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marco zelioli

Wanda Lombardi, "Araba fenice"

5 Marzo 2026 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni

 

 

 

 

Wanda Lombardi

Araba fenice

 Guido Miano Editore, Milano 2026

 

 

Araba fenice di Wanda Lombardi è un’antologia che raccoglie una settantina di composizioni tratte da nove opere pubblicate tra il 2001 e il 2024. La pubblicazione, proposta da Guido Miano Editore nella collana Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio, è divisa in tre capitoli con altrettante introduzioni. Nel primo capitolo, Il bel tempo che fu, Enzo Concardi mette in relazione alcuni componimenti poetici di Wanda Lombardi con il poeta polacco Adam Zagajewski (1945-2021); nel secondo, Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità, il paragone proposto da Raffaele Piazza è con il francese Paul Claudel (1868-1955); nel terzo è Michele Miano che affronta l’argomento Cognizione del dolore e desiderio di pace in Wanda Lombardi e nel poeta Premio Nobel cileno Pablo Neruda (1904-1973). Ma i paragoni si allargano ad altri nomi importanti, proposti dagli stessi prefatori: da Virgilio ad Ugo Foscolo fino a Giovanni Pascoli, da Francesco d’Assisi a David Maria Turoldo. E il tutto è appropriato, perché nella poesia di Wanda Lombardi ci sono molti elementi lirici che rimandano ai ‘classici’ italiani, ed insieme si trovano moti d’inquietudine dell’animo tipicamente contemporanei, come «Ideali smarriti in roveti spinosi/ senza altro lasciare/ della loro fuggevole esistenza/ che lacrime» (così termina Sogni nel vento); e non manca una forte dimensione religiosa capace di sostenere la fragilità umana (uno tra i tanti esempi sta in questi versi da Saper vivere: «…Pur nel dolore che ti strazia,/ lenisci l’altrui dolore,/ non porgere disperazione/ ma offri amore,/ regala un sorriso/ e Dio ti sorriderà…»).

Paesaggi, monumenti, eventi, persone: c’è di tutto nella rievocazione poetica di Wanda Lombardi, che in questa raccolta offre esempi notevoli della sua arte, fine e delicata. Il linguaggio semplice è accompagnato qua e là da parole che sanno di antico, quasi a voler ricordare a chi legge la ricchezza del tempo passato, che la memoria vela di malinconia ma può restituire ancor vivo in un Silenzio amico (poesia che apre il secondo capitolo) e permette di superare l’incertezza del tempo presente: «…Aspra è la nuova realtà;/ è fiume impetuoso che travolge,/ è procedere guardinghi nella calca/ dell’odio sconosciuto,/ nella paura del presente,/ delle ore future…» (da Non scriverò…). Viviamo in un’epoca in cui «Certezze non più/ e nostalgia prende del mite passato./ Freddi rapporti tra le genti/ e dottrine di argilla/ contrastano la vita,/ di grigio velando il nostro avvenire» (finale di Mite passato); il nostro tempo si fa incontro a noi minaccioso, a volte con scene demoralizzanti: «…Ho visto innocenti dietro le sbarre,/ colpevoli in libertà,/ il dramma di ragazze molestate/ senza alcuna pietà…» (da I mali del mondo). Viviamo in Tempi assurdi (altra poesia del terzo capitolo).

La speranza, però, può ancora essere amica dell’umanità e riportare non solo la scrittrice, ma anche noi suoi lettori dal «penoso andare» dei giorni (così definito nella poesia Eterno) alla gioiosa e luminosa ricerca dell’Agognata pace («…L’umanità non di sangue/ è assetata, ma di pace, libertà,/ convivenza garbata») - tanto da poter quasi gridare al mondo, manifestando una potente resilienza: «Ma più fiera e forte araba fenice/ sempre dalle mie ceneri risorsi» (finale di Destino, poesia che dà il titolo alla raccolta). Allora ciò che ci sta intorno torna capace di sorprenderci, perché tutto è fatto di Piccole grandi cose (nel secondo capitolo) capaci di risvegliare la coscienza, anche nelle circostanze apparentemente meno favorevoli: «…Nella fragilità di una persona/ la sua sensibilità,/ la sua trasparente umanità» (da Fragilità).

Questo libro, da leggere con calma, fa emergere la grande sensibilità dell’Autrice, di cui lei è ben consapevole: «…Essa appartiene solo a me,/ non vacilla con gli anni/ e non invecchia;/ nessuno me la può sottrarre/ o modificare,/ né mai si perderà» (da Specchio). E ce ne fa dono, con semplicità. Grazie!

Marco Zelioli

 

Wanda Lombardi, Araba fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Duccio Castelli, "I racconti di Maleto"

1 Marzo 2026 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #racconto, #animali

 

 

 

 

I racconti di Maleto

 Duccio Castelli

 Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Non è facile, ma è bello presentare I racconti di Maleto di Duccio Castelli, già autore, dal 1963 ad oggi, di oltre venti opere tra poesia e prosa. Curiosamente, la sua prima pubblicazione (la raccolta poetica Emigranza, 1993) uscì per Guido Miano Editore, che ora propone questa raccolta di racconti autobiografici; ed il primo scritto del Castelli, risalente al 1963, il racconto Una ragazza per quattro mesi, fu pubblicato nel 1995 dal medesimo Editore, accompagnato da una lettera introduttiva di Italo Calvino.

Maleto era il cane dell’Autore e nell’arco di tutto il libro “appare e scompare, come un’ombra fedele (…) presenza discreta che restituisce continuità a un’esistenza segnata dal movimento, dall’irrequietezza e dalla ricerca di un senso” – come osserva Michele Miano nella Prefazione. È il fil rouge delle memorie che Duccio Castelli ci consegna qui con una leggerezza e insieme una profondità veramente rimarchevoli.

Dall’inizio alla fine, si incontrano uomini e donne che in qualche modo hanno segnato il corso della vita dell’Autore, spesso in viaggio, e che è vissuto a lungo in Sud America (soprattutto in Cile). Si trovano racconti di vita quotidiana alternati a resoconti di viaggi, episodi che assomigliano ad avventure fiabesche (ma alcune non fiabesche, come le partecipazioni a dei rally automobilistici) e semplici descrizioni di fatti e luoghi frequentati dall’Autore, come ad esempio New York, Londra, Barcellona; racconti delle caserme dell’aeronautica a Viterbo e a Milano (di quest’ultima, in Piazza Novelli, c’è anche una bella fotografia del giorno del congedo dalle armi).

Possiamo ‘vedere’ Tonio, Juan Carlos, l’argentino Abancens, l’ex agente segreto Arturo, l’inglese Ron, Gastone e tanti altri; possiamo immaginare la solitaria Jacinta; possiamo incontrare gli amici amanti del jazz, alcuni dei quali, come Alfredo Espinoza, o Marcelo De Castro (fratello di Jacinta), componenti di band cui lo stesso Autore contribuiva suonando il trombone (c’è anche una foto). Possiamo sapere della moglie di Duccio, Sherry, del loro figlio e della loro figlia, della prima nipote Giulia, delle zie Rosa e Giuditta, dello zio pittore, del cugino Nicoletto – ma l’elenco completo è ben più lungo. Possiamo avere qualche sprazzo di visione dei giorni passati da Duccio bambino nella casa milanese costruita da Gio Ponti (“I giorni in quella casa furono circa seimila”, come recita il verso di una poesia, di quelle che ogni tanto intercalano le pagine in prosa del racconto, compresa la traduzione della poesia Piececitos de niño della cilena Gabriela Mistral, Premio Nobel per la letteratura come un solo altro cileno, Pablo Neruda). Possiamo sapere del padre, più presente forse in sogno che nella realtà, e dell’affetto di Enzo, un ‘quasi secondo padre’. Possiamo aver notizia della storia del “Gino del Forte (dei Marmi)”, sentire quello che l’Autore faceva a scuola con i suoi compagni della “seconda D”, andare avanti e indietro nel tempo e qua e là nel mondo. Possiamo liberare la fantasia.

