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Alessio Piras, "Nati in via Madre di Dio"

26 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #alessio piras, #recensioni

 

 

Nati in via Madre di Dio

Alessio Piras

 

Fratelli Frilli Editori, 2017

pp 179

11,90

 

Avendo continuato sul filone del noir che ha come protagonisti il commissario Andrea Pagani e il ricercatore universitario Lorenzo Marino, Alessio Piras, in questo suo secondo romanzo dal titolo Nati in via Madre di Dio, si trova ingabbiato. Deve continuare il “racconto nel racconto”, perché, come nel primo romanzo, a narrare tutta la storia è un terzo incomodo, una voce fuori scena di cui non si sentiva il bisogno. E deve portare avanti la storia dei due coprotagonisti, Andrea e Lorenzo, quando di protagonista ne basterebbe uno solo. Si capisce che Piras spalma un po’ di se stesso su entrambi i personaggi, ed è vicinissimo a Lorenzo Marino, ma bisogna tenere viva l’attenzione per capire di quale dei due personaggi il capitolo si stia occupando, perché, a volte, non è facile distinguerli.

Siamo nel 2014. Un barbone viene ritrovato ucciso, uno di quelli di cui non interessano a nessuno né la vita né la morte. Lorenzo Marino e Andrea Pagani si ritrovano ancora una volta fianco a fianco ad indagare sul suo omicidio, che risulta collegato alle loro famiglie. Nella vicenda sono, infatti, coinvolti niente di meno che i loro nonni. Tutto si rifà ad un passato partigiano, a tradimenti, denunce e vendette. Se c’è una morale è che, quando si tratta di sentimenti umani, di azioni e reazioni, di conseguenze, non esiste in realtà una parte giusta. Giusta lo è solo per i vincitori, per chi si lava la coscienza di ogni rimorso e allontana da sé ogni scrupolo. Per gli altri si tratta pur sempre di vite umane, di legami di sangue e carne, di dolore sopportato e scontato una vita intera. Alessio Piras è sufficientemente giovane e sufficientemente distaccato dagli eventi del passato da potersene rendere conto.

Nel frattempo, Marino e Pagani portano avanti le loro vite private, uno dà principio a una convivenza - lacerato fra Genova,  città natia, e Barcellona, città di adozione – l’altro prova turbamento nei confronti di una donna molto più vecchia di lui, figlia della vittima (questa parte della storia è lasciata in sospeso, forse per sviluppi futuri.)  E, quindi, se c’è un vero personaggio del romanzo, è solo ed unicamente, ancora una volta, la città di Genova. Questa è la parte più bella e più vera del romanzo, sebbene, forse, inquinata un eccesso di toponomastica.

La Genova dei cantautori, del pesto, delle piante di basilico sul davanzale, della focaccia mangiata a  tutte le ore. Ma anche dello scempio edilizio e dei carruggi malfamati.  Una città costretta a lottare per lo spazio, mangiata dal mare e che si mangia la montagna, una città che invade gli argini, cosicché i fiumi, ad ogni alluvione, si riprendono il loro letto. Genova ha sempre più spazio, forse perché manca all’autore ogni giorno di più.

 

Sentiva il bisogno di aria e quella del balcone non gli bastava. Anzi, più che di aria, era l’esigenza di sentirsi Genova sulla pelle, di sentirla sua, di sentirla vicina. Il conforto di una madre, doveva perdersi nelle sue viscere, lasciarsi avvolgere dai suoi carruggi lastricati, stordirsi nel suo viavai di disperati che da tutto il mondo cascano in quel magnifico pantano. (pag 83)

 

Genova, porto di mare in tutti i sensi, crogiolo di vite, babele di lingue, rifugio di anime inquiete che devono ancora trovare se stesse. E qui, forse, fra gabbiani e sartie che cigolano al vento, sta il nocciolo di quel racconto nel racconto, di quella cornice, di quel narratore marinaio che evoca Melville o Conrad, di quell’impossibilità di andarsene – e Piras lo ha fatto  - di noi gente che non viviamo sul mare ma nel mare.

Amore, desiderio, incolmabile saudade. La stessa di Gordiano Lupi per Piombino, la stessa che proverei io se mi lasciassi Livorno alle spalle, ma non riesco nemmeno a pensarlo. Una nostalgia che contempla tutto, il bello e il brutto, i difetti e i pregi, il presente e pure il passato che non c’è più. Una nostalgia che non si scioglie mai in pianto ma diventa magone (el magun di Alberto Sordi) bloccato in gola come un gabbiano a mezz’aria e controvento.

Come nell’altro romanzo, ma forse in modo meno intellettuale, sono presenti la riflessione e il flusso di coscienza. I due protagonisti rimuginano, come tutti noi, sull’esistenza e sul suo fluire, e i loro pensieri finiscono con l’accavallarsi, fra loro, con quelli dell’autore e con i nostri.

 

E un giorno il domani sarà il presente, mentre il presente sarà il passato. In questo scambio di ruoli in cui il futuro diventa presente e il presente passato c’è un solo vincitore. Il passato, che non cambia né si sostituisce, ma semplicemente si ricorda. E interviene la nostalgia, perché il tempo sparge di zucchero i nostri ricordi che divengono comunque dolcemente amari e lontani.  (pag 148)    

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