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claudio fiorentini

Roberto Benatti, "Vomeri d'ombra"

24 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #poesia

Roberto Benatti, "Vomeri d'ombra"

Vomeri d’ombra

Roberto Benatti

Il vomere è la lama triangolare dell’aratro che rovescia la zolla dopo averla tagliata. Un arnese, quindi, che fa uno scavo sulla terra tracciando linee su un pezzo di mondo come lo fa un cesello su un pezzo di legno. Spesso queste linee sono parallele, e pettinano la terra seguendo l’ordine razionale voluto dall’agricoltore. L’aratro è trainato da trattori o da animali, e il vomere, la parte più bassa, quella che è in profondo contatto con la terra, fa il lavoro più ombroso dell’aratura, perché è dentro, e cerca di uscire, ma non può uscire se non porta con sé zolle marroni, preparando la terra alla semina.

Se non fosse per il vomere, la semina sarebbe disordinata, non seguirebbe la logica ferrea del trattore. E allora, questo strumento triangolare, responsabile dello scavo, è anche responsabile della qualità del nuovo raccolto.

Così è il pensiero, e tutto quello che lo trasforma in espressione, nel caso specifico la poesia. Infatti, se tentassimo di definire la poesia, diremmo che è uno scavo interiore, un processo creativo attraverso il quale si cerca ciò che è dentro togliendo ciò che è in superficie, che di solito ci impedisce di vedere quella verità che non sappiamo in che altro modo esprimere.

Quindi il vomere ha molte similitudini con la poesia, e non solo dal punto di vista del poeta, anche dal punto di vista del fruitore.

Il vomere fa uno scavo lungo, non profondo, faticoso e tenace. Ed è sotto la superficie della terra che arriva, nell’ombra.

La poesia è assimilabile a un vomere, e per scavare nell’ombra occorre che sia fatta d’ombra, e immaginate quanto possa essere profondo lo scavo se viene fatto dall’ombra.

Ma veniamo al libro di Benatti. Le poesie sono prevalentemente lunghe, alcune suddivisibili in capitoli, usano un linguaggio accessibile, senza ricerca sperimentale né sonorità contorte.

Sono poesie che si leggono in sordina, quasi tacendo, ma si leggono diverse volte prima di lasciare un segno, perché scavano lentamente e con dolcezza, non sono una trivella che cerca pozzi di petrolio, sono un aratro che scava solchi, non aggrediscono la terra, né il lettore.

Leggendo, mi è sembrato di trovarmi davanti ad una mostra di fotografie in bianco e nero, di quelle fotografie che ti fanno contemplare, di quelle che non esprimono la violenza del colore, ma la violenza di uno sguardo. Ho visto migliaia di sfumature, non colori piatti, e il soggetto fotografato prescinde dallo sfondo, risalta nella sua crudele nudità.

Per questo la lettura non deve essere drammatica, ma va vista come una constatazione, vediamo:

Senza questo buio spesso

La miseria non chiuderebbe

Le ganasce alla sua morsa,

Né la speranza

Allenterebbe la sua presa

Senza uno spiraglio di luce.

Sono i versi di apertura della prima poesia, che dà il titolo al volume, e già questi versi sono una poesia a sé stante.

Queste poesie non sono un racconto di vita o una confessione delle proprie angosce. Partendo da lontano, il buio spesso, la miseria, le ganasce… il poeta presenta qualcosa di molto intimo. Bene fa a non parlare di sé, perché infatti nella poesia è il lettore che deve trovare una parte di sé, mai lo farà se il poeta gli impone la sua storia.

E tu hai perso tutto per me

Mentre io ti ho rimborsato

Con dolore nel dolore.

Questi tre versi chiudono la prima parte della poesia, e vediamo che qui si legge qualcosa che riguarda il poeta, ma non è così. Se prendessimo questi versi da soli non avrebbero forza, leggendoli a seguito dei primi sei, invece, la preparazione del fruitore permette di vivere quei versi come qualcosa di suo.

Ma vediamo un altro esempio di poesia:

Consapevole immensità

Che riaffiori da ogni paradiso,

squarcia la mia pelle di pioppo

e divora le mie foglie

ignorando il veleno della mia rabbia,

la cecità larvale

d’ogni mia seduzione

Ho incastonato

Le tue pietre preziose

Nell’anello della mia presunzione

Le tue gemme, lo so,

non si graffiano,

non sono chincaglieria

che si pesta fino a farne farina

stringimi al petto, allora,

come una rosa abbraccia le spine

e il velluto dei suoi petali.

Dammi lo strazio di resistere

Alle attraenze della memoria,

ai sensi affilati da superbi ritratti,

Fanne scia di cometa che non passerà più.

Scia di cometa, pag. 80.

Bene, il poeta non racconta, evoca. Nella poesia non si parla dei propri problemi, delle proprie preoccupazioni, perché la poesia è scavo interiore, è ricerca del giusto dove il giusto non si trova, è riscatto del bello dove il bello non si vede, è esplosione di significati senza significare nulla.

Questa poesia fortemente evocativa dice tra le righe molto di più che nelle righe. Non sta a me raccontarne i significati nascosti, ogni lettore troverà i propri, anche a questo serve la metafora.

Resterà solo una luce tremula

Oltre il velo che separa

La danza aerea dei segni

Nell’equilibrio delle porte aperte.

Un binomio di candele accese

Contro sfondi senz’atmosfera.

Una fiamma viva

Che brucia senza fumo

E illumina la nudità della mente.

Quindi un susseguirsi d’immagini: luce tremola, velo che separa, danza dei segni, porte aperte, candele accese… ogni immagine una sensazione privata e profonda che non si può raccontare se non con quelle immagini, opportunamente inserite nel contesto, introdotte da resterà, oltre, aerea, equilibrio… quindi una guida, istruzioni per l’uso, quasi a dire cosa fare o cosa accade a quelle sensazioni che costituiscono il patrimonio dell’io e del sé.

Sono poesie asciutte, prive di narcisismo, non portano al lettore la felicità o l’infelicità del poeta, come non porgono al lettore la banalità del proprio vissuto, semmai permettono di inserire un vomere nell’ombra del silenzio e di rivoltare le zolle della vita per prepararsi alla semina, e quindi a un nuovo raccolto.

Claudio Fiorentini

7 novembre 2014

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PREMIO LETTERARIO "VOCI-CITTA' DI ABANO TERME"

22 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #cultura

Il Circolo I. P. LA C. (Insieme Per LA Cultura)

con i Patrocini (richiesti):
della Regione Veneto e della Provincia di Padova;

dei Comuni di: Abano Terme (PD), Castelvenere (BN), Cinto Euganeo (PD), Erice (TP), Grosseto, Grottammare (AP),Marino Laziale (RM), Montegrotto Terme (PD),Montignoso (MS), Roma, Teggiano (SA);
e di: G.A.L. (Gruppo Azione Locale) Patavino, Parco Regionale dei Colli Euganei (PD).

Gemellato con le Associazioni Culturali:

Alberoandronico (Roma), Cenacolo Altre Voci (Milano),Circolo Smile (Vallecrosia - IM),
Il Porticciolo (La Spezia), Mimesis (Itri – LT), Pegasus Cattolica (Cattolica - RN),
Pelasgo 968 (Grottammare - AP).

Con la collaborazione delle Associazioni Culturali:

Accademia Alfieri (Firenze), Amici Insieme Onlus (Siano –SA),
Bellizzi Arte & Sociale (Bellizzi - SA), Carta e Penna (Torino),
Habeas Corpus (Napoli), Le Tartarughe (Ostia – RM)

e con:

Parco Letterario “F. Petrarca” e dei Colli Euganei (PD),Confesercenti (PD);
F.A.I. (Fondo Ambiente Italiano) – Delegazione di Padova;
Consorzio Vini dei Colli Euganei (PD);
ARTeMuse – David & Matthaus Edizioni (Serrungarina – PU);
Kairòs Edizioni (Napoli); Rupe Mutevole Edizioni (Bedonia - PR);
Anterem, Maremma Magazine, Nuova Tribuna Letteraria, www.tavolainscena.it.

organizza il

PREMIO LETTERARIO NAZIONALE
“VOCI – CITTÀ DI ABANO TERME” – X Edizione 2015

Scadenza: 28 febbraio 2015

Informazioni, regolamento e bando di concorso su www.circoloiplac.com e info@circoloiplac.com

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Sulla poesia di Marco G. Maggi Il quadrato delle radici

20 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #poesia

Sulla poesia di Marco G. Maggi  Il quadrato delle radici

Il quadrato delle radici

Le mattine avevano fauci di nebbia
inghiottivano prima dell’ingresso
e ti buttavano come una risacca
nelle sineresi dei neon sul linoleum
fino a dileguarsi nel buio dei passi

Si camminava rasenti alla vita
sognando un orizzonte lontano
-e qualcuno sarà poi anche andato
a cercare altrove la sua speranza-
ma i più sono ancora qui dove
anche uno zero ha la sua importanza

aggrappati alle nostre radici
siamo rimasti.

Marco G. Maggi - 6 Novembre 2014

Proprio mentre la pioggia ci chiama a casa, ci chiede di rifugiarci al calduccio, mi arrivano questi versi che restituiscono per intero la vulnerabilità di chi, costretto a mostrarsi invulnerabile, scopre il suo lato bambino, il bisogno di calore e di conforto che l’età adulta nega. Marco Maggi è un imprenditore di successo, non avrebbe bisogno della poesia per sentirsi parte del mondo, eppure risponde alle più profonde esigenze dell’anima scrivendo preziosi versi. Con le sue parole riesce ad evocare quanto di più profondo vi è in noi, scava il buon Marco, scava e trova l’anima, o almeno ne recepisce i messaggi che, attraverso le parole, trasmette. L’anima è nascosta dal ritmo forsennato che ci impongono le nostre esistenze, trovarla e ascoltarla è difficile. La poesia (che è nei versi, ma che è anche in tutte le arti) diventa indispensabile per scorgere anche un solo attimo quella luce che è in tutti noi: orienta, guida, conduce il lettore nell’intimo cammino della scoperta di sé, per questo deve essere evocativa, e Marco riesce nell’intento di ripetere la magia della sua ricerca interiore senza imporla, i suoi versi diventano ricerca interiore per il lettore che, leggendo, non trova il poeta, ma trova la poesia che ha dentro di sé. Un codice quindi, un processo di compressione ed espansione, come le stringhe di bit che passano da un computer all’altro: se da una parte si comprime il messaggio in un segnale comprensibile solo alle macchine, dall’altro si ha la capacità di espandere e decifrare questo segnale che diventa specchio del contenuto. La poesia è quel segnale in codice, il genio sta nella capacità di comprimerlo, per renderlo intelligibile all’anima di chi legge, e che esploderà nella sensazione e nell’emozione che, se dovessero essere tradotte di nuovo in codici, quindi in parole, ritornerebbe ad essere quella poesia. E nei versi c’è quello che non può tradursi in altro modo, perché nei versi “anche uno zero ha la sua importanza”.

Claudio Fiorentini

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"RISPOSTA AD UNA INTERVISTA A MARIO TRONTI"

18 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #interviste, #cultura, #televisione

 "RISPOSTA AD UNA INTERVISTA A MARIO TRONTI"

Il 28 settembre è stata pubblicata su Repubblica un’intervista a Mario Tronti, che ho letto e conservato per alcune frasi che mi hanno colpito. Alla domanda dell’intervistatore, Antonio Gnoli, “Nostalgia delle rivoluzioni?” Tronti risponde “No, semmai del Novecento che fu anche il secolo delle rivoluzioni…. Dove sono il grande pensiero, la grande letteratura, la grande politica, la grande arte? Non vedo nulla di ciò che la prima parte del Novecento ha prodotto.” Più avanti dice “La fase è molto confusa. Ogni cosa va per conto proprio. Agli inizi del ‘900 si parlava della grande crisi della modernità. Poi questa è arrivata. E ora che ci siamo dentro fino al collo non sappiamo in che direzione andare. È lo stallo. Si guarda senza vedere realmente.”

Bene, a parte che già la seconda asserzione sembra una risposta alla prima, mi sentirei di commentare e completare questi interventi di Tronti.

Innanzi tutto direi che la grande arte, la grande letteratura, il grande pensiero (altro è la grande politica) vivono una fase molto confusa, come lo stesso Tronti dice. Perché? Forse non esistono più artisti, letterati, pensatori o, peggio, non esistono più movimenti? Non so cosa risponderebbe Tronti a questa domanda, e mi rammarico per la mancanza di spirito dell’intervistatore che non ha saputo cogliere il segno. Io risponderei che esistono: i movimenti, il pensiero, la letteratura, la poesia e l’arte sono ancora grandi, e continueranno ad esserlo, altrimenti la razza umana intera sarebbe un fallimento. Ciò che sottolineerei invece, è che se nella prima parte del Novecento i pensatori e gli artisti erano pochi, la cittadinanza combatteva con l’analfabetismo, con le guerre e con le idee che venivano represse da certi totalitarismi, avere idee faceva paura e faceva notizia, se ne parlava… la voce passava di bocca in bocca, non era certo il calcio ad occupare il nostro pensiero perché l’umanità intera ancora non si era asservita al Dio Televisione. Cosa è cambiato tra la prima e la seconda metà del Novecento? I mass media, il modo di comunicare che, se prima era condivisione, con la TV diventa fruizione passiva. Pasolini aveva ben inquadrato il problema nel 1966, quando scriveva: «La televisione è l’espressione concreta attraverso cui si manifesta lo Stato piccolo-borghese italiano. Ossia è la depositaria di ogni volgarità e dell’odio per la realtà». Ma la televisione è anche comunicazione che si subisce, non un “cum”, ma un “da - a”, non la si può controbattere, e anche se la mania del passaparola non si è persa, cosa è successo con la voce che passa di bocca in bocca a metà del novecento? Semplice, se prima si parlava del raccolto nei campi, della fatica in fabbrica, della vendemmia e delle idee che si venivano a conoscere (perché comunque gli argomenti a disposizione erano pochi), con l’avvento della TV si è iniziato a parlare dei programmi televisivi, degli attori, di Sanremo, di Canzonissima, dell’ombelico della Carrà e così via, travolti da un crescendo incredibile che culmina con l’arrivo delle TV private, degli spogliarelli delle massaie, delle veline e dei programmi più idioti che esistano, fino al Grande Fratello e allo yogurt della Marcuzzi.

Negli anni ottanta e novanta, quando andavo in ufficio l’argomento principe delle conversazioni era il programma visto il giorno prima, e se si trattava di un programma di approfondimento, immancabilmente diventava l’occasione per sentirsi un esperto del tema: l’ex telespettatore alla pausa caffè indottrinava gli altri. Intendiamoci, a volte era anche interessante, ma raramente si parlava di arte o di idee, mai una volta che si parlasse di un dubbio o di un pensiero profondo, sempre e solo certezze.

Se l’agente provocatore inseriva temi significativi nel discorso, questi non veniva seguito, semmai veniva deriso e messo da parte. Così, piano piano, chi parlava di idee si trovava ad essere sempre più solo, fino a rinchiudersi in una sorta di setta. Era comunque visto con rispetto, ma alla conversazione stimolante si preferiva sempre parlare delle cosce di qualche velina o della lite tra politici in qualche salotto privilegiato.

Le masse hanno cominciato a vedere la TV e considerarla un oracolo anche perché permetteva, nella conversazione, di ripetere il modello “da – a”, cioè non si comunicava, ma si imponeva un ragionamento agli altri, tutto era già digerito e non si permetteva nessun contraddittorio. La TV è l’unico strumento di comunicazione degno di essere acceso in cucina, in camera e nel soggiorno, se ne sta sempre accesa a riversare su di noi immagini truci e non obiettabili, e il telespettatore che ha il potere di dire no, invece di spegnere si limita a sguazzare sul telecomando passando da un canale all’altro.

Verso la fine del Novecento abbiamo assistito ad un altro fenomeno, molto più interessante: l’utilizzo della rete, il computer, la comunicazione telematica… e non mi dilungherò nello spiegare come funziona, del resto lo sappiamo tutti, ma sottolineo che per molti non è altro che l’evoluzione della TV, a volte in peggio, perché diventa uno strumento che isola dando l’illusione di aggregare.

Bene, tutto questo ha portato a disperdere la capacità di aggregarsi intorno a un’idea. Ecco il problema. La dispersione, la non aggregazione, loro sono i veri nemici dell’arte, del pensiero, della letteratura… per non dire della politica, che dovrebbe pensare al bene comune, invece… lasciamo perdere.

I mezzi di diffusione o di promozione delle arti e del pensiero ieri erano pochi, oggi sono tanti, ma spesso asserviti a un sistema che ha come scopo principale la commercializzazione di qualcosa e non la promozione o diffusione di un pensiero. E mettiamoci pure che oggi gli stimoli sono tanti, quasi tutti innaturali, commerciali, materiali…

Se ieri si poteva contare su un passaparola efficace, oggi abbiamo un passaparola prevalentemente dispersivo, in gran parte telematico e, invece di condividere una o due idee, si condivide di tutto sentendosi protagonisti del nulla. Già, perché se il mezzo di comunicazione che prima era la TV permetteva di essere protagonisti nella chiacchierata del giorno dopo, la rete illude di essere protagonista da subito, grazie ai messaggini, a Facebook, ai blog.

Ciò non significa che non c’è pensiero, arte, letteratura o poesia… c’è, c’è, vi assicuro che c’è… ma è tutto sommerso, vittima di un sistema più intelligente di noi che ha fagocitato la nostra capacità di essere un insieme di persone e non una massa informe di individui.

Con questo voglio dire che Tronti ha ragione, non sembra che abbia colto le ragioni che hanno reso la nostra fase confusa, come lui stesso l’ha definita.

D’accordo, buona parte del Novecento è stata una miniera di idee e di creatività, oggi non si vede lo stesso movimento, ma non è vero che mancano le idee, il pensiero, l’arte… direi invece che tutto nuota nella dispersione informativa di cui tutti siamo testimoni. Oggi quello che manca è la capacità di aggregare e la forza per combattere una battaglia più grande di noi.

Però bisogna provarci, altrimenti che ci stiamo a fare qui?

Ancora una volta richiamo i temi del Manifesto Culturale il Bandolo, che si pone come indicatore di una direzione da prendere per colmare, anche solo in minima parte, quel grande vuoto segnalato anche da Tronti!

Claudio Fiorentini

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La crisi del contemporaneo

16 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #cultura

La crisi del contemporaneo

Certo che essere un contemporaneo oggi non è una cosa da nulla. In qualsiasi momento ti capiti di esserlo è già una bella sfida, ma se ti capita oggi, nell’era in cui l’informazione è alla portata di tutti, allora vedrai che sfortuna: trovi sempre qualcuno che ti mette sul tavolo la storia e, invece di sentirti proiettato al futuro, immancabilmente ti trovi a parlare del passato. Ah, che bello sarebbe se ti dicessero: “Contemporaneo, sei forte, vai avanti che ti aspetta un bel futuro” e se magari concludessero anche con un “Grazie!”. Inutile sperarci. Essere un contemporaneo significa che ti devi confrontare con gente che è al mondo come te, con la stessa vita, gli stessi problemi, lo stesso sistema nervoso quasi sempre a pezzi e lo stesso ambiente malsano che condividi con tutti… essere contemporaneo significa condividere il tuo spazio con qualcuno che ti considera suo contemporaneo.

Bene, e allora veniamo al punto. A me è capitato di essere contemporaneo ora, in piena era dell’informazione, e sai che ho notato? Che tutti credono di saperne più di te, vuoi perché a scuola ci vanno un po’ tutti, vuoi perché è facile trovare informazioni in rete e leggerle in pillole (senza verificare le fonti), vuoi perché quello veramente ha studiato e non vede l’ora di fartelo capire, alla fine quello che ti sta davanti non ti vede come fonte di arricchimento, ma ti vede come ricettacolo del suo ego. E che fa con il suo ego? Te lo sbatte davanti: se sei un pittore di astratti lui ti tira fuori Kandinski; se sei un poeta quello ti tira fuori Baudelaire; se sei un romanziere quello ti sbatte in faccia Manzoni. E tu sei quasi intimidito, senti che ti devi giustificare perché loro sono mostri sacri e tu no, ascolti il discorso di quello lì che ti sta facendo vedere com’è bravo e quanto è informato, mentre il tuo lavoro artistico scompare mestamente e tu ti senti un inetto.

Ma non c’è da scoraggiarsi, succede a tutti i contemporanei che non sono stati certificati dal mercato o dalla TV. La realtà è che la storia dei contemporanei ancora non è stata scritta, quindi un contemporaneo, per definizione, non ha ancora passato il filtro del tempo. E quanti ce ne sono che ancora non passano il filtro, tutti insieme ammassati nell’attuale, un periodo di tempo infinitesimo di cui abbiamo coscienza perché lo stiamo in qualche modo vivendo.

Ma vedi, è importante essere contemporaneo, del resto noi lo siamo dal momento che ci parliamo. E proprio perché contemporanei forse non ci rendiamo conto di quanto sia importante il nostro contributo: un contemporaneo fa, esegue, crea, e con la sua arte, forse inconsciamente, diventa un piccolo tassello che serve a costruire la storia di cui si parlerà tra cinquant’anni. Facendo e creando, ovviamente, interagisce con altri, si espone ai suoi contemporanei, nevvero? E rischia di suo! Che lo prendano per un cialtrone o lo considerino un genio folle non importa, bisogna però apprezzare che il contemporaneo gioca a carte scoperte mentre il mercato lo osserva sorridendo e lo espone a critiche impietose.

Ha coraggio un contemporaneo, il clima non gli è mai favorevole, ancor meno oggi. Eppure non demorde.

Gli altri, che sono sempre lì a servire da paragone, sono stati storicizzati, riconosciuti e ammirati… eppure anche loro sono stati una volta contemporanei, anche loro si sono esposti al rischio della derisione, e di due o tre che sono stati riconosciuti dalla storia, centinaia di grandi talenti sono stati dimenticati. Facile paragonare un contemporaneo a uno storicizzato, difficile è capire quanto coraggio ci sia nell’essere contemporaneo, alla fine non importa se si passerà alla storia, importa contribuire a questo meraviglioso movimento che determina l’evoluzione dei linguaggi artistici, e vi assicuro che farne parte è un onore.

Claudio Fiorentini

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Il manifesto de Il bandolo, Claudio Fiorentini

3 Settembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #cultura

Il manifesto de Il bandolo, Claudio Fiorentini

Protagonismo del “vicino di casa”

L’intuizione dei geni del marketing, quella che fa crescere in modo esponenziale le Aziende, col senno di poi sembra quasi banale, e infatti, i vari guru di cui spesso leggiamo sui giornali, prima di essere degli smanettoni e degli inventori, sono degli osservatori del comportamento umano.
Senza citare nomi e cognomi, concentriamoci sulle intuizioni che hanno dato spazio ad alcune recenti invenzioni e reso possibili alcune innovazioni di cui oggi ci avvaliamo.
Solo trent’anni fa, quando si era in giro, per fare una telefonata si andava al bar o in una cabina, i computer erano oggetti misteriosi che occupavano intere stanze, le fotocopie puzzavano di laboratorio fotografico… nessuno avrebbe mai pensato che dopo pochi anni la mobilità e l’integrazione dei sistemi d’informazione sarebbe diventata imprescindibile. Ma lasciamo da parte l’ovvio, del resto le innovazioni sono parte della nostra vita, e parliamo di due semplici intuizioni che nascono dall’osservazione del nostro comportamento da animali sociali, e che stanno occupando gran parte del nostro tempo. Mi riferisco alla necessità di portarsi appresso un oggetto che fa di tutto, e alla necessità di partecipare attivamente alle attività del mondo, quindi manifestazione del proprio io o del proprio ego.
Le due necessità sono consecutive, perché se è vero che fa comodo avere a disposizione uno strumento polifunzionale, nel momento in cui riesco a parlare di me e rendere pubblico il mio pensiero, il valore dell’oggetto aumenta, in quanto permette al mio ego di manifestarsi!
Una delle dinamiche che pervade il mondo dei mezzi d’informazione di massa si basa proprio su questa necessità. Facciamo qualche esempio. Iniziamo dal grande fratello (e derivati), che è un grande contenitore di nulla. Metti in una casa un po’ di giovanotti ansiosi di esibirsi in qualsivoglia inezia, e hai un boom di ascolti. Contenuti zero, costi minimi, fatturato faraonico. La radio ha meccanismi diversi, ma usando il telefono e la volgarità, facendo scherzi di scarsa eleganza, gli ascolti aumentano, e questo coinvolgendo sempre l’uomo comune. Di nuovo, contenuti zero, costi minimi e fatturato alto. Se poi andiamo in rete è ancora più evidente, basta pensare alla blogosfera, dove ognuno si fa promotore delle proprie idee o del proprio ego. Ancora peggio se andiamo nei social network, dove un impero miliardario che non paga diritti sui contenuti pubblica qualsiasi scemenza facendo credere all’utilizzatore che, così facendo, si manifesta al mondo.
In tutti questi casi c’è un fattore comune: il coinvolgimento di gente normale, che parla di sé!
Mi spiego. Il grande fratello ha portato il “vicino di casa” alla celebrità, per cui si è creato un modello. Nel secondo caso l’animatore del programma radiofonico ha telefonato al “vicino di casa” e ha trasmesso la sua voce via radio, per cui si è creato un altro modello. Nel terzo caso il “vicino di casa” ha messo in rete i propri contenuti in modo strutturato, e non importa che sia l’ideologia di una setta satanica o un commento critico alla Divina Commedia. Nell’ultimo caso, il “vicino di casa” ha manifestato un suo pensiero, anche banale, e ha ricevuto commenti da quelli che lo seguono.
Ma di cosa stiamo parlando, se non di editoria?
Bene, e se volessimo parlare di editoria su carta? Se volessimo estendere il discorso alla diffusione dell’arte in tutte le sue discipline e spingerlo all’estremo, non avremmo uno scenario per certi versi analogo? Immaginate: l’editore pubblica quello che capita, anche le opere insignificanti del “vicino di casa”, tanto chi paga è l’autore, il gallerista espone quello che capita, anche le croste del “vicino di casa”, perché il pittore paga, il produttore musicale incide la musica che capita, persino le schitarrate incoerenti del “vicino di casa”, perché chi paga è il musicista… e se non ci sono editori né galleristi, allora il “vicino di casa” usa le potenzialità della rete, tanto qualcuno che clicca “mi piace” lo trova sempre...

Cosa governa il mondo dei media o della diffusione dell’arte? Cosa guida l’editore nelle sue scelte? Cosa porta nella rete tanto vuoto? Credo che sia facile rispondere: l’ansia di protagonismo del “vicino di casa”.
Intendiamoci, “vicino di casa” è solo una metafora, in realtà dovremmo capire se siamo noi quel “vicino di casa” che pubblica la propria vanità in un blog, in una rete sociale o presso un editore.

È questo quello che vogliamo?

Ebbene, io sfaterei il mito del successo, del resto è facile con la frammentazione del mondo dell’editoria (in tutte le sue forme), e ricorderei al “vicino di casa”, e anche a me stesso, che il protagonismo effimero è tutt’altro che rivoluzionario. La radio, la televisione, la rete, i blog, le pubblicazioni, le mostre, etc… sono solo strumenti dove transita l’idea, e contengono tanti di quegli specchi per allodole che occorre un’educazione all’utilizzo. Le dinamiche del cambiamento sono quelle che si basano su idee forti, e l’idea vive se la si condivide, e se la si fa crescere, utilizzando i mezzi di diffusione in giusta misura e con il giusto criterio, ricordando che deve essere l’idea ad usare i mezzi, e non il contrario.

Claudio Fiorentini

MANIFESTO CULTURALE
IL BAND
OLO

L’arte nasce da un dialogo interiore per diventare pensiero in movimento che
genera cambiamento. Noi prendiamo parte a questa dinamica diventando i
consapevoli tessitori di una tela che sappia restituire dignità e libertà ad una
cultura impantanata nel narcisismo, nella consorteria e nell’autocelebrazione.
Nostri valori sono il risveglio creativo, l’autenticità, il coinvolgimento e
l’aggregazione, nel desiderio di infrangere le barriere e gli schemi che
ingabbiano i circuiti culturali e artistici, ammorbati dall’arrivismo e da un
erroneo concetto del professionismo culturale. L’arte è innanzitutto
vocazione.
Nostro intento è sostenere e promuovere iniziative che diano nuovo vigore e
slancio al lavoro creativo, facendo sviluppare le idee che sgorgano da ogni
gesto culturale in una verità che sia lontana da qualsiasi mistificazione.
Vogliamo coltivare un pensiero che faccia germogliare valori universali
autentici nel fascinoso ma purtroppo arido mondo contemporaneo.
Dove l’arte si aggrega, c’è un messaggio di pace.
Oggi assistiamo al triste spettacolo della dispersione delle manifestazioni
culturali e artistiche, a causa del narcisismo dell’artista e della malaugurata
mentalità di curare il proprio orticello e di non arricchirsi del lavoro di squadra.
Ciò di cui è carente la cultura contemporanea è il senso della Comunità, del
vivere insieme, della partecipazione, a dispetto dell'estensione abnorme della
comunicazione e dei suoi orizzonti.
Tutto si esplica a livello superficiale e questa dispersione limita la
conoscenza. Più che divulgare il pensiero che fermenta tra di noi, si divulga il
pensiero contenuto in prodotti commerciali. Raramente si divulga la nuova
arte, che esiste, ma è neutralizzata da questo bieco sistema che crea sempre
maggiore dispersione e non sostiene l'opera nel suo essere strumento di
comunicazione.
E' facile neutralizzare l’arte: basta uno specchio per allodole! I mezzi di
diffusione dell’arte difficilmente sono altro che ricettacoli di egotismo, e troppo
spesso gli spazi di diffusione sono riservati a chi paga più che a chi merita. È
facile soddisfare l’ego, la voglia di emergere, di far sentire la propria voce. Per questo le opere di qualità nuotano in un pasticcio di mediocrità che le
rende invisi
bili. Pagando si ottiene un servizio atto a soddisfare l'autore, e
non un servizio di diffusione dell'opera artistica.
È difficile promuovere prodotti artistici, per farlo ci vuole coraggio. Gli
operatori debbono proporre val
ori: il valore della scoperta, il valore della
diffusione, il valore della cura del prodotto, il valore dell’incontro e il valore
dell’aggregazione. Che sia un editore, un libraio, un salotto culturale, una
galleria d’arte, un teatro, un premio letterario… tutto quello a cui noi artisti ci
rivolgiamo deve proporre valore, non deve essere un semplice specchio di
Narciso.
Il peggior nemico dell’artista è l’ego, e sarebbe ingenuo pensare che
sostituire l'Io con il Noi possa essere sufficiente per raggiungere l'universalità,
da non intendersi, questa, in senso meramente globalizzante ed estensivo.
Superare l'individualismo è possibile riconoscendo e abbracciando il livello
più profondo della soggettività. Un conto è l'Ego, un conto è il Sé.
Il mondo contemporaneo è devastato da un improprio ed arido concetto
aggregativo che spinge a vivere con superficialità. L'omologazione è il
sintomo dell'assenza di profondità. Bisogna tacitare pertanto quell'erronea
propaganda che subdolamente spinge a fraintendere lo scavo interiore, la
ricerca di se stessi, l'autoanalisi, etichettandola come intimismo, come
esclusione dell'altro, come ripiegamento dell'ego su se stesso.
È fondamentale che l'individuo inizi a pensare a se stesso non più come a
una monade, ma come a una comunità. L'arte è comunione, è scambio, è
dialogo che avviene nel profondo. E' là che risiedono i valori universali,
mentre si tende a confondere l'universale con il pubblico consenso. L'arte non
parla a tutti, massificandoli, ma parla al cuore di ognuno. Non è un
messaggio politico o pubblicitario, ma una rivelazione del senso, o di un
senso, dell
a vita. Essa si rivolge realmente all'altro, nella consapevolezza che
l'altro è prima di tutto una dimensione coscienziale di sé.
Se la disgregazione è il risultato di un becero sistema che governa il mondo
dell’arte, allora quantomeno bisogna cercare l’aggregazione, cercare la
coesione, cercare di unire in uno, o vari bacini, i creativi che vogliono uscire
dallo schema solito della divulgazione dell’arte e della cultura
contemporanee. Il tutto nel tentativo di orientare i gusti di un pubblico sempre
più vasto verso un prodotto culturale di maggiore qualità.
Con l’aggregazione, la condivisione, l’unione e lo scambio di opinioni,
potremo dare all’arte la sua giusta dimensione e sopperire alle gravi
mancanze di questo sistema. Il potere è come noi lo vogliamo, perché il
danaro è al servizio della mente e non è vero il contrario. Sta dunque a noi -individualmente a ciascuno di noi - tentare di cambiare direzione, e gli spiriti
creativi hanno in questo una grande responsabilità.
Le arti sono palestre di pensiero, laboratori di creatività, e come tali dobbiamo
trattarle.

Claudio Fiorentini
Franco Campegiani
Maria Rizzi
Nazario Pardini
Andrea Mariotti
Marco Mastrilli
Loredana D’Alfonso
Patrizio De Magistris
Valeria Bellobono
Pio Ciuffarella
Massimo Chiacchiararelli
Sandro Angelucci
Laila Scorcelletti
Ninnj Di Stefano Busà
Associazione Culturale Polmone Pulsante
Roberto Guerrini
Deborah Coron
Simona Simoncioli
Sonia Giovannetti
Roberto De Luca
Luca Giordano
Paolo Buzzacconi
Gabriella Di Francesco
Fabrizia Sgarra
Angiolina Bosco
Pasquale Balestriere
Roberto Mestrone
Umberto Cerio
Umberto Vicaretti
Francesco Dettori
Claudine Jolliet
Andrea Marchetti
Valentina Vinogradova
Stefania Catallo
Mauro Montacchiesi
Patrizia Bruggi
Diego Romeo
Camilla Migliori
Alberto Canfora
Angelo Sagnelli
Patrizia Stefanelli
Ester Cecere
Orsola Fortunati
Adriana Pedicini
Giovanna Repetto
Alfonso Angrisani
Concezio Salvi
Lorella Crivellaro
Maurizio Navarra
Aurora De Luca
Emilio Anselmi
Mario Prontera
Angelo Mancini
Gianpaolo Berto
Dario Pontuale
Umberto Messia
Roberto Nizzoli
Patrizia Poli
Maria Vittoria Masserotti
Michela Zanarella
Roberto Furcillo
Giovanni Bergamini
Norbert Francis Attard
Daniela Taliana
Bartolmeo Errera
Fabiana Boiardi
Alessandro Da Soller

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Dario Pontuale, "Nessuno ha mai visto decadere l'atomo di idrogeno"

1 Settembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Dario Pontuale, "Nessuno ha mai visto decadere l'atomo di idrogeno"

Già il titolo lascia ben sperare, ma la lettura del libro è anche più stimolante. Raramente ci si imbatte in libri di così grande qualità e viene da chiedersi perché la nostra letteratura in Italia e nel mondo non è rappresentata da opere come questa.

Scritto benissimo, senza esitazioni, dalla prima pagina entra nel mondo onirico per dare al lettore qualcosa di più della speranza, qualcosa che non può essere misurato con metri o pesi.

Personaggi strambi, semplici e ironici, che si rivelano complessi e ricchi di sfaccettature e che nel loro essere irreali chiedono al lettore di identificarsi con loro.

Zeno, un disoccupato pigro, compra una nanocasa, rara superstite dell’urbanizzazione selvaggia, che in mezzo allo sfacelo edilizio sopravvive come testimone di un mondo dove ancora è possibile credere nell’incredibile. In questa casa scopre un mistero assurdo, una cantina piena di inutli cianfrusaglie e, su una parete del soggiorno, una targa con su scritto Servabo. Che follie aveva per la testa l’ex-proprietario? Zeno comincia a interessarsi alla storia del suo predecessore a seguito di alcune visite di personaggi surreali che gli portano delle moleskine, tutte uguali, tutte contenenti, scritto a mano, lo stesso frammento di un racconto di Borges. L’avventura comincia, e si svolge tutta intorno agli oggetti trovati in cantina, alle moleskine, e ai personaggi che hanno portato questi quaderni a chi supponevano fosse il proprietario. Ne viene fuori una società segreta che, facendo un mercato di cianfrusaglie inutili, si impegna nel raccontare le storie, inventate, delle cianfrusaglie. La reazione dei visitatori è meravigliosa. Il mercato è fallimentare, non si vende nulla, ma l’obiettivo dei membri della società segreta non è vendere, è raccontare.

Già questa trama strampalata e originalissima è un buon motivo per affrontare la lettura, ma lo sono anche lo stile, la leggerezza del linguaggio, l’ironia e le ulteriori evoluzioni della storia.

Il romanzo è allegro e invita a credere che il sogno sia ancora possibile. L’autore, noncurante della realtà contingente, si concentra sulla realtà più intima, quella che risiede in ciascuno di noi e che ci fa pensare che non tutto è perduto, che ancora esiste un motivo per ridere, per vivere, per sognare, e per seguire le segrete trame dell’immaginazione.

I quaderni che contengono questo frammento di racconto sono dieci, solo tre vengono restituiti, e i personaggi che lo fanno sono un netturbino scrittore che somiglia a Jeff Bridges, un cacciatore di fulmini soprannominato Gabin, e una distinta e anziana signora che racconta fiabe nei parchi ai bambini.

Permettetemi di ricopiare qui un frammento del libro che ne riassume la grandezza. È notte, il protagonista è insieme a Gabin, che si chiama Ansano, su un tetto, presto ci sarà il temporale. Ansano ha fissato la macchina fotografica sul cavaletto e tenta di fotografare fulmini:

“Ne ha catturati molti?”

“Nessuno” regolando l’altezza del cavalletto “migliaia di foto buie”

…..

“Per tatto preferisce non chiedermene il motivo?”

“Mancavo di coraggio” sincero, prendendo il vento in faccia.

“Non si preoccupi, non è il primo e non sarà l’ultimo” cambiando rullino “ Vede, questi sono fallimenti di un istante, costano la fatica di un dito e il prezzo di pochi centimetri di pellicola. Principalmente offrono un riscatto a breve, cosa che la vita rifiuta. Si spendono giorni, mesi, anni in qualcosa che si sbriciola con nulla, che crolla prima di essere eretto. Dopo non c’è più tempo, modo, voglia di riprovare. L’essere umano si affanna fino allo spasimo per costruire qualcosa di duraturo, è innocente e connaturale, sebbene sia la propria condanna. Capisce dunque perché cerco di immortalare i fulmini? Provo, con sforzo minimo, a ottenere il massimo risultato catturando l’infinitamente breve, costringendolo all’eternità”. Pausa, facendosi più scuro in volto: “Forse non accadrà mai, ma che importa; quante persone possono sinceramente affermare di aver ottenuto ciò che desideravano nella vita?”.

Così sono i dialoghi e così i personaggi che affollano questo romanzo: meravigliosi visionari che vivono per qualcosa di perfettamente inutile. E che ci inducono a sognare.

Il finale, del tutto imprevedibile, riesce anche a commuovere, al punto che si vorrebbe abbracciare il protagonista, si vorrebbe entrare nel libro e prender parte al mercato, ma non ci si rammarica di essere arrivati alla fine, perché libri come questo continuano a vivere nella mente.

Il libro ha meritatamente vinto il primo premio all’Albero Andronico 2014.

Raccomando vivamente la lettura!

Claudio Fiorentini

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Perché ho aderito al manifesto del Bandolo

31 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cultura, #claudio fiorentini

Perché ho aderito al manifesto del Bandolo

Aderisco al manifesto perché ritengo che in Italia non sia incoraggiata la produzione di grande narrativa, in favore di romanzi esili, facilmente intercambiabili, che si bruciano nell’arco di una stagione e non rimangono nel cuore del lettore, non creano personaggi indimenticabili o archetipi dell’inconscio. Le situazioni sono sempre le stesse, si prediligono trame che hanno a che fare con la storia recente, con qualche episodio di attualità, o quelle vagamente intimiste e minimaliste. Quando prendo in mano un classico, sento la differenza, sento lo spessore, sento il richiamo della poesia, sento le scorciatoie dell’intuito e vorrei provare queste sensazioni anche con i libri di oggi ma non mi riesce più. Inoltre, se voglio leggere della buona narrativa di genere (fantascienza, fantasy etc) devo da sempre ricorrere a libri stranieri, mai tradotti in Italia. Infine, qui da noi non si pubblicano più raccolte di racconti.

Aderisco al manifesto perché da anni assisto a un fenomeno di appiattimento e massificazione dovuto sì, a scelte commerciali sbagliate dell’editoria, ma anche, ultimamente, dalla facilità di accesso data dalla rete, che, se da una parte concede visibilità e voce a chi non ne avrebbe, dall’altra crea un magma di sedicenti scrittori semianalfabeti dal quale è difficile che le rare eccellenze possano emergere. Oggi chi scrive tende subito a pubblicare di tutto e di più, senza autocritica, senza “gavetta interiore e temporale”. Le inezie che ai nostri tempi scrivevamo sul diario privato adesso vengono immediatamente stampate, auto pubblicate, immesse in rete senza nemmeno essere state rilette, e trovano il finto plauso di parenti, amici, contatti virtuali, creando delle stelle di cartapesta facebookiana, ognuna con il suo codazzo di falsi ammiratori. Chi scrive in modo responsabile, critico, chi fa ricerca stilistica e strutturale viene omologato alla massa dei mediocri auto celebrantisi, oppure penalizzato per il marchio d’infamia di aver pubblicato a pagamento o tramite self publishing.

Aderisco al movimento perché vorrei che la rete si trasformasse da mezzo di accesso caotico e auto celebrativo, in filtro reale, in selezione autentica, in specchio di verità e non di lusinga, dove vengano giudicati solo i testi - dal manoscritto inedito al libro pluripremiato a livello internazionale - e non chi li stampa.

Patrizia Poli

Elenco aggiornato dei firmatari

Claudio Fiorentini
Franco Campegiani
Maria Rizzi
Nazario Pardini
Andrea Mariotti
Marco Mastrilli
Loredana D’Alfonso
Patrizio De Magistris
Valeria Bellobono
Pio Ciuffarella
Massimo Chiacchiararelli
Sandro Angelucci
Laila Scorcelletti
Ninnj Di Stefano Busà
Associazione Culturale Polmone Pulsante
Roberto Guerrini
Deborah Coron
Simona Simoncioli
Sonia Giovannetti
Roberto De Luca
Luca Giordano
Paolo Buzzacconi
Gabriella Di Francesco
Fabrizia Sgarra
Angiolina Bosco
Pasquale Balestriere
Roberto Mestrone
Umberto Cerio
Umberto Vicaretti
Francesco Dettori
Claudine Jolliet
Andrea Marchetti
Valentina Vinogradova
Stefania Catallo
Mauro Montacchiesi
Patrizia Bruggi
Diego Romeo
Camilla Migliori
Alberto Canfora
Angelo Sagnelli
Patrizia Stefanelli
Ester Cecere
Orsola Fortunati
Adriana Pedicini
Giovanna Repetto
Alfonso Angrisani
Concezio Salvi
Lorella Crivellaro
Maurizio Navarra
Aurora De Luca
Emilio Anselmi
Mario Prontera
Angelo Mancini
Gianpaolo Berto
Dario Pontuale
Umberto Messia
Roberto Nizzoli
Patrizia Poli
Maria Vittoria Masserotti
Michela Zanarella
Roberto Furcillo
Giovanni Bergamini
Norbert Francis Attard
Daniela Taliana
Bartolmeo Errera
Fabiana Boiardi
Alessandro Da Soller

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Franco Rizzi

29 Agosto 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #franco rizzi

Franco Rizzi

Franco Rizzi, uomo di grande erudizione e cultura, è straordinariamente modesto. Così è anche nel suo modo di scrivere: mai esagerato, mai sovraggettivato, sempre pulito e garbato. Un linguaggio anche ingannevole, perché sembrando semplice richiede molta attenzione. I dialoghi non dominano la narrazione, che racconta i fatti in sequenza cronologica, con interventi esplicativi. Anche le descrizioni sono brevi e non sovrastano la narrazione, semmai ne fanno parte e si leggono come se si desse un rapido sguardo all’ambiente, o all’aspetto fisico della persona di cui si scrive in quel momento, senza mai perdere di vista l’obiettivo, che è il racconto delle vicende che portano nel primo libro Luca e Leone sulle tracce dell’intrigo che si dispiega lentamente davanti a loro due, piccoli eroi di grande statura morale, e nel secondo libro portano Luca ad incontrare Cecilie con cui condividerà l’orrore di una delle carneficine più spaventose della storia recente di Parigi. Direi quindi che il linguaggio non è lirico, non è accademico, non è presuntuoso: è semplice e asciutto e si apprezza se si legge senza foga né fretta … proprio come un buon vino! E quindi siamo davanti a due romanzi storici, il primo si sviluppa nel meridione italiano ai tempi dei briganti, e il secondo vive la macelleria della guerra civile a Parigi, nella primavera del 1871. I due libri possono essere letti separatamente, ma è meglio leggerli in sequenza, per meglio capire Luca Falerno, il protagonista, che prima è un eroe indiscusso e poi, suo malgrado, diventa una sorta di picaro buono.

Caccia nelle Murgie è una vera e prpria caccia all’uomo. Un poliziesco ambientato in Puglia nel 1870, dove l’elemento storico fa da contorno alle vicende umane che si narrano. Il protagonista, Luca Falerno, è un giovane tenente dei carabinieri appena trasferito in Lucania, e si avvale della collaborazione di Leone de Castris, un uomo che viene dalla terra e che, effettivamente, è forte e coraggioso come un leone. Leggendo scopriamo metodi d’indagine per noi remoti e lontani, malauguratamente lontani, basati prevalentemente sulla parola e sul linguaggio fisico. I nomi dei protagonisti hanno un loro motivo: Falerno fu un vino decantato in primis da Catullo, Falerno è un territorio nel casertano, Falerno è una nave, Falerno è una “confraternita” che ha lo scopo di rivalorizzare il vino. Così Luca Falerno: è esclusivo, raffinato, elegante, per intenditori, conosce i segreti della terra e sa che per meglio capirne i messaggi gli occorre l’aiuto di che da quella terra proviene. Quindi veniamo a Leone. Leone è il re della foresta, basta guardarlo per sentirsi in soggezione, è l’immagine della fierezza e dell’intuito, del coraggio e della maestosità. Così Leone, il braccio destro di Luca, è fiero e intuitivo, è terra fatta persona, è rozzo e semplice, ma dotato di un intuito felino e di una forza fuori dal comune.

Durante la caccia all’uomo, Luca incontrerà Luisa con cui vivrà una fulminante storia d’amore. Il padre della donna è il marchese di Sanfelice e verrà rapito dai briganti, gli stessi che stanno cercando i due investigatori.

Nella loro indagine, evidentemente, scopriranno corruttele e intrallazzi d’ogni sorta, ma i metodi investigativi sono quasi tribali e i due devono far tutto da soli, Luca e Leone, don Chisciotte e Sancho Panza, il sogno e la terra, l’intelletto e l’intuito, la capacità di analisi e la praticità, come dire, ho i piedi per calpestare la terra e la testa per stare più vicino che posso al cielo.

Diverso il discorso se parliamo di 1871, la Comune di Parigi, dove la cornice storica non fa da sfondo, ma è la protagonista per molte pagine di densa narrazione, e i capitoli si alternano tra il racconto del dramma parigino e il difficile ruolo di un uomo che non può essere protagonista di una storia non sua, perché la deve solo osservare. Infatti, Luca Falerno, promosso capitano, è un inviato dei Carabinieri che deve riuscire a capire quanto succede a Parigi, e quindi a informare il comando. Insomma: una spia, un reporter e uno scrittore storico. Ora, immaginate i metodi: penna inchiostro e calamaio, lume di candela, spirito d’osservazione, passeggiate, conversazioni e tanta, tanta pazienza. Cose da raccontare tante, territorio da esplorare enorme, momento storico difficile. Quando arriva in città trova il caos più totale: i combattimenti tra comunardi e versaglini si fano via via più cruenti e l’utopia di uguaglianza e giustizia ben presto sarà condannata a morire devastata dalla guerra civile. Luca si limiterebbe a fare l’osservatore e lo scribacchino se non fosse per l’incontro con Cecilie, che lo coinvolge anima e corpo in una guerra non sua. Lei è l’eroina del libro, lei rappresenta il coraggio di una città impersonificando una coraggiosa attivista e crocerossina della Comune, che lotta per i propri ideali libertari con impareggiabile tempra, ancora una volta ci troviamo davanti a una donna forte e determinata, che scava un solco nel cuore del defilato protagonista, riportandolo alla ribalta grazie al grande amore che i due riescono a vivere. Alla fine i giovani amanti si trovano a ripercorrere in lungo e in largo la città, lui cercando di fuggire dai combattimenti con la speranza di salvare la sua donna, lei cercando invece i luoghi di raccolta feriti per salvare la propria dignità di volontaria di un ideale. E mentre i combattimenti stanno decretando la fine di un ideale, i due passano da una porta all’altra di Parigi scoprendo che non c’è via di scampo, e ben presto vedranno la fine del sogno della Comune.

Sopraffatti dalla fatica, in prossimità del cimitero Pére Lachaise, si uniscono all’ultimo sparuto gruppo di federati, ma sarà un’uscita alla ricerca di acqua a interrompere la loro marcia verso una impossibile salvezza e Luca rischierà di essere una delle ignote vittime di questo massacro, quando un colpo di cannone deciderà il destino dei due giovani.

I due libri sono appassionanti e si leggono rapidamente, e credo che rappresentino tra i migliori esempi di narrativa storica italiana. La letteratura non è solo intrattenimento, ma è piacere, pensiero, sentimento, musicalità, immagini, apprendimento … tutto ciò si dispiega nella nostra mente quando leggiamo. Scrivere un libro richiede anni di lavoro, leggerlo richiede giorni… ma il contenuto sono vite intere che hanno una loro dignità. Il libro è un compressore decompressore, e se riesce nel suo intento di farci vivere vite non nostre, facendoci vedere la realtà con occhio diverso, ci ringiovanisce. E in questo, il nostro Franco Rizzi, è riuscito benissimo. Ora, se un libro di qualità viene identificato nella massa informe del panorama letterario italiano contemporaneo, occorre innanzi tutto segnalarlo, poi consigliarlo e eventualmente regalarlo agli amici. Già invece di un mazzo di fiori, regalate un libro… e con questi due titoli si farà belissima figura!

Franco Rizzi
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Il Bandolo- Manifesto culturale. Adriana Pedicini

23 Agosto 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #cultura, #claudio fiorentini

Il Bandolo- Manifesto culturale.  Adriana Pedicini

MANIFESTO CULTURALE "IL BANDOLO" AL POLMONE PULSANTE

Il 28 maggio scorso, ore 19 e pochi spiccioli, presso il Polmone Pulsante (salita del Grillo 21, Roma), Franco Campegiani, Marco Mastrilli e Claudio Fiorentini, hanno dato vita al Manifesto "IL BANDOLO".
L'intenzione, con questa operazione, è di contrastare la "dispersione" che oggi caratterizza il sistema della promozione artistica.


La cronaca

Si è svolta una serata esplosiva al Polmone Pulsante; critici ed eruditi hanno dato vita a un dibattito folgorante e difficile. Dibattito di un un livello culturale veramente elevato. Si possono dichiarare veramente contenti gli audaci iniziatori di un manifesto artistico di tale portata; e soprattutto Claudio Fiorentini, Marco Mastrilli e Franco Campegiani per essere stati la fiamma che ha acceso la miccia; importante ora dare seguito ad un'opera di così alto profilo novativo che avrà senz'altro voce nella cultura artistica a venire, nella storia letteraria del secolo. I commenti più importanti sono venuti da Angelo Sagnelli, Michele Bianchi, Ettore Giaccaglia e da altri personaggi del panorama culturale attuale. Se da una parte Sagnelli si è soffermato sul fatto che a questo Manifesto manca qualcosa di fattivo, rimanendo quindi una dichiarazione di intenti, dall'altra parte Giaccaglia ha sposato interamente il contenuto, anche perché lui è a capo di una fondazione (Mecenate Italia) che lavora proprio nella direzione descritta. La discussione si è protratta per quasi tre ore. Ma gli argomenti erano di tale interesse che si sarebbe potuta prolungare ben oltre. Questa la confessione schietta di Claudio Fiorentini: "Insomma, credo di essere entrato nella gabbia dei leoni, senza aver studiato da domatore... la prossima volta reagirò con forza, usando il candore, che mi caratterizza". E quella di Franco Campegiani: "Il folto pubblico di addetti ai lavori (artisti, letterati e critici), molti dei quali membri della sezione romana del Circolo Culturale I.P.LA.C (Insieme per la Cultura), diffuso su scala nazionale, che in qualche modo ha costituito l'alveo in cui l'iniziativa è nata, ha incentrato la conversazione intorno al nucleo ideale che il manifesto intende portare avanti: quello dell'arte come "vocazione", idea destinata a creare una ferita profonda nell'odierno tessuto culturale dominato dall'idea diametralmente opposta dell'arte come puro e semplice professionismo. Non per denigrare il professionismo (ci mancherebbe altro!), ma per dire con forza che esso è ininfluente ai fini della creatività".

QUESTO IL DOCUMENTO CON I FIRMATARI

MANIFESTO CULTURALE

IL BANDOLO

L’arte nasce da un dialogo interiore per diventare pensiero in movimento che genera cambiamento. Noi prendiamo parte a questa dinamica diventando i consapevoli tessitori di una tela che sappia restituire dignità e libertà ad una cultura impantanata nel narcisismo, nella consorteria e nell’autocelebrazione.

Nostri valori sono il risveglio creativo, l’autenticità, il coinvolgimento e l’aggregazione, nel desiderio di infrangere le barriere e gli schemi che ingabbiano i circuiti culturali e artistici, ammorbati dall’arrivismo e da un erroneo concetto del professionismo culturale. L’arte è innanzitutto vocazione.

Nostro intento è sostenere e promuovere iniziative che diano nuovo vigore e slancio al lavoro creativo, facendo sviluppare le idee che sgorgano da ogni gesto culturale in una verità che sia lontana da qualsiasi mistificazione. Vogliamo coltivare un pensiero che faccia germogliare valori universali autentici nel fascinoso ma purtroppo arido mondo contemporaneo.

Dove l’arte si aggrega, c’è un messaggio di pace.

Oggi assistiamo al triste spettacolo della dispersione delle manifestazioni culturali e artistiche, a causa del narcisismo dell’artista e della malaugurata mentalità di curare il proprio orticello e di non arricchirsi del lavoro di squadra. Ciò di cui è carente la cultura contemporanea è il senso della Comunità, del vivere insieme, della partecipazione, a dispetto dell'estensione abnorme della comunicazione e dei suoi orizzonti.

Tutto si esplica a livello superficiale e questa dispersione limita la conoscenza. Più che divulgare il pensiero che fermenta tra di noi, si divulga il pensiero contenuto in prodotti commerciali. Raramente si divulga la nuova arte, che esiste, ma è neutralizzata da questo bieco sistema che crea sempre maggiore dispersione e non sostiene l'opera nel suo essere strumento di comunicazione.

E' facile neutralizzare l’arte: basta uno specchio per allodole! I mezzi di diffusione dell’arte difficilmente sono altro che ricettacoli di narcisismo, e troppo spesso gli spazi di diffusione sono riservati a chi paga più che a chi merita. È facile soddisfare l’ego, la voglia di emergere, di far sentire la propria voce. Per questo le opere di qualità nuotano in un pasticcio di mediocrità che le rende invisibili. Pagando si ottiene un servizio atto a soddisfare l'autore, e non un servizio di diffusione dell'opera artistica.

È difficile promuovere prodotti artistici, per farlo ci vuole coraggio. Gli operatori debbono proporre valori: il valore della scoperta, il valore della diffusione, il valore della cura del prodotto, il valore dell’incontro e il valore dell’aggregazione. Che sia un editore, un libraio, un salotto culturale, una galleria d’arte, un teatro, un premio letterario… tutto quello a cui noi artisti ci rivolgiamo deve proporre valore, non deve essere un semplice specchio di Narciso.

Il peggior nemico dell’artista è l’ego, e sarebbe ingenuo pensare che sostituire l'Io con il Noi possa essere sufficiente per raggiungere l'universalità, da non intendersi, questa, in senso meramente globalizzante ed estensivo. Superare l'individualismo è possibile riconoscendo e abbracciando il livello più profondo della soggettività. Un conto è l'Ego, un conto è il Sé.

Il mondo contemporaneo è devastato da un improprio ed arido concetto aggregativo che spinge a vivere con superficialità. L'omologazione è il sintomo dell'assenza di profondità. Bisogna tacitare pertanto quell'erronea propaganda che subdolamente spinge a fraintendere lo scavo interiore, la ricerca di se stessi, l'autoanalisi, etichettandola come intimismo, come esclusione dell'altro, come ripiegamento dell'ego su se stesso.

È fondamentale che l'individuo inizi a pensare a se stesso non più come a una monade, ma come a una comunità. L'arte è comunione, è scambio, è dialogo che avviene nel profondo. E' là che risiedono i valori universali, mentre si tende a confondere l'universale con il pubblico consenso. L'arte non parla a tutti, massificandoli, ma parla al cuore di ognuno. Non è un messaggio politico o pubblicitario, ma una rivelazione del senso, o di un senso, della vita. Essa si rivolge realmente all'altro, nella consapevolezza che l'altro è prima di tutto una dimensione coscienziale di sé.

Se la disgregazione è il risultato di un becero sistema che governa il mondo dell’arte, allora quantomeno bisogna cercare l’aggregazione, cercare la coesione, cercare di unire in uno, o vari bacini, i creativi che vogliono uscire dallo schema solito della divulgazione dell’arte e della cultura contemporanee. Il tutto nel tentativo di orientare i gusti di un pubblico sempre più vasto verso un prodotto culturale di maggiore qualità.

Con l’aggregazione, la condivisione, l’unione e lo scambio di opinioni, potremo dare all’arte la sua giusta dimensione e sopperire alle gravi mancanze di questo sistema. Il potere è come noi lo vogliamo, perché il danaro è al servizio della mente e non è vero il contrario. Sta dunque a noi - individualmente a ciascuno di noi - tentare di cambiare direzione, e gli spiriti creativi hanno in questo una grande responsabilità.

Le arti sono palestre di pensiero, laboratori di creatività, e come tali dobbiamo trattarle.

Art springs from an interior dialog to become thinking in motion that generates

change. We participate in these dynamics by becoming mindful weavers of a
web that will know how to restore dignity and freedom to a culture mired down
in narcissism, cliques and self celebration.
Our values are creative awakening, authenticity, involvement and
aggregation, with the desire to break down the barriers and the patterns
imprisoning culture and art circuits, fouled by social climbing and a mistaken
concept of cultural professionalism. Art is first and foremost vocation.
Our intent is to support and promote initiatives that will give new vigor and
momentum to the creative work, allowing the ideas that spring from every
cultural gesture to develop in a truth that is removed from any mystification.
We want to cultivate a thinking that will make authentic universal values
bloom in the fascinating but regretfully arid contemporary world.
Where art comes together, there’s a message of peace.
Today we witness the sad show of the scattering of cultural and artistic
events, due to the artist’s narcissism and the deplorable mindset of tending
one’s own garden and not enriching oneself by team work. What
contemporary culture lacks is sense of Community, of living together, of
participation, despite the abnormal extension of communication and its
horizons.
It all explicates on a superficial level, and this dispersion restricts knowledge.
Instead of spreading the thinking brewing among us, it’s the thinking
contained in commercial products that is divulged. The new art, which exists
but is neutralized by this grim system, which creates ever more scattering and
does not support the work in its being communication tool, is rarely divulged.
It’s easy to neutralize art: you can do it with a mirror for larks! The means to
propagate art are hardly more than receptacles for egotism, and much too
often the circulation is reserved for those who pay more, rather than to those
who deserve it. It is easy to satisfy the ego, the desire to come out on top, to
make one’s voice be heard. That is why quality artworks is often swimming in a sea of mediocrity that makes them invisible. By paying, can be obtained a
service suited to satisfy the author, not a service that will propagate artwork.
It is hard to promote artistic products: to do it, you need guts. Operators must
offer values: the value of discovery, the value of circulation, the value of the
care for the product, the value of the encounter and the value of coming
together. Whether it is a publisher, a bookseller, a cultural gathering, an art
gallery, a theater, a literary award … whatever us artists turn to must offer
value, it must not merely be a Narcissus mirror.
The artist’s worst enemy is the ego, and it would be gullible to think that
substituting I with Us suffices to reach universality, the latter not to be
understood in a purely globalizing and extensive sense. It is possible to
overcome individualism by recognizing and embracing the deepest level of
subjectivity. One thing is the Ego, another is the Self.
The contemporary world is devastated by an improper and arid grouping
concept that compels to live superficially. Uniformity is the symptom of
absence of depth. That erroneous propaganda which deviously pushes to
misinterpret the inner dig, the search for oneself, the self analysis, labeling it
as intimism, as exclusion of the other, as withdrawing of the ego in itself.
It is essential for the individual to start thinking no more as a monad, but as a
community. Art is communion, is exchange, is dialog that takes place deep
down. It is there, where universal values can be found, whilst we tend to
mistake universal with general consent. Art does not speak to all, turning
them into a mass, but to the heart of each one. It is not a political or
advertising message, but a revelation of the sense, or one of the senses, of
life. It truly addresses the other, with the awareness that the other is first of all
a consciencial dimension of the self.
If dispersion is the result of a boorish system ruling the world of art, then at
least we need to try to find aggregation, to find cohesion, to try and gather
into one or more basins, the creative individuals who want to exit the usual
contemporary art and culture circulation model. All of this in the attempt of
guiding an ever larger public towards a higher quality cultural product.
By coming together, sharing, uniting and exchanging opinions, we will be able
to give art its proper dimension and bridge the huge gaps of this system. The
Power is how we want it, because money is at the service of the mind,
whereas the contrary is not true. Is then up to us – individually, to each one of
us – to try to change direction, and creative souls, in this scenario, have a
huge responsibility.The arts are thinking training grounds, creativity laboratories, and we must
treat them as such.

Claudio Fiorentini
Franco Campegiani
Maria Rizzi
Nazario Pardini
Andrea Mariotti
Marco Mastrilli
Loredana D’Alfonso
Patrizio De Magistris
Valeria Bellobono
Pio Ciuffarella
Massimo Chiacchiararelli
Sandro Angelucci
Laila Scorcelletti
Ninnj Di Stefano Busà
Associazione Culturale Polmone Pulsante
Roberto Guerrini
Deborah Coron
Simona Simoncioli
Sonia Giovannetti
Roberto De Luca
Luca Giordano
Paolo Buzzacconi
Gabriella Di Francesco
Fabrizia Sgarra
Roberto Mestrone
Angiolina Bosco
Pasquale Balestriere
Umberto Cerio
Umberto Vicaretti
Francesco Dettori
Valentina Vinogradova
Claudine Jolliet
Andrea Marchetti
Mauro Montacchiesi
Patrizia Bruggi
Diego Romeo
Camilla Migliori
Alberto CanforaAngelo Sagnelli
Patrizia Stefanelli
Ester Cecere
Orsola Fortunato
Adriana Pedicini
Giovanna Repetto
Alfonso Angrisani
Concezio Salvi
Lorella Crivellaro
Maurizio Navarra
Aurora De Luca
Emilio Anselmi
Mario Prontera
Angelo Mancini
Gianpaolo Berto
Dario Puntuale
Umberto Messia
Roberto Nizzoli
Patrizia Poli
Maria Vittoria Masserotti
Michela Zanarella
Roberto Furcillo

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