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poli patrizia

"Quand'ero scemo": la parola ai lettori

8 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #recensioni

"Quand'ero scemo": la parola ai lettori

Ecco una serie di recensioni al mio libro di racconti, "Quand'ero scemo" su ilmiolibro.it

Si tratta di una raccolta di trentadue racconti, popolati da una folla multiforme di personaggi. Uomini disperati, ragazze disilluse, vecchie aggrappate ai ricordi o con la mente persa fra le ombre, fate elfiche, robot, disabili, malati terminali, mogli senza scrupoli. In questa varietà di temi e condizioni umane non si indulge al patetico, non si lanciano messaggi o insegnamenti, piuttosto si riflette sul concetto di 'normalità', ribaltandolo attraverso un'ottica particolare, angolare, magica.

Lorenza:

“Questo libro ci presenta una serie innumerevole di racconti, estremamente vari, talvolta vicini alla realtà da permetterci d’immedesimarsi con la stessa, altre più fantastici, che tuttavia trascendono la realtà attraverso i sentimenti dei personaggi. Infatti, caratteristica preponderante di ogni racconto è quella di esprimere pienamente ogni sentimento attinto dalla gamma più variegata si possa provare. La lettura, piacevolissima e scorrevole, a volte fa sorridere, altre commuove, o, ancora ci permette di guardarci con ironia , per giungere fino all’assurdo delle umane possibilità di pensiero e di azione. Spesso stride con la realtà, quasi a testimoniare la diversità dei punti di vista, la differenza del modo di pensare e di essere, tanto da far pensare a Pinocchio che …”uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero”, quasi a convincersene, ben sapendo che non è proprio così…. Tant’è vero che il ragazzo down, recentemente operato per assumere sembianze definite “normali”, farà di tutto per tornare com’era prima, perché si rende conto che la realtà non è così bella come sembra! Si mescolano storie di rimpianti, tradimenti, conquiste, sfide, gioie e dolori, tutte finalizzate ad una profonda riflessione, quella che farà pensare a suor Maria che…”avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza di guardarsi dentro…” Ma forse è meglio dirsi, come Sabrina, che è ora di …”smettere di porsi queste domande…”, altrimenti si finisce come il boia che ammette “…non vorrei chiedermi se, domani all’alba, quando tu sarai morto, io sarò ancora vivo…” Mi pare quasi superfluo aggiungere che mi è piaciuto molto per la sua estrema originalità e per il tripudio di emozioni che di cui pullula!”

Tata:

“Quando ero scemo, ovvero prima che l’eccelsa luce dell’intelletto illuminasse la consapevolezza di sé. Con piccoli passi seguo il filo delle parole di questi racconti. Piccoli passi timidi, incerti, di chi non vuole disturbare, perché Patrizia Poli mi parla di sentimenti, di paure, di rimpianti, di rimorsi, di disagi, di equivoci, di rabbie, di vendette, mi indica lo scarto fra la realtà dura, ovvia, banale, accettata e il mondo privato, intimo, fragile di donne, uomini, bambini abbandonati, feriti, traditi, persino il robottino lasciato a sé stesso nello spazio che si vede negare anche l’identità di cane, della povera Laika. L’ironia ricama uno stile agile, lieve, delicato. La narrazione mi sorprende, mi attira, mi chiama, mi confonde, mi commuove, in un bisogno di identificazione e di appartenenza con la farfalla e il suo unico grande giorno, col ciecomuto, con Marta, coi gemellini siamesi che aspettano di essere divisi. Con quest’umanità infelice e smarrita che sembra volersi raccontare e svelare.”

Maria Teresa:

“Penetrare a fondo nelle mille sfaccettature della vita non è facile, spesso distratti dalle enormi difficoltà della nostra, osserviamo con molta superficialità e crudele disincanto quanto ci circonda, con un’accettazione passiva andiamo oltre e preferiamo non frugare, non indagare all’interno di tanto dolore sommerso che coinvolge nostri simili, stoicamente considerati lontani o semplicemente diversi. Patrizia Poli, l’autrice di questa raccolta di racconti “Quando ero scemo”, con un’incredibile abilità narrativa legata a uno stile scabro, essenziale, ma profondamente incisivo, attraverso una grande varietà di personaggi, ci costringe a vedere e sentire ciò che non vogliamo, in un modo originale, tutto suo, utilizzando dimensioni oniriche o metaforiche, con sprazzi di paradossale che talvolta riescono a farci sorridere persino nelle situazioni più drammatiche. La sua è un’ironia sottile, apparentemente distaccata, ma in grado di esploderci dentro, per quel suo modo di ribaltare i contenuti dei racconti, sicuramente tutti singolari, dove i più svariati personaggi, prendono consistenza talvolta in modo sibillino, consistenza che acquista una certa attendibilità attraverso secche frasi conclusive che comunque, seppur illuminino, lasciano una scia ricercata di dubbi. Abilissima nel pilotarci all’interno di storie dove il passato e il presente diventano attimi che s’intersecano, come attraverso gli occhi di un’occasionale passante che rivede il cammino avvenuto nel 1369 da parte di un pellegrino diretto a Santiago de Compostela, o dove incredibili situazioni paradossali prendono corpo, come in quella di un uomo che, perfettamente sano, viene ridotto alla stregua di un disabile dalla moglie che lentamente lo avvelena, per fargli così ottenere importanti avanzamenti nella carriera aziendale, lei lascia comunque a noi le conclusioni e senza interferire, ci colpisce. Incontriamo nei suoi racconti anime schiacciate nelle loro vite incompiute, come quella di una suora che è sommersa dai dubbi per un intenso desiderio di libertà, o quella di una donna lacerata dal rimorso per aver abortito, o di un poeta che prima di morire affida al mare e al vento i versi che nessuno ha mai ascoltato. Comunque e sempre narra della vita, della felicità cui tutti aneliamo e che spesso è sfuggente ed effimera, perché stiamo in una solitudine cosmica dove ciascuno è unico a contatto con tanti simili. Così capita che un ragazzino Down considerato “diverso”, dopo aver acquistato la normalità con un intervento chirurgico, si senta addolorato e diverso in un mondo in cui non si riconosce e che non gli appartiene, e desidera ritornare scemo, per riacquistare la felicità nell’incoscienza di eterno bambino, dove esiste Babbo Natale e tutto sa di pulito e buono. Apparentemente Patrizia Poli non parla di sé e del suo sentire, ma il suo pensiero, la sua protesta verso questo mondo così scarso d’amore si avverte e vibra in ogni parola, con una scia di velato romanticismo che addolcisce le negatività del vivere, mostrando un animo capace di umana comprensione e di perdono.”

Lauretta:

Ecco un piccolo libro, che potrebbe passare inosservato perché semplice e discreto. E invece vale molto più di altri mille libri presenti sugli scaffali in libreria. “Quando ero scemo” è un’opera straordinaria. L’autrice scrive con una disinvoltura, con una partecipazione e con una capacità non scontate. Lo stile narrativo è splendido e rapisce il lettore e, alla fine di ogni racconto, dopo aver spaziato tra luoghi distanti e diversi, tra dolori, tristezze, tra disabilità e diversità, tra sogno e realtà, lo riporta con i piedi per terra. I racconti si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.

Ecco una serie di recensioni al mio libro di racconti , "Quand'ero scemo" su ilmiolibro.it

Si tratta di una raccolta di trentadue racconti, popolati da una folla multiforme di personaggi. Uomini disperati, ragazze disilluse, vecchie aggrappate ai ricordi o con la mente persa fra le ombre, fate elfiche, robot, disabili, malati terminali, mogli senza scrupoli. In questa varietà di temi e condizioni umane non si indulge al patetico, non si lanciano messaggi o insegnamenti, piuttosto si riflette sul concetto di 'normalità', ribaltandolo attraverso un'ottica particolare, angolare, magica.

Lorenza:

“Questo libro ci presenta una serie innumerevole di racconti, estremamente vari, talvolta vicini alla realtà da permetterci d’immedesimarsi con la stessa, altre più fantastici, che tuttavia trascendono la realtà attraverso i sentimenti dei personaggi. Infatti, caratteristica preponderante di ogni racconto è quella di esprimere pienamente ogni sentimento attinto dalla gamma più variegata si possa provare. La lettura, piacevolissima e scorrevole, a volte fa sorridere, altre commuove, o, ancora ci permette di guardarci con ironia , per giungere fino all’assurdo delle umane possibilità di pensiero e di azione. Spesso stride con la realtà, quasi a testimoniare la diversità dei punti di vista, la differenza del modo di pensare e di essere, tanto da far pensare a Pinocchio che …”uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero”, quasi a convincersene, ben sapendo che non è proprio così…. Tant’è vero che il ragazzo down, recentemete operato per assumere sembianze definite “normali”, farà di tutto per tornare com’era prima, perchè si rende conto che la realtà non è così bella come sembra! Si mescolano storie di rimpianti, tradimenti, conquiste, sfide, gioie e dolori, tutte finalizzate ad una profonda riflessione, quella che farà pensare a suor Maria che…”avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza di guardarsi dentro…” Ma forse è meglio dirsi, come Sabrina, che è ora di …”smettere di porsi queste domande…”, altrimenti si finisce come il boia che ammette “…non vorrei chiedermi se, domani all’alba, quando tu sarai morto, io sarò ancora vivo…” Mi pare quasi superfluo aggiungere che mi è piaciuto molto per la sua estrema originalità e per il tripudio di emozioni che di cui pullula!”

Tata:

“Quando ero scemo, ovvero prima che l’eccelsa luce dell’intelletto illuminasse la consapevolezza di sé. Con piccoli passi seguo il filo delle parole di questi racconti. Piccoli passi timidi, incerti, di chi non vuole disturbare, perché Patrizia Poli mi parla di sentimenti, di paure, di rimpianti, di rimorsi, di disagi, di equivoci, di rabbie, di vendette, mi indica lo scarto fra la realtà dura, ovvia, banale, accettata e il mondo privato, intimo, fragile di donne, uomini, bambini abbandonati, feriti, traditi, persino il robottino lasciato a sé stesso nello spazio che si vede negare anche l’identità di cane, della povera Laika. L’ironia ricama uno stile agile, lieve, delicato. La narrazione mi sorprende, mi attira, mi chiama, mi confonde, mi commuove, in un bisogno di identificazione e di appartenenza con la farfalla e il suo unico grande giorno, col ciecomuto, con Marta, coi gemellini siamesi che aspettano di essere divisi. Con quest’umanità infelice e smarrita che sembra volersi raccontare e svelare.”

