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poli patrizia

"Dodici metri d'amore" e altro ancora

9 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #cinema

 

Dell’umorismo si è detto tutto, ne ha parlato Bergson, Pirandello lo ha definito “il sentimento del contrario”, ma, forse, non si è sottolineato abbastanza il fatto che il riso cambia coi tempi.  Ciò che ci faceva sbellicare anni fa non ci diverte più adesso. Ricordo, solo un paio di decenni fa, le grasse risate che facevamo con gli show di Panariello e di Fiorello. Sembra ieri, invece sono già quasi vent’anni. Ricordo certi tormentoni che, probabilmente, sul pubblico di oggi non farebbero presa mentre allora ridevamo tutti, io, mio marito, gli amici.  

E, se vado indietro nel tempo, rammento alcuni capisaldi della comicità sempre rievocati in famiglia, che fecero sganasciare dalle risate me, mio padre, mia madre e mia nonna. Uno era un film con Alberto Sordi, di cui non so il titolo, dove lui si ritrovava catapultato in un comico intrigo di spionaggio.  L’altro è Quattro bassotti per un danese, film della Disney del 66 diretto da Norman Tokar. Andammo tutti a vedere al cinema le peripezie del povero alano combina guai convinto di essere un bassotto, e ridemmo a crepapelle.

Ma, soprattutto, mito imperituro della comicità di casa fu Dodici metri d’amore, film del 54 diretto da Vincent Minnelli, con l’irresistibile scena della novella sposa che cerca di cucinare per il suo maritino, mentre il bestione roulotte è in movimento.

Era tutta un’epoca ad avere gusti e soglia dell’umorismo diversi, più ingenui. Ciò che faceva sganasciare allora, adesso fa sorridere. Tuttavia, i film di quei tempi là (cinquanta/sessanta), possedevano comunque un allure, un fascino sofisticato che li rende tuttora immortali. Grandi registi come, appunto, Minnelli, o come Victor Fleming, con un primo piano, con una dissolvenza, con un semplice suono in sottofondo trasmettevano pathos, emozione, tragedia, eros, molto meglio delle scene esplicite, articolate e spesso inutilmente crudeli, di oggi.

 

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L'amico fantasma

7 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Chissà se qualcuno ricorda ancora L’amico fantasma, serie televisiva mandata in onda da Rai 1 nei primi anni settanta?

Rammento poco anch’io, so solo che piaceva tanto in famiglia, soprattutto a mia madre e a me, e che la trovavamo molto accattivante e divertente.

Insomma, La porta rossa, di cui viene al momento trasmessa la seconda serie su Rai 2, con Lino Guanciale nei panni di un commissario di polizia deceduto, ha dei precedenti. Anche ne L’amico fantasma le indagini erano portate avanti dallo spettro di un detective morto nella prima puntata, che stava vicino all’amico investigatore e alla propria moglie ancora amata. Niente a che vedere con le atmosfere crude e noir de La porta rossa, qui era tutto molto spiritoso, si tratta di un vecchio telefilm inglese della seconda metà degli anni 60 che ha per protagonisti due investigatori privati: il primo è  Jeff Randall, interpretato dall’attore Mike Pratt,  il secondo Marty Hopkirk, impersonato da Kenneth Cope.

La sigla è stata composta da John Barry, autore delle musiche dei film di James Bond, fra cui la più famosa è senz’altro Goldfinger.

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Dies irae

2 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #musica

 

 

 

Il dies irae, il giorno dell’ira, o del giudizio, è una sequenza, cioè un componimento musicale liturgico, attribuito a Tommaso da Celano.

Era usato soprattutto nelle liturgie francescane e domenicane ma l’uso nei messali divenne universale sulla fine del quattrocento.

Celebri musicisti, fra i quali Cherubini, Donizetti, Dvorăk, Berlioz, Mahler, hanno accompagnato il testo, ma i più famosi sono Verdi e, soprattutto, Mozart.

 

The dies irae, the day of wrath, or of judgment, is a “sequence”, that is, a liturgical musical composition, attributed to Tommaso da Celano.

