci siamo accordati che, per riconoscerci, faremo entrambi come "parola d'ordine" il gesto delle corna e, quando gli ho chiesto perché proprio quello, mi ha risposto che lo aveva imparato a Napoli.
Quì al bar siamo tutti in febbrile attesa, passiamo ai raggi X gli avventori, tutti si muovono ma nessuno alza il braccio per il fatidico gesto. Eccolo, forse è lui, entra un capellone dinoccolato, no prende un gelato. Forse ora è lui, barba, aria da intellettuale, sguardo vanesio, flop, chiede una bomba alla crema con un cappuccino. Questa volta ci siamo, alto, magro, calzoni strappati sporchi di vernice, si siede, accavalla le gambe aprendo un giornale sportivo, disdetta, chiede un panino con la mortadella... è da un'ora che siamo qua, sta tardando all'appuntamento, manco fosse uno di noi. Ma ecco che un signore molto distinto sulla cinquantina, profumato alla francese, giacca e cravatta, scarpe lucide a specchio, ci fissa negli occhi, ci fa le corna e, con estrema sicurezza, si avvicina. Signore e signori Bansky è qui da noi in persona!
- Benvenuto fra di noi, sig. Banksy.
- Grazie a voi per avermi invitato.
Lo ammetto, è stato un vero colpo di fortuna, mi sono fatto raccomandare da Totonno Squagliarella, un amico napoletano di Gianni il barista.
- Signor Banksy, le dispiace se parliamo in romanesco?
- Of course, boy, perché no?
- Mòrto bene.
- Ah, me dispiace, quanno è successo?
- Ma cchè!?
- E' morto Bene
-Ma noo, Banksy, hai capito male, mòrto bene nel senzo dialettale, molto bene, và tutto bene!!!
- Vabbè.
- Signor Banksy, se potemo dà der "tu"?
- Manco me lo devi chiede, ma sbrigamose che devo pjà er treno pè Forcella (noto quartiere di Napoli).
- Senti n'pò, ma nun te sei stufato de rimanè nell'anonimato? Nun vai mai sulli giornali, né te vedemo mai n'tv, nun strilli mai ai talk show!
- Ma che stai a dìì, me sto a divertì come n'matto, semo io e l'amici mia, giramo er monno, vivemo ner mistero, nisuno ce rompe li...(bip)... semo libberi, capisci er significato, totalmente libberi!
- Banksy, ma nun cori er rischio che nisuno te capisce?
- Ma che te posso dìì, l'arte è na cosa che dà piacere, poi ognuno la pò capì come je pare.
- Banksy, ce racconti come t'è venuta l'idea de diventà n'writer?
- Ve la dico n'confidenza, me riccomanno accqua n'bocca!
- Tranquillo, saremo come li pesci rossi.
- Rossi?
- Sarebbe mejo pure n'pò gialli ma lassamo perde.
- Vabbè, stateme a sentì come è annata la faccenda, tutto è nato perché m'ero stancato de dipinge, nisuno me pagava, la critica me snobbava, er gallerista nun me telefonava e così pè nun cascà nella malinconia scelsi de cambià vita, ho lassato tele e pennelli e n'cominciato a girà er monno alla ricerca de na bona ispirazione, finché n'ber giorno ho ricevuto l'illuminazione. Me trovavo a spasso pe li vicoli de Napoli quanno, attirato da n'aroma forte, so entrato dentro a na pasticceria. Na bella mora dietro ar banco me fece magnà no babà, poi n'artro e n'artro ancora, 16 alla fine ne mannai giù, poi sempre la bella me disse: "La vulite assaggià nu poco e' pastiera?" Nun l'avessi mai fatto, me ne diede n'chilo e mezzo e pe finì n'bellezza Armando me fece pure tre caffè!!! Escì dar locale che stavo n'estasi, camminai, camminai felice e soddisfatto, e così, n'preda alla felicità, chiesi n'prestito a n'regazzino la bomboletta cò la quale stava a vernicià la bicicletta, pe nun sporcà dar fornaro me feci dà n'cartone, che ad arte ritagliai pè usallo come stencil, ero felice davanti a n'muro bianco de fianco a l'edicola cò la Madonna e er bambinello n'braccio. Su quer muro grezzo arifeci la Madonna a modo mio e fu così che lassai er pennello pe sta nova forma d'arte illuminata dalli lampioni delle strade.
- Banksy, daje, parlace ancora de st'opera fatta sur muro napoletano.
Stateme a sentì, l'arte è na cosa semplice, basta n'muro, n'segno, na sfumatura e poi lassà n'messaggio, l'arte è pe tutti, nisuno escluso, deve esse come l'aria che respiri, l'arte è nella vita stessa e nun ne poi fa a meno, si la levi rimane er nulla, certo devi esse rispettoso, un muro voto lo devi rende bello, nun poi esse 'gnorante e vòrgare. La vedi stà Madonna? E' stato n'segno de dorcezza ar popolo che tutti i giorni passa pe le strade, questa è la filosofia mia, insieme a peace&love ce vole pure la dolcezza, tutto er monno dovrebbe esse dòrce come nu babà.
Finita l'opera sur muro de Napoli, nisuno se ne accorse, solo na vecchiarella me calò da na finestra n'cestino cò na cordicella e me disse: "Signurè, la vulite na sigaretta?"
"Veramente preferirei un pò di dolcezza" risposi, allora la vecchiarella calò dei biscotti fatti a mano e mezzo fiasco de vino rosso e da allora diventai n'writer, giro de qua, de là, quanno vedo n'muro voto me pja l'ispirazione e l'arte trova casa n'mezzo alla strada.
- Signor Banksy, "Peace & love" va bene, ma allora perché la pistola sopra la testa della Madonna?
- Ma allora sei de coccio! La pistola l'ho messa lì proprio n'direzzione de la Madonna, quella vera e venerata dai napoletani, giusto ad indicare la direzzione della fede, cioè er birbante la finisce de esse violento e riprende la giusta via, tutti abbiamo una mamma anche i birbaccioni e chi cjà mamma nun trema nun lo sapevi?
- Banksy, mi sembra che er discorzo nun fà una piega.
- Appunto, l'arte e l'amore vincono sulla violenza e sull'ignoranza.
E' a questo punto che Banksy interruppe la sua conversazione. Bice e Alice amanti dei gatti, che erano rimaste in ascolto ma noi non ce ne eravamo accorti, esclamarono in coro ..."Sì, però se non se la pianta di disegnare i topi, uno di questi giorni gli sguinzagliamo tutti i nostri gatti ,eh!"
