Gabriella Veschi, "Chiaroscuro"
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Chiaroscuro
Gabriella Veschi
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Occorre cogliere nella poetica di Gabriella Veschi, in questa raccolta di liriche recenti - essendo datate fra il 2021 e il 2026 - la visione dualistica, bipolare della realtà, sia della sua intensa vita interiore, sia del frammentato mondo esterno contemporaneo. L’autrice ne è pienamente consapevole, tant’è vero che ha voluto apporre ad essa un sigillo inequivocabile attraverso il titolo: Chiaroscuro. È un sigillo estremamente poetico, sicuramente più immaginifico delle definizioni conferite all’essere dialettico, che ci parla invece di linguaggio degli opposti e dei contrari, di termini contrastanti, di concetti dicotomici.
Ciò è perfettamente in linea con le acquisizioni della moderna poetica, di cui la Veschi è rappresentante qualificata, tendente non solo a rivoluzionare le modalità espressive del lessico, ma anche l’approccio emotivo, l’efficacia dell’apparato comunicativo, lo stile personalizzato, l’imprinting ovvero il carattere distintivo dell’autore. La sequenza delle parti in cui è suddivisa la raccolta, ci introduce poi nel viaggio tematico della poetessa che percorreremo insieme a lei per scandagliarne il mondo interiore, la fonte primigenia della sua ispirazione, l’anima più profonda della propria essenza poetica. Tali parti, sono pubblicate in ordine cronologico, per cui potremo verificare eventuali trasformazioni temporali e/o continuità formali e contenutistiche. Ecco dunque la successione delle liriche, raggruppate in cinque gangli fondamentali: Tra natura, memoria e aneliti d’infinito; Il fragile filo dell’esistenza; Il mare della sera; Tra oniricità e infinito; Chiaroscuro, che conferisce il titolo a tutto il libro.
L’analisi critica non trova difficoltà, dopo un’attenta lettura dei testi, a individuare i motivi fondamentali emergenti dall’opera che, nell’economia di questa prefazione, chiameremo: suggestioni della memoria, contemplazione della natura, richiami esistenziali e ossimori letterari. Tra le liriche che visitano le dimensioni del tempo passato, ve ne sono alcune maggiormente significative che trapassano gli spessori metafisici, storici, affettivi e psicologici dell’avventura umana, ovvero ci parlano delle nostre radici e dell’esser-ci in relazione a quel che saremo. La poesia Per la Libertà rende omaggio al «... sacrificio/ di chi ha dato/ la sua vita/ per la vita», con gesti di sacrificio ed eroismo, dopo un «passato incancellabile», fatto di bombe, deportazioni, «... viaggi nei carri bestiame/ verso le fabbriche/ della morte». Si tratta qui di una memoria collettiva, del dramma di un popolo, di un’intera generazione e di una liberazione rappresentata poeticamente dai bellissimi versi: «Un fiore sboccia sulle crepe/ delle case abbattute». Dopo la lotta contro le dittature è seguita la ricostruzione, così che la speranza della libertà e di un mondo di pace si è realizzata. I toni della poetessa sono accorati e sobri allo stesso tempo, la scrittura misurata nonostante la gravità dell’argomento: tale levità dei ritmi e delle scansioni, insieme alla brevità essenziale del verso e della strofe, è una caratteristica diffusa in tutta la raccolta.
Così, anche A mio padre, mettendo a fuoco i ricordi affettivi giovanili e spostando gli accenti dalla memoria collettiva a quella intima familiare, ci presenta un quadro commovente e un tempo della mancanza, tuttavia compensati da un amore orgoglioso e per sempre vivo. Ora il viaggio alla ricerca del tempo perduto cambia natura e collocazione: le nostre tracce della vita terrena non si perderanno, poiché rimarranno nel volto dei nostri figli, in tutte le persone rimaste e in altri luoghi ed oggetti che riportano il nostro nome. A questa lirica la poetessa ha dato il titolo di Eternità ma, pare non consistere né nella famosa religione della memoria del Foscolo, né nella vita eterna del Cristianesimo, in quanto noi saremo ancora qui e non in altre dimensioni fuori da questo mondo. Comunque anche questa visione escatologica appartiene alle categorie del mistero: «…Incomprensibilmente/ ci saremo ancora» è l’epilogo, affermazione che riconosce i limiti della ragione umana nelle spiegazioni delle cose ultime, trascendenti o non trascendenti che siano.