Maria Teresa:

“Penetrare a fondo nelle mille sfaccettature della vita non è facile, spesso distratti dalle enormi difficoltà della nostra, osserviamo con molta superficialità e crudele disincanto quanto ci circonda, con un’accettazione passiva andiamo oltre e preferiamo non frugare, non indagare all’interno di tanto dolore sommerso che coinvolge nostri simili, stoicamente considerati lontani o semplicemente diversi. Patrizia Poli, l’autrice di questa raccolta di racconti “Quando ero scemo”, con un’incredibile abilità narrativa legata a uno stile scabro, essenziale, ma profondamente incisivo, attraverso una grande varietà di personaggi, ci costringe a vedere e sentire ciò che non vogliamo, in un modo originale, tutto suo, utilizzando dimensioni oniriche o metaforiche, con sprazzi di paradossale che talvolta riescono a farci sorridere persino nelle situazioni più drammatiche. La sua è un’ironia sottile, apparentemente distaccata, ma in grado di esploderci dentro, per quel suo modo di ribaltare i contenuti dei racconti, sicuramente tutti singolari, dove i più svariati personaggi, prendono consistenza talvolta in modo sibillino, consistenza che acquista una certa attendibilità attraverso secche frasi conclusive che comunque, seppur illuminino, lasciano una scia ricercata di dubbi. Abilissima nel pilotarci all’interno di storie dove il passato e il presente diventano attimi che s’intersecano, come attraverso gli occhi di un’occasionale passante che rivede il cammino avvenuto nel 1369 da parte di un pellegrino diretto a Santiago de Compostela, o dove incredibili situazioni paradossali prendono corpo, come in quella di un uomo che, perfettamente sano, viene ridotto alla stregua di un disabile dalla moglie che lentamente lo avvelena, per fargli così ottenere importanti avanzamenti nella carriera aziendale, lei lascia comunque a noi le conclusioni e senza interferire, ci colpisce. Incontriamo nei suoi racconti anime schiacciate nelle loro vite incompiute, come quella di una suora che è sommersa dai dubbi per un intenso desiderio di libertà, o quella di una donna lacerata dal rimorso per aver abortito, o di un poeta che prima di morire affida al mare e al vento i versi che nessuno ha mai ascoltato. Comunque e sempre narra della vita, della felicità cui tutti aneliamo e che spesso è sfuggente ed effimera, perché stiamo in una solitudine cosmica dove ciascuno è unico a contatto con tanti simili. Così capita che un ragazzino Down considerato “diverso”, dopo aver acquistato la normalità con un intervento chirurgico, si senta addolorato e diverso in un mondo in cui non si riconosce e che non gli appartiene, e desidera ritornare scemo, per riacquistare la felicità nell’incoscienza di eterno bambino, dove esiste Babbo Natale e tutto sa di pulito e buono. Apparentemente Patrizia Poli non parla di sé e del suo sentire, ma il suo pensiero, la sua protesta verso questo mondo così scarso d’amore si avverte e vibra in ogni parola, con una scia di velato romanticismo che addolcisce le negatività del vivere, mostrando un animo capace di umana comprensione e di perdono.”

Lauretta:

Ecco un piccolo libro, che potrebbe passare inosservato perché semplice e discreto. E invece vale molto più di altri mille libri presenti sugli scaffali in libreria. “Quando ero scemo” è un’opera straordinaria. L’autrice scrive con una disinvoltura, con una partecipazione e con una capacità non scontate. Lo stile narrativo è splendido e rapisce il lettore e, alla fine di ogni racconto, dopo aver spaziato tra luoghi distanti e diversi, tra dolori, tristezze, tra disabilità e diversità, tra sogno e realtà, lo riporta con i piedi per terra. I racconti si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.

si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.

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Maria Vittoria Masserotti, "CasaMarina"

21 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Maria Vittoria Masserotti, "CasaMarina"

Maria Vittoria Masserotti è l’autrice di questo romanzo, "CasaMarina". Maria Vittoria Masserotti era mia amica. Maria Vittoria Masserotti è morta il 12 marzo 2015.

È sempre difficile parlare del libro di una persona che conosciamo perché l’obiettività è inarrivabile. C’è sempre quel quid d’interesse aggiunto, c’intriga molto vedere quanto dell’amico/amica è presente nel testo: la sua biografia, le sue abitudini, i suoi gusti, il suo modo di esprimersi, i luoghi che descrive. Qui c’è l’aggravante della morte, improvvisa, crudele, recentissima. Cercherò, per quanto mi è possibile, di superare il filtro del dolore, della familiarità, e pormi in un’ottica distaccata.

Di M.V. Masserotti ho seguito tutto il percorso narrativo. Si era dedicata in tempi relativamente recenti alla scrittura, ben presto il gesto di scrivere era diventato una ragione di vita per lei. Se il suo profilo Facebook non fosse stato cancellato, potrei riportare le sue esatte parole, con le quali più e più volte, anche in amabile contraddittorio con me, ha espresso l’ineluttabilità del suo bisogno di comunicare attraverso la parola scritta.

Ho letto il suo primo romanzo, “Luce” e le sue due raccolte di racconti, “Cose” e “Racconti per una canzone”, ma poco prima di morire mi disse che considerava “CasaMarinail libro, quello che nella vita si scrive una volta. Purtroppo è stato il suo testamento spirituale ed ha visto la luce solo pochi mesi prima della sua scomparsa.

La trama ruota intorno a tre generazioni di donne: Cosima, la nonna, Clara, la figlia e Lilly, la nipote. Il periodo storico comprende il fascismo e due guerre mondiali, ma la Storia, anche se è motore di eventi fondamentali - come la morte di Clara nella Resistenza e il bombardamento di Villa Marina - in realtà resta sullo sfondo. Quello che conta, come spesso accade nella vita femminile, è l’Amore, con la A maiuscola, inteso come l’autrice lo intendeva, cioè romantico, estatico, assoluto, violento e trascinante a tutte le età, un amore persino difficile da capire, perché tantrico e filosofico.

Non capisco ma sento. Sento nell’anima che qualsiasi cosa succeda, io sono nell’eternità.”

Quest’amore è declinato in tre figure femminili. Cosima è la protagonista assoluta, informa di sé tutta la narrazione, è la donna forte, la governante di CasaMarina, ossia la villa al mare di una ricca famiglia di Firenze. Cosima giganteggia dalla prima all’ultima pagina, rimane viva nei ricordi e nei geni delle generazioni successive. Clara è sua figlia, un po’ schiacciata nella storia fra nonna e nipote, pasionaria e ribelle, si arruola fra i partigiani e viene uccisa. Lilly, la nipote, è il personaggio più autobiografico.

Sono tre, hanno caratteri diversi, ma l’amore è il medesimo e, paradossalmente, è più importante degli uomini che lo provocano. I maschi, seppure distinti e caratterizzati, restano tuttavia sullo sfondo. È un amore declinato su tre personalità e tre vicende, che regala vertigini di rapimento ed ebbrezza ma anche abissi di dolore.

Annaspo. Non so nuotare nel mare della sua assenza. Non conosco questo dolore che si diffonde malgrado me. (…) Guardo il mondo che non ha nessuna ragione di essere senza di lui. Ho perso i colori, la realtà è in bianco e nero. Tutto i giunge ovattato o con una violenza inaudita. Sono scorticata, anche il volo di una farfalla mi ferisce.”

Senza amore “si perdono i colori”, si perdono il sapore e il gusto della vita. Però si va avanti, bene o male, la depressione viene accantonata e la realtà ha di nuovo il sopravvento. È questo essere forti, è questo essere donna.

C’è un’altra protagonista, forse la principale, Casa Marina. Luogo del cuore, che verrà abbandonato solo nell’ultima pagina ma, in realtà, portato sempre con sé. È un abbandono intriso di radici, di memoria, di passato. Casa Marina è una villa nascosta fra i lecci di Castiglioncello, con la discesa a mare, la scalinata che porta ai “pungenti”, cioè gli scogli locali. È teatro di vita, di amori, di lavoro, di giochi, di passioni e tuffi fra le onde. È impregnata dell’odore di corteccia resinosa e di salmastro, è bagnata dagli spruzzi, è lambita dalla risacca. Vediamo cambiare in fretta, sotto i nostri occhi, i fotogrammi: abiti, modelli di auto, personaggi. Il tempo passa veloce ma la Casa rimane, anche dopo che è stata distrutta, perché è, come dicevamo, un luogo dell’anima, un nucleo che tiene insieme personalità e affetti.

Il romanzo alterna la narrazione onnisciente ad alcuni capitoli dove la focalizzazione si sposta all’interno, che sono anche, a mio avviso, i migliori, quelli scritti con piglio più originale. Tuttavia il contrasto fra i due stili non stride ma, anzi, dà profondità.

Ci sono alcuni difetti, secondo me, nell’impianto della storia, perché certe parti andrebbero sviluppate di più e alcuni spunti interessanti (come l’intreccio dei rampolli di Cosima, costretta dalle convenienze a riconoscere il figlio dell’ex marito invece che la propria bambina) sono solo accennati e poi abbandonati. Se nella vita vera le cose accadono per caso o per accumulo, nella finzione narrativa non possono esserci vicoli ciechi e tutto deve avere una sua ragione di esistere.

Ma ciò che trascina e commuove non è il plot, non è lo stile, e nemmeno la passione raccontata con toni pudichi e carichi di riserbo, quanto, piuttosto, l’atmosfera che si respira. Nessuna scuola di scrittura può insegnare l’atmosfera, o c’è o non c’è, o la infondi col talento, oppure ciò che produci non ha soffio vitale. “CasaMarina” ha atmosfera da vendere: giovani donne volitive, con le gonne e i capelli agitati dal vento di mare, auto di lusso, pentole che bollono sul camino, bambini che giocano, trine, pizzi, scialli, lettere. Ma anche geloni, candele, pane, bombe, camionette, partigiani.

Ed ora, lasciatemi svestire i panni di recensore e rientrare in quelli dell’amica. Tante volte ho rimproverato a Maria Vittoria, che gli amici chiamavano Mavie, di indulgere troppo all’autobiografismo. Chissà se ha pensato un poco anche alle mie parole quando ha scelto l’epigrafe: “una faccenda di carta che sto ricalcando brevi manu da chissà quale indecoro interiore.” L’ultimo capitolo mette i brividi, non tanto per la vicenda che racconta, quanto perché Lilly - la sessantacinquenne che decide di allontanarsi da CasaMarina per vivere a pieno quell’amore del cuore e dei sensi negato alla madre e alla nonna - è spaventosamente simile all’immagine di Maria Vittoria, della sua grande sete di vita, della sua aderenza alla vita. Nel finale, Lilly sceglie di trascinarsi dietro le sue radici e, insieme, di liberarsene, sfidando il moralismo, i vincoli dell’età, il viluppo di chi ti vorrebbe diversa da quella che sei. È molto triste il pensiero che quel lieto fine, quella pienezza sempre auspicata e forse raggiunta solo a lampi e bagliori, non potrà realizzarsi mai più.

Adesso, qui e ora, Lilly si sente di nuovo piena di possibilità, si apre un mondo davanti a lei, sconosciuto. Non ricorda più la sua età, è senza tempo, percepisce chiaramente solo il suo corpo poggiato con noncuranza sui sedili del treno e sa di essere viva, sa di vibrare al suono di una musica nuova.”

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Fabio Strinati, "Pensieri nello scrigno"

15 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #fabio strinati

Pensieri nello scrigno

Fabio Strinati

Edizioni Il foglio, 2014

pp 121

12, 00

I rintocchi di un metronomo paiono accompagnare “Pensieri nello scrigno”, raccolta d’esordio di Fabio Strinati, edita dalle edizioni Il Foglio, nella collana di poesia curata da Cinzia Demi.

A metà fra classicismo e avanguardia, non sono versi di facile lettura, potrebbero quasi far pensare a parole messe l’una accanto all’altra, se non ci fosse quella specie di ritmo - appunto musicale, ma d’una musica non troppo orecchiabile – a percorrerle e unificarle, se non s’intuisse, al contrario, uno sforzo di scarnificazione totale. Si capisce che l’autore ha letto molta poesia, ha cercato di comprenderla senza riuscirci sempre, ha prodotto qualcosa che chiede a noi lo stesso sforzo e anche la medesima fiducia. Il poeta è ormai “svestito di poesia”, e pure con una certa nostalgia, il suo è un “brado gergo, “privo di rime assai palese intralcio”. Il suo è tutto un limare, togliere, decantare, incanalare, quasi temendo che le emozioni possano debordare, dirompere in romanticismo. Meglio tenerle a bada con un lessico chirurgico, e, allo stesso tempo, onirico e siderale, un lessico che si connota per il suo contenuto ma, soprattutto, per il suono.