Banksy rise come un matto, s'infilò sulle spalle un mantello nero di lamè che non si sa da dove era uscito fuori e, con un "puff", entrò in una nuvoletta bianca che sembrava dipinta a mano, sparendo come un sogno dalla nostra vista, fine della registrazione.
- Gianni, che ne dici?
- Dico che non te ne sei accorto e hai spinto sul registratore "Reset".
- E adesso?
- Ti dovrei dire quello che ha risposto la sora Lella a Carlo Verdone, hai cancellato le prove dell'incontro con Banksy e adesso te la pìì n'der cu...
- Vabbè, però teniamo sempre la fantasia!!
- La fantasia? Boh? Se lo dici tu!
- Sai la prossima volta con la fantasia dove ce ne andiamo?
- Dove andiamo?
- In Giappone....
- Ma in Giappone come faremo senza caffè, berremo solo il sakè?
- Tranquillo, portati una scorta di fantasia e vedrai che non rimarrai senza il tuo caffè.
Amici lettori della signoradeifiltri, preparatevi ad allacciare le cinture di sicurezza della vostra fantasia, la prossima volta andremo ad incontrare una famosissima opera di un grande artista Giapponese. Io e Gianni il barista vi ringraziamo, vi salutiamo e vi aspettiamo per la prossima puntata dell'arte al bar.
«L'opera di Banksy in fondo a Park Street affascina molto mio figlio di cinque anni e ci passiamo davanti quando andiamo a scuola e al ritorno. Ha tante domande, soprattutto che iniziano con la parola 'perché...?' [...] La mia opinione è che l'arte di strada ha la capacità di suscitare una reazione in tutti noi, indipendentemente dall'età.»
Paul Goghi
Arte al bar: GIOTTO "Approvazione della regola"
Oggi, amici lettori della signoradeifiltri, faremo un salto indietro nel tempo, bentornati alle nostre pagine artistiche.
Qui al bar la situazione è tranquilla e radiosa, grazie ai cambiamenti climatici l'estate sarà ancora lunga, chissà che un giorno potremo andare a Natale al mare. Scherzi a parte, oggi vi porterò nel 1300, pertanto, per andare così indietro nel tempo, ho deciso di farmi accompagnare da Katia, una giovanissima cassiera del supermercato: pettinatura alla moda, trucco e tatuaggi, bigiotteria varia indossata un po' dappertutto, avrete capito dove. Molto bene, non ci resta che iniziare.
- Katia, lo sai chi era Giotto?
- No, però a scuola avevo l'astuccio con le sue matite e i pennarelli.
- Uelà, tontolona, possibile che non sai chi è Giotto? (E' Giovanna la Milanese dal fondo della sala.)
- Un nuovo rapper?
- Walter, lasciamola a cappuccino senza zucchero e cornetti integrali per una settimana!
- Giovanna, dobbiamo essere buoni, non è colpa loro se sono nati in un'altra epoca.
- Sarà, ma a me questi giovani sembrano tutti un po' fuori di testa.
- Forse per le nuove generazioni l'arte può sembrare qualcosa di antico, qualcosa di difficile da capire, come per noi è difficile capire loro, Katia. Giotto era un artista che ai suoi inizi era molto più giovane di te, il Medioevo è stato un periodo storico alquanto controverso e la vita di tutti i giorni di quell'epoca non era vicina per nulla ad un modo di vivere ragionevole per come possiamo intenderlo noi.
Della vita di Giotto, nato a Colle di Vespignano intorno al 1267, non sappiamo molto ma la scintilla che ha innescato la sua arte è stato l'incontro con Cimabue, il maestro che, nella sua bottega, insegnò il mestiere dell'artista al giovanissimo allievo. Alcune leggende, diremmo metropolitane, narrano che Cimabue si stupì della bravura del ragazzino quando, su un sasso, disegnò le pecore al pascolo, oppure quando il maestro cercò di scacciare una mosca da sopra una tela dipinta da Giotto.
- Però, era bella la vita a quell'epoca, niente scuola, aria buona, cibo genuino...
- Katia, eravamo sempre nel medioevo, il mezzo di locomozione era il carretto e il cavallo, non c'era l'illuminazione elettrica, né il telefonino, i talk show, le automobili, il w.c., e mi fermo qui perché la vita di allora non era propriamente bella e comoda, però l'arte era tenuta molto in considerazione, possiamo dire che era la televisione di quei tempi.
Giotto in breve superò il maestro e il suo talento fece rapidamente il giro d'Italia. Come in moderno passaparola, la sua figura assumeva un'importanza enorme e la sua presenza veniva richiesta da più parti, troviamo le sue magnifiche opere nella basilica superiore e inferiore di Assisi, a Roma ai tempi di Papa Bonifacio VIII, a Firenze, a Rimini, a Padova, a Napoli, Bologna, Milano.
- Anche senza l'aeroplano ha girato molto l'artista, eh!
- Sì, Katia, e questo suo spostarsi di città in città è stato fondamentale per la storia dell'arte nazionale perché, con il suo stile innovativo, ha influenzato ed è stato di esempio per tutta l'arte e gli artisti dell'epoca.
Ora, nell'ammirarla, sembra arte semplice, facile, quasi ingenua, invece Giotto era un artista modernissimo che, grazie al suo lavoro, rinnovò tutti i concetti utilizzati fino a quel momento. Di fatto anticipando il Rinascimento, stravolse la costruzione di un'opera introducendo l'uso della prospettiva. L'immagine non era più piatta ma aveva un effetto tridimensionale, la sua scena non era più solo simbolica ma diventava realistica. In età avanzata, grazie all'enorme esperienza artistica accumulata, divenne anche architetto e la sua opera maggiormente conosciuta è il famoso campanile di Giotto, torre campanaria della cattedrale di S.Maria del fiore a Firenze.
“Nel detto anno (1334) (...), si cominciò a fondare il campanile nuovo (...) di costa a la faccia della chiesa in su la piazza di Santo Giovanni (...) e proveditore della detta opera (...) fue fatto per lo Comune maestro Giotto nostro cittadino, il più sovrano maestro stato in dipintura che si trovasse al suo tempo (...)”
(Giovanni Villani, Cronica)
- Ma, Walter, in quel periodo non avevano altri divertimenti?