Insomma, ci si apre un mondo. Ma non ci si apre del tutto: resta tutto sfumato, quasi permeato da un alone di nebbia che ci permette appena di vedere i tratti essenziali delle cose, non di conoscerne pienamente i contorni. Tutto resta un po’ avvolto in un’aura di mistero che affascina, ma è ugualmente vero ciò che osserva ancora Michele Miano nella Prefazione, dicendo che “la narrativa è, prima di tutto, un atto di resistenza contro l’oblio, un modo per dare forma e durata alle emozioni e ai pensieri che altrimenti svanirebbero”; ed è grazie alla capacità di Duccio Castelli “di intrecciare quotidiano e mito, memoria e invenzione” che il viaggio attraverso le pagine di questo I racconti di Maleto può rinverdire emozioni e pensieri nei lettori ed interessare proprio tutti.

Marco Zelioli

 

Duccio Castelli, I racconti di Maleto, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 228, isbn 979-12-81351-79-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Pietro Manzella, "Dell'amore e della speranza"

29 Novembre 2025 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Pietro Manzella

 Dell’amore e della speranza

Guido Miano Editore, Milano 2025

 

Una cinquantina di poesie scelte tra le varie pubblicazioni che, dal 1999 al 2023, hanno caratterizzato l’opera poetica dell’avvocato Pietro Manzella, un altro eccellente esempio di professionista che si è votato alla poesia (e anche al teatro, essendo autore della commedia in un atto Frittelle di aria fritta, 2007). Ecco cosa propone ai lettori, nella collana Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio, la Guido Miano Editore con questa raccolta intitolata Dell’amore e della speranza - antologia poetica.

Poesie grondanti di nostalgia, quasi fossero ferite da spinose frecce scagliate dal tempo contro il cuore dell’uomo, che rimangono “come perle incastonate/ in segrete valve/ dell’essere-malessere” (da Sessantaduesimo meridiano). Questo senso di diffusa nostalgia è presente soprattutto nel terzo ed ultimo capitolo dell’antologia, Essere e malessere in Pietro Manzella e in Walt Whitman (con prefazione di Enzo Concardi, che nota il comune sostrato del pensiero di Blaise Pascal, che evidenzia il “paradosso della condizione umana, sospesa fra miserie e grandezze, fra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, per cui l’uomo è ‘un mostro incomprensibile’, creatura contradditoria ora sospinta verso l’infinito, ora schiacciata dal male”). Eppure anche questa parte è formata da poesie cariche di amore: non, però, come quelle dei primi due capitoli del volume, Il fuoco dell’amore in Pietro Manzella e in William Butler Yeats (con prefazione di Gabriella Veschi, che mette in evidenza la comune “concezione dell’amore come forza trainante, unica ragione di vita”) e “Tempus fugit et memoriae” nella poesia di Pietro Manzella e di Emily Dickinson (con prefazione di Floriano Romboli, che sottolinea come, per entrambi gli scrittori, “serbare nella memoria gli attimi del tempo fugace equivale alle volte ad addolcirne le caratteristiche”).

Anche la speranza c’è: più nascosta (è significativo che in tutto il libro la parola ricorra tre sole volte: nel titolo e in due delle tre prefazioni, mai nei testi poetici); ma è soffusa in tutta la raccolta, quasi che l’Autore voglia sottolineare che si tratta di una virtù, sì, presente, ma da cercare bene nelle pieghe della vita – o, per dirla col poeta, fin dentro “i cristalli dei sensi” (ultimo verso di Sciolina d’amore). 

Prevale l’amore, delle cui infinite sfumature si può trovare un esempio in Splash, carica di quella particolare leggerezza e nitidezza che caratterizza molte delle poesie raccolte nel volume. È una breve poesia, ma suddivisa in tre parti: due versi di apertura (“Un viso bello come un tempo/ occhi luminosi ed attenti”), poi un titolo (“L’INCONTRO”) per i cinque versi seguenti (“Ho scavato nel passato/ Correvo/ col ricordo/ lungo i sentieri/ della fanciullezza”), un altro titolo (“SPLASH!”) ed i sette versi che chiudono: “Una stretta di mano/ qualche ruga in più/ che stuzzica i sensi/ Un caldo abbraccio/ Il tempo/ aveva fatto solo/ il suo corso”. Una perfetta sintesi di delicatezza, passione, riflessione. Si noti la punteggiatura: non c’è il punto alla fine di ogni pensiero sviluppato in uno o più versi, quando si passa ad un altro pensiero; il punto c’è solo alla fine. Questa è una caratteristica di tutte le poesie.

Dalla lettura delle poesie commentate dai tre prefatori si evince il valore dei versi del Manzella: versi brevi, a volte frenetici, spezzati qua e là andando a capo a centro pagina o con un margine differente da quello della riga prima; versi sempre carichi di immagini tanto veloci quanto nitide, capaci di imprimere nella pagina le sensazioni sentite dall’Autore e di riversarle quasi in un solo attimo nel lettore, che ne rimane colpito, forse a volte un po’ sconcertato, comunque interessato. Una lettura piacevolmente intensa.

Marco Zelioli

 

Pietro Manzella, Dell’amore e della speranza, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 84, isbn 979-12-81351-71-4, mianoposta@gmail.com.

 

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Gilberto Vergoni, "Frammenti d'anima, di senso e spigolature sparse"

1 Novembre 2025 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Gilberto Vergoni

Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Gilberto Vergoni, fanese di nascita ma vivente a Cesena, non è scrittore di professione: è Neurochirurgo. Ma scrive in modo tale da attrarre l’attenzione dei lettori, e anche della critica – a giudicare dai non pochi riconoscimenti ottenuti con le due raccolte fin qui pubblicate: Fragmenta Animae Meae (Ed. Persiani, Bologna 2018) e Le parole del tempo (Ed. peQuod, Ancona 2023).

In questo libro (Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse, Guido Miano Editore, Milano 2025) ci sono più di ottanta composizioni; poesia e prosa si alternano, quasi a voler significare la spasmodica ricerca di senso che muove l’Autore, due modi complementari di chiedere e di rispondere, di cercare e di sperare: di vivere, comunque. Enzo Concardi nella Prefazione cita il Vergoni che si definisce “…paradossalmente con un ossimoro: «…Io mi sono sempre ritenuto un filosofo cristiano cattolico non credente» (Un giorno a Cambridge, Novembre 2002)”. Una posizione “scomoda”, in quanto non basata su certezze; ma comprensibilmente umana, in quanto indice di una libera ricerca della verità, del significato di tutto: vita, affetti, gioie e dolori, morte (come quella del fratello Marco o dell’amico Stefano). Il tutto indagato – direi – quasi al di là dei confini della ragione, nel profondo; non a caso, a proposito di chi vuol ridurre tutto a ragione, si trova questa affermazione: “Non ho amato Kant perché ho sempre pensato che la ragione non basta; come nell’innamoramento. Come nella vita e come nella morte” (da Quelli che esercitano amore di sapienza fanno una meditazione continua della morte).

