A cura di Enzo Concardi, "Diario poetico di Franco Campegiani"
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Diario poetico di Franco Campegiani
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Ho avuto la fortuna di aver già visitato, in occasione della stesura di un breve saggio pubblicato dalla Casa Editrice Miano sul volume 15 del 2022 dei quaderni di studi letterari Alcyone 2000, la poetica e il pensiero di Franco Campegiani, attraverso l’analisi critica della raccolta Dentro l’uragano, ricca di spunti, motivi e profonde meditazioni sulla condizione umana contemporanea, nella fase del tramonto della civiltà contadina e del progredire di nuove ma regressive forme di vita, definibili sinteticamente sia con l’opera del filosofo Herbert Marcuse della Scuola di Francoforte (L’uomo a una dimensione, 1964), sia con il recente libro dello psichiatra Vittorino Andreoli (Homo stupidus stupidus, 2018) che porta il significativo sottotitolo L’agonia di una civiltà. E definibili con tutto il pensiero critico contemporaneo che tratta di temi come l’alienazione, la crisi dell’individuo nelle civiltà di massa, la rottura del rapporto dell’uomo con la natura, la perdita dei valori dell’umanesimo, le regressioni antropologiche ed ontologiche, il crollo dei concetti di anima e spiritualità, le solitudini del vivere moderno, la dialettica essere-avere, l’esilio delle radici e dell’identità: problematiche care anche al nostro autore e che incontreremo ovviamente in questo Diario poetico.
Per fotografare - a beneficio del lettore ancora ignaro della personalità artistica del Campegiani - il suo curriculum culturale, ritengo utile tratteggiarlo qui come feci nel saggio citato in precedenza, che così recita. Sui ridenti e pittoreschi Colli Laziali trovasi Marino, terra natale del nostro scrittore, dove tuttora risiede. Egli è poeta, critico letterario e d’arte, filosofo. Le sue raccolte di poesia partono con L’ala e la gruccia (1975) e proseguono con Punto e a capo (1976), Selvaggio pallido (1986), Cielo amico (1989), Canti tellurici (2000), Ver sacrum (2012), Il letto del fiume (2002), per concludersi con Dentro l’uragano (2021): opera vincitrice del Premio Letterario Internazionale “Golden Selection 2021”. In campo filosofico ha pubblicato La teoria autocentrica. Analisi del potere creativo (2001) e il saggio Ribaltamenti (2017).
Ha dato impulso a cenacoli culturali e promosso – insieme allo scrittore Aldo Onorati e al sociologo Filippo Ferrara – il “Manifesto dell’Irrazionalismo sistematico” (2005), ispirato all’opera del Maestro Bruno Fabi. La sua poetica ha visitato fin dall’inizio talune tematiche divenute in seguito veri e propri “cavalli di battaglia” culturali, nel senso di messaggi da divulgare ai contemporanei, nonostante la dichiarata propensione a scrivere per se stesso.
Il lungo titolo del suddetto saggio richiama infatti tali nuclei contenutistici, poiché essi sono in sostanza ciò che appartiene all’identità profonda di Campegiani, alla sua sete passionale: Male di vivere, terra desolata, poeta-contadino, apologia della natura, dualismi dell’essere, nostalgia delle origini, speranze umanistiche.
In una delle ultime poesie inedite egli sembra lasciarci una sorta di testamento spirituale: «…Io non voglio regali,/ nessuno può portare la mia croce,/ nessuno può salvarmi/ se io non mi vorrò salvare./ Salirò io sul mio calvario/ a patire la mia morte, io/ a cercare la mia resurrezione» (In interiore homine).
Quell’insistere sul pronome personale – IO – lungi dall’essere una forma di egocentrismo o narcisismo, è in realtà un invito ad assumersi ognuno le proprie responsabilità di fronte alla vita, al dolore, al destino, alla morte. Poeta è anche colui che indica una strada: abbiamo bisogno di guide, seguiamo dunque le voci autentiche della Poesia per poter dire anche noi: «E quindi uscimmo a riveder le stelle» […].
Enzo Concardi
Diario poetico di Franco Campegiani, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-82820-00-4, mianoposta@gmail.com.
Giorgio Billeri, "'70 Profumi"
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’70 Profumi
Giorgio Billeri
Edizioni Il Foglio, 2026
pp 211
14,00
Che cosa accomuna Giorgio Billeri, giornalista scrittore, Aldo Dalla Vecchia, autore televisivo scrittore, e Gordiano Lupi, editore scrittore?
Certamente l’aver vissuto la loro giovinezza in quegli anni là, i 60/70/80, (Dalla Vecchia è un poco più giovane), ognuno dall’angolazione privilegiata della propria professione, ma soprattutto averli portati dentro come un peso che fa male, un nodo che non si scioglie, che attanaglia il cuore.
Maledetta, languida, furiosa, straziante e straziata nostalgia!
Io lo so, perché anch’io c’ero. Ero lì, idealmente, con tutti loro, anche se l’editore canta la sua Piombino, e l’autore televisivo la Milano da bere e godere piena di vip e personaggi sopra le righe, e il giornalista del Tirreno annusa il pitosforo e il salmastro della mia stessa bella e controversa Livorno.
E veniamo al libro di Billeri, di cui, per inciso, Lupi è l’editore. ’70 profumi. Perché l’odore, si sa, ti sblocca il ricordo.
Questo godibilissimo testo è idealmente diviso in due parti.
La prima, quella che preferisco, è disseminata di ricordi personali dell’autore, che diventano memorie di un’intera generazione. Gli zoccoli, i treni, i ghiaccioli, le feste in casa, la coccoina, le figurine, le biglie, i film iconici, le discoteche, gli sceneggiati in bianco e nero.
La seconda parte appartiene ai “coccodrilli”, pezzi presumibilmente scritti alla morte di sportivi, giornalisti, cantanti o attori famosi. Commoventi necrologi che accompagnano in cielo non solo la persona che se ne va ma anche tutto ciò che si porta dietro, il gusto di un’epoca, le serate che non torneranno mai più, i profumi, le botte di emozione dritte nello stomaco.
Sì, perché, ammettiamolo, noi, e mi ci metto anch’io, non stiamo solo ricordando eventi e persone del tempo che fu, stiamo riesumando qualcosa di irrimediabilmente morto: la nostra giovinezza. I palpiti, gli innamoramenti, i rossori, le parole annotate di nascosto, le poesie spillate sul diario segreto. Il futuro ancora possibile.
E così l’odore delle cicche che traboccano dal posacenere di un treno regionale ti ripiomba negli anni dell’università, il tratto Pisa Livorno per me, per l’autore quell’andare concitato verso la partita domenicale di turno, su cui scrivere l’articolo che gli avrebbe fatto fare strada in redazione.
Le parti più struggenti sono quelle dedicate all’estate, ai bagni Pancaldi che rappresentavano, e rappresentano ancora per molti ragazzi d’oggi, la sospensione d’ogni dovere, la vita in branco e in costume da mattina a sera, le siuski dal molo delle vedove, la gabbionata. Le ragazzine “belle come non sarebbero state mai più”.
Ogni pezzo scritto, un odore, un palpito, una musica indelebile, un ricordo che non arriva subito alla mente ma passa prima dalla pancia, la smuove e commuove.
Ora abbiamo sessant’anni, chi sessantacinque come me, chi sessantaquattro, chi sessantasei, tutti, persino i prefatori Carlo Conti e il più giovane Sindaco Salvetti. Ora i giochi sono fatti, nel bene e nel male. Qualcuno è soddisfatto di sé, qualcuno lo è un po’ meno. Qualcuno ha figli che perpetueranno geni e forse tradizioni, qualcuno non li ha. Ma tutti portiamo incisi nell’anima quegli stessi ricordi, che sono bagaglio comune, patrimonio di una città intera, di una generazione nata quando c’era ancora speranza e che quella speranza ha visto poi accartocciarsi.
Uno stile insistente e tormentato, quello di Billeri, fatto di parole lievi e liriche. Rimandi, richiami, ripetizioni che incidono l’emozione sull’oggetto, sul suono, sull’odore rammentato. Si sente il dolore per ciò che manca, lo strazio per ciò che era e non sarà mai più.
Renato definirebbe quei tempi “i migliori anni della nostra vita”. Non per tutti quegli anni sono stati spensierati – non lo sono stati gli ottanta per me, con la morte di mio padre e un matrimonio sbagliato, con quel dovere, e allo stesso tempo, quell’angoscia di crescere prima del dovuto – ma nessuno di noi, anche il più infelice allora o ora, può negare che i 70 quadri ricamati dalle parole poetiche di Billeri compongano un affresco pieno d’amore per quel mondo scomparso. Ecco, sì, forse non sono stati davvero gli anni migliori, ma piuttosto quelli in cui ci illudevamo che i migliori dovessero ancora arrivare.
Nicola Comberiati, "Il risveglio dell'amore"
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Nicola Comberiati
Il risveglio dell’amore
Guido Miano Editore, Milano 2026
La silloge Il risveglio dell’amore di Nicola Comberiati - Guido Miano Editore - è una disamina ad ampio spettro delle situazioni umane, che termina con l’analisi della crisi del lirismo. Un viaggio circolare, che con stile immaginifico, esaltato da musicalità assordante, ci spinge a ripercorrere il suo vissuto e a manifestare con lui la rabbia per le ingiustizie che governano il pianeta.
L’opera è divisa in due parti: la prima, intitolata “Amori, affetti, speranze”, è centrata sugli amori più importanti della sua esistenza. Si parte dal grembo, da una mamma ‘antica’, legata ai riti di un tempo, lontana da ogni stereotipo. Vittoria, così si chiama, è guida, ma il legame profondo tra loro viene celebrato attraverso l’allattamento al seno, momento intimo e naturale, rifugio di pace e nutrimento d’amore. La donna, come accadeva spesso in passato, partorisce nove volte, cucina pasti poveri ed è dedita a lavori pesanti. L’ho definita guida, perché in ogni stagione della vita è per eccellenza il luogo del concepimento e della protezione biologica. Nel contesto della poesia del Nostro, l’eterno grembo rappresenta un capovolgimento del ciclo vitale: la madre, che un tempo ha dato la vita biologica al figlio facendolo uscire dal proprio corpo, ora lo riaccoglie idealmente in una dimensione spirituale ed eterna in ogni momento felice: “…Ma quando incontro l’amore/ ritorno/ nel mio grembo/ a ritrovare/ la bellezza dell’alba…” (Il grembo di mia madre). E quell’amore che ritrova in Vittoria, nel concreto sale i gradini della bellezza dei corpi fino alla bellezza ideale e universale.
Comberiati si definisce ‘muto d’amore’, incapace di esprimere i sentimenti con le parole. Questo atteggiamento è spesso legato a un passato in cui le emozioni non sono state accolte o validate. Il silenzio diventa una corazza protettiva contro la vulnerabilità. Ma il poeta, e soprattutto un artista come il Nostro, ha l’infinita risorsa dei versi. Sa esprimere l’amore di ogni tipo attraverso i versi e non si tratta solo di catarsi, ma di una lavorazione consapevole della parola, ritmata dai suoni della natura, affinché le esperienze intime divengano bellezza condivisa. “…Cerco nel vento/ l’aldilà del mio essere,/ i sospiri della nascita/ e i suoni di antiche melodie” (La solitudine del verso). D’altronde il verso poetico nasce da uno spazio vuoto, un ritiro ascetico o contemplativo. La parola si isola dal brusio del mondo per farsi eco autentica del paesaggio e del tempo interiore... come avviene in Petrarca o in Emily Dickinson.
La seconda parte della raccolta è intitolata “Indignazione, dolori, riscatti” e vede ergersi fiero il poeta civile, infinitamente caro al mio cuore. Comberiati inizia denunciando la guerra e l’atto dell’artista significa trasformare la parola in una testimonianza morale contro la violenza, l’irrazionalità e la distruzione dei conflitti. Il poeta rifiuta la retorica bellica e offre la visione cruda e reale della sofferenza umana in trincea, nei campi profughi, sotto le macerie. Denuncia con voce tonante i bombardamenti in Ucraina, e la poesia, unico mezzo per custodire la dignità, e ristabilire un legame di solidarietà universale, prova a resistere, mentre i giovani delle città rase al suolo coprono i corpi con i libri. “Non c’è amore nel braccio che distrugge” recita Comberiati nella lirica dedicata a Giulia Cecchettin. E la sua è una potente riflessione psicologica, legata alle relazioni malate, alla manipolazione e alla violenza. Il suo concetto, che definirei di psicologia cruda, è smantellata delle più pericolose illusioni relazionali: giustificare il danno in nome dell’amore.
A mio umile avviso i narcisisti che manipolano in nome del controllo rappresentano i deboli, gli insicuri di questa società senza spina dorsale. “…Il mare della mia infanzia/ tomba per bambini/ a cui è stato spento/ il respiro dell’infinito…”. I versi tratti da Lo steccato del mare di Cupro fanno tremare i polsi, levano il respiro a chi non ha fatto dell’indifferenza il suo habitus. Si riferiscono alla tragedia marittima avvenuta nel 2023, il naufragio di un caicco carico di migranti, che si è spezzato in due a pochi metri dalla costa di Steccato di Cutro, in provincia di Crotone, città natia dell’autore. Il bilancio fu di 94 persone morte, tra cui 35 minori e molti bambini. Sangue innocente e ‘invisibile’ nel mare nostrum a tormentare l’anima di coloro che, come Nicola Comberiati, non sanno sentirsi salvi, dopo una vita dedicata all’insegnamento, e alla creazione di una biblioteca popolare nella zona degli altipiani di Arcinazzo tra Frosinone e Roma, per far sì che i libri restino ‘biblioteca di fede’ (cit. Victor Hugo).
È importante definire nel giusto modo il valore della tonante poesia civile del Nostro. Essa rappresenta la fusione tra l’impegno etico - politico e la forza espressiva del verso, utilizzata come strumento di denuncia, risveglio delle coscienze e rottura degli schemi. Non si tratta di solo lirismo, ma di una parola-azione che assume valenza filosofica profonda. Il poeta si fa filosofo della società, criticando le derive morali, politiche e storiche del suo tempo. Il tono tonante o profetico, così limpido in Nicola Comberiati, serve a squarciare il velo di Maya dell’indifferenza di fronte all’ingiustizia.
Pur senza scrivere versi da tante stagioni amo la poesia in modo ‘matto e disperato’, per dirla con il Vate di Recanati, e i versi possenti di quest’autore, che non sceglie mai l’elegia, eppure leva canti struggenti alla natura, mi hanno conquistata. Il suo viaggio tra gli amori, le rabbie, la speranza, e la sofferenza per la crisi della poesia aderiscono al mio sentire come l’abito sognato da tempo. Egli riflette sull’incapacità del linguaggio di dare un nome al vuoto, sull’alienazione e il trauma storico. La parola poetica diventa una casa che brucia, un’interrogazione disarmata di fronte alla dissoluzione dei valori. “La poesia/ di questi tempi/ si è fatta spettacolo/ moda/ passerella/ lagnanza e sconfitta,/ capitolo d’amore/ stracciato anzitempo…” (Poesia decaduta). Mi viene da pensare, sorridendo senza sorriso, a Pierangelo Bertoli e alla sua stupenda canzone A muso duro: “Adesso dovrei fare le canzoni/ Con i dosaggi esatti degli esperti/ Magari poi vestirmi come un fesso/ Per fare il deficiente nei concerti”. Mi scuso per la contaminazione, forse sbagliando professo la sinestesia tra tutte le arti.
A questo autore sanguigno e dolcissimo chiedo di contagiare lettori, amici e giovani con il suo silenzio palpitante e di aiutarli a svegliarsi nell’aurora di una nuova bellezza.
Maria Rizzi
Nicola Comberiati, Il risveglio dell’amore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.88, isbn 979-12-81351-97-4, mianoposta@gmail.com.
Salvatore Antonio Piras, "Il volo dell'aquila"
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Salvatore Antonio Piras
Il volo dell’aquila
Guido Miano Editore, Milano 2026
Salvatore Antonio Piras è nato a Monti (SS) nel 1940 e vive a Tempio Pausania. Si avvicina alla scrittura agli inizi degli anni ‘80, sempre coltivata come forma d’espressione e riflessione.
Il volo dell’aquila, il romanzo del Nostro che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta un’acuta ed esauriente prefazione di Enzo Concardi.
La diegesi dell’opera è ambientata nella società egiziana cairota degli anni ottanta e l’autore coglie nel segno nel delinearne i fermenti sociali, politici e religiosi e le atmosfere.
Il volume ha per protagonista il giovane sardo Claudio Frau, rimasto presto orfano di entrambi i genitori e affidato allo zio paterno – imprenditore edile italiano a Il Cairo – per fargli imparare l’arabo e affinché possa dirigere il lavoro nel cantiere che è alle prese con un progetto importante proprio nella capitale egiziana.
Come fa notare Enzo Concardi nel suo scritto introduttivo gli altri personaggi che attraversano le trame narrative sono di contorno e tutti creati in funzione della definizione del temperamento, degli interessi culturali, del coraggio fisico e morale, del senso di umanità e giustizia del giovane Frau che avverte nella sua nuova vita la mancanza della sua fidanzata che è rimasta in Sardegna.
La figura del suddetto risulta originale e intrigante e viene proposta con una forte introspezione psicologica capace di scavare a 360 gradi nella sua anima, per fare emergere i compositi aspetti della sua personalità.
Piras riesce a creare un personaggio vivo e affascinante nel quale il lettore tende spontaneamente ad identificarsi in un tipo di scrittura che si manifesta intrigante e si ha la sensazione nella lettura di affondare nelle pagine proprio per la loro densità formale e contenutistica.
Centrale nel plot il tema del rapporto dialettico tra le religioni, in questo specifico caso nel confronto-scontro tra Cristianesimo e Islam. In tale contesto il giovane Frau, pur rimanendo per Fede cristiano sente il fascino della religione mussulmana da lui indagata attraverso i suoi studi sulla sua arte e ha contatti con i suoi rappresentanti, se è vero che anche le altre religioni possano custodire verità e salvezza simboleggiata nella nostra contemporaneità dall’annuale Giornata di tutte le religioni ad Assisi voluta da Giovanni Paolo II.
Cito a livello esemplificativo alcuni brani del libro. «Dopo un periodo iniziale di disorientamento (era stato per lui come andare a vivere sulla Luna o su Marte; tanto diversa era la vita al Cairo, tanto differenti le persone, le abitudini, i costumi della sua popolazione), era riuscito ad apprezzare quel disordinato agitarsi del Cairo, quel darsi da fare per sbarcare il lunario, quella loro allegria così contagiosa, quel cameratismo che faceva sì che tutti si considerassero un’immensa sterminata famiglia, il cui scopo principale era sopravvivere» (capitolo 1).
«Altro passatempo che Claudio aveva trovato era quello di girare per le moschee. Si accorse ben presto che potevano competere con le basiliche cristiane sia per ampiezza che per bellezza. Ce n’erano moltissime con i loro minareti svettanti nel cielo. Tra tutte gli piacque in particolare la moschea del sultano Hassan» (capitolo 4).
«“Oggi ti portiamo in un posto che sicuramente ti piacerà” disse la zia. Era di domenica mattina. Uscivano da una chiesa cattolica di rito copto, dove avevano partecipato alla funzione religiosa. Gli zii erano credenti e non saltavano una domenica da buoni cristiani osservanti dei precetti della chiesa» (capitolo 6).
Data la difficoltà di descrivere tutti gli aspetti del romanzo nello spazio di una recensione, concludo riportando un brano illuminante della prefazione: «Il merito principale di Salvatore Piras sta nell’aver raccontato una vicenda edificante in un contesto di neo-realismo fantasioso, mirando a valori umani e sociali condivisi».
Raffaele Piazza
Salvatore Antonio Piras, Il volo dell’aquila, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 160, isbn 979-12-81351-93-6, mianoposta@gmail.com.
Fulvia Donatella Narciso, "Splendori di vita"
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Fulvia Donatella Narciso (in arte Vulfia Scaroni)
Splendori di vita
Guido Miano Editore, Milano 2026, Pagg.64
Fulvia Donatella Narciso, nata a Milano (1955) ma cremonese di elezione, è scrittrice multiforme dal curriculum di tutto rispetto, avendo pubblicato ed avendo ricevuto premi e riconoscimenti da oltre cinquant’anni. Vanta la discendenza dall’illustre antenato “Manzoni”. Poetessa, è autrice della recente raccolta Splendori di vita, dedicata ai genitori Egidio e Alda.
Nella prefazione Raffaele Piazza, quanto al contenuto, rileva come elemento caratterizzante “profonde radici cattoliche”, nelle invocazioni rivolte a Dio e nell’incanto che ricava dalla natura; e quanto alla estetica indica una versificazione stilisticamente veloce che plana assecondandone l’armonia. Infine, così conclude: “un’anima alla ricerca dell’Essenza della vita” che è la “felicità”. Quanto sopra mi trova d’accordo, nondimeno seguiamo la Narciso nel suo percorso poetico.
Penso che idealmente la raccolta può dividersi in due parti, la prima di ispirazione religiosa ma non in senso manicheo, e di inno alla natura, la seconda marcatamente di dissenso verso la società. Comprende 40 componimenti, di ampiezza e di metro variabili; frequente è l’uso di parole tronche, mi pare che a volte stridano, e delle rime generalmente baciate che donano armonia; altresì, di tanto in tanto, mi pare faccia uso di tempi verbali nella forma indefinita. Farò uso di citazioni per entrare meglio nell’humus poetico della Nostra.
Trovo le prime quattro composizioni epigrafiche, lapidarie ed essenziali; così, per esempio l’incipit “Tutti i popoli del mondo/ dormono sotto lo stesso tetto…”, (Fratellanza, p.11) che sembra una ovvietà banale, reputo di grande forza e di portata universale, sia nella forma religiosa, sia nella forma umana e civile, condivisibile fra tutti i popoli, che rovescia l’egoismo che governa da sempre il mondo in cui viviamo e soprattutto nei nostri giorni. Anche la poesia successiva (Metrica, p.12) lascia riflettere; da un lato porta una grande verità intima della Poetessa e immagino, anch’essa, di portata universale: “Il tempo per soffrire è ‘lungo’…, il tempo per gioire è ‘breve’…”, in quanto i segni della sofferenza ce li trasciniamo per tutta la vita; mentre, purtroppo, non facciamo tesoro della gioia; nel contempo la gioia è fugace e può essere ingannevole. Senza volermi dilungare, richiamo il binomio Vita-Morte, Amore-Orrore, e simili: perciò intendiamo un invito alla moderazione.
I versi successivi si sviluppano in una visione ordinaria e incantata del mondo circostante in coerenza con i sentimenti di umana solidarietà; per esempio, verso una bambina cieca, verso Edi (suppongo una giovane vita) che ha “cessato di soffiare”; oppure in un dialogo-poemetto tra un padre e il proprio bambino, su una barca, in cui decantano “la bellezza del posto e del divino perché”. Fulvia Donatella Narciso ci offre uno sguardo tutt’intorno che sa di mare, di luce, di montagna. Altra poesia-poemetto è a p.19 (“Finita la preghiera”) ove eleva un inno alla bellezza del creato, che si può percepire nel semplice “accarezzare una capretta”; ivi i tempi verbali all’indefinito sembra che prolunghino le azioni, i sentimenti e la preghiera, mettendo insieme pure i Tre Re Magi. Sono visioni contemplative le sue: un bambino che gioca al pallone, un vecchio che sta a pregare, una neonata dal “bel nastro rosa”. Ed anche gli astri del cielo, sono raggiunti da un pensiero per la nonna Norina Manzoni (p.27), con la certezza di un incontro futuro.
Più avanti eleva un inno all’alba: “Pace paradisiaca/ in oasi azzurra; / gioiose sensazioni/ di universale bellezza; / sterminato inseguirsi/ di onde all’infinito” (p.34), che esalta l’amore alla vita “in un eterno abbraccio” (p.37, Quando). Nella poesia “16 anni” (p.25), sente l’abbaglio dei primi battiti d’amore, consapevole che può trattarsi di un fuoco di paglia (Mi ricorda la canzone omonima degli anni settanta del passato secolo, cantata da Nunzio Gallo). Ma l’Io lirico si fa più vibrante qui, nel sorriso di un bimbo: “Vedrà vibrare la luna e le stelle, / nel blu di fate, più vive, più belle.../ Quanto ho sofferto, quanto ho bramato, /quanto ho aspettato, ma poi l’ho scoperto: /quell’astro immenso che viene da Dio /e non si spegne: lo voglio io! ...” (p.28, Riverbero di primavera).
***
Ed eccoci a quella che reputo come seconda parte. Fulvia Donatella Narciso, perciò, passa dai toni elegiaci a un cambio di registro, nei toni assertivi da ammonitrice (p.29, Eterna fluidità esistenziale) che, mi pare, rimproveri l’uomo che si impone come metro di giudizio; con ciò invita l’uomo a essere più umile nei suoi giudizi, con ironia commenta che occorre fatica nel discernimento, alla moderazione, all’umiltà. Così pure assume toni da educatrice invitando alla retta vita, a evitare la droga (p.32, A Gian Luigi); emette denuncia di condanna del piromane, del potere per fini egoistici, disapprova l’uso smodato dell’automazione, semplice constatazione della robotizzazione entrata nella vita quotidiana che trasforma la società umana in “società dei consumi”. Tutto il percorso al momento raggiunto sembra condurre alla meta della preghiera, in una “chiesetta lassù in cima” (p.38).
Fulvia Donatella Narciso nell’ultima decina di poesie, di “Splendori di vita”, è come se, abbagliata da tanta luce, raggiungesse l’acme della folgorazione; così, in forma di brevi monologhi, esprime una sorta di tu per tu, incalzanti per denunciare il suo sdegno prorompente con cui critica la Legge commentando che “è solo un problema d’ottica”; critica il Concordato e a proposito del Divorzio, a malincuore, osserva che giunge quando “ormai è troppo tardi/ per tornare indietro!”. È un susseguirsi di richiami, “basta una cospicua bustarella…”; denuncia la difficoltà a trovare casa in affitto, l’inutilità di un ufficio di collocamento per trovare lavoro. E poi ancora l’inflazione, entrata nel linguaggio comune come “naturale”; scavare affannosamente alla ricerca di petrolio. Urla anche per i morti ammazzati che sono “ombre che incombono/ sulla coscienza collettiva.” (p.53, Terrorismo).
Fra le trame, non può mancare la manifestazione dei propri intimi affetti nel cuore di mamma, la quale trova sempre un cantuccio riservato ai figli; o verso il padre Egidio: “Fiocchi sfumati di neve, /spinosi, /raccolgono il peso /dei tuoi anni /e lo arruffano, /insieme ai ricordi /ai sorrisi, /alle folli passioni!” (p.54, Quella barba bianca). Infine si chiede “Perché guerra?!” (p.59). Insomma il suo è un cammino di ricerca del perché e di sé medesima.
Tito Cauchi
Fulvia Donatella Narciso, Splendori di vita, prefazione di Raffaele Piazza; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 64, isbn 979-12-81351-83-7, mianoposta@gmail.com.
Angela Ragozzino, "Luce che resta - Ti cerco nei giorni"
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Angela Ragozzino
Luce che resta - Ti cerco nei giorni
Guido Miano Editore, Milano 2026
La Silloge Luce che resta - Ti cerco nei giorni di Angela Ragozzino, edita da Guido Miano, punta il riflettore soprattutto sulla luce della memoria, che evoca il legame profondo tra la percezione visiva, la stimolazione neurale e la conservazione del ricordo. Come sottolinea nell’ottima prefazione Michele Miano, le isole del passato hanno sempre rappresentato il territorio ideale per l’autrice, ma in quest’occasione il concetto assume maggiore consistenza.
Il testo è dedicato alla madre Rosalba e all’amica Onorina, ed è corredato da meravigliose foto, alcune scattate dalla stessa Angela, altre rappresentanti paesaggi e opere pittoriche e scultoree di autori vari, che evidenziano il potere delle arti di sigillarsi e sostenersi a vicenda. Quando le arti si incontrano, infatti, si attiva il processo di sinestesia e di intertestualità, ovvero quel momento in cui la parola poetica supera i propri confini per dialogare, fondersi o richiamare altre forme di creazione. La Ragozzino dimostra che questa sinestesia è indispensabile alla sua voce, che dopo varie raccolte incentrate sulla natura e sulla memoria, approda a “La luce che resta”, con la chiara volontà di tessere una tela all’interno della quale il chiarore illumina la memoria interiore e restituisce vita a ciò che il tempo ha cancellato.
I versi divengono una guida nel buio: “La luce” rappresenta la rivelazione improvvisa che fa riaffiorare il ricordo, e fissa il chiarore di un momento remoto, rendendolo eterno e immobile come pietra. Esaustiva in merito alle tematiche dominanti nella silloge la bellissima lirica Il silenzio dell’amore. Nei versi dei grandi autori, il silenzio non è assenza o vuoto, ma un rifugio che resiste al tempo. Poeti come Khalil Gibran descrivono il silenzio come uno spazio sacro che protegge la verità di un legame. E Angela Ragozzino sembra viverlo allo stesso modo, senza rabbia, con la malinconica consapevolezza che ogni storia è destinata a finire. Ricorre tra le pagine, simili a un diario, l’atmosfera senza suoni, l’Oblio: «(…) La stanchezza/ uccide/ anche la voglia/ di vivere». La stanchezza che consuma l’anima e spegne ogni desiderio è un tema profondo, spesso esplorato nella poetica della Nostra, anche in modo ravvicinato e reiterato. Si potrebbe pensare a una forma di nichilismo, ma le poesie di questo viaggio a ritroso nel tempo, con il suono lieve di arpa, toccano essenzialmente il tema della perdita. «Un volto… che non c’È./ Poche linee tracciate/ su fondo rosso,/ rosso come il sangue versato» (La mamma che non c’è). La poetessa sperimenta il venir meno delle fondamenta identitarie ed emotive su cui si è costruita la sua esistenza. La madre racchiude il senso di radice, contenimento e continuità vitale. Di fronte a questa perdita di coordinate, la persona può scivolare nel nichilismo passivo, che comporta apatia, rassegnazione, e disistima di sé, oppure intraprendere un nichilismo attivo, inteso come la capacità critica di attraversare il vuoto per ridefinire nuovi valori personali.
La Ragozzino non è artista e donna volta alla depressione, attraversa sul vascello catartico della scrittura poetica la sofferenza e le dona nuovi colori... i quadri, gli scatti, le sculture che affiancano i versi. L’abbinamento tra liriche di dolore e foto di paesaggi rappresenta la proiezione della sofferenza interiore nella natura, trasforma l’immagine in uno specchio visivo. La natura non è solo uno sfondo, ma un riflesso dei sentimenti umani. Le foto fungono da ricerca di un catalizzatore, offrono al dolore un luogo fisico e tangibile in cui abitare ed essere osservato senza giudizio. Inoltre gli accostamenti creano un senso di universalità; il dolore personale si ridimensiona e si stempera nella vastità del mondo naturale. Più che esplicative in tal senso la lirica Mater panis: «(…) Sei tu l’emblema/ della Vita che nasce (…)», seguita dalla foto di un’opera in legno di Gustavo Delugan, intitolata proprio “Mater Panis”, e dalla foto Il mare di papaveri, di Marica Raucci, propedeutica ai versi omonimi, dolcemente in levare. Un saliscendi di sentimenti nei versi di quest’autrice della provincia di Caserta, che ha trascorso e trascorre la vita tesa ad arco verso il prossimo, prima attraverso la professione di medico, in questa nuova stagione tramite il costante impegno nel sociale per scopi benefici. Il modus vivendi è specchio di una personalità ricca, che dopo le ferite sa e vuole rialzarsi, che non si vergogna di dire il dolore, ma non lo coltiva, che «…vive nell’attesa/ delle prime gemme/ sul mandorlo…» (L’attesa).
Ho sentito molto vicina Angela Ragozzino, non solo per le comuni origini partenopee e per la coincidenza d’anagrafe, ma per questa luce con la quale tende a irradiare ogni amore passato e presente. Ho amato molto anche il suo stile privo di fronzoli, vero, empatico. Ella non avverte la necessità di ricorrere a figure retoriche, scrive su dettato dell’anima ed è musica pura. La ringrazio per la lettura di questo diario originale e privo di luoghi comuni e per avermi concesso di toccare la sua anima di seta e di vibrare con essa.
Maria Rizzi
Angela Ragozzino, Luce che resta – Ti cerco nei giorni, prefazione di Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 80, isbn 979-12-81351-96-7.
Francesco Salvador, "Oblio e approdi"
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Francesco Salvador
Oblio e approdi
Guido Miano Editore, Milano 2026
Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (TV); ha vissuto molti anni a Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi racconti su riviste letterarie.
L’antologia poetica del Nostro, Oblio e approdi, che prendiamo in considerazione, s’inserisce nel progetto editoriale della collana Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio, pubblicata da Guido Miano Editore. I volumi della suddetta collana hanno per oggetto lo studio monografico su un singolo poeta italiano che viene accostato per affinità e differenza, nell’analisi critica, ad autori stranieri. Con questi il poeta presenta una certa simile sensibilità nello sviluppare i contenuti del suo poiein e nel suo approccio alla scrittura dal punto di vista formale, stilistico e contenutistico.
Il volume di Salvador è diviso in tre sezioni tematiche, ognuna corredata da una prefazione e da una scelta di poesie. Nel primo capitolo incontriamo la prefazione di Enzo Concardi intitolata La presenza del dolore in Francesco Salvador e Paul Éluard; nel secondo I volti dell’amore in Francesco Salvador e in Wislawa Szymborska, prefazione di Gabriella Veschi e nel terzo la prefazione di Floriano Romboli, I labirinti della memoria in Francesco Salvador e Wislawa Szymborska.
Non potendo commentare tutto il volume nello spazio di una recensione, in questa sede prendiamo in esame alcuni testi del primo capitolo, quello dedicato al dolore. Nella consapevolezza che il dolore ipostaticamente sia fondante nella condizione umana e nonostante il luogo comune che la poesia stessa nasca dal dolore, emerge dalla lettura dei componimenti poetici della prima sezione che l’antidoto contro il dolore stesso, sia di quello proprio che di quello altrui, può essere l’arma dell’ironia: “…centrifugo i dolori dentro/ il frullatore dell’ironia…” (A parlar di fughe).
Citiamo un’altra poesia, È meglio: “È meglio/ non aver visto tutto,/ il mistero è inestimabile/ ed è per questo/ che nonostante/ la mia solitudine/ non frequento/ club a pagamento/ dall’insegna ambigua,/ meglio il dolore/ che la facile unione“. Nel suddetto componimento l’io-poetante molto autocentrato nega la possibilità di riscatto per superare la sua solitudine nell’entrare in un club a pagamento per un’unione fisica che resterebbe fine a sé stessa, alla quale è da preferire il dolore tout-court e in questo il poeta va controcorrente e, come affermavano i romantici tedeschi, anche nel dolore stesso può esserci una gioia.
In qualche limbo: “In qualche limbo/ transitorio siamo stati/ noi abitanti/ della Terra/ durante lo scorrere/ del nostro tempo./ Lì abbiamo capito/ l’intensità del dolore,/ l’abbiamo quantificato/ con mezzi propri/ e nulla c’è sfuggito/ del suo peso“. Non possiamo definire la poetica di Salvador di matrice neo-lirica ma di natura riflessiva per l’io poetante che tende a ripiegarsi su sé stesso.
Poesia senza titolo: “Fra non molto ritornerò/ alla mia casa/ e non sarà sconfitta/ o rassegnazione/ ad accogliermi./ Troverò qualcuno che mi ama/ o forse ora nessuno/ ad ascoltare il mio dolore/ una serena resa/ da dimenticare domani”. C’è pessimismo in questa composizione ma anche una tenue luce di speranza quando il poeta afferma che troverà qualcuno che lo ama.
Raffaele Piazza
Francesco Salvador, Oblio e approdi, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 96, isbn 979-12-81351-92-9, mianoposta@gmail.com.
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