- Katia, in un certo senso non sapevano che fosse il tempo libero, però, in ogni caso, si divertivano anche loro in tanti modi. Esistevano varie classi sociali ma il divertimento per tutti era assicurato, furono perfino gli antenati inventori del gioco del calcio, e poi giullari e saltimbanchi animavano le piazze, beh, io magari sarei stato proprio un grande giullare non trovi?
- Il principe dei giullari!
- Grazie del complimento Gianni. Senti, che ne dici di mettere un po' di musica? Dai, accendi il nostro jukebox.
- Ce l'hai l'ultima dei Ramones?
- Dalia, ma allora siamo proprio rimasti al Medioevo! Forza, adesso è meglio che andiamo a descrivere l'opera Approvazione della regola.
Questo lavoro fa parte del ciclo di affreschi realizzati da Giotto ad Assisi nella Basilica superiore. Di formato 230X270, rappresenta S. Francesco con i suoi confratelli nell'atto di ricevere l'autorizzazione al nuovo credo dell'ordine monastico.
I protagonisti sono in primo piano e il pathos è tutto nel momento dell'atto di ricevere di mano in mano il documento, atteso pazientemente dai Francescani, fuori del palazzo Laterano, per circa 90 lunghissimi giorni. A tal memoria, nel 1927 venne eretta una statua bronzea del Santo Francescano con le braccia aperte rivolte verso la facciata della Basilica di S.Giovanni in Laterano a Roma.
Ma ritorniamo a Giotto, nell'opera pittorica tutti i frati sono ansiosamente statici nel momento cruciale, eppure l'artista ha reso la scena dinamica, con tutte le forme in una danza cromatica.
Il movimento parte da una linea curva immaginaria, sono curve le volte a botte, la cui prospettiva ispira il senso di profondità, sono una serie di curve le pieghe del tessuto damascato, disposto sulle pareti di fondo dell'architettura che fa da cornice all'evento, è curvo il gruppo di frati inginocchiato a mani giunte in segno di ringraziamento e devozione al Papa Innocenzo III. Altre linee curve, le loro umili teste calve e spoglie, in contrasto con le forme curve ad ogiva dei copricapi del Papa e dei suoi astanti.
Il marrone sbiadito delle povere tonache dei frati è di un tono scolorito dalle intemperie, dal freddo, dalla pioggia, nell'estenuante attesa per essere accolti dal Papa, arresosi solo in seguito a una visione notturna. Ora eccoli inginocchiati sulla pavimentazione dorata, con lo sguardo speranzoso, di fronte alla ricchezza rosso porpora dei pregiati abiti religiosi, con alla testa la massima autorità del Papa.
Giotto, con una velatura celestiale finale in un alone di spiritualità, rende l'opera emozionante per lo storico momento, le tinte dell'affresco non sono accese, la scena è solenne ma tutto è in armonia, la scelta di professare la fede in povertà non si sarebbe ben intonata con colori accesi e sfarzosi.
- Katia, sei rimasta scioccata?
- Veramente, vedere quest'opera mi dà un senso di serenità, i colori mi sembrano eleganti, forse mi sbaglio, dovrei dire celebrativi, in effetti la scena rappresenta un momento storico, nel complesso vederla mi fa sentire in pace. Ecco, se fossi stata lì, avrei alla fine applaudito. Certo che questi frati erano un po' cocciuti, eh!
- Era la forza della fede, e la genialità di Giotto è stata averla rappresentata come in una scena teatrale. Adesso che ne pensi dell'arte antica?
- Esiste l'arte vintage?
- Boh? Mi sembra di no.
- Ecco, mi piacerebbe pensare all'arte come un qualcosa vintage: pensa se un supermercato fosse arredato così.
- Katia, vedrai che un giorno accadrà, e le divise delle cassiere saranno come le dame del'300, potrebbe essere un bel vedere, no?
- Uelà, pure io mi voglio vestire come una dama!!
- Giovanna, ti andrebbe bene come la Gioconda di Leonardo?
- Sì, ma al collo vorrei un foulard rosso!
Carissimi lettori della signoradeifiltri, con l'immagine di Giovanna la milanese vestita come la Gioconda, ma con un foulard rosso al collo, vi ringraziamo, vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo artista, forse a sorpresa potremmo andare a Napoli.
Arte al bar: ALBERTO BURRI Il grande cretto di Gibellina
Eccoci, amici dell'arte, ad un nuovo appuntamento, la signoradeifiltri si arricchisce di una nuova opera, nel suo genere una delle più grandi al mondo. Oggi parleremo di un artista italiano, Alberto Burri, e del grande cretto di Gibellina.
Sto aspettando Bice e Alice, le due sorelle ex maestre in pensione, prima di recarsi al nostro bar devono fare il loro abituale giro fra i gatti di strada. Come in quasi tutti i quartieri, nei nostri paraggi vive una colonia felina: detto fra noi, oltre l'amore e la simpatia che si ha per tutti per gli animali, il gatto può considerarsi al servizio della società, detenendo un'importanza strategica perché, quando manca il gatto, si sa che i topi ballano, quindi, anche se non a tutti piacciono, in realtà sono anche molto utili.
Ecco vedo arrivare le due sorelle.
- Walter, possiamo salutare anche noi i nostri amici lettori del blog? Carissimi amici della signoradeifiltri, siamo felici di essere qui con voi e vi auguriamo buona lettura.
- Bice e Alice, come stanno i nostri amici con i baffi a quattro zampe?
- Walter, sono sempre affamati e, con questo caldo, non possiamo fargli mancare l'acqua, a nessuno deve mancare l'acqua. Senti, ma oggi di chi parliamo?
- Di un medico.
- Un medico? Ma guarda che noi stiamo benone, eh!
- Ma non è per voi, e poi, diciamo che in questo caso la medicina ha perso un medico ma noi abbiamo acquistato un grande artista, parleremo di Alberto Burri (Città di Castello, 12 marzo 1915 – Nizza, 13 febbraio 1995), vissuto in un periodo storico nel quale gli eventi belligeranti dominavano la vita di tutti i giorni. Era un giovane medico e venne arruolato nell’esercito. Volete sapere perché un medico sia divenuto artista?
- Beh, sì, se era un medico doveva curare i malati.
