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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Io ed Evelyn

2 Maggio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni, #poli patrizia, #racconto

Io ed Evelyn

Racconto di Patrizia Poli

Illustrazioni di Margareta Nemo

Non parlo mai con la gente che mi guarda così, questo pomeriggio ho attaccato discorso solo perché le cose stanno per cambiare. – Ok- ho detto - io ed Evelyn siamo siamesi, unite per il bacino. Vede? Qui - ho indicato - dove voialtri avete l’ombelico.

Ha strabuzzato gli occhi, stritolato il manico dell’ombrello, raspato con il tacco il ghiaino come un gatto che ha appena fatto la pipì nella sua cassetta. Si è seduto sulla nostra panchina per caso, non ci ha viste subito e adesso non sa più dove guardare. Prova ad andarsene ma lo agguanto per la manica dell’impermeabile. - Ehi, signore! Ieri era il nostro compleanno, quindici anni! - lo informo.

Evelyn sta dormendo sulla mia maglietta di Will Coyote. Si è addormentata appena siamo arrivate al parco. È stanca, deve essere l’emozione. Dall’incerata che ci ripara, di lei sbucano solo un po' di capelli e un orecchino con un ciondolo di corallo.

- È stata una festa proprio da sballo!- continuo solo per il gusto di vederlo arrossire - Papà mi ha detto: Rosemary, domani ti compro un motorino tutto per te, di che colore lo vuoi? Blu faccio io, compramelo blu. Evelyn l’ha chiesto rosso.

- Ah, bene, auguri.

- Perché, vede, signore, domani ci separano. Guardi, qui, dove dorme mia sorella, ci tagliano a metà. - Mi sollevo sul gomito e alzo l’incerata per fargli vedere il punto esatto. Ho imparato a muovermi senza svegliare Evelyn. Ci siamo sempre addormentate così, faccia a faccia, respirandoci in bocca. A volte lei scalcia, butta giù il lenzuolo, ci scopre. Mica lo so, io, cosa vuol dire alzarsi e andare a bere in cucina lasciando Evelyn nel letto. Se mi scappa la pipì, la trattengo, per non svegliarla. Ma da domani ruberò il gelato senza che lei faccia la spia e andrò per prima alla finestra quando passa Richie Lawrence, che ci piace a tutte e due. Guiderò anche il motorino, da sola. Sai che palle.

Evelyn si muove, soffia coi polmoni, slaccia le gambe dalle mie. Tiro su l’incerata per coprirla, visto che s’è alzato il vento e spazza le foglie. Intanto penso al bisturi che ci fruga fra le budella e decide per noi: questo è di Evelyn e questo e di Rosemary.

- Bene - ripete lui - allora, auguri.

- Mica è giusto! Sceglieranno a caso. Che ne dice lei?

È a disagio; guarda la mantella con le due teste e poi si guarda le scarpe. – No - dice - no, non credo, perché dovrebbero?

- Sì, invece.

Qualcosa di mio, penso, rimarrà laggiù, prigioniero e lontano. Sa, lui, sa, mio padre, sanno, forse, gli altri, che quando passa Richie Lawrence la pancia di Evelyn fa glu glu? Io sì. Io lo so, io lo avverto, ogni volta. O è la mia pancia? Ed è così l’amore?

Sento il mento di Evelyn inumidirmi il collo, l’odore tiepido delle sue ascelle, il solletico delle ciocche castane, identiche alle mie, scosse dal vento.

Gli mostro una foto sul giornale. - Signore, guardi! Guardi che roba!

Ci siamo noi alla nostra festa da sballo, con due cappelli da fata turchina in testa e due fette di torta rosa.

NUOVO MIRACOLO DELLA SCIENZA DA VENERDI’ DIVISE LE GEMELLE DELLA 22°

Macché miracolo, il miracolo c’è già.

Loro non lo sanno che è uno sballo per me stare così con Evelyn! Noi siamo una e tutti gli altri invece sono due, tre, quattro, mille, centomila! Divisi, soli al mondo, uno schifo. Solo l’idea mi terrorizza. Credevo che sarebbe durato per sempre, noi due attaccate così! Invece, che fregatura! Mi toccherà pure morire da sola, un giorno, ed avrò una paura cane.

Evelyn apre gli occhi e sbadiglia, io guardo l’orologio. - È tardi - dico -notte, signore! Andiamo, Evelyn.