I temi sembrano essere quelli cari a ogni poeta e a ogni animo sensibile: la notte, la solitudine, l'amore, la morte, il dolore, l’amarezza, anzi, “l’amaritudine”, che nei giovani è, a volte, molto più agra che negli anziani, il cui dolore è intriso di rassegnazione.

Due cani un batter d’ali

un’amaritudine squarcia il petto

quel suo dolore caldo

La punteggiatura è poco usata, a tratti si sente che la ricerca stilistica è ancora in fieri, com’è giusto e auspicabile che sia, ed il tecnicismo risulta, sì virtuoso, ma anche ostico, ermetico, cacofonico: “subsannatamente egloga”, “tralatizia trasmigrano”.

Ma ci sono pure bagliori già perfettamente maturi e felici, come “Scremato è il grecale”, “il passato del becchino gentiluomo”, “il configgersi d’un raggio”.

Siamo sicuri che tutta questa investigazione retorica, alla fine, soddisfi l’autore? Siamo certi che egli non provi rimpianto per rime più “aperte e chiare”? Non è forse un’involontaria confessione quel “vorrei poter chiamare il flauto per nome?”

Vorrei poter chiamare il flauto per nome,

benedette contagiose bocche

l’ipocrita pugnale il derelitto ceppo

di appassiti fiori una e più corone

E su questa falsariga concludiamo, riportando una delle poesie meno criptiche, e per questo più gradita al nostro palato.

HO INCONTRATO IL POETA

Ho incontrato il poeta svestito di poesia

del candelabro un’abatjour silente

del pettirosso un lessico vitreo

quantunque la sola pena

il sopito fischio

del nespolo l’eterno

sulla soglia il fico

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Michail Bulgakov, "Era maggio"

13 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Michail Bulgakov, "Era maggio"

Era maggio

Michail Bulgakov

Traduzione di Chiara Munerato

Damocle edizioni

pp 19

5,00

La Damocle edizioni continua sorprenderci con i suoi librettini esili come foglie cadute, cuciti a mano e con testo a fronte. Contengono - per la gioia di coloro che non stanno per forza dietro all’ultimo romanzo premiato, ma amano il buon odore d’una biblioteca polverosa - minuscole chicche della letteratura mondiale, tradotte e pubblicate in Italia per la prima volta. Dopo la collana lettone, è la volta dei classici russi.

Era maggio” è un testo breve di Michail Bulgakov, (1891 – 1940) l’autore de “Il maestro e Margherita”, “Cuore di Cane” e “Le uova fatali”. Medico, lasciò la professione, troppo soggetta a pressioni governative, per dedicarsi alla scrittura, finendo, però, triturato nell’ingranaggio sovietico. Vivo forse solo grazie alla simpatia personale di Stalin, fu sempre inviso al regime, tutte le sue opere osteggiate e molte costrette a uscire postume. Dalla sua morte fino al 1961 nessun suo lavoro fu pubblicato in Russia, poi, per cinque o sei anni, scoppiò il fenomeno Bulgakov, rinnovatosi in seguito negli anni 80. “Il Maestro e Margherita”, il famoso romanzo del Diavolo e di Ponzio Pilato, ispirato al “Faust” di Goethe, fu la fantasmagorica opera di tutta la vita, con numerose stesure basate anche sulla memoria, dopo averne personalmente bruciato il manoscritto.

Era maggio” è stato composto nel 1934. Tradotto per noi da Chiara Munerato, pensato come primo capitolo di un diario di viaggio, non fu mai proseguito perché le autorità negarono a Bulgakov il visto di espatrio.

È primavera, l’ io narrante, un drammaturgo facilmente identificabile con l’autore, attraversa una Mosca in bilico fra progresso e conservatorismo rivoluzionario.

Era maggio, il bellissimo mese di maggio. Percorrevo il vicolo, proprio quello in cui si trova il Teatro. Era un bel vicolo liscio, adorabile, su cui passavano incessanti le macchine.” (pag 9)

Il progresso spaventa, le macchine “strillano” in modo sgradevole e intimoriscono il protagonista che teme addirittura di morire. Questa, probabilmente, è una metafora della paura di scomparire, di non esistere più professionalmente oltre che fisicamente. A conferma delle sue preoccupazioni, s’imbatte in un giovane, appena tornato dall’estero, che critica la sua opera, ne consiglia il rifacimento. Sembra quasi la parodia primo novecentesca dei moderni editor armati di forbici:

Il terzo atto è da rifare. Il secondo quadro del terzo atto è da eliminare, mentre il primo è da spostare nel quarto. Così andrà benissimo.” (pag 13)

Consideriamo, però, che oltre alla censura artistica, Bulgakov fu vittima, per tutta la sua esistenza, di quella, ben più pericolosa e opprimente, del regime sovietico. Sempre osteggiato e respinto in ogni sua iniziativa, egli afferma “e ogni giorno io morivo”. E ancora, “il ciclo si chiudeva sulla scena”, a intendere un eterno cerchio in cui le cose sembrano in procinto di cambiare, di rinnovarsi (maggio, la promessa della primavera) ma non lo fanno mai, tutto resta irrealizzato, i manoscritti rimangono nel cassetto, la pioggia d’autunno si riappropria del vicolo, le speranze restano lettera morta, “l’anima mia s’infiacchì, dopodiché qualche cosa cominciò a fremermi nel petto.” (pag 15)

È un circolo vizioso di speranze deluse, stagioni che si rincorrono, atti che si susseguono su un palcoscenico sempre uguale che finisce per assomigliare ad una gabbia.

E maggio scomparve. Ci fu poi giugno, luglio. Quindi arrivò l’autunno. E tutte le piogge annaffiavano quel vicolo, il ciclo si chiudeva sulla scena.” (pag 19)

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Fëdor Dostoevskij, "Due suicidi"

11 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Fëdor Dostoevskij, "Due suicidi"

Due suicidi

Fëdor Dostoevskij

Traduzione di Chiara Munerato

Damocle Edizioni, 2015

pp 21

5,00

Nel 1873, Fëdor Dostoevskij (1821-1881) assume la direzione della rivista Graždanin (Il cittadino) dove pubblica “Il diario di uno scrittore”, opera che contiene una serie di articoli, diffusi settimanalmente e poi raccolti in volumi. Gli scritti vertono su temi di cultura e attualità, come eventi di cronaca nera, antisemitismo, materialismo.

Quello pubblicato dalla Damocle Edizioni è un estratto denominato “Due suicidi”, scritto nel mese di ottobre del 1876. Prende spunto da due fatti di cronaca, le morti per suicidio di due giovani donne, l’una accompagnata da un cinico biglietto, l’altra da una preghiera e da un’icona stretta fra le mani. Due morti simili eppure opposte, l’una dettata dalla noia, l’altra dal bisogno, l’una figlia della disillusione, l’altra della disperazione.

Fine vita e suicidio sono due temi molto sentiti dall’autore, specialmente dopo che gli fu revocata la condanna a morte sul patibolo, esperienza che lo segnò per tutta la vita. Sia ne “L’Idiota” che in “Delitto e castigo”, afferma che vivere, anche in condizioni precarie, anche per soli altri cinque minuti, è l’unico desiderio di chi è vicino alla morte.

L’intelletto è il nemico dell’uomo, è ciò che tormenta perché tenderebbe a dare ordine alla natura e agli accadimenti. Ma il caos si oppone (non a caso Dostoevskij è chiamato “artista del caos”), impedisce alla mente di dare forma alle cose, di placarsi. L’intelligenza tortura, non fa vivere rilassati come animali, fa capire che, se l’anima è destinata a morire col corpo, allora non ha senso coltivare ideali e battersi per essi.

La prima ragazza si è suicidata respirando cloroformio. Apparteneva a una casa di pensatori, d’illuministi. Ella credeva ciecamente in ciò che le avevano istillato ed è morta di noia, di una “sofferenza animalesca ed irrazionale”. È morta di “linearità”, di semplicità, anelando a qualcosa di più complicato, di meno logico, di più spirituale.

La seconda ragazza, una povera sartina senza lavoro, si è gettata dalla finestra con un santino fra le mani. È morta per necessità, con umiltà, affidando la sua anima a Dio dopo aver pregato.

Alla fine ci sono solo due strade: il nichilismo di Nietzsche oppure la spiritualità, la religione, il bisogno di credere nell’immortalità dell’anima. Due sono le creature, due i tormenti, due i suicidi.

Anche questo piccolo testo fa parte della collana dedicata ai classici russi con testo a fronte, diretta e tradotta da Chiara Munerato.

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George MacDonald, "Lilith"

7 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy

La saga di Lilith

George MacDonald

Auralia edizioni

Abbiamo già parlato di “Sulle ali del Vento del Nord”, dello scozzese George MacDonald, scritto nel 1871, che ha come protagonista la Morte. La saga di Lilith, composta attorno al 1895 e declinata nei tre romanzi “Oltre lo specchio”, “Lilith” e “La casa del rammarico”, riprende la figura del demone femminile associato con il vento. Protagonista della trilogia è Lilith, dall’accadico Lil-itu, signora dell’aria, creatura collegata alla tempesta e al gatto. Nella cultura mesopotamica, Lilith era un demone, che gli ebrei hanno mutuato durante la cattività babilonese e trasformato nella prima moglie di Adamo, ripudiata per essersi rifiutata di obbedire al marito. Da sempre possiede caratteristiche negative, di un femminino notturno, stregonesco, adultero e lussurioso. Nell’ottocento, però, con l’emancipazione femminile, viene a rappresentare la donna forte che non si assoggetta più all’uomo, è rivalutata dai moderni culti neopagani ed assimilata alla Grande Madre.

Nel primo libro, il protagonista, Vane, si ritrova in un mondo parallelo, seguendo Mr Raven, un inquietante bibliotecario capace di trasformarsi in corvo, che poi scopriremo coincidere con Adamo. Qui vivrà avventure di ogni sorta, incontrerà mostri, uccelli, bambini, scheletri, donne bellissime, animali favolosi. Molti i topoi della letteratura fantastica. Il primo è lo specchio magico, il device capace di fungere da tramite fra universi paralleli, come l’armadio de “Le Cronache di Narnia” – e non a caso C.S. Lewis era il più grande ammiratore di MacDonald. Altre immagini ricorrenti sono la battaglia degli scheletri (cfr. i sentieri dei morti di Tolkien, film come “La Mummia”), i defunti addormentati nella cripta, la foresta buia e minacciosa (cfr. Selva oscura, Bosco Atro, Foresta di Fangorn.)

Ma l’incontro principale sarà quello con Lilith, donna bellissima ma malvagia, prototipo di tutte le vampire precedenti e successive. Se la Lilith ebraica sfruttava le polluzioni notturne dei giovanotti per generare dei jiin, quella di MacDonald si comporta come una sanguisuga che morde e salassa per mantenersi in forze. La sua bellezza è la sua forza ma anche il suo peccato. Contemplarsi la appaga, come accade alla perfida matrigna di Biancaneve, ma amplifica la sua egocentricità, la allontana dal Bene, la rende autoreferenziale e cattiva.