- Bice, hai ragione, ma nessuno di noi conosce in anticipo il proprio destino. La vita scorre da sé e, a volte, siamo obbligati a lasciarla andare al caso. Dopo essere stato impiegato su vari fronti di guerra, insieme al suo reparto venne fatto prigioniero dagli Inglesi in Tunisia ma, per uno scherzo del destino, fu trasferito nel Texas in un campo di prigionia Americano. Circondato da filo spinato, gli tolsero tutto l’armamentario medico, si ritrovò spogliato del giuramento di Ippocrate e la cosa non dovette piacergli affatto. Oltre che prigioniero, era un uomo sconfitto nell’anima. Ma, se voleva continuare a vivere con dignità, aveva un'unica ciambella di salvataggio, affidarsi alla fantasia e così, nel campo, approfittando delle varie opportunità offerte ai prigionieri di guerra per occupare il tempo, scelse di iniziare a dipingere.
- Ma, scusa Walter, se era un medico perché nel campo di prigionia iniziò a dipingere?
- Alice, hai ragione, possiamo immaginare che Burri abbia iniziato a dipingere perché aveva bisogno di comunicare il suo disagio, alleviando il suo stato d'animo. Dipingere è stato, già dai tempi degli uomini primitivi, un mezzo di comunicazione naturale, anche i bambini sin da piccolissimi fanno gli scarabocchi proprio per esprimere quello che frulla loro per la testa. Forse poteva anche esserci un'altra motivazione pratica: tenendo presente che era un prigioniero di guerra, svolgere un'attività culturale, magari agli occhi del nemico, che lo teneva prigioniero, era un fattore che lo faceva passare maggiormente inosservato, e chissà se avrà anche ricevuto qualche trattamento di favore in cambio delle sue opere. Intanto il tempo passava più rapidamente e, piano piano, si innamorò di questo nuovo linguaggio, quello dell’arte.
L’essere prigioniero di guerra, oltre che farlo avvicinare all’arte, gli diede la consapevolezza di aver visto, fuori del suo paese, letteralmente un altro pianeta, gli Stati Uniti d’America, una nazione moderna che già allora si era dimostrata una grande potenza proiettata nel futuro, visioni che condizionarono non poco il suo lavoro. E così, terminata la guerra, si trasferì a Roma: la sua vita era cambiata e anche il suo io.
A Roma iniziò a frequentare gli ambienti artistici e a lavorare di fatto per creare opere d'arte, con la fame di esprimere il dramma utilizzando materiale atipico che però sprigionasse aliti di emozioni, sapeva che doveva uscire dagli schemi, andare oltre il passato e così, attraverso materiali di largo consumo, usati, laceri, diventava testimone e messaggero di un urlo di dolore, un'espressività moderna per esorcizzare la crudeltà. Era originale e sapeva farlo bene, rischiando molto, perché a quei tempi la critica legata alla tradizione schifava le avanguardie, ne soffrì ma ormai il solco era tracciato, era una persona mite ma, come un invasato, continuò a sperimentare. Nonostante la sua arte venisse definita “povera", Burri andò avanti per la sua strada con coraggio e convinzione; il materiale che usava per le sue opere era semplicemente parte di questa vita, quindi umanità, quindi essenza naturale, arte povera? No, era solo arte e fortunatamente ne venne ampiamente gratificato esponendo apprezzato in tutto il mondo.
- Walter, perché nessuno è profeta in patria?
- Bice, purtroppo è così, nessuno è profeta in patria, però nel 1985, proprio nel nostro paese, da un luogo che non ti aspetti, qualcuno lo chiamò. Era il sindaco di Gibellina, Ludovico Corrao, una persona che voleva ridare una nuova luce al paese completamente distrutto nel 1968 da un tremendo e drammatico terremoto, e così chiamò a raccolta una serie di artisti e architetti a Gibellina, nel paese che venne ricostruito a circa 20 Km dal luogo originario. Risposero all'appello, fra gli altri, Guttuso, Accardi, Schifano, Burri, Paladino, Consagra, Quaroni, Mendini, Pomodoro, Thermes, Paladino, Isgrò, Lupertz, Boetti, Purini.
«Andammo a Gibellina con l'architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa. Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l'idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest'avvenimento. »
(Alberto Burri, 1995)
E' così che si espresse l'artista umbro dopo aver visitato la città nuova. L'idea di Alberto Burri era di riciclare tutte le macerie abbandonate rigenerando nuova materia per la realizzazione della sua opera, il cui significato non era cancellare, ricoprire, nascondendo il dramma vissuto, bensì, come avviene per il terreno, ararlo per ossigenarlo e renderlo fertile. Il cretto era per lui una tecnica già sperimentata in passato in vari formati logicamente inferiori, questa sarebbe diventata un'impresa enorme ma necessaria per diversi motivi, doveva realizzare da un lato un monumento alla memoria, da un altro un monumento alla vita, questo grande cretto, un basamento di cemento intramezzato da profondi solchi.
All'epoca nessuno, viste le dimensioni, poteva immaginarne l'impatto visivo ma Burri, abituato agli scenari Americani, consapevole che la modernizzazione, come negli Stati Uniti, sarebbe sopraggiunta anche in Italia, già ipotizzava che le nuove generazioni avrebbero potuto osservare anche dall'alto questa grande opera, che poteva rappresentare un ricordo indelebile a rispetto della natura, e che il dramma sociale sarebbe rimasto nella memoria del luogo. Pertanto, dopo questo fatto, si doveva fare tesoro di questa triste esperienza e attuare nuove regole di costruzione, prevedendo norme antisismiche atte a scongiurare simili drammi.
Attraverso l'arte era possibile mantenere il ricordo per guardare al futuro con ottimismo.
-Walter, ma perché gli artisti sono così matti?
- Alice, non mi ricordo chi, forse Picasso, disse che gli artisti riescono a vedere quello che gli altri non possono vedere, quindi non è che sono matti ma hanno una mente diversamente aperta. Sai che disse il sindaco di allora di Gibellina?
- Che disse?
- “Cosa sarebbe l’uomo senza il soffio rigeneratore dell’arte?” Queste le parole dell’ex sindaco Ludovico Corrao, impresse sulla facciata di un edificio abbandonato di fronte al cretto di Burri.
Amici lettori della signoradeifiltri, con questa bella frase io, Bice e Alice vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo artista, torneremo molto indietro nel tempo per incontrare Giotto.