In un animo sensibile come quello della poetessa, non poteva mancare l’attenzione verso la Natura, un rapporto rasserenante e gratificante, quasi come nella visione ippocratica della natura medicatrix (“forza guaritrice della natura”), sottolineando però che nella poetica della Veschi prevale l’aspetto mentale e spirituale, piuttosto che quello terapeutico interessante l’organismo umano. Del cosmo e dell’universo ella coglie sia le dimensioni infinitamente grandi che quelle infinitamente piccole: ne abbiamo un esempio paradigmatico nella lirica Granello, nella quale «un minuscolo granello/ in balìa del vento» che volteggia lieve sull’azzurro mare, viene travolto e inghiottito da un’onda anomala. La forza degli elementi miete vittime nella natura stessa e, in una libera interpretazione della poesia, vi possiamo leggere anche il destino umano dei deboli, dei vinti di verghiana memoria.
Spesso, nel canto contemplativo dell’osservazione naturalistica, lo sguardo poetico è rivolto alle dimensioni celesti, come appare in Arabeschi e in O mio cielo. Nella prima vi è un riferimento alla Via Lattea, la grande galassia in cui viviamo, paragonata ad una strada in cui crogiolarsi; nella seconda vi troviamo un ringraziamento diretto al cielo, accompagnato da altri versi esaltanti la solarità del nuovo giorno, dopo il buio della notte: «Grazie o mio cielo,/ oggi mi rispecchio/ nella tua splendete chiarità…». La poetessa ama il mutare delle stagioni, che coglie in Respiro, in cui l’imminente uscita dall’inverno è salutata come la rinascita della natura dal suo letargo e, anche in questo caso, può essere il simbolo di ogni riscatto umano dalle secche esistenziali e morali: «…Respiro un cielo/ limpido/ come acqua sorgiva». Infine, nei caroselli immaginifici lievi e delicati dedicati alla bellezza della Natura, la Veschi ha modo di sviluppare la sua vena onirica, sognante, fiabesca – come in Fiori di lavanda e Bosco fatato - e che fa capolino anche in altre parti del libro. «…Mi ci butto a capofitto/ e sguazzo/ in un mondo/ immaginario,/ squarciando il velo/ della realtà»: questa è la sua reazione nell’ammirare i profumati campi di lavanda, dal particolare ed intenso colore lilla col quale vivacizzano i pendii collinari. Sognando di trovarsi nel buio di un bosco fatato al di fuori del mondo reale, vede il lampeggiare di lucciole danzanti e ode l’incessante gracidare delle raganelle in coro: il risveglio sarà dolce e soave come le loro danze, come il loro canto. Se vogliamo ricorrere ad echi letterari, l’ispirazione naturalistica della poetessa sembra avvicinarsi – per taluni aspetti, atmosfere, emozioni – a quella pascoliana.
Ma è tuttavia, a mio parere, senz’altro più coinvolgente ed appassionata la sua poetica quando indaga negli spessori esistenziali, ontologici, psicologici della realtà e del proprio io. Ed è tale tematica che giustifica l’azzeccata scelta del titolo: Chiaroscuri. Infatti, come detto in apertura, questa è la cifra che spicca maggiormente dalle liriche ad impronta riflessiva, meditativa, valutativa della vita e delle sue contraddizioni: basta analizzarne qualcuna per rendersi conto degli specifici chiari e scuri. Sugli aspetti negativi dell’odierno vivere, proprio e altrui: c’è il male di vivere, un buio totale, incubi, ansie, città deserte, non esistenza (Nel buio); isolamento, vecchiaia, svanire dei sogni, perdute felicità (Solitudine); caducità della vita, il tempo effimero, speranze falciate, caduta delle illusioni (Fragile filo); scomparsa della gioia e della bellezza, vita interiore disturbata (In bilico); c’è una vita rinchiusa dove tutto manca (In isolamento) e che sfreccia follemente come un treno (La vita); il rimpianto per il tempo perduto, lontano da sé stessa nell’incapacità del vivere (Spreco); l’essere centrata solo su sé stessa, come un’isola deserta che s’inaridisce (Chiusura).
Sul rinascere della speranza e il riapparire della luce: nel bene e nel male, basta il sorriso di un bambino per capire che siamo tutti fratelli (Figli di Dio); la scrittura è necessaria come l’acqua sorgiva zampillante (Poesia); il risentire forti emozioni nel giorno di un anniversario (Cinquant’anni); quando tutto sembra grigio, basta un attimo per rinverdire la voglia di vivere (Il tempo che fugge); anche la luce delle stelle e i raggi della luna possono divenire segnali di ottimismo (Nell’oscurità); la passione-ossessione per i libri porta alla scoperta di altri meravigliosi mondi (Ossessione).
Ma chiudiamo con un lacerto di poesia civile dell’autrice, una poetessa-testimone del nostro tempo: «Donne forti/ indomite/ non si rassegnano/ alla loro condanna;/ coraggiose e audaci/ sfidano la morte,/ ribellandosi a eterni soprusi,/ urlano a squarciagola/ i loro diritti negati/… / Sono con voi,/ in ogni istante/ di questo mio tempo/ pieno di amarezza e inutilità» (Alle donne afghane).
Enzo Concardi
Gabriella Veschi, Chiaroscuro, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.88, isbn 979-12-82820-02-8, mianoposta@gmail.com.
"Oltre gli occhi", Michela Intropido
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Oltre gli occhi
Michela Intropido
Guido Miano Editore, Milano 2026.
L’amore per la vita quale fonte di speranza e di gioia
Il pensiero affidato da Michela Intropido all’esergo della raccolta dei suoi versi («Se non avessi vissuto/ non avrei mai visto/ la bellezza della vita») adempie a una funzione non superficiale nell’impostazione del discorso poetico. Tale sintetica puntualizzazione prolettica introduce innanzitutto a quell’intonazione di lieve concettosità, di riflessività garbata che diffusamente caratterizza il libro, prospettando una nota di schietto amor vitae, che i testi nel loro susseguirsi coordinato precisano ed efficacemente approfondiscono: «…E davanti ad un orizzonte/ disilluso/ fragile/ annebbiato da mille indugi/ ho scoperto/ che la bellezza di quanto vissuto/ era nel viaggio» (Il viaggio, corsivi miei, come sempre in seguito); «…Mi siedo in un silenzio di pensieri./ Ascolto il sussurro dell’anima./ Sento il desiderio di vivere/ ancora/ ancora/ ancora» (Il desiderio di vivere).
L’attenzione spiccata rivolta ai tanti suggestivi e captanti aspetti dell’esistenza conosce un duplice movimento fondamentale: per un verso in essa è adesione intensa e partecipe, nel momento presente, ai dati dell’esperienza concreta («Nel giardino della vita/ nascono fiori colorati// (…) Il bianco e il nero del tormento/ si dissolvono/ nei toni del nuovo giorno.// Finalmente/ la via per la felicità», La via per la felicità), per l’altro è istanza proiettiva, è volontà irresistibile di “guardare oltre”, di superare i confini spazio-temporali, determinati e verificabili, ma altresì soffocanti, dell’esistere, nell’intento di sporgersi coraggiosamente sull’ “orlo del dirupo” e attingere così la dimensione autentica, qualitativamente “altra” dell’essere, disponendosi alla contemplazione del suo orizzonte infinito: «Sull’orlo di un’asola/ come su un dirupo/ si delinea l’orizzonte di una scelta/ da colmare con un bottone di coraggio/ o con un’accettazione di esistenza…» (La decisione); «…Un sentimento/ ha vissuto il suo apice/ e si realizza in un tempo/ in cui ha saputo vivere/ oltre l’invano» (Follia); «…Un profumo/ in cui sento lo sguardo dell’essere.// (…) Un mare di parole/ riempie i fogli dell’esistere/ che come onde/ cercano l’infinito naufragare» (Attimo eterno).
Il risultato di siffatte sollecitazioni contrastanti è un atteggiamento di “sospensione” intellettuale-morale («Amo sospesa…/ Una farfalla nel vento/ un uccello in volo/ una foglia/ prima di raggiungere il suolo…», Sospesa), un bilicamento sotteso alla ricerca artistico-letteraria, in cui lucidità razionale e tensione emotiva («…Nasce l’Io/ ormai esiliato/ da mille dubbi/ ma vincitore/ per aver creduto/ in una semplice/ idea sensibile», L’Io), abito indagatore e testimonianza appassionata si uniscono in un’interessante relazione dialettica, nella consapevolezza che, per usare la celebre espressione del filosofo Hegel, «niente di grande è mai stato compiuto al mondo senza passione».
Da ciò consegue l’inclinazione costante alla formalizzazione dei contenuti etico-sentimentali in chiave antitetica; e le antitesi - «…Un simbolismo di opposti/ a cui destinare versi irrisolti» (La cupola di una giornata) - contraddistinguono la fisionomia strutturale-compositiva delle liriche, scandendone il respiro profondo: buio/luce: «…La luce delle parole/ svela/ la bellezza del profondo.// Non c’è buio in cui nascondersi…» (La maschera); gioia/dolore: «…Pensando al grembo/ in cui sono cresciuta/ tra un mare di lacrime/ e onde di sorrisi…» (Terra); antico/nuovo: «…Sorseggio acqua di speranza/ per un nuovo raggio di luna/ (…) Rimembro desideri reconditi/ di un amore ormai intriso di nostalgia» (Amore perduto); chiuso/aperto: «Ho vissuto la solitudine/ dentro una stanza buia/ (…) Guardando da una finestra/ vedo spazi infiniti» (Dalla finestra).
Le ricorrenti riflessioni sul tempo focalizzano poi l’opposizione di attimalità e eternità, radicalizzandola sino alla contraddizione ossimorica («…L’inafferrabile secondo/ che cerco di non sopraffare/ con l’estrema passione/ per l’infinito istante», Sospesa, cit.), mentre l’insorgente tendenza alla “resa” risulta nell’autrice prontamente controbilanciata dal ritorno della speranza, dalla reazione attivamente positiva e corroborante: «…Oggi le mie ossa hanno sofferto/ il dolore dell’emozione/ che ignaro/ ha oltrepassato la soglia dell’armistizio/ e giunto alla resa/ ha saputo guardarsi in uno specchio di lacrima/ e rialzarsi» (La resa); «Una goccia di pioggia/ cade sul vetro./ Bagna la mia immagine riflessa./ Tocca l’anima./ Ne vivo il dolore.// Stanca/ interrompo lo sguardo languido/ che attutisce il colpo/ e diventa coraggio/ di questa giornata» (Una goccia di pioggia).
D’altra parte lo stesso motivo del ricordo si carica di indubbia valenza energetica: «…Indago nel ricordo/ rivivo splendidi orizzonti/ le cui albe/ non ho dimenticato/ mai» (Ritorno).
La poetessa predilige un linguaggio scarno ed essenziale, ove l’agile, diretta linearità nominale sperimenta variazioni espressive, affinamenti stilistici tramite l’impiego dell’anafora («Nei viaggi ho fatto… Nei viaggi ho fatto…, Nei viaggi), dell’anastrofe («In quel luogo/ dove il silenzio muore/ dalla moltitudine di rumori nasce l’Io» (L’Io, cit.) o dell’enjambement: «Ora posso toccare/ il viso pulito/ di un’anima/ ormai nuda», Una maschera, cit.) ; «Si vanifica il superfluo/ per vivere un immenso/ stupore di colori» (Lo stupore).
Se per la Intropido «esiste una follia/ che si concretizza in versi» (Follia), questa nondimeno mai è scevra di circospezione critica e di rigore formale: «…Credo in un occhio vigile./ Si apre e si chiude tra incredule visioni/ e ridona immagine/ ad un mondo ignoto»(Oltre).
Floriano Romboli
Michela Intropido, Oltre gli occhi, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.68, isbn 979-12-82820-01-1, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Michela Intropido è nata a Pavia e abita a Belgioioso; è un’insegnante di scuola primaria. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Ogni giorno… un nuovo giorno (2024) e Attimi di esistenza (2025). Ha pubblicato anche in varie opere antologiche e in siti di cultura come “Alessandria Post” e “Poliedrico Magazine” e nella rivista “Il mensile Lucano”. Ha conseguito vari premi e riconoscimenti; tra i più recenti: Premio William Blake 2025 con la poesia “Parole a mia figlia”, conferito dall’Associazione Culturale “La Chimera” di Lecce e Menzione di merito per la poesia “Pace” al concorso “Penna D’autore 2025”.
Angela Dibuono, "Il silenzio che accompagna"
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Il silenzio che accompagna
Angela Dibuono
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Ci sono poeti che attraversano il tempo con passo lieve, ma con una voce che non smette di interrogare la realtà. Angela Dibuono appartiene a questa genealogia: la sua parola nasce da un ascolto profondo, da una fedeltà al vissuto, da una capacità rara di trasformare la fragilità in conoscenza. Il silenzio che accompagna non è soltanto un’antologia: è la ricomposizione di un cammino, la restituzione di una voce che ha saputo attraversare decenni di scrittura mantenendo intatta la propria autenticità.
Fin dalle prime pagine, i testi rivelano una poetessa che osserva il presente con lucidità e inquietudine. La modernità digitale, la solitudine urbana, la perdita del contatto umano diventano materia poetica. In C’era un tempo, l’autrice ricorda un passato in cui «incontrarsi era un rito di voci e di mani», contrapponendolo alla contemporaneità dove «il tramonto muore in un post». È un verso che condensa un’intera epoca, un’intera trasformazione antropologica: la sostituzione dell’esperienza con la sua immagine. La città è protagonista di molte liriche: una metropoli lucida, scintillante, ma priva di calore. In Metropoli cieca, «marmo, vetro, acciaio» compongono un paesaggio dove «l’indifferenza è un muro trasparente».
In Cronaca di un vetro rotto, la poetessa osserva «giovani facce, cuori d’asfalto» che cercano un urto per sentirsi vivi. Sono immagini che non giudicano, ma testimoniano: la poesia diventa sismografo del disagio contemporaneo, capace di cogliere le crepe sotto la superficie del benessere.
Accanto alla dimensione urbana, si apre quella naturale, luminosa, alpina. I testi dedicati a Innsbruck e alle valli del Tirolo sono tra i più intensi della raccolta. In Vene azzurre in movimento, l’acqua dei fiumi alpini è «un turchese freddo, un cristallo fuso», mentre in Gioia pura, l’aria frizzante del Tirolo la natura diventa un luogo di rinascita: «le cime innevate forano il cielo azzurro,/ giganti bianchi, custodi di silenzi antichi». Qui la parola si fa contemplazione, quasi preghiera, e la poetessa ritrova un respiro più ampio, una sacralità della luce che cura e rigenera.
La raccolta attraversa poi la stagione della pandemia, con la sua sospensione e le sue paure. In Per non dimenticare, dietro «mascherine senza sorrisi», le anime resistono, custodendo una speranza che non si lascia cancellare. È una poesia che non indulge nel dolore, ma lo attraversa con compostezza, trasformandolo in memoria condivisa.
Molti testi sono dedicati alla memoria familiare, alla perdita, alla cura. In Davanti alla finestra l’autrice ascolta le parole di un fratello morente che, dal letto d’ospedale, confessa: «quasi incosciente sono cosciente d’amarla/ questa vita». In L’ultimo dono il padre diventa presenza che resiste anche nell’addio: «quel cenno d’addio/ semplice come una preghiera». Sono pagine di grande delicatezza, dove la poesia diventa gesto di custodia, di gratitudine, di riconciliazione.
La voce di Angela Dibuono è anche civile, attenta alle ferite del mondo. In Grida forte il silenzio la poetessa ricorda «bianche innocenze» travolte dalla guerra, e confessa la propria impotenza di fronte alle immagini che «arrivano attraverso gli occhi/ a scavarci l’anima». In Quanto costa Kabul?, dedicata alle vittime dell’attentato del 2009, la domanda è diretta, senza retorica: «Quanto costa Kabul se i sogni si dissolvono/ in girandole di schegge lavate col sangue?». Qui la poesia diventa testimonianza, memoria, responsabilità.
La voce di Angela Dibuono sa essere anche intimista, essenziale, quasi sussurrata. Nella lirica Le parole sono confini l’autrice confessa: «Taccio per non limitarti./ Le parole sono confini». In All’ombra sacra del salice l’amore è un luogo di attesa e di pudore: «Non dissi mai ti amo.// Eppure amai sempre intensamente». Sono versi che rivelano una poetica della misura, della delicatezza, della verità non gridata. La prima sezione Il silenzio che accompagna, che raccoglie poesie inedite e che dà il titolo al volume, si chiude con componimenti brevi, haiku e tanka, dove la parola si fa ancora più essenziale. In un haiku «il tempo attese e rimpianti/ ricordi tornano»; in un tanka «ciò che ieri bruciava/ oggi è feritoia per l’oltre». È la sintesi di un’intera poetica: la capacità di trasformare la ferita in varco, il dolore in conoscenza, il silenzio “che non tace” in presenza attiva.
La raccolta si apre poi alle opere precedenti, restituendo la continuità di una voce che ha saputo evolversi senza perdere la propria radice. In Ventanas, la poetessa ritrae il paese natio con immagini che sono insieme antropologiche e affettive: «Impigriscono giovani/ di ieri sulle panchine/ (…) Intristiscono ragazze/ alle finestre come rondini…». Nella sezione Spicchi di luna… orizzonti lucani, la terra lucana è protagonista: «perpetuamente/ semplice e ridente/ come un cespo/ di ginestra in fiore». È una poesia che custodisce la memoria dei luoghi, delle persone, delle stagioni dell’anima.
Il silenzio che accompagna è dunque un ritratto poetico completo: un mosaico che permette di cogliere la profondità di una voce che ha attraversato la vita senza mai smettere di interrogare il mondo. La poesia di Angela Dibuono è fatta di silenzi che parlano, di ferite che diventano luce, di memorie che non chiedono consolazione ma verità. È una poesia che sa essere civile senza perdere la sua intimità, che sa essere personale senza chiudersi al mondo, che sa essere lucana e universale allo stesso tempo. Accogliere questo volume significa entrare in un territorio poetico che non concede scorciatoie: richiede attenzione, ascolto, disponibilità. Ma chi saprà offrirle, troverà un dono raro: la compagnia di una parola che resta, che illumina, che custodisce. Il che non è poco. Perché la poesia di Angela Dibuono non si limita a raccontare: accompagna. È una voce che si avvicina senza invadere, che consola senza promettere, che ricorda senza ferire. È una voce che sa stare accanto, come fanno le presenze più vere: quelle che non chiedono nulla, ma restano.
In molti suoi versi, la poetessa sembra parlare direttamente al lettore, come quando confessa: «Taccio per non limitarti./ Le parole sono confini» (Le parole sono confini). Qui la poesia diventa gesto di cura, di rispetto, di pudore: un modo per dire che l’amore, la memoria, la ferita non hanno bisogno di essere spiegati, ma custoditi. E in altri momenti, la sua voce si fa quasi un abbraccio, come nell’immagine della figura cara ed emblematica della nonna «icona di saggezza» seduta «in riva al fiume senza tempo del ricordo» (Sei bella).
È in questi frammenti che la poesia di Angela Dibuono raggiunge la sua verità più alta: la capacità di trasformare il dolore in luce, l’assenza in presenza, la fine in un inizio che continua a vibrare.
C’è una commozione che attraversa tutto il libro, ma non è mai esibita. È una commozione che nasce dalla vita stessa: dai figli che crescono, dai vecchi che pregano «come innamorati un po’ sconvolti» (Come innamorati un po’ sconvolti), dalle madri che restano mute perché parla soltanto il loro silenzio (Silenzio di madre), dai paesi lucani che conservano ancora il palpito antico della vita (Ventanas).
Alla fine del percorso, il lettore comprende che questa antologia non è solo un libro: è una vita intera che si lascia attraversare, una memoria che si offre, una voce che chiede di essere ascoltata non per essere capita, ma per essere condivisa. E allora Il silenzio che accompagna diventa un libro che non si chiude: si posa. Resta sul tavolo, sul comodino, nella memoria. Resta come restano le testimonianze che hanno toccato davvero.
Perché la poesia di Angela Dibuono non passa: rimane. Rimane nelle immagini, nei silenzi, nelle ferite, nei paesaggi, nei gesti. Rimane come rimane un volto amato, come rimane un profumo, come rimane una voce che non si dimentica.
E chi leggerà queste pagine, forse, scoprirà che qualcosa si muove dentro: un ricordo, un dolore, una tenerezza, una domanda. E capirà che la poesia, quando è autentica, non consola: accompagna. E quando accompagna, non abbandona più.
Michele Miano
Angela Dibuono, Il silenzio che accompagna, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.88, isbn 979-12-81351-99-8, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Angela Dibuono è nata ad Armento (PZ); ha compiuto i suoi studi presso la Facoltà di Materie Letterarie dell’Ateneo di Salerno in un periodo ricco di frequentazioni culturali con artisti ed editori. La sua produzione letteraria, varie raccolte di poesia, narrativa e saggi critici, è stata seguita ed apprezzata da poeti, critici letterari ed artisti tra cui Alda Merini, Roberto Carifi, Luigi Fontanella, Luigi Reina, Sebastiano Martelli, Raffaele Nigro, Pasquale Francischetti, Mario Santoro, Patrizia Del Puente (poesia dialettale), Dante Maffia e Silvana Arbia (narrativa), Eugenio Bennato e Michele Placido. In età di riposo lavorativo, l’autrice prosegue il suo percorso letterario fondato sulla poetica del silenzio attivo e di testimonianza antropologica. A questo affianca da sempre una costante attività di volontariato culturale (eventi e concorsi letterari) e civico destinando il ricavato delle vendite dei suoi libri a sostegno della Fondazione AIRC per la ricerca.
A cura di Enzo Concardi, "Diario poetico di Franco Campegiani"
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Diario poetico di Franco Campegiani
a cura di Enzo Concardi,
Guido Miano Editore, Milano 2026
Il Diario poetico di Franco Campegiani, pubblicato da Guido Miano Editore nel 2026, e curato dall’ottimo critico Enzo Concardi, rappresenta senza dubbio un unicum artistico. Si tratta, infatti, di una ‘navigazione’ attraverso la poetica del critico letterario, filosofo, saggista e critico d’arte. L’ho definito un unicum, ovvero un testo che non ha uguali o repliche nella tradizione letteraria, perché Concardi intraprende un viaggio dalla silloge Ver sacrum del 2012 a Dentro l’uragano, vincitore della Golden Selection di Roberto Sarra del 2021, fino ad alcune liriche inedite, postando un’esegesi sotto ogni componimento del Nostro.
Tengo a precisare che sono amica di Franco Campegiani da più di vent’anni e ho seguito il fiorire delle sue opere con ammirazione e spirito animato da costante apertura alla meraviglia che l’autore ha sempre conservato nei confronti della parola, dell’arte e della vita. Il Diario si apre, cronologicamente, con una lirica possente (tratta da Ver sacrum), Guerra e pace, della quale cito i due versi della chiusa: «…E sono io Caino, io Abele,/ io l’angelo e il diavolo di me stesso». Concardi nella sua critica coglie il dualismo, che è una delle caratteristiche pregnanti della visione poetica di Campegiani. In filosofia, il mito di Caino e Abele rappresenta la struttura originaria della fraternità, e della responsabilità etica verso l’altro. La vita è vista dal nostro autore come un’eterna e irrisolta oscillazione tra opposti inconciliabili: bene e male, luce e tenebra, spirito e materia, paradiso e inferno. L’essere umano non è un’unità armonica, ma un misto paradossale di aspirazioni celesti e bassezze terrene... Si potrebbe definire un cherubino al cospetto del fango. Il poeta è un acrobata o un giocoliere (istrïon) in equilibrio instabile sul baratro del peccato e della virtù, sospeso tra il sogno di un’arte ideale e la corruzione della realtà.
Le liriche successive Luna apuana e Amarti è perderti consentono a Enzo Concardi di spostare l’attenzione su altre due tematiche fondamentali dell’arte di Campegiani: l’amore per la natura e il sentimento passionale. La natura riveste nel Nostro un ruolo ancestrale, in quanto lo riporta alla sacralità delle origini contadine. La terra non è vista solo come fonte di sostentamento, ma come uno spazio mitico, rituale e spirituale. Il lavoro dei campi si eleva a liturgia e il legame con gli antenati diventa una forma di devozione. Nella poesia contadina il ritmo delle stagioni assume una dimensione sacrale. Non c’è spazio per il caso: la semina, l’attesa e il raccolto sono vissuti come misteri di morte e rinascita. Nei versi d’amore, che da sempre amo particolarmente, il sentimento viene ritratto come un rischio inevitabile e vertiginoso, dove la bellezza del legame convive con la costante consapevolezza della precarietà e della possibile perdita. La vulnerabilità di aprirsi all’altro trasforma l’amore in un’esperienza intensa che unisce la gioia dell’unione alla fragilità dell’assenza. Potrebbe sembrare un canto rinunciatario, ma come precisa Concardi, è un tempio innalzato al rispetto dell’altra.
Indimenticabile la lirica Case nere lungo i viali asfaltati: «Il male d’oggi è chiuso in un recinto/ di plastificate muraglie,/ ghetto refrattario in una cupola/ agli spiragli di luce…». Muri di polimero e schermi accesi, strati di finzione che isolano i cuori, architetture dell’apparire, fredde e tese, mentre fuori muore l’autentico sapore delle cose.
L’anima urta contro questa barriera lucida, cercando una crepa, una ferita di terra, ma la muraglia non cede, non sanguina, imprigiona l’umano in una perenne, finta primavera. Le radici contadine per l’autore rappresentano un ritorno alla concretezza dell’esistenza come risposta alla crisi della modernità e dell’urbanizzazione Vivere con radici contadine significa dare valore a ciò che è essenziale, evitando gli sprechi e recuperando un contatto diretto con il “fare” manuale e intellettuale. L’essere umano ha bisogno di appartenere a un luogo e a una comunità solidale per non sentirsi sradicato nella società moderna.
In liriche come Concerto di primavera (tratta da Dentro l’uragano) - Concardi riconosce i principi francescani del Cantico delle Creature. E la sua esegesi, arpa accordata con maestria ai versi del Poeta, coglie ogni sfumatura del suo amore verso i miracoli del creato. E una poesia così straordinariamente ispirata induce anche a far riferimento alla filosofia presocratica e classica, nella quale la primavera rappresenta il dinamismo dell’essere, il passaggio dal potenziale all’atto, il ciclo vitale in cui la natura mostra la sua forza generatrice. L’idea di un “concerto” applicato alla primavera richiama addirittura la concezione pitagorica dell’armonia delle sfere, in cui la musica e l’ordine naturale riflettono la medesima struttura razionale e bellezza geometrica dell’universo. Il concetto è fissato, in Tellure, dalla chiusa che trafigge: «…E ogni pomo è il padre,/ il figlio, lo spirito santo», che, per dirla con Concardi, sancisce il rapporto Uomo-Natura.
Sempre tratta da Dentro l’uragano la dolcissima lirica Con passi brevi ed alati che l’esegeta interpreta come un viatico verso la donna, intesa alla maniera di Faust. E i versi incarnano senz’altro uno dei nodi filosofici e poetici del Faust di Johann Wolfang von Goethe e, più in generale, della filosofia che riflette sulla condizione umana il desiderio e il tempo. Muoversi con «passi lievi e alati» rappresenta la capacità (concessa dall’alleanza magica e diabolica con Mefistofele) di liberarsi dal peso della gravità esistenziale, di fluttuare sopra il tempo e lo spazio per sperimentare tutto il possibile.
La lirica Tutto tornerà al suo posto, sempre da Dentro l’uragano, si potrebbe paragonare all’ancora gettata nel corso del viaggio. Non esprime una speranza, ma una certezza. L’uomo saprà rinascere da sé stesso, sopravvivere anche a una «bufera cosmica». Il punto cruciale della teoria di Campegiani: dopo la distruzione, il cosmo rinascerà esattamente identico a prima (palingenesi). L’uomo e la natura ritorneranno a vivere in un nuovo ciclo cosmico originariamente perfetto. L’eterno ritorno, di eraclitea memoria, credo rappresenti la riflessione più profonda che il Poeta filosofo ci spinge a fare.
Dopo la sosta, leviamo l’ancora e ci rilassiamo con Qui ora, poesia definita giustamente provocatoria da Enzo Concardi. Il concetto, noto in latino come hic et nunc, indica la condizione di essere pienamente consapevoli del momento presente e dello spazio in cui ci si trova, senza farsi distrarre dai pensieri sul passato e dalle ansie per il futuro.
La poesia L’essere è qui (da Dentro l’uragano) spinge Concardi a leggere essenzialmente il filosofo e il suo alter ego e a paragonarlo al Luigi Pirandello dell’opera Uno nessuno è centomila del 1996 e al Nietzsche de L’eterno ritorno. Cito due versi esaustivi in merito: «…L’oltre sta qui, nel cordone ombelicale/ che mi lega all’altro di me stesso…». E in questo testo filosofico, l’esegeta ha tutti i motivi per citare Friedrich Nietzsche e L’eterno ritorno dell’uguale, secondo cui la realtà e il tempo non seguono una linea retta, ma un ciclo infinito, nel quale ogni istante, gioia e dolore si ripetono identici per l’eternità.
In Franco Campegiani l’aspetto filosofico è poeticamente presente. Si potrebbe dire che il suo è un modo di esprimersi che unisce la ricerca profonda del senso della vita tipica della filosofia, alla bellezza e all’intuizione emotiva della poesia. Mi inchino alla lettura critica della lirica amorosa Morire in te, che fa riferimento al Pavese della meravigliosa poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e si sofferma sull’utilizzo dei verbi. Cito alcuni versi: «…Spegnermi come si spegne/ questo ciclone di fuoco che cade/ nella rete del pescatore…». L’espressione evoca l’idea paradossale di qualcosa di immenso, indomabile e distruttivo, che viene inaspettatamente intrappolato o contenuto da uno strumento umile.
Tra le poesie inedite mi ha colto come un pugno allo sterno Periferia, che recita: «…Anch’io difatti mi manco,/ non so dove sia/ la parte nascosta di me…». Lirica che inizia con i versi di Rimbaud e, secondo il prezioso Concardi, tende a denunciare l’odierno male di vivere. In effetti l’espressione «mi manco» tocca uno dei temi più profondi della filosofia dell’esistenza, dell’ontologia e della psicoanalisi. Mentre comunemente diciamo «mi manchi» riferendoci a un altro, dire «mi manco» sposta il vuoto all’interno del soggetto stesso. In filosofia, questo concetto non indica una semplice tristezza, ma una condizione strutturale dell’essere umano. Il cortocircuito espresso da «mi manco» si ricollega direttamente alla celebre rivoluzione d’identità operata da Arthur Rimbaud con la sua forma più famosa «je est un autre» teorizzata nelle storiche Lettere del Veggente, che apre la lirica del nostro autore.
Altra poesia inedita di grande valore è Il silenzio e le parole. L’esegeta la ritiene una sorta di manuale del poeta autentico. Il silenzio non è assenza, ma il grembo primordiale da cui nasce la sillaba. Il viaggio si conclude con la lirica inedita Il gioco dei perché: «So di non sapere/diceva l’ateniese, invece/ il bimbo che gioca non sa mai/ di sapere quello che sa». Socrate non intendeva dire che non sapeva nulla, ma che era consapevole dei limiti della conoscenza umana. Chi crede di sapere tutto smette di imparare; chi invece sa di non sapere cerca continuamente la verità. Si tratta di riprendere la tipica curiosità dei bambini, considerati “filosofi naturali” per la loro capacità di stupirsi e di non accettare le regole sociali o le spiegazioni dogmatiche come dati di fatto. Si salpa da questa navigazione, che ci vede guidati da un superbo Virgilio, arricchiti e stupiti. Credo che opere simili scavino nell’anima e allenino alla ragione. Non dovrebbero restare doni isolati... abbiamo bisogno di così grandi funamboli della poetica filosofica.
Maria Rizzi
Diario poetico di Franco Campegiani, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-82820-00-4, mianoposta@gmail.com.
Bateau-Lavoir e La Ruche: I Due Fari dell'Avanguardia a Parigi
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Bateau-Lavoir e La Ruche: I Due Fari dell'Avanguardia a Parigi
Tra l'inizio del Novecento e gli anni Trenta, Parigi è stata il baricentro dell'arte mondiale. Questa straordinaria stagione culturale non si è sviluppata nei salotti accademici, ma in due leggendari complessi di studi d'artista: il Bateau-Lavoir a Montmartre e La Ruche a Montparnasse. Nonostante la precarietà materiale e le condizioni di vita spartane, queste due "fucine" hanno accolto pittori
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