C’è proprio un po’ di tutto; e non si può condensare una presentazione in poche parole. Con uno stile sobrio, Gilberto Vergoni qua e là ammicca a stilemi classici che donano ai suoi scritti un senso di profonda ma dolce malinconia, come nell’ultima terzina della poesia dedicata alla moglie: “Ed ora la voluttà della piena estate fa suo / quell’orizzonte sinuoso, luminoso, stagliato e netto / com’io lo vorrei far mio fino a che, freddo, finirà anche ‘l mio inverno” (Silvia). A volte le parole sembra che scolpiscano nella pagina i tratti della persona descritta, come in Mamma: “Donna d’altri tempi e di sempre, / perno solido e malleabile / oppure colonna del tempio mai finito / che nei figli ha infuso i suoi numi. / Comunque sola. / Muta testimone di antichi suoni e perduti colori” (terza ed ultima strofa della poesia).

L’Autore riflette sul destino umano, consapevole che “Quando i fatti della vita sono troppo forti e troppi pensieri affollano la mente, occorre ricercare il filo attraverso il ragionamento ed il sentimento, attraverso l’allegoria” (dalla prosa All’ombra delle parole, le orme del mio viaggio). E fioriscono i “forse”, ipotesi di risposte adatte al senso di sproporzione tra l’altezza delle aspirazioni umane e la povertà degli esiti delle ricerche della verità del tutto (si veda la prosa Razionale sentimento, forse...). Subentra un senso di smarrimento che suscita domande profonde come: “Dov’è la mia casa, la nostra casa? // Nell’universo c’è l’ombra di me, / quel qualcosa o quel dove che lascio / perché da lì son partito? / Quando mi sentirò di nuovo a casa?” (da Casa); e come: “Perché la gioia è fugace? / Perché l’attimo parla di una intera vita / ma come il sogno sfuma e rimane, ora, / ruga, espressione, sguardo?” (da L’infinito viaggio); o altre volte solo apparentemente più leggere, come: “Chissà se il bianco può lenire il rosso! / Chissà quando comparvero i colori? / Chissà perché son nati i fiori? / E quando la rosa?” (da Rosa solitaria, o della mia professione): domande di verità, come in Verità, dove sei?

È una vertigine: “Vivo nella vertigine della solitudine / di chi vede e sente / negli indifferenti attimi che passano / mentre cerco un perché” (da Guardando il silenzio). Tutto sembra lasciare nel cuore una grande “Nostalgia agrodolce di posti mai visti” (ultimo verso della breve poesia Frammenti di me): segni della coscienza della povertà dell’uomo e insieme della consapevolezza delle sue grandi potenzialità. Una sproporzione alla quale potrebbe dare risposta solo un quid novi, un fatto nuovo, un’amicizia che apra l’orizzonte umano alla coscienza del proprio destino. Per questa apertura non bastano i ricordi (“Come lo scirocco che vien da lontano, / il ricordo riscalda / sciogliendo il cuore e finalmente le labbra / in un sorriso sereno e, per un po’, senz’affanno”, si legge alla chiusura di Festa).

Affiora qua e là un acuto pessimismo, come quando l’Autore scrive che “il dolore è l’elemento più umano dell’uomo, accettato come condanna e destino, e riscattato da attimi d’amore” (in Razionale sentimento, forse...); ma c’è la consapevolezza che il pessimismo affonda le sue radici nella solitudine, superata la quale si può passare dal “Sento, ma non so cosa mi lega” al “Sento; sì sento qualcosa che mi lega. / Guardo e cerco di vedere. Ascolto e cerco di capire” – come ben espresso nella poesia Solitudo.

Siamo alle soglie di quello che si definisce ‘senso religioso’, che nell’uomo è innato, ma spesso viene soffocato – specie nell’epoca nostra – dalla somma preoccupazione delle ‘cose da fare’. Ma qualcosa succede; ad esempio, “Piove e mi lava via l’ansia del dover fare. / Il tempo sembra fermarsi, / pesante, / come il silenzio nella mancanza delle parole” (così inizia Nell’attimo che piove), e chi non si lascia prendere dalle cose da fare comincia a vedere in tutto qualcosa di interessante, di splendente, di nuovo: anche in un “umido naso” (Cane), in una Effimera brezza, in qualche paesaggio o luogo (ad esempio, Vulcano o Naxos o Lubriano o Peschici o Cesenatico); e soprattutto in un amico che, paziente come un libro che si lascia chiudere e poi riaprire per riprendere la lettura interrotta, “è lì a riprendere la storia / in effetti mai interrotta, come quando l’ho lasciato. / Anzi arricchito / della mia e della sua vita, / nel mentre scorsa” (finale di Leggero come un amico).

Allora sorgono le domande “ultime”, quelle sul senso della vita, i Perché: “… // Il dove, / l’era, / il sarà, / sono confusa percezione che / l’adesso dilata” – da cui la sensazione di una “Promessa uguale per tutti. / Incantesimo o Destino?” (da Promessa infranta – Le mani dei bambini), e l’urgenza esistenziale di una risposta che deve esistere e deve essere cercata, pena il rinunciare alla propria umanità: “Destino che voglio capire / prima che lui mi incontri” (da Bisturi e valigie).

Ma l’uomo non basta a se stesso, perché “La morte slega tutto / ed è notte per sempre” (finale di Un’amica se ne va), mentre resta sempre accesa la ricerca di un senso, anche “Di un senso che non c’è / come in queste parole / che cercano accordi per un’armonia nelle cose, / armonia che non trovo / ma che, mentre scrivo, mi solleva verso / una muta, inconsapevole, umana, disperata / speranza” (da Sogni nel sale del mare).

Il senso religioso è l’anticamera della fede; e la fede è il luogo di quell’incontro con la verità che riempie di senso tutta la vita; e la vita è il dono misterioso di Dio all’uomo di ogni tempo; e Dio è la Verità del tutto. Questo “circuito” di pensiero ci porta a capire che definirsi “filosofo cristiano cattolico non credente” è veramente un ossimoro, dacché Cristo è venuto nel mondo e si fa incontrare ogni giorno nella sua Chiesa, immagine imperfettissima (perché compagnia di uomini) della Sua presenza nel mondo. Lo scrittore lo percepisce, anche se si sente “testimone di cose che non so / ma che porto dentro” (da Nelle pietre di antiche chiese), dicendo di sé: “E scrivo, vivo, scrivo / per trovare / quella parola che mi sta aspettando” (da C’è una parola).

Sì, in fondo questa raccolta di pensieri e poesie di Gilberto Vergoni, invitandoci a riflettere su tutto, e senza quel “rispetto umano” che spesso ci tarpa le ali, è uno strano ma autentico libro di meditazione religiosa. Vale proprio la pena leggerlo, con calma.

Marco Zelioli

 

Gilberto Vergoni, Frammenti d’anima, di senso, e spigolature sparse, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 116, isbn 979-12-81351-67-7, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Gabriella Carrano, "Èros e Thànatos nel mondo greco-romano"

8 Giugno 2025 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Gabriella Carrano

Èros e Thànatos nel mondo greco-romano.Antologia di saggi critici.

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

I temi trattati da Gabriella Carrano nei sei saggi che compongono Eros e Thanatos nel mondo greco-romano (Guido Miano Editore, Milano 2025) sono molti, ma qui ne possiamo indicare solo alcuni, importanti perché, per dirla col prefatore Enzo Concardi, ci fanno «scoprire dimensioni umane oggi forse perdute nelle grandi illusioni tecnocratiche, virtuali, egotistiche, socialmente liquide» (Premessa, p.8).

È un libro dotto, ma che tutti possono apprezzare, perché le citazioni greche e latine sono tradotte e spiegate in modo che chiunque possa comprenderle. Così, attraverso analisi e tendenze interpretative di alcuni autori greci e latini, siamo portati a spasso attraverso i secoli.