Arte al bar: MARINA ABRAMOVIC The artist is present
Amici lettori della signoardeifiltri, è mattina presto, al bar solita gente che distrattamente va e viene. E' Estate e noi cerchiamo, attraverso l'arte, di far sorridere un po' di gente perché, mentre aspetto Dalia, leggo le ultime consuete e immancabili brutte notizie sul giornale. Purtroppo così è la vita ma, di controparte, tutte le arti, ad ogni latitudine, hanno il pregio di colorarvela e di alleggerirvela in certi momenti difficili. Per oggi abbiamo concordato che andremo a parlare di arte presso il negozio di Monica la parrucchiera, vi descriveremo un ricordo, coinvolgendovi, attraverso la cronaca di una nostra spedizione a New York, in una fantasiosa esperienza fatta nella Primavera del 2010, per raccontarvi, amici del blog che sta all'arte come CR7 sta al calcio, la cronaca della performance dell'artista Marina Abramovic.
Ecco arrivare Dalia.
- Dalia, buongiorno, sei pronta?
- Sì, lasciami prendere un caffè alla parmigiana e andiamo... senti, ma di chi hai detto che parliamo oggi?
- Marina Abramovic.
- Sarà dura, vero?
- Uelà, se serve di menare le mani io ci sono, eh!
Ecco a voi Giovanna la Milanese, con la sua proverbiale carica agonistica, anche se dell'arte non gliene frega niente, rimane sempre con le orecchie ben drizzate.
- Vengo anch'io, la partita al biliardo la finisco dopo!
- Veramente, andiamo a parlare di arte al negozio di Monica, se ti fa piacere, vieni anche te.
- Ma sì, mentre voi raccontate le vostre cose, io mi farò una ritoccatina all'acconciatura e magari anche al resto.
Marina Abramovic è un artista nata a Belgrado (30 Novembre 1946), dopo gli studi all'accademia di belle arti è nel cuore degli anni '70 che inizia la sua ricerca verso nuove forme espressive. La sua carriera avrebbe dell'incredibile, in realtà è quasi ossessiva sperimentazione, attraverso un nuovo linguaggio che vada al di là della staticità di una tradizionale opera d'arte.
Se, da un lato, è stata coraggiosa a rischiare feroci critiche, da un altro punto di vista è stata geniale nel trovare sempre l'approccio ideale con il pubblico, senza la paura di venire messa in discussione. A livello mondiale è considerata una vera e grande artista, sicuramente non è facile per tutti poterla identificare come tale, ma è innegabile che Marina Abramovic ha permesso alla gente di avvicinarsi al mondo dell'arte, di toccarla con mano, con tutta la propria anima, provando una serie di emozioni contrastanti ma in ogni caso vive. Altra sua prerogativa è che è volutamente uscita dallo schema artista = artigiano. Piuttosto artista che lavora in squadra, coadiuvata da diversi collaboratori che utilizzano strumenti audiovisivi. Marina Abramovic non è l'artista chiusa in uno studio, solitaria, concentrata sulla sua singola opera ma è al lavoro in una continua e dinamica costruzione di un'opera alla quale può partecipare chiunque.
- Dai, incamminiamoci, il negozio di Monica è dietro l'angolo, entriamo.
- Buongiorno a tutti, state pure comodi, sono qui per raccontarvi come è andata quella faccenda artistica. Monica, tu lavora tranquillamente.
- Ciao, Walter, ciao Dalia, ciao Giovanna.
La gente nel negozio sembra non essere interessata a noi, la musica nel locale è soft, devo solo iniziare.
Questa è una storia di qualche anno fa, insieme a me c'erano Mario il benzinaio, abituale consulente artistico, e Franco il gelataio, in qualità di testimonial. Eravamo partiti per gli Usa per andare ad assistere alla performance The artist is present, messa in mostra dall'artista Marina Abramovic, nella Primavera del 2010, al Moma di New York, performance durata tre mesi nella quale i visitatori avevano la possibilità di sedersi di fronte all'artista e guardarla in silenzio per pochi minuti. Durante il mese di Marzo l'artista aveva indossato un abito blu, nel mese di Aprile un abito rosso e in Maggio un abito bianco, era una performance intensa, lenta nell'azione ma vissuta con grande emotività, tutto si svolgeva in un grande ambiente vuoto, presente solo l'artista, seduta impassibile su una semplice sedia razionale di legno chiaro, al centro un tavolo, sul lato opposto il visitatore di turno, anch'egli seduto su una sedia uguale a quella dell'artista.
L'atmosfera che si respirava era una miscellanea di calore bollente diffuso in un assoluto silenzioso immobilismo, i visitatori, come un mantra, aspettavano il contatto con l'artista e ogni loro pensiero era una moltiplicazione di energia. Potevamo leggere nei loro volti il punto interrogativo del vedere, sapere e cercare dove era l'arte, si chiedevano inconsciamente perché si trovavano lì, qualcuno rinunciava, qualcuno voleva a tutti i costi affrontare la prova, nella quale nessuno sarebbe stato vinto o vincitore.
L'artista, protagonista della scena insieme al suo spettatore di turno, era decisa a dare tutta se stessa in pasto al mondo, consapevole che alla fine tutti saranno uniti in un grande abbraccio. Ma in tutto questo l'arte dov'è? Dov'è la bellezza, la costruzione, la visione, la materia, dov'è l'arte da vedere con gli occhi per assaporarne i colori, dov'è la fantasia, dov'è il talento dell'artista, volendo anche la visione tradizionale del vocabolo "Arte"? Che sia tutta da trovare nella semplicità di un incontro? Nell'incrocio fra due sguardi? In verità qui tutti erano protagonisti e l'essenza dell'arte era il momento stesso, questo fantastico abracadabra dell'evento, l'emozione che scuote la nostra vita, il visitatore non è più fruitore passivo ma può scambiare il fluido di energia con l'artista Marina Abramovic, in un breve e intenso tempo da apparire eterno.
Il solo limite, anch'esso pura essenza artistica, è il silenzio, e il tempo che viene fermato. Entrambi i performer, l'artista e lo spettatore, devono lottare con se stessi, vincere quella forza magnetica che li vorrebbe attrarsi, toccarsi, parlarsi, forse anche respingersi... no, tutto deve essere energia invisibile e, quando si alzeranno dalla sedia razionale di legno, saranno più forti, anche se sfiniti nel cuore e nelle membra. Questa è arte per la vita, in questo caso bisogna scegliere fra questo misterioso anelito vitale oppure la materia, quella tradizionale da vedere e da toccare di fronte alla parete di un museo. Alla fine della giostra noi umani, che vorremmo essere dominatori, in conclusione siamo solo una piccola parte di una cosa più grande di noi, la terra viva, l'aria, l'acqua, il fuoco e ogni altro elemento naturale in un continuo interscambio di fluido spirituale. Al confronto non siamo nulla, lo dobbiamo ammettere, e forse solo unendo le nostre paure e le nostre virtù diventeremo migliori, questo è quello che, secondo me, ho trovato nella ricerca di Marina Abramovic.
