tito cauchi
Pietro Nigro, "Opera Omnia"
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OPERA OMNIA
Volume 1 – Poesie
Dopo tante fatiche letterarie Pietro Nigro, poeta e scrittore siciliano di Avola (classe 1939), si gode il meritato riposo dall’insegnamento e, giunto a un certo momento, fa il bilancio della sua vita. Comincia a riunire le sillogi poetiche sotto lo stesso titolo nell’Opera Omnia (Guido Miano Editore, Milano 2024), dedicata alla moglie da poco scomparsa. Quest’opera, negli auspici della Casa Editrice, assume il senso di “divenire e costituire una ‘memoria’ documentativa e testimoniale degli scrittori contemporanei”, rammentando che non sempre il merito giunge nell’immediato come la storia delle letterature insegna (per esempio Gianbattista Marino, Vincenzo Monti, Italo Svevo) oppure giunge in tarda età (come è successo ad Andrea Camilleri, il padre del “Commissario Montalbano”). Auspicio che serve di stimolo e di conforto per scrittrici e scrittori militanti.
Nella prefazione, il lombardo Enzo Concardi considera la vicinanza del sentire tra Guido Miano e Pietro Nigro per via delle comuni origini siciliane in terra siracusana e l’amore per la cultura classica dell’antica Grecia. Il critico si sofferma sulla struttura dell’Opera spiegando che le poesie si distendono su sette capitoli: nei primi sei confluiscono quelle selezionate e raggruppate secondo “motivi ispiratori dell’ars poetica”; e nell’ultimo, gli inediti. Infine commenta: “Lo scavo in profondità lo accomuna alla poesia d’impegno umano, intellettuale, etico, civile che tanto manca nel panorama contemporaneo”.
I motivi ispiratori sono i seguenti (molto succintamente): 1- le migrazioni dei siciliani nella grecità perduta; 2- simbiosi tra uomo e natura; 3- memoria come passato; 4- vita e amore; 5- vita e oblio; 6- divinità e trascendenza: 7- Gesù e l’attualità.
Possiamo dire di trovarci dinanzi ad una autobiografia e a una dichiarazione di poetica. Solo per dare un assaggio dell’humus poetico mi soffermo sull’Opera anche perché giovano sempre le emozioni primarie (o “primeve”, per usare un aggettivo più volte ripetuto dal Nostro). Citerò brani e omettendo le barre separatrici dei versi, considerata la loro scorrevolezza.
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Trinacria e Magna Grecia. Pietro Nigro apre con Esodo e segue con argomenti legati alla Sicilia, il suo Sud. Appare chiaro il suo sentimento sull’emigrazione della sua “gente”, partita e destinata a vivere e a morire altrove. La sua è terra d’aranci e limoni, di fichi d’India, di zagare e salsedine, di sole e del carrubo; della bella Taormina, di Noto e di Avola. Terra dagli “aromi di pane secco d’olive e di menta”; mentre adesso si respirano gas solfidrici delle ciminiere. La sua coltre è fatta delle Madonie, dei Monti Iblei e di trazzere; vi si respira “tiepida brezza marina”; ma, sembra dire, è terra tradita dagli uomini e abbandonata da Dio. I suoi, sono “uomini duri come scorza d’ulivi”. Si chiede se la sua Isola si risolleverà, riprendendo l’antico splendore. Terra dal “sapore greco antico d’Eschilo e di Pindaro, di Teocrito, Simonide e Bacchilide.” (Indefiniti confini, p.29). Disilluso, promette: “Non voglio fiori bianchi sulla mia tomba, ma certezze.” (Ho visto seccare il torrente, p.24).
Chiaroscuri della natura, è conseguente di quanto precede: “Non mi rimane forse che sognare… Non posso credere che invano trascorra una vita per prepararsi alla fine l’oblio d’una tomba;” (Si scioglie l’inverno, p.38). Qui lo spirito si distende beandosi dei verdi campi nell’incanto della natura: “Giardini che ornate le campagne del Sud e che Goethe esaltò con le parole «Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?»” (Odoranti campi di zagara, p.59).
I labirinti della memoria. Pietro Nigro si raccoglie nel silenzio delle sue meditazioni, andando all’età della spensieratezza, anche se la realtà gli sta sotto gli occhi. Affiorano così dal suo profondo frammenti di memoria, immagini evanescenti, come di fantasmi, di case distrutte, siamo nel secondo dopoguerra, di case abbandonate dai comignoli muti. Passioni esaltanti, sogni e progetti, come su “tele illusorie”; ma dentro egli piange. Si trasporta a Parigi (Montmartre, la chiesa del Sacré-Coeur, Saint-Germain, la Senna, Saint-Michel, la Sorbona). Ci offre un tocco dotto d’arte e di poesia. Ma, prossimo per un addio, sembra che i suoi passi abbiano lasciato l’impronta.
Amore è vita, evoca la sua donna “Dov’è l’amor mio mentre tra le fredde ombre di solitarie luci nell’immensa solitudine di stanche strade addormentate solo avanza la mia nostalgia di lei col passare della notte sotto i portici d’una città in attesa.” (Lontananza, p.96). Eleva un inno all’amore, riprende il motivo della ricordanza “La sera al Boulevard Saint-Michel”, in compagnia del suo amore nell’estate al Bois de Boulogne, a Montmartre, métros di Cluny, Saint-Germain, Saint-Michel, e altre località divenute luoghi dell’anima ove “parlare d’amore”.
Tra la vita e l’oblio, è canto che si fa lirica: “Non andremo più a raccogliere fiori di campo tra gli ulivi” (Caducità, p.119). Pietro Nigro ripercorre momenti che hanno preceduto la “subdola malattia, inizio di morte” (Contropartita, p.122). Piange e le certezze vengono meno, muoiono le illusioni, perfino la natura non avrà il suo profumo e il suo canto.
Dal dolore all’anima, dall’essere all’infinito. Il pensiero si fa più assertivo e rassegnato. Emergono pensieri di morte, rivolge un pensiero al proprio padre svanito in una “notte di marzo”, un pensiero pure al poeta e attore Bruno Vilar (marito dell’attrice Paola Borbone, morto in un incidente automobilistico); alla figlia Gabriella (1967-2014), prematuramente scomparsa. Si chiede: “Dov’è il segno della sua rivelazione?” (Gesù e la storia, p.177). Non resta che la fede!
Alla fine del tragitto, capitolo settimo, silloge inedita del 2023. Il Poeta considera che fin dai tempi primordiali l’essere umano ha avvertito il bisogno di rivolgersi a un Essere superiore, chiamandolo con nomi diversi. Ma man mano, bisogni indotti e superflui, hanno prodotto “malsani pensieri”. Anche qui pensieri di morte, della figlia, e dei morti recenti come nel conflitto in Israele nella Striscia di Gaza [territorio grande quanto la città di Enna o di Firenze]. Deluso dalla situazione attuale, dei molti morti. L’animo afflitto cerca conforto nell’illusione di Parigi. Infine conclude con quest’ultimo pensiero: “Se l’uomo un giorno volgesse lo sguardo dove l’orizzonte non ha più confini, … agevole sarebbe il percorso della sua vita più sopportabile il dolore della morte sublime la strada che conduce all’immenso” (La meta, p.193).
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Penso che a un certo punto della vita poeti e poetesse ambiscano realizzare un’opera che raccolga il meglio di sé, se non addirittura una raccolta completa del proprio pensiero. Confesso di avere letto già sei o sette opere del poeta siciliano di Avola e non nascondo che ciò, forse, mi ha condizionato nel formulare la mia impressione sull’opera in parola. Altresì penso che Pietro Nigro con la sua Opera Omnia (volume 1, relativa alla poesia), riferisca un dettato sentimentale comune a tutti gli esseri umani; ma credo lo faccia semplicemente con gocce di vera poesia, degne di essere citate, che si trasformano in un fiume. Raccontare diventa un bisogno, un filo teso per unire chi ci sta vicino, che amiamo e che ci ama; raccontare vuole significare legare il presente al passato e proiettarlo nel futuro per trovare il senso della vita, ma anche “il senso della morte” (mie virgolette).
Tito Cauchi
26 luglio 2024
Pietro Nigro, Opera Omnia. Volume 1 - Poesie, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 208, isbn 979-12-81351-28-8, mianoposta@gmail.com.
Antonino Stampa, "Fiori di calendula maritima"
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Antonino Stampa
FIORI DI CALENDULA MARITIMA
Antonino Stampa, siciliano, laureato in filosofia, ha insegnato Lettere, innamorato della sua terra ha voluto dedicare al Trapanese, dove ha avuto i natali, la raccolta Fiori di Calendula maritima (Guido Miano Editore, Milano 2024). Come meglio spiega in chiusura Angelo Troia, i fiori di calendula maritima sono in pericolo di estinzione; unici al mondo crescono sulla costa trapanese. Essi mi suggeriscono la metafora del terremoto del 1968, argomento del libro, che sconvolse i territori della Valle del Belice, quando l’Autore allora aveva 22 anni. Rimane un ricordo indelebile in tutti i siciliani, soprattutto in coloro che appartengono alla generazione del Nostro.