A partire dalle riflessioni di Mario Untersteiner sulle origini della tragedia antica, si vede come essa sia stata capace di unificare il particolarismo di Atene nei secoli V e IV a.C. ed il cosmopolitismo ellenico, ed anche il sentimento profondo di diversi popoli e civiltà nel lungo trascorrere del tempo. Se ciò è potuto accadere, è per la sempre uguale partecipazione emotiva degli spettatori.

In particolare la Carrano presenta la tensione tra il ruolo tradizionale della donna nel mondo greco antico (curarsi della casa e mettere al mondo dei figli, preferibilmente maschi) e l’emergere di una nuova voce ‘al femminile’. Ci presenta i forti personaggi femminili di Euripide, Medea e Ifigenia, che incarnano la lotta per l’autonomia e la giustizia nonostante la loro condizione ingiustamente limitata dalla società del tempo: esse non sono solo custodi della casa, ma anche agenti di cambiamento. La tragica complessità delle passioni femminili nel teatro classico è scrutata ripercorrendo altre figure, come Fedra e Didone, per le quali l’amore è passione, sì, ma anche delirio, vergogna e rovina. Sono figure che rivelano la complessità e il dramma della condizione femminile, e le loro vicende tragiche evidenziano sfide e sofferenze, rivelano vulnerabilità e forza: sono vittime che affrontano e pongono profondi dilemmi morali e sociali. Le loro passioni non solo ne influenzano le vite, ma hanno anche ripercussioni storiche e culturali, e diventano emblema di conflitti più ampi che attraversano le diverse epoche, fino a noi.

La Carrano non guarda solo al teatro, ma anche alla poesia lirica greca. Ne Il “fiore” di Nosside in terra locrese vibra una delle ultime voci femminili del mondo ellenico, seguace di Saffo: Nosside (cui la città di Locri dedica il contemporaneo “Premio Internazionale Nosside di Poesia”). Questa “mistica della femminilità” rappresenta un caso unico nella poesia femminile del greco tardoantico, con la sua scrittura epigrammatica in un linguaggio dorico ricco di immagini, raffinato, dalla struttura metrica elegante: un’ibridazione che evidenzia una poetica realistica e individualistica. La sua visione dell’amore, in un contesto aristocratico e tutto sommato matriarcale, è espressa come esperienza terrena più che come aspirazione all’immortalità. Il suo canto d’amore, che contrasta coi temi guerreschi tipici dell’archetipo antropocentrico della cultura greca dell’epoca, ha influenzato molti poeti successivi e contribuito alla rinascita della poesia femminile.

Altro tema affrontato dalla Carrano è il “viaggio di Ulisse” come raffigurazione del perenne “desiderio e dramma della conoscenza”. L’eroe omerico, figura centrale nell’èpos greco, ricorre nella letteratura da Omero a Dante ed oltre, fino agli autori contemporanei, ed il suo viaggio è da sempre e per sempre metafora di ricerca e scoperta, di tensione tra centro e periferia, simbolizza l’anelito umano verso l’immortalità e la saggezza, riflette le ansie e le aspirazioni dell’intera umanità.

L’Autrice prende in considerazione anche la poesia lirica latina nel saggio Ovidio e le pratiche abortive. Del poeta mette in luce, in contrasto con le filosofie libertine, l’opposizione alle pratiche abortive, considerate un crimine contro la vita (anticipando i dibattiti moderni sulla dignità umana e il valore della vita). La sua visione dell’eros coniugale è centrale, in una Roma da lui prefigurata come paradigma di un mondo ideale, dove fides e pudicitia sono proposte contrapposte alla luxuria imperante a quel tempo; perciò Ovidio utilizza i miti classici di Teti, Rea Silvia e Venere per dimostrare l’importanza della vita e della procreazione. Il messaggio è chiaro: la vita è sacra, va rispettata, e l’aborto è un atto che va contro la natura e la moralità.

Ultimo tema presentato è quello della morte: la meditatio mortis di Seneca, che non la affronta in chiave escatologica, ma esistenziale, utilizzando metafore per descrivere il divenire della vita. Esplora Thànatos attraverso la metafora della clessidra, presentando la vita come un continuo scorrere verso la morte; utilizza la metafora del fiume per descrivere il flusso inarrestabile del tempo e della vita ed illustrare la transitorietà dell’esistenza umana. Seneca usa un linguaggio incisivo per presentare la drammaticità della condizione umana, che solo la consapevolezza della morte porta ad un livello riflessivo, in cui la memoria è elemento chiave: rievocare il passato è un modo per affrontare la brevità della vita. Seneca, parlando di libertà interiore e valore del tempo, sostiene che la vera libertà è nella capacità di vivere pienamente il presente, per affrontare la fugacità della vita, che scorre rapidamente – il che spinge a vivere in modo più autentico e significativo. In ciò, Seneca anticipa molti aspetti del pensiero cristiano.

Questo bel libretto di letteratura classica, insomma, è un valido strumento di supporto per studenti e studiosi, un libro parascolastico, ma anche di approfondimento critico per chi voglia conoscere meglio l’eredità a noi giunta dalla classicità.

Marco Zelioli

 

 

Gabriella Carrano, Èros e Thànatos nel mondo greco-romano, premessa di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 124, isbn 979-12-81351-43-1, mianoposta@gmail.com.

 

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Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"

2 Febbraio 2025 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Pietro Rosetta

Poesie nascoste nella dispensa

 Guido Miano Editore, Milano 2024

 

La raccolta Poesie nascoste nella dispensa (Guido Miano Editore, Milano 2024) ci fa incontrare una delle tante figure di autore “prestato” alla poesia, ma proveniente da tutt’altro campo che quello letterario. Pietro Rosetta, infatti, è un Oftalmologo, responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica dell’Istituto Humanitas San Pio X di Milano. Eppure sembra un autore consumato, non certo un principiante. Lo testimonia anche il fatto che il suo esordio nella poesia risale al 1997.

Sotteso a tutta quest’opera c’è un amore che lacera e sembra far presentire una fine prossima, tanto che, ad un certo punto, l’Autore gli dedica quasi un epitaffio: “Qui giace il nostro amore/ a due passi da quelle onde agognate/ che lontane come non mai,/ ora, tormentano senza pace il silenzio dei nostri cuori”. Tuttavia tale amore, a tinte a volte drammatiche, non comporta alcuna solitudine, poiché tutti siamo “onde della stessa acqua”, come notato anche nella Prefazione di Enzo Concardi: “è presente un ‘tu’ nel ruolo di interlocutore che potrebbe essere sia un altro-da-sé, che il suo alter-ego” – e per questo l’itinerario dell’opera si riassume come un cammino “tra il canto d’amore e la ricerca esistenziale senza approdi”.

Fra tali apparenti opposti c’è il tempo della vita, che corre via e costringe il poeta ad esprimersi con pensieri concitati, come nella poesia (solo un asterisco come titolo, come molte altre) che inizia e finisce con le medesime parole “Il tempo è sbocciato”. Poesia da leggere tutta d’un fiato, perché è quasi senza punteggiatura tranne cinque virgole e il punto finale, ma il cui messaggio è semplice, comprensibile a tutti: è immagine del tempo che fugge - appunto. E il tempo della vita porta con sé tanto i ricordi (a volte sbiaditi, a volte fulgidi, a volte amari e a volte dolci) quanto gli incontri con persone sorprendenti, come la suora che nel poeta fa nascere interrogativi e così la tratteggia: “senza parlare preghi quel tuo/ Gesù che da sempre nascondi/ in cucina nella dispensa”; o come la “Maria, stanca Maria”, il cui sguardo basta a far intuire “del giorno in cui una nonna/ ti aveva spiegato il peso della vecchiaia”.

Quanto al modo di scrivere, uno stilema tipico di Pietro Rosetta, quasi insistente, è la ripetizione delle stesse parole o di un intero verso, a mo’ di ritornello d’una canzone: il che dà al lettore la sensazione di leggere delle nenie (come “I canti delle vedove”, “Questa notte”, “Quando la città è lontana”, “Centrato da non so quale grandine”, “Non so” – per fare solo alcuni esempi). Due volte, poi, una poesia inizia e conclude con le medesime parole (“Il tempo è sbocciato” e “Il tempo è maturo”). Però nessuna pesantezza grava sul fluire dei versi, che corrono via con semplicità e immediatezza, coinvolgendo il lettore, quasi costringendolo ad andare avanti. E così si arriva alla fine del libro senza accorgersene, con la voglia di leggere ancora, per scoprire quale mistero si celi dietro l’affascinante racconto poetico dell’Autore, il quale sembra quasi descriversi compiutamente in questi versi: “Rintanato nella caverna/ della mia vita/ mi riscaldo al fuoco dell’esperienza” – ma anche tenta la nostra curiosità di conoscere altri suoi “appunti dimenticati/ nella fretta del passaggio”.

Marco Zelioli

 

Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.

 

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Andrea Cattania, "Amore per sempre"

25 Gennaio 2025 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni

 

 

 

 

Andrea Cattania

 Amore per sempre

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

La raccolta delle liriche di Andrea Cattania, ingegnere prestato (con successo) alla poesia, è un insieme di testi scelti da quindici sillogi (Inno alla vita, Il canto dei petali di pesco, Ricerca perenne, Alla ricerca del cosmo, Come l’ape ben sa, Lila è tornata, Verde come quest’ora tra le foglie, Il cammino del pensiero umano, Tra natura e tensione metafisica, La sinfonia del cosmo, Gocce di luce, I colori delle parole, Lunga sarà la notte, Dimmi perché il vento stasera e La traccia folgorante di un pensiero) delle oltre venti da lui pubblicate dal 2001 in qua. Il libro proposto da Guido Miano Editore è diviso in tre parti in riferimento alle tematiche “Amore per sempre”, “Le problematiche dell’essere”, “La contemplazione dell’universo e della natura”, con altrettante Prefazioni nel campo della Letteratura Comparata. In quella alla prima parte, Enzo Concardi propone un parallelo della poesia amorosa dell’Autore con quella dello statunitense Edward Estlin Cummings (1894-1962); quella della seconda parte, di Gabriella Veschi, lo accosta al francese Charles Baudelaire (1821-1867) per la “affascinante consonanza di immagini e motivi, unita ad un linguaggio dalla dirompente carica innovativa”; la terza, di Floriano Romboli, lo presenta come ‘vicino’ allo stile di un altro grande poeta francese, Paul Claudel (1868-1955). Tutto ciò è testimonianza del grande spessore dei versi del Cattania.

I versi a volte interrotti, spesso col pensiero che si conclude ‘a capo’, non seguono una metrica precisa: si alternano settenari ed endecasillabi, ma a volte le sillabe aumentano fino a quindici, talvolta si fermano a cinque o arrivano ad otto. Un ritmo spezzato che ben asseconda l’aritmia del pensiero del poeta.

Nella prima parte, soprattutto, dominata dalla presenza-assenza dell’amata Lila – amore che vive “sul filo dell’immaginario”, come recita il terz’ultimo verso della poesia Il filo immaginario, riportata nella seconda parte della raccolta, dominata da riflessioni ‘filosofiche’ sulla vita; e qui, preannunciando quale sarà il tema centrale della terza parte, l’Autore propone riflessioni sul cosmo, del quale dichiara di voler essere come un frammento “senza turbare la trama sottile/ che ci avvolge e disegna l’universo” (Il futuro non sarà nero).

Seconda parte ricca di domande sul destino dell’uomo, sull’Assoluto che si manifesta “per ricordarci chi siamo e perché”, sulla natura delle cose, sulla loro essenza e sulla bellezza dell’universo che sempre invita alla ricerca “di qualche spiegazione al grande Tutto” (ultimo verso di Viaggio nel mio io).

Nella terza parte, infine, la contemplazione dell’universo porta ad altre profonde riflessioni sulla natura, e sull’uomo in rapporto ad essa, fino al paragone (per nulla leopardiano nel ritmo, ma come quello di Leopardi universale nel tono) con L’infinito, e fino a spingersi ad esclamare, in un titolo: Vorrei conoscere i pensieri di Dio.

In questa raccolta il lettore trova molte domande e molti spunti per farsi altre domande sulla propria e l’altrui vicenda umana, ma non trova risposte – se non adombrate, forse un po’ suggerite dalle liriche scelte. Perché il Cattania affida alla poesia questo compito: “Come il medico deposita il miele/ sul bordo della tazza/ perché il bimbo malato non avverta/ il ripugnante sapore del farmaco,/ così il poeta addolcisce nei versi/ la dura realtà che trasfigura/ affidandola al canto delle Muse” (Il compito della poesia).

E così la lettura di questo Amore per sempre è una medicina per l’anima di chi legge.

Marco Zelioli

 

Andrea Cattania, Amore per sempre, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 100, isbn 979-12-81351-46-2, mianoposta@gmail.com.

 

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Amelio Cimini, "In Cammin o - 50 anni di poesia in musica"

20 Gennaio 2025 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

In cammino – 50 anni di poesia in musica

Amelio Cimini

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

«Chi canta prega due volte»: cito Sant’Agostino per dire che questo libro è un chiaro invito alla preghiera. Ma il libro, purtroppo, è senza musica. Il che, per quanto ci fa intendere Don Amelio Cimini nella sua prefazione, è un ‘di meno’ del quale bisogna farsi una ragione. È così: perché, se si ascoltano delle canzoni avendo il loro testo sotto gli occhi, si gustano meglio. Però va dato atto all’Autore di aver avuto coraggio a presentare un libro di ‘poesie senza musica’: che canzoni restano, spesso col loro ritornello, e come tali il lettore le può immaginare (e magari inventarsi la musica). Chi vuole ascoltare la musica di molte canzoni curate da Don Amelio (versione ritmica e arrangiamento) può prendere un CD come In attesa dell’alba – canti spirituali di un popolo in cammino (a cura del Centro pastorale polacco “Corda cordi”), con dodici canzoni tra cui la ben nota Alla Madonna di Czestochowa, col suo amabile ritornello: «Madonna, Madonna Nera,/ è dolce esser tuo figlio!/ Oh, lascia Madonna Nera,/ ch’io viva vicino a te».

Don Amelio Cimini, che ha al suo attivo oltre cinquecento brani musicali pubblicati, ora ci offre questo suo In cammino che raccoglie un piccolo numero di canti-preghiere, ‘distillando’ i testi in sette parti: le prime sei (La vita, Simboli e segnali, La ricerca, La scoperta, Il Mistero, L’Annuncio) sono una sequenza investigativa della vita di chi voglia rendersi più consapevole del proprio essere; l’ultima (Donna e Madre) è quasi l’indicazione della ‘compiutezza’ che l’umanità trova in Maria, cui ci si può rivolgere cantando perché è la ‘nostra’ madre: piena di giovinezza, di misericordia, di luce – per richiamare alcuni titoli.

