eros
Cime Tempestose

Quando ho scritto La pietra in tasca, ho visto tutte le versioni cinematografiche di Cime tempestose. Per me quella di William Wyler del 1939, con Laurence Olivier e Merle Oberon, resta il capolavoro assoluto, che da bambina mi ha fatto accostare al mondo di Heathcliff e Cathy. Quella di Peter Konsminsky del 1992, con Ralph Fiennes e Juliet Binoche, è romantica e piacevole, quella di Andrea Arnold del 2011, con James Howson (un Heathcliff nero) e Kayia Scodelario, ha un suo brutale perché.
Ma questa, del 2026, di Emerald Fennell, con Jacob Elordi (per altro reduce da un’ottima interpretazione del mostro di Frankenstein) e con Margot Robbie è brutta. Non c’è altra parola, il film è brutto e sbagliato.
La Emerald ha tagliato mezzo romanzo, e vabbè passi, lo avevano fatto anche gli altri. Come se il polo Wuthering Heights /Thrushcross Grange, e l’intreccio Earnshaw/Linton fosse da liquidare perché inutile. Quando, invece, il riscatto emotivo della seconda generazione, la pacificazione dell’odio, l’inutilità della vendetta, della “pietra in tasca”, è un tema fondamentale. Vi parrà strano ma nel libro c’è un doppio lieto fine, dove Heathcliff si stanca della propria rivalsa e si ricongiunge a Cathy dopo la morte, e dove il figlio di Hindley, Hareton, e la figlia di Cathy, Catherine Linton, i due cugini, riparano il passato, mostrando cosa avrebbe potuto diventare Heathcliff se affiancato e non respinto da Cathy, se l’orgoglio ferito non avesse prevalso sul buon senso e sull’amore, se un po’ della luce dei Linton si fosse riversata sull’oscurità degli Earnshaw.
Questo, dicevamo, era comunque già successo con gli altri film. Ma la Fennel fa di più. Stravolge i personaggi. Fa di Mr Earnshaw, il padre amorevole di Cathy, l’orrido e violento maltrattatore che dovrebbe essere invece suo figlio Hindley, qui sparito dalla storia. Ma lo fa in modo superficiale, disegnando la figura di un ubriacone scialacquatore, non la pura malvagità di Hindley. Trasforma Nelly, la governante dura ma affezionata, in una asiatica e vendicativa dama di compagnia, trasforma Joseph, il servo burbero che opprime i ragazzi con i dogmi della bibbia e la paura dell’inferno, in un praticante sadomaso alla Cinquanta Sfumature di Grigio versione stalla, e gli fa fare sesso bondage, fra selle e finimenti, con una compiacente Zillah. Trasforma persino Isabella Linton, la sorella di Edgar, in una non ben definita “protetta” (chissà quale sia stato il motivo di questo cambiamento), dedita anche lei a pratiche sadomaso, capace di farsi tenere letteralmente a guinzaglio da Heathcliff sbavando per lui. Il tragico racconto dei suoi patimenti come moglie di Heathcliff diventa un gioco perverso di cui lei stessa è complice. Quasi a scagionare, (o esautorare in ottica femminista?) Heathcliff dalla malvagità innata che solo Cathy sa tenere a bada.
Cathy in questo film non muore di parto, muore di infezione dopo un aborto, muore salassata dalle sanguisughe. Non dà alla luce alcuna bambina, alcuna figlia di Edgar Linton capace di ereditarne la bontà e la compassione, capace in seguito di redimere Hareton. La Cathy della Fennell è disposta ad annullare il matrimonio con Edgar Linton, cosa che la Cathy della Brontë non ha mai nemmeno pensato.
Il film si apre sulla scena di dubbio gusto d’una impiccagione, che non c’entra nulla con la storia e che vorrebbe mostrare solo un po’ della cattiveria di Cathy. Ma Cathy, nell’immaginario attuale che trasforma persino vampiri e lupi mannari in amabili conversatori da salotto, chissà perché non può più essere ambivalente. Deve essere moderna, emancipata e piena di girl power. E così quel personaggio primordiale, tellurico, perverso, quel meraviglioso personaggio che mi ricordava sia la Rossella di Via col Vento sia la regina Nefertiti di I dieci comandamenti, si trasforma in una bambola bionda e pruriginosa.
