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Un uomo fortunato

28 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

“Pronto, sì? Dimmi, Iole. Hai ordinato il completino? Hai fatto bene. Il compleanno dei gemelli? Sì, certo che mi ricordo la torta. Tuo marito? Ha ottenuto punti d’invalidità? Uhm… quanti? Così tanti, però eh, caspita…”
Perché quel “caspita” le era uscito così strascicato e invidioso, si chiese la Tilde, e cos’era quell’improvviso magone? “Bene, bene, sono felice per voi”. Mise giù la cornetta con un senso di scontentezza crescente.
“Tilde, amore…”
Dalla stanza accanto, Gino, suo marito, le lanciò un bacio sulla punta delle dita e sorrise coi suoi trentadue denti da pubblicità di dentifricio. Aveva appena ripudiato i calzoncini da tennis in favore della tuta da jogging. “Io esco, amore.”
“Sì, vai, vai.”
La Tilde Tacconi andò in cerca di un fazzoletto perché sapeva che presto il magone sarebbe evoluto in lacrime amare. Si affacciò alla finestra e guardò Gino che, appena sbucato dal portone, già accennava i balzelli elastici della sua corsa. Lo fissò con tutta l’attenzione possibile, fece schermo al sole con la mano aperta, strizzò gli occhi per vedere meglio.
Niente da fare. Gino era irrimediabilmente giovane, bello e sano.
Ogni giorno, scalpitante come un puledro allo start, timbrava il cartellino allo scoccare delle diciassette. Dopo cinque minuti, era già sul campo da tennis, dove non sbagliava mai un colpo. L’idolo degli amici, saltava e guizzava sul terreno di gioco, mentre dal bordo le signore lanciavano occhiate vogliose ai suoi muscoli da discobolo greco.
Tilde non era gelosa, no. Tilde si vergognava.
Un uomo che guadagnava mille euro il mese era ridicolo con quell’abbronzatura da barca a vela. Gli impiegatucci, gli scribacchini, le oscure mezze maniche perse nei sottoscala dell’azienda come lui, non hanno la sfacciataggine d’essere belli e felici come se possedessero panfili e macchine da corsa.
Le lacrime traboccarono, calde ed inesorabili. Com’erano fortunate le sue amiche, la Iole, la Vanda, la Sirte, ad avere quei maritini pelati ed asmatici, panciuti e colitici, che giravano col digestivo in tasca e le pillole per la pressione nel portafoglio. Tutte le fortune capitavano alle altre.
Il marito di quella linguacciuta della Iole s’era allevato la sua bronchite come un figlio piccolo, fino a farsi venire un bell’enfisema coi fiocchi, capace di regalarti tutti quei punti d’invalidità in un colpo solo. Ora, si sa, tempo un mese avrebbe fatto un bel passo avanti e allora chi la reggeva più la Iole. Chissà quanto si sarebbe vantata della sua nuova posizione! Che le venisse un accidente, a lei, a suo marito e a quelle bestie dei gemelli.
Cosa gli sarebbe costato al suo Gino di ammalarsi un po’, magari solo un tantino per farla contenta, per strappare qualche punto all’annuale visita di controllo dell’azienda?
Macché.
Ogni volta il medico si congratulava: “Complimenti, Tacconi, lei ha occhi di falco, polmoni perfetti e cuore d’atleta.”
E quell’idiota di Gino tornava a casa felice. “Il dottore ha assicurato che sono sano come un pesce”, la informava, stringendola forte da toglierle il fiato, senza capire che per lei quelle parole erano una coltellata.
Ah, ma lo aveva sempre detto la mamma che Gino non avrebbe mai mosso un dito per far carriera! A quei tempi, lei, accecata dall’amore, non ci aveva dato peso. Pensava che alla fine Gino avrebbe messo la testa a posto, si sarebbe dato da fare per guadagnare di più.
Invece niente. Tennis e jogging, jogging e palestra, palestra e piscina. Una condanna.
La sera, dopo cena, Tilde raccontò a Gino la fortuna che era capitata alla Iole Grimaldi. Gli disse quanto lei, invece, si sentisse triste ed infelice. Gli ricordò i suoi doveri di padre di famiglia. Spiegò che i bambini a scuola si vergognavano, dovendo confessare ai figli degli avvocati e degli ingegneri che il loro padre era un modestissimo impiegato aziendale.
“Ma, amore”, si difese Gino, “i bambini crescono bene, non abbiamo debiti, la casa è di proprietà. Siamo felici anche così.”
“Tu!” ruggì Tilde, “tu sei felice! Sei contento come una Pasqua di quel misero impiego, di questi quattro soldi, degli stracci che indossa tua moglie. Eh, certo, perché tanto, poi, il signorino si fa una bella partita a tennis e una corsa nel parco. Ah, ma aveva ragione la mamma! Perché non l’ho ascoltata?”
Per ore Tilde pianse, gridò, fece appello al senso del dovere, rivangò la magia del loro primo incontro, minacciò il divorzio. Finalmente, attorno alla mezzanotte, un Gino frastornato e insonnolito ammise che, forse, era un po’ immaturo per un uomo di trentacinque anni essere ancora tanto atletico ed in salute.
Tilde, allora, si alzò dal divano e scomparve per qualche istante. Tornò con un misterioso pacchetto, che scartò con amore. Apparve una boccettina e lei la sorresse con mani tremanti, come una reliquia. “Ecco, tesoro.”
“Che cos’è, cara?” chiese lui, sbadigliando.
Tilde lo baciò con devozione sulla guancia. “Oh, amore, non è niente. E’ una cosina che tenevo in serbo per te, per quando ti fossi deciso. Sapessi quanto l’ho pagata, Ginuccio.”
“Sì, ma cos’è?”
“Ma, niente, ti ho detto. E’… è solo acido farnetico.”
Gino spalancò gli occhi, fece un balzo che catapultò il gatto giù dal divano. “Acido farnetico! Ma è paralizzante! Sei diventata matta, non vorrai fami prendere quella roba!”
Tilde era arrivata al culmine della pazienza. Tanta ingratitudine da parte di Gino le pareva crudele. Si sforzò di mantenere un tono calmo. “Via, Ginuccio, non sentirai niente. Sarà un momento. Ti darà un deficit lievissimo, ed otterrai qualche punto. Su, fallo per me, apri la boccuccia, guarda, ti ci metto anche lo zucchero, da bravo!”
Gino strabuzzò gli occhi, fece di no con la testa, serrò le labbra, tanto che Tilde fu costretta a fargli gli occhiacci e a ricordargli che, se non si decideva a spalancare quella benedetta bocca, avrebbe chiesto la custodia dei bambini.
Prima d’ingoiare lo zuccherino bagnato con tre gocce di acido farnetico, Gino strinse forte a sé la moglie. “Ti amo tanto, Tilde. Amo te ed i ragazzi.”
La mattina dopo si svegliò con tutti i sintomi di un’emiparesi facciale. Il suo bellissimo occhio sinistro, di un azzurro spettacolare, ora se ne stava là, semichiuso ed incrostato di cispa lattiginosa. La bocca era scesa in giù di qualche spanna, la lingua sporgeva un pochettino all’angolo delle labbra.
Gli amici furono assai sorpresi e dispiaciuti, i dottori non si capacitarono della disgrazia. Fece subito domanda ed ottenne i punti d’invalidità. L’avanzamento fu automatico nella sua amministrazione.
Non potendo giocare a tennis, per colpa dell’occhio che non inquadrava la palla come prima, Gino si fermava di più in ufficio. Il capo era contento del suo nuovo zelo. Comprarono il frigo con il tritaghiaccio all’americana. Tilde acquistò qualche vestito nuovo per sé e per i bambini.
Passarono alcuni mesi sereni, poi, una sera, Tilde accennò ad un appartamento che aveva visitato nel pomeriggio. Era nel centro storico, disse, ed anche molto luminoso. I ragazzi avrebbero avuto camere separate come desideravano.
“Ma, amore, non possiamo permettercelo”, sorrise Gino.
“No, certo, con quello che guadagni adesso, non possiamo proprio, ma se tu potessi fare un altro piccolo passo avanti…”
Dopo mezz’ora Gino era là, con la lingua di fuori, che inghiottiva cinque gocce di acido farnetico. Nella nottata ebbe una crisi epilettica e lo portarono all’ospedale. Guarì in fretta ma rimase impedito al braccio ed alla gamba. Gli affidarono immediatamente un settore tutto suo da dirigere. Ottenne una scrivania di mogano e una segretaria che faceva le veci della sua mano. Si trasferirono nel nuovo appartamento, i bambini furono iscritti ad una scuola privata e Tilde si comprò la pelliccia. La domenica uscivano a passeggio sul corso, Tilde si pavoneggiava nel visone nuovo, mentre Gino si strascicava dietro la gamba come una scopa.
E poi la carriera continuò. Ogni anno a Gino veniva un colpo che gli storpiava un braccio, un occhio, la favella, secondo il numero di gocce che la sua premurosa moglie versava sullo zuccherino.
Colpo dopo colpo, Gino Tacconi salì ai vertici dell’amministrazione aziendale.

Come ogni mattina, la signorina Elisabetta spinse la carrozzella del direttore nel suo faraonico ufficio. Gli accese un sigaro di marca e versò le pillole nel bicchiere. Il direttore strabuzzò gli occhi, mugolò un ringraziamento ed inghiottì un sorso d’acqua con una compressa.
“Se non ha più bisogno di me, io vado, direttore.”
“Uuuughh…”
“Buon lavoro anche a lei, direttore.
Il direttor Tacconi rimase solo. Aspirò alcune boccate del sigaro, lottando contro il catarro che gl’intasava la laringe. Roteando gli occhi, riuscì a vedere il lato della scrivania dove erano in mostra le immagini della sua famiglia. I suoi ragazzi, ormai grandi, sorridevano fieri col cappello della laurea. Con la maturità, Tilde si era fatta, se possibile, ancora più bella. Il completo da montagna le donava, nella foto presa a Cortina insieme al maestro di sci. Era veramente orgoglioso della sua famiglia.
Davvero, Gino Tacconi poteva dirsi un uomo fortunato.
Il sigaro gli si scollò dalle labbra e gli cadde in grembo. Si agitò sulla sedia quel tanto che bastava a farlo scivolare a terra, prima che gli bruciasse i pantaloni. Una lacrima, una sola, seguì il contorno del naso prima di guadagnare il mento, dove rimase a dondolarsi, indecisa.
Le sue mani non erano in grado di asciugarla.

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