Al pari della Lilith del mito, anche questa costituisce una minaccia per i bambini. E la comunità dei piccoli innocenti (che ricordano Diamante, il Bambino di Dio di “Sulle ali del Vento del Nord”) è una caratteristica peculiare della saga. Ma Lilith è anche incarnazione della misoginia, della paura che il maschio ha della donna, di colei che può avvilupparlo, stregarlo, succhiargli via l’anima insieme col seme. È una belle dame sans merci non molto dissimile dalla Ayesha di Rider Haggard.

A differenza di Tolkien, che non amava lo scrittore scozzese proprio per questo motivo, il fantasy di MacDonald - teologo, predicatore e mistico - ha una forte connotazione allegorico - religiosa. Nel trattato “L’immaginazione fantastica”, MacDonald sostiene che un racconto ben costruito deve avere anche un significato, non necessariamente palese all’autore, e modificabile secondo il livello culturale dei lettori. Non è un caso che a ripubblicare la saga di Lilith sia l’Auralia edizioni, diretta da Marco Gionta, speaker di radio Vaticana e cultore di temi afferenti alla spiritualità cristiana, come le tradizioni angeliche. Tutta la saga, e, più in generale, tutta la materia narrata da MacDonald, si basa sulla dicotomia Bene/Male, Luce/Oscurità, Dannazione/Redenzione, Leopardo bianco/Leopardo maculato. Peccato e perdono sono i due temi principali, strettamente connessi l’uno all’altro. Il peccato esiste, fa parte della realtà e della creazione. Per superarlo, occorre conoscerlo e sperimentarlo.

Il peccato di Vane è l’ostinazione, la presunzione di poter fare a meno degli altri; quello di Lilith, più grave, è l’aver fatto a meno addirittura di Dio, pensare di essersi immaginata da sola. Lilith vive immersa nel buio del suo egoismo, chiusa in se stessa, cieca ai bisogni degli altri, capace persino di uccidere sua figlia. Il luogo che si è creata è l’inferno stesso, o meglio, l’angoscioso deserto della sua mente peccatrice. Lilith è bellissima perché pensata da Dio ma ha una macchia sulla mano, indice della corruzione che avanza, del male che consuma (come il ritratto di Dorian Gray.) Il leopardo coperto di macule è la forma definitiva del male.

Questa non è sul leopardo ma sulla donna” disse, “e non se ne andrà finché non ti avrà divorata fino al cuore e la tua bellezza scivolerà via da te attraverso la ferita aperta.” (pag 78 secondo volume)

Occorrerà un verme bianco, un biblico serpente che, come la spada di Shannara, s’insinuerà nel suo seno e la mostrerà a se stessa, rivelandole l’abisso della sua perversione, l’orrore di ciò che è. Ma, a differenza dell’oggetto magico di Terry Brooks, il verme opererà in lei una conversione dichiaratamente religiosa. Solo così Lilith potrà arrendersi al bene, lasciarsi redimere, accettare la morte, perdere addirittura un pezzo di sé. Ma da questa perdita scaturirà un nuovo inizio, rinascerà la vita, sgorgherà l’acqua dell’espiazione e del risanamento suo e di tutta la natura.

“Il Male che hai programmato” riprese Adamo “non lo realizzerai mai, Lilith, perché Dio – e non il male – è l’Universo, ma finirà: cosa sarà di te quando il Tempo sarà svanito nell’alba del mattino eterno?Pentiti, ti supplico e diventa di nuovo un angelo di Dio!” (pag 78 secondo volume)

L’escatologia di MacDonald non concepisce una dannazione eterna. Tutto fa ritorno, prima o poi, al Creatore, a colui che ha pensato la creatura.

Anche il protagonista non è scevro dal peccato, è egoista e, per sua stessa ammissione, avido, impulsivo, sciocco. “Sarai morto per tutto il tempo che rifiuti di morire”, gli dice il corvo, alias Mr Raven, alias Adamo. Ovvero: sarai un peccatore finché non opererai una catarsi, finché non accetterai la perdita di ciò che eri in precedenza per trasformarti in qualcosa di nuovo, di puro, di risanato. Fondamentale il concetto che bisogna morire per vivere davvero. Solo arrendendosi, abbandonandosi al sonno nella fredda camera della morte, si potrà sognare e poi rinascere a vita vera e imperitura.

La legge morale è una sola, non la si può reinventare né ribaltare, nemmeno in un mondo “secondario o sub creato”. Laddove Tolkien inventa un universo ateo, basato su valori laici come l’eroismo, il sacrificio, la lealtà, MacDonald ci offre un nucleo religioso potente che, se parte in sordina col primo libro, si fa sempre più esplicito nel procedere del racconto. Numerosissime le allusioni bibliche anche lampanti, come la presenza di Adamo ed Eva, l’Eden in cui vivono creature innocenti (i Bambini), l’Ombra del serpente tentatore, la città di Dio del finale. Le vicende narrate hanno anche parecchie similitudini con il viaggio dantesco, ma senza la potenza realistica, oltre che allegorica, del fiorentino. Quello di MacDonald è un universo dantesco edulcorato, illanguidito e rivisitato in chiave preraffaellita.

I difetti del libro sono, a nostro avviso, due: la sensazione che, almeno all’inizio, proceda per accumulo, lasciandosi guidare attraverso i capitoli solo dalla fervida e gotica fantasia dell’autore, e la lirica impenetrabilità dei dialoghi, dovuta all’innegabile influenza del linguaggio delle Sacre Scritture.

We have already talked about "At the back of the North Wind", by the Scottish George MacDonald, written in 1871, which has Death as its protagonist. The saga of Lilith, composed around 1895 and declined in the three novels "Beyond the mirror", "Lilith" and "The house of regret", takes up the figure of the female demon associated with the wind. The protagonist of the trilogy is Lilith, from the Akkadian Lil-itu, lady of the air, a creature connected to the storm and the cat. In Mesopotamian culture, Lilith was a demon, whom the Jews borrowed during the Babylonian captivity and turned into Adam's first wife, repudiated for refusing to obey her husband. It has always had negative characteristics, of a nocturnal, witchy, adulterous and lustful feminine. In the nineteenth century, however, with female emancipation, it comes to represent the strong woman who no longer submits to man, is reevaluated by modern neo-pagan cults and assimilated to the Great Mother.

In the first book, the protagonist, Vane, finds himself in a parallel world, following Mr Raven, a disturbing librarian capable of transforming himself into a crow, whom we will later discover to coincide with Adam. Here he will experience all sorts of adventures, meet monsters, birds, children, skeletons, beautiful women, fabulous animals. Many are the topoi of fantastic literature. The first is the magic mirror, the device capable of acting as a link between parallel universes, such as the wardrobe of "The Chronicles of Narnia" - and not surprisingly C.S. Lewis was MacDonald's greatest admirer. Other recurring images are the battle of skeletons (see Tolkien's paths of the dead, films such as "The Mummy"), the dead asleep in the crypt, the dark and threatening forest (see Dark Forest, Mirkwood, Fangorn Forest. )

But the main meeting will be with Lilith, a beautiful but evil woman, prototype of all the previous and subsequent vampires. If the Jewish Lilith used the nightly pollutions of the youngsters to generate jiins, that of MacDonald behaves like a leech that bites and bleeds to maintain its strength. Her beauty is her strength but also her sin. Contemplating herself satisfies her, as happens to the perfidious stepmother of Snow White, but amplifies her self-centeredness, distances her from the Good, makes her self-referential and bad.

Like the myth's Lilith, this too poses a threat to children. And the community of innocent children (who remember Diamante, the Child of God of "At the back of the North Wind") is a peculiar feature of the saga. But Lilith is also the embodiment of misogyny, of the fear that the male has of the woman, of the one who can envelop him, bewitch him, suck his soul away together with the seed. She is a belle dame sans merci not unlike Rider Haggard's Ayesha.

Unlike Tolkien, who did not like the Scottish writer for this reason, MacDonald's fantasy - theologian, preacher and mystic - has a strong allegorical - religious connotation. In the treatise "The fantastic imagination", MacDonald maintains that a well-constructed story must also have a meaning, not necessarily evident to the author, and modifiable according to the cultural level of the readers. It is no coincidence that the Auralia edizioni, edited by Marco Gionta, speaker of Vatican radio and expert on themes relating to Christian spirituality, such as angelic traditions, republishes the saga of Lilith. The whole saga, and, more generally, all the matter narrated by MacDonald, is based on the dichotomy Good / Evil, Light / Darkness, Damnation / Redemption, White Leopard / Spotted Leopard. Sin and forgiveness are the two main themes, closely related to each other. Sin exists, it is part of reality and creation. To overcome it, you need to know it and experience it.

Vane's sin is obstinacy, the presumption of being able to do without others; Lilith's, more serious, is has even done without God, thinking that she imagined herself. Lilith lives immersed in the darkness of her selfishness, closed in on herself, blind to the needs of others, capable of even killing her daughter. The place that has been created is hell itself, or rather, the anguished desert of her sinful mind. Lilith is beautiful because she was conceived by God but has a stain on her hand, an indication of the corruption that is advancing, of the evil she consumes (like the portrait of Dorian Gray.) The leopard covered with macules is the definitive form of evil.

 

"This is not about the leopard but about the woman," he said, "and will not go away until he has devoured you to the heart and your beauty will slip away from you through the open wound."

It will take a white worm, a biblical snake that, like Shannara's sword, will creep into her bosom and show it to herself, revealing the abyss of her perversion, the horror of what she is. But unlike Terry Brooks' magical object, the worm will perform an openly religious conversion in her. Only in this way can Lilith surrender to the good, let herself be redeemed, accept death, even lose a piece of herself. But from this loss a new beginning will spring, life will be reborn, the water of expiation and of its healing and of all nature will flow.

 

"The evil you have planned," Adam continued, "you will never realize it, Lilith, because God - and not evil - is the Universe, but it will end: what will become of you when Time is gone in the dawn of the eternal morning? Repent , I beg you and become an angel of God again! " (pag 78 second volume)

 

MacDonald's eschatology does not conceive of eternal damnation. Everything returns, sooner or later, to the Creator, to the one who thought the creature.

Even the protagonist is not free from sin, he is selfish and, by his own admission, greedy, impulsive, foolish. "You will be dead for as long as you refuse to die," says the crow, aka Mr Raven, aka Adam. That is: you will be a sinner until you perform a catharsis, until you accept the loss of what you were previously, to transform yourself into something new, pure, healed. The concept that one must die to really live is fundamental. Only by surrendering, abandoning oneself to sleep in the cold chamber of death, will one be able to dream and then be reborn to real and imperishable life.

The moral law is one, it cannot be reinvented or reversed, even in a "secondary or sub-created" world. Where Tolkien invents an atheist universe, based on secular values ​​such as heroism, sacrifice, loyalty, MacDonald offers us a powerful religious nucleus that, if it starts quietly with the first book, becomes more explicit in the progress of the story. Numerous biblical allusions, even glaring, such as the presence of Adam and Eve, the Eden in which innocent creatures (the Children) live, the Shadow of the tempting serpent, the city of God of the finale. The events narrated also have several similarities with Dante's journey, but without the realistic, as well as allegorical, power of the Florentine. MacDonald's is a Dante universe sweetened, weakened and revisited in a Pre-Raphaelite key.

The defects of the book are, in our opinion, two: the feeling that, at least at the beginning, it proceeds by accumulation, letting itself be guided through the chapters only by the author's fervid and gothic fantasy, and the lyrical impenetrability of the dialogues, due to the undeniable influence of the language of the Holy Scriptures.