Sono molte le reminiscenze bibliche, ovviamente, trattandosi di canti religiosi: come l’inizio di Lungo i fiumi. Niente di inutilmente ripetitivo, però; nessun ‘manierismo’, ma un consapevole richiamo a tematiche ‘eterne’ perché siano rimeditate, riassorbite coscientemente da chi legge/ascolta il messaggio di questi canti, che riecheggia e amplifica quello del primo Natale: «… Grande notte dell’Oriente,/ tu portasti al mondo inter/ la Speranza che non muore,/ la dolcezza nel dolor…» (Il sussurro della speranza). Il tema della speranza è uno dei fili conduttori della raccolta, che attraversa dubbi (Il cielo è blu), paure (Se scende la sera), pregiudizi (inizio dell’ultima strofa di Artigiano misterioso), ricerche (Tu sei), scoperte (il finale di La vera vita); e, per un cammino non facile, non senza difetti, si è condotti a scoprire la pienezza della vita: «… Ciò che non arriva a Dio/ non può dar felicità:/ proteso all’infinito/ è il nostro cuor! ...» (La vera vita).

In questa raccolta di ‘poesie senza musica’, l’Autore dimostra di possedere un ritmo adeguato anche alla parola scritta. Ciò rende facile la lettura di quanto proposto per ‘svegliare’ il lettore e fargli percepire che ogni istante della vita ha un senso preciso, vive di un rapporto con l’eterno che – anche inconsapevolmente, a volte – lo fa ‘muovere’ verso gli altri. L’uomo, da solo, è poca cosa; insieme agli altri costituisce una comunità, un popolo. È inevitabile riflettere su ciò, per tutti, anzi per ciascuno – salvo volersi ritrarre dalla vita sociale. Da sempre la musica è un invito all’ascolto, prima, e poi un modo per coinvolgere altri nel canto: crea vicinanza, favorisce amicizie, fa nascere un approccio comunitario agli argomenti trattati dalle parole che accompagna. E la poesia, a ben vedere, fa lo stesso, spesso usando la musicalità delle parole per evocare un ritmo (a volte nascosto) capace di avvicinare gli uni agli altri almeno nel pensiero, se non nell’azione corale.

Quello di scrivere canzoni e pubblicarle senza musica si rivela pertanto un ottimo modo  per ‘coinvolgere’ i lettori. La poesia non crea un coro udibile, ma una consonanza di sentimenti e di pensieri, sì. È questa la ragione del suo esprimersi, in fondo. Lo si capisce bene leggendo le righe (una o due, tre righe solo due volte) introduttive di ogni canzone-poesia. Un escamotage che avvicina la comunicazione dell’Autore a quella che Giorgio Gaber usava nel suo ‘teatro-canzone’ per spiegare al pubblico i suoi pensieri (ben aiutato dal co-autore Sandro Luporini); con la differenza che Gaber usava le canzoni per ‘accompagnare’ il testo teatrale, mentre qui le note introduttive ‘accompagnano’ i testi delle canzoni-poesia. Anche i ritornelli aiutano a ‘collocare’ i testi, indicando il ‘succo’ del messaggio: ad esempio, il ritornello di Quale vita  o di Sono il buon pastore. Allora nulla può più frenare l’impeto che nasce della scoperta della strada (‘stretta’, per rifarci a ciò che indica Gesù nei Vangeli) per la realizzazione non di desideri effimeri, ma della felicità: strada piena di realismo nel considerare sé in paragone a Colui che per salvarci ha dato la sua stessa vita. Così scaturisce la preghiera, come in Davanti alla Sindone.

Le parole di chiusura del foglio illustrativo del CD In attesa dell’alba sono indicative: cantare permette di respirare «un po’ d’aria pulita dopo una giornata di smog», il che offre «una piccola luce, in attesa dell’alba».

Con questa raccolta Don Amelio Cimini ci regala un modo di pregare lungo il “cammino” della nostra vita; e così, tornando alla citazione iniziale, mentre si è letto questo libro abbiamo pregato almeno una volta. Cosa della quale ringraziare l’Autore, al cui invito a camminare per la vita non ci siamo sottratti: perché, come dice il secondo verso del ritornello della canzone di apertura del libro (Allora capirai), «la vita è un cammino, è una canzone».

Marco Zelioli

 

Amelio Cimini, In cammino – 50 anni di poesia in musica; a cura di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-10-3, mianoposta@gmail.com.

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L’AUTORE

Amelio Cimini vive a Ladispoli (RM). Sacerdote, autore-compositore (4 Cantate per Soli, Coro e Orchestra, 500 brani pubblicati), ha curato per diverse Case Editrici oltre 100 album discografici. Insegnante nei Seminari e Licei di Roma e in Istituti di Scienze Religiose, animatore musicale per la catechesi giovanile e la pastorale parrocchiale, ha organizzato, tra l’altro, i Corsi di Aggiornamento Liturgico-Musicale per il Vicariato di Roma e il Corso di Perfezionamento Liturgico-Musicale (Co.Per.Li.M.) per l’Ufficio Liturgico Nazionale CEI.

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Silvana Ramazzotto Moro, “Van Gogh, l’uomo”

11 Gennaio 2025 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #arte, #pittura, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Silvana Ramazzotto Moro

 “Van Gogh, l’uomo”

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

 

Una nuova, interessante opera su Vincent Van Gogh va ad arricchire la schiera degli scritti sul pittore olandese: è Van Gogh, l’uomo di Silvana Ramazzotto Moro, che Guido Miano Editore propone con quattordici riproduzioni di disegni. Come recita il lungo sottotitolo, l’uomo Van Gogh è “raccontato da lui stesso nelle sue lettere: autoritratto, amore, vocazione mistico-religiosa, rapporti con i genitori e con il fratello Theo, arte, soldi, malattia”.

Il libro si dipana in tredici sezioni, ognuna delle quali individua un aspetto peculiare della vita dell’artista, così come appare dalle lettere scelte dall’Autrice. Si parte dalle lettere che riguardano il celeberrimo Autoritratto, a proposito del quale scrive, in una lettera al fratello Theo: “mi muoverò sempre in una sfera diversa da quella della gran parte dei pittori, perché il mio modo di vedere le cose, i soggetti che voglio ritrarre, inesorabilmente lo richiedono”. Nelle seguenti quattro sezioni si spazia dalla vocazione mistico-religiosa giovanile, alle donne amate nella sua vita (parte ponderosa – quasi 100 pagine – e ‘difficile’, dati gli innumerevoli dubbi e problemi manifestati da Vincent), al non facile rapporto coi genitori e ad i piccoli occasionali screzi col fratello Theo. Le altre sezioni sono centrate sul mistero della vita, sull’arte ed il sogno di un cenacolo di artisti, sui paesaggi, sui colori, su questioni ‘pratiche’ legate ai “maledetti soldi” e sui problemi legati alla malattia, per chiudere con l’arte giapponese e con delle “spigolature” (come questa, particolarmente significativa: “mi viene il desiderio di fare tutto daccapo e di cercare di farmi perdonare il fatto che i miei quadri sono quasi un grido d’angoscia, pur esprimendo in simboli la gratitudine con il rustico girasole”). Quasi tutte le lettere sono indirizzate al fratello Theo (un paio sono di Theo a Vincent), poche all’amico Rappard, alla sorella e alla cognata (spesso chiamata anche lei sorella), pochissime ad altri (all’amico Gauguin, ai genitori - specie alla mamma - ed una al signor Isaäcson).

Questa opera non è un’antologia, ma una raccolta meditata fra le numerosissime lettere scritte dal pittore sulle tematiche delle tredici sezioni; la maestria di Silvana Ramazzotto Moro è proprio nella scelta delle lettere, miniera inesauribile di informazioni: ha individuato alcuni temi esistenziali della vita del pittore ed ha ricercato e riportato i relativi brani delle sue lettere, offrendo al lettore il pensiero autentico dell’uomo Van Gogh. Il risultato è come una storia raccontata dall’Autrice ai suoi otto nipoti, cui il libro è dedicato.

Michele Miano nella Prefazione sottolinea che questo libro non è “un erudito trattato di pittura” o “un atlante d’arte”, ma quasi il ritratto di “un’anima sensibilissima e mai compresa in vita”, un libro che “ci apre le porte di un diverso modo di osservare il mondo per scoprire che la simbiosi dell’uomo con la natura può diventare osmosi, se sappiamo leggere nelle cose la profonda essenzialità poetica”. L’Autrice stessa nella sua Introduzione ci avvisa di non aver riportato giudizi suoi o di altri su Van Gogh, per “far sì che ciascun lettore se ne faccia un’idea prettamente personale e soprattutto autentica”; inoltre confessa che, vedendo le opere di Van Gogh, “per la prima volta gli alberi, l’erba, i campi, i prati, i fiori, la natura tutta mi apparvero come esseri viventi”: un’impressione che ha voluto approfondire, fino a regalarci questa mirabile raccolta. Lei ci presenta Van Gogh non per come è diventato per certa critica superficiale (cioè come un ‘genio pazzo’), ma per come è stato: uomo colto, “lettore e collezionista di volumi e di stampe, attento alle nuove tendenze artistiche del suo tempo”, ma spesso certamente infelice nella sua esistenza. Così si può capire come questa lettura di Van Gogh sia estremamente “preziosa per comprendere la sua arte e per conoscere quale uomo assolutamente eccezionale ci fosse dietro al pittore”. Insomma, una ricerca del ‘vero’ Van Gogh, che muove da lui stesso e non dalle opinioni dei suoi, più o meno favorevoli, critici. Ad esempio, nell’Introduzione è opportunamente sottolineato il pensiero del professor Kraus, all’epoca direttore del sanatorio provinciale di Sanpoort, che aveva a lungo osservato Van Gogh dopo le ‘crisi’ che lo avevano fatto ricoverare, escludendone “alterazioni della personalità” e concludendo come “la visione completamente lucida della sua malattia costituiva un ostacolo insormontabile alla diagnosi di schizofrenia”.

È molto interessante la parte dodicesima, sull’amore di Van Gogh per l’arte giapponese: comprò a poco prezzo molte stampe giapponesi e ne tentò anche il commercio (oltre 600 sono oggi raccolte al “Van Gogh Museum” di Amsterdam). Ne ebbe un’ammirazione infinita, tanto che, trasferitosi ad Arles nella “casa gialla” (dove sognava di fondare una comunità di artisti – cui è dedicata parte della settima sezione del libro), nel 1888 scrisse al fratello Theo che gli sembrava di essere in Giappone: la Provenza diventò il suo Giappone, e lo sfondo di alcuni suoi quadri del tempo riproduce elementi di stampe giapponesi. Infine, è bello e molto significativo che l’opera di Silvana Ramazzotto Moro si chiuda riportando una piccola serie di aforismi tratti dalle lettere del pittore.

Insomma, merito dell’Autrice è di aver scelto, nel mare magnum delle lettere scritte da Van Gogh, le più significative e di aver individuato le tematiche più peculiari; e grazie a questo suo lavoro, riesce ad offrire al lettore uno strumento per comprenderne meglio, e in modo diretto, la vita e i segreti. Operazione riuscita.

Marco Zelioli

 

 

 

Silvana Ramazzotto Moro, Van Gogh, l’uomo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 376, isbn 979-12-81351-51-6, mianoposta@gmail.com.

 

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Don Giovanni Mangiapane, "Poesie del Santo Rosario e della via Crucis"

10 Gennaio 2025 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis

Don Giovanni Mangiapane

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Don Giovanni Mangiapane, sacerdote poeta, ci offre queste Poesie ispirate al Santo Rosario e alla Via Crucis scritte in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte. È un’opera poetica e nello stesso tempo un esempio di devozione, che ci guida ad una meditazione fresca (come è fresca e genuina la lingua siciliana), ma assolutamente e rigorosamente valida dal punto di vista pastorale. Le due parti della raccolta si possono considerare come un continuum di riflessioni e di stile.

Del Santo Rosario sono illustrati poeticamente dall’Autore tre misteri: i ‘gaudiosi’ (contemplati al lunedì e al giovedì), i ‘dolorosi’ (al martedì e al venerdì) e i ‘gloriosi’ (al mercoledì, al sabato e alla domenica). Non sono proposti i misteri ‘della luce’, introdotti nel 2002 da San Giovanni Paolo II (al giovedì, con modifica della sequenza delle contemplazioni degli altri tre misteri: i ‘gaudiosi’ lunedì e sabato, i ‘gloriosi’ mercoledì e domenica, rimanendo al martedì e al venerdì i ‘dolorosi’). Tutto è trattato nel pieno rispetto della tradizione della preghiera mariana più nota ed usuale, fin da quando i monaci Cistercensi ne ‘fissarono’ la forma nel Medioevo. Ogni mistero si conclude con due versi che si ripetono per salutare Maria: nei misteri gaudiosi come Madre di Dio, per mezzo della quale l’opera del Padre ha il suo compimento («Ti salutu, Maria, Matri di Diu/ cu tia l’opra sua tutta finiu»); nei Misteri dolorosi come «… Madre Addolorata,/ ai piedi della croce sei piantata»; nei Misteri gloriosi con queste parole: «Io ti saluto, del cielo Regina,/ della gloria di Dio sei tutta piena».

I versi di questo Rosario ci offrono una chiave didascalica efficace e piena di acume interpretativo. Tre soli esempi, uno per ogni mistero, valgono a far tesoro di questa preghiera. Nel terzo mistero gaudioso si ‘vive’ la concitazione del momento che precede la nascita di Gesù: «Nun c’è postu, troppa genti,/ vonnu essiri presenti/ e na grutta li ripara,/ pi l’Eventu di la Storia» («Non c’è posto, troppa gente:/ voglion essere presenti/ e una grotta li ripara,/ per l’evento della storia»): niente di più vicino alla comune vita delle donne e degli uomini di tutti i tempi di fronte ad un ‘lieto evento’. Nel quarto mistero doloroso si rivive in una sola quartina tutta l’angoscia di un’ingiusta condanna e nello stesso tempo si raccoglie un segno della permanente presenza di Cristo nel tempo della vita del mondo: «Nciampà cadì si susì/ la matri la binidicì,/ facci cè ncapu linzolu/ donni avvisò pi cunsolu» («Inciampò, cadde, si alzò,/ la madre là lo consolò;/ c’è un volto sul lenzuolo:/ a voi, donne, così vi consolo»). Nel secondo mistero glorioso, al momento dell’ascensione di Gesù, c’è la succinta ed abile descrizione della vita dei discepoli che non si ferma, ma va avanti con un nuovo scopo: la missione verso tutte le genti attraverso il proprio quotidiano vivere: «Mentri parlava acchianava/ di cori binidicia;/ cu acchianà dopu scinni/ ura è: a li facenni» («Mentre parlava se ne saliva/ e di cuore li benediceva./ Chi è salito dopo scende;/ e ora, alle nostre faccende»).