A questo punto io, Mario e Franco, abbiamo fatto un po' i furbastri, c'era una bella attesa per il nostro turno, serviva un escamotage, avevo con me la tessera giallorossa dell'AS Roma, lo so, ora direte che è una cosa vecchia, che lo fece pure Alberto Sordi in una scena di un film, sì, ma che ci posso fare, a ognuno la sua arte, sta di fatto che, mentre stavamo in fila ad aspettare, ho mostrato il documento, giustificandomi che Franco zoppicava in quanto infortunato, ed io e Mario, in quanto Assistenti Romani addetti al suo sostegno fisico, non avremmo potuto sostare a lungo in piedi, quindi, maramaldi noi birbanti, abbiamo eluso la fila e preso il posto davanti all'artista, sedendoci non sulla sedia razionale ma su una panchina fattaci portare dal personale Americano.
A questo punto l'artista ci guardava, noi la guardavamo come da copione, fermi e muti, ma c'era un problema, come la mettiamo con la libertà di espressione? In teoria non ci doveva essere contatto di nessun tipo, ma noi volevamo uscire dagli schemi e dire liberamente la nostra opinione, e così abbiamo tirato fuori dei fogli, dove avevamo fatto un disegno esplicativo, in quanto non potevamo usare le parole, quindi io avevo disegnato un piatto di spaghetti e, con mimica teatrale, muovendo a rotazione indice e medio della mano destra, volevo fare intendere all'artista "Dopo ci andiamo a far due spaghetti?
Franco, invece, che durante la trasferta era sempre stato molto scettico, aveva disegnato una tazzina di caffè fumante e così, guardando Marina negli occhi, indicando il caffè con il pollice destro, la invitava ad andare a prenderlo insieme perché voleva dirle due parole a quattrocchi. Mario ha semplicemente disegnato un punto interrogativo, alzando gli occhi al cielo come a dire "E adesso che facciamo?" Avevamo superato la barriera, infranto un muro invisibile, Marina Abramovic rimase prima logicamente sorpresa poi iniziò a ridere, a ridere, e tutti i visitatori intorno iniziarono a loro volta a ridere, era un colpo di scena, è la vita che va così, noi siamo piccoli attori sul palcoscenico di fronte all'universo, e così ci siamo alzati e diretti fra la gente intorno, che ci guardava e ancora rideva. Forse un giorno l'umorismo potrà salvare il mondo.
- Ma non vi hanno messo in prigione?
- Dalia, con la fantasia tutto è permesso, e poi l'arte è bella proprio nello squilibrio, anche la nostra in fondo era una performance.
- Una che?
- Giovanna, la performance è un'azione artistica, un nuovo modo espressivo.
- Uè, fessacchiotto, ma questa roba qua mica si incornicia e si appende al muro.
- A parte il fatto che dopo vengono realizzati libri, manifesti, fotografie e video che verranno distribuiti, l'arte è un qualcosa a 360°.
- Ah, ho capito, beh, almeno non bisogna spolverarle queste opere d'arte.
- Dalia, le emozioni trasmesse dall'arte si possono vivere in tanti modi.
Non ci eravamo accorti che ne frattempo tutti avevano smesso di lavorare per ascoltare noi, beh, possiamo dirlo senza ombra di dubbio che il nostro racconto era stata una bella performance artistica e tutte le donne presenti in quel momento nel negozio stavano a coppie provando la stessa opera di Marina Abramovic.
C'era in quel negozio una bella energia diffusa, diciamo che dalle nostre parti questo tipo di fare arte si stava realizzando in maniera un po' più spiritosa e allegra. Bice e Alice si guardavano e si davano i pizzicotti sulle guance, Adele e Francesca facevano le facce buffe, Pina e Tatiana si tenevano per mano, Monica e Beatrice si grattavano entrambe la testa, perfino Giovanna, con in bocca il suo sigaro spento, davanti a Dalia era molto interessata, in sintesi avevano tutte stravolto il messaggio originario, si era creata l'evoluzione dell'arte.
Amici lettori della signoradeifiltri, io alla chetichella lascio tutte le ragazze nel negozio di Monica la parrucchiera a proseguire la loro performance artistica, forse senza volerlo è quello che fanno tutti i giorni senza accorgersene, la vita è senza sosta una reale e continuativa incredibile opera d'arte. Ci rivediamo al prossimo artista sempre su questo blog che parla umano con parole colorate.
Intanto qui al bar stiamo organizzando con la fantasia una comitiva che partirà con il nostro celeberrimo bus a tre piani, alimentato ad energia solare, perché dal 21 Settembre 2018 al 20 gennaio 2019 l'artista Marina Abramovic sarà protagonista dello speciale appuntamento Marina Abramović Speaks, organizzato dalla Fondazione Palazzo Strozzi, presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. L'artista, in conversazione con Arturo Galansino, curatore della mostra e direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, affronterà alcuni temi del suo percorso esistenziale e creativo, ripercorrendo le tappe della sua carriera, dagli esordi in Serbia alle ultime grandi performance in tutto il mondo. La mostra racconterà il percorso creativo dell'artista Montenegrina, si tratta di una mostra itinerante già inaugurata lo scorso 20 aprile presso la Bundeskunsthalle di Bonn.
"The Cleaner”, questo il titolo dell’esposizione, nasce in collaborazione diretta con l’artista e riunisce oltre 100 opere, offrendo una panoramica sui lavori più famosi della sua carriera, dagli anni Settanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance, che si terranno nel corso delle giornate di apertura, attraverso un gruppo di performer, specificatamente formati e selezionati in occasione della mostra. Marina Abramović, che si è autodefinita "nonna della performance", si confronterà per la prima volta con un'architettura rinascimentale, sottolineando lo stretto rapporto che ha avuto e continua ad avere con l'Italia.
La mostra è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn. L'evento è già sold out pertanto scaldate la fantasia e preparatevi a seguirci.
Arte al bar: ROBERT WHITAKER The butcher cover
Amici lettori di questo blog che vi accende la luce anche quando fa troppo caldo e non avete voglia di fare niente, sappiate che questo bar non va in ferie, pertanto, su qualsiasi spiaggia vi troviate, in collina, sul cocuzzolo di una montagna, oppure a spasso per una old city, noi vi accompagneremo con le nostre chiacchiere artistiche.
Eccomi qua, seduto al mio tavolino color fucsia, con in mano il mio Irish coffee alla nutella, di fianco a me c'è Anacleto il salumiere, poi vi spiego il perché della sua presenza. In realtà, visto l'argomento, avrei voluto Carmine il macellaio, ma è andato a pescare e così, non avendo di meglio in pasta, ci dobbiamo accontentare del nostro salumiere.
Molto bene, al momento nel bar c'è troppo silenzio e così Gianni il barista, conoscendo il tema di oggi, ha messo come sottofondo musicale la compilation di Beatlesmania. Avete capito di chi parleremo? Forse sì, forse no, sto per presentarvi l'opera di Robert Whitaker, colui che è stato "Il fotografo" dei Beatles, li ha seguiti in vari tour in giro per il mondo e ha immortalato i Fab 4 in immagini che hanno fatto la storia del gruppo.
L'artista entrò in contatto con i Beatles per una semplice casualità, durante una loro tournée in Australia. Arrivò per lui l'occasione di realizzare alcuni scatti al manager Brian Epstein, dopo i quali gli propose di collaborare insieme. Inizialmente Robert Whitaker rifiutò, per cambiare idea solo alcuni mesi dopo aver visto il grande entusiasmo, al limite dell'isteria, dei fan ai concerti, e ne seguì i destini dal 1964 al 1966.
L'opera che andremo a descrivere sarà la celeberrima "Butcher cover", la foto della copertina dell'album "Yesterday and today", nella quale i quattro musicisti sorridenti sono in camice bianco da macellai, con in braccio brandelli di carne insanguinata e bambole storpiate. Cosa che destò molto scalpore, poiché ritenuta troppo violenta, e ricevette numerose proteste, tanto da venire ritirata da tutti i negozi dove era stata distribuita.
Whitaker aveva una sintonia con il surrealismo, e la sua filosofia era di andare oltre gli schemi, quindi, al momento di realizzare il servizio fotografico, decise di interrompere, in accordo con i quattro di Liverpool, la consuetudine che voleva i Beatles nelle solite foto pubblicitarie, dove erano raffigurati inattivi, troppo belli, troppo statici da sembrare finti e, inoltre, l'esagerata passione dei fan verso il gruppo, tanto idolatrato da sfiorare l'irragionevolezza. Quindi, nell'immaginario del fotografo australiano, il pensiero che la foga entusiastica dei fan avesse potuto fare a pezzi i quattro musicisti, gli diede lo spunto per ritrarli ironicamente come dei ridenti macellai, simboleggiati dai camici bianchi, dai brandelli di carne e dalla naturalezza umana fatta a pezzi come le bambole fra le braccia di John, Paul, Ringo e George.
Il messaggio oltre gli schemi era che i quattro Beatles non rappresentavano degli idoli soprannaturali da idolatrare ma ragazzi normali, baciati dal talento e dal successo, e che la musica era semplicemente arte da godere, arte per far stare bene la gente a prescindere dalla nazionalità, colore della pelle o religione.
Anche se è un'immagine che, a prima vista, poteva ricordare un film horror, i quattro Beatles ridevano, e il loro sguardo era totalmente ironico; la prima cosa che la gente avrebbe dovuto pensare era che fosse uno scherzo, un gioco, magari provocatorio, senza offesa per nessuno. In tutto il mondo ne potevano ridere, prendendoli per pazzi, in fondo erano artisti.
- Anacleto, guarda questa foto e dimmi che ne pensi.
- Sono i Beatles? Ma che, hanno cambiato lavoro?
- No, questa era una copertina di un disco, dammi la tua prima impressione.
-Mi fa ridere, si capisce che è uno scherzo, se la foto la facevo io ci mettevo pure un doppio fiasco di vino e il barbecue, comunque mi piace, è una cosa un po' strana, però è diversa dalle solite.
-Bravo Anacleto, invece questa foto creò un sacco di problemi perché si pensava che potesse impressionare il pubblico.
- Walter, bastava che il fotografo avesse messo un bancone, un frigorifero, attaccata alla parete la testa finta di un toro con le corna, e sarebbe andata bene, il disco lo avrebbero intitolato "braciole e salsicce rock".
- E con l'arte come la mettevamo?
- Ma perché, quando si sente la musica non si mangia?
- Vedi, Anacleto, questo fotografo era come un visionario, uno sperimentatore, uno che cercava l'immagine originale, con la sua macchinetta a tracolla era un tutt'uno con la propria fantasia e, in quel momento, insieme ai Beatles si stava divertendo a inventare un messaggio artistico nuovo, in contrasto con i soliti. Tu prima hai detto bene: questa foto era diversa dalle normali copertine; in sintesi, attraverso la fantasia, cercava di entrare profondamente in contatto con il pubblico.
- Hai ragione, senti, che ne dici se mi faccio pure io una foto dentro la mia salumeria vestito da musicista? Una bella foto mentre taglio a mano il prosciutto, "Anacleto la rock star della salumeria norcina."
- Ti conio uno slogan..."Da Anacleto il prosciutto è bono e balla bene."
- Sì, mi piace!
- Anacleto, vedi l'importanza dell'arte? Allarga gli orizzonti, questo è quello che probabilmente Robert Whitaker ricercava nel suo lavoro e, pure se questa copertina venne tolta di mezzo, nulla poté fermare l'onda d'urto creativa dei quattro ragazzi di Liverpool e così, se ancora possiamo godere di quei fermo immagine storici, lo dobbiamo a un grande artista della fotografia, Robert Whitaker, che non è famoso solo per il lavoro con i Beatles ma anche per aver ritratto, con scatti memorabili, Salvador Dali, Mick Jagger e altre star dello spettacolo.
- Walter, adesso che facciamo? Ce lo facciamo un selfie alla Robert Whitaker?
Non ve lo avevo detto ma, nel frattempo, attirati dalla musica dei Beatles, altri amici hanno assistito alla nostra chiacchierata; ve li elenco in ordine sparso: Giovanna la Milanese, Dalia la Torinese, Franco il gelataio, Aristide la comparsa di Cinecittà, Monica la parrucchiera e Bice e Alice le due ex maestre in pensione. Forza, mettete tutti il camice bianco da bidello, i bambolotti con le caramelle, i panettoni scaduti del Natale scorso, spappolatevi addosso qualche tramezzino, un po' di salsa di pomodoro, mettetevi in posa, ridete e dite tutti "ce piace la lasagna!"
Amici lettori della signoradeifiltri, con questo selfie vi salutiamo, vi presenterò meglio i miei amici dell'arte al bar la prossima volta. E' stato un piacere essere in vostra compagnia e, quando dalla spiaggia vi tuffate in acqua, fatelo artisticamente pensando a noi.
Arte al bar: PICASSO Guernica
Nuovamente benvenuti alla signoradeifiltri, amici lettori del blog più cultural fan che ci sia, e devo ammettere di essere un po' pazzo con questo caldo a parlarvi di arte. Eh già, state sognando le vacanze al mare, ai monti... uelà, mica vorreste scartare le città d'arte eh?! E quindi, per rimanere in tema, oggi eccomi qui seduto al mio solito tavolino al bar più artistico del mondo.
Ho con me la foto di "Guernica" e parleremo di Picasso. Non sono solo, c'è con me Dalia la torinese, una signora semplice ma scrittrice, timida ma di cultura, una bella persona con un incredibile bagaglio culturale e dovrò stare attento a come mi esprimo, rischio che mi faccia pagare il conto al bar per tutta la comitiva; per fortuna oggi siamo solo io, lei, Gianni il barista e Giovanna la milanese che, come al solito, gioca al biliardo fumando il suo sigaro spento.
- Dalia, buongiorno.
- Buongiorno a te, giovane da strapazzo!
- Cominciamo bene, chi ti ha fatto arrabbiare?
- Siamo alle solite, la gente che vedi guidare la macchina con una mano sola mentre con l'altra parla al telefonino.
- Hai ragione, questa società sta diventando sempre più disconnessa.
- Più che altro.....
- Dai, non prendiamocela, siamo sicuri che la cultura può fare molto per migliorare la quotidianità, per esempio molti conoscono Picasso per le sue opere astratte ma non sanno che è stato un bambino prodigio. Aveva nel dna le caratteristiche del genio, superiore per talento anche al padre, anch'esso un bravo artista, poi, crescendo, ha sviluppato le sue doti artistiche parallelamente a una personalità, come dire, accesa. Ma sì, insomma, un bel caratterino, un grande artista, un infaticabile lavoratore dell'arte ma anche un personaggio facilmente infiammabile!
- Eh sì, quando ci vuole, ci vuole, questo mondo non è per galantuomini e a volte servono le maniere forti...
- Se Picasso non fosse stato un artista, penso sarebbe diventato un poliziotto, uno di quelli che fanno rispettare la legge con le buone o con le cattive, sempre pronto a difendere le giuste cause.
- Walter, questo mondo ha da sempre bisogno di cultura, di poesia, di arti che aprano la finestra su un bell'orizzonte di colori splendenti.
- Ma nel 1937, dopo il bombardamento della cittadina Spagnola di Guernica, Picasso mise da parte i suoi soliti colori, si sentì di essere una furia creativa molto incazzata,(amici lettori scusateci ma doveva essere la realtà), e, quando venne il momento di realizzare l'opera per l'Esposizione Mondiale di Parigi, in essa riversò tutta la sua rabbia per rappresentare un episodio tragico. Era il suo linguaggio per descrivere la crudeltà e l'inutilità della guerra, la tela è di grandi dimensioni 350x780 circa, non ci sono i celesti, i rossi, i verdi, gli arancioni, né viola o bluette, nessun colore a rappresentare la vita, tutto è nelle tonalità del bianco e nero, come in un film degli anni '30 e, come la pellicola di un film, passano i fotogrammi con le immagini drammatiche.
Sì, Picasso ha dipinto un film con i fermo immagine, non c'è profondità, le immagini passano davanti agli occhi lasciando orrore e disappunto nell'osservatore. Come la pellicola di un film che scorre sullo schermo della vita, tutti sono in primo piano, quasi a far entrare lo spettatore all'interno dell'opera e vivere il dramma insieme ai protagonisti del quadro. Il fondo è di uno spento nero, il resto in primo piano dai toni chiari, come a mettere in risalto la tragedia. Sulla base, sdraiato, il soldato dalla spada spezzata, contorto, aggrovigliato con le altre forme dilaniate, astratte ma, allo stesso tempo, realistiche. La scena di guerra in un capovolgimento di equilibri, mura abbattute e annerite dal fumo, il grigio offusca i colori, al centro il cavallo imbizzarrito sembra dare tristemente il ciak alla scena, i volti terrorizzati di gente sconvolta, una mamma con in braccio il figlio, il toro impaurito che sembra impossibile non vederlo pronto alla carica, oh sì, Pablo Picasso, lui sì doveva proprio essere molto infuriato, non c'è traccia di rosso sangue, non sono i particolari che vuole rappresentare, ma solo la sua furia creativa attraverso forme astratte, e poi la lampada in alto al centro sopravvissuta al bombardamento a illuminare la scena, tutti devono vedere il dramma, e la mancanza di colore mette la parola fine alla vita.
- Walter, è vero che una copia di quest'opera è stata esposta in un palazzo pubblico internazionale ma è rimasta coperta da un drappo blu in una determinata occasione perché in antitesi con una argomentazione a tema bellico che sarebbe andata breve in discussione?
- Sembra proprio di sì.
- Allora l'arte può anche far paura?
- Dalia, era proprio quello che desiderava comunicare Picasso a quei sordi che non volevano udire, ma, nonostante tutto, all'interno dell'opera, ha inserito un segno di speranza: in basso, al centro, vicino a uno zoccolo del cavallo, dei fiori che, nella loro astrazione, possono simboleggiare la vita che dopo il dramma continuerà. L'arte ha il compito di essere una portavoce dell'ottimismo.
- Senti, che ne dici di andare a fare un giro in bicicletta?
- Ma, Dalia, ti sei impressionata?
- Mi sembra che da allora non è cambiato nulla, continuano guerre e drammi umani, eppure voglio vedere la cosa dal lato migliore, ecco perché ti chiedo di andarcene a fare una pedalata e, se arrivi ultimo, paghi la pizza.
- Ma Daliaaa!!!... Amici lettori della signoradeifiltri, è meglio che vada, qui si mette male, io e la mia amica torinese vi salutiamo e ci vediamo al prossimo artista, se volete venire pure voi a fare un giro in bicicletta, sbrigatevi, che Dalia non la batte nessuno.
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