Lui si alza. - Buonanotte.

Prende l’ombrello e fugge via, da solo.

Noi due indietreggiamo abbracciate, scorrendo su quattro zampe, verso casa, verso i nostri genitori che aspettano due figlie, non una.

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Grodiano Lupi, "Alla ricerca della Piombino perduta"

2 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

Grodiano Lupi, "Alla ricerca della Piombino perduta"

Alla ricerca della Piombino perduta

Gordiano Lupi

Edizioni Il Foglio2012

pp 190 15,00

Solo un lettore nato negli anni sessanta può accogliere questo libro di Gordiano Lupi, “Alla ricerca della Piombino perduta”, con una commozione che ti prende allo stomaco e ti annoda la gola. L’autore dedica la prima parte al ricordo, alla recherche, al ritorno sui propri passi. Siamo catapultati all’indietro, nei primi anni sessanta, in una Piombino appena uscita dalle miserie della guerra e appena sfiorata da un boom di cui gli abitanti nemmeno si accorgono. Una Piombino che sembra balzar fuori da un film di Virzì, divisa a metà fra figli di papà e figli di metalmeccanici e ferrovieri, fra gelaterie e bagni dove si va solo la domenica e piccoli bar di tutti i giorni su spiagge olezzanti di frittura stantia. L’amore per queste memorie è assoluto, viscerale, incondizionato. Lupi accetta tutto del passato, il bello e il mostruoso, il mare lucente ma anche le spiagge inquinate, le sterpaglie dei campi di calcio improvvisati, i muri fatiscenti, gli odori penetranti, l’acciaieria, oggi gigantesco relitto d’archeologia industriale, sempre incombente, sempre presente nei pensieri e nelle parole degli abitanti. “Erano tempi romantici”, ci ripete. Ed è in questo romanticismo che si stempera il neorealismo, trasformandosi da ideologia in sentimento. Tutto era bello, tutto aveva più grandezza, più spessore, più sapore, tutto è imbellito, enfatizzato dal ricordo. Persino la decadenza, il degrado, la fatiscenza erano languidi e malinconici. Prepotente, in ogni capitolo e in ogni pagina, la sensazione del fallimento della propria esistenza, l’idea che il meglio sia ormai alle spalle. I sogni non si sono realizzati, il cammino si è interrotto, le aspirazioni non si sono concretizzate.

Non poteva capire che volevo la barca di mio padre, cacciare squali nell’oceano infinito, farmi travolgere come un vecchio pescatore cubano in una battaglia senza fine sotto il sole a picco e con il corpo sporco di salmastro. Non lo poteva capire.” (pag 71)

Ciò che cercavamo in realtà c’era già, era in quelle strade, in quelle spiagge, in quei bar, in quegli anfratti spinosi dove ci si appartava con una ragazzina, in quei campi polverosi dove si tiravano calci a un pallone, in quei cinema di terza visione dove si sgranocchiavano seme e non pop corn, dove cresceva, a suon di peplum e film di Totò, l’amore per un’arte che avrebbe segnato tutta la vita. Quello che si è cercato senza trovare, l’angolo di paradiso, esisteva già e ora è perduto per sempre.

I ragazzi che escono da scuola, la terrazza sopraelevata verso le isole, un autobus in attesa, mio fratello con lo zainetto ricolmo di libri che percorre la salita verso ragioneria, e per un istante penso che il nostro angolo di paradiso era proprio questo e non lo sapevamo.” (pag 65)

Ciò che inseguivamo se n’è andato e non tornerà, abbiamo perso l’occasione di essere felici. Volti e voci – del padre, degli amici - non ci sono più, ci hanno lasciato soli, il tempo non è più “senza fine”. Con quanta insistenza si ripete che il passato non torna. Quante volte si ripercorrono le stesse immagini, gli stessi ricordi, come se ripetere accreditasse le memorie, le avvalorasse.

Adesso non importa più niente a nessuno. Un mondo scivolato via tra le feritoie della vita, come sabbia tra le dita, come tempo che non ritorna.” (pag 35)

Ogni capitolo è una cartolina illustrata dalla nostalgia, spiazzante, lacerante, dolorosa, piena di rimpianto per ciò che non è stato e non sarà mai più. Se dobbiamo abbandonarci anche noi a echi, a reminiscenze, a libere associazioni letterarie, ci viene in mente la Forte dei Marmi di Antonella Boralevi, in “Prima che il vento”, oppure, chissà perché, anche “Bonjour tristesse”, di Françoise Sagan, forse per la malinconia che permea ogni parola del libro.

La seconda parte è dedicata alla ricostruzione della vita dello scrittore Aldo Zelli, approdato a Piombino dopo un’esistenza avventurosa fra Libia e prigionia di guerra in varie parti del mondo. La casa editrice il Foglio Letterario si sta occupando di quest’autore e della ristampa di alcune sue opere d’interesse scolastico. Qui Lupi ne assume l’identità, lo fa parlare in prima persona, gli fa rievocare il passato - persino l’amicizia con Guelfo Civinini - attraverso le trame della sua narrativa fantasiosa e disimpegnata. Anche in questo caso la nostalgia è canone, norma pervasiva, irrinunciabile. Aldo celebra la propria gioventù in Libia, fra deserti, dune mosse dal vento, dromedari e camaleonti “che danzano”, con l’improvviso irrompere della realtà a spezzare il sogno dell’infanzia, a far maturare di colpo.

La vita è ingiusta. Lo comprendo per la prima volta e ho soltanto otto anni. Non ci sono regole. Non ci sono principi. Non ci sono sogni da rispettare. C’è un maledetto destino che si compie.” (pag 110)

Ed anche qui, come nella parte piombinese, chi parla s’interroga in continuazione sulla natura e il significato dell’essere scrittore, sul processo creativo, sulla fantasia, sul modo in cui nascono, prendono corpo e si sviluppano, le storie nella mente degli autori. In quel “Scrivo una storia come, da ragazzo, avrei voluto che un adulto mi narrasse” c’è tutta una poetica del fantastico, una pura capacità affabulatoria che si è persa nella narrativa odierna, soprattutto italiana. L’opera è scritta in una lingua elegante, lirica, che non si vergogna a commuovere, a inondare di emozioni, a puntare direttamente al cuore, senza indulgere in urticanti paratassi, in simbolismi inutili, in modernismi stridenti troppo spesso di maniera. Un libro per il quale la parola “bellissimo” si spoglia del logorio dell’abuso e torna a risplendere.

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"Bianca come la Neve" recensione di Paolo Mantioni

29 Aprile 2013 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #poli patrizia, #recensioni, #paolo mantioni

"Bianca come la Neve" recensione di Paolo Mantioni

Io sono sempre molto attento ai dati formali, al modo in cui il testo si costituisce e allo stile in cui è reso, perciò prendo le mosse da quella che mi è sembrata una novità di rilievo di “Bianca come la Neve” rispetto ai due romanzi precedenti. Nel racconto la voce narrante protagonista della vicenda ha una preminenza assoluta rispetto agli altri personaggi, che, però, hanno anche loro diritto ad esprimersi in prima persona, per altro introdotti da una formula - “parla Radu” “parla padre Bernardu”, ecc. - che fa pensare a un che di solenne, analogo alle inserzioni del coro nelle tragedie greche. È come se al centro della narrazione ci fosse la voce narrante della protagonista e intorno, a raggiera, quella dei personaggi secondari, come a costituire un “centro” o un dentro” rispetto a un “fuori”. Il procedimento mi pare molto originale (uno dei rimproveri che facevo all’autrice era proprio la mancanza di originalità, ma tra la tecnica narrativa de “Il Respiro del Fiume” e quella de “Il Volo del Serpedrago” c’è stata una evoluzione e una personalizzazione che smentiscono le sue stesse parole, “voglio essere una semplice narratrice” - per altro non si è mai “una semplice narratrice”). Un procedimento già abbozzato con il diario di Orfeo in “Signora dei Filtri” e in parte ripreso anche nell’ultimo racconto e che risponde a una tematica molto presente nella scrittura della Poli e di rilievo personale ma anche, diciamo così, filosofico-religioso. C’è, nella sua scrittura, una forte, addirittura violenta, dialettica tra “dentro” e “fuori”, tra le pulsioni profonde, represse o scatenate e il giudizio esterno, le conseguenze della repressione o dello scatenamento. Per questo discorso, aggiungo un altro dato formale di rilievo e che riguarda in particolare “Bianca come la Neve”: il testo è puntellato da “prolessi”, ovvero più volte si fa riferimento alla soluzione dell’intrigo, a quando la situazione della protagonista e degli altri personaggi non sarà più la stessa, alla fine della storia, insomma. Ecco, anche questo dato più essere interpretato in quell’ottica: il bisogno di guardarsi da “fuori”, dal “dopo”, dall’”esterno” (e la presenza come personaggio dello Specchio non è da sottovalutare). Cos’è il “fuori”, il “dopo”, l’”esterno” se non un bisogno di trascendenza, di pacificazione in un altrove? Cos’è la scrittura rispetto all’esperienza esistenziale? L’avevo già notato e scritto per “Signora dei Filtri”: l’apparente medietà dello stile talvolta si lacera, mostra fenditure, lacerazioni, come se la coperta della scrittura si rilevasse a volte insufficiente a coprire tutto l’oscuro, il represso, l’inconsapevole che è stato violentemente lasciato ai margini o nascosto. Negli ultimi racconti quel represso è lasciato trapelare più liberamente generando quella dialettica forte di cui dicevo prima (e devo aggiungere che questa mi sembra la strada letteraria, se non personale, sulla quale si potrebbe insistere con profitto).

- La narrativa della Poli ha alcune caratteristiche che, pur nelle diverse combinazioni o realizzazioni, tornano costantemente. La sottrazione al “qui e adesso”, ad esempio. Lo spostamento può essere solo spaziale (“Il Respiro del Fiume”) o spazio-temporale, si guarda e si racconta dell’altrove dall’altrove della scrittura, della narrazione. Ma mentre nel primo romanzo tra i due altrove, la vicenda narrata e la scrittura, vi era un rapporto pacificato, scarsamente conflittuale, l’evoluzione dei racconti successivi mostra sempre più chiaramente il conflitto, che diventa anche investimento personale, partecipazione emotiva alla vicenda. E questo investimento personale, questa specie di lotta tra la “semplice narratrice” e i contenuti psichici, che la scrittura lascia emergere, favoriscono quell’immedesimazione, quel rapporto empatico tra personaggi e lettore che può essere trasmesso solo se, a sua volta, la scrittrice si è trovata a viverli e a volerli esprimere. Quella della Poli è una narrazione di passioni forti, di molte morti e di molte nascite, di pulsioni irresistibili che travolgono e sconvolgono, una narrazione che chiama a testimoni gli elementi primordiali - l’acqua, il sole, l’aria, la terra - è, ripeto, una narrazione violentemente dialettica che vorrebbe trovare pace in un Dio “forte e buono” , un Dio giusto, pietoso e, soprattutto, accogliente; appunto un Dio, non un uomo (o una donna). La scrittura mostra un anelito alla religiosità, alla trascendenza, è una scrittura a-storica (con quanto di buono e di meno buono, questo comporta).

- “Mi levai di scatto (…) io ho già avuto la mia parte” (pag. 14). Rileggiamo questo breve brano: da un lato l’immoralità della vampirizzazione del padre santo evitata solo per l’intervento provvidenziale di Nero, dall’altro la moralità del cibo offerto ai poveri; ma, mentre l’atto immorale s’avvale di un lessico che si direbbe d’amore - “annusai” ,”sangue tiepido”, “dolcemente”, - quello morale, tutt’al contrario, è all’insegna dello sprezzo, della rinuncia forzata - “scaraventai”, “io ho già avuto la mia parte”. Le parole, la tessitura lessicale entrano in conflitto con l’atto.

- Un’altra caratteristica costante è la compresenza di sublime (sì, Patrizia Poli è una delle poche scrittrici a non fuggire dal sublime) e disgustoso (qui invece è in buona compagnia). Il sublime nasce dall’immersione senza remore nel sentimento panico della natura (già il prologo e l’epilogo di “Signora dei Filtri” ne avevano dato prova - ancora: quel prologo e quell’epilogo non sono anche l’altrove pacificato “fuori” dalla narrazione?) dal saper rappresentare quella sensibilità creaturale, innocente e primigenia, che accomuna tutto il creato, organico e inorganico. Il disgustoso è invece rappresentato dal movimento, dal continuo rinnovarsi dell’universo. A questo riguardo mi è rimasta molto impressa una scena de “Il Respiro del Fiume”: a Padre Franz, turbato dalla scoperta del sentimento per Urmilla, cadono di mano i flaconi delle pillole, subito “anneriti dalle formiche”.

- Un’idea molto caratteristica degli ultimi due racconti è che, attraverso un contatto materiale - bere il sangue della vittima o quando il Serpedrago morente “sposta una zampa e gliela pone in grembo” - si instaura una comunicazione immateriale, che trasmette, senza opacità alcuna, i pensieri e il passato. Idea che per altro mi ha ricordato il film di Spielberg Intelligenza artificiale dove i computer, ormai unici abitanti della terra, leggono il passato dei loro simili con il semplice gesto di toccarli. Da un lato io do in generale poca importanza ai topoi narrativi, nel senso che la ripresa di motivi narrativi già sviluppati da altri autori non è di per sé un difetto, perché ciò che conta di più è l’utilizzo del topos, la sua rifunzionalizzazione più o meno coerente con la propria opera; dall’altro io credo che i geni, quelli capaci di inventare dal nulla, siano talmente pochi che nessuno possa aspirare all’assoluta originalità.

- Le pagine finali di Bianca come la neve mostrano un’inedita tensione espressiva rispetto alle opere precedenti, hanno un afflato lirico notevole, però, se fossi un editor, probabilmente consiglierei un’attenuata presenza del soggetto, ad esempio l’uso del “noi” o addirittura dell’impersonale “si” per qualcuna delle frasi.

- In tutt’e quattro le narrazioni si segue l’evolversi di un personaggio femminile dall’infanzia alla maturazione fisica, sessuale e psicologica. E in tutt’e quattro una delle scene più forti e decisive è la perdita della verginità. Si tratta di un momento della vita delle protagoniste in cui le pulsioni interne trovano nel corpo maturo un alleato per abbattere i divieti fisici e morali che ostacolano il libero soddisfacimento del desiderio. Ognuna deve superare un impedimento che, prima e durante l’atto, assume l’aspetto di un freno che non fa che aumentare l’intensità e la ineluttabilità del desiderio e che fa dell’atto anche la rappresentazione di una lotta (qui sarebbe da ricordare il modello freudiano dell’atto sessuale che il “bambino che guarda” interpreta come lotta, ma io sono poco convinto delle modellizzazioni freudiane), poi lo stesso impedimento, ormai dissolto, ritorna sotto forma di conseguenze drammatiche, tragiche o addirittura catastrofiche causate dall’atto stesso. L’aver travolto il divieto morale della separazione religiosa (Urmilla) o dell’amor di patria (Medea) o, quello più sacro e inviolabile, dell’incesto (Bianca) è una liberazione per la quale si pagano tributi personali e collettivi terribili, ma l’atto e le sue conseguenze sono in un certo qual modo inevitabili, fatali. Una situazione più sfumata e anche più coinvolgente è invece quella di Ahnu: lei non sa di poter essere colpevole, l’uomo cui si abbandona non ha un volto, una precisa identità e l’unica sua debolezza è quella d’aver ceduto alla vista e all’immaginazione di “un trono d’oro”, eppure proprio l’innocente Ahnu, cedendo, scatena conseguenze catastrofiche su tutta la comunità, che, però, sono al contempo, anche l’origine del riscatto collettivo, della solidarietà, della vittoria del Bene sul Male, dell’acqua sul fuoco. Il divieto morale è un tappo alle pulsioni interne, un tappo che è necessario, nonché inevitabile e fatale, far saltare per acquisire consapevolezza e conoscenza di sé. Si tratta di attraversare il dolore per ritrovarsi dall’altra parte della storia, nell’altrove di un Dio che accoglie senza imporre divieti morali in conflitto con le naturali e creaturali pulsioni interne.

- “Una semplice narratrice”? La descrizione della battaglia finale ne “Il Volo del Serpedrago” infiamma i nessi logico-cronologici della narrazione, fa dello sguardo, del vedere il centro della rappresentazione: “Ahnu vede la picca vibrare (…) spalancate”. In quelle pagine, a partire dalla vittoria del Dio del deserto, la “semplice narratrice” è travolta dal ritmo forsennato, dal caos reale e simbolico nel quale è immersa, perde lo sguardo limpido e ordinato, si abbandona al turbine degli elementi offrendo al lettore una visione degli eventi più immediata, più coinvolgente, più personale e condivisibile.

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Ilaria Vitali, "La casa ai confini del tempo"

22 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Ilaria Vitali, "La casa ai confini del tempo"

La casa ai confini del tempo

Ilaria Vitali

0111 Edizioni, 2012
pp. 153
14,50


Tutti coloro che si sono accostati a “La casa ai confini del tempo” di Ilaria Vitali, hanno parlato di romanzo di formazione, di fine dell’infanzia e, soprattutto, di mimesi perfetta del linguaggio infantile, così come si ritrova, ad esempio, nei libri di Niccolò Ammaniti o della scrittrice partenopea Ida Verrei. A nostro avviso, invece, si tratta di un’operazione molto più letteraria. Lo stile del testo, nella sua semplicità artefatta, è assolutamente, squisitamente, ricercato, non c’è realismo né aderenza al parlato o pensato infantile, bensì un surrealismo ricco di simboli, di allegorie: una forma studiata nei minimi particolari, che non lascia niente al caso, poetica e per nulla puerile.

L’undicenne Zoe passa un’estate nella casa dei nonni, in riva al grande fiume, nella pianura padana calda, languente e assolata. Intorno la vita scorre, è il 1992, tangentopoli spazza via la prima repubblica, ma Zoe e la sua famiglia sono sospesi in una bolla. I personaggi principali sono Zoe stessa, la madre, i nonni, l’amico vicino di casa, il di lui padre. Alcune comparse entrano ed escono di scena come attori su un palco: la cugina Iris, i carabinieri, gli zingari. Non c’è niente di realistico, niente di “normale” in ciò che accade, tutto ha un significato nascosto.
C’è un’altra figura che giganteggia nella sua assenza, e si ridimensiona - addirittura si schiaccia - nella sua ritrovata presenza: il padre di Zoe, il perno della storia, colui che, con la sua condotta, ha messo in moto la catastrofe, ha provocato il rimosso, quella che la madre di Zoe ora chiama “la traversata”.
“Da un po’ di tempo succede che le cose mi parlano”, esordisce Zoe. Sì, le cose parlano a chi sa ascoltare, le cose hanno aspetti nascosti, surreali, come in quadro di Magritte o di De Chirico. La casa è “una casa treno” capace di spostarsi su una linea ideale che dovrebbe portare avanti, nel futuro, ed invece torna sulle orme di un passato cancellato, rimosso. La caffettiera sanguina, le scale si rompono, i muri si crepano, i tulipani si suicidano. Anche Zoe stessa guarda la realtà da una prospettiva irreale, facendo la verticale contro il muro a testa in giù, o rimanendo immobile e muta come l’erba.

Comunque, il fatto delle cose che mi parlano succede da qualche mese. Da quando ho compiuto undici anni, per la precisione. Di notte, per esempio, sento strani rumori. Lo so che sono loro. È legno che scricchiola, muro che crepa. Il tavolo vuole tornare albero e il cemento sabbia di mare.” (pag 6)

La ragazzina cresce, scopre il mondo dei grandi, razionalizza e ironizza ma lo fa in un modo che, pericolosamente, sfiora la possibilità della follia. Manca poco a che le cose parlanti si trasformino in pericolose voci nella testa, che l’immobilità del fingersi erba diventi mutismo irreversibile.
A salvarla, però, c’è Mujo, “un’oasi di luce nel buio”, lo zingaro, il reietto, l’anima nella quale Zoe si riconosce e che la tiene avvinta alla realtà.

“Io e Mujo siamo quasi sui binari, i nostri passi bucano il buio, sicuri. Ormai nessuno può fermarci. Questo è il kairos, il momento giusto.”(pag 151)

Kairos, dunque, e non un amoretto infantile qualunque, non i primi battiti del cuore.
“Questa notte soffia il vento in un posto dove il vento non soffia mai e ogni cosa è concessa.” (pag 151)

Eppure, questa narrazione tutta simboli e segni, questo “mandala profano disegnato dal caos”, come lo definisce l’autrice stessa, è anche terribilmente avvincente, ti trascina da un breve capitolo all’altro, nell’attesa dell’epifania, della rivelazione che rende quell’estate così diversa dalle altre e fa sì che le cose parlino a Zoe. È l’evento che dovrà accadere, l’enigma da svelare, l’imponderabile che si concretizza nella sineddoche di un braccialetto, di una linea sul muro a delimitare una crescita bloccata metà.
Ed è anche questo linguaggio così pieno di significati, spigliato e divertente, ironico e godibile, a riprova di un talento narrativo pieno di promesse ma già maturo e affilato, di quelli che, di solito, non ti aspetti in un esordiente.

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Intervista a Marco De Franchi

18 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #marco de franchi, #interviste

Intervista a Marco De Franchi

Marco de Franchi è nato a Roma ma vive a Livorno, molti lo conoscono per i suoi libri più recenti, i noir, come La Carne e il Sangue, dove racconta una vicenda che si riconduce alle indagini sulle nuove BR, ma gli appassionati di letteratura fantastica, i vecchi frequentatori della casa editrice Solfanelli e del premio Tolkien, gli abbonati di Dimensione Cosmica, lo ricordano soprattutto - al pari dell’altro scrittore di livornese, Gianluigi Zuddas - per la sua produzione fantastica.
Marco ha accettato di parlarci di
sé.

“Allora, cerco di mettere un po’ d’ordine, rappresentando, preliminarmente, che mi trovo sempre un po’ in imbarazzo a parlare di me e della mia vita. Uno dei motivi per cui scrivo storie è proprio per evitare di stare al centro dell’attenzione. Insomma spero che i miei personaggi parlino abbastanza per evitare che debba farlo io.
Nasco nel 1962 a Roma e come tutti i veri “scrittori” nell’animo desidero da subito solo scrivere, scrivere, scrivere… e pubblicare. Scrivere senza avere dei lettori è un’assurdità. Chi scrive VUOLE pubblicare. Non è questione di notorietà o altro. È l’esigenza di narrare e sapere che ci sono persone che ascoltano la tua narrazione. A dieci anni sognavo i miei libri dietro le vetrine delle librerie. Non ho avuto il successo sperato, ma va bene così.
M’innamoro della lettura di genere e in particolare della fantascienza, che eredito da mio padre (professore di Liceo, amante dei classici, ma avido lettore di Urania), e della narrativa gialla (che eredito da mia madre, donna dalla cultura più umile ma grandissima, onnivora lettrice).
I miei riferimenti sono, all’inizio, Simak, Dick, Heinlein, Bradbury. Poi scopro l’horror e la narrativa fantastica in senso lato. E allora amo e divoro Lovecraft, Machen, Poe, e poi Herbert, King, Straub, Blish, Barker, e tanti altri. Però non disdegno la narrativa italiana e i grandi noir.”


E così cominci…

“Sì, inizio a tentare di scrivere qualcosa di “professionale”. Il mio “esordio” è nel 1983 quando scopro il Premio di Narrativa Fantastica “Tolkien”, che Solfanelli edita con la cura di due nomi del calibro di Gianfranco de Turris e Giuseppe Lippi. Invio il racconto “La Porta Magica”, che non entra in finale, ma stuzzica l’interesse di de Turris. La Porta Magica è, infatti, un mix di horror ed esoterismo, con un aggancio alla realtà (m’ispiro, infatti, alla Porta Magica che sorge al centro di Piazza Vittorio a Roma, un bell’esempio di enigma esoterico-alchemico) e un interesse per i personaggi “borderline”. Il protagonista è un omosessuale e scrivere di questo nel 1983 non era proprio scontato (almeno per me). Comunque de Turris mi telefona (immaginate il mio stupore e la mia felicità) e m’invita a collaborare con altri racconti, sempre sulla stessa scia: uno sfondo storico, reale e soprattutto italiano e uno sviluppo magico/esoterico. La Porta Magica esce poi in Francia (non è mai stato pubblicato in Italia!) per una rivista specializzata molto nota allora, Antares, curata da Jean Pierre Moumon. Nel 1984 arrivo terzo al Premio Tolkien con il racconto “La Città Scarlatta” (in cui ci sono horror, magia sessuale, l’abisso e la redenzione) e nel 1985 sempre terzo con il romanzo breve “Gli Occhi nel Bosco”. Sono molto affezionato a questo romanzo (poco più di cento pagine, un taglio che in Italia non va molto, non è, infatti, racconto e neanche romanzo) perché esce nell’antologia “Immaginaria” di Solfanelli insieme a un romanzo di Grazia Lipos (una scrