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Giorgio Billeri, "'70 Profumi"

21 Settembre 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

’70 Profumi

Giorgio Billeri

Edizioni Il Foglio, 2026

 

pp 211

14,00

 

Che cosa accomuna Giorgio Billeri, giornalista scrittore, Aldo Dalla Vecchia, autore televisivo scrittore, e Gordiano Lupi, editore scrittore?

Certamente l’aver vissuto la loro giovinezza in quegli anni là, i 60/70/80, (Dalla Vecchia è un poco più giovane), ognuno dall’angolazione privilegiata della propria professione, ma soprattutto averli portati dentro come un peso che fa male, un nodo che non si scioglie, che attanaglia il cuore.

Maledetta, languida, furiosa, straziante e straziata nostalgia!

Io lo so, perché anch’io c’ero. Ero lì, idealmente, con tutti loro, anche se l’editore canta la sua Piombino, e l’autore televisivo la Milano da bere e godere piena di vip e personaggi sopra le righe, e il giornalista del Tirreno annusa il pitosforo e il salmastro della mia stessa bella e controversa Livorno.

E veniamo al libro di Billeri, di cui, per inciso, Lupi è l’editore. ’70 profumi. Perché l’odore, si sa, ti sblocca il ricordo.

Questo godibilissimo testo è idealmente diviso in due parti.

La prima, quella che preferisco, è disseminata di ricordi personali dell’autore, che diventano memorie di un’intera generazione. Gli zoccoli, i treni, i ghiaccioli, le feste in casa, la coccoina, le figurine, le biglie, i film iconici, le discoteche, gli sceneggiati in bianco e nero.

La seconda parte appartiene ai “coccodrilli”, pezzi presumibilmente scritti alla morte di sportivi, giornalisti, cantanti o attori famosi. Commoventi necrologi che accompagnano in cielo non solo la persona che se ne va ma anche tutto ciò che si porta dietro, il gusto di un’epoca, le serate che non torneranno mai più, i profumi, le botte di emozione dritte nello stomaco.

Sì, perché, ammettiamolo, noi, e mi ci metto anch’io, non stiamo solo ricordando eventi e persone del tempo che fu, stiamo riesumando qualcosa di irrimediabilmente morto: la nostra giovinezza. I palpiti, gli innamoramenti, i rossori, le parole annotate di nascosto, le poesie spillate sul diario segreto. Il futuro ancora possibile.

E così l’odore delle cicche che traboccano dal posacenere di un treno regionale ti ripiomba negli anni dell’università, il tratto Pisa Livorno per me, per l’autore quell’andare concitato verso la partita domenicale di turno, su cui scrivere l’articolo che gli avrebbe fatto fare strada in redazione.

Le parti più struggenti sono quelle dedicate all’estate, ai bagni Pancaldi che rappresentavano, e rappresentano ancora per molti ragazzi d’oggi, la sospensione d’ogni dovere, la vita in branco e in costume da mattina a sera, le siuski dal molo delle vedove, la gabbionata. Le ragazzine “belle come non sarebbero state mai più”.

Ogni pezzo scritto, un odore, un palpito, una musica indelebile, un ricordo che non arriva subito alla mente ma passa prima dalla pancia, la smuove e commuove.

Ora abbiamo sessant’anni, chi sessantacinque come me, chi sessantaquattro, chi sessantasei,  tutti, persino i prefatori Carlo Conti e il più giovane Sindaco Salvetti. Ora i giochi sono fatti, nel bene e nel male. Qualcuno è soddisfatto di sé, qualcuno lo è un po’ meno. Qualcuno ha figli che perpetueranno geni e forse tradizioni, qualcuno non li ha. Ma tutti portiamo incisi nell’anima quegli stessi ricordi, che sono bagaglio comune, patrimonio di una città intera, di una generazione nata quando c’era ancora speranza e che quella speranza ha visto poi accartocciarsi.

Uno stile insistente e tormentato, quello di Billeri, fatto di parole lievi e liriche. Rimandi, richiami, ripetizioni che incidono l’emozione sull’oggetto, sul suono, sull’odore rammentato. Si sente il dolore per ciò che manca, lo strazio per ciò che era e non sarà mai più.

Renato definirebbe quei tempi “i migliori anni della nostra vita”. Non per tutti quegli anni sono stati spensierati – non lo sono stati gli ottanta per me, con la morte di mio padre e un matrimonio sbagliato, con quel dovere, e allo stesso tempo, quell’angoscia  di crescere prima del dovuto – ma nessuno di noi, anche il più infelice allora o ora, può negare che i 70 quadri ricamati dalle parole poetiche di Billeri compongano un affresco pieno d’amore per quel mondo scomparso. Ecco, sì, forse non sono stati davvero gli anni migliori, ma piuttosto quelli in cui ci illudevamo che i migliori dovessero ancora arrivare.

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