Vincenzo Zonno, "Un gatto a tre teste"
30 Luglio 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni
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Un gatto a tre teste
Vincenzo Zonno
Vocifuoriscena, 2026
La lince, il leopardo e il gatto. Tre felini che ci accompagnano nel mondo onirico di Vincenzo Zonno, che si fa vieppiù complicato man mano che ci addentriamo nella sua produzione, anno dopo anno.
I suoi romanzi diventano sempre meno narrativi, sempre più slegati, surreali, fra de Chirico e Borges. Per molti questo è un vantaggio, io non ne sono altrettanto sicura, e mi dispiace che il talento narrativo di Zonno non sia applicato a una scrittura più tradizionale.
L’immagine finale del protagonista in groppa a un maiale mi ha ricordato il Peer Gynt di Ibsen in una riduzione per ragazzi che ho letto da bambina, tanto per far capire il grado di irrealtà della storia.
Il protagonista si risveglia spesso in luoghi che non sapeva di aver raggiunto, per motivi che non ricorda. Scopriremo poi che fa uso di droghe. Insegue per tutto il romanzo (ma è un romanzo?) figure femminili molto amate che poi lo abbandonano.
Una pletora di personaggi bizzarri, di cui mi riesce difficile ricostruire significato, azioni e necessità nella “non-trama”. Di reale forse c’è il senso dell’amore perduto e l’affetto incondizionato per un gatto che, purtroppo, è destinato a morire.
Ogni capitolo è un racconto a sé stante, come uno degli incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Un libro, Un gatto a tre teste, di cui si può dire tutto, perché tanto tutto va bene.
Frammentato per indicare la scissione dell’anima umana?
Incomprensibile come la vita?
Irreale come i sogni di Calderón de la Barca?
Sapete, io non credo che una narrativa di questo genere punti a suscitare domande nel lettore. Perché le risposte non ci sarebbero comunque. Credo piuttosto che si autocompiaccia del puro narrare, del cucire le toppe di un disegno patchwork fatto di vecchi racconti, di appunti, di brani di diario, ma forse è solo una mia illazione.
Ammetto che certe ambientazioni siano suggestive. Come la casa con la finestra affacciata sull’interno della chiesa. Può essere uscita da un sogno dell’autore, dall’incipit di un altro romanzo, o da un racconto a parte, ma ha un suo fascino arcano.
Lo stesso dicasi per il cimitero dei clown. Zonno ci ha abituato a queste atmosfere circensi, ai pagliacci inquietanti come Pennywise o malinconici come Pierrot.
E poi foreste, città, affreschi che compaiono sul soffitto e predicono il futuro.
Insomma, Zonno o lo accetti com’è, con la sua bella scrittura e il suo significato indecifrabile, oppure lo rifiuti. Io, per questa volta, rimango fuori dal suo inarrestabile flusso di coscienza
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