Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Il figlio dell'uomo

10 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Fra le sue cosce bianche, la mano risaltava, callosa, scura, la mano di un falegname che aveva viaggiato a lungo sotto il sole.
“Su, figliola, coraggio. Devo farlo io… non c’è nessuno che possa aiutarci.”
Anche l’altra mano di Giuseppe adesso poggiava sul suo ventre e lo comprimeva. Maria pensava che fosse un gesto inutile, ma non aveva il coraggio di contraddire ancora suo marito. Si vergognava. Di solito gli uomini non vedono certe cose. I figli li fanno le donne, aiutate da altre donne più vecchie.
“Spingi, Maria, forza!”
Maria non sentiva più freddo, era fradicia di sudore nella nuca e sotto le cosce.
“Non… non… aaaah… non distinguo più un dolore dall’altro, sono vicini, aaah.” Si agguantò al braccio di Giuseppe.
“Maria, mi stai ficcando le unghie nella carne.”
“Scusaaaah…”
Dietro la massiccia figura di Giuseppe, s’intravedeva l’apertura della grotta. C’erano le stelle, fulgide nel cielo freddo del deserto e, in mezzo, proprio sopra di loro, la palla di fuoco che annunciava la venuta di suo figlio.
S’inarcò per la contrazione più forte dall’inizio del travaglio. Non capiva se quelle pietre che le spaccavano la schiena fossero dentro di lei o sul pavimento della grotta.
Se almeno avessero trovato posto in albergo. Tutti riavevano cacciati. E quell’arrogante ostessa! Era incinta anche lei, avrebbe potuto avere un po’ di compassione.
Si morse le labbra e sentì che stava piangendo. Ora il figlio di Dio sarebbe nato in una grotta, con una mucca ed un asino, e sicuramente lei ci avrebbe rimesso la pelle.
Era questo che il Dio d’Israele voleva da lei? Usarla come un vaso per spargere il proprio seme e poi farla morire peggio di una bestia?
Si levò una brezza ghiaccia che gelò la sua nuca zuppa e frusciò tra le fronde delle grandi palme fuori la grotta. In lontananza – ma troppo lontano perché Giuseppe potesse lasciarla per chiamare aiuto – si sentivano belare le pecore.
Benedetta tu fra tutte le donne.
“Spingi, moglie!”
Sì, i dolori erano cambiati, si stavano facendo insopportabili: non mancava molto. Guardò fra le gambe aperte, al di là delle vesti appallottolate a metà ventre. Vide le cosce striate di sangue, vide il pelo del proprio pube, sotto la mano di Giuseppe il falegname, alzarsi ed abbassarsi al ritmo delle contrazioni.
Giuseppe era un buon marito. Era l’unico padre che desiderava per suo figlio. Eppure Gesù non sarebbe stato suo, lui la stava aiutando a far nascere il figlio di Dio.
Ma ora tutto sembrava così lontano, così assurdo. La visita dell’angelo, la luce, il fremito nel suo grembo… Ave Maria, piena di grazia… una visione forse? No, perché il bambino era stato concepito quando mancavano tre mesi alle nozze e lei non aveva ancora conosciuto uomo.
Aveva sperato, però, che alla sposa di Dio, all’ancella del Signore (tale si era proclamata inginocchiandosi nella luce che trasfigurava la sua umile casa) queste sofferenze sarebbero state risparmiate. Quando la grande creatura di luce con le ali di piuma le aveva detto: non temere, Maria, tu hai trovato grazia davanti a Dio, non pensava che le sarebbe stato imposto di partorire come le altre donne. E se fosse morta? Chi avrebbe allattato il suo piccolo? Perché il bambino era pur sempre suo figlio. Suo e di Giuseppe. Avrebbe lottato perché il Signore non lo togliesse a suo marito! Doveva essere Giuseppe il padre del piccolo, almeno finché Gesù non fosse cresciuto abbastanza.
Lontani, i fuochi dei pastori illuminavano le tende. Betlemme era in festa per la notte del censimento.
“Si vede la testa! Ha tanti capelli! Su, Maria, resisti! Ogni volta che spingi spunta fuori, ma poi torna indietro.”
“Allora non uscirà! Oh, Signore, aiuta tuo figlio…aiutami!”
“Ma, no, stai calma. Deve essere una cosa normale… ogni volta ti apri di più.”
Sentì che le dita di suo marito ora cercavano d’impedirle di richiudersi, ma era al di là della vergogna ormai. Voleva solo che finisse, voleva uscire da quel lago di dolore.
Egli sarà grande e verrà chiamato figlio dell’Altissimo.
Figlio dell’Altissimo… era un uomo invece! Quanta umanità c’era nei dolori che le strappavano le viscere, nel sangue che bagnava la polvere della grotta, che schizzava sulle vesti di Giuseppe.
Era Dio, ma nasceva come gli agnelli, nel sangue.
Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.


Il monitoraggio era terminato. Ora Mrs Spencer le stava provando la pressione. Sorridendo, confermò che tutto era a posto. “Ok, è stata bravissima, Mary.”
Mary sospirò di sollievo e si rilassò sui cuscini. Stava perdendo ancora un po’ di sangue ma, dopo la disinfezione, le era stato applicato sul pube un grosso assorbente e adesso si sentiva di nuovo fresca sotto il lenzuolo.
Era andato tutto bene, suo figlio era nato! Quel figlio che Dio non le aveva voluto concedere, lei se lo era costruita da sola, con tutte le sue forze.
Quando avevano scoperto che Joseph era sterile, c’era stato tanto dolore in famiglia, ribellione, rabbia. Poi avevano deciso. Se Joseph non poteva darle un figlio, ne avrebbero comprato uno alla banca dello sperma, pagando qualsiasi prezzo pur di farlo nascere.
Mrs Spencer si avvicinò con un fagotto fra le braccia e lo posò delicatamente sul ventre ancora rigonfio della madre. Joseph fece un passo avanti, incerto, commosso.
Mrs Spencer aggrottò le ciglia. “Solo cinque minuti, prego, poi lasciamo riposare la signora.”
Joseph annuì. Da come deglutiva con forza, Mary capì che, se solo avesse cercato di parlare, si sarebbe messo a piangere.
Quando la capo infermiera fu uscita, suo marito si accoccolò vicino a lei. Toccò la mano del bambino. Le ditina si strinsero a pugno attorno alle sue.
Mary guardava suo figlio e l’uomo che l’avrebbe allevato. Questo è il figlio dell’uomo, pensò, il figlio di uno sconosciuto che ha versato il suo seme per me. Ma è anche il figlio di Dio, nato per miracolo ed in letizia, ed il suo corpo è ancora caldo delle mani del Signore.