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Luca Lapi, "Memoria"

5 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Luca Lapi, "Memoria"

Memoria

Luca Lapi

Il Filo, 2014

pp 66

8,00

La mia vita si avvita, ancora, dentro al dado della mia sorte che Dio Padre non ha ancora gettato. Si avvita, ancora, alla mia voglia di continuare a vivere, ma non a sopravvivere, non a subirla o subire una vita altrui.”

Ho letto il libro del mio caro amico Luca Lapi. Luca è diversabile, nato con la spina bifida e l’idrocefalo. “Memorie” è la sua autobiografia, semplice e diretta, senza autocommiserazioni o piagnistei che, comunque, sarebbero giustificati. Premetto che Luca ha coraggio da vendere e che ciò di cui ci parla nel libro non è nemmeno un granello della sofferenza alla quale la sua condizione lo espone.

Non cammino. La mamma deve tenermi tra le braccia o su un passeggino, ad ogni mia partecipazione alla Messa domenicale, nella Pieve di San Lorenzo.”

Luca accenna solo brevemente alla gogna di sentirsi additato, non compreso, persino deriso dagli altri bambini quando è piccolo, non racconta il disagio che deve subire ogni giorno, le mille sofferenze quotidiane, si concentra sul dolore psichico, sulle barriere fisiche e psicologiche che la sua condizione frappone fra lui e gli altri, fra lui e la sua voglia di comunicare, di condividere, di dare e ricevere amicizia. Luca soffre la dipendenza dai genitori anziani e la solitudine, sente ogni minuto vissuto dagli altri lontano da lui come un minuto di felicità che gli è sottratto, per egoismo, per faciloneria, per diffidenza.

Si ha l’AMICIZIA quando non si ha più paura del coinvolgimento emotivo e si accetta di “andare allo sbaraglio”, di rischiare con amiche e amici d cui, all’inizio, non ci si fida e ci si spaventa, quando si decide di raccontare tutto di se stessi a 360°.

La carrozzina sulla quale è costretto a spostarsi è la sua gabbia, gli divide la vita a compartimenti stagni. Lui diventa l’amico della biblioteca, del lavoro, della parrocchia, chiuso e limitato in un ruolo che gli sta stretto, vorrebbe allargarsi, estendere la sua amicizia ad altri momenti, conviviali, goliardici, quotidiani.

Ma nella sua lotta, Luca è sorretto da una fede profonda.

La mia fede m’induce a pensare a un disegno di Dio Padre di una mia guarigione dalla Spina Bifida e dall’Idrocefalo, benché non Glielo chieda, più, da tanto, esplicitamente nelle mie preghiere”

Si notino le lettere maiuscole riferite ai due mali che lo affliggono. Luca, d’abitudine, usa la maiuscola per ciò cui attribuisce alto valore morale, come la Madre o l’Amico. Anche il Male merita rispetto perché è il tramite attraverso cui Dio lo ha prescelto, e non punito. Il Signore ha donato a Luca una condizione particolare, che gli permette di vedere il mondo da un’angolazione speciale e con una sensibilità più acuta. Disabilità e ipersensibilità sono entrambe fonti di sofferenza ma anche strumenti di una maggiore consapevolezza, attenzione, conoscenza. Sono ricchezze.

Rendo lode al Signore, con gioia, per il sigillo dello spirito Santo che (…) non mi ha sigillato nei miei dubbi, nelle mie disperazioni, nei miei egoismi.”

Quest’autobiografia alterna momenti di riflessione poetici a elenchi di date e avvenimenti, apparentemente asettici, in realtà connotati da una forte emotività sotterranea, che solo attraverso l’ossessività può essere arginata e incanalata. Peculiare di Luca è l’uso della punteggiatura con una cura maniacale della virgola.

Finisco dicendo che il mio amico Luca non è più un ragazzo, ormai. Non è più il bambino che arrancava sulle stampelle, è un uomo di mezza età ma non si arrende, ha ancora tanto da vivere, da sperimentare, soprattutto da dare.

Dio padre sta continuando a scrivere la mia vita ed io voglio continuare (a Lui piacendo) a conoscerla e a viverla.”

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Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena (2)

3 Marzo 2015 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #racconto

Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena (2)

Classico esempio di fiaba surreale che vuole essere molto più di quello che in effetti è, contenendo, ed aprendo senza svilupparli, spunti di ogni genere a beneficio degli interessi e della filosofia dell’autore.

“La vera storia della piccola fiammiferaia”, di Sergio Cena, è una rivisitazione della favola di Andersen, ma qui la protagonista finisce in paradiso, dove incontra figure oniriche che potrebbero ricordarci quelle incrociate da Alice nel paese delle meraviglie, se ne conservassero la potenza immaginifica e se non fossero appesantite dal credo anarcoide dell’autore. La coprofagia degli agenti antisommossa ha una vaga reminiscenza omerica (se si pensa ai compagni di Ulisse trasformati in maiali da Circe) ma risulta terribilmente sgradevole e fine a se stessa.

Patrizia Poli

Inviate i vostri racconti (massimo 5 cartelle) a ppoli61@tiscali.it

LA VERA STORIA DELLA PICCOLA FIAMMIFERAIA

La piccola fiammiferaia se ne stava rannicchiata all’angolo di due vie, offrendo zolfanelli ai passanti che, improvvisamente, tre passi prima di passare di fronte a lei, diventavano sbadati o distratti o trovavano modo di salutare qualche perfetto sconosciuto che transitava sul marciapiedi opposto.

“Signore vuole comprarmi una scatola di zolfanelli?” Chiese la piccola fiammiferaia a un tizio in ghingheri che stava scendendo da una Maserati ultimo modello.

“Come osi interpellarmi lurida mendicante!?” Disse l’uomo accendendosi un sigaro grosso e lungo con il suo accendino di platino tempestato di diamanti.

La piccola fiammiferaia, rabbrividendo per il freddo, guardò l’uomo allontanarsi e accese uno zolfanello per scaldarsi le dita ghiacciate e stava per accenderne un altro, quando un’ombra le si parò innanzi. La piccola fiammiferaia alzò lo sguardo e vide la figura imponennte di uno sbirro che, con il suo ridicolo berretto in testa, la interpellò con aria truce: “Lo hai il permesso per vendere infiammabili? Eh, lo hai il permesso!?”

Non fosse stata la vigilia di Natale e non avesse avuto così freddo, la piccola fiammifaraia avrebbe cercato di sgusciare tra le gambe dello sbirro, invece, infreddolita e intorpidita com’era, disse semplicemente: “ No, non ce l’ho il permesso per vendere infiammabili.”

“Allora mi sa che ti appioppo una bella multa, che te ne ricorderai per un pezzo”, disse lo sbirro fregandosi le mani soddisfatto.

“Ma non ho venduto neppure uno zolfanello!” protestò la piccola fiammiferaia.

“Allora te ne appioppo anche una per occupazione del suolo pubblico, replicò lo sbirro facendo uscire di tasca il blocco delle contravvenzioni.

Lo sbirro succhiò pensosamente il cannello della penna biro, ché la minima riflessione impegnava seriamente le sue facoltà intellettive, poi con un sorriso a trentasei denti, non uno di meno, aggiunse: “E poi ti porto all’orfanotrofio.”

La piccola fiammiferaia, nel sentire nominare l’orfanatrofio, sapendo esattamente di cosa si trattava, freddo o non freddo, trovò la forza di scattare in piedi e fuggire a gambe levate tra una folla carica di pacchetti natalizi. Lo sbirro, invece, con il suo blocco di contravvenzioni in mano, scivolò su una sghinga di cane e planò nella vetrina di una pasticceria di lusso, rompendosi l’osso del collo.

La piccola fiammiferaia tanto corse che si trovò in men che non si dica alla periferia della città. Trafelata e ansante si accorse di un banco che distribuiva la zuppa. L’odore della zuppa, pur non essendo gran cosa, le fece gorgogliare lo stomaco, ma non avendo mangiato da tre giorni, trovò l’odore assolutamente delizioso, cosicché decise di mettersi in coda per aver un po’ di zuppa anche lei.

Quando arrivò il suo turno, la donna che serviva la zuppa la guardò d’un occhio con aria sospettosa. “Sei una rifugiata siriana?” le chiese brusca.

“No, signora, non sono una rifugiata siriana”, rispose la piccola fiammiferaia.

“Sei per caso una rifugiata circassa?”

“No, signora, non sono una rifugiata circassa”, ripeté ancora la piccola fiammiferaia.

La donna che serviva la zuppa ora la guardava apertamente con sospetto. “Allora, dimmi, di quale Paese sei rifugiata?” volle sapere.

“Di nessun paese”, ripose la piccola fiammiferaia. “Sono di qui.”

“Allora niente zuppa, tu non ne hai il diritto. Via di qui pezzente, fila!” intimò la donna che serviva la zuppa.

La piccola fiammiferaia fece la mossa di andarsene, ma un negro che era dietro di lei la trattenne per un braccio dicendo: “Aspetta piccola, dividerò con te la mia zuppa.”

“Ah, ah!” fece la donna che serviva la zuppa, che aveva udito le parole del negro. “Prova a darle anche solo una cucchiaiata di zuppa e potrai andare altrove a riempirti la pancia.”

Il negro stava per protestare, ma la piccola fiammiferaia gli disse di lasciar stare e, prima che alla donna venisse in mente di telefonare all’orfanatrofio, si rimise a correre per le buie vie della periferia.

Senza più un briciolo di fiato, la piccola fiammiferaia si lasciò scivolare a terra e, appoggiata al muro di mattoni anneriti di una fabbrica abbandonata, cercò di riprendere le forze che non vennero. Affaticata e infreddolita, accese uno ad uno gli zolfanelli che le restavano, senza riuscire a scaldarsi. Allora lasciò che il freddo la penetrasse e, mentre diventava insensibile alla morsa del gelo, si mise a pensare a certe finestre che aveva visto quando il tempo era ancora clemente, dalle quali usciva odore di buono tra un coro di voci allegre.

Raggomitolata su se stessa con la visione del calore di quelle finestre si assopì dolcemente per non svegliarsi più.

Il corpicino senza vita fu trovato l’indomani dagli uomini della nettezza urbana, venne un’ambulanza che lo trasportò all’obitorio, dove fu sezionato per il più gran bene dell’umanità.

La piccola fiammiferaia aprì gli occhi e con grande stupore si accorse di essere in un prato cosparso di papaveri rossi, ma di un rosso così rosso come solo i papaveri sanno essere rossi, di fiori gialli, di fiori azzurri e anche, ma per vederlo occorreva fare attenzione, di fiori screziati. Godendosi il tepore del sole, la piccola fiammiferaia guardò le nuvole bianche che veleggiavano nell’azzurro del cielo e si chiese com’era che d’un tratto fosse primavera e, visto che c’era, si domandò anche dove fosse finita la fumosa periferia della città. Si guardò attorno, ma della città nessuna traccia.

“Com’è che sono finita in questo bel posto?” Si chiese, e mentre se lo chiedeva scorse una donna che all’ombra di un parasole le si avvicinava.

Vedendola così bella ed elegante, la piccola fiammiferaia rimpianse di non avere più zolfanelli da vendere, perché certamente, ne era sicura, la bella signora ne avrebbe comprati e con i soldi che le avrebbe dato avrebbe potuto comprarsi una bella pagnotta calda di forno.

La bella signora, che intanto era giunta a pochi passi dalla piccola fiammiferaia, le sorrise. La piccola fiammiferaia, incoraggiata dal sorriso della bella signora, trovò il coraggio di chiederle: “Signora, per favore mi può dire dove siamo?”

“Siamo in Paradiso, piccola mia”, rispose la bella signora.