It was used mainly in the Franciscan and Dominican liturgies but the use in the missals became universal in the late fifteenth century.

Famous musicians, including Cherubini, Donizetti, Dvorăk, Berlioz, Mahler, accompanied the text, but the most famous are Verdi and, above all, Mozart.

 

Dies ìrae, dìes ìlla,

Solvet seclum in favìlla,

Teste David cum Sybìlla.

 

Quantus tremor est futùrus,

Quando Iùdex est ventùrus,

Cuncta stricte discussùrus.

 

Tuba, mirum spargens sonum,

Per sepùlchra regiònum,

Coget omnes ante thronum.

 

Mors stupèbit et natùra,

Cum resùrget creatùra,

Iudicànti responsùra.

 

Liber scriptus proferètur,

In quo totum continètur,

Unde mundus iudicètur.

 

Iudex ergo cum sedèbit,

Quidquid latet apparèbit,

Nil inùltum remanèbit.

 

Quid sum miser tunc dictùrus?

Quem patrònum rogatùrus,

Cum vix iùstus sit secùrus?

 

Rex tremèndae maiestàtis,

Qui salvàndos salva gratis,

Salva me, fons pietàtis.

 

Recordàre, Iesu pìe,

Quod sum càusa tuae vìae,

Ne me perdas ille dìe.

 

Quaerens me, sedìsti làssus;

Redemìsti crucem pàssus;

Tantus labor non sit càssus.

 

Iùste Iùdex ultiònis,

Donum fac remissiònis,

Ante dìem ratiònis.

 

Ingemìsco tamquam rèus;

Culpa rubet vultus mèus;

Supplicànti parce, Dèus.

 

Qui Màriam absolvìsti,

Et latrònem exaudìsti,

Mihi quoque spem dedìsti.

 

Preces meae non sunt dìgnae,

Sed tu bonus, fac benìgne,

Ne perènni cremer ìgne.

 

Inter oves locum praesta,

Et ab haedis me sequèstra,

Stàtuens in parte dèxtra.

 

Confutàtis malèdictis,

Flammis àcribus addìctis,

Vòca me cum benedìctis.

 

Oro supplex et acclìnis;

Cor contrìtum quasi cinis;

Gère curam mei fìnis.

 

Lacrimòsa dìes ìlla,

Qua resùrget ex favìlla,

 

Iudicàndus homo rèus,

Hùic èrgo pàrce Dèus;

 

Pìe Ièsu Dòmine,

Dòna eis rèquiem. Amen.

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Stabat Mater

25 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #musica, #luomodelsorriso

 

 

 

 

Lo Stabat mater, letteralmente “stava la madre”, è una preghiera in latino del XIII secolo, attribuita a Jacopone da Todi. Il ritmo è già quello del latino medievale e ne sono state fatte alcune versioni liturgiche e anche una in italiano dell’ottocento.

 

Addolorata, in pianto

la Madre sta presso la Croce

da cui pende il Figlio.

 

Immersa in angoscia mortale

geme nell’intimo del cuore

trafitto da spada.

 

Quanto grande è il dolore

della benedetta fra le donne,

Madre dell'Unigenito!

 

Piange la Madre pietosa

contemplando le piaghe

del divino suo Figlio.

 

Chi può trattenersi dal pianto

davanti alla Madre di Cristo

in tanto tormento?

 

Chi può non provare dolore

davanti alla Madre

che porta la morte del Figlio?

 

Per i peccati del popolo suo

ella vede Gesù nei tormenti

del duro supplizio.

 

Per noi ella vede morire

il dolce suo Figlio,

solo, nell'ultima ora.

 

O Madre, sorgente di amore,

fa' ch'io viva il tuo martirio,

fa' ch’io pianga le tue lacrime.

 

Fa' che arda il mio cuore

nell’amare il Cristo-Dio,

per essergli gradito.

 

Ti prego, Madre santa:

siano impresse nel mio cuore

le piaghe del tuo Figlio.

 

Uniscimi al tuo dolore

per il Figlio tuo divino

che per me ha voluto patire.

 

Con te lascia ch'io pianga

il Cristo crocifisso

finché avrò vita.

 

Restarti sempre vicino

piangendo sotto la croce:

questo desidero.

 

O Vergine santa tra le vergini,

non respingere la mia preghiera,

e accogli il mio pianto di figlio.

 

Fammi portare la morte di Cristo,

partecipare ai suoi patimenti,

adorare le sue piaghe sante.

 

Ferisci il mio cuore con le sue ferite,

stringimi alla sua croce,

inèbriami del suo sangue.

 

Nel suo ritorno glorioso

rimani, o Madre, al mio fianco,

salvami dall’eterno abbandono.

 

O Cristo, nell'ora del mio passaggio

fa' che, per mano a tua Madre,

io giunga alla mèta gloriosa.

 

Quando la morte dissolve il mio corpo

aprimi, Signore, le porte del cielo,

accoglimi nel tuo regno di gloria.

 

Amen.

 

Lo Stabat Mater è anche una melodia gregoriana. Fu abrogata dal Concilio di Trento e poi reintrodotta nella liturgia nel 1727 da papa Benedetto XIII.

Ha ispirato oltre quattrocento compositori. Le versioni più famose sono quelle di Scarlatti, Vivaldi, Verdi, Rossini, Haydn, Salieri, Boccherini ma, soprattutto, di Pergolesi.

 

Colgo l'occasione per ricordavi il mio personale Stabat, nel capitolo 18 de L'uomo del sorriso.

 

 

The Stabat mater, literally "stood the mother", is a Latin prayer of the thirteenth century, attributed to Jacopone da Todi. The rhythm is already that of medieval Latin and some liturgical versions have been made and also one in Italian of the nineteenth century.

Stabat Mater is also a Gregorian melody. It was repealed by the Council of Trent and then reintroduced into the liturgy in 1727 by Pope Benedict XIII.

It has inspired over four hundred composers. The most famous versions are those of Scarlatti, Vivaldi, Verdi, Rossini, Haydn, Salieri, Boccherini but, above all, of Pergolesi.

I take this opportunity to remind you of my personal Stabat, in chapter 18 of The Man of the Smile.

 

 

«Jeshu… Jeshu…»

Chiamava suo figlio appeso sulla croce, Maria di Nazareth, col dolce nome dell’infanzia. «Jeshu…» Poterlo strappare da lassù, stringerlo ancora fra le braccia come quando era bambino, riscaldarlo, asciugargli le lacrime di sangue che gli rigavano il volto. La sua mente di madre vacillava, aveva un macigno da sollevare a ogni respiro doloroso quanto i respiri del figlio. Temeva di vederlo morire e, insieme, lo desiderava come non aveva mai desiderato altro in tutta la sua vita.

Si era levato vento, la pelle di suo figlio, tormentato dalla febbre, s’increspava di brividi. Yeshua’ fece uno sforzo per sollevarsi, per respirare, ma il movimento gli strappò un lamento.

“Muori, figlio mio, ti prego, non lottare”.

I singhiozzi l’avevano squassata fino a sfinirla, ora non aveva più lacrime, solo un orrore fondo e nero che la invadeva da capo a piedi. Ogni pezzo di lei era lassù, insieme al figlio sulla croce; soffriva con lui, agonizzava con lui.

Yeshua’ emise un gemito, la testa gli ciondolò sul petto, perse conoscenza e questo fu un conforto per la madre. Mentre pregava Dio che facesse morire in fretta il suo ragazzo, si abbandonò ai ricordi, consapevole che, da quel momento in poi, sarebbero stati l’unica cosa che avrebbe avuto di lui.  

Il vento del deserto era lo stesso quando Yeshua’ era nato, come se un cerchio si stesse chiudendo. Ricordava le pareti pietrose della grotta, il pavimento macchiato di sangue, Yosef che, con le ginocchia, premeva sul suo ventre per aiutarla a spingere. Ricordava l’odore di stalla, il fiato caldo del bue, la mangiatoia nella quale aveva adagiato il bambino, maledicendo l’ostessa che non li aveva accolti. Ricordava il calore delle braccia di Yosef, ansimante e sudato, che stringevano lei e il piccolo appena nato. «Ora siamo una famiglia, Maria» le aveva detto. «Sei stata brava».

Più di ogni altra cosa, ricordava il primo istante in cui aveva stretto a sé il bambino. Il corpicino si era adattato subito all’incavo delle sue braccia, Yeshua’ si era acciambellato contro di lei come fosse ancora nel suo grembo, le piccole labbra avevano cercato il capezzolo. Lei aveva tastato con le mani ogni parte del piccolo corpo, aveva posato la guancia sul ventre per sentirne il calore, aveva annusato l’odore per imprimerselo dentro, riconoscendolo poi per sempre, sentendo che quella era la perfezione, che lei era venuta al mondo per dare la vita a lui. Dopo, niente era più stato come in quell’istante. Solo distacco, lontananza, freddezza.

Oggi, ai piedi della croce, l’amore che provava per suo figlio era così grande che non bastava un cuore solo a contenerlo. E il suo cuore di madre ora stava esplodendo, pompava sangue all’unisono col cuore del figlio, accompagnandolo, respiro dopo respiro, fino all’ultimo soffio di vita. (Da L'uomo del sorriso di Patrizia Poli pagina 222)

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Valentina Casadei, "Tormento fragile"

23 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #valentina casadei

 

 

 

 

Tormento fragile

Valentina Casadei

Bertoni Editore, 2018

pp 79

12,50

 

Tormento Fragile, di Valentina Casadei, è una silloge di belle poesie, scritte da una venticinquenne che ha dimestichezza non solo con le parole ma anche con le emozioni, affrontate con la saggezza di una persona molto più anziana. L’amore, la nostalgia, il ricordo, la paura del tempo che passa e della morte, il ripiegamento su se stessi, hanno anche qui lo scopo che tutta, o quasi tutta, la poesia dovrebbe avere, cioè arginare e incanalare l’emotività, rendendola sopportabile. Insomma, condividere diventa uguale a dominare e controllare.

Si tratta per lo più di dialoghi al femminile, con un interlocutore che varia di volta in volta, un tu che diventa noi ma anche io, per guardarsi dentro senza sconti. E questo parlare all’altro da sé indica il bisogno estremo di contatto, di apertura, ovvero il contrario del “ripiegarsi come una salamandra”, ed è ciò che aiuta a considerare la paura “solo una parola.”

Il linguaggio della Casadei è ermetico ma lo è in modo semplice e scorrevole. Proprio nelle frasi più comuni e prosastiche si annida la suggestione: “Incontriamoci da qualche parte /stasera”, “e hai regalato ai vivi /la cura che diamo ai morti”,

Liriche brevissime, brevi o più lunghe, senza un titolo che le definisca o contenga. C’è parecchia solitudine, “mi ripiego/come una salamandra magra”, dovuta anche all’atteggiamento ostile di alcuni, e c’è paura della morte, contrastata da un provvidenziale elan vital che si spera non venga mai a mancare: “spero che non finisca mai / questa mia vitale spinta”.

La conclusione è che esistere è fine a se stesso, ma ciò non deve spaventare, piuttosto farci apprezzare certi “orizzonti” che gli amanti “non si stancano di rimpiangere”.

Ci vuole coraggio per affrontare l’esistenza così com’è, con tutti i chiaroscuri, comprendendola senza edulcorarla ma nemmeno respingerla perché, in questa dimensione così materiale e terrestre, si può comunque ravvisare lo spirito che anima e pervade tutto, unito ad  un amore carnale/ filiale/ amicale che consola: “Sei una parola di petali, dolce.”

Concludo riportando una poesia, particolarmente bella:

 

Ti prendo come poesia.

I tuoi versi sono capelli

Uniti in strofe di trecce.

Ed ecco che l’allitterazione dei  tuoi sospiri

Sfida il vento.

Ma tu, poesia da foglio di carta,

ti involi con lui.

Paladina dell’alba.

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Le enciclopedie a fascicoli e i libri di Selezione del Reader's Digest

22 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo

 

 

 

Ancora e sempre gli anni sessanta. Quelli del boom economico e della speranza nel modernismo e nel progresso. Progresso che voleva dire anche civiltà e cultura perciò, dopo che il maestro Manzi ebbe alfabetizzato la popolazione, ecco che ognuno di noi si mise in casa le fatidiche enciclopedie a fascicoli.

Mio padre le comprava in edicola e poi venivano fatte amorosamente rilegare, volume dopo volume. Noi avevamo, innanzi tutto, La Motta, una sorta di Wikipedia ante litteram, grossa, pesante e marrone. In essa era conservato tutto lo scibile umano. Poi quelle più specifiche: Le Muse, sulle arti (pittura, scultura, musica etc), un’enciclopedia della scienza e della tecnica di cui non ricordo il nome, La storia della civiltà di Will Durant (che arrivò per ultima) e per me, ovviamente, i mitici Quindici. Il livello di qualità era altissimo.

Sempre nello spirito della cultura veloce per tutti, andavano di moda anche le riduzioni dei classici per l’infanzia e persino i famosi libri di Selezione del Reader’s Digest, ovvero i best seller mondiali del momento condensati in poche pagine.

Divoravo letteralmente quei volumi marroni con dentro tre o quattro romanzi alla volta. Ne ricordo bene uno ambientato in Scozia, in una fumosa distilleria di whisky, e il famoso Kim, un dono da Vietnam, storia vera e commovente di una bambina adottata. Libri letti e riletti mille volte, quando, annoiata, sola e affamata di libri, giravo per casa rivoltando la libreria dei miei a caccia di qualcosa da leggere.

Quante ore raggomitolata sul divano tenendo sulle ginocchia volumi di tutti i generi, qualunque cosa riuscissi a scovare in casa, dalle fiabe a Maupassant, da Liala a Scerbanenco, da Verne a Salgari. E quanti pomeriggi d’estate in terrazza, in attesa che mia madre tornasse dal lavoro, con una bibita e un libro da finire entro la giornata, i gomiti accarezzati dal sole che piano piano si abbassava, sorda ai rumori della strada, delle cinquecento che passavano, dei ragazzi che ancora rincorrevano la palla sotto i marciapiedi. Io, dall’alto, potevo solo guardarli, curiosa e timida, per poi tonare a tuffarmi nelle mie storie. Che cosa sarebbe stata la mia vita senza la lettura? Non so nemmeno immaginarlo.

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Viva la pappa col pomodoro

20 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Avevo solo tre anni ma non mi perdevo una puntata de Il giornalino di Gianburrasca, sceneggiato televisivo andato in onda nel 1864/65, tratto dal libro di Vamba, per la regia di Lina Wertmüller. Ricordo di averlo seguito con la stessa attenzione e comprensione di adesso e che la visione coinvolgeva tutta la famiglia, soprattutto mia madre e mia nonna ne andavano pazze quanto me. Ci piaceva tantissimo la giovane Rita Pavone nei panni del terribile Giannino Stoppani, lei era una di noi, con la faccia semplice e pulita. Non ricordo se anch’io fui una di quelle bambine che s’innamoravano di Giannino rimanendoci poi male quando scoprivano che era una femmina.

Mi divertivano anche gli altri personaggi, soprattutto la terribile direttrice interpretata da Bice Valori che, si dice, recitasse in ginocchio per sembrare nana. La musica era di Nino Rota, e, ovviamente, quella più famosa, La pappa col pomodoro, divenne una hit. Avevo il disco e lo suonavo in continuazione. Era una straordinaria canzone di protesta, così come la scena dove Giannino scappa dal collegio, che all’epoca fu ritenuta diseducativa. Ma io so solo che il motivetto non l’ho mai scordato e lo canto anche oggi alle mie nipotine.

 

La storia del passato

Ormai ce l´ha insegnato

Che un popolo affamato

Fa la rivoluzion

Ragion per cui affamati

Abbiamo combattuto

Perciò "buon appetito"

Facciamo colazion

 

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Laura Nuti, "Come le ciliegie"

19 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Come le ciliegie

Laura Nuti

Marchetti Editore, 2018

 

Il delizioso Come le ciliegie, di Laura Nuti, edito da Marchetti e ben illustrato da Roberta Malasomma, mi ha riportato indietro nel tempo, mi sono rivista bambina, leggere con foga e meraviglia adattamenti di classici e riduzioni di opere immortali: il Kalevala, il Peer Gynt, le storie di Carlomagno e Berta dal grande piede, la Divina Commedia spiegata ai ragazzi, la mitologia greca. Questo libro ha il sapore (inimitabile) di ciò che leggevamo allora, con un piglio, però, moderno. Che cosa sono le fiabe se non miti e leggende rielaborati, che cosa c’è nella fiaba se non la struttura stessa di un singolo grande mito (come ci insegnano Propp e Joseph Campbell)? E non era forse un’operazione simile quella compiuta negli anni sessanta con le fiabe sonore e con le riduzioni dei classici per bambini?  

Sonnolenti pomeriggi d’estate, un giardino afoso, una nonna che culla una piccina mentre racconta – o meglio, fa raccontare dall’immaginario cane Argo -  alla sorellina più grande le meravigliose vicende degli eroi omerici, prima, durante e dopo la guerra di Troia, adattate a un palato infantile e odierno ma appetibili per tutti, perché le storie, si sa, quando sono belle, sono godibili a ogni età.

Storie come ciliegie, una tira l’altra. Storie succose, colorate, multiformi, tutte diverse ma concatenate. Storie di mostri chimere (ovvero puzzle), di cavalli alati, di guerrieri belli e coraggiosi, (ovvero fighi), di principesse affascinanti, ma anche di dei che più umani di così non si può, con tutti i nostri difetti: l’infedeltà, l’invidia, la gelosia, la rabbia.

Come afferma la stessa autrice nel saggio Narrare e leggere belle storie:

I “ racconti tradizionali, cioè le fiabe, le favole, i miti, le saghe e le leggende epiche, devono avere un ruolo fondamentale. Perché? Perché sono storie che “hanno una storia”, che vengono da lontano, che “hanno viaggiato attraverso il mondo e si sono colorate qua e là di sfumatureriferimenti, chiaroscuri attinti cammin facendo”; sono storie nate dalla narrazione, dalla tradizione orale (perciò si prestano ad essere narrate, raccontate) e sono divenute poi letteratura (perciò si prestano ad essere lette, indagate nella loro struttura, “ricalcate” per dar vita ad altre storie). (Laura Nuti)

Ecco il valore di questo “ri-raccontare” miti e saghe conosciute, ecco il valore degli adattamenti e delle rivisitazioni. E l’immagine della nonna è la più azzeccata. Spetta alle generazioni più anziane, infatti, il compito di tramandare, di trasmettere la cultura, cioè il patrimonio comune delle conoscenze e delle storie, arricchendole di valori contemporanei, di novelli spunti, d’immagini  consone alla nuova epoca.

Ben vengano operazioni culturali così fresche e piacevoli. Se in libreria ci fossero meno Peppa Pig, meno Pija Masks, e più libri deliziosi come questo, resterebbe la speranza che il mondo, pur evolvendosi, mantenesse quelle conoscenze che fanno di noi ciò che siamo e che vorremmo continuare a essere in futuro.

 

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Federica Cabras, "Un sogno, un amore e un equivoco"

17 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #federica cabras

 

 

 

 

Un sogno, un amore e un equivoco

Federica Cabras

Literary Romance, 2019

pp 249

13,90

 

All’inizio di tutto c’è lei, Elizabeth Bennet di Orgoglio e pregiudizio. Poi, secoli dopo, è arrivata la capostipite della chicklit, Bridget Jones, goffa, imbranata, romantica. In seguito sono venute le eroine di Lauren Weisberger e di Jojo Moyes, Andrea Sachs e Louisa Clark, tanto per citare le più famose. Qui da noi, invece, Alice Allevi di Alessia Gazzola. È questo il filone in cui inserire l’ultimo libro di Federica Cabras, Un sogno, un amore e un equivoco.

Quando lessi il suo primo romanzo, al quale feci una critica severa, dissi, però, che questa ragazza aveva talento da vendere e che prima o poi si “sarebbe fatta”. Con questa nuova prova ce l’ha dimostrato. Qui la Cabras sembra aver saputo distinguere i generi e calarsi pienamente nel filone che predilige. O, almeno, che la parte di lei più epidermica predilige.

Il romanzo è spumeggiante come la copertina, fatto di dialoghi serrati e divertenti come sceneggiature di serie tv. Tutto ruota intorno ai tre poli: il sogno, l’amore e l’equivoco. L’amore è quello per il bel datore di lavoro, luogo comune del romance, trama immortale della solita cenerentola che riuscirà a farsi valere, e a conquistare, con la sola purezza del cuore, un uomo apparentemente fuori della sua portata; l’equivoco è quello che permetterà alla protagonista di sciogliere tutti i nodi e soddisfare i suoi desideri; il sogno, infine, è quello di diventare scrittrice, altro stereotipo delle eroine moderne ma, in questo caso, non solo superficiale ambizione ma autentica e sofferta aspirazione interiore.

Siamo tutti luce e buio. La parte luminosa della Cabras è dolce, coraggiosa, sentimentale. È la parte dei palloncini colorati in copertina. È quella di questo romanzo, divertente e tenero. Poi c’è il lato oscuro, tenuto a freno, rimosso. Era evidente nel suo primo libro ma non si amalgamava col resto del racconto. Qui non c’è perché non deve esserci, pena la perdita di coerenza, ma emerge a momenti quando il tessuto del linguaggio si lacera, quando la mano della Cabras corre da sola sul foglio e vengono a galla  cupezze, sofferenze e dolori. Soprattutto ansia, paura di non essere all’altezza, voglia di essere amata, orrore e fascinazione della morte.

Virginia Carta, la protagonista, è quella che lavora al bar, ma non lo è. Virginia è quella che esce con le amiche, ma non lo è. La vera Virginia è colei che batte sulla tastiera evocando mondi, scavando nel dolore proprio e altrui. Alla fine, il personaggio di Ester, la donna che ha ispirato e conservato le lettere che Virginia ritroverà, prende il sopravvento. E così abbiamo una triplice identificazione: Federica Cabras che scrive di Virginia Carta che scrive di Ester Lai.

Riassumendo, abbiamo Virginia, una ragazza ambiziosa e gentile, abbiamo Giorgio, un bel principe azzurro, padrone del locale dove lei lavora, abbiamo degli amici affezionati e due genitori da non deludere. La vicenda si snoda fra la ricerca del lavoro e il bisogno di provare sentimenti autentici e profondi, fra l’investigazione del sé e la necessità di affidarsi agli altri. Virginia è insicura, si crede fragile, ha bisogno di un uomo maturo e protettivo, di un caro amico d’infanzia, delle coinquiline affettuose, della lingua tiepida di un cucciolo. Ha bisogno di tutto questo ma, intuiamo, potrebbe farcela anche da sola, potrebbe vivere esclusivamente di sé e della sua ambizione, nella spaventosa e sublime solitudine dello scrittore. Ancora una volta è la parte più superficiale della protagonista a innamorarsi del capo e a gestire i rapporti con le amiche. La parte più profonda, invece, ama la scrittura che fa emergere angoscia e rimorso, che avviluppa e consuma come una fiamma.

Nessuna dichiarazione d’amore per un uomo fu mai appassionata come quella che, a pag 234, Virginia indirizza all’atto insopprimibile dello scrivere. Nessun “ti amo” detto al bel Giorgio può equivalere a quella passione bruciante. Credo, anzi, che il bel Giorgio sia solo un cliché, e il rapporto con lui dovrebbe essere più sfumato, più graduale, meno dichiarato da subito. Ma ciò accade perché il vero innamoramento la protagonista lo prova verso le proprie ambizioni letterarie, verso la ricerca di fama e soddisfazione.

Il romanzo della Cabras è “carico di spirito e di passione”, esattamente come viene definita la scrittura della protagonista dall’implacabile direttrice di un magazine di successo. Si sentono l’impegno, il lavoro di lima, la fatica fatta per far quadrare gli elementi della trama, lo scavo e l’amore delle parole, la ricerca del termine giusto. Un’ottima prova ma, soprattutto, un’ottima base di partenza.

Penso che questo racconto, seppure piacevole, fluido, accattivante e intrigante, sia solo un trampolino di lancio, e che l’autrice sia pronta per fare un ulteriore passo avanti, tirando fuori il rimosso, soffrendo sulla carta come nessuno di noi vorrebbe mai fare, uscendo dalla chicklit e dal romance per entrare in un luogo buio e profondo, fatto di passione e tormento, il luogo dove nasce la grande letteratura.  E qui ne dà un assaggio nelle belle lettere che la protagonista ritrova nella borsa dell’anziana signora, Ester Lai, cliente abituale del bar dove lavora, e verso la quale ella prova un’inspiegabile attrazione.  

Se l’autrice saprà librarsi sopra gli stereotipi imposti dal genere (e dalla frequentazione con le serie televisive), se avrà il coraggio di sprofondare nella parte più tenebrosa di sé, senza farsene travolgere ma incanalando le emozioni in qualcosa di organico e letterario, se metterà tutta se stessa al servizio di quella passione che la divora, credo che, in futuro, sentiremo sempre più spesso parlare di lei.

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Il chewing gum

12 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo

 

 

 

 

Chewing gum, gomma da masticare, ciccingomma. Adesso tutti, più o meno, ogni tanto ne teniamo una in bocca per sentire un sapore zuccherino o rinfrescarci l’alito. Ma, forse, nessuno ricorda che cos’era il chewing gum negli anni 70/80.

Dunque, noi ci alzavamo al mattino, ci preparavamo per andare a scuola, ci stendevamo sul letto e i nostri padri con le pinze (giuro!) ci tiravano su i jeans attillatissimi, che avevamo passato ore a grattare con la spazzola nel bagno per farli diventare delavè e, trattenendo il fiato impossibilitate a respirare, mettevamo in bocca il primo chewing gum della giornata. In media durava fino verso le 11, quando un’amica provvidenziale ce ne offriva un altro più saporito, che sputavamo solo per pranzare, salvo rimetterne subito uno in bocca fino all’ora di cena. Guai ad essere fuori casa senza un chewing gum in bocca, guai a non averne sempre una confezione nuova in tasca, guai a parlare con un’amica senza stare facendo bolle.

Ce ne’erano di tutti i gusti, dalla gettonata classica barretta Brooklyn, alle palline colorate, al più ambito: un grosso, succulento Big Bubble profumato alla fragola, col quale fare in continuazione bolle e scoppietti (clack!), pure davanti ai professori che, poveretti, subivano questo nostro vizio come un male necessario.

Se proprio non si poteva fare a meno di togliersi l’ingombro di bocca, qualcuno appiccicava la gomma sotto il banco, ma questa è un’altra infelice storia.  

Si ruminava come mucche per tutto il giorno, fino a farci venire il mal di testa per il troppo muovere le ganasce, fino a riempirci lo stomaco di acido per l’eccessiva salivazione. E, più il chewing gum era ciucciato, stopposo e insapore, più era reduce da ore d’ininterrotta masticazione, meglio era.

Perché lo facevamo, mi chiedo adesso? Non lo so, forse per mettere una barriera fra noi e il mondo, forse per darci un tono usando un mezzo meno nocivo delle sigarette. Chissà? Certo è che se i giovani, e meno giovani, d'oggi, invece di farsi di eroina, cocaina o pasticche, subissero il fascino d'una bella masticata di chewing gum con gran bolla finale, sarebbe un vantaggio per tutti.

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