La seconda parte della raccolta è dedicata alla Via Crucis. Le prime quattordici stazioni, nella traduzione italiana, sono introdotte da una breve meditazione in prosa. Le stazioni sono quindici: è compresa quella della Resurrezione, introdotta nel XII secolo dall’Arcivescovo di Colonia, ma percorsa saltuariamente (l’itinerario tradizionale, quello riportato sulle pareti delle chiese cattoliche in tutto il mondo, si ferma alla XIV stazione con la sepoltura di Gesù). Si ripercorre l’ultimo tragitto di Gesù in Gerusalemme: dopo la condanna di Pilato, caricato della croce, incontra la Madre; poi Simone di Cirene è costretto ad aiutarlo; incontra la Veronica, cui ‘regala’ l’immagine del proprio volto impressa su un velo, e le donne di Gerusalemme, cui dice di piangere su loro stesse e i propri figli e non su di lui. Gesù, messo in croce, parla al ‘buon ladrone’ ed infine alla madre e al discepolo prediletto Giovanni, affidando l’una all’altro prima di esalare l’ultimo respiro. E le tre cadute, e la deposizione dalla croce, e la sepoltura di Gesù che conclude provvisoriamente la vicenda – perché la fine vera non c’è, arrivando la Resurrezione che apre mille e mille vie alla testimonianza cristiana.

In tutto questo tragitto, l’Autore si percepisce compartecipe di ogni vicenda ripercorsa, e sentiamo il suo caldo invito a riconoscerla come ‘nostra’, a meditarla con cuore umile e aperto, a lasciarci sconvolgere la vita da un incontro tanto intenso e vero come quello di Gesù – ancora qui con noi. Una compartecipazione che si propone con tanta discrezione quanta decisione, come, ad esempio, nella seconda e terza quartina della IX Stazione: prima Gesù si rivolge al lettore e poi l’Autore richiama l’attenzione sulla vicenda del Cristo («Ce lo hai detto tante volte,/ timorosi per le svolte:/ “State attenti, non sbandati;/ voi con me siete impastati.”// Nella vita lo facesti,/ con coraggio sempre andasti;/ ma quel giorno hai sudato,/ sangue vivo hai versato»). Una compartecipazione ‘richiesta’: infatti, mentre la preghiera del Rosario è sia personale che comunitaria, la Via Crucis è un gesto per sua natura comunitario. In essa si rivivono le ultime ore di vita di Gesù prima della Resurrezione: ore vissute in mezzo alla gente di allora, coi suoi pensieri e pene, indifferenze e passioni. Un gesto che anche oggi coinvolge chi, come il Cireneo della V Stazione, si trova a passare per caso. Un gesto “pubblico”, al quale l’Autore invita a compartecipare, soprattutto, direi, con la giaculatoria ricorrente che (al posto della tradizionale «Santa Madre, deh! Voi fate/ che le piaghe del Signore/ siano impresse nel mio cuore») suona così: «O Gran Virgini Maria,/ vostra pena è curpa mia» («O gran Vergine Maria,/ la vostra pena è colpa mia»). Tanti altri sarebbero gli esempi, ma è meglio che il lettore li scopra da sé.

Lo schema delle poesie è fisso: nel Rosario c’è la sequenza di quattro quartine di quattro versi, più un saluto a Maria nel distico finale, quasi sempre con rima baciata a due a due. Anche nella Via Crucis i versi sono a schema fisso: tre quartine e un distico finale, quasi sempre con rima baciata, più il “ritornello” di chiusura su citato, uguale fino alla quattordicesima stazione. È uno schema utile alla memorizzazione, che nella traduzione italiana inevitabilmente si perde, anche se c’è il tentativo di conservarlo intatto – ove possibile.

Per quanto riguarda l’uso, voluto, della lingua siciliana per i suoi versi, Don Giovanni Mangiapane ‘gioca in casa’. Non è la prima volta, infatti, che pubblica in Siciliano; e la Regione Sicilia, per promuovere l’uso della lingua isolana e farla conoscere a scuola, ha inserito i suoi Versi Siciliani in due volumi di poesie editi dal Liceo Umberto I di Palermo nel 2024. Da tempo si è abbandonato l’uso del termine di “poesia dialettale”, perché con questa espressione solitamente si sottintende l’uso di una lingua morta. Merito di questo sacerdote poeta è di produrre letteratura in ‘viva’ lingua siciliana, affinché la ricchissima cultura isolana venga tramandata così come è nata, senza ‘traduzioni’.

Le poesie proposte nella raccolta sono state pensate e scritte per essere lette e recitate in Siciliano, e il classico problema dei testi poetici è che, quando vengono tradotti da una lingua ad un’altra, inevitabilmente perdono un po’ del loro fascino stilistico. L’aiuto a comprendere la lingua siciliana ci viene qui dallo stesso Autore, che a fianco del testo siciliano propone quello italiano. Così anche i meno avvezzi alla lingua isolana possono avvicinarsi al senso pieno delle parola scritte. In ciò si è abbastanza facilitati, se si conoscono già gli argomenti stessi delle poesie – cosa probabile, perché il Rosario e la Via Crucis sono preghiere e gesti ben noti alla gran maggioranza dei possibili lettori. Però ci sono parole “intraducibili”, e nel tradurre l’Autore fa ricorso a delle parafrasi. Tuttavia, in certi casi bisogna ‘entrare’ nella lingua originaria per comprendere il significato del tutto, perché ci sono modi di dire che, a chi non conosce la lingua originaria, dicono poco. Ad esempio il “mortorio” del quarto verso della XIV Stazione della Via Crucis è il suono di campane a morto, usato anche, per le “chiamate d’emergenza”. Nel nostro caso, dal venerdì della sepoltura di Gesù alla sua Risurrezione all’alba della domenica di Pasqua, il tempo di un “mortorio” significa una brevissima attesa – nella prospettiva dell’Eterno. Devo questa spiegazione alla cortesia dell’Autore, perché io non ci sarei mai arrivato! Ma, per il resto, tutti i versi in Siciliano sono facilmente godibili e fruibili da chiunque, con l’ausilio della ‘traduzione d’autore’.

Diciamolo pure: questa raccolta poetica vale molto per chi conosce già la sequenza dei Misteri della preghiera del Rosario e per chi già pratica il ‘pio esercizio’ della Via crucis; ma vale anche, e forse ancor di più, per chi non li conosce. Sì, perché la forma poetica (tanto in lingua siciliana quanto nella traduzione italiana) è tanto semplice quanto potente, capace di avvicinare anche chi si accosta solo per curiosità a questi testi di Don Giovanni Mangiapane. Che, in tal modo, esercita la sua missione in bellezza.

Marco Zelioli

 

Don Giovanni Mangiapane, Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 72, isbn 979-12-81351-52-3, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Giovanni Mangiapane, nato a Cammarata (AG) il 24 maggio 1944, è stato sacerdote e parroco della diocesi di Agrigento per cinquantaquattro anni, ordinato il 29 maggio 1970 parroco sino ad ottobre 2023. Ha ricoperto l’incarico di Direttore Ufficio Beni Culturali in Diocesi dal 2002 sino al 2009, dopo avere ricostruito la Cattedrale di Caltabellotta, per le grandi celebrazioni del 7° centenario della pace di Caltabellotta del 31 agosto 1302. Ama scrivere, in lingua italiana e in vernacolo, anche versi, con piccoli messaggi augurali, concorsi parrocchiali, epitaffi, ricorrenze di vita. La Regione Siciliana, nel promuovere il Siciliano come lingua da far conoscere a Scuola ha inserito i suoi versi in due volumi di poesie, Versi Siciliani di Giovanni Mangiapane, edizioni Liceo Umberto I di Palermo 2024.

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