Un film che inserisce scene di sesso senza darti il minimo brivido erotico. Un film che parla di sentimenti come fossero una patina elegante da spalmare sopra agli eventi e non, piuttosto, da sentire dentro, nelle viscere. Un film che non ti spreme una lacrima nemmeno nei momenti clou, quelli del “Nelly, I am Heathcliff” e del “Non posso vivere senza la mia anima”.
Un film imbevuto di un espressionismo tutto visivo, simbolico solo nell’intento, che a me ha comunicato fastidio e basta. L’iconica, fumosa, ventosa, Wuthering Heights, dove cani e persone si ringhiano contro l’un l’altro, diventa un blocco di mattoni Lego in stile ucronia fantascientifica. I vestiti sembrano usciti da un Bridgerton cui sia stata tolta l’ironia e la grazia per trasformarlo in neogotico kitsch. La Robbie si veste come Queen Charlotte in una delle sue peggiori caricature ma, almeno, la regina reggente è autoironica. A tratti la Robbie sembra Grimilde di Biancaneve o la Barbie sposa, forse in richiamo al suo film precedente di successo. Oppure si incappuccia di rosso come Little Red Riding Hood ma Elordi/Heathcliff non è il lupo cattivo, è meno espressivo e ha meno allure di uno dei fratelli Bridgerton.
Qui si è, volutamente come dicevo, dato spazio all’idea dell’emancipazione femminile. Dimenticando una cosa. Che nel libro della Brontë Cathy e Heathcliff sono in realtà la stessa persona. Sono l’eroe byronico satanico scisso in due. Sono il male e la passione che si attraggono perché divisi alla nascita. Sono la cattiveria e il freno che solo l’uno sa imporre all’altro.
La Fennell riduce ogni emozione, ogni commozione, ogni più profondo e oscuro moto dell’anima a una masturbazione definita “niente di grave “, a un fascio di notevoli muscoli intravisto di passaggio, al sangue di un maiale sgozzato, a qualche scena rovente solo negli intenti.
Manca tutto il resto. Manca l’incesto sottinteso, manca la dannazione eterna, manca l’odio, manca il sadomasochismo non sessuale ma emozionale, trattenuto a mala pena, ancestrale. Manca la necrofilia, lo scavo della tomba, la riesumazione del cadavere, la promessa di essere seppelliti accanto, ossa contro ossa in un amplesso senza fine.
Manca, soprattutto, quello che è il personaggio principale del romanzo: la brughiera. Non si sente l’amore sviscerato di Cathy per sue lande tormentate dal vento, è travisato il sogno del paradiso, che non è solo la perdita dell’amato ma piuttosto quella della libertà, del camminare col vento nei capelli e i piedi nella torba, come faceva Emilly Brontë stessa.
Tutto è esplicitato in questo film, come se lo spettatore fosse un demente al quale si deve far capire il sottinteso del romanzo inculcandoglielo a forza, colmando le lacune. Heathcliff fa una lezione a Isabella su chi è lui, perché la sposa, come la tratterà e come la farà sentire dopo il matrimonio, una sorta di “contratto” fra sottomessa e dominante che ricorda quello di Fifty Shades o Gray. Ridicolo per la povera Isabella e umiliante per lo spettatore che non dovrà fare nemmeno la fatica di scoprire da sé quello che accadrà perché non lo vedrà accadere ma se lo sentirà raccontare.
Dopo la scena in cui Elordi stringe fra le braccia il cadavere della Robbie, c’è una dissolvenza e tutti ci aspettiamo un seguito, un ritorno sovrannaturale di lei, una pazzia di lui, un tormento fino alla morte. Nulla. Lei è morta e loro due non faranno più sesso in carrozza o dietro i muri, questa è l’unica conclusione che possiamo trarre.
Dov’è Catherine che annusa il vento e sogna di essere nel suo letto a Wuthering Heights? Dov’è Heathcliff che cerca il profumo di erica nei capelli di Isabella senza trovarlo? Dov’è l’atmosfera “haunted e ghosted” del romanzo? Dove sono la neve, la bufera, la mano che picchia sulla finestra, la voce spettrale, la rupe di Penistone?
Per favore, ridateci la voce nella tempesta.
Segaiolman
In una notte d'estate di circa venticinque anni fa, dal momento che non riuscivo a dormire, accesi la TV del soggiorno e mi misi a cazzeggiare con il telecomando alla ricerca di qualcosa di interessante, standomene spaparanzato nella poltrona reclinabile, a torso nudo e con addosso un paio di boxer da mare. Si erano fatte le tre e, dopo tantissimi zapping, mi sintonizzai su un canale privato che trasmetteva uno stuzzicante lungometraggio erotico, di produzione francese.
«Minchia!» esclamai tra me e me, inumidendo le labbra da adolescente allupato, dalla manovella sempre pronta. Non per niente, un mio compagno di scuola di allora, mi chiamava Segaiolman, un soprannome che non ritenni dispregiativo, al punto da identificarmi in un supereroe e nell'immaginarmi una S sul petto, tipo Superman.
Non appena mi fui assicurato che la porta del salone fosse chiusa, estrassi dalla tasca laterale un pacchetto di fazzoletti e mi distesi con i boxer abbassati.
Ancora oggi ricordo nitidamente alcune sequenze hot di quel film libidinoso: in un letto d’albergo, c’era una bonazza dai capelli neri a caschetto dalla frangia sexy, che si prodigava a cavalcare appassionatamente un marcantonio che le toccava e le succhiava le tette, piccole ma ben proporzionate.
Nel mentre tiravo su e giù lo sventrapapere, proprio sul più bello, udii il rumore della maniglia della porta. In maniera goffa, sollevai i boxer e, con il telecomando, pigiai un tasto a caso, finendo su un canale di televendite dove un tizio reclamizzava a gran voce dei tappeti persiani.
A passo lento, entrò mio padre, che si incamminò in direzione del tavolo da pranzo per prendere l’accendino, le sigarette e gli occhiali da vista.
Mi ritrovai così in una posizione po' buffa, ovverosia non più disteso ma seduto ingobbito, tenendo la gamba sinistra a terra per nascondere con il piede scalzo il pacchetto di fazzoletti, quella destra sul poggiapiedi, il telecomando adagiato sulla patta gonfia e le braccia arcuate appoggiate sui braccioli. Finsi di sbadigliare e cercai di guardare lo schermo con aria annoiata, difatti speravo che mio padre, per dirla alla toscana, non avesse capito... una sega di in che cosa mi stessi cimentando mezzo minuto prima.
«T'accatari un tappitu? (Ti devi comprare un tappeto?)» mi chiese il babbo in dialetto messinese con un'espressione sorniona, piazzandosi di profilo davanti all'apparecchio televisivo.
«Mah… sai… quasi quasi...» farfugliai.
«Occhio però, perché dovrai prestare attenzione a non macchiarlo» mi disse annuendo divertito e se ne andò accendendosi una sigaretta.
In quel preciso istante, desideravo per davvero un tappeto. Un tappeto volante per l'esattezza, per scappare lontano assieme al mio imbarazzo.
La lista della spesa del boomer
/image%2F0394939%2F20220821%2Fob_7d0e28_alcohol-1238647-1920.jpg)
Aldo Dalla Vecchia, "La consapevolezza di te"
/image%2F0394939%2F20220702%2Fob_f3084f_laconsapevolezzadite.jpg)
La consapevolezza di te
Aldo Dalla Vecchia
Isenzatregua Edizioni, 2020
pp 140
12,00
Aldo Dalla Vecchia è sempre Aldo Dalla Vecchia anche quando, con un libro come La consapevolezza di te, spalanca un mondo che la sottoscritta non conosceva. È sempre lui anche quando usa parole oscene e riporta incontri – veri o presunti – scaturiti da chat a scopo sessuale.
A frequentare queste chat erotiche che si concludono a letto sono, ci spiega, non soltanto omosessuali ma molti cosiddetti etero, o meglio maschi sposati, con figli e una vita dall’apparenza banale. Forse è questa tediosa normalità che li spinge a fare sesso con altri maschi, oppure è – come sospetta l’autore – uno stratagemma per non indagare il proprio latente essere gay. Cosa che, invece, l’autore fa con spietatezza e compassione, con lotta e accettazione, con sofferenza ed epifania.
Una serie di quadretti corredati di illustrazione finale – soluzione non nuova all’autore – dove, invece del solito gustoso bozzetto di costume televisivo, c’è l’incontro con un esemplare umano di sesso maschile. Dalla Vecchia colloca ognuno di questi personaggi sotto una lente d’ingrandimento, lo seziona e analizza. In questo procedimento, nonostante l’eccitazione, l’eros, la libido, l’autore rimane distaccato. Così, oltre ai partner erotici, l’autore viviseziona anche se stesso, le proprie reazioni, i propri gusti, accettandosi senza forse piacersi del tutto. Quel narrare in seconda persona è sintomo di un voluto allontanamento, del mancato coraggio di dire “io” e del coinvolgimento di ciascuno di noi, tutti potenziali attori di insospettate trasgressioni porno ma non solo.
Con questo libro Aldo Dalla Vecchia torna indietro di anni, come se sentisse il bisogno di svincolarsi da tutte le sovrastrutture accumulate nel tempo, che pure fanno parte di lui - la cultura, la professionalità, le relazioni affettive e amicali - per mostrarsi nudo nel vero senso della parola, per riscoprire il nocciolo più autentico di se stesso donandogli in questo modo una nuova purezza. Capiamo che, dopo la lunga guerra interiore, egli finisce per recuperare tutte le parti di sé, per voler bene a quel ragazzo timido il quale ha cercato con tutte le sperimentazioni possibili la propria unicità.
Il grande assente di questa narrazione, vuoi per pudore, vuoi perché non è l’oggetto dell’indagine, è l’amore, se non accennato come ricordo infantile. Ciò connota di tristezza un contenuto che sarebbe solo squallido e arido se non fosse, appunto, esposto con freddezza da entomologo, con la solita lucida – e al tempo stesso innocente – ironia di Dalla Vecchia, quel suo rimanere elegantemente perbene anche quando tratta una materia scabra con termini crudi e brutali.
Axis Mundi
/image%2F0394939%2F20220326%2Fob_def8fb_bozza-3.jpg)
Con grande piacere e orgoglio vi presento il mio nuovo libro, al quale sono particolarmente affezionata. Scritto nel 2020, durante i mesi bui del lockdown duro, mi ha tenuto a galla e aiutato a evadere in un mondo fantastico popolato da cavalieri dall’armatura luccicante, dame belle e appassionate, re che maneggiano prodigiose spade del potere.
A distanza di quaranta anni da Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley e, soprattutto, dal meraviglioso film Excalibur di John Boorman, ho scritto il libro che ho sempre avuto in animo di scrivere: Axis mundi, compiendo un’operazione a ritroso, di recupero delle origini. Sono tornata indietro, alla fiaba, a un Artù molto meno storico e molto più mitico.
Con questo romanzo si conclude la mia ideale “Trilogia della dea”, iniziata con Signora dei filtri e continuata con L’uomo del sorriso. Tre figure femminili forti, che incarnano una religiosità tellurica e matriarcale: dopo Medea di Colchide e Maria Maddalena ecco adesso a voi Morgana di Cornovaglia.
Nato, come dicevo, in un periodo nero per tutti noi, “Axis Mundi” esce in un momento storico altrettanto terribile. Con la speranza che vi aiuti a passare qualche ora serena.
Federica Cabras, "Chi me lo ha fatto fare"
/image%2F0394939%2F20220324%2Fob_94dbb4_41zlhhddmrl-sx342-sy445-ql70-ml2.jpg)
Chi me lo ha fatto fare
Federica Cabras
Literary Romance, 2022
pp 266
15,00
Chi me lo ha fatto fare, di Federica Cabras, è un romanzo divertente ma, soprattutto, autoironico, una sorta di metanarrativa - con tanto di stralci da un’opera in fieri, di estratti da un blog e appunti per articoli - incentrata sul genere letterario del romance, quello che un tempo si definiva soltanto “rosa” ed è ora declinato in molti sottogeneri: dall’erotico al young adult, dall’urban fantasy all’historical, dal regency al male to male etc etc.
L’autrice ne parla con passione e indulgenza ma anche con scherno, e per questo si cala nei panni maschili (insoliti per lei) del “Denigratore”, ovvero Edoardo Muscas, bello senz’anima, giornalista sciupafemmine che deve scrivere un articolo proprio sul genere che disprezza, quello, appunto, rosa. Il pregiudizio da cui parte Edoardo è che le scrittrici di romance sono tutte gallinelle prive di cervello, incapaci di mettere due parole in fila senza sbagliare. Dall’altra parte c’è, però, Costanza Melis, scrittrice bionda, chiara di pelle, rotondetta, occhialuta. Ma anche intelligente, frizzante, colta. Si muove, come molte delle eroine della Cabras, nell’ambiente caro all’autrice, quello dell’editoria, incarnandone sogni e ambizioni. Poiché l’ultimo libro di Costanza non ha venduto, viene sollecitata dall’editore a rendere più pepato ed erotico il prossimo lavoro. Costanza non ha una vita sessuale, inibita com’è da un padre tutto casa e chiesa. Non si sente bella, non si piace, non si dà da fare con gli uomini. Per scrivere, tuttavia, dovrà avere esperienze di prima mano e quindi decide di trovarsi un tizio da usare solo per il sesso e poi mollare. Edoardo e Costanza s’incontrano per caso, lui decide di sfruttare lei, lei di sfruttare lui. Scocca la scintilla e cosa accade lo lascio immaginare.
La Cabras gioca con i cliché del genere, che dichiaratamente non disdegna. Perché mai dovrebbe farlo, dico io, quando tutte le storie hanno in fondo la stessa trama e l’importante è come le si scrive, oltre all’atmosfera che sanno ammannirci? Gioca, soprattutto, con l’eros, le scene piccanti sono anche divertenti, scanzonate, dissacratorie. Notevole spazio è dato al filone secondario, quello costituito dalle vicende amorose del padre di Costanza, bacchettone solo in apparenza, con la disinibita madre di Edoardo.
Un romanzo allegro e spumeggiante, che forse sacrifica un po’ di emotività sull’altare del divertimento, ma certo riesce, e non è poco in questi momenti bui, a strapparci una sonora risata.
Gianni Macchia, "Bettino ci aspetta"
/image%2F0394939%2F20220319%2Fob_88837e_411n2b07lsl.jpg)
Gianni Macchia
Bettino ci aspetta
Amazon 2021 – pag. 110
Gianni Macchia lo conoscevo come attore, sono stato un suo fan nei film scandalo di Fernando di Leo, lavori innovativi come Brucia ragazzo brucia e Amarsi male, ma non sapevo della sua passione letteraria, mentre apprezzavo la feconda vena di pittore. Sante Rodella mi fa conoscere la dimensione di Macchia narratore introducendo un racconto (romanzo è eccessivo, non ci sono sotto trame) erotico, dedicato ad Alberto Moravia (primo lettore dell’opera) e a Marina, musa ispiratrice della storia. L’erotismo è il filo conduttore dell’esistenza di un attore - scrittore, icona sexy degli anni Settanta, simbolo di trasgressione e ispiratore di un nuovo ruolo per la donna nella società. Questo breve racconto è un gioco letterario lieve ed intenso, ricco di personaggi femminili appena abbozzati ma realistici, donne in preda al vortice dei sensi, disponibili e sfuggenti. Macchia ricorda una madre che non ha conosciuto, una zia protettiva, un padre - padrone, poi si abbandona al racconto, una storia d’amore a tratti torbida e malsana, erotica e tragica, profumata di vita vissuta. Bettino ci aspetta è scritto come una storia vera, ambientata nel 1972, quando l’autore faceva il performer di Body Art a Roma, parte con la conoscenza di Fiamma in una villa, diventa la storia di un’attrazione disperata che conduce nel gorgo della passione. Il libro è ricco di particolari erotici descritti con cura, dalla scena dei cani che possiedono la ragazza, passando per sodomizzazioni violente e rapporti sadomasochisti, in una temperie narrativa che a tratti ricorda Salò di Pasolini. Lo stile di Macchia è secco e rapido, senza fronzoli letterari, interessato al puro racconto e alla descrizione di particolari erotici scabrosi, senza compiacimento ma con crudo realismo. Un libro che farà conoscere al lettore un lato meno noto di un attore ricordato per una scarna filmografia, che oltre ai due film di esordio comprende pellicole come Una ragazza di nome Giulio, Morbosità, Lo stallone, Vacanze per un massacro, che in parte riportano alle atmosfere della narrativa erotica. Il libro contiene in appendice alcuni dipinti di Gianni Macchia, oltre a un elenco competo di tutte le sue partecipazioni cinematografiche e teatrali.
Per leggere il libro: https://www.amazon.it/Bettino-ci-Aspetta-Gianni-Macchia-ebook/dp/B08X7GPD54
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)