“E dov’è il Paradiso?” Chiese la piccola fiammiferaia che non aveva mai inteso parlare di un posto nomato così.

“È qui”, rispose la bella signora.

“È molto bello qui”, disse la piccola fiammiferaia, “ e mi piacerebbe starci un po’, prima che venga qualcuno a cacciarmi.”

“Ma nessuno può cacciati dal Paradiso. Qui sei a casa tua”, la rassicurò la bella signora.

“Non vedo case”, disse la piccola fiammiferaia guardandosi attorno stupita. “Comunque io di case mica ne ho.”

“Oh”, disse la bella signora, “quando la vorrai l’avrai la tua casa e fatta a misura per te.”

“Per adesso mi accontenterei di mangiare”, sospirò la piccola fiammiferaia. “È da tanto tempo che non mangio più, che nemmeno me lo ricordo.”

“Prendi questo”, disse la bella signora, tendendole un cestino della merenda che, la piccola fiammiferaia ne era certa, la bella signora non avesse con lei al suo arrivo.

“Ci troverai dentro quel che ti piace e, prima che tu abbia ancora fame, avrai la tua casa con la dispensa piena delle cose che ti verrà in testa di mangiare.”

La piccola fiammiferaia accettò con grazia il cestino della merenda che la bella signora le offriva, un po’ perché aveva fame, ma proprio una fame da lupi, un po’ perché era curiosa di vedere l’effetto che le avrebbe fatto ricevere un regalo, perché davvero nessuno le aveva mai offerto qualcosa, a parte gli scapaccioni che si prendeva quando tornava senza aver venduto tutti gli zolfanelli.

Come ebbe in mano il cestino della merenda, la bella signora le disse: “Scusami, ma ho un affare urgente da sbrigare. Ci vediamo caruccia.” E se ne andò.

La piccola fiammiferaia, visto un bel pietrone che troneggiava in mezzo al prato, lo raggiunse, vi si accomodò sopra ed aprì il cestino della merenda. “Una coscia di pollo arrosto!” esclamò, che del pollo arrosto conosceva solo l’odore. Assaggiò e scoprì che la carne calda del pollo arrosto era davvero squisita. Terminata la coscia di pollo, stava per deporre giudiziosamente l’osso nel cestino, quando vide una bella fetta di groviera, con talmente tanti buchi che faceva veramente piacere guardarla. Prendendola delicatamente tra le dita, assaggio e trovò che anche quella era buona, ma proprio buona che più buona non si può. Terminata la fetta di groviera, la piccola fiammiferaia si disse che sarebbe stato troppo bello riaprire il cestino e trovarvi dentro una banana, perché lei di banane non ne aveva mai mangiate, ma a vederle le davano veramente tanta voglia. Sollevando un pochino il coperchio del cestino della merenda, sbirciò all’interno e vide qualcosa di giallo. “Accidempoli”, fece, “vuoi vedere che c’è dentro veramente una banana! Assaggiando la banana si disse che non aveva mai assaggiato niente di così buono, ma poi pensando che non conosceva altro che il pane secco, si disse che era troppo facile e si mise a ridere, dicendosi che da quel momento sì che sarebbe stato un po’ più difficile dire una cosa così.

Ristorata, ebbe voglia di camminare, cosicché, cammina che cammina, incrociò una stradina di terra battuta.

“Deve essere la strada che porta alla casa della bella signora”, si disse osservandola e, contenta della sua scoperta, prese a seguire la stradina. Dopo un po’ che camminava all’ombra di grandi alberi fronzuti lungo la stradina di terra battuta, vide in lontananza un omaccione appoggiato alla balaustra di un ponticello.

“Deve essere il guardiano della casa della bella signora”, pensò. “Se mi chiederà chi sono e cosa vengo a fare a casa della bella signora, gli dirò che sono venuta a restituire il cestino della merenda, così mi lascerà passare.”

Con quell’idea in testa, si avvicinò all’omaccione che, intanto, accortosi della sua presenza, la stava osservando avvicinarsi.

“Come ti chiami bella bambina?” chiese l’omaccione con un vocione grosso almeno quanto la sua persona, appena la piccola fiammiferaia fu a portata di voce.

“Sono la piccola fiammiferaia, rispose la piccola fiammiferaia.

“Mica è un nome Piccola Fiammiferaia!” fece sapere l’omaccione.

La piccola fiammiferaia sentendosi piccola piccola di fronte all’omaccione, con un filo di voce rispose: “Signore, temo di non aver altro nome che questo.”

“Suvvia, disse l’omaccione, non vorrai mica che la gente passi il tempo a chiamarti Piccola Fiammiferaia, no!?”

La piccola fiammiferaia, che non sapeva cosa rispondere, si strinse nelle spalle.

“Fiammetta!” Esplose il vocione dell’omaccione. “Ti va se ti chiamerò Fiammetta?”

“Oh, Fiammetta è proprio un bel nome, rispose la piccola fiammiferaia. Lei è davvero gentile ad avermi trovato un nome così bello.”

“Oh, non è niente”, rispose l’omaccione. “È che sono un poco poeta.”

“E cosa è che fa un poeta?” Volle sapere la piccola fiammiferaia, che ora si chiamava Fiammetta.

“Scrive parole, ma non proprio parole qualunque, ma delle parole che messe insieme prendono un senso che nessuno sospetterebbe che potrebbero assumerlo delle parole qualunque messe insieme.”

“Ah”, fece Fiammetta, “deve essere un mestiere difficile fare il poeta.”

“Dipende”, disse l’omaccione. “Certi giorni è difficile difficile e certi giorni è facile facile, solo che non sai mai quando è uno dei giorni difficili o uno di quelli facili, ma è solo il giorno dopo che sai che il giorno avanti, quello che pensavi fosse un giorno di quelli facili facili era invece uno di quelli difficili difficili, ma così difficili che non ti dico, oppure il contrario, che quello che pensavi fosse un giorno difficile era invece un giorno facile facile, come quelli che se ne vedono pochi.”

Impressionata, Fiammetta guardò l’omaccione piena di ammirazione e disse: “Accidenti, deve essere più difficile fare il poeta che vendere zolfanelli all’angolo della strada.”

“Devi avere ragione, piccola, perché davvero a me nessuno, ma proprio nessuno, ha mai comprato una sola poesia.”

“Poveretto”, disse Fiammetta, “e com’ è che ti riusciva di tirare a campare?”

“Mica mi è riuscito”, disse l’omaccione col vocione che si era fatto triste.

“Sono crepato di fame. O meglio stavo tranquillamente crepando di fame quando è arrivato un gruppo di agenti antisommossa che a colpi di sfollagente mi ha aiutato a rendere l’anima.”

“Avevi rubato un’anima!?” chiese Fiammetta stupita, anche se non aveva la minima idea di cosa potesse essere un’anima.

“Oh, è solo un modo di dire”, spiegò l’omaccione. “Comunque senza saperlo, gli sbirri quel giorno mi fecero un favore, ma proprio un gran favore.”

“Non capisco dove stia il favore nel bastonare un povero poeta che crepa di fame...” disse Fiammetta, confusa.

”È che poi mi sono ritrovato qui, e qui sto bene”, spiegò l’omaccione.

“Non ci sono sbirri qui in Paradiso?” Chiese Fiammetta con un filo di voce.

L’omaccione rise con un vocione così grosso, che tutto lì intorno sembrò ridere con la sua stessa voce.

“Certo che ce ne sono di sbirri, mia cara, ma stanno al loro posto.” Così dicendo l’omaccione indicò in basso del ponte.

Curiosa Fiammetta diede un’occhiata e vide una mandria di agenti antisommossa che grufolava nel torrente a secco.

“Cos’è che mangiano? Non vedo niente che si possa mangiare nel greto, a meno che non si mangino i ciottoli.”

“Ognuno mangia la cacca dell’altro”, disse l’omaccione.

“E perché si mangiano l’un l’altro la cacca?” Fece Fiammetta disgustata.

“Così imparano ad aver fatto gli agenti antisommossa.”

“Ma è disgustoso!” disse Fiammetta storcendo la bocca.

“Anche loro lo trovano disgustoso, solo che non possono fare a meno di papparsi l’un l’altro la cacca.

Ad un tratto a Fiammetta parve di riconoscere lo sbirro del giorno prima. “Lo conosco quello!” Esclamò.

“Quello? È appena arrivato, e te lo dico io che dovrà mangiarne di cacca!”

“Ma tu come fai a sapere tante cose ? chiese Fiammetta.

“È che sono il guardiano della mandria e il mio compito è quello di non lasciarli dormire sino a che non hanno mangiato la loro razione di cacca quotidiana.”

“Oh”, fece Fiammetta, “davvero non è un bel lavoro per un poeta.”

“Ma è già meglio che stare al loro posto.”

“Di questo non dubito proprio”, disse Fiammetta con un brivido.

Poi aggiunse: “Ora devo andare, la bella signora che ho incontrato mi ha detto che avrò una casa fatta su misura per me e non vorrei proprio che fosse vicino a quei tipi cattivi.”

“Tu devi aver incontrato la Madonna, disse l’omaccione. Non ti sei accorta che era la Madonna?

“Chi è la Madonna?” Chiese Fiammetta.

“È la dea più antica dell’universo”, spiegò l’omaccione

“E cosa è una dea?” volle ancora sapere Fiammetta.

“Ecco... una dea è... come dire ? Un essere, ma non proprio un essere, ma più di un essere, che comunque è un essere, perché per essere è, che insieme ad altri esseri come lei ha fatto in modo che questo universo esistesse.”

“Accidenpoli ! E una donna... voglio dire una dea così si è fermata a parlare con me, esclamò Fiammetta, considerando per la prima volta, il suo vestitino grigio che era tutto un rattoppo.”

“Oh”, fece l’omaccione, “se è per questo l’altro giorno giocavo a briscola con Manitù e ho anche vinto un totem e tre amuleti.“

Fiammetta non sapeva chi fosse questo Manitù, ma pensando dovesse essere come la Madonna o qualcosa così, fu molto, ma molto impressionata.

“Bene”, non ti trattengo, disse l’omaccione. “Vedo là due bighelloni che se la dormicchiano e devo andare a dargli la sveglia.... Ah dimenticavo, mi chiamo Cosetto.”

“Felice di aver fatto la tua conoscenza, Cosetto”, disse Fiammetta, e si allontanò contenta, ma proprio contenta che non avrebbe saputo dire quanto fosse contenta.

Percorso qualche chilometro, la stradina si inoltrava in un bosco grande almeno come una foresta. La piccola fiammiferaia che ora si chiamava Fiammetta, non aveva mai inteso parlare di lupi e di altri pericoli che, non si sa perché, ma si nascondono sempre, ma dico sempre sempre nei boschi, non fu neanche un pochino spaventata di entrare nel bosco, e invece di rabbrividire nell’ascoltare le voci misteriose del bosco, ne fu incantata.

Camminando tranquilla tra la foresta di alberi del bosco, ascoltava il cuculo cuculare, il merlo merleggiare e gli altri uccelli uccellare e, quando udì il rumore di una cascatella, ancor più incuriosita, si mise a seguire un ruscello che ruscellava lì per caso, per vedere com’era che l’acqua facesse tanto baccano. Quando Fiammetta vide l’acqua gettarsi dall’alto di un monticello, saltellando di roccia in roccia, restò ancora una volta incantata, ma così incantata che non si accorse subito dello zufolare che pareva provenire da una vecchissima quercia frondosa, ma così frondosa, che se fosse stata solo un po’ più frondosa avrebbe rischiato di non essere più una quercia. Però alla fine Fiammetta intese lo zufolare e chiedendosi come mai una quercia così vecchia sentisse il bisogno di zufolare le si avvicinò e toh, mica era la quercia che zufolava, bensì un ragazzino che soffiava dentro un flauto di Pan.