Il volume comprende cinque sezioni (Come un battito d’ali, Noi e gli altri, Quel che lasciamo, Universo, Belice 1968-2018); i primi quattro sono contrassegnati da una numerazione romana progressiva fino a XXXI, la quinta sezione è espressamente orientata al terremoto e i suoi componimenti hanno numerazione autonoma fino all’XI. Ricordiamo che la Valle del Belice (con l’accento aperto sulla i) comprende i Comuni di Gibellina che è quello maggiormente colpito, Partanna, Salemi e Castelvetrano, tutti in provincia di Trapani. Antonino Stampa si presenta con un andamento piano, sciolto e leggero, dovuto al garbo espressivo e all’etica dei temi toccati. Lo stato d’animo che lo avvolge gli consente solo barlumi di luce e sprazzi di gioia, di gioia vissuta e lontana.
Marco Zelioli (Monza, 1951) ha dedicato la sua vita alla scuola risalendone i massimi gradi nella carriera e occupandosi dei più disagiati; ha pubblicato una decina di libri tra poesia e saggistica. Nella prefazione si avvale anche dei saggi di Enzo Concardi che incontreremo, confermando la dolcezza dell’espressione, quasi una carezza dopo le ferite e le sofferenze, come i versi brevi suggeriscono. Meditazioni sulla condizione umana accostata alla natura, entrambe paragonate alla storia eterna del conflitto tra il Bene e il Male, sembra che si vanifichi il sacrificio di Cristo. Le ferite alla terra e alle case sono simili a quelle sui corpi che, cinquant’anni trascorsi, non riescono a cancellare; ma la speranza non muore mai, pronti a riemergere. Per chi ama i propri luoghi del cuore, mi piace riportare quanto viene citato nella prefazione: Goethe diceva della bellezza: «La poesia / non è nelle cose, / ma negli occhi / di chi / le guarda».
Antonino Stampa rivive quell’evento tragico. L’evocazione del sisma è chiara e immediata, è Come un battito d’ali: «Un giorno di sole / nel pieno dell’inverno // e capisco / che questa mia vita / è cogliere il sole / prima che la tempesta / mi scuota» (I, Gennaio). Evoca alcuni episodi degli abitanti, degli incontri fra i giovani corpi, sente su di sé la sicilianità fatta di mille storie che hanno attraversato l’Isola. «Canto / questa terra arsa / che mi asciuga, / questo vento / che mi leviga, / questo mare che s’alza/ in tempesta» (XIII, Siciliano). Evoca la storia e le antiche abitudini, ora in contrasto con gli abusi di ogni genere; si avverte il suo ritorno nell’Isola. Le sue soste sono anche in altre parti della Sicilia, come per esempio di fronte a Ortigia (Siracusa) in compagnia di Emilia, «Ora, in pensione». Non si riconosce nella nuova realtà, si sente smarrito. Cita il Leopardi: «profondissima quiete io nel pensier mi fingo…» (XXIX), ma dubita che il pianeta continuerà in eterno.
Belice 1968-2018, la quinta e ultima sezione, come aveva avvertito il prefatore, si presenta simile a un poemetto; il primo componimento, brevissimo, è più che lapidario: «Quella notte / morì una Sicilia. / Dopo / nulla è nato, / qualcos’altro / è venuto» che rende il senso della scossa inaspettata. Il giovane Antonino Stampa allora era dedito ai lavori dei campi, con la mula; in seguito ha cambiato vita. Non indugia nella descrizione sulle ferite, bensì abbozza appena un cenno, direi, cronometrico al momento cruciale del 15 gennaio 1968. «Nel nero della notte s’aprì la terra», le case sventrate «…svelano / pudori d’affetti. / Sotto le pietraie / giace la memoria» (V sez., V componimento). I morti vengono coperti di calce viva per spegnere i cattivi odori, non c’è il tempo per fare di più. A malapena riconosce i luoghi ove muti ci si interroga.
In chiusura i due saggi di Enzo Concardi, relativi ad altrettanti precedenti opere da cui risaltano le comparazioni di poetica di Antonino Stampa, ci presentano un uomo di meditazioni, come preannunciato nella prefazione. Il Nostro si è nutrito dello spirito della Magna Grecia e dei miti omerici. Così lo sguardo rivolto all’orizzonte del mare e ai profili della montagnola (cioè al monte di Gibellina, nome di derivazione araba), ce lo accostano allo spagnolo Juan Ramón Jiménez (1881 - 1958) e al poeta e filosofo portoghese Anthero de Quental (1842 - 1891) sul legame con il mare e con il tema della morte. Gli orizzonti della natura sono come una preghiera per chi nasce e lavora a contatto di quei luoghi dove la vita stessa è preghiera. Poetica che somiglia spesso a quella ungarettiana. Ogni altro commento rischia di apparire retorico.
Tito Cauchi
20 giugno 2024
Antonino Stampa, Fiori di Calendula maritima, prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 84, isbn 979-12-81351-29-5, mianoposta@gmail.com.
Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"
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Pietro Rosetta
POESIE NASCOSTE NELLA DISPENSA
Succede non di rado che a una certa soglia della vita si decida di tirare fuori dal proverbiale cassetto delle carte custodite. È quello che è avvenuto al medico oculista dott. Pietro Rosetta che esordisce con la silloge di Poesie nascoste nella dispensa (Guido Miano Editore, Milano 2024), dedicata alla madre “che ha saputo esaudire ogni mio desiderio trasformandolo in un insegnamento”. Egli si era affacciato già, sul finire del secolo scorso, a partecipazioni varie in ambito letterario, versato alla poesia di emozioni, ivi comprese le proprie radici. Di ciò abbiamo riscontro nei temi trattati: “amore, malinconia, solitudine, disagio esistenziale, memorie d’infanzia; la sua si potrebbe definire poesia dei sentimenti”. Il Nostro risiede a Milano ove svolge l’attività presso strutture ospedaliere prestigiose: per professione redige relazioni essenziali, e questo si riflette nella sua scrittura creatrice, il modo di porgersi sereno, conversevole e con rilassatezza, “l’ungarettiano sentimento del tempo”.
Enzo Concardi, poeta, critico e giornalista, nella prefazione individua due tematiche prevalenti, l’amore e la ricerca esistenziale che, comunque, sono interconnessi; quindi abbiamo romanticismo sentimentale con echi leopardiani su amore e morte, velati di incertezza anche nella espressione, o di vaghezza che crea mistero e il “fascino dell’ignoto”. Insomma eleva un inno all’amore, legato a un inno alla morte e rivolge le domande di sempre; ovvero, luci e ombre, Eros e Thanatos. Così commenta: per il senso della morte, il componimento d’apertura “I canti delle vedove”; e per l’amore, “A Paola”. Inoltre evidenzia l’uso delle immagini marine (compreso il naufragio) come mezzo per simboleggiare un amore “agonizzante”, l’uso di un ventaglio espressivo dei sentimenti d’amore dal tenero all’appassionato ed anche alla dolcezza materna. Le anafore sono utilizzate in tutta la raccolta per amplificarne il contenuto.
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Si tratta di 64 Poesie nascoste nella dispensa, ma a quanto sembra nella dispensa della cucina erano custodite anche altre cose, come vedremo (a p.33). Pietro Rosetta si confessa o semplicemente narra del suo vissuto familiare e intimo, delle sue aspirazioni e dei suoi tentennamenti. Ne I canti delle vedove, componimento di apertura, abbiamo uno spaccato realistico che rispecchia i tempi andati specialmente nelle regioni del sud, quando le anziane, coperte con mantelline nere, si riunivano a recitare il rosario. Immagine forte: “tutte le sere ad ingannare l’attesa / di un destino che tarda ad arrivare” dove il titolo fa da refrain, motivo portante come una nenia, una rassegnazione. Sul fronte dell’amore, non so se il Poeta voglia illudersi o se combatta contro sé stesso, e se il linguaggio aspro nasconda una sua ribellione, consapevole del tormento che crea l’amore, come nel caso seguente: “Dalle pieghe della gonna stropicciata / dalle ciocche spettinate dei capelli / dai palpiti incerti degli occhi ostili / dal piglio dei gesti / dalle mani indecise / dall’orgoglio trafelato / sgorga il nostro amore / così bello da vedere quando ti guardo.” (p.17, Lite).
Talvolta l’uso della congiunzione (e) ripetuta, moltiplica l’emozione, come un sussulto del cuore o un incubo di cui voglia liberarsi. Un continuo inno all’amore, sì, ma è un” sogno che non si vuole realizzare”; pensieri d’amore degni di figurare nei bigliettini dei più famosi innamorati, così: “frutto acerbo”, “fiore rosso tra i fiori”. Un amore che è ondivago, forse, o comunque che richiama metafore legate al mare, al naufragio, come si è scritto sopra. Passioni travolgenti e frasi ardite, dolcezze soavi che paiono portarlo altrove. È un riannodare memorie che rischiano di sbiadirsi, che rimandano alle proprie radici; forse un grande amore, sofferto e “annegato”. Abbiamo un concentrato di sentimenti intimi che sono il nocciolo della sua poetica. Così ne Il tempo è maturo (p.29) verifichiamo accentuato l’uso dell’anafora, dove l’immagine che esprime “e noi come cipressi saremo là / ritti ad aspettare gioie e dolori / con le radici abbracciate alla vita”, comunica la domanda e il dubbio esistenzialista sul senso della vita propria; e nei momenti di sconforto invoca la madre.
La poesia, si sa, è evocativa e si lascia interpretare affidandosi anche alle aspettative soggettive del lettore; ciò detto, mi sembra che la donna da lui ammirata, si sia votata ad una missione umanitarista o sia diventata una religiosa laica. Difatti: “Io me lo domando, mentre tu /senza parlare preghi quel tuo / Gesù che da sempre nascondi / in cucina nella dispensa.” (p.33); o forse, si tratta della sua compassione verso le suore che assistono gli infermi, fra panni sporchi e maleodoranti; ma potrebbe anche riferirsi alla madre; così le tre figure (donna, suora, madre) diventano una sola.
Abbiamo qualche diversivo per stemperare un po’, come pausa, per esempio dove ‘Amore’ può essere inteso in senso dialogico tanto per la donna desiderata, quanto per la madre. L’Autore ci introduce nella sua stanza, abbandonata, il cui tempo è segnato da “i vecchi orologi fermi, la cenere tra le lenzuola //e io qui ad ansimare / tra i rottami della mia vita” (p.*35). Oppure interloquisce con i fantasmi del passato, così “Maria, stanca Maria / lascia che ascolti il silenzio” (p.*36); oppure dice “oltre non scorreranno le nostre lacrime / quando Cassandra ti dirà di una stagione / dove non più occhi osano indovinare l’orizzonte.” (p.*37); o anche si riflette nella propria figura giovane in un rimando di immagini, l’una sull’altra come quando “per cercare il fiore / appassito dei tuoi vent’anni / e invece, te ne vai sorda e uguale” (p.38, Follia). Giochi d’amore giovanile, “nel colore blu dei tuoi occhi / Francesca mia.” (p.*59); elevazione dello spirito: “È l’alba e tu stai dormendo” (p.60, A Paola).
Naturalmente Pietro Rosetta non mette paratie stagne nelle varie espressioni che invece si intrecciano, come ho scritto sopra; così abbiamo anche il senso di solitudine, di abbandono, raramente di estasi. Il suo è un discorso interiore; meditazioni che costringono, noi lettori, a unirsi in queste riflessioni, per esempio: “A cosa pensano le case / quando non ci siamo / e restano sole ad aspettarci?” (p.*39). Ma anche tristezza per una sorta di mancamento o di capovolgimento di morale, nella leggendaria regina egizia: “Leggeranno di ventri impomatati, / di amori stonati, di cosce spalancate, / di mediocrità esibita. //.../ di Berenice uscita dalle acque / per svelarmi il suo segreto / con un bacio.” (p.*46); o deluso perché abbracciato da “chele di granchio”. (p.*51). Sono come un bruciore allo stomaco, violento, molto sofferto o forse l’ammissione della inutilità per avere “rubato tempo al tempo” (p.*56), cioè una corsa contro il tempo, per poi voltarsi indietro.
Nella vastità dei pensieri c’è “il deluso dolore di una figlia /come rumore confuso nel nostro silenzio”. (p.*64) che suona come un bilancio in negativo; l’ammissione di una (sua) “bambina nascosta, mai dimenticata” (p.65, Chiaro di luna). Troviamo frasi intime, forti, metafore ardite nella coppia, o frasi d’affetto che celano “parole non dette”, desideri inesprimibili. Una sorta di bilancio della propria vita, una specie di ripensamento, aspettative disattese. “E invece torneranno, aridi di lacrime” (p.*68). Il Poeta assume diversi volti e vive diverse stagioni della vita; abituato a osservare gli occhi, come un iridologo, individua diverse identità.
Omettendo la barra spaziatrice cito per esteso un pensiero autobiografico che lo fa uomo del Sud, anzi di un’isola del Sud: “Oggi ho lasciato l’isola, seduto sulla nave dei ricordi e ancora volevo aggrapparmi alle case che mi guardavano allontanare dal porto e avevo paura di abbandonarti come mille e mille volte avevo già fatto.” (p.*69). Un sentimento disperato che conoscono tutti quelli che lasciano la propria terra; riemergono i pensieri dei tanti sacrifici affrontati dalla madre (emerge un senso di abbandono): “Anche oggi, mamma, entrando nella mia stanza tra mille sacrifici indaffarata / mi sembravi serena meravigliosa resurrezione la tua” (p.*73).
Pietro Rosetta ci ha aperto una “porta”, ci ha introdotto nella sua “stanza”. La “dispensa” ha custodito i sogni del giovane poeta e pure la fede della giovane madre, fra “onde” emotive. Avere evocato la madre, è come averne prolungato la presenza, è come volerle dire “mamma resta ancora con me, non te ne andare” (mie virgolette). Ci regala l’insegnamento del rispetto dovuto alla madre, verso la quale non facciamo mai troppo. Tanti sentimenti strazianti e dignitosamente espressi; e noi ne varchiamo la soglia. La sua vita forse è stata un rosario e perciò le sue Poesie nascoste nella dispensa, meritatamente ricordano le anime “aggrappate a brandelli di verità malcelato spettacolo di miseria … nel silenzio della preghiera rifugiarsi chiedendo perdono” (p.*77). È vero, restiamo nel vago, tuttavia le parole usate ‘sipario’ e ‘ruoli’ mi suggeriscono le maschere e le tante vite vissute sul palcoscenico della vita; sta a noi comprendere. Perciò mi pare che meglio di così non poteva concludere: “Con dignità, vorrei incontrarti finalmente / mistica rivelazione.” (p.*80).
Tito Cauchi
Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.
"Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon", a cura di Enzo Concardi
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Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Maurizio Zanon è veneziano nato nel 1954; conseguita la maturità scientifica, si laurea in Lettere Moderne insegnando nella scuola media e successivamente nella Formazione Professionale. Si è dedicato anche alla poesia pubblicando (salvo verifica) 64 libri, un CD audiolibro, quattro libri di narrativa; è stato oggetto di saggistica e incluso in vari repertori letterari. Dopo vent’anni di attività letteraria gli è stata dedicata, da Mario Stefani, la monografia Maurizio Zanon: il canto di una voce solitaria. Durante il suo percorso poetico ha frequentato vari poeti, artisti famosi e partecipato a eventi artistico-letterari da animatore e anche conseguendo premi e riconoscimenti di alto livello. Si sono interessati di lui, fra gli altri, Flavio Andreoli, e recentemente Enzo Concardi, il quale ha curato il volume di cui ci occupiamo: Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon (Guido Miano Editore, Milano 2024), che si conclude con una “antologia essenziale” di quasi 50 poesie brevi tratte da una ventina di sillogi.
Nel prosieguo mi limito a una esposizione di frammenti, e non di più, delle varie citazioni e di autori, perché penso che appesantirei la recensione, anche se sarebbe più completa. Purtroppo quando si recensisce o si interpreta un libro o una frase, c’è il rischio di modificarne il senso, perciò se un pensiero è ben esposto lo lascio nella sua formulazione originale. La presente recensione non ha molte pretese, è una pallida esposizione dell’opera.
Enzo Concardi, nell’introduzione al volume, avverte che esso contiene contributi di critica letteraria, nell’alveo degli aspetti filologici in relazione ad analisi comparative testuali, con lo scopo di stabilire un rapporto di comunicazione tra autore e lettore. L’informazione si regge tra una fonte emittente e un destinatario ricevente; perché l’informazione si comprenda occorre che entrambi siano in sintonia. Concardi rammenta che il critico fa opera di “mediazione”; direi che è come uno strumento misuratore di fenomeni fisici, tarato soggettivamente. Ecco quindi la ragione di questo volume di scritti vari su Zanon che possiamo definire di “critica multifunzionale”.
A costo di occupare spazio e tempo, ritenendolo utile, mi intrattengo su quanto segue. Concardi ricorda che ai fini di una comprensione e di una valutazione, non si prescinde dai fari luminosi della grande critica, come Benedetto Croce e Francesco De Sanctis. Già quest’ultimo poneva l’attenzione su due aspetti della critica e cioè contenuto e forma (cioè Poetica ed Estetica). La poetica si individua attraverso i motivi lirici più frequenti nell’autore; mentre l’estetica riguarda il modo di espressione. Questa “analisi ragionata” propone stralci critici in ordine cronologico.
E non si prescinde nemmeno dai dettami di illustri studiosi come «Luigi Russo (1892-1961), Mario Fubini (1900-1977), Carlo Dionisotti (1908-1998), Giuseppe De Robertis (1888-1963) e, più vicino a noi, Umberto Eco (1932-2016) con i suoi studi su semiotica e semiologia». Per completezza aggiungo anche «nomi altamente qualificati già nelle vesti di poeti e scrittori: Eugenio Montale, Italo Calvino, Cesare Pavese, Andrea Zanzotto, Giovanni Raboni, Pier Paolo Pasolini». In ogni caso teniamo presente quanto sosteneva Attilio Momigliano (1883-1952), cioè che «non esiste una vera e propria metodologia critica, bensì l’intervento intuitivo del critico, che si mette nei panni del lettore». E a proposito del “divario tra poetica e poesia” (direi, vagamente: tra intenti e risultati), teniamo pure presente concetti richiamati da insigni critici, quali Francesco Flora (1891-1962) e Walter Binni (1913-1997).
Tornando a Mario Stefani e al suo studio su Maurizio Zanon, egli afferma che nella critica letteraria è necessario individuare «alcune chiavi di lettura metodologiche». L’analisi critica si basa su aspetti formali e aspetti sostanziali (un lungo elenco di voci: lingua, stile, filologia, semiologia, ermeneutica, simbolismo, psicoanalisi, sociologia, contesto storico, ecc.). Bisogna tenere conto della sensibilità del recensore e della sua capacità di immedesimazione; e in generale il rapporto Io-Noi è sempre presente nei poeti; è il solito conflitto fra idealità e realtà, o con altre parole tra sogno e realtà, fra spirituale e materiale. Ciò detto ricordiamoci che tutti i libri, come qualsiasi manifestazione di espressione, hanno qualcosa da dire. Ebbene, se mi intrattengo, è perché ritengo che questo volume torni particolarmente utile ad aspiranti scrittori, recensori, e a lettori.
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Quanto alle comparazioni etiche, si vuole spiegare che il nostro poeta non guarda con disprezzo, ma ha atteggiamento di pietas; e che diventa la coscienza del mondo e il suo dolore personale diventa cosmico. Il suo animo è attraversato da tutta una gamma di sentimenti; usando un termine di laboratorio di analisi, direi che la sua espressione diventa cartina al tornasole degli umori universali. Difatti Mario Stefani afferma che le miserie umane, di cui Zanon si fa carico, ci ricordano «Verlain, e certo crepuscolarismo italiano»; e per le sue meditazioni è come «Petrarca che andava camminando per ‘i segreti calli’, dove nessun’orma umana fosse giunta, come poi aspirava Cesare Pavese nel suo continuo amare la natura vergine». Guido Miano richiamava l’attenzione sui motivi della memoria e di ciò che vi è connesso, il che comporta un certo distacco e un velo di nostalgia che ci ricordano il Leopardi delle reminiscenze. E troviamo altre concordanze, come in Mario Santoro che scrive «C’è davvero di tutto nel volume: partecipazione verso l’altro, tensione emotiva sempre calibrata, intensità dei rapporti, senso pieno della gratitudine, (…) umiltà e piena consapevolezza» (p.21). Gli fanno eco Giampietro Cudin, che rileva «una spasmodica ricerca stilistica» (p.23); e Nazario Pardini che osserva come nella maturità nel poeta si siano assestati pensieri e sentimenti, nutrendosi di essi.
Quanto alle comparazioni esistenzialistiche, penso che in senso lato esistenzialisti lo siamo tutti, specialmente gli artisti, con la puntualizzazione che ciascuno giunge ad una propria risposta (agnostica, religiosa, ecc.). In breve Guido Miano riconosce in Maurizio Zanon «umanità e spiritualità indiscusse», paragonandolo a Pablo Antonio Cuadra e concludendo che nel Nostro è prevalsa la fede. Così Dino Manzelli ne individua «l’inquietudine» paragonandolo a Soren Kierkegaard, e ancora a Dostoevskij (de L’idiota). Mentre Roberto Tassinari osserva che «Zanon si richiama … alla millenaria metafora della barca o della nave della quale si sono avvalsi decine di poeti e scrittori da Archiloco e Alceo a Catullo e Orazio e ancora da Dante a Petrarca». E ancora, Nazario Pardini, sintetizza il giudizio nella formula «vita di poesia e poesia di vita»; Anna Castrucci paragona le meditazioni del Poeta alle Confessioni di Sant’Agostino, proprio come “distensio anime”. E ancora, Ester Monachino ne indica la scintilla che si fa «perno d’eterno»; e Marco Zelioli ne rileva la «vita pulsante».
Quanto allo stile e al linguaggio, sempre Concardi, ci dice che oggi si valutano i testi dai loro contenuti e dalle suggestioni che riescono a suscitare «ognuno si è sentito autorizzato ad elaborare scritture a proprio piacimento, in modo anarchico, anche senza eleganza, ritmi, armonie» (p.24); Zanon, invece, segue il precetto oraziano del ‘labor limae’ (e anche di raspa), intendendo la poesia anche come armonia. A tal proposito Angela Ambrosini indica la presenza di allitterazioni e piccoli accorgimenti tecnici; seguita da Guido Miano che parla di linguaggio «dinamico»; così Nazario Pardini indica la capacità di «impennate verbali, iuncturae lessico-foniche»; Raffaele Piazza ribadisce la presenza di «una vena illimpidita», e Maria Rizzi esalta la musicalità di Zanon.
Quanto all’ambiente naturale e lagunare, Concardi (voce discreta) ci illustra questo itinerario letterario, richiama l’attenzione sulle radici lagunari di Zanon per rilevare l’importanza che ha la natura ambientale e naturalistica, così i vari luoghi paesaggistici e l’alternanza stagionale che influenzano la “metamorfosi” dei luoghi. Argomenti che innestano nel Poeta il rapporto con il destino, sia dell’uomo, sia della stessa natura; è ciò che ci porta a considerare la Natura quale rimedio lenitivo. Così Emilia Greco Genesio dice che il nostro poeta si abbandona alla contemplazione del mare e quindi della sua laguna veneta; e di ricalzo Nazario Pardini scrive dell’effetto “luminoso” esercitato dalla primavera; Dino Manzelli ricorda la volontà del Poeta di lasciare una «memoria significativa», senza trascurare anche Mestre come osserva Maria Teresa Secondi; infine Maria Rizzi annota uno spietato confronto con il passato della repubblica veneziana.
Quanto al tema della morte, Niccolò Martinetto individua una «amara speranza e paura per la solitudine del domani»; ma, come osserva Angela Ambrosini «Maurizio Zanon recupera il senso stesso dell’esistenza». Il tema della morte è pressante, così Concardi fa notare che la prima poesia composta da Maurizio Zanon, quattordicenne, s’intitola Cimitero; d’altronde il Critico osserva che «senza alcune passioni che lo hanno fatto sentire vivo, la vita non avrebbe avuto nessun senso».
Quanto al tema dell’amore, come si sa, l’amore o meglio l’innamoramento è esaltazione della persona nell’aspetto psicofisico; la letteratura ne è piena e il poeta Zanon sogna un futuro radioso. Dino Manzelli «Leggere Poesie d’Amore rievoca … Dante e del Petrarca per una donna angelicata»; sulla stessa onda, ma solcata secondo i nostri tempi, sono Guido Miano, Mario Santoro, Raffaele Piazza che aggiungono leggera sensualità o un «erotismo delicato»; tuttavia Maria Rizzi scrive: «ricorrono i temi della solitudine, dell’età che avanza, delle malattie e dell’amore, un amore che commuove, perché rappresenta l’unico urlo tra tanti versi sussurrati». D’altronde Maurizio Zanon sostiene che «Nell’amore non ci deve essere soltanto l’esaltazione di un sentimento per una donna, ma anche quello trionfante e giocondo per la natura, per i luoghi cui si lega affettivamente la nostra esistenza e quello per la vita in generale».
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Eccoci alla Analisi ragionata dei saggi critici riguardo a Maurizio Zanon, a cura di Enzo Concardi, il quale ha preso le mosse dalla pubblicazione di Maurizio Zanon, nel 2016, della silloge I messaggi del tempo organizzata in cinque sezioni tematiche; ciascuna di esse accompagnata da un saggio critico. Tutto quanto precede può servire per conoscere il poeta di cui ci occupiamo. Concardi ci dice che i cinque saggi del volume I messaggi del tempo «sono studi di letteratura comparata che hanno l’intento di mostrare la caratteristica universale e metatemporale della cultura in generale e della poesia in particolare». I titoli dei cinque saggi contengono in sé la tesi su cui argomentano; autori sono i seguenti.
Angela Ambrosini nel suo saggio, L’incanto della memoria in Maurizio Zanon e Francisco Brines, rileva nel poeta spagnolo la gioia attraverso l’uso del presente verbale alla pari di Zanon. Guido Miano ha composto due saggi: in uno, Il tema del tempo nei testi di Maurizio Zanon e di Vladimir Nazor, afferma che nel poeta croato emergono «richiami esistenziali»; e nell’altro, Il percorso della spiritualità in Maurizio Zanon e Pablo Antonio Cuadra, assicura che la spiritualità del nicaraguense si accosta perfettamente a quella religiosa. Lo stesso Enzo Concardi compone due saggi: in uno, Il tema dell’amore in Maurizio Zanon e Gustavo Adolfo Bécquer, premettendo che «lo slancio del cuore produce sempre energie positive», afferma che nel poeta spagnolo è presente una sorta di panteismo naturalistico; e nell’altro, Il tema della Natura Medicatrix in Maurizio Zanon e Percy Bysshe Shelley, possiamo dire che nonostante le forze avverse della natura (per esempio mare e vento), la natura diventa un rimedio per gli animi tormentati; il poeta inglese è morto nel mare della Versilia per il naufragio della sua barca a soli 34 anni.
Nell’Epilogo, Enzo Concardi conclude con le parole di Mario Stefani da cui abbiamo iniziato, a sigillo della figura di Maurizio Zanon: «Vi è però una luce, è quella dell’amicizia, del camminare assieme, metaforicamente s’intende, per questa via, breve o lunga, accidentata o meno, che è la nostra vita. Ma Zanon vuole essere umano prima che poeta e questa è la sua salvezza».
Tito Cauchi
Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 100, isbn 979-12-81351-24-0, mianoposta@gmail.com.
Wanda Lombardi, "Opera Omnia"
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Wanda Lombardi
OPERA OMNIA
II edizione
Wanda Lombardi è nativa di Morcone (Benevento) dove risiede, tranne una parentesi di vent’anni nel Nord Italia per la docenza negli Istituti Superiori. È dall’inizio di questo millennio che si dedica alla scrittura, occupandosi di teatro, romanzi, narrativa e poesia. Per quest’ultimo genere ha pubblicato una decina di opere, decidendo di realizzare un’Opera Omnia (Guido Miano Editore, Milano 2023, in copertina “Il cammino”, 2020, dipinto su tela di Fabio Recchia). A tal proposito, la nota dell’Editore chiarisce che l’intento è quello di costituire «una ‘memoria’ documentativa e testimoniale degli scrittori contemporanei». Per il successo non è male avere ‘fortuna e virtù’, avverte che a volte arriva per via della moda effimera, altre volte giunge quando meno ce lo aspettiamo, e non mancano esempi (Italo Svevo, Andrea Camilleri). La poesia della Nostra ruota intorno alla sua esistenza molto travagliata.
Maria Rizzi, nella prefazione, chiarisce che il volume raccoglie composizioni delle sillogi, in senso cronologico decrescente, dal 2022 al 2001, in pari sezioni su cui brevemente sosta, facendo alcuni collegamenti con i grandi poeti del passato. In particolare pone l’accento sugli echi leopardiani del ricordo e su un contenuto che sa di «innocenza che commuove», sulla sofferenza che le proviene dalla vita vissuta. La prefatrice entra in sintonia con la poetessa; spiega che le sofferenze l’hanno minata nel corpo e nello spirito, i suoi pensieri si pietrificano; ma ne hanno irrobustito il carattere, così poco per volta il suo Io si fa Noi, e sente dentro di sé il mondo intero, amandolo.
Adesso soffermarsi sui versi di Wanda Lombardi, in modo stringato, non aggiunge molto, sanno di una religiosità profonda (si rivolge al Signore, a Papa Wojtyla, a Padre Pio di Pietrelcina, eleva più volte il canto al suo luogo natio, Morcone e a borghi vicini, e a luoghi visitati). Sanno di amore umanitario, di vocazione musiva. Tutt’e dieci le sillogi della raccolta, direi, sono sulle medesime corde. Ugualmente facciamo delle soste a conferma. Intanto cominciamo a osservare che i titoli delle sillogi, già da soli, promettono ricchezza interiore profonda e aspirazioni mirabili. Possiamo attingere a piene mani e trarne spunti psicosociali, ma mi limito in modo esemplificativo. L’ordine regressivo della raccolta potrebbe ingannarci, perché apriamo da oggi per andare a ieri.
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Miti e Realtà, 2022. Wanda Lombardi, adesso che è diventata “viandante stanca”, fin dalla prima poesia ci fa palpare il suo contatto con «l’eco di un evento lontano / che in me poco visse» (Vento inclemente, p.14); il desiderio del «sorriso di lei / quel cuore rifugio per tutti» (ibid.) nel bisogno di farsi cullare ancora dalla madre. Si sente “raggomitolata” nel suo dolore, reale, perciò trova sollievo tra i miti classici (Apollo e Dafne, Afrodite ed Enea e la progenie Giulia; Nike e Cassandra). E di tutto ciò si è nutrita.
Volo nell’arte, 2021. Ricorda Federico Zandomeneghi, pittore impressionista; il Canova e la scultura di Paolina Bonaparte, «stella che smise presto di brillare» (Una scultura del Canova, p.31). Ricorda le dolci nostalgiche «note di Beethoven /… il Notturno di Chopin / (…) / ‘Le quattro stagioni’ di Vivaldi» (Nella musica, p.32). Nel cinquantesimo della morte della madre: «Trattengo tra le mani la tua foto» (Mamma, p.34), commentando «Un secolo di affetti perduti» (Un album di fotografie, p.36). Pur di vedere la madre, anche per un solo attimo, farebbe come Orfeo che strappò dalle ombre Euridice. Questa sezione è sull’orma della precedente.
Nel vento dell’esistere, 2020. Haiku in cui la Poetessa evidenzia la gioia attraverso i colori, in particolare del rosso nelle sue sfumature (del ciliegio, dell’alba e degli ardori), gli affetti, gli anni giovani che sono «l’età del sorriso, / l’età più bella” (La giovinezza, p.46). Ma purtroppo osserva intorno che vengono «Negati a molti / una carezza, un pane» (La società, p52), mentre vi sono «Troppo viziati / i figli del benessere» (ivi, p.53).
Il senso della vita, 2019. Qui sembra proseguire le considerazioni precedenti sui giovani. Si fa più intima e toccante la voce, su l’infanzia negata, sull’amicizia resa senza valore. Sembra volere dire che tutto avviene sotto lo sguardo della luna, significando che tutto passa in ombra, forse.
Gocce di rugiada, 2017. La tua voce (p.68) diventa refrain di una vita ridotta in frantumi e desolazione, per una voce che non si fa sentire. Si vive uno stato d’ansia e il passato sembra trasparire dai ruderi, dagli oggetti, dai luoghi vissuti. Vorrebbe parlare, immergersi nel mondo classico, ma la realtà la schiaccia penosamente. Trova sollievo nel «sorriso di un bimbo / o dinanzi a un foglio bianco / inseguendo un nuovo sogno» (Piccole, grandi cose, p.74). Tuttavia sa che l’incomunicabilità rende «vana chimera / un senso alla vita» (Approdo, p.77); perciò si rifugia nei luoghi amati fra le ninfe rupestri.
Attimi lievi, 2018. Come è noto l’haiku è un componimento composto da soli tre versi per complessivi diciassette sillabe (5-7-5), dal senso semplice e compiuto; nato in Giappone nel Seicento e diffuso nel mondo, variamente modificato nei contenuti. Molti sono i nessi con la natura, le stagioni e l’amore, regalandoci sempre nuovi colori ed emozioni. La bella stagione fa nascere l’amore che è «un tuffo al cuore» (L’amore, p.90), e rende «parole traballanti» (ivi, p.91), senza dimenticare i temi sociali.
Voci dell’anima, 2016. Ci confida: «fragile e tormentata è la mia anima» (Fragile e tormentata la mia vita, p.96). Leva un inno alla donna, ma anche un biasimo a tutte quelle donne che uccidono i figli o si addolora per quelle che diventano martiri per mano dei figli. Anche lei: «All’ombra di mura austere son vissuta / con pochi affetti» (Destino, p.100). Considerando che tutte le persone aspirano a un futuro, Wanda Lombardi commenta: «In questo mio dolore / è il senso della vita» (Il senso della vita, p.101). Sarebbe semplice ritrovare la bellezza della natura in un quadro, nell’amicizia «niente offese» (L’amicizia, p.111), e invocare la Musa.
Luce nella sera, 2011. La sua vita è come un barlume: «La vita mi versò da bere / nel calice del dolore / reso più amaro nel fondo/ da una solitudine immane» (Perduti affetti, p.119). Osserva il dispregio verso la natura e il paesaggio; nei borghi oggi «Ovunque case abbandonate» (Natale nel borgo, p.121). Forse vittima di un abbandono, rimasta in attesa di una parola che non giunse, trasferisce la sua infanzia negata in un «Bimbo di prima media, / avevi il cuore spezzato / per i genitori divisi / e cercavi in qualcuno l’affetto, / (…) / e che tanto avrei voluto/ fosse un caro mio figlio» (A Valentino Rossi, p.127). Questi pensieri trovano naturale epilogo in un sentimento umanitario rivolto ai Paesi dell’Est, ai migranti; e religioso rivolto a Padre Pio in «colloquio con nostro Signore» (Il dono di Padre Pio).
Nel silenzio, 2002. Pensa al suo piccolo paradiso perduto, ma sembra che nel silenzio regni l’abbandono; così la terra arida diventa metafora della sua esistenza; così i giovani non guidati spiegano la violenza; mentre gli emigranti sono sorretti dalla speranza. Rivolta alla madre: «ascoltavi in silenzio / le mie amarezze, i miei errori, / (…) / L’umiltà fu la tua grandezza, /la bontà l’ineffabile tuo valore» (A mia madre, p.147). Rivolta al padre: «Scrutatore e ammaliante, / il tuo sguardo mi incantava, / (…) / generoso, attivo, /premuroso, attento, /indimenticabile papà, /uomo senza tempo» (Uomo senza tempo, p.157).
Sensazioni, 2001. In quest’ultima silloge (che in realtà è la prima in ordine di tempo) abbiamo la conclusione (che in realtà si tratta di prodromi) della poetica di Wanda Lombardi. Difatti troviamo il suo pianto e i sogni svaniti; abbiamo la sua attenzione da educatrice rivolta ai giovani, che esorta all’abbandono della droga, spiegando che «La felicità è un delicato fiore, / ha un profumo che ti inebria, / ti stordisce, (…) / È una farfalla che ti sfiora / con lieve frullo» (La felicità, p.171). Troviamo tanti temi sociali attuali del mondo la cui soluzione affida al Signore. Evoca il suo paradiso perduto con tocchi di un pennello, cioè dei luoghi dell’anima (Morcone «All’occhiello del Sannio» e Cusano Mutri), ma anche del Passo Pordoi nella Valle delle Dolomiti, di Saariselkä in Finlandia («terra di Lapponi»), di Capo Nord, della Valle san Marco. Dona la sua tenerezza di donna verso un bimbo, «I tuoi occhi tristi, imploranti, / (…) / Carezzarti vorrei, / darti il mio affetto» (Esile bimbo, p.176). Abbiamo il suo sentimento inespresso che esplode verso il padre «ogni tuo scritto ho riletto / per udire ancora la tua voce» (Smarrimento, p.183).
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Wanda Lombardi con la sua Opera Omnia di poesia-prosa, si fa coinvolgente, si eleva e tocca il cuore, come quando evoca i genitori e il bimbo Ubaldo «esile fiore anzitempo reciso» (p.150), in cui forse si riflette. Quanto alla versificazione, usa marcatori come voci desuete quale speme, verbi in forma indefinita per prolungarne la durata; abbiamo qualche rima, ma anche parole tronche che, a parere del sottoscritto, stridono quando precedono parole inizianti con altra consonante. Rivela l’impronta pedagogica dell’insegnante, educa ai buoni sentimenti, accenna con garbo qualche precetto. Dallo stato soggettivo umano che l’aveva imprigionata, risorge “Araba Fenice”, un profilo poetico dolce e sognante che la protegge e la rende protettrice allo stesso tempo.
Tito Cauchi
Wanda Lombardi, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 200, isbn 979-12-81351-13-4, mianoposta@gmail.com.
Maria Angela Eugenia Storti, "Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione"
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Maria Angela Eugenia Storti
Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione
Guido Miano Editore, Milano 2023
Maria Angela Eugenia Storti, laureata in germanistica, è nata a Palermo, dove vive e ha insegnato. Opera in attività teatrali a fini didattici; ha pubblicato sillogi poetiche e saggi; alcuni fra questi ultimi sono raccolti nel volume Itinerari di letteratura del Novecento (Guido Miano Editore, Milano 2023), che chiama scrigno dei suoi “sogni più intimi”, è dedicato ai suoi affetti più cari. Il sottotitolo completo specifica trattarsi di “Memorie artistiche a confronto” dei seguenti autori: Mann, Kafka, Woolf, Eliot, Beckett, Wedekind, Pirandello, Montale. Nella sua nota chiarisce che riguarda autori di cultura anglosassone e tedesca con agganci ad alcuni scrittori italiani di “espressione” europea; non di “comparazioni” si tratta, bensì di “collegamenti”. Spiega altresì che gli artisti, in un certo senso, esprimono le diverse anime della società in cui vivono; tuttavia, esemplificando, osserva che coloro che se ne discostano vengono etichettati, per esempio: di annichilimento (come Kafka), o di rivoluzione (come Brecht, qui non esaminato) o di oscillazione tra realtà borghese e mondo artistico (come Mann).
Quanto alla struttura del volume ci chiarisce la prefazione di Lea Di Salvo, la quale ne indica tre sezioni; e cioè: il Romanzo, attraverso le opere di T. Mann, F. Kafka, V. Woolf e T. S. Eliot; il Teatro, in cui si veicola la comunicazione in ambito di modernismo di portata europea, attraverso F. Wedekind, S. Beckett e L. Pirandello che qui trova collocazione con la sua sicilianità. Infine la terza sezione riguarda la Poesia comprendente insieme E. Montale e T. S. Eliot, i quali prendono le distanze dalle assolutezze, considerano la aleatorietà degli eventi. Insomma il volume mira allo svecchiamento delle letterature ampliandone i singoli confini in cui si inseriscono “squarci di memorie italiane, nel periodo tra le due guerre mondiali (…) preferibilmente attraverso l’impersonalità (…) che spesso dà origine ad una frammentarietà linguistica, al nonsense (…) e infine al silenzio”. Il sottoscritto potrebbe fermarsi qui, tuttavia prosegue sulle orme del volume, omettendo citazioni e riferimenti, per snellire l’esposizione, sia pure zoppicando.
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IL ROMANZO
Paul Thomas Mann (Lubecca, 1875 - Zurigo, 1955). Quanto al Romanzo, Maria Angela Eugenia Storti inizia con lo scrittore tedesco, esaminando, in particolare, l’opera Doctor Faustus (1947), nell’ottica del “lamento” e della “celebrazione”. Il tema del patto con il diavolo è abbastanza noto nei racconti popolari tedeschi e non solo; ma non ha niente a che vedere con il più vecchio “Faust” goethiano (del 1808). Mann trova occasione per denunciare la “decadenza e la fine della civiltà borghese”, con riferimento agli eventi bellici conclusi con la disfatta della Germania.
Tento una approssimativa sintesi. Nel suo romanzo abbiamo andamenti narrativi e saggistici senza distinzione, aggrovigliati in un sapiente gioco di contrasti. Mann prende a pretesto “un compendio romanzato di storia della musica” e un testo di filosofia, argomentando sul linguaggio nei vari ambiti comunicativi, in particolare del suono e della vista, per concludere che è necessario ricercare nuovi modi di espressione.
Il romanzo si svolge in un virtuosismo lessicale di piani a incastro in cui tutti i personaggi sono caratterizzati in modo ben distinguibile, in tutto e per tutto (timbro di voce, aspetto fisico, ecc.). Si fa uso di parodia e di formule tradizionali per farne caricature. I due protagonisti principali sono amici, Adrian e Serenus, agiscono in uno scambio continuo di ruoli, ma assumono un “significato simbolico”: Adrian rispecchia “la figura del musicista tedesco (…) vittima di cerebralismi diabolici”, vuole raggiungere la fama; Serenus è un umanista che contrappone il valore della parola ed è la voce narrante. Tuttavia essi sono le due anime dell’autore, Thomas Mann, che ora estraniandosi osserva la società; ora interprete, ne subisce le contraddizioni (questo è quello che mi pare di capire) nell’eterno confronto tra bene e male, tra Dio e Satana. Metaforicamente Mann si riferisce non (solo) all’uomo, bensì al popolo tedesco. Egli è ora l’uno, ora l’altro dei personaggi, volendo fare percepire la disfatta della Germania “in cui i colpevoli non sono da ricercare solo tra i gerarchi nazisti (…). non si può dire io non sapevo, non è permesso, e solo un occhio ci si può coprire, uno solo”.
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Franz Kafka (Praga, 1883 – Kierling, 1924) è il risultato di una rosa di culture molto diverse tra loro: quella slava (di Praga), quella tedesca (avendo studiato in Germania), quella ebraica (essendo figlio di un israelita), nonché di cultura francese per via delle sue letture. Aveva una formazione ampia con l’inclinazione alla metafisica, alla ironia e all’assurdo, perciò infittisce di oggetti e di personaggi impregnandoli di simbolismo e curandone molto i particolari con forte realismo. Il tutto gli conferisce un’immaginazione demoniaca e assurda.
Insoddisfatto delle sue opere, pubblicò solo il racconto La metamorfosi nel 1916 (traslato in versione cinematografica), con chiara allusione all’isolamento dell’uomo, alla sua alienazione. Gli altri tre romanzi, oltre un Diario, vengono pubblicati postumi. Il Castello, nel 1926, è l’ultimo dei suoi romanzi, rimasto incompiuto; il castello è il luogo della burocrazia dove è difficile entrare e sbrigare delle pratiche gravando alquanto sulla frustrazione degli abitanti; il protagonista, vittima di questo senso di frustrazione, si chiama K. (proprio così), un agrimensore, e la narrazione è affidata all’altra figura di nome Olga. Il processo viene pubblicato nel 1925, è sullo stesso tenore del precedente, perché il protagonista, che si chiama Joseph K., è uno “scrupoloso impiegato”, che viene arrestato improvvisamente senza spiegazione alcuna, condotto in una cava e giustiziato.
Kafka si allontanava dalla letteratura contemporanea giudicata decadente, “ha descritto incubi e pensieri, scaturiti dalla realtà del quotidiano. In tutti gli scritti kafkiani le storie narrate sembrano appartenere al mondo spettrale delle visioni” (La lettera k campeggia nei suoi personaggi).
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Virginia Woolf (Londra, 1882 - Rodmell, 1941). Negli anni Venti le venne chiesto di redigere una relazione avente per oggetto “la donna e il romanzo”, per alcune conferenze da dedicarsi a studentesse dei college inglesi. La scrittrice si allontanò dagli stereotipi attesi, che volevano la donna relegata agli standard domestici; tuttavia la sua ricerca sprona le donne a uscire dal proprio guscio e a rivendicare la propria autonomia culturale e uscire dalla anonimità. Mirava ad una narrazione verticale e non orizzontale, cioè a rappresentare la realtà, specialmente delle donne, “in profondità, piuttosto che in estensione”. Perciò la sua scrittura recupera i “processi mentali dei suoi protagonisti”.
Molte delle sue idee troviamo nel suo saggio Una stanza tutta per sé, con chiara allusione alla autonomia auspicata delle donne. Concepisce la vita nella sua molteplicità di forme e fa uso di simbolismo e di motivi conduttori come tecnica narrativa; concepisce l’arte in chiave di comunicazione. Fra le altre opere ricordiamo Mrs Dalloway. Invita la donna alla riflessione, all’autocoscienza, a superare la loro anonimità, trasformare la loro solitudine nel diritto di riservarsi un momento di scrittura e creativo più in generale. Invita la società a considerare sotto nuova luce stranezze eventuali delle donne, di non rinchiuderle nei manicomi e di non ignorare la loro genialità.
Virginia infatti aveva tendenze suicide e ha lottato per essere riconosciuta nella sua identità. Esortò le donne, sì a scrivere, ma senza dimenticare che “la mente degli artisti è androgina”. Infine, Storti, così conclude: “Lo ‘sbriciolamento’ dell’Io, il suo conseguente ‘flusso di coscienza’, ‘apre le stanze e le finestre’ a nuovi itinerari e costituisce il contrappunto drammatico della trasformazione dell’esperienza creativa femminile”.
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Thomas Stearns Eliot (Saint Louis, 1888 - Londra, 1965). La letteratura inglese del Novecento fu attraversata da fermenti innovativi ove si inserisce Eliot che si era trasferito in Inghilterra; saggista, critico e poeta, uno fra i più grandi del Novecento. Nuovi movimenti scuotevano gli scrittori europei. Si abbandonava il verso classico a favore del verso libero; ci si staccava dal dolce canto per diventare scopritori dell’animo umano. Lo scrittore americano scrive in modo fluido senza curarsi dei nessi di collegamento, suscitando così degli scossoni interpretativi; e favorendo molte possibilità di collegamenti ipertestuali.
Fra le sue opere ricordiamo la sua prima poesia importante che si intitola Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (del 1911), Poems (1920), “dove gioca sull’opposizione tra passato e presente, tra schemi tragici e farseschi”. Nasce una nuova poesia, che lascia l’Io lirico per farsi Epico e lascia le forme statiche per fare spazio alle necessità della storia. Eliot è aperto a nuove visioni, a una nuova “fioritura delle messi”, ai simbolisti francesi, ai mistici medievali. Si incrociano le varie arti, miti e leggende come nel poemetto Il Re Pescatore (del 1922), un essere tra il divino e un redivivo Tiresia, veggente del mito classico, giustificandone l’esistenza sotto una prospettiva allegorica. Tuttavia il suo capolavoro è La terra desolata (1921) che si ispira al mito medievale del Sacro Graal legato ai temi della decadenza e alla ricerca della resurrezione. Egli si colloca tra l’antico e il moderno.
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IL TEATRO
Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936). M. A. E. Storti apre l’argomento del palcoscenico con uno scrittore fra i più celebri italiani di levatura internazionale. Era un intellettuale, aveva studiato anche in Germania e ha avuto confronti con altri intellettuali del tempo. Cresciuto fra i templi greci della sua città, si è nutrito del mito classico in veste della sicilianità dei suoi tempi, nel fondo teneva uno strato di romanticismo e di filosofia. È riuscito a innovare il teatro e ha “sprovincializzato il teatro siciliano”. Sostenitore di un’arte rivelatrice dei caratteri reali delle persone.
Nelle sue opere abbiamo l’umorismo, cui dedica l’opera omonima L’umorismo (del 1908); abbiamo la comicità, le situazioni assurde, la metafora della maschera dietro cui viviamo, il sentimento del contrario. I suoi drammi evolvono a sorpresa. Sul piano contenutistico, sotto sotto, presenta intenti sociali e denunce (Morire e vivere insieme; mi sovviene Il fu Mattia Pascal).
I suoi personaggi sono tutti caratterizzati psicologicamente, presentano sdoppiamento dentro la vasta gamma dei sentimenti, del pianto, del riso, dell’inganno, del cinismo. È riuscito a fondere forma e contenuto. Infine la Storti conclude così: “Il linguaggio, unica modalità vitale, tradisce se stesso attraverso il dialogo-monologo dei personaggi che, a causa di una mancata comunicazione, testimoniano la disperazione dell’uomo moderno, la cui solitudine tra le cose trova come unico conforto la parola”. (p.54). Credo si riveli in tal modo nell’Agrigentino il “sentimento del contrario”.
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Frank Wedekind (Hannover, 1864 - Monaco di Baviera, 1918), la sua arte viene collocata nell’ambito espressionista. Autore di drammi, fra gli altri, di Lo spirito della terra e di Il vaso di Pandora; in quest’ultima opera, sotto i riflettori, è una donna di nome Lulu, “presentata come l’incarnazione del fascino impossibile da addomesticare per l’ipocrita uomo donatore.” È la donna che incarna l’ambiguità, in ogni senso. Le due opere inizialmente pubblicate insieme furono censurate e in seguito pubblicate autonomamente.
Il nome di Pandora fa esplicito riferimento al mito classico, cioè del sacco che contiene imprigionate tutte le furie per volontà di Zeus. Difatti etimologicamente significa “colei che tutto dona”. Lulu è tutto, nel bene e nel male (è un ninnolo, è Eva, è senza pudore, ha una bellezza angelica e al contrario ha una bellezza demoniaca), gli aggettivi non sono sufficienti a descriverla. Lulu si sente legata soltanto a suo padre, ormai nel regno dei morti.
Nella morale contemporanea di tutti, Lulu (prostituta) non poteva godere del consenso nella società; perciò, per redimersi al giudizio del mondo, l’autore la fa morire per mano di un criminale. Lulu è un “nome balbettato tra l’infantile e l’erotico” che fa tenerezza. La sua ambiguità la porta ad amare un’altra donna, anch’essa segnata da esperienze erotiche. “Sia la Lulu (da tutti donata), che infine la Geschwitz (colei che tutto dona), costituenti due parti indispensabili alla completa costruzione di Pandora, pagano il loro riscatto attraverso una lunga e faticosa catarsi”.
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Samuel Barclay Beckett (Dublino, 1906 - Parigi, 1989), drammaturgo, scrittore, poeta, traduttore e sceneggiatore irlandese. Al contrario di molti autori la sua drammaturgia è ridotta all’osso, si appoggia su eventi minuti insignificanti, quasi senza nessi logici, un paradosso. Il suo viene definito “Teatro dell’assurdo”. Eppure traccia profili umani dei personaggi; specie nelle sue opere teatrali più famose Aspettando Godot (1952) e Finale di partita (1957), egli mette in luce la “crisi di identità tra elegia e parodia giullaresca”.
Sottolinea l’incomunicabilità umana, attraverso un linguaggio comune, quasi dimesso, di tutti i giorni della chiacchiera quotidiana. I suoi personaggi sono fortemente caratterizzati fisicamente e simbolicamente (per esempio con menomazioni fisiche).
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LA POESIA
Ed eccoci alla terza sezione di Itinerari di letteratura del Novecento, di Maria Angela Eugenia Storti. Come si può notare tutti gli autori presi in esame vissero e operarono soprattutto tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Dunque nell’ambito della poesia diventa argomento il rapporto tra l’Io (obsoleto) e il Noi (che avanza), il tema dell’esistenza, l’uso del simbolismo, quindi il “correlativo oggettivo”. E cioè giungere al lettore usando forma e contenuto che facciano presa su meccanismi psico sociologici. Ebbene la realtà del mondo senza false illusioni, sono i motivi che accomunano Montale ed Eliot.
Eugenio Montale (Genova, 1896 – Milano, 1981), uno fra i più grandi poeti italiani mette in atto la sua poetica attraverso la sua prima raccolta, Ossi di seppia (1925); dove “ossi” sta per precarietà della vita, da cui deriva “il male di vivere”, l’angoscia di vivere. E anche Thomas Stearns Eliot, di cui si è scritto più sopra, a proposito, in particolare, de Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (1911), esprime il senso della solitudine nella sua prima poesia, in cui Prufrock è (pressappoco) l’uomo che non sa amare e si chiude in sé stesso, ma deve prendere coscienza.
Entrambi scelsero una lingua di uso ordinario (di uno di Noi), uno stile asciutto, ridotto all’essenziale; nondimeno “Di difficile comprensione appare l’opera di Montale per molti, e per altri Eliot fu considerato un poeta elitario, la cui gelida intelligenza gli impediva di condividere le comuni emozioni umane.”
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Maria Angela Eugenia Storti si congeda definendo gli scrittori, coinvolgenti, “apostoli dell’immaginazione”, donatori ai lettori di “pezzi di vita” (mie virgolette). Penso che recensire un volume come Itinerari di letteratura del Novecento, che comprenda una raccolta di saggi, diventi un’impresa ardua. Tratta di otto autori fra i massimi del panorama letterario, di cui sei sono Premi Nobel: Mann, Eliot, Beckett, Wedekind, Pirandello, Montale (Kafka e Woolf, probabilmente non fecero in tempo). Recensire diventa un impegno non indifferente, una scommessa; argomenti così specifici, anche a procedere a passo d’uomo, come si suol dire, rischiano di fare prendere cantonate.
In chiusura desidero compiacermi della presenza di due poeti italiani, uno del Nord, l’altro del Sud, che rappresentano due realtà diverse, sia pure in tempi differenti. Questi Itinerari meritano certamente molto di più; tuttavia penso che anche una interpretazione zoppa possa tornare utile, quanto meno stimolante e illuminante per imprese analoghe. La lettura è interessante e coinvolgente, perché se ne vorrebbe sapere sempre di più, anche perché i temi trattati sono attuali.
Tito Cauchi
Maria Angela Eugenia Storti, Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione, pref. di Lea Di Salvo, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 82, isbn 978-88-31497-99-2, mianoposta@gmail.com.
Gabriella Frenna, "Regina Nefertiti"
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Gabriella Frenna
REGINA NEFERTITI
Mosaici di Michele Frenna
Sono certo che ai lettori di varie testate culturali e di arte, non passi inosservato il nome di Gabriella Frenna, sia perché è scrittrice e poetessa (o poeta, come si vuole che si dica), sia perché il suo nome è lodevolmente legato a quello del padre, maestro mosaicista Michele Frenna che cito per la reputazione guadagnatasi (Agrigento 10 luglio 1928, Palermo 5 ottobre 2012). Stavolta la Nostra si ispira alle composizioni mosaicali richiamanti l’antico Egitto e precisamente la Regina Nefertiti, dalla quale l’opera poetica, che trattiamo, prende titolo e immagine di copertina.
Marco Zelioli, prefatore di Regina Nefertiti, fa un breve cenno anagrafico di Gabriella Frenna (messinese di nascita ma palermitana di elezione) e riferisce che i mosaici sono realizzati con minuti tasselli di vetro policromo che, per la perfezione compositiva, sembrano creare opere pittoriche e, soprattutto, sottolinea che ella “trae ispirazione” dal padre. Quanto alla forma afferma: “Colpisce subito il lettore come le poesie di Regina Nefertiti alternino con leggerezza i riferimenti al passato remoto (l’antica “mirifica” civiltà egizia), a quello prossimo (il padre che “incanta” le figlie col racconto delle meraviglie di quella civiltà”); mi sembra un modo alquanto succoso ed esaustivo.
Il critico inoltre, riferisce che Angela Ambrosini, a sua volta, afferma che la forma dialogica dei versi rende attrattiva la lettura e la descrizione delle opere musive, e le narrazioni storiche e leggendarie sono coinvolgenti. E con Enzo Concardi, conclude dicendo che la raccolta costituisce “un itinerario, oltre che letterario ed artistico, anche spirituale, culturale, storico, entrando in un’avventura non scevra da dimensioni oniriche (…), cioè con lo sguardo sempre meravigliato” dell’Autrice; meglio non poteva dirsi.
La raccolta comprende circa sessanta componimenti che confermano quanto sopraesposto in merito ai contenuti e alla scelta del prosimetro (ovvero di prosa e versi insieme). Come è detto in premessa Gabriella Frenna svolge un excursus storico e insieme leggendario sull’Egitto, al tempo dei faraoni, lo fa con leggerezza espositiva pregevole che merita essere ripercorsa. Descrive la posizione geografica dell’Egitto attraversato dal sacro fiume Nilo dall’altopiano del Sahara fino al Mediterraneo, fiume che ha fatto la grandezza dell’Impero Egizio già tremila anni avanti Cristo, grazie alle piene ricorrenti che fornivano acqua alle popolazioni e alle coltivazioni. Questo raccontava Michele Frenna affascinando e facendo fantasticare le giovani figlie.
Il greco Erodoto di Alicarnasso (V sec. a.C.), primo storico, descriveva già le sfingi che sembrano ancora oggi delle sentinelle regali; sono monumenti di grandi proporzioni con testa umana e corpo di leone. Nella cultura ellenica le sfingi venivano interrogate, per ricevere un responso; esse davano risposte enigmatiche che originavano drammi e tragedie come quella riguardante Edipo in terra tebana in Grecia (fra i massimi tragediografi si veda Sofocle, sempre nell’età classica).
Questa Regina Nefertiti offre a Gabriella Frenna una sorta di percorrenza memoriale al seguito del genitore per momenti vissuti e per luoghi visitati e fantasticati, come nel museo del Louvre e la piramide di vetro a Parigi. È la stessa Autrice che ammette: “Mi piace retrocedere/ in storia millenaria/ per carpire la vita/ del popolo egiziano.” (p.26), e scoprire il mistero affascinante, provare la grande ammirazione che suscitano le famose piramidi e le strutture architettoniche che ancora oggi stupiscono. Riconoscere il valore del Nilo, alle cui rive numerose colonne formavano una “foresta di pietra”; alle sue piene si legava l’anno suddiviso in tre stagioni. Veniva stimolata a scoprire l’aura misteriosa e sacrale, la simbologia arcana, la scrittura enigmatica di un’antica civiltà.
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Finalmente eccoci (al XIV sec. a.C.) alla “storia di Nefertiti/ regina e sposa amata/ dal faraone Akhenaton” (p.56), che ruota intorno al sole divinizzato con il nome di Aton; difatti il marito Amenofi IV ha assunto il nome di Akhenaton, volendo rivelare la natura divina del sovrano, essere figlio del dio Sole Aton e sole lui stesso. Il Faraone spostò la capitale dalla città di Tebe, nel nord dell’Egitto, fondandone una nuova sulla riva orientale del Nilo, denominandola Akhetaton, ossia “orizzonte di Aton”, l’attuale Amarna. Fu un faraone illuminato che favorì le arti; nella sua concezione “Il dio Aton creatore/ era padre e madre” (p.59), perciò pose la sua sposa al suo stesso rango. La regale coppia viene raffigurata e replicata per secoli, insieme alle “amate figlie” (p.64). Mi sorge spontaneo l’accostamento delle “amate figlie” della regale coppia, con le “amate figlie” Frenna (Rosanna e Gabriella), cosa che esalta ancora di più la sublimazione dell’amore filiale.
Gabriella Frenna ricorda che il padre narrava di antiche dinastie dei regnanti dell’Alto e Basso Egitto; usava vetrini di colore bruno per gli uomini e giallo per le donne, inoltre le proporzioni delle figure corrispondevano al loro “prestigio sociale”. Nella leggenda o nella tradizione antica, Nefertiti, ad opera degli dei Thot e Shou, incarna la dea che dona l’amore; perciò, tornando al maestro, Michele Frenna, egli diceva alle sue “amate figlie” riferendosi alla Regina: “La bella è arrivata” anche nel suo bel mosaico.
Questa raccolta monotematica costituisce una poesia poematica, una sorta di storia dell’Arte che diletta il lettore con le puntualizzazioni dell’Autrice su alcuni particolari da lei illuminati: così il sole Aton, rappresentato da un disco i cui raggi sono tante mani per simboleggiare ricchezza (a piene mani, appunto); le piramidi che sono orientate con gli astri, col sorgere e col tramontare del sole, grandi per significare il prestigio e la potenza dell’Egitto, nonché il vertice che si innalza al cielo; e così via. “Diodoro Siculo narrò/ che i blocchi di pietra/ dalla terra d’Arabia/ furono trasportati/ nel deserto egiziano” (p.40). (Diodoro nativo di Egira, nel I sec. a.C., in provincia dell’odierna Enna).
A costo di ripetermi (come in altre occasioni) sono convinto che le rievocazioni dell’amato padre producono piacevolezza e donano conforto, così finiscono per generare nella Nostra un desiderio di cui non vuole staccarsi, perciò si spiegano le ridondanze. Nondimeno la sua esposizione sa di freschezza che riesce a intrattenerci e a trasmettere tanta tenerezza che giova rinnovare. Mi piacere chiudere la Regina Nefertiti con questo pensiero di Gabriella Frenna: “Rimembro tue parole/ nello svelare pensieri, / aspetti e sensazioni, / (…) / nella tua arguta voce, / nel rievocare emozioni, / (…) / trasmessi con acume/ da tua mente estrosa.” (p.76). Spero di non essere stato agiografico; ho voluto sostare su un viaggio della memoria che esprime il valore degli affetti.
Tito Cauchi
Gabriella Frenna, Regina Nefertiti, Mosaici di Michele Frenna, Pref. Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-18-9, mianoposta@gmail.com.
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