Mostra altro

Nessun dolore

10 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

È spaventoso come una persona ti esce dal cuore. La guardi e capisci che hai rinunciato a sperare. Non sarà mai come vorresti che fosse. C’è un ponte fra voi, che ogni giorno tu fatichi ad attraversare, ma lei non si sporge mai verso di te. Ti cresce il vuoto dentro, vedi l’abisso che si scava, e ti senti impotente.
Certo, avvocato, certo, lo so che divago, lo so che devo essere precisa. Ricordo bene quando Francesco è venuto a prendermi al lavoro.
Ci siamo fermati alla gelateria Primavera. Mentre io ordinavo due paste, lui si è messo a leggere la Gazzetta dello Sport.
“Ti devo dire una cosa”, ho cominciato. Rigiravo le analisi fra le dita, sotto il tavolino, mi tremava la voce.
“Uhm”, ha fatto lui, senza alzare gli occhi dal giornale. È quello che dice quando non mi sta ascoltando.
“Vaffanculo, France”.
“Eh, dicevi?”
“Niente.”
In quel momento gli è squillato il cellulare. Ha risposto piegando appena la testa di lato, come fa quando mi sta raccontando una bugia. “Sì, sì”, ha detto, “ne parliamo con calma domani”, poi ha chiuso la comunicazione.
L’ho guardato senza dire nulla e lui ha abbassato gli occhi. “Chi era?”, ho domandato alla fine.
“Nessuno, la solita grana di lavoro.”
Ho osservato la sua figura, che conosco in ogni minimo particolare, tanto che potrei disegnarla ad occhi chiusi. I bei capelli neri, le lunghe ciglia quasi femminee, l’aria elegante e svagata. “Andiamo a casa”, ho detto, “sento freddo.”
A casa abbiamo parlato del dentista, del lavandino intasato e del veterinario per Bingo, poi, di nascosto, gli ho preso il cellulare dalla tasca e ho premuto ultima chiamata.
Una voce di donna, assonnata e roca. È stata la banalità di quella voce ad offendermi.
E poi ricordo anche quella sera, mesi dopo, che sono tornata a casa ed in camera c’era il letto smosso, nel bagno il mio accappatoio non stava dove di solito lo lascio. Lei si era gingillata con i miei trucchi, li aveva aperti, spostati, aveva spruzzato il mio profumo per divertirsi o forse per nascondere il suo odore. Ho trovato Bingo rintanato sotto il letto, l’ho preso in braccio, “mami è qui, è tutto a posto.” Ma non era tutto a posto, no, affatto.
Ancora il telefono, sempre quel cazzo di telefono. “Che succede, France?
“Niente, vai di là, lasciami in pace.”
Sono andata in cucina ed ho cominciato a lavare l’insalata. Lo sentivo camminare in su ed in giù per il soggiorno, sentivo le sue imprecazioni soffocate. “Non puoi farmi questo”.
“Ci sono problemi?” ho domandato. “Nulla che non si possa risolvere, Chiara. Lascia stare quella roba, ti porto fuori a cena.”
Siamo andati al solito posto, lui ha ordinato il pesce ma poi l’ha lasciato nel piatto. Parlava poco, teneva la testa bassa. Gli è squillato ancora il cellulare e ho riconosciuto la voce alterata di quella donna. Ho sentito chiaramente le parole incinta e divorzio.
“Non ci lascia più neppure cenare?” ho domandato. Stranamente, lui non ha negato. Ha calato la testa nel piatto, ha sospirato. “Chiara, sistemerò le cose, dammi un po’ di tempo.”
C’è un tempo per tutto, Francesco, avrei voluto dirgli, e quel tempo per noi è passato. Ma ho imparato che tacere è la via migliore, che è così che si sopravvive.
A casa mi sono piazzata davanti allo specchio e mi sono guardata tutta, dalla testa ai piedi, come per rendermi conto che ci sono. Ho lisciato la pancia che cominciava a soffocarmi. “Cerca di essere felice, Chiara”, mi sono detta, “fallo per te e per il bambino.”
Vede, avvocato, non riesco a provare tenerezza per mio figlio, sono svuotata d’ogni sentimento. L’unica cosa che davvero vorrei è tornare a casa. Se mi permettessero di rientrare, metterei tutto a posto, laverei via quelle macchie. Ho lasciato troppe cose a metà, ci sono ancora le camicie di Francesco da stirare, i pantaloni da portare in tintoria. Mi serve qualcosa di lui da toccare, da annusare.
Tiro fuori di tasca una sua foto e la liscio. È più giovane, più magro, con più capelli, sorride a me che lo inquadro. Forse quando gli hanno fatto l’autopsia, mi ha chiamato, forse ha avuto paura. Mi passo la foto sulla guancia ed è fredda.
Perché cazzo non si può piangere un morto da soli?
I morti vanno piombati nelle casse, archiviati in fretta, perché la vita continui, perché si torni al lavoro, a scuola, allo stadio.
Sa, al funerale, la gente passava, posava fiori ai piedi della bara, mi stringeva le mani. “Coraggio, Chiara.” Ma non mi guardavano negli occhi. Qualcuno mi baciava, lasciandomi una scia di saliva sulla guancia che mi pulivo subito, di nascosto, col dorso della mano.
Mia madre parlava con la gente. “Abbiamo preso l’avvocato migliore, questa non mi doveva capitare, non ce la faccio alla mia età.” Mia madre mette sempre se stessa al centro, come se Francesco fosse morto per dare un dispiacere a lei, come se il dolore non fosse mio ma suo.
Io fissavo Francesco, le palpebre semiaperte, le guance incavate, la barba che continuava a crescere anche nella bara. Cosa aveva a che fare col ragazzo che mi mandava mazzi di rose per farsi perdonare, che mi lasciava bigliettini teneri in giro per casa?
Ma sarà vero che i morti sono in pace ?
Gli parlavo. Sai, France, dicevo, sono stata da lei, al suo negozio. Ha detto che mi volevi lasciare dopo la nascita del bambino. Non le ho creduto.
Sì, lei, proprio lei, appoggiata al bancone, indaffarata con i saldi di fine stagione, ha stirato le labbra gonfie, ha strinto gli occhi truccati, ha detto che non eri felice con me.
Dicono che il bambino ha bisogno di sentire il mio affetto, ma che non devo attaccarmici troppo perché me lo toglieranno. Vorrei che fosse ancora dentro di me.
Ho letto articoli su bambini cresciuti in prigione, che chiamano cella la casa, che hanno terrore del mondo di là dalle sbarre, che vengono strappati alle madri in una data ora e in un dato giorno stabiliti dalla legge. Bambini insicuri, traumatizzati, segnati per tutta la vita. Risparmierò questo a mio figlio, lo lascerò andare. Non gli darò nemmeno un nome.
Francesco ed io ci siamo amati, cosa crede, avvocato, i ricordi belli sono tutti lì, se non ne fossi convinta, impazzirei.
Ora vorrei trovarmi al suo posto, senza più pensieri sotto la terra fresca, solo l’odore d’acqua ferma nei vasi e, tutt’intorno, i morti immemori, senza ricordi, senza speranze inutili
Ma, in fin dei conti, si tratta solo di mettere un piede di fronte all’altro, nello spazio ristretto di questa cella, far passare il tempo. Ho persino il lusso di poter piangere da sola, quando le altre sono fuori per l’ora d’aria. Piango solo un poco, piango di nascosto e poi vado avanti. Mi piego ma non mi spezzo, avvocato, tanto, lo sa anche lei, ormai non c’è più niente da spezzare.
Sento le donne che gridano, che si disperano. Io non grido mai, sto sempre zitta, ascolto le voci nella mia testa. “Francesco, Francesco, Francesco”.
Francesco dovrebbe essere anche il nome di mio figlio, ma mi mordo le labbra per non dirlo a voce alta, per non chiamare un bimbo che non mi appartiene, che un’altra alleverà.
Di là da queste sbarre, sento il fischio delle rondini che si abbassano per rincorrere i moscerini. Sono sola, in balia di me stessa. È un dato di fatto, avvocato, non c’è niente di male. Nessun dolore, anzi, quasi un senso di trionfo.

Mostra altro

Immagini ed emozioni dei lettori: Adriana Pedicini

9 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Puccinelli Con tag #patrizia puccinelli, #fotografia, #adriana pedicini, #immagini ed emozioni dei lettori

Foto di Adriana Pedicini

Cara Adriana, innanzitutto grazie per aver mandato le tue immagini. Vediamo subito come le ho percepite e cosa c’è di buono o no.

La Forza delle radici: Sicuramente l’albero è molto grande e tu volevi trasmetterci la sensazione che hai avuto osservandolo, però sei andata un po’ troppo vicina e non capisco bene se sono radici o rami, probabilmente se stavi un pochino più aperta, (più lontana o con meno zoom) riuscivo anch’io a comprendere meglio la maestosità di questo albero; in più il flash in automatico ha cancellato la suggestione che i tuoi occhi hanno così tanto apprezzato, mi spiace, sono sicurissima che era un bellissimo albero ma purtroppo non riesco a trovare quella forza che tu hai cercato di condividere.

Albero secolare: Ecco, questa immagine si che rende l’idea!!!! Bella anche la via di fuga a destra dell’immagine che dà profondità, peccato che la troppa luce a sinistra catturi eccessivamente l’attenzione, però hai allargato il campo e questa sì che dà l’idea della potenza delle radici.

Agosto 2013: Qui hai fotografato in controluce una montagna all’orizzonte, purtroppo la foschia non ti ha aiutato, ma ad Agosto non è che si può chiedere l’aria tersa. Hai preso troppo fogliame alla sinistra che incupisce un po’, ti consiglio, nelle foto di paesaggio, di utilizzare sì, un particolare in primo piano che dà profondità, ma non in modo eccessivo perché altrimenti si prende tutta l’attenzione e non lascia spazio a ciò che volevi mettere in evidenza.

Fiori di campo: Questi fiorellini sono deliziosi, io li adoro! I cespugli fioriti incolti sono difficilissimi da fotografare, perché sono adorabili a vedersi, però, proprio perché sono incolti, sono sporchi di foglie secche e fiori appassiti e l’obbiettivo non è indulgente come i nostri occhi, vede e ripropone tutti i difetti! Penso che l’orizzonte così storto sia dovuto al fatto che volevi prendere più fiori possibili … A volte è meglio prenderne meno, ridurre il campo, ma cercare di trovare la parte più pulita della pianta, rende molto di più.

Arianna sulla catasta di legna: Arianna è una bellissima bambina, ma tu hai messo a fuoco la legna!

Panorama: Classica immagine che riportiamo a casa da una vacanza e vogliamo far capire in che posto meraviglioso siamo stati … Certo, il panorama naturale è molto bello, però non è stato reso il massimo, l’errore più comune che viene fatto nelle foto di panorama è che la macchina fotografica viene tenuta leggermente rivolta verso il basso e di conseguenza il primo piano risulta essere la strada che percorrevamo a discapito della vallata. Bisogna cercare di osservare meglio ciò che viene inquadrato, con un pochino di attenzione in più si hanno subito risultati.

Adriana non ti scoraggiare, tu continua a fotografare e cerca sempre di trasmettere le tue emozioni, qualche volta ci riuscirai non troppo bene, altre molto meglio, cerca di ascoltare il tuo cuore quando guardi dentro al mirino o schermo, sarai ripagata di tutti quei click che non ti hanno soddisfatta.

la forza delle radici

la forza delle radici

albero secolare

albero secolare

agosto 2013

agosto 2013

fiori di campo

fiori di campo

Arianna sulla catasta di legna

Arianna sulla catasta di legna

Panorama

Panorama

Mostra altro

Marta ci vede

8 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Ore tredici, silenzio rovente, canicola. Pensieri come mosche in una giornata umida.
Mentre parcheggio all’ombra dei pini, mi rendo conto di essermi spinto fino al mare. Da quanto non vengo? Forse dall’ultima volta che ci ho portato Marta.
I pini esalano odore di resina riscaldata, di aghi schiacciati sotto le ciabatte di gomma, di polvere. Se fosse qui, Marta berrebbe l’aria con le narici come una puledra, piegherebbe la testa di lato per ascoltare, toccherebbe la corteccia degli alberi, riderebbe se la resina le incollasse le dita, abbraccerebbe il tronco per capirne l’età. “Questo è proprio tanto vecchio”, direbbe, “ne sento l’energia. Gli alberi sono creature vive ed antiche.”
Come due anni fa, in Sicilia. Sudava sotto il sole, mentre visitavamo la Valle dei Templi. Io leggevo le spiegazioni della guida e lei ascoltava, assorta, rapita.
“È assurdo, a che cazzo serve”, pensavo, ma lei era raggiante mentre allargava le braccia e si distendeva sulle rovine del capitello, per afferrarne l’ampiezza, l’asperità del tufo. “È incredibile cosa riuscivano a fare a quei tempi.”
Mi sorrideva dietro gli occhiali da sole grandi e neri. La fotografavo perché era lei a chiedermelo, e intanto pensavo che quelle foto non le avrebbe viste mai, non avrebbe saputo che il naso le si era arrossato, che il petto le si era coperto di efelidi, che il gelato le aveva macchiato la maglietta.
È sempre così entusiasta di tutto, lei.
Mi faccio a piedi il viale fino alla spiaggia infuocata, affollatissima, stringo gli occhi nella calura tremolante. Quasi non vedo il mare, oltre le file degli ombrelloni, ma c’è odore di salmastro, di abbronzanti, di ghiacciolo, di scarpe abbandonate al sole.
Chiudo gli occhi, provo a sentire le cose come le sente lei, ma la tristezza mi chiude la gola. Se fossi un insetto, penso, vedrei il mondo attraverso occhi dalle mille sfaccettature. Non sarebbe il mondo che conosco io.
Mi spoglio. Gli slip neri possono sembrare un costume, e comunque me ne frego. Cammino a lungo prima che l’acqua mi arrivi al petto. Nei passi faticosi verso il largo, rivedo mio padre che fa arselle col setaccio grande, e mia madre col costume intero, i piedi larghi e forti, le spalle fiere. Mi sento solo, come non lo sono mai stato, solo con tutte le responsabilità.
Mi tuffo, l’acqua mi fa rabbrividire, avanzo a bracciate verso il nulla, nuoto fino a che il bagnino non comincia a fischiare per richiamarmi indietro.
Sono disperato, non c’è nulla che voglia fare, nulla che ami, nulla che desideri.
“È depressione, Gianfranco”, mi ha detto Roberto, che è medico ed anche mio amico. “Stare accanto ad una moglie non vedente è difficile, lo capisco. Ora ti segno delle pillole, ma tu fatti forza.”
“Maledizione, Roberto. Non mi servono farmaci. Non sono depresso.”
Roberto ha scosso la testa. “Pensa a Marta, Gianfranco. È cieca da dodici anni, dal giorno dell’incidente, ma non ho mai conosciuto qualcuno con tanta voglia di vivere. Lei ti ama, non dimenticarlo.”
Marta mi ama. Sono fortunato. Quella sera guidavo io.
Non riesco più ad alzarmi la mattina ed in quest’acqua ci vorrei annegare.
Marta è cieca. No, non è vero. Marta vede in un altro modo, vede col cuore, con l’anima, con i sensi. Lei vede più di me, vede tutto quello che io non so più vedere. Lei vede il bene della vita che io ho perso.
Mi volto e torno a riva così veloce da sfiancarmi, fino a che i miei piedi non toccano di nuovo la sabbia piena di buche, di mulinelli, di tracine brucianti. Piena di cose vive.
Mi rivesto senza nemmeno asciugarmi.
Chissà, magari, sulla strada del ritorno mi fermerò in farmacia.

Mostra altro

Il faro

8 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

Nell’aria un sottile odore di osso succoso

seguo la scia sbavando e leccandomi

ma il mio padrone ha solo alzato la mano

e fatto un gesto indefinito

l’osso ce l’ho messo io.

Ora non c’è nemmeno più quel “vedrai”.

Un muro, col cuore di calcina,

di pietra refrattaria, insensibile.

Sento il mio amore contrarsi

come la materia di un buco nero.

Finché la luce di questa estate mi vorrà viva

vedrò la vita dal crepuscolo,

ma, se posso scegliere, voglio un faro,

una torre in mezzo al mare,

con una piccola spiaggia.

Sentirò il rumore delle onde

dalla mia finestra

la risacca laverà via il dolore

mi purificherà.

Ogni granello di sabbia

ogni guscio di granchio seccato al sole

saranno intrisi del mio amore.

Dimenticherò il magro raccolto della mia vita

Dio scenderà a toccarmi

e non avrò più bisogno di nessuno.

Mostra altro

Immagini ed emozioni dei lettori: Luigina Monferini

7 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Puccinelli Con tag #patrizia puccinelli, #fotografia, #immagini ed emozioni dei lettori

Foto di Luigina Monferini – Lago di Massaciuccoli – Torre del Lago - Lucca

Cara Luigina, mi hai mandato le foto fatte con il tuo iPhone, dico subito che fare le foto con i cellulari, anche se di ottima qualità e con “tanti” mega non è la stessa cosa che fare le foto con una macchina fotografica e ti spiego subito perché: le lenti che sono su di un qualsiasi cellulare, anche se di ottima qualità, sono molto piccole per cui “assorbono” la luce. Infatti come le ingrandisci un pochino subito arriva il “rumore” dei pixel mancanti, converrai con me che sia il processore che il sensore di una anche piccola macchina fotografica sarà sempre maggiore di un cellulare. Detto questo, adesso vediamo le foto che mi hai inviato. J

Foto n.001 - Battello sul Lago: credo sia un’alba, i colori sono molto belli ed è ottimo il riflesso, la sensazione è bella, per quanto riguarda l’inquadratura avrei preferito che non ci fosse stata la poppa del secondo battello, ma non si può avere tutto.

Foto n. 002 – 003 – Silhouette: Nella prima c’è un po’ di confusione, troppo nero in basso, la seconda invece, la n. 003, anche se non è proprio una vera silhouette è molto meglio, dà la sensazione di profondità prodotta delle nuvole e dal personaggio un po’ arretrato a confronto del gruppo. L’inquadratura dal basso è buona e gli elementi di contorno non creano “confusione”.

Foto n. 004 – Sole fra le nuvole: l’attimo che hai colto è molto bello, peccato che non eri nel posto adatto… ma comunque hai colto l’istante, i raggi che filtrano sono belli, con il giusto taglio può dare più emozione.

Foto n. 005 – Lago con anatre: il paesaggio è molto bello, i riflessi meno spiccati dell’altra, ma sicuramente una bella immagine. La natura ci regala sempre delle scenografie inimitabili.

Foto n. 006 – Luna specchiata nel lago: L’idea è bellissima, purtroppo è il cellulare che non ha reso ciò che tu volevi regalarci, il riflesso è bello, ma in questo caso necessitava la presenza di un cavalletto e tempi di posa lunghi …..

Foto n. 007 – Fiori di pesco: questa immagine è bella, l’ora in cui l’hai fatta è la mia preferita, tutto si tinge di blu come in un sogno, non sembra nemmeno di essere al Lago di Massaciuccoli. L’inquadratura a mio avviso è perfetta e la luna piena che fa bella mostra si sé è molto bella. Questa immagine a me dà emozione, brava.

Patrizia Puccinelli

foto 001

foto 001

foto 005

foto 005

 foto 006

foto 006

 foto 007

foto 007

foto 003

foto 003

foto 004

foto 004

foto 002

foto 002

Mostra altro

George R.R. Martin, "Game of Thrones"

6 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Game of Thrones

di George R.R. Martin 1996

Harper Voyager, 2011

 

pp. 801

€ 14,40

 

When you play the game of Thrones, either you win or you die”.

 

Da una minestra riscaldata può nascere una zuppa appetitosa? La risposta è sì, nel caso di Game of Thrones, il romanzo fantasy di George R.R. Martin.

Se già nelle iniziali dell’autore sentiamo riecheggiare il nome del maggior esponente del genere, in altre parole Tolkien, possiamo dire che tutto il romanzo è la saga del già visto. Mai come in questo caso a ogni immagine, a ogni descrizione, a ogni ambiente, a ogni battaglia combattuta e arma brandita, si collega qualcosa di già sentito e già osservato, qualcosa che fa parte del bagaglio culturale di chiunque abbia dimestichezza con la fantasia e con l’immaginario. Ci vengono in mente associazioni di ogni genere, viste e udite non solo sui libri, ma in televisione, al cinema, ovunque.

 

I tornei, le armature, le cotte di maglia lucente, ricordano sir Lacillotto in film come Excalibur di John Boorman (1981), ma anche Il primo cavaliere di Jerry Zucker (1995). La giovane Sansa somiglia tanto a Meg che va alla “fiera delle vanità” in “Piccole Donne” di Louisa May Alcott. Il mezzo gigante Hodor è simile, anche nel nome, a Hagrid di “Harry Potter” (che però è del 1997 ed è quindi di poco successivo). I vari casati in lotta per il trono sono vicini agli abitanti del pianeta Cottman IV nel “Ciclo di Darkover”, o alla storica Guerra delle due Rose. Le atmosfere sanguinarie, erotiche e barbariche, del filone dedicato a Daenerys e a suo marito Drogo, ci ricordano sceneggiati televisivi ispirati alla figura di Attila e di Gengis Khan.

Insomma, è tutto un susseguirsi di déjà vu. Quindi si potrebbe pensare che il genere non abbia più niente da offrire, che il romanzo di Martin sia solo per aficionados influenzati dal successo dell’omonima serie televisiva. Invece non è così, invece era da tanto che non ci immergevamo in una lettura di ottocento pagine con la sensazione di essere precipitati davvero in un secondary world fantastico, curato nei minimi particolari e coerente. Chi scrive narrativa di genere, infatti, sa che, qualunque sia l’argomento trattato, non deve mai perdere la fiducia del lettore con errori grossolani. Un occhio non può essere vitreo, per capirci, né la volontà ferrea, in un universo dove vetro e ferro non sono stati ancora inventati. Ed era da tanto che non vedevamo in atto la subcreazione tolkieniana con tale forza da farci correre subito in libreria per comprare il secondo della serie e poi il terzo e via di seguito. All’interno di elementi già noti e riconducibili a un patrimonio di conoscenze comuni, a Martin va riconosciuta la capacità di aver sviluppato alcune figure e alcune situazioni in modo molto personale.

Fra i personaggi spiccano le due ragazzine dal carattere opposto, la mansueta Sansa e il maschiaccio Arya – davvero riconducibili agli archetipi Meg e Jo – e Tyrion, rielaborazione ovvia, e insieme geniale, del nano della fantasy. Tyrion è infatti un vero nano umano, figlio sgradito di un signore della guerra, con tutte le conseguenze psicologiche che la sua deformità comporta. Ci colpisce anche il piccolo Bran, che rimane paralizzato per mano nemica e affronta con coraggio la sua sventura, oppure Jon Stark, il figlio bastardo che morirebbe pur di essere amato dal padre quanto gli altri figli. I caratteri sono descritti a tutto tondo, hanno un passato, un presente e un futuro, hanno famiglie e motivazioni psicologiche profonde, come la misteriosa nascita illegittima di Jon, o l’infelice rapporto col padre dell’obeso, vile e goffo Sam (a ben guardare molti dei personaggi hanno relazioni conflittuali con i genitori). L’autore conosce tutte le sue creature, sa cosa direbbero in ogni circostanza, sa come agiscono, che posto occupano nello spazio e quali sono le loro movenze.

Al di là dei personaggi, ci sono poi alcuni elementi che caratterizzano la saga. Uno è costituito daidirewolves - i non estinti canis dirus, tradotti malamente con meta- lupi - ciascuno dei quali accompagna i rampolli della casa Stark. Li percepiamo, grandi e possenti, agili e spietati ma fedeli e affettuosi con i padroncini. L’altra immagine che ci rimane scolpita nella mente è quella del Wall, l’immensa muraglia di ghiaccio che da secoli divide le terre degli uomini dalle lande selvatiche e desolate del nord, nascondiglio di cose misteriose, pronte a ghermire nel buio e uccidere. Pare di vederlo, l’immenso muro traslucido, con i suoi camminamenti cosparsi di ghiaino che scricchiola sotto le suole dei Guardiani, con le incrinature, le crepe e i rivoletti di scioglimento, in un mondo dove le stagioni non sono quelle da noi conosciute, ma alternano grandi glaciazioni a lunghe primavere.

Rispetto alle altre cronache fantasy, grande spazio è dato alla sessualità, materia che, di solito, viene rimossa e sublimata. Qui amplessi e stupri sono frequenti ed espliciti, l’universo è selvaggio e insanguinato, al punto che la serie televisiva tratta dal romanzo è stata considerata “diseducativa” per i giovani. Non ci si tira indietro neppure di fronte all’incesto o alla pedofilia. Jaime e Cersei sono gemelli, come Cathy e Heathcliff (senza averne l’oscura potenza) si completano a vicenda e l’atto sessuale per loro è una sorta di riunione con la metà perduta. Daenerys va sposa al suo principe guerriero a soli tredici anni. Sansa ed Arya sono bambine ma già suscitano desideri nei maschi adulti.

Anche la religione trova una collocazione, dimenticata nell’atea Terra di Mezzo e in altri universi fantastici. Il culto dei septon e delle septas, che sta soppiantando quella degli antichi dei, ricorda il conflitto fra cristianesimo e druidismo, così ben rappresentato non solo da Merlino e Morgana inExcalibur (che, non dimentichiamolo, si basa su La Morte d’Arthur di Thomas Malory) ma anche nei romanzi della Bradley e, in particolare, ne “Le nebbie di Avalon" e nel suo prequel, “The Forest House”, costruito sulla storia narrata nella Norma di Vincenzo Bellini.

Le tecniche narrative applicate nel testo sono le più comuni e collaudate del genere. I personaggi seguono il POV, cioè il punto di vista circoscritto alternato in capitoli, pratica affinata da Tolkien - il quale non perde quasi mai la focalizzazione hobbit - e portata avanti poi da Terry Brooks nel “Ciclo di Shannara”. La capacità narrativa si esplica con quello che possiamo definire “lo sguardo circolare”. Mentre racconta, l’autore non perde mai di vista la scena generale, ha un occhio capace di cogliere i particolari circostanti, si chiede che cosa fanno gli altri personaggi intorno, chi si sta muovendo nell’ambiente, e fa agire ed esprimere ogni figura secondo le proprie peculiarità.

Per concludere, possiamo dire che Martin, all’interno di un genere conosciuto e sfruttato, ha saputo trovare un’interpretazione personale, in grado di dare un senso a ciò che scrive, affinché non sia inutile, superfluo o, peggio, ridicolo.

 

"When you play the game of Thrones, either you win or you die."

 

Can a tasty soup be born from a heated soup? The answer is yes, in the case of Game of Thrones, the fantasy novel by George R.R. Martin.

If already in the author's initials we hear the echo of name of the greatest exponent of the genre, in other words Tolkien, we can say that the whole novel is the saga of the already seen. Never as in this case, every image, every description, every environment, every battle fought and weapon brandished, is connected to something already heard and observed, something that is part of the cultural background of anyone familiar with the imagination and with the imaginary. All kinds of associations come to mind, seen and heard not only on books, but on television, in the cinema, everywhere.

The tournaments, the armour, the chain mails are reminiscent of Sir Lancillotto in films such as John Boorman's Excalibur (1981), but also Jerry Zucker's First knight (1995). The young Sansa looks so much like Meg that goes to the "vanity fair" in Little Women by Louisa May Alcott. The giant medium Hodor is similar, also in the name, to Hagrid of Harry Potter (which is from 1997 and is therefore not much later). The various families fighting for the throne are close to the inhabitants of the planet Cottman IV in the Darkover Cycle, or to the historic War of the Two Roses. The bloody, erotic and barbaric atmospheres of the vein dedicated to Daenerys and her husband Drogo remind us of television dramas inspired by the figure of Attila and Genghis Khan.

In short, it's all a succession of déjà vu. So one might think that the genre has nothing more to offer, that Martin's novel is only for aficionados influenced by the success of the television series of the same name. Instead it is not so, instead it has been a long time since we immersed ourselves in a reading of eight hundred pages with the feeling of having really fallen into a fantastic secondary world, with attention to the smallest details and coherent. Those who write gender fiction, in fact, know that, whatever the topic covered, they must never lose the reader's trust with gross errors. To understand, an eye cannot be glassy, ​​nor the will made of iron, in a universe where glass and iron have not yet been invented. And it has been a long time since we have seen Tolkien's subcreation in place with such force that we immediately rush to the bookstore to buy the second of the series and then the third and so on. Within elements already known and attributable to a wealth of common knowledge, Martin must be recognized for his ability to have developed some figures and some situations in a very personal way.

Among the characters, the two girls with the opposite character stand out, the meek Sansa and the tomboy Arya - really attributable to the archetypes Meg and Jo - and Tyrion, an obvious and at the same time ingenious reworking of the fantasy dwarf. Tyrion is in fact a true human dwarf, an unwelcome son of a warlord, with all the psychological consequences that his deformity entails. We are also struck by little Bran, who remains paralyzed by an enemy hand and bravely faces his misfortune, or Jon Stark, the bastard son who would die just to be loved by his father as much as his other children. The characters are described alla round, They have a past, a present and a future, they have families and deep psychological  motivations, such as Jon's mysterious illegitimate birth, or the unhappy relationship with the father of the obese, cowardly and clumsy Sam (on closer inspection many of the characters have conflicting relationships with their parents). The author Knoews all his creatures, knows what they would say in all circumstances, knows how they act, what place they occupy in space and what their movements are.

 

Beyond the characters, there are also some elements that characterize the saga. One is made up of direwolves - the non-extinct canis dirus, - each of which accompanies the scions of the Stark house. We perceive them, large and powerful, agile and ruthless but faithful and affectionate with the owners. The other image that remains engraved in our mind is that of the Wall, the immense wall of ice that for centuries has divided the lands of men from the wild and desolate lands of the north, a hiding place of mysterious things, ready to grasp in the dark and kill. It seems to see it, the immense translucent wall, with its walkways sprinkled with gravel that creaks under the soles of the Guardians, with cracks and melting rivulets, in a world where the seasons are not those we know, but alternate large glaciations with long springs.

Compared to the other fantasy chronicles, great space is given to sexuality, a matter which is usually removed and sublimated. Here intercourses and rapes are frequent and explicit, the universe is wild and bloody, to the point that the television series based on the novel was considered "miseducational" for young people. There is no turning back even in the face of incest or pedophilia. Jaime and Cersei are twins, as Cathy and Heathcliff (without having their dark power) they complete each other and the sexual act for them is a sort of meeting with the lost half. Daenerys marries her warrior prince at just thirteen. Sansa and Arya are girls but already arouse desires in adult males.

Religion also finds a place, forgotten in the atheist Middle Earth and in other fantastic universes. The cult of the septoms and septas, which is replacing that of the ancient gods, recalls the conflict between Christianity and Druidism, so well represented not only by Merlin and Morgana in Excalibur (which, let's not forget, is based on Malory’s Mort d’Arthur) but also in Bradley's novels and, in particular, in The Mists of Avalon and in his prequel, The Forest House, built on the story told in Vincenzo Bellini's Norma.

The narrative techniques applied in the text are the most common and proven of the kind. The characters follow the POV, that is the circumscribed point of view alternating in chapters, a practice refined by Tolkien - who hardly ever loses his hobbit focus - and then pursued by Terry Brooks in the Shannara Cycle. The narrative ability is expressed with what we can call the "circular gaze". While telling, the author never loses sight of the general scene, has an eye capable of grasping the surrounding details, wonders what the other characters around do, who is moving in the environment, and makes each figure act and express according to its peculiarities.

To conclude, we can say that Martin, within a known and exploited genre, has been able to find a personal interpretation, capable of making sense of what he writes, so that it is not useless, superfluous or, worse, ridiculous.

Mostra altro

L'ipocondriaca

6 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

“Ne ha saltato uno.”
“Eh?”
“Ne ha saltato uno, ti dico.”
“Ma uno cosa?”
“Un battito, per la miseria! Se ti occupassi di me, Ennio, se mi guardassi ogni tanto, sapresti che mi stavo misurando le pulsazioni cardiache.”
“Lo fai almeno dieci volte il giorno, Elena, e poi sono le due di notte. In ogni modo, fammi sentire…” Ennio allunga un braccio verso l’abat jour e accende la luce. Con l’altra mano, prende delicatamente il polso di sua moglie e comincia a contare fissando l’orologio.”
“Mi sembrano regolari.”
“No! Ne salta uno ogni tre! Ti rifiuti sempre di vedere i problemi. Te l’ho spiegato che sono giorni che ho un dolore, qui a sinistra. E’ proprio come hanno detto alla televisione. Ci sono certe vene che ti si possono rompere da un momento all’altro e la mia deve essere vicina. Ecco, vedi, non respiro, soffoco!”
“Calmati, Elena, non è niente. Vedrai, appena smetti di agitarti, ti passa tutto. Ieri piangevi per la vescica e dopo dieci minuti hai fatto pipì ed è tornato tutto a posto. Ti preparo una camomilla, va bene?”
“Mettici tre cucchiaini di zucchero. Mi sento così strana, Ennio. Deve essere colpa delle supposte che mi ha dato il dottor Collecchi. Sul bugiardino c’è scritto che possono provocare aritmie.”
“E tu i bugiardini non li leggere!”
“Fossi matta! Così ci resto secca!”

Prima di andare in cucina a preparare la camomilla per Elena, Ennio si ferma in bagno a sciacquarsi il viso accaldato e gli occhi lustri.
Quando rientra in camera, Elena si è assopita con la luce accesa, la testa reclinata, il respiro regolare e tranquillo. Ennio posa il vassoio sul comodino, accanto ad un fascio di riviste mediche, e rimane a guardare sua moglie in silenzio. Sta per dirle quanto bene le vuole, ma il cucchiaino scivola e sbatte sul pavimento.
“Mi dispiace, ti ho svegliata.”
“Hai messo lo zucchero, Ennio?”
Lui annuisce, non dice niente per colpa del groppo che gli chiude la gola. Torna a letto, si stende accanto a lei, spegne la luce. Prima o poi dovrà dirle la verità.
Lei però si accoccola nell’incavo del suo braccio bollente e si riaddormenta subito, mentre lui rimane sveglio a fissare il soffitto, buio come il coperchio di una bara.
*******

“Mi creda, dottor Collecchi, ho avuto una notte terribile, il cuore sembrava impazzito e mi sentivo una morsa sul petto, ecco, proprio in questo punto…”
“Signora Malagodi, visto che è qui, sarebbe opportuno che io le parlassi, ciò che devo dirle mi è infinitamente gravoso, ma è giusto che lei sappia...”
“Allora è vero, sono cardiopatica! Ed Ennio sempre a negare, a darmi dell’ipocondriaca! Pensa solo a se stesso, gli uomini sono tutti egoisti…”
“Signora Malagodi, non …”
“Lo so, dottore, lo so, sta per dirmi che l’elettrocardiogramma è sballato…”
“Signora Malagodi … avrà notato che suo marito non è più lo stesso da qualche tempo…”
Ennio? Cosa c’entra, adesso? Anzi, perché non è qui a confortarmi, a tenermi la mano?
“… è pallido…”
Pallido?
“… la sua massa muscolare si è atrofizzata…”

Uscendo dallo studio del dottore, l’unica cosa che Elena ha capito, è che Ennio sa da tre mesi di dover morire.
Non le ha detto niente, povero Ennio, si è tenuto dentro il dolore e la paura, senza dividerla con lei. Anche questa mattina, salutandola sulla porta, le ha dato un bacio, mormorando: “Io vado, Elena, ma, mi raccomando, tu non ti agitare, stai serena.”
Povero, povero Ennio.
(Uhm… E se il bacio era contagioso?)

Mostra altro

AA.VV., "Raccontare Piombino"

5 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

AA.VV., "Raccontare Piombino"

Raccontare Piombino di AA.VV.

Pagine 150 – Euro 14

Undici autori per raccontare una città, anzi dodici, perché gli splendidi scatti di Andrea Frediani immortalano Piombino in tutta la sua bellezza. Umberto Bartoli, Valentina Della Lena, Paolo Ferrari, Alessandro Fulcheris, Emilio Guardavilla, Federico Guerri, Gordiano Lupi, David Marsili, Marco Miele, Simone Pazzaglia e Paolo Silvestri sono i narratori chiamati all’opera. La città è la vera protagonista, in un libro che non vuol essere celebrativo, né agiografico, ma soltanto un atto d’amore compiuto da un gruppo di scrittori che vivono un rapporto stretto con il litorale tirrenico. L’azione degli undici racconti si svolge nei luoghi simbolo della città: Porto, Marina, Salivoli, Pinetina, Città Vecchia, Populonia, Baratti, Centro Storico… Un biglietto da visita per un luogo dell’anima in rapido divenire, dalla monocultura dell’acciaio alla diversificazione turistica.

Prefazione in forma di racconto

Tornando da Milano rivaluto la mia bistrattata Piombino, piccola città di mare abbandonata tra sentore d’acciaio e profumo di scogliere. Percorro senza sosta vecchie strade, alla ricerca del mare, quel mare che tanto mi manca nella distanza e che do per scontato quando lo trovo a portata di mano, d’olfatto, di vista. Rivedo angoli di tetti sporgenti tra scogliere, cadenti ricordi d’archeologia industriale, pinete che protendono rami nel cielo, braccia ritorte piangendo preghiere. Sogno un bambino che corre tra prati d’illusione, memoria del passato che si fa ricordo, mentre intorno fiorisce una labile primavera. Penso che fino a ieri tutto era neve e dolore, ghiaccio e disperazione, freddo e timore. Scorgo il volo d’un gabbiano. Mi è capitato d’odiare la sua altera presenza, ma adesso mi reca un senso di pace, mi conforta vederlo, mi basta quel profilo imponente sul tetto d’una casa di mare, ché solo a Piombino ho visto condomini sulle scogliere, unica città al mondo edificata a misura d’operaio. Rivedo lo chalet sul mare, il bar nella piazza ai caduti, dove al mattino giardinieri svogliati compongono la scritta Salivoli con piante grasse. È il bar dove ho bevuto l’ultimo caffè con mio padre, prima che se ne andasse, il bar dove ogni tanto lo rivedo sorridente davanti alla tazzina di caffè. E poi dicono che non esistono i fantasmi. Non vi fate ingannare. Certo che esistono, invece. Sono dentro di noi, accompagnano una vita raminga, provvisoria, sono la nostra guida, per noi che non siamo Dante ma non possiamo restare orfani di Virgilio. Il vento di scirocco mi penetra i sensi impregnato di salmastro. D’un tratto comprendo l’angoscia di Cabrera Infante, le ultime ore in un letto d’ospedale, lontano dalla sua terra, al termine d’un esilio che supera i confini della vita. Povero Guillermo, che quando scriveva di cinema si faceva chiamare Caín, quanta tristezza morire a Londra sognando il lungomare dell’Avana, i ragazzini bagnati dagli schizzi dell’oceano, i venditori di rum, i froci, le puttane, le case cadenti, i cabaret sulle scogliere, gli alberghi di undici piani che scoprono un cielo stellato. Quanta tristezza. (Gordiano Lupi)

Mostra altro

Francesca Rizza, “Il viola di Alex”

4 Settembre 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #recensioni

Francesca Rizza, “Il viola di Alex”

Il viola di Alex
Francesca Rizza
Arduino Sacco Editore, 2013
pp 270

19,90 €

Il romanzo di Francesca Rizza racconta la vita di Alex e il difficile percorso che la porta ad accettare la propria omosessualità. Il testo, che rientra pienamente nel genere drammatico-erotico indicato dall’editore, parte descrivendo l’infanzia e adolescenza della protagonista e il suo precoce scontro con l’intolleranza della società in cui vive.

Consapevole fin da piccolissima delle proprie inclinazioni, Alex stringe un’intensa amicizia con Andrea, un bambino che a nove anni le confida il proprio amore per un coetaneo. Lei gli confessa a sua volta la propria omosessualità e tenta di convincerlo a dichiararsi. Andrea rimarrà vittima di un delitto omofobico e la violenza subita dall’amico, assieme a quella inflittale dal fratello, segnerà in maniera indelebile Alex e la sua visione del mondo.

La violenza è uno dei fili conduttori nei primi capitoli di questo romanzo, e torna ogni volta a dissuadere la protagonista dal vivere le sue naturali inclinazioni, portandola all’assurdo proposito di non toccare mai più una donna e trovare il proprio appagamento in una compulsiva collezione di esperienze eterosessuali, dolorose e insoddisfacenti.

Solo dopo una relazione con un uomo diverso da tutti quelli conosciuti precedentemente, che la spinge a esplorare la sua omosessualità e la porta in viaggio in Spagna, Alex trova il coraggio di affrontare la sua natura e iniziare una relazione con una donna.

Il romanzo si articola in una serie di capitoli incentrati sulle figure rilevanti nella vita della protagonista, di cui portano il nome, accompagnando la progressiva evoluzione di Alex verso il superamento dei suoi traumi e l’accettazione della sua identità. Positiva è la descrizione di una vita individuale, che nella complessità delle sue esperienze non si lascia incastrare in nessuno stereotipo, né ridurre alla volontà di veicolare un preciso messaggio. Tuttavia in alcuni passi le vicende narrate e le descrizioni, generalmente intense e coinvolgenti, risultano forzate e avrebbero probabilmente necessitato di un ulteriore editing. Nonostante ciò, il libro si legge in maniera scorrevole e non manca di catturare il lettore con passaggi fortemente disturbanti, alternati a sequenze di piacevole lettura.

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 > >>