A vero dire Fiammetta non sapeva bene se fosse giusto definirlo un ragazzino quello che suonava il flauto di Pan, perché quello era un ragazzino solo per metà, mentre per l’altra metà si sarebbe proprio detto una capra.

“Cos’è che sei ?” gli chiese Fiammetta, che non aveva mai visto niente di simile.

Il metà ragazzino, metà capra, smise di zufolare e senza mostrarsi sorpreso dalla presenza di Fiammetta rispose: “Ma sono un fauno, che altro se no !?”

“E cosa fanno i fauni, a parte zufolare, s’intende”, volle sapere Fiammetta.

Il fauno si grattò pensieroso uno dei due cornetti che gli spuntavano dalla fronte, poi rispose: “Normalmente i fauni fanno i fauni, come le ninfe fanno le ninfe. Però io adesso ti stavo aspettando e mentre aspettavo zufolavo”.

“Tu sapevi che sarei passata di qui!?” fece Fiammetta stupita.

“Sì”, rispose il fauno. Me lo ha detto Venere. Sai, la signora che ti ha dato il cestino della merenda.”

“Pensavo che quella signora si chiamasse Madonna, disse Fiammetta. Almeno così mi ha detto Cosetto.”

“Oh, Cosetto ha ragione”, acconsentì il fauno, “ma è che Venere ha molti nomi. Anche noi fauni a volte la chiamiamo Venere, a volte Afrodite, altri la chiamano la Dea madre, altri ancora la chiamano Maria, a volte Madonna...”

“Deve essere perché è una dea che ha tanti nomi”, rifletté Fiammetta interrompendo l’elencazione del fauno.

“Ecco è così, hai proprio capito”, fece il fauno battendosi il pugno sul palmo della mano.

“Invece tu come ti chiami?” chiese Fiammetta.

“Il mio nome è Panuccio. Dimmi ti piace il mio nome?”

“Moltissimo”, fece Fiammetta. “Panuccio è davvero un bel nome, tanto bello che deve essere Cosetto ad avertelo dato.”

“Verissimo”, fece il fauno, “è stato proprio Cosetto a chiamarmi Panuccio. Prima del suo arrivo in Paradiso mi chiamavo solo Fauno, proprio come tutti gli altri fauni, cosicché quando uno si metteva a chiamare un fauno era davvero un pasticcio, perché nessuno sapeva quale fauno chiamasse, ma adesso so che quando uno chiama Panuccio è proprio me che chiama e mi risparmio un sacco di corse inutili.”

“E com’è che si chiamano gli altri fauni?” volle sapere Fiammetta.

“Cosetto ha dato un nome a ciascuno di loro, ma la lista sarebbe troppo lunga per elencartela adesso. Però Cosetto è un vero onomatopeuta e Venere, voglio dire la Madonna, è davvero contenta e uno di questi giorni lo farà salire alla seconda sfera celeste.”

“Sì, ripose Fiammetta, Cosetto è davvero un gran onocoso... voglio dire, poeta.”

Mentre discorrevano, Panuccio e Fiammetta avevano raggiunto la stradina e insieme si misero a percorrerla. Panuccio spiegava a Fiammetta com’era la vita lì in Paradiso e di come fosse sufficiente desiderare una cosa per ottenerla, ma che per ottenerla bisognava avere un’idea precisa di cosa desiderare, cosicché non era possibile ottenere una cosa di cui si era soltanto sentito parlare, ma che bisognava averne avuto l’esperienza, cioè averla conosciuta, ed era per questo che tutti incontravano tutti, perché così si scambiavano esperienze e più esperienze si facevano più la vita diventava gradevole, perché lì la vita era lunga quanto l’eternità, neanche un secondo di meno, ma che se uno al posto di annoiarsi diventava proprio bravo nel fare qualcosa, ma proprio una cosa qualunque, allora Venere, cioè la Madonna, appena aveva un momento di tempo libero, veniva a darti il biglietto per andare nella seconda sfera celeste e lì si cominciava una nuova vita, che però nessuno sapeva come fosse, ma visto che nessuno tornava indietro, tutti pensavano che lassù si dovesse proprio stare bene, senza tutte quelle mandrie di lazzaroni schifosi che pascolavano e impestavano l’aria e poi c’era da dire che...

Per Fiammetta la seconda sfera celeste per il momento poteva stare dove si trovava e ammantarsi di tutto il mistero di cui voleva ammantarsi. Per ora si accontentava del vestitino rosso, ma proprio rosso rosso come solo sanno essere rossi i pa paveri, che aveva sostituito lo straccetto grigio unto e busunto, tutto un rattoppo, che indossava pocanzi, e delle scarpette di vernice nera, con il bottone sul lato che brillavano che era un piacere vederle... e poi là, in cima alla collina, non era forse la sua quella casetta d’odoroso legno di pino col tetto appuntito appuntito, tutta ricoperta d’edera verde, ma così verde come solo l’edera sa essere verde?

Sergio Cena

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Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena

25 Febbraio 2015 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #racconto

Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena

Ha il tono di una vecchia ballata, “Leggenda di periferia”, di Sergio Cena. Un uomo, una donna, la vita di strada, l’aggressione da parte di tre naziskin. Lui tratta male la compagna, la insolentisce, ma quando è il momento di difenderla non si tira indietro. Due persone ai limiti della società, libere e prive di legami, se non la solidarietà che unisce l’una all’altra e che si rinnova ogni giorno, come se si riscegliessero ogni volta, di là da ogni convenzione. Personaggi che si muovono in una periferia degradata come nel vecchio West, oppure sul palcoscenico di un teatro beckettiano.

L’iniziale descrizione d’ambiente è davvero molto efficace e anche lirica. Un po’ meno lo sono i dialoghi, dove la volgarità un po’ insistita appare di maniera.

La continua ripetizione di "l'uomo disse" ,"la donna disse", con l'aggiunta di "con voce lamentosa, con voce piagnucolosa etc etc", rende poco agile e moderna la narrazione. (Patrizia Poli)

Inviate i vostri racconti a ppoli61@tiscali.it specificando in oggetto: "Laboratorio di Narrativa"

LEGGENDA DI PERIFERIA

Era un vecchio angolo di periferia di città, un grigio suburbio cadente e inselvatichito. Anche i muri di scuri mattoni, al limitare dei deserti complessi industriali, parevano grigi alla luce dei fiochi, rari lampioni che costeggiavano la strada che s’allungava sino ai campi di grano. Fosche, nere e inquietanti erano invece le costruzioni che si potevano intravedere al di là dei muri, con le vetrate spezzate, simili a voraci bocche sdentate; le ciminiere inerti che ancora conservavano il ricordo di fumi avvelenati; i tralicci di ferro contorti e i gasometri sfiatati. Sui marciapiedi di cemento crepato, lungo i muri, e sul bordo della strada, unico segno di vita, vegetavano stantie e secche erbacce, giallastre alla luce del sole, ma ora simili a cenere. Una cicoria, testarda e disperata aveva bucato il catrame della strada e, trionfante, era fiorita con un unico misero fiore di un celeste slavato. Da un lato la strada si perdeva nel buio della campagna, dall’altro sfociava nella luce stantia, opaca, polverosa di una piazza, ultima propaggine abitata della città dove una rossa insegna luminosa lampeggiava come un richiamo sbiadito dal tempo.

Fu da quel lato che ad un tratto cominciarono ad udirsi delle voci. Voci lontane che echeggiavano incomprensibili e aliene lungo i muri della strada deserta. Erano la voce di un uomo cui rispondeva una voce femminile, a passo lento, dolente, avevano preso a risalire la strada. Man mano che i due si inoltravano nella cupa zona industriale le loro parole si facevano più intelligibili sino a esprimere frasi sensate.

“Miché, piagnucolò ad un tratto la donna. Non ho più gambe, fermiamoci.”

“Mica possiamo fermarci in mezzo alla strada, rispose l’uomo con voce spazientita. Non hai visto i lampi che ci sono? Dagli mezz’ora e verrà giù che dio la manda.”

“Non mi sento più i piedi”, si lamentò ancora la donna.

“Cristo di un dio schifoso”, bestemmiò l’uomo. “Guarda te se mi devo trascinare dietro sta vecchia baldracca.”

“Ma qui ci sono soltanto muri, che riparo vuoi che ci diano!?” Si lamentò la donna.

“Sto cercando una guardiola, disse l’uomo esasperato. Ci sarà pure un cazzo di guardiola con tutte queste vecchie fabbriche, no!?”

“Non dovevi lasciare che ci cacciassero da dove si era, disse la donna. Va a sapere dove andremo a finire adesso.”

“In culo al diavolo andremo, ma dammi il tempo di arrivarci.

“Si stava così bene in quel capanno”, riprese a lamentarsi la donna. “Ci hanno messo fuori come due cani rabbiosi. Non avresti dovuto permetterlo.”

“Non avrei non avrei... cosa avrei dovuto fare secondo te, eh!? Erano quattro contro me solo. Ma un posticino finiremo per trovarlo, te lo dico io, cristo di un dio!”

“Non sappiamo nemmeno dove stiamo andando, lamentò la donna. È da stamattina che camminiamo e non siamo arrivati in nessun posto.”

“Qui siamo arrivati, disse l’uomo indicando una guardiola dalla larga vetrata sfasciata.”

La donna osservò dubbiosa il gabbiotto e sospirò: “Se si mette a piovere a tempesta non servirà a molto come riparo.”

“Sempre meglio che stare sotto la pioggia battente”, rispose l’uomo deponendo il sacco che si trascinava appresso all’interno della guardiola.

Scavalcò la vetrina e con un piede accumulò in un canto le schegge di vetro frantumato, poi aiutò la donna a passare all’interno.

La donna ascoltò il raschiare dei vetri sparsi che l’uomo continuava ad accumulare e si guardò intorno. Era nero ma si poteva scorgere la sagoma di un sedile. Ne tastò la resistenza e vi si lasciò cadere con un sospiro.

“Mica sarà facile dormire qui dentro con tutti questi vetri rotti”, disse osservando il luccichio sinistro delle schegge appuntite. “Abbiamo solo una coperta.”

“Prendila te, disse l’uomo. Io mi aggiusterò comunque.”

“Ho fame, si lamentò la donna. È da ieri che non mangio nulla.”

“Anch’io non ho mangiato niente, ma mi lamento io, vecchia baldracca?”

“Ho fame lo stesso”, insistette la donna.

“Cristo di una madonna puttana!” Bestemmiò l’uomo scavalcando il vuoto della vetrata. “Proprio a me doveva capitare sta lurida vecchiaccia che non la finisce mai di lamentarsi.”

Si cacciò le mani in tasca e si allontanò verso la piazza blasfemando tra i denti.

La donna disfece il fagotto che l’uomo aveva con sé, ne uscì una vecchia coperta militare, strusciò col piede lungo la parete di fondo del gabbiotto per assicurarsi che non vi fossero schegge di vetro, poi depose a terra la coperta e vi si allungò sopra poggiando il capo su quello che era rimasto del fagotto. Era così stanca che si sarebbe addormentata subito, ma le faceva paura restare sola in quel luogo sconosciuto, cosicché chiuse gli occhi, ma restò con le orecchie tese, in attesa che a Miché sbollisse l’ira e tornasse da lei.

I passi dell’uomo si fecero udire dopo una mezz’ora. Camminava con calma e fischiettava.

“Eccomi vecchia baldracca”, disse con voce allegra scavalcando il vuoto della vetrina. “Eccomi con due belle pizze Margherita tutte per noi.”

La donna si mise di scatto a sedere. Alle sue narici era giunto l’odore grato del cibo che le diceva che Miché non si stava prendendo gioco di lei.

“Attenta che è bollente”, disse l’uomo porgendole una scatola.

L’uomo estrasse dalla scatola la seconda pizza e la piegò in due, ne addentò un pezzo e strillò: “Cazzo se scotta, attenta vecchia che se mordi, calda com’è, ti cascano tutti i denti.”

“Ho troppo fame per lasciare che si raffreddi”, disse la donna a bocca piena.

Per un po’ masticarono in silenzio, poi la donna chiese: “Miché, come le hai pagate le pizze?”

“Trovato macchina aperta con borsello dentro”, spiegò l’uomo. “ Ho potuto comprare anche una birra e un’aranciata e mi è rimasta ancora un po’ di moneta.”

“L’aranciata!” Sospirò la donna. Mi è sempre piaciuta l’aranciata, sin da quando ero piccola.

“Le baldracche come te non nascono piccole, disse l’uomo. Nascono vecchie e baldracche.”

“Fa niente, disse la donna. Mi è sempre piaciuta lo stesso.”

Terminata la pizza, l’uomo tese la lattina alla donna e restarono a bere lui birra, lei aranciata.

“Mi ha fatto venir voglia di fare pipì”, disse la donna con voce lamentosa.

“Non aprire le cataratte del Niagara qui dentro!” Scattò l’uomo.

“Dammi una mano a uscire, va’”, disse la donna avvicinandosi alla vetrata.

La donna era appena uscita che l’uomo sentì provenire dall’esterno uno strano rumore come di pietrisco scosso dentro un sacco. Anche un gemito gli sembrò di udire, ma di questo non era sicuro.

“Cosa diavolo stai facendo baldraccona!?” Chiese sporgendosi oltre il bordo vuoto della vetrata.

Vedendo che la donna non rispondeva, scavalcò la vetrata, ma, fatto qualche passo, si arrestò. Subito subito pensò fossero poliziotti, poi guardie notturne, poi vide gli stemmi nazisti che brillavano cupamente sulle nere giacche attillate e capì. Si pulì le mani sul retro dei pantaloni e li osservò. Erano tre e lo stavano fissando con biechi sorrisi osceni. Gli sembravano proprio teste di morto. In mano tenevano catene da motocicletta che luccicavano sinistramente alla luce di un lampione. L’uomo capì che erano quelle ad aver fatto il rumore di pietrisco, allora il suo sguardo si posò al suolo e vide la donna giacere a terra.

Un urlo profondo gli scaturì dalle viscere e si dilatò nell’aria notturna squarciandola come un sipario di tela. Senza segno di preavviso si voltò di scatto e si precipitò addosso al teppista che stava alle sue spalle. Quello, preso di sorpresa, non ebbe il tempo di reagire. Trascinato sin contro la vetrata della guardiola, perse l’equilibrio e cadde all’interno la testa per prima.

Cadendo, il teppista si era lasciato sfuggire la catena che stringeva in pugno. L’uomo la raccattò d’un balzo e si voltò per affrontare gli altri due teppisti, ma la strada era tornata a essere deserta. Piegato leggermente sulle gambe, il volto trasformato da una diabolica maschera truce, l’uomo calmò l’ansito che lo asfissiava e si guardò attorno facendo roteare lentamente la catena, ma dei due non c’era più traccia.

“Miché”, chiamò flebile la donna. “Miché m’hanno schiantata.”

L’uomo si inginocchiò accanto alla donna e le sollevò il capo. “Cosa ti hanno fatto quei bastardi?”.

“Non lo so”, piagnucolò la donna. “Stavo per mettermi a fare pipì quando mi è precipitato addosso, sulla testa, sulla faccia e sulle spalle un fracco di botte. Dio santo, Miché, sono tutta un bruciore.”

“Vieni, vecchia mia”, disse l’uomo aiutandola a rimettersi in piedi. La osservò alla luce del lampione, ma si accorse solo di un segno rosso, da cui si affacciavano regolari gocciole di sangue, che le attraversava una guancia.

“Non è niente, vecchia baldracca”, disse l’uomo, tamponandole il volto con uno sporco pezzo di stoffa che gli serviva da fazzoletto. “Domani sarà tutto passato.”

Impaurita, la donna prese lo straccio e se lo tenne sulla guancia guardandosi intorno. “Quanti erano Miché? Dio santo che fracco me ne han fatto.”

“Erano tre, ma questa volta non mi sono lasciato fare, vecchia mia.”

La donna si guardò attorno con occhi dilatati. “Andiamocene di qui prima che quelli tornino”, disse con voce lamentosa.

Mentre parlava, la donna era indietreggiata sino alla guardiola, si voltò e cacciò un urlo. Si precipitò accanto all’uomo, lo afferrò per le braccia e balbettò: “Ce n’è uno là dentro che mi sta guardando!”

L’uomo improvvisamente si ricordò del teppista che aveva spinto all’interno della guardiola. Tornò a far ruotare la catena e si avvicinò cauto alla vetrata.

Il teppista era steso a terra. Il suo corpo era disarticolato, ma, col capo appoggiato su un grosso ciottolo, lo guardava con occhi fissi, maligni. L’uomo lo osservò attentamente per capire se fosse veramente stecchito, ma il teppista era davvero afflosciato. Pensò al loro misero bagaglio rimasto all’interno della guardiola e rabbrividì. Non gli andava proprio per niente di tornare là dentro, ma la donna lo guardava e non avrebbe accettato di partire senza il poco che avevano.

“Recupero la nostra roba e ce ne andiamo”, Scavalcò il buco della vetrata di lato, in modo da tenersi il più possibile lontano dal cadavere. I suoi piedi scricchiolarono sul mucchio di schegge vetro che aveva accumulato. Al rumore l’uomo rabbrividì tanto gli parve rumore di ossa infrante. Senza perdere d’occhio il cadavere, raccolse la coperta, si impose di prendere il tempo di piegarla per sistemarla nel fagotto, lo chiuse con un nodo e lo lanciò fuori dalla vetrata proprio mentre la donna gli diceva di affrettarsi.

Scavalcata la vetrata, l’uomo prese sottobraccio la donna e si avviarono verso il nero bucato a tratti da lampi lontani.

“Ne hai steso uno, Miché”, disse la donna.

“Cristo, non permetto a nessuno di toccare la mia vecchia baldracca”, disse l’uomo.

“Ma erano tre...!” Fece la donna con una punta di fierezza nella voce.

“Tranquilla, vecchia mia”, disse l’uomo. “Ne voglio cento di quei miserabili. Se uno solo cerca di toccarti, io faccio un macello, faccio.”

Le due figure oltrepassarono l’ultimo lampione e furono ingoiate dalla notte.

Rimase solo la voce della donna che lamentosa chiedeva: “Dove andiamo a sbattere Miché? Guarda che lampi! Hai idea di dove si possa andare a sbattere Miché?”

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Andrea Biscaro, "Il vicino"

8 Febbraio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Andrea Biscaro, "Il vicino"

Il vicino

Andrea Biscaro

Safarà editore

pp 194

12, 50

Fino agli ultimi due capitoli, “Il vicino”, di Andrea Biscaro, è un thriller che t’inchioda dal primo rigo.

Situazione angosciosa in crescendo: il protagonista - un pittore di qualche fama che vive in campagna con una gatta dopo aver divorziato - riceve un film snuff nel quale appare protagonista. Si tratta di un video amatoriale pornografico, in cui vengono mostrate torture, culminanti con la morte della vittima, nello specifico una donna alla quale lui, dopo il sesso, mozza la testa con una sega. Diciamo che le varie sequenze di delitti nel romanzo sono fin troppo splatter ma comunque funzionali al genere. Il pittore, che non ricorda di aver compiuto mai niente di così efferato, vive isolato nella campagna della Tuscia, vicino ad un paese riconducibile a Pitigliano, bello quanto inquietante retaggio di antiche testimonianze etrusche. Accanto a lui è venuto ad abitare da poco uno strano personaggio, un architetto dai modi affascinanti ma ambigui. Pagina dopo pagina la paura cresce. Biscaro è bravissimo a rendere il dilatarsi dell’orrore, la sensazione di essere sempre più in trappola, la minaccia.

Il finale non possiamo svelarlo, anche se vi sarà una specie di contrappasso, una punizione per antichi peccati. Nonostante la spiegazione razionale, intuiamo che non tutto è come sembra. C’è comunque molto inconscio, molto rimosso, dietro le vicende/allucinazioni di cui è vittima il pittore protagonista della storia.

Intravedo i loro becchi neri che grondano sangue. Io non posso muovermi. Non è soltanto la paura. È impossibile spostarsi in mezzo a questa invasione, a questa violenza di ali, a questa tempesta nera.(…) I loro becchi raggiungono la mia gola, la squarciano, mi tranciano la carotide. I loro becchi invadono i miei occhi, bevono i miei bulbi. I loro becchi si fanno strada nelle mie carni, nel mio petto, scavano nelle ossa e nei nervi, trovano il mio cuore e lo divorano, lo beccano, lo spolpano, lo fanno scomparire nelle loro gole gracchianti.” (pag 156)

Ciò che gli capita non è un caso, ciò che prova nasce dal rimorso e dal tormento interiore. E questo, nel finale, meriterebbe di essere sviluppato meglio.

La narrazione, abbiamo detto, fila come un treno fino agli ultimi due capitoli che, a nostro avviso, creano un anticlimax troppo sbrigativo, tropo esplicito e perciò deludente, specialmente perché non tutto risulta credibile.

Lo stile è ottimo, l’insistita paratassi – al limite quasi della scrittura poetica – all’inizio spiazza, ma serve bene lo scopo di produrre un ritmo incalzante e feroce, una morsa che si stringe attorno all’io narrante fino a stritolarlo, ed è compensata da una scrittura perfetta che non lascia niente al caso. Intelligente la scelta di una narrazione onnisciente, con l’espediente del reiterato “se qualcuno potesse vedermi da fuori”, e la resa oggettiva dei dialoghi, riprodotti, non tanto come sceneggiature, quanto come vere e proprie registrazioni su nastro.

Se qualcuno potesse vedere il mio volto ora dall’esterno, vedrebbe le orbite dei miei occhi farsi buie, cave. Vedrebbe la pelle del mio viso tesa in una maschera di orrore. Qualcuno potrebbe pensare di vedere una sigaretta nella mia mano destra, stretta tra indice e medio. Qualcuno potrebbe persino intuire la forma di un bicchiere pieno nella mia mano sinistra.” (pag 11)

“Pensare”, “intuire” sono verbi che attirano la nostra attenzione sulla possibilità che ciò che viene descritto non sia vero, sia frutto di una illusione. Per contrasto, la messinscena architettata ai danni del protagonista appare più che mai reale, mentre ciò che egli compie, le sue azioni, sono messe in dubbio dai suoi stessi pensieri. Il pittore afferma di aver smesso di bere, di fumare e di fare le altre cose sbagliate che lo hanno portato al punto in cui è, cioè ad essere un uomo solo e braccato, ma, forse nella sua mano quel bicchiere c’è ancora, la sigaretta sta ancora fra le sue dita, il vizio è sempre dentro a rodergli il cuore come i l becco dei corvi, il male cova in attesa di un indennizzo, di una vendetta.

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