maria rizzi
Wanda Lombardi, "Araba fenice"
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Wanda Lombardi
Araba fenice
Guido Miano Editore, Milano 2026
Il mio cammino accanto alla Poetessa sannita Wanda Lombardi continua... E sembrerebbe impossibile, visto che ho sviscerato le sue tematiche in tante sillogi e ho ricevuto l’onore di essere, in più occasioni, la sua prefatrice. Ma l’ultima Raccolta, Araba fenice, tocca le corde della mia anima in modo particolare. Secondo la leggenda, la Fenice può volare nell’aria, trovare oasi e sorgenti d’acqua, rinascere dalle ceneri. È il simbolo di chi, nonostante gli ostacoli, trova la forza per andare avanti. Sarà un caso che indosso da anni una catenina con una Fenice d’argento, regalo di uno dei miei figli?
Wanda appartiene al mio vissuto per numerosi motivi. In primis le origini: le colline del Sannio, care al mio cuore da più di quarant’anni, perché terra natia di mio marito; per la poetica appassionata e solo in apparenza infelice; per il ricorso alla memoria, che l’autore della prima prefazione, Enzo Concardi, collega con maestria a Primo Levi, e alla sua asserzione «Non esiste futuro senza memoria». La Poetessa in quest’Opera ha raccolto liriche tratte dalle varie sillogi e ha dato volto e volo alla sua Araba fenice. Cito Specchio: «…Lui parla in silenzio,/ risparmia le parole/ e non illude, è vero./ Solo cosa grande/ non riesce ad afferrare:/ la mia sensibilità…». Le sofferenze che Wanda Lombardi non vede riflesse nello specchio, insieme ai segni dello scorrere del tempo, rappresentano a mio umile avviso, come ho avuto modo di scrivere in passato, la sua misteriosa forza. Senza cadere non impariamo a rialzarci. L’Araba fenice non è la figura che attende passivamente, ma colei che prende in mano la propria vita, trasformando il dolore in testimonianza e speranza. Il pozzo dal quale l’autrice attinge linfa per andare avanti è il passato, le persone che ha amato. Le rivede, le affresca nei versi, e per rendere omaggio al legame speciale che si è instaurato tra noi nel tempo, avverto l’urgenza di dirle con Sant’Agostino che «coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano, ma sono dovunque noi siamo».
La lettura di ogni silloge di quest’artista di Morcone è un invito a guardarsi dentro e a imparare a convivere con le proprie asperità nella consapevolezza che si è autentici solo accogliendo le proprie ferite.
Maria Rizzi
Wanda Lombardi, Araba fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.
Maurizio Zanon, "Il soffio salvifico della poesia"
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Maurizio Zanon
Il soffio salvifico della poesia
Guido Miano Editore, Milano 2025
L’eco dei passi dell’autore veneziano, Maurizio Zanon, ascoltato in Tutto fu bello qui e in Fralezze, torna a risuonare nell’antologia poetica Il soffio salvifico della poesia, introdotta magistralmente da Enzo Concardi, che mette in rilievo come il lirismo rappresenti per il nostro autore il modo di superare il disagio esistenziale. Ho esordito parlando di ‘eco dei passi’, perché dalla lettura della prima raccolta di poesie ho avvertito la sensazione di camminare accanto al prolifico poeta veneziano che, a mio umile avviso, patisce poco il mal di vivere, è semplicemente consapevole che impariamo e cresciamo attraverso il dolore. La pena quotidiana consiste nel prendere atto, come afferma Khalil Gibran che “amare la vita attraverso la fatica è penetrarne il segreto più profondo”. Zanon denuncia la crisi di valori nella quale siamo precipitati, che coinvolge l’intera civiltà, asservita al sistema finanziario, invece di esserne la padrona. Per evitare di sopravvivere occorre un forte rispetto per se stessi, puntare all’eccellenza, possedere la dote dell’intensità, sacrificarsi per un domani migliore. Sono certa che Zanon possieda queste doti, e conosca l’unica rivoluzione possibile, quella dello spirito. Non a caso la lirica dal titolo pessimistico “…E così muoio piano piano” , tratta dalla silloge “Tutto passa”, termina con il verso ossimorico: “E sogno come un bimbo sogna”.
La scelta delle poesie per questa raccolta antologica sembra mirata a evidenziare i nuovi stati d’animo del poeta. Tutto è stato bello, ma ‘panta rei’ e il fiume nasce diverso ogni giorno… per dirla con Eraclito. L’instabilità della condizione umana è un dato di fatto inconfutabile e la gioventù, con il suo delirio di onnipotenza, diviene inevitabilmente sempre più lontana, ma leggendo l’esistenza con occhi lirici gli anni tendono a serbare le delicatezze passate e i corpi sono geografie di storie. Il nostro canta in “Riflessione pomeridiana”, dalla raccolta “Un treno carico d’inquietudine”: “Ho l’età dei morti, / ma l’ingenuità di un bimbo…”. Mi si potrebbe accusare di cercare, come rabdomante, i versi tesi alla redenzione, in realtà mi arrogo il diritto, che non mi spetta, di conoscere i meandri dell’anima di quest’autore legato alla città lagunare, intima, vicina e al tempo stesso, lontana, esotica.
Nel pensare a Venezia il pensiero corre alla musica, al sogno e all’altrove. E Zanon è figlio in ogni aspetto artistico e umano della sua città che non è terra né mare. “Il cielo / che sia azzurro oppure bigio / porta in sé / quell’alone di mistero / a uomini oscillanti come noi / sul filo della solitudine” - “Il cielo” da Fralezze. Questa lirica, riportata per intero, credo rappresenti in pieno il poeta, e pur terminando ‘in battere’, ovvero in modo forte e negativo, per ricorrere al linguaggio musicale, rende ancora e sempre l’idea della levità e della raffinatezza che lo caratterizzano. I versi di Zanon sono note di arpa, che in araldica è simbolo di tranquillità e animo eletto.
A livello stilistico l’antologia sublima gli aspetti riscontrati nelle varie sillogi. Attraverso l’uso sapiente di figure retoriche, allitterazioni, assonanze, rime e un timbro assordante, il Nostro crea un flusso armonioso che amplifica il significato dei sentimenti espressi. Si potrebbe asserire, senza timore di esagerare, che Maurizio Zanon incarna la poesia. La incarna nel modo di intendere le isole care della memoria, tenerissimo il desiderio di ‘rivivere un giorno solo della giovinezza’; nel dolore per un clima che muta i paesaggi e rende l’uomo artefice e vittima del suo destino; la incarna nel legame verso ‘la sua città sulla laguna, venduta e ferita’; e soprattutto la incarna in un amore vero, raro, incontaminato, che ‘andrà oltre il cielo, oltre il mare, a spiare chissà quale luna’. Nell’antologia l’ottimo Floriano Romboli mette a confronto l’amore del nostro poeta per Venezia e per la sua donna, pur nelle altalenanti stagioni della convivenza, e il sentimento straniante della poetessa americana Emily Dickinson, che dall’iniziale passione involve in un ‘gelido cupio dissolvi’.
L’intera opera completa l’affresco di Maurizio Zanon, che come stampa antica, si staglia sui tramonti lagunari e intona il suo canto leggero e intenso, che ammalia il lettore e lo avvolge in un respiro infinito.
Maria Rizzi
Maurizio Zanon, Il soffio salvifico della poesia, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn 979-12-81351-50-9, mianoposta@gmail.com.
AA. VV., "La poesia di Wanda Lombardi nella critica italiana"
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AA. VV., La poesia di Wanda Lombardi nella critica italiana
Guido Miano Editore, Milano 2025
Mi trovo per l’ennesima volta a contatto con le opere, la storiografia e l’anima della poetessa di Morcone (Benevento), infinitamente cara al mio cuore. Il libro in oggetto è una ricca antologia di testi critici riguardanti la poesia di Wanda Lombardi, che ha dedicato alla spiritualità e ai versi il tempo terreno, nella consapevolezza che si prega e si scrive per alleviare le ferite dell’anima e per arrivare dove si annida l’invisibile.
Ho avuto l’onore di prefare due indimenticabili testi dell’autrice sannita: Tempi inquieti e altre poesie e l’Opera Omnia, e in questa carrellata di omaggi trovo la conferma al mio umile dire, alla convinzione che esiste una poesia che non è dipendenza dalle parole, ma desiderio di trascenderle.
Leggendo le sue liriche, solo in apparenza semplici e intimiste, si comprende come la mia Wanda raccolga nello scrigno del cuore i frutti di una semina commovente. Le sue opere sono state inserite presso biblioteche locali, nazionali, e accademiche, a disposizione degli studenti, realizzando il suo desiderio di lasciare un tesoro non solo morale alle nuove generazioni. Sono certa, peraltro, che i giovani attingono e attingeranno dallo scrigno del suo lirismo, che l’ottimo Raffaele Piazza definisce di “realismo mistico”.
La poesia, madre di tutte le arti, attraversa un periodo difficile, si potrebbe dire che naviga in burrasca a causa delle avanguardie artistiche, che proclamano la rottura con il passato e l’accelerazione verso la modernità. Tali movimenti sono contraddistinti da una forte carica di provocazione, i rimandi al significato si sono ingarbugliati al punto che regna sovrana l’ambiguità. In questo clima si avverte la necessità di attendere che i semi di pace di Wanda Lombardi sboccino e ci inondino con il loro profumo. Il “realismo mistico” va inteso come un modo per avere conoscenza; è vicino alla filosofia, ma in quest’ultima il metodo d’indagine è orizzontale, mentre nel misticismo è verticale. Per dirla con Don Bosco equivale a “camminare con i piedi sulla terra e abitare il cielo con il cuore”.
L’Autrice è allenata a incontrare Dio non ai margini dell’esistenza ma nella vita di ogni giorno. La sua lunga carriera di docente le ha consentito di confrontarsi con i giovani e la sua ispirazione le ha senza dubbio permesso di trasformare gli insegnamenti da requisiti basilari a desideri di cambiare il mondo. Mentre si tendeva ad arco verso gli studenti affrontava i dolori personali e, come sottolinea con efficacia Carlo Onorato, concepiva versi di meditazione filosofica sull’esistenza, attraverso i quali non parlava a Dio, ma ascoltava le Sue risposte. D’altronde la meditazione è un uso positivo e creativo della mente, che collega il mondo esterno a quello interno.
Wanda possiede, a mio umile avviso, due ali: l’amore e il raccoglimento. Se da un lato sembra plausibile considerarla un’artista pessimista, dall’altro va analizzato quanto peso hanno avuto le sottrazioni nei lunghi periodi del suo passato. Non sono mai riuscita a considerarla chiusa in se stessa, annientata, anche se nei suoi versi ho colto le angosce, lo struggimento. Lei canta il suo Sannio, la tenacia di un popolo mai domo, una terra ricca di storia e cultura, di dolci colline alternate a morbide valli, di borghi incantevoli. Canta e la fatica di vivere si scioglie in una dolce, struggente malinconia.
La poesia agisce catarticamente sullo spirito della Nostra ed è purificatrice anche per i fortunati che la leggono. Si potrebbe dire che “la grande poesia è un’eco che chiede all’ombra di ballare” (Carl Sandburg).
Wanda Lombardi, attraverso i suoi libri, è divenuta insegnante di Speranza. Ed è la speranza il sigillo della sua fede. Dio fornisce il vento, ma noi dobbiamo alzare le vele. Questo testo, che ha sapore di lascito artistico e morale, è scritto dai critici letterari, e da coloro che, come la sottoscritta, si sono innamorati della sua voce sin dai primi versi. Per lascito non intendo un testamento, Wanda continuerà a scrivere per tanti anni, ma una donazione. Ella affida al cielo le preghiere, agli uomini e alla natura rigogliosa della sua terra le poesie.
La nostra Autrice guarda il mondo con gli occhi della fede, è consapevole che ogni volta che si è trovata a bussare alla dimora della solitudine, della sofferenza, ad aprirle la porta è stato il Signore. Di questa sublime poetessa, temprata dalla sofferenza, mi ha colpito subito l’innocenza. Le ferite, che hanno costellato le sue stagioni, sono diventate inconsapevoli punti di forza, sa portarle sul petto e nella vita come medaglie.
Nel leggerla l’ho vissuta come un’amica caratterizzata da vellutata purezza. e ho considerato quanto sia estenuante il lavoro dei cuori innocenti: devono assorbire i rumori della realtà, gli aspetti marci e contaminati, continuando a emettere vibrazioni positive. Wanda non è pessimista, patisce la nostalgica malinconia di ciò che poteva essere e non è stato, ma senza rabbia, con la levità degli angeli. Il suo lirismo, in virtù di queste caratteristiche può dirsi non solo meditativo, bucolico, filosofico, ma anche civile. Per quanto questo pianeta sia macchiato di sangue, il colore del cielo resta sempre lo stesso, il profumo dei fiori è sempre stordente… un’Artista come la nostra lo ricorda in ogni lirica, e induce a perseguire il coraggio dei sogni.
Maria Rizzi
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L’AUTRICE
Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022), Opera Omnia (2023), Tempi inquieti e altre poesie (2024). I libri di narrativa: Proverbi e modi di dire morconesi (2008), Racconti fiabeschi, letture per la scuola (2011). I romanzi: L’eco del passato (2012), Sulla scia del destino (Poppi 2016). I testi teatrali: La fortuna dietro l’angolo, commedia in tre atti (2013), Una volta… c’era, commedia in tre atti (2014), Ce la faremo, commedia in tre atti (2016).
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AA. VV., La poesia di Wanda Lombardi nella critica italiana, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 104, isbn 979-12-81351-57-8, mianoposta@gmail.com.
Iano Campisi, "Di fronte alla vita"
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Lo scrittore siciliano Iano Campisi, nell’Opera Di fronte alla vita (Guido Miano Editore, Milano 2025), presenta una miscellanea di aforismi e racconti che mettono in rilievo il suo atteggiamento di fronte all’esistenza. Il Prof. Floriano Romboli, nella prefazione, mette in luce con sguardo lucido le tematiche care a quest’autore, ricco di valori e di una malinconia, intesa come dolore raffinato, lieve, che si posa sui perduto con toni realistici e sognanti al tempo stesso.
Da biologo Campisi è teso a guardare la sua terra con forte spirito di appartenenza e con una palese avversione verso la cieca irruenza dei progresso tecnologico. Ama il mare disperatamente, e leggendolo, ho pensato alla lirica di J. Baudelaire “L’uomo e il mare”: “Uomo libero, amerai sempre il mare / il mare è il tuo specchio; contempli l’anima tua/ nell’infinito muoversi dell’onda…”. Sembra impossibile pensare ai siciliani senza vedere per riflesso l’aria mediterranea che li avvolge e il nostro autore non fa eccezione, infatti lega le considerazioni sugli affetti ai riti della sua natura, “ai profumi degli agrumi, e ai sospiri del leggero movimento dei rami e delle foglie” (“Passeggiata”) .
Credo si potrebbe dire che il testo, nelle considerazioni e nella maggior parte dei brani, ha sapore di diario, in pochi altri spalanca le porte dell’invenzione. L’aspetto autobiografico é dimostrato da vari racconti, tra i quali cito: “Appunti sparsi di un ricovero in ospedale” dettagliato, permeato di condivisione, di pietas, che mette in risalto una splendida distinzione tra il tempo della coscienza, elastico, e quello della scienza, segnato dalle lancette dell’orologio; e dal brano “Cronaca stravagante e noiosa di quattro giorni d’estate di Covid”, dai toni che evocano il Verga delle novelle, descrittivi, pessimisti, tesi a evidenziare l’assenza di interesse per le storie di sempre.
L’immaginazione è la protagonista di testi come il brano in forma di sceneggiatura intitolato “Amori”, che narra la storia tra Alessandro e Margherita, i loro mondi lontani anni luce, il sentimento che nasce sempre non ‘perché’ si è affini, ma ‘sebbene’ si sia diversi e in apparenza incompatibili.
Inevitabile la sofferenza che il Nostro dimostra verso i cambiamenti climatici. D’altronde il clima non rappresenta una cosa aliena, ma l’umanità tradotta in intemperie. E, purtroppo, siamo proprio noi uomini a inquinare, offendere e tradire madre - terra, quasi inconsapevoli di distruggere noi stessi. Gli scrittori nati e vissuti sulle isole, a mio umile avviso, portano in loro l’incanto dell’infinito e dei confini. Inevitabilmente, infatti, le isole sono entità talattiche, che si sorreggono sull’instabile.
Leggendo Iano Campisi ho avvertito un equilibrio elegante, che taglia l’aria, sfida il vento, un perenne impegno verso il compromesso tra i sogni e la realtà. Il lavoro di biologo e la scrittura rappresentano, forse, i due poli diversi e complementari che permettono all’autore di trovare stabilità.
Il nerbo narrativo di questo scrittore è senza dubbio superbo: possiede vitalità, efficacia espressiva, lessico fluido ed eloquente, mostra padronanza dell’ars narrandi e sa viaggiare su tutti i registri. Credo che quelle che vengono riduttivamente definite ‘riflessioni’ rappresentino il punto più alto del suo respiro artistico. Attraverso gli aforismi Campisi piange, canta, ride, si piega su se stesso e, soprattutto sogna. E di fatto, la scrittura, quella vera, intrisa di sangue e di ideali, unisce una parola all’altra nella speranza di unire un uomo all’altro…
Maria Rizzi
Iano Campisi, Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 252, isbn 979-12-81351-54-7, mianoposta@gmail.com.
Enza Sanna, "Epifanie"
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Epifanie
Enza Sanna
Guido Miano Editore, Milano 2025
Torno sui passi di questa meravigliosa poetessa genovese, che ho avuto l’onore e la gioia di prefare nella precedente raccolta di poesie Nei giorni. Le liriche di questa silloge sono state concepite in gran parte nel periodo della pandemia, eppure si intitola Epifanie, che etimologicamente significa ‘manifestazioni’. E i versi di Enza Sanna sono autentiche illuminazioni su eventi che celano significati inaspettati. La poesia in esergo di Emily Dickinson «Non c’è nessun vascello/ che, come un libro,/ possa portarci in paesi lontani…» è una sollecitazione a intraprendere il viaggio con l’artista, a evadere dal reale per scoprire isole inesplorate. La nostra destinazione non è un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose. Cambiare prospettiva non significa cancellare o rimuovere, ma ampliare, elevare la nostra consapevolezza.
La poetessa realizza la prima fuga dal quotidiano nella natura: il suo spirito entra negli alberi, nei prati, nel mare: «…Unico sollievo la natura,/ l’azzurra apoteosi del mare/ nello screziato polverio dell’onda,/ un’aria di primavera/ nel sorriso di pace del mezzogiorno…» (Pandemia). In effetti sono bastate alcune settimane di chiusura a causa del Coronavirus perché la natura cominciasse a uscire dagli interstizi, dove solitamente è relegata dalla presenza dell’uomo, conquistando le strade, i giardini, le piazze. Mentre mezzo pianeta sopravviveva in una bolla di sospensione il creato non si fermava, anzi una delle più belle primavere di sempre sbocciava impavida. I pensieri affioravano contrastanti: la meraviglia di respirare aria pulita e il senso di colpa per esserci spinti troppo oltre nel nostro rapporto con il pianeta e le sue risorse. Nel senso di spaesamento dovuto al lockdown l’autrice cerca le sue rivelazioni nei luoghi che contengono una dimensione magica come l’isola di Arturo, ovvero la coloratissima Procida, situata nel golfo di Napoli e particolarmente cara anche al cuore della sottoscritta. La porzione di terra emersa dell’arcipelago campano, di ancestrale bellezza, è detta di Arturo perché ispirò Elsa Morante nella scrittura dell’opera omonima e il libro nel 1957 le valse il premio Strega. La Sanna si rifugia nell’isola tufacea, dall’aspetto aspro e selvaggio, in quanto avverte quanto l’esistenza sia un naufragare costante verso luoghi che ci attendono.
Ella insegue i sogni e la memoria, le nostre zattere e le nostre macchine del tempo. I primi spingono avanti, i secondi riportano indietro. «…Ci si lascia trasportare/ verso una vertigine di sogni/ inconsapevoli delle ferite dell’ora/ dello stridio stesso dei giorni…» (Esposti all’infinito). L’artista tesa alle epifanie, è donna che ha sofferto e soffre, ma la sua Parola si prefigge di sciogliere il dolore e diviene scoperta quotidiana, respiro, aggiunta, brivido, incanto. Fu Charlie Chaplin a dire: «La poesia è una lettera d’amore indirizzata al mondo». Un atto di pace e di sangue che diviene luce. Lei figlia di una terra di monti a picco sul mare, di punte argentee che sembrano trafiggere il cielo, in risposta al richiamo degli ulivi, ha una trentennale esperienza di lirismo e possiede un linguaggio e un violino che le permettono di scalare il cielo. (…)
Maria Rizzi
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Immanenza e trascendenza: ecco due delle dimensioni o categorie filosofiche bipolari che mi pare attraversino la poetica dell’autrice, in altre parole una coesistenza in lei di radici profonde, di legami con le origini, di visitazioni della realtà e contemporaneamente di voli pindarici, d’amore per la vita onirica, di proiezioni nel futuro e nella spiritualità. Un tempo si sarebbe detto un desiderio non conflittuale tra Terra e Cielo, ma un bisogno di entrambi per realizzare uno sviluppo integrale dell’uomo. La poetessa sembra smentire questa interpretazione critica della sua visione del mondo, soprattutto nella lirica Dal fango al cielo, quando nei primi versi afferma: «La mia vita non ha radici in questo mondo,/ cammino su ponti tibetani sospesi nel cosmo/ senza riferimenti, senza rimpianti…». Tuttavia, nel medesimo testo, paragonando la natura del “fior di loto” alla condizione umana ideale, scrive: «…Affonda nel fango, ma la bellezza è intatta» e «splendido esempio dal fango al cielo».
Per non dire della sua osmosi con la Natura, appartenente a questo mondo, o del frequente riferimento alle sue origini liguri e mediterranee, nelle quali s’incardina la sua identità: «Chi sarei oggi/ se non fossi nata sul mare…» distico anaforico iniziale e finale della lirica Nata sul mare. E nel mezzo un’apologetica, appassionata dichiarazione d’amore per il mare, ovvero il mondo acqueo - uno dei quattro elementi delle cosmogonie antiche insieme alla terra, al fuoco, all’aria - che culmina nei versi: «Mistero d’amore, di vita, di gioia» e «Accolta dal tuo abbraccio/ caldo, avvolgente».
Un’altra tematica sviluppata dalla poetessa ligure può richiamare culturalmente il famoso interrogativo di Benedetto Croce relativo alla valutazione della poetica pascoliana: «È il Pascoli il grande poeta delle piccole cose o il piccolo poeta delle grandi cose?». Sembra rispondergli indirettamente Enza Sanna laddove - nella composizione Esposti all’infinito - chiaramente il verso di chiusura non lascia alcun dubbio in proposito: «Perché niente è più grande delle piccole cose». Lei stessa in Epifanie dipana un canto che si posa sulle une e le altre, attuando un rovesciamento della realtà dominante, in base a criteri valoriali che pongono in primo piano ciò che nell’attuale società è praticamente negato e ai margini, e relegando invece decisamente l’apparenza dell’essere odierno fra le vacuità e l’effimero del mondo.
Possiamo senz’altro ricercare le piccole cose della Sanna nella vita quotidiana, nella vita domestica, negli affetti familiari anche se perduti, oppure ancora nella Natura medicatrix, quando questa attrae la contemplazione meravigliata degli occhi della sua anima: «…Mi tende una mano amica la natura/ che non ha spazi vuoti/ e lo sguardo cade/ per la gioia degli occhi e del cuore/ su una crepa del muro in giardino/ dove fa capolino un ciuffo di piccoli fiori/ incredibilmente d’oro nel gelo/ incredibilmente vivi/ nei loro solidi umori» (Antidoto agli spazi vuoti). È con lo stupore della “fanciullina” pascoliana - ricordiamoci che il poeta romagnolo non parla solo al maschile, ma espressamente anche al femminile - che l’autrice attribuisce alla poesia la stessa funzione rigeneratrice della giovinezza interiore, tipica della visione emotiva e irrazionale della sensibilità post-carducciana. (…)
Enzo Concardi
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L’AUTRICE
Poetessa, scrittrice, saggista, critico-letterario Enza Sanna è nata a Genova, dove vive, opera e ha svolto una lunga carriera di Docente di Lettere nella Scuola Media Superiore. Pluriaccademica, ha ottenuto molti Primi Premi Nazionali e Internazionali, partecipando più volte a numerosi Concorsi letterari. Tra la raccolte poetiche più recenti ricordiamo: Quando gemmano i pruni (2003), Amore di mamma (2004), Per vene d’acqua e di terra (2006), Gocce d’arcobaleno (2008), Viaggio nella parola (2009), Per segreti varchi (20109), Kaleidos (2012), Frammenti lirici… ai margini del viaggio (2014), Percorsi d’utopia (2017), Oltre la parola (2020), Nei giorni (2022).
Enza Sanna, Epifanie, prefazione di Maria Rizzi, postfazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 100, isbn 979-12-81351-48-6, mianoposta@gmail.com.
Wanda Lombardi, "Tempi inquieti e altre poesie"
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Tempi inquieti e altre poesie
Wanda Lombardi
Guido Miano Editore, Milano 2024
Torno a visitare il mondo di Wanda Lombardi, poetessa di Morcone, in provincia di Benevento, che mi sembra di conoscere da sempre. Ho percorso il viaggio a ritroso nel suo lirismo e nella sua esistenza attraverso l’Opera Omnia (2023), e sono consapevole che si tratta di una voce polifonica e di rara purezza, che ruota attraverso l’inquietudine, il misticismo e la natura.
La presente raccolta poetica ci riconduce alla sua fuga interiore, segno di un’intensa, inesausta vitalità dell’anima, mai paga del quotidiano, tesa a una meta degna dei suoi sforzi e dei suoi ideali, pur consapevole, per dirla con Vincenzo Cardarelli e la lirica Gabbiani, che il suo destino è «vivere balenando in burrasca». La cittadina nella quale l’autrice vive da sempre ha intriso la sua indole di vicoli che cercano spiragli, di scale che vorrebbero arrivare al cielo, ed è divenuta un tutt’uno con la sua intensa spiritualità: «…Il cinguettio di uccelli, / un gorgogliante rio / e da presso i rintocchi lieti / di campane della vicina chiesa / mi scuotono al loro ritmo / si affianca il cuore / in una sorta di condivisione e amore…» (La musica della vita).
Il tessuto artistico della Nostra è cucito alle radici, che rendono melodia i suoi versi; ella trae forza per affrontare le fatiche del vivere dalle atmosfere morbide, variegate del Sannio, territorio campano che raggiunge il litorale del Molise e del basso Abruzzo. Forse la sua stessa scrittura caratterizzata da una molteplicità di suoni trae origine dalla struttura variegata della regione. Il tempo di Wanda Lombardi è stato travagliato, il lirismo ne è calda, superba testimonianza, e mi viene da pensare a un’ulteriore similitudine con l’asprezza e il coraggio atavico dei sanniti, che seppero evitare le sottomissioni ai romani e opporsi ai periodi difficili. Non a caso la poesia Nell’andare recita: «Nei giovanissimi anni / ho camminato con immane dolore / che stretto ho serrato nel cuore / dinanzi a muri di ferro…».
Le sue sofferenze hanno avuto inizio negli anni della giovinezza, quelli in cui tutti abbiamo potuto tenere aperti gli oblò della speranza, perché era considerato un diritto inalienabile. Anche i grandi della nostra Letteratura, ai quali l’Autrice si ispira, descrivono gli anni giovanili in modo lieto e luminoso. Molti critici hanno definito nichilista il versificare della Nostra, e non si può dar loro torto, sebbene io scorga dietro i «muri di ferro» il concetto eracliteo dell’armonia dei contrari, la capacità del suo mondo di reggersi, di rimanere in tensione, di continuare a stupirsi: «…Malgrado gli alti e bassi, / meravigliosa è la vita / ché anche i momenti bui / forza ridanno…» (La collana della vita).
I punti di debolezza si trasformano spesso in risorse, si distilla da essi la forza per affrontare le difficoltà. E l’equilibrio tra gli opposti consente alla Lombardi di calarsi nel sociale con sguardo caldo di pietas, valutando i pericoli del male, schegge di guerra in periodi bui come quello che attraversiamo. Si coglie nei suoi versi l’esortazione a non cadere nella trappola degli oltraggi, dei pregiudizi, delle offese. Il richiamo suadente a creare ponti verso il prossimo è adamantina esplicitazione della fede, che consente all’uomo di sentirsi saldo perché appoggiato a qualcuno molto più forte e giusto di lui. Ella crede nel Dio che ha creato gli uomini, non nell’idea del Signore creata dagli esseri umani: «…Rotte difficili da seguire / e delusa pensa che i segreti / del cielo e del mare / sono solo nella mente di Dio» (Desiderio d’infinito).
In questa nuova, breve raccolta di poesie la Lombardi si sofferma sul tempo che stiamo vivendo, sull’intelligenza artificiale, ovvero l’abilità delle macchine di mostrare capacità umane quali il ragionamento, l’apprendimento e la creatività. Nella lirica Il tempo della velocità scrive: «…in un’epoca in cui sempre più veloci andiamo, / spesso dimentichiamo la necessità / di pensare, di usare il cervello / che tempi più lenti ha per lavorare…». Ed è evidente che per una poetessa il ricorso ai computer per pensare equivale a un’epidemia di sfiducia verso il futuro. Inoltre la sua lunga carriera di insegnante le ha dato modo di instaurare rapporti empatici con i ragazzi, di capire le loro esigenze, le loro fragilità. Non vuole credere che si potranno trasmettere valori alle nuove generazioni attraverso la robotica, sebbene le evidenze dimostrino che la maggior parte degli studenti faccia ricorso all’intelligenza artificiale.
La Lombardi sa dove rifugiarsi per rigenerare la mente e il corpo: tra i miracoli di madre natura. Albert Einstein asseriva che «Ogni cosa che si può immaginare, la natura l’ha già creata», e potremmo aggiungere che l’universo infinito del creato non rappresenta un luogo da visitare, è casa nostra. Purtroppo non siamo stati bravi nel rispettare un simile dono, lo abbiamo offeso, tradito, inquinato. L’Autrice dinanzi a un prato verde, a una vetta, ai fiori, al cinguettare degli uccelli si apre alla chiarezza, alla semplicità, cancella gli egoismi e pratica il rispetto. Nutre la consapevolezza che l’individuo diventa ciò che si lascia costruire attorno e che destrutturarsi equivale a restare se stessi: «Nella solitudine che deprime / amo percorrere sentieri / che non s’impongono; / essi ti ascoltano con pacatezza, / a fidarti ti invitano e a riflettere…» (Sentieri).
Struggenti i ricordi degli amori volati in cielo; l’assenza, già compagna di vita dell’Autrice, si materializza di fronte alle perdite, ma subentra il suo senso eracliteo laddove recita che la sofferenza degli addii è compensata dalla gioia di aver potuto vivere gli amori. La memoria li rende immortali. In A mio fratello Ubaldo si leva il canto più straziante: «Tenero germoglio / maldestramente strappato, / piccola goccia d’acqua / nell’aere dispersa / tu, Ubaldo, che della mamma il volto avevi e il cuore…».
Alla silloge Tempi inquieti fa seguito una breve raccolta dal titolo indicativo: Perché nulla vada perduto, quattordici componimenti estratti da opere precedenti al fine di rendere esaustiva la sua melodia. La poesia che spalanca le isole del passato la conosco bene e la reputo un gioiello a livello contenutistico e formale: «Eri venuto da lontano / a portare il tuo messaggio di speranza, / a ravvivare la nostra fede spenta…» (A Papa Wojtyla). In questi versi la Lombardi dimostra che colui che ha fede avverte l’esigenza di incontrare una persona illuminata, di sperimentare la gioia di essere di fronte a qualcuno che permetta di vibrare sullo stesso registro.
Il percorso verso la spiritualità è un cammino di crescita e di apprendimento permanenti. Il misticismo rivela un modo per avere conoscenza. Si può considerare vicino alla filosofia, tranne per il fatto che in quest’ultima il metodo di indagine è orizzontale, mentre nel misticismo è verticale. Ho già avuto modo di soffermarmi sulle concezioni religiose della meravigliosa poetessa sannita, mettendo in rilievo che i mistici non sono pensatori, ma artisti segreti: poeti senza versi; pittori senza pennello, musicisti senza note. Lei possiede la forza granitica dei versi e sa distillarla anche per la scrittura in prosa.
La cifra stilistica di Wanda Lombardi è priva di ogni figura retorica, eccezion fatta per le similitudini. Ricorre in alcune occasioni all’adozione di splendidi endecasillabi, che dimostrano la sua conoscenza delle basi della poesia. La musicalità è assordante. Stordisce i sensi, li addestra a nuovi tipi di ascolto. Il merito è soprattutto del ritmo, dato dalla posizione degli accenti tonici sulle vocali più evidenziate nella pronuncia. Nel suo caso il ritmo è naturale, i suoni sono aperti, tremano, aumentano la tensione emotiva. Si può senza dubbio parlare di un’artista ispirata. E il pensiero va ai greci che ritenevano il poeta ispirato quando cadeva in estasi e veniva trasportato vicino ai pensieri di Dio.
Pur non potendo parlare di condizione estatica, credo sia evidente che la Lombardi possieda la funzione mentale che consente di percepire le cose materiali e spirituali senza passare attraverso la logica. Non concepisce i tecnicismi, sa guardare oltre le cose ed è visionaria nel senso positivo del termine, in quanto sa anticipare ciò che deve nascere elaborando disegni che possono dirsi rivelazioni. Non credo possa esistere un poeta realista, è ossimorica la stessa definizione. Il motore del visionario è il coraggio, oltre alla creatività. E la cara, carissima poetessa delle valli che conosco bene, porta in sé il coraggio delle ferite. In natura l’ostrica produce la perla se viene offesa e resa inabitabile da corpi estranei. La conchiglia produce la madreperla per proteggere il corpo indifeso; e forma splendide perle lucenti, pregiate e diverse l’una dall’altra. Senza il dolore l’ostrica non produrrebbe perle. Si tratta di una metafora ardita, ma a mio umile avviso adatta a una donna che si è rivelata combattente in ogni giorno della sua esistenza e ha trasformato le lesioni dell’anima in perle lucenti che scaldano i giorni e le vite di coloro che le leggono e le trattengono nei cuori.
Io mi ritengo una prescelta e voglio ringraziare l’artista che sa «lenire l’altrui dolore», «avvicinarsi agli umili» e comprendere la parola di Dio. Se i critici sono deputati alle esegesi del suo dire, io entro in comunione con la sua essenza, respiro le sue storie, imparo la danza lenta del tempo e m’inchino a ogni perla deposta sul greto del Calore.
Maria Rizzi
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L’AUTRICE
Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022), Opera Omnia (2013). I libri di narrativa: Proverbi e modi di dire morconesi (2008), Racconti fiabeschi, letture per la scuola (2011). I romanzi: L’eco del passato (2012), Sulla scia del destino (Poppi 2016). I testi teatrali: La fortuna dietro l’angolo, commedia in tre atti (2013), Una volta… c’era, commedia in tre atti (2014), Ce la faremo, commedia in tre atti (2016).
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Wanda Lombardi, Tempi inquieti e altre poesie, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 60, isbn 979-12-81351-38-7, mianoposta@gmail.com.
Daniela Burroni Giannoulidis, "Sfogliando il calendario"
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Sfogliando il calendario
Daniela Burroni Giannoulidis
Guido Miano Editore, Milano 2024.
La poetessa pavese Daniela Burroni Giannoulidis, dopo gli anni trascorsi ad Atene con il marito greco, e l’impegno nella ricerca biotecnologica, ha deciso di donarsi ai versi con assiduità, e ha ricevuto, a ragion veduta, apprezzamenti da parte di critici letterari della levatura di Giulio Panzani, Fulvio Castellani, Marcella Mellea ed altri.
In quest’occasione presenta un calendario lirico dei trecentosessantacinque giorni dell’anno, progetto copioso, di rara originalità. La genialità della poetessa non sta solo nel proposito, ma nella capacità di sfogliare il tempo senza ricorrere a tecnicismi, con luminosa, incandescente ispirazione. Leggendola si pensa a un’autentica vocazione, intesa nel senso letterale di ‘chiamata’. Non vi è dubbio, che come disse Marcel Proust «i giorni sono forse uguali per un orologio, non per un uomo», ma nel caso di Daniela Burroni l’arida clessidra dell’esistenza, che concede lampi di eternità, si trasforma in uno spartito di note quotidiane, che consentono di leggere l’attimo terreno come infinita melodia. Si parte dal 1 gennaio con versi tratti dalla lirica Saliscendi: «…Ho messo il saliscendi alla coscienza / e illumino d’un tratto / gli istanti della vita…», e si è trafitti dall’eco dei grandi della nostra letteratura, grazie al soffio purissimo di endecasillabi spezzati da settenari, da un metro classico utilizzato in modo moderno, vitalistico, dal ritmo assordante e dal timbro che varia in modo inesausto.
Nessun esercizio, una capacità di pensare in poesia, di suonare in versi, di non dare confini all’immaginazione, e al di là di ogni espediente lirico, quest’autrice pavese, imbevuta del sole e del mare greco, si distingue per l’assenza di atmosfere cupe, di oscuri presagi. Pur visionaria, come tutti i poeti, è fresca come acqua sorgiva, scorre tra i ricordi e il presente senza la sindrome della nostalgia malata. «È gioia pura / rispolverare i ricordi / ritrovare gli oggetti dei miei bambini / che sono ormai cresciuti…» (7 febbraio). Più che esaustiva in merito al concetto espresso la lirica Carnevale del 25 febbraio: «Maschera triste / sui violini d’inverno / piangi i tuoi lamenti / spegni nelle fresche mattine / i singulti di sole // vattene vecchia / la vita è adolescente adesso / freme la pelle / al palpito biondo / di una chioma». Non esiste nella Nostra la malinconia di ciò che ha lasciato e l’attesa di ritrovarlo ancora, ma un senso dolce di gratitudine verso le isole del passato e di attenzione al presente e a ogni domani.
Lo sguardo che posa sulla Natura è intriso di un sentimento panico, e la lunga permanenza ad Atene ha senza dubbio influito sulla sua percezione del paesaggi e dell’esistenza. Sono numerose, infatti, le liriche dedicate alle atmosfere, ai giorni e ai sentimenti vissuti nella repubblica ellenica. Vi si colgono tratti intimistici, spunti riflessivi, che riportano al genere ‘idillico’, all’ambiente inteso come amoenus, nel senso di sereno, e a quadri familiari, mutevoli come è ovvio che siano, ma privi di tormenti, Il 22 marzo recita: «Io so dove abita il vento: / nei pensieri che scompiglia ogni momento / e riaggiusta e riprende e solleva / a suo piacimento / incurante degli anni vissuti / e dei giorni che stiamo vivendo…», versi che sembrano accompagnati da un’arpa celtica e confermano che ci troviamo di fronte a una partitura alla quale corrispondono le melodie del cosmo, a un prisma che svela le sfumature della luce.
La solarità dell’Autrice non corrisponde a una forma di indolenza verso gli stimoli esterni. Ella si cala nel sociale, nella consapevolezza che l’unico specchio che conta è quello che ci restituisce la dignità del nostro essere uomini, ed è conscia che ogni forma d’amore cominci in famiglia. Ha saputo tessere la tela di una casa dove regna l’armonia con fili di pazienza, di dedizione e di fede e ha imparato il segreto per volgere lo sguardo misericordioso verso il prossimo. Il 7 aprile si leva il canto: «…questo lutto silente / grave opaco / che ammutolisce il cuore / che sia pietra / da cui sgorghi di nuovo / la vita» (2003, guerra in Irak), e pur nello spaesamento, nello strazio per i conflitti, per le ingiustizie, le liriche palesano la certezza che la pace vada cercata innanzitutto in noi stessi e che è indispensabile coltivare la speranza.
La ricerca dell’equilibrio individuale e la verticalità rappresentano le fondamenta della vita. Devo confessare che i versi di Daniela Burroni mi hanno procurato una sorta di formicolio interiore, di tenera inquietudine. Ho pensato a Jacques Brel e a La canzone dei vecchi amanti che «ce ne vuole del talento per invecchiare senza diventare adulti», e ovviamente non mi riferisco ai dati anagrafici, ma alla capacità di quest’artista di conservare in sé il fanciullino, inteso non nella rigorosa accezione pascoliana, ma come una maturità di pensiero che non uccide il senso della meraviglia e del mistero. Ho compreso, leggendo più volte la silloge, che quel formicolio altro non era che il riflesso della mia anima nella sua.
Devo ammettere che è la prima volta che mi trovo a scrivere di una coetanea con un modo di intendere l’esistenza, il rapporto con gli altri, con la natura e con la fede tanto simili al mio. «…Soffio del Divino / sentito creduto / (e in altri istanti / tristemente perso, / poi ritrovato)…» (La mia Pentecoste, 1 giugno). I versi citati ed altri esprimono il dubbio, che non rappresenta un sentimento sterile e non rende colpevoli, ma è una grazia, una componente ineludibile della spiritualità. Lo stesso Sant’Agostino asseriva «una fede che non sia pensata è niente», perché le certezze rendono superbi e diminuiscono la tolleranza.
Le liriche che presentano una tensione verso il cielo sono permeate dall’apertura d’ali che contraddistingue tutti gli aspetti dell’esistenza di Daniela Burroni, non rivelano forme ascetiche di chiusura, di distacco dalla realtà. Ella, con la sapienza, data solo alle persone eccezionalmente sensibili alla bellezza, capaci di creare, accosta i mesi e i giorni ad anniversari, viaggi, feste consacrate e all’inevitabile srotolarsi delle stagioni dell’esistenza: «L’argento delle chiome, / che dice il passare dei giorni, / trattiene, distillato da ogni amarezza, / un brillio di vivida forza…» (26 settembre). Tramite il carattere teso ad arco verso il sogno e tramite la Poesia, prima freccia dell’arco, Daniela Burroni Giannoulidis vive l’argento come una nuova gradazione di colore della gioventù. La cifra stilistica vede alternarsi liriche di ampio respiro, ad altre più brevi, ad alcuni aforismi splendenti come dardi di fuoco, forse le note più alte dell’intera partitura.
Nel congedarmi da questa Poetessa in eterno levare, con due patrie nell’anima e un perenne viaggio nel cuore, avverto una dolce saudade e nuova gratitudine verso la vita che mi ha concesso il dono di incontrarla e di trascorrere un anno lirico con lei…
Maria Rizzi
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L’AUTRICE
Daniela Burroni Giannoulidis è nata nel 1957 a Pavia. Nel 1982, dopo la laurea in scienze biologiche e dopo il matrimonio, si è trasferita con il marito greco ad Atene, dove è nata la sua prima figlia, e dove è restata per cinque anni lavorando presso il laboratorio biotecnologico di un’azienda chimica. Poi con la famiglia è tornata in Italia, a Pavia, dove sono nati altri due figli, quindi a Certosa di Pavia, attuale residenza. Pur scrivendo poesie fin da giovanissima, ha iniziato a farle conoscere solo dopo aver lasciato il laboratorio per dedicarsi alla famiglia. Ha pubblicato due libri di poesie: Passano i giorni (1997), Tra il balcone e la cucina (2004), e due brevi sillogi in volumi antologici: I riflessi dell’esistere (2003), La poesia della luce (2021).
Daniela Burroni Giannoulidis, Sfogliando il calendario, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 210, isbn 979-12-81351-34-9, mianoposta@gmail.com.
"Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon" a cura di Enzo Concardi
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Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Nel testo Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon (Guido Miano Editore, 2024), è condotta un’ottima, interessantissima disamina del poeta, saggista e narratore veneziano attraverso le voci dei critici che hanno dato contributi ai contenuti e allo stile delle suo numerose Opere. Vengono citati, tra gli altri, Giampietro Cudin, Mario Stefani, Enzo Concardi, Nazario Pardini, Guido Miano, Angela Ambrosini. Conosco questo prolifero artista tramite due sue Sillogi, che ho recensito e amato molto: Tutto fu bello qui del 2020 e Fralezze del 2023. Trovarlo in un’Opera di ampio respiro come l’Analisi ragionata mi ha spinto a ripercorrere le sue orme dagli esordi, con Prime poesie, attraverso le splendide derive dei saggi che celebri Autori, come Dino Manzelli e Flavio Andreoli hanno dedicato a Zanon.
In questo splendido libro, corredato di foto che riprendono alcuni momenti artistici del Nostro, non manca una collana di cammei lirici, intitolata “Antologia essenziale delle poesie”. Sul greto del tempo in versi del Poeta sembra siano state raccolte perle sparse, concepite nel corso di circa quarant’anni di attività. Il tempo funge da lente d’ingrandimento per rendere nitida la visione del mondo di un autore e i suoi eventuali cambi di passo. Talvolta da giovani si tende a procedere in un orizzonte infinito, mentre con il trascorrere del tempo si riconoscono le parti e i confini. Non è il caso di Maurizio Zanon, o almeno non mi sembra. Leggendo la lirica del 1987 Andando e ascoltando, tratta dall’omonima silloge, sono stata immediatamente trafitta dalle emozioni che mi rapirono nella raccolta Tutto fu bello qui: “Andando e ascoltando / i discorsi del vento / più leggero io mi sento / tra i misteri del tempo”. Il canto si srotola in quattro settenari che racchiudono il mestiere del Poeta, il suo spartito sempre spalancato, le note che si alzano lievi e danzano dolcissime nella brezza e nello scorrere dei giorni, e la capacità, data solo agli artisti, di trarre enigmi anche dalle soluzioni. Attraverso i versi è possibile imbrigliare l’energia e plasmare la realtà percorrendo grandi distanze in un istante. Il mistero non rappresenta un muro, ma un orizzonte: “Felicità sta nel non sapere / ogni passo che verrà di nostra vita” (Felicità, da Liriche scelte, 2010).
Tema ricorrente di Zanon è il cammino, inteso come ‘andare verso’, un senso eracliteo dell’esistenza, vista in continuo divenire. Si muove il cielo, il mare, si muovono gli anni. La destinazione dei percorsi non sono luoghi, ma nuovi modi di vedere le cose. “… Nulla rimane / nello scorrere inesorabile : questo radicato / cammino di storia è destinato a dissolversi” (da Come il sole d’autunno, 2011). Restano intatti l’amore per la donna e la fede, punti cardine di un’anima che non vaga inquieta tra le burrasche, ma sa posarsi lieve sulle sponde della laguna, a meditare, a fare bilanci, a visitare le isole care della memoria. “Non finirà questo amore /che rinasce ogni giorno al canto d’usignoli!” (Non finirà questo amore, da Poesie d’amore, 1991). Trovo straordinario tra anime inquiete, disorientate, che cercano nei versi una catarsi, scoprire un uomo che smentisce l’assunto della vocazione artistica sposa dell’infelicità.
L’autore concepisce il sentimento per eccellenza come un viaggio ai confini di se stesso, un’esperienza che consente di essere simili a fuoco, di bruciarsi ed esplodere dentro “Un fuoco interiore che mai si spegne / brucia l’anima nel costante pensiero” (Passione, da Fralezze, 2023). E sa intendere la fede come una continua evoluzione spirituale, un cammino in verticalità nella certezza che “Dio è sensibile al cuore, non alla ragione” (Blaise Pascal). Nelle liriche sparse è presente una preghiera a David Maria Turoldo, presbitero, teologo e filosofo, nato nei primi anni del ‘900, che sostenne il progetto Nomadelfia per accogliere gli orfani di guerra; un sacerdote che condusse una grande avventura nella storia e nella chiesa italiana schierandosi sempre a favore del civile, del sociale.
In riferimento alle rimembranze, il tempo in fieri dell’Autore non concede di tornare indietro. Zanon, come tutti i grandi sognatori, è consapevole che basta sfiorare il filo teso di un profumo per far risuonare i ricordi. “Vivo l’oggi / pensando a come vivere il domani / ma è l’ieri che non si può più: / attendo allora un tempo senza tempo” (da Un tempo senza tempo, 2007). Il tempo cui allude il Nostro è quello che consente di restare a stretto contatto con l’anima, di attribuire senso al passaggio terreno. Nel tempo senza tempo nulla si crea o si distrugge, è la stessa essenza che continua a esistere assumendo varie forme, trasformandosi di continuo. “Ci siamo consumati fino a morire / sotto un cielo da cui ci aspettiamo ancora grandi cose” (Tutto fu bello qui, da Tutto passa, 2019). Da Eraclito si passa a Platone nel suo vertiginoso dialogo intitolato “Il Parmenide”, che asseriva. “La natura dell’istante è qualcosa di assurdo (atopos), che giace tra la quiete e il moto, al di fuori di ogni tempo”.
Quando ho avuto l’onore di recensire questo meraviglioso artista, che non ha bisogno di ricorrere alle figure retoriche per rendere superbo il suo canto, mi soffermai sull’amore per Venezia, una città che ben s’identifica con il non tempo, in quanto esiste in una dimensione esotica, in una sorta di gioco illusionistico, in una delle forme del mistero e dell’altrove. Zanon non poteva che nascere lì, un luogo che emerge dal mare o forse affonda nel mare. “Venezia bizantina / si stende in riflessi dorati / rivivo memorie passate / su carezze d’onde / ove si posano / gondole d’opaca luce” (Venezia bizantina, da Giallo oro di sole, 1995). La forza del sentimento amoroso, della spiritualità e del legame alle radici dà risalto a un aspetto tanto intrigante quanto raro, che caratterizza il Poeta veneziano: la costanza, intesa non come energia ferma, ma come volontà di raggiungere le più alte vette, non attraverso improvvisi scatti, ma lavorando anche di notte sugli obiettivi raggiunti.
Maria Rizzi
Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 100, isbn 979-12-81351-24-0, mianoposta@gmail.com.
Wanda Lombardi, "Opera Omnia"
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OperaOmnia
di Wanda Lombardi,
Guido Miano Editore, Milano 2023
L’eccellente autrice di Morcone, in provincia di Benevento, ha al suo attivo numerose raccolte di poesie, e la sottoscritta ha avuto l’onore di recensirla e conoscerla nell’opera Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi (2022) sempre a cura di Guido Miano Editore. La presente Opera Omnia, arrivata alla seconda edizione (la prima è uscita nel 2018), è una scelta antologica molto vasta delle poesie di Wanda Lombardi, nella quale sono concentrati i suoi migliori motivi ispiratori.
La prima sezione che incontriamo si compone di testi tratti dalla raccolta Miti e Realtà del 2022; nella lirica Vento inclemente, la poetessa si definisce «viandante stanca» e si dedica innanzitutto alla narrazione degli affetti, ovvero alla mitologia della sua famiglia. Cerca il calore della madre nella pelle, il suo odore nei vestiti, consapevole che ella custodisce per sempre, al di là del percorso terreno, le chiavi della sua anima, e continua a coniare la moneta del suo carattere. La Lombardi cede al disincanto, lo stato d’animo che non ama le strade affollate, preferisce salire su strette scalinate di pietra, affacciarsi da un belvedere e guardare con malinconia il mondo piccolo e lontano. Si percepisce nello stile l’eco dei grandi della nostra letteratura, in particolare di Giacomo Leopardi, nel contenuto un’innocenza che commuove, uno stupore verso il dato di fatto che l’oceano del tempo restituisce i fantasmi del passato, che si sperava fossero naufragati.
Il tema del naufragio sembra confacente alla poetica della Nostra, che recita: «…Ideali smarriti in roveti spinosi / senza altro lasciare / della loro fuggevole esistenza / che lacrime» (Sogni nel vento). Eppure nello scorrere i meravigliosi versi scanditi dal timbro, spesso dal metro classico e da rara musicalità, si ha la sensazione che l’Autrice si alleni a imparare la strana bellezza del verbo, subire e a tenerselo come stella polare. Nel leggerla immagino che ella possieda un nascondiglio interiore nel quale rifugiarsi, una sorta di santuario emotivo accessibile solo a coloro che hanno affinità elettive.
Per esprimere il suo ‘sogno di dialogo e di pace’ la Lombardi ricorre alla Natura, madre benigna e fonte di catarsi lirica. Il canto si leva anche ai miti dell’antichità: Dafne, Nike Aptera, Afrodite, Cassandra, dimostrando che nulla vi è di favolistico nella mitologia, che nella sua originale forma non era semplicemente il racconto di storie, bensì realtà vissuta. Cito alcuni versi della lirica Ad Afrodite, che testimoniano quanto la mitologia sia parte pulsante di ogni forma di vita, e forse soprattutto della creatività. «…Oggi non più culto per te, / ma sempre d’amor riferimento sei, / invisibile forza che pur in nuova era / edifica o devasta…». La Lombardi nel suo lirismo si affida alla forza dei versi, con la certezza che i poeti scrivono di soppiatto, quasi all’insaputa di se stessi, realizzano un contrabbando sui confini, un furto sacro: «…Fedele compagna, / altri ideali hai sostituito, / hai nutrito la mia anima / e dato un senso alla mia vita / dal fato avverso straziata...» (Alla poesia).
L’Opera Omnia della Nostra viaggia a ritroso negli anni e ci consente di cogliere l’inchiostro, il sangue e l’amore nei vari stadi della sua vita. Nella seconda sezione, contenente liriche della raccolta Volo nell’arte del 2021, l’Autrice cita le sue Muse, le varie Arti, partendo dalla musica, e mi hanno colpito in modo particolare questi versi, tratti da Un album di fotografie: «…Un secolo di affetti perduti, / l’arte della foto, una gemma», che sottolineano come il denominatore comune di tutte le foto sia il tempo, che scivola tra le dita, fra gli occhi, il tempo delle cose, della gente, il tempo delle emozioni, un tempo che non sarà mai più lo stesso.
La terza sezione, Nel vento dell’esistere del 2020, è una scelta di haiku, nella forma poetica rigorosamente giapponese di sole diciassette sillabe sullo schema metrico 5-7-5 dedicate ai temi della Natura («Speranza muta: / dei petali in caduta / risveglio eterno»), della Giovinezza («Luce nel viso... / È l’età del sorriso, / l’età più bella»), degli Affetti («Materno amore / a ogni altro superiore. / Forza del cuore»), della Società («Schiavo innocente / di perversioni e guerre. / Bimbo dolente»). Questi ultimi dimostrano l’impegno civile della Nostra, lo sguardo volto sulle guerre, le solitudini, la povertà…
Nella raccolta Il senso della vita del 2019, la Lombardi tratta i mali che affliggono il mondo e non solo… si sofferma sui problemi che minano i rapporti umani, come l’invidia, l’indifferenza e il rancore; «Muri d’odio / nell’odierno vivere, / monili arrugginiti / i vincoli di amicizia…» (Turbini di indifferenza). La definizione dei rancori come ‘monili arrugginiti’ credo possieda una forza incandescente, si potrebbe paragonare a un’epifania esistenziale. L’odio non ha peso, né valore, è riposto nel cassetto degli oggetti che non si usano, non appartiene più all’universo dei sentimenti. La Natura è sempre il riparo per ogni sventura. L’Autrice affresca prati, fiori, soffioni - i vestiti delle fate ero solita definirli da bambina -, e abbraccia la bellezza, vede tutto come possibile seme di qualcosa. William Shakespeare ha scritto: «E questa nostra vita, via dalla folla, trova lingue negli alberi, libri nei ruscelli, prediche nelle pietre, e ovunque il bene…». La Lombardi sposa senz’altro il suo aforisma e insegna con liriche di raso che ogni filo d’erba sembra contenere una biblioteca dedicata alla meraviglia, al silenzio e alla verità.
Nel 2018 incontriamo un’altra eccellente raccolta di haiku dal titolo Attimi lievi, nella quale l’Autrice dimostra di trovarsi a suo agio nell’idea poetica che sta alla base di questi componimenti: la rappresentazione dell’attimo, l’uso di immagini vivaci, la lettura d’un fiato e il senso di improvvisa illuminazione. Troviamo affrescate le quattro stagioni, l’amore e “il sociale”. Da quest’ultimo ho colto un gioiello autentico: «Vano afferrare / per strada la fortuna, / gocce di luna». Gli haiku ricordano l’ermetismo italiano, infatti sono stati adottati da poeti come Giuseppe Ungaretti. In essi il punto forte è la brevità associata al non detto.
Sempre viaggiando all’indietro nel tempo mi fermo sulla soglia del 2016 e delle liriche scelte da Voci dell’anima e, parafrasando i versi più illustri del nostro Giacomo Leopardi recito che «per poco il cor non si spaura» (L’infinito). Si inanellano versi che palesano quanto l’esperienza si dimostri la somma dei disinganni per la nostra Autrice. Si cresce nel delirio di onnipotenza, si cade, perché la vita è un perenne volo senza rete, e si matura non il cinismo, ma un’illuminante disillusione. «…Nel grembo immersa / di un crudo affanno / alzo l’amaro calice / della mia nera solitudine» (Frammenti). Il problema principale della poetessa sembra la solitudine, lo stato d’animo che rappresenta il punto a capo di ogni paragrafo, la nota fissa di tutte le musiche. A poco a poco cancella il limite tra l’io e il mondo finché tutto diventa sé e gli altri solo ombre. Ella sembra riferirsi alla propria condizione, in quanto è vissuta tra il rigore, in un ambiente privo di slanci emozionali, ma anche alla solitudine esistenziale. D’altronde si tratta dell’esperienza centrale e inevitabile di ogni uomo. L’artista vero indossa la sensibilità, l’abito più prezioso di cui l’intelligenza possa vestirsi e ne percepisce ogni aspetto. Le morbide colline, le vette del Matese nel Sannio attendono la Wanda Lombardi per restituirle il senso del meraviglioso. E l’attende l’amore per il lirismo: «Attingerò alla tua fonte, Musa, / per trovare parole di seta / e ricamare i giorni grigi di sole…» (Musa).
Il percorso nel tempo mi porta alle poesie tratte dalla raccolta del 2011 Luce nella sera; il santuario emotivo che emerge comprendo sia stato il frutto di una serie di furti perpetrati dall’esistenza ai danni della nostra dolcissima Autrice. «Mi dicesti parole d’amore / sussurrate nel vento, / volate su lembi di cielo / silenziosi e discreti…» (Mi dicesti). La fine di un rapporto a due è reso lacerante dal logorio dei silenzi; Giovanni Pascoli asseriva «Il dolore è ancor più dolore se tace». La sofferenza induce le anime più delicate a rifugiarsi nei versi, nella Fede. Oggi la chiamano resilienza, in realtà noi esseri umani non siamo vittime passive degli eventi, ma possediamo la forza interiore per reagire.
Il ricorso al ‘soffio divino’ si riscontra soprattutto nelle liriche del 2011, anche se la spiritualità della Poetessa si evince in tanti componimenti. Ella dedica versi al Signore, a Papa Wojtyla, a Padre Pio di Pietrelcina, che ‘giunse a Morcone vestito di niente’ e «…Da questa terra rupestre, / culla della tua santità, / con sacrifici immensi / il difficile cammino iniziavi / per la strada del Cielo…» (A Padre Pio, Santo, 16-6-2002).
L’avventura nella monografia di questa raffinata Artista termina con le liriche scelte dalle raccolte Nel silenzio del 2002 e Sensazioni del 2001 e, nonostante il salto temporale di vent’anni, le tematiche restano simili, si riscontra sempre la sensazione di mancanza profonda. Ma i versi dedicati alle Muse restano sublimi e danno l’impressione che il vuoto dell’anima possa intendersi come un’occasione per sentirci, vederci, accoglierci per ciò che siamo e disporci a scorgere la nostra Verità. «…D’improvviso ai viaggiatori tu offri / uno scenario di fiaba, / uno spettacolo sorprendente / di luci e colori / che fan palpitare il cuore / e sognare» (Magica Morcone). Lirica tesa alla verticalità, al bene supremo, al coraggio dei sogni. Le cicatrici caratterizzano la nostra Poetessa, la sua parola si fa carne attraverso esse, ma ella stessa tramite il ricorso ai miracoli del creato, alle arti in genere e alla Poesia nello specifico, insegna che rappresentano una forma di cura, sono mappe segrete delle storie, segni di forza.
La lettura dell’Opera Omnia di Wanda Lombardi mi ha coinvolta come poche. Ho fuso la mia anima con la sua, ho desiderato abbracciarla e dirle che le ferite sono i luoghi attraverso i quali la luce entra in noi. E che in fondo le stelle sono le cicatrici dell’universo…
Maria Rizzi
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L’AUTRICE
Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Opera Omnia (2018, prima edizione), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022). I libri di narrativa: Proverbi e modi di dire morconesi (2008), Racconti fiabeschi, letture per la scuola (2011). I romanzi: L’eco del passato (2012), Sulla scia del destino (Poppi 2016). I testi teatrali: La fortuna dietro l’angolo, commedia in tre atti (2013), Una volta… c’era, commedia in tre atti (2014), Ce la faremo, commedia in tre atti (2016).
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Wanda Lombardi, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 200, isbn 979-12-81351-13-4, mianoposta@gmail.com.
Pasquale Ciboddo, "Con la speranza"
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“Con la Speranza”
Pasquale Ciboddo,
Guido Miano Editore, Milano 2023.
Ho avuto l’onore di cimentarmi con due sillogi di Pasquale Ciboddo, uno dei poeti sardi più noti, Andar via (di cui ho scritto la prefazione) ed Era segno sicuro (a cui ho dedicato una recensione) e la trilogia incredibilmente si compie con questa raccolta di liriche, che rappresenta, senz’ombra di dubbio, il proseguo degli altri due testi. Si tratta di una magnifica narrazione in versi, che ha come sfondo la Sardegna, che non può considerarsi solo un luogo fisico, ma soprattutto un evento e un modo di essere, una terra di gente rimasta appartata, dotata della facoltà primitiva di mescolare la realtà alla leggenda e al sogno. Il nostro Autore, pur intessuto in ogni fibra della sua isola, non tende ad allontanarsi, rivela un forte bisogno di schiettezza, di giustizia e di libertà.
Nel libro la vicenda della pandemia continua, probabilmente il Poeta ha iniziato a scrivere mentre il terribile virus imperversava dandoci la prova che la vita può cambiare in fretta, in un istante. Nel bel mezzo dell’esistenza ci troviamo nella morte. «Siamo sospesi / tra cielo e terra / e tra spazio e tempo / senza via di fuga. / Non rimane, pertanto, / che pregare Iddio / di porre fine almeno alla Pandemia. / Sarebbe una grazia / e una allegra via» (Tempo sospeso). L’avverbio ‘almeno’ segna la differenza, Ciboddo patisce anche lo strazio della guerra scoppiata in seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, e recita: «…La gente muore a catena / e il mondo rotola nell’abisso / di una micidiale guerra» (E il mondo).Un conflitto che ha riportato indietro la nostra storia verso epoche che credevamo aver lasciato alle spalle. E il conflitto, vicino geograficamente, non deve permetterci di dimenticare le guerre che si svolgono in altre zone del mondo, come nello Yemen, in Siria, in Etiopia… Non si può che dire con Martin Luther King Jr. «Le guerre sono pessimi scalpelli per scolpire un domani di pace».
Il nostro straordinario Autore continua in questa silloge a evidenziare l’equazione Uomo - Natura e a dimostrare quanto nel creato gli unici elementi imperfetti siamo noi uomini. Dio ci volle così, è vero, ma aggiunse ‘a sua immagine e somiglianza’ ed è avvenuto nei secoli un tradimento verso questo assunto, non siamo noi a doverci battere contro una natura matrigna, ma è quest’ultima, indifesa, a essere vittima dell’umanità. «…L’abbandono della natura, / una volta madre prolifica, / ha portato alla desertificazione. / Ora “arano” / col muso soltanto i cinghiali / e il suolo è pieno d’inciampi…» (Ora arano). Questi versi forti, aspri, selvaggi, mettono in luce quanto noi uomini temiamo la quiete e ci rifugiamo come greggi di pecore nelle città, mi si perdoni l’immagine che sa di paradosso. Dovremmo riuscire a pensare che non abbiamo ereditato il mondo dai nostri padri, ma lo abbiamo ricevuto in prestito dai figli e a loro dobbiamo restituirlo migliore di come lo abbiamo trovato. La lirica che dà il titolo alla raccolta è il sunto incandescente del pensiero del Poeta. «La guerra mondiale / era finita da poco. / Si seminava il grano / con la speranza / di una buona annata / per ricavare il fabbisogno / della sussistenza vitale /…/ e il mondo pian piano si riprese. / Ora c’è di nuovo / minaccia di guerra totale. / In Oriente / si lotta già con armi sofisticate. / C’è morte e paura / e si spera, però, / che le armi tacciano / subito e per sempre» (Con la speranza). Il testo sembra nichilista, ma dal vaso di Pandora si levano improvvisi inni alla Speranza, la piuma soffice posata su infiniti cuori. E la narrazione in versi di cui parlavo all’inizio si concretizza in tutta la sua chiarezza. Lo stile è fluido, immediato, sanguigno, evita le figure retoriche, scrive con insospettata musicalità e con la potenza evocativa di una terra ancora pervasa da umori virginali.
Ciboddo viaggia sul territorio della memoria per comprendere che la lezione più importante che la storia ci insegna è che non siamo in grado di imparare nulla da essa. Continuiamo a lasciarci militarizzare i cuori, le menti dai media. La pace non può fiorire se l’indifferenza e l’ignoranza sono nostre padrone. «Oggi Satana domina / il mondo intero. / Lucifero, dopo duemila anni / di prigione voluta da Dio / è libero e vaga sulla Terra / seminando il Male…» (È libero). Siamo in balia di troppi venti: pandemia, guerre, cambiamenti climatici, desertificazione delle zone rurali, e sembra che tra la mano del Signore e quella di Lucifero abbiamo finito per stringere la seconda. Ma lo sconforto, tangibile, pulsante nel racconto in versi, ha i suoi riscatti mistici e travolge con immagini, che possono essere soltanto miracoli del Dio dell’amore. «Natura piena / di sorprese colorate! / All’alba il sole innesca / un’esplosione di colori. / La foresta brulica di vita. / I raggi della Stella / portano luci / di arcobaleni. / L’ape vola sui fiori / li impollina e ne ricava / una dolcezza infinita / per la nostra vita» (Portano luci).
I toni del Poeta, in questa silloge, sono spesso dimessi, malinconici, si potrebbero forse definire crepuscolari, specchi dell’umana fragilità filtrata da un’anima di seta, che nel suo percorso narrativo ben delineato assume una sacralità innegabile, quella di un messaggio che abbraccia lo scibile del vissuto e del vivibile. E attraverso le liriche di Ciboddo si scopre, una volta di più, che la poesia rivela qualcosa che già esisteva prima di noi. Per questo è spesso legata al ritorno, come insegnano Leopardi, Pavese. La guerra, ossessione del Poeta, dimostra quanto nel ritorno si attui la nostra attesa più urgente: sapere cosa ci è veramente accaduto, perché torna a succedere. Ascoltare questa rivelazione diviene il compito e, nello stesso tempo, il fondamento della parola poetica di coloro che non si chiudono nelle famose torri d’avorio, ma scendono nelle strade per aprirsi ai problemi della società, della storia e della cronaca.
Splendida la lirica Per continuare, che illumina su uno spaccato del nostro tempo. Il periodo del Covid e quello successivo secondo le statistiche hanno avuto un impatto negativo sulla natalità, ma non sempre le indagini demoscopiche sono affidabili. Di fatto i bimbi nati negli anni del Coronavirus sono stati tanti e sembrava una realtà ossimorica rispetto ai rischi che si correvano e alle aspettative che si offrivano ai nuovi nati. La vita sa sorprendere e i giovani sanno credere: «La frenesia d’amore / prende anche i più giovani. / Sfoghi di sesso, / prima come adesso, / producono figli / per continuare / a perpetuare la vita…» (Per continuare).
Pasquale Ciboddo dimostra nelle sue liriche quanto spesso un cuore possa rompersi e al tempo stesso acquisire valore, dignità e attaccamento alla vita. «…Il laccio del male ci stringe / e i malvagi ci tendono tranelli. / Meditare e pregare / ci salva da tutti i pericoli» (Accerchiati dal male). La poesia, ispirata alla lettera apostolica “Salvifici doloris” di Papa Giovanni Paolo II, si addentra nel cuore della rivelazione cristiana per offrire l’esperienza della sofferenza come possibilità di un più grande amore. D’altronde non v’è dubbio che il dolore sia il gran maestro degli uomini. Sotto il suo soffio si sviluppano le anime. Il Poeta lascia intendere che soffrire equivalga ad avere un segreto in comune con Dio. La fede vacilla di fronte allo strazio che ci circonda, ma a illuminare in modo determinante sul significato del male resta la Croce di Gesù. E insieme alla Croce la Resurrezione. La sua Croce ci indica che la sofferenza può essere la via della distruzione del peccato, infatti attraverso essa Dio ha purificato i mali del mondo.
Il Poeta intarsia il suo viaggio di versi lontanissimi dal crepuscolarismo, dalla rabbia, dal sangue, versi incastonati come diamanti nel cuore indurito della vita. «È la pioggia sui prati / l’acqua su aride terre / la Primavera. / Stagione che si gode / da mattina a sera. / Vera arte sublime / donata al mondo / dalla Bontà Divina» (Vera arte). La nostra esistenza è un filo di seta sospeso in un gioco di rasoi, ma come il giunco resiste al maestrale più degli alberi secolari, così il filo di seta sa dimostrarsi più forte dei ‘lacci del male’.
La Natura, nella poetica di Ciboddo è rivelazione di Dio; forma di Arte perfetta, cosicché neanche un fiocco di neve sfugge alla sua mano modellatrice. Ogni ramo, ogni fiore, ogni foglia, ogni onda sembrano contenere una biblioteca dedicata alla meraviglia, al silenzio, alla bontà. Il Poeta indugia sulla memoria e ferma una pagina per raccontarsi: «Anche io da giovane / ho arato la terra, seminato / e mietuto con la falce / sotto il solleone d’Estate / per produrre il pane / di sussistenza vitale / durante l’ultima disastrosa / Guerra Mondiale. / Poi ho studiato / e scritto storie vere / della Gallura / poesie in gallurese / e in lingua italiana. / Scritti piaciuti / a tanta varia gente / e a dotti studiosi» (Scritti). La fatica nei campi, il secondo conflitto, gli studi, le poesie nella lingua sardo - gallurese, un sardo settentrionale con affinità a Sassari, Stintino, e con minoranze a Perfugas. Un dialetto che non manca di testi scritti già nel Medioevo con bassorilievi e anche nel settecento con componimenti poetici. Nella lirica Scritti il Nostro sembra mettere a fuoco i momenti cardine della sua esistenza. Dopo le sofferenze del secondo conflitto mondiale ha studiato e amato la scrittura e si potrebbe affermare, senza timore di sbagliare, che l’arte del comporre si è innamorata di lui. Ha prodotto opere nella lingua madre e in italiano ed è stato apprezzato da tanti, persone comuni e ‘dotti studiosi’.
La storia di Ciboddo dimostra che si sono interessati alle sue Opere autorevoli critici contemporanei, da Enzo Concardi a Ninnj Di Stefano Busà, a Raffaele Piazza, Elio Andriuoli, Giorgio Bárberi Squarotti, e molti altri. Di fatto il Poeta oltre a donarci poemetti, narrazioni in versi o componimenti che dir si voglia, è stato un insegnante e non ha mai trascurato la sua terra. Tuttora attinge la filosofia del vivere alla scuola della campagna gallurese e ne piange il destino con una pietas che scuote le fronde dell’anima: «…Siccità e caldo estremo / bruciano anche / l’anima della terra. / Siamo proprio dentro una serra. / Noi mortali impietriti / stiamo zitti a guardare. / E fame e miseria / attanagliano l’umana esistenza» (E fame e miseria).
Sicuramente Ciboddo coltiva nel suo dire diretto, privo di sperimentalismi, una filosofia del dolore e di ciò che, per grazia divina, passa. Uno stare dentro la vita nell’immanenza tra il Bene e il Male. Un trascorrere sospeso. Come ogni forma di Arte l’amore per la natura è un linguaggio comune che può trascendere i confini politici o sociali. Il discorso ecologico in questo contesto diviene dominante. Nella lirica appena citata l’Autore fa riferimento all’effetto serra e la principale causa che turba l’equilibrio dei gas serra in atmosfera sono le azioni degli esseri umani. Un altro fattore che turba gli equilibri è la deforestazione: la scomparsa delle foreste e delle piante, causata sia dall’agricoltura che dall’urbanizzazione, che ha ridotto la capacità degli alberi di assorbire l’anidride carbonica. Si sta verificando così la modificazione del clima terrestre sulla quale il Poeta insiste con dolente passione. «La vita è una catena / di ferro con più anelli / che per un tempo dura. / Ma se non si cura / la ruggine l’attacca / e qualche anello si stacca…» (Così la vita). Ho la sensazione che quest’ultimo sia uno dei pochissimi componimenti, se non il solo, nel quale il caro Pasquale Ciboddo indugia in una metafora. La vita dura se la si rispetta, se le si prestano le cure che destiniamo anche solo alle biciclette per evitare che l’indifferenza, ruggine dell’anima, la corroda. Ritengo la lettura di questo Artista paragonabile a un’esperienza catartica. Possiede la forza salvifica di riportarci a ragionare da esseri umani, desiderosi di proteggere la nostra dignità e il nostro slancio verso il prossimo e verso il creato. Dimostra che il lirismo non è quello che troppi vogliono far credere, può avere i denti e mordere, ma tramite le ferite destare dal sonno. Quando il potere ci spinge verso l’arroganza, la poesia ci ricorda i nostri limiti. Quando la miseria interiore restringe la sfera dei nostri interessi, i versi ci ricordano la ricchezza e la diversità dell’esistenza. Quando i rapporti corrompono, la poesia rigenera. In passato il lirismo era al centro della società, con la modernità si è ritirato ai suoi margini. Credo che un percorso in versi come quello del Poeta gallurese dimostri quanto l’esilio della poesia possa coincidere con l’esilio dei nostri sentimenti migliori.
Maria Rizzi
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L’AUTORE
Pasquale Ciboddo è nato a Tempio Pausania (SS), in Gallura (Sardegna), nel 1936; già docente delle scuole elementari, è uno dei poeti sardi più noti in Italia (è conosciuto anche a Cuba), e ha al suo attivo numerose pubblicazioni poetiche e di narrativa con prefazioni e introduzioni di prestigiosi critici. Ha conseguito molti premi e riconoscimenti.
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Pasquale Ciboddo, Con la Speranza, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-14-1, mianoposta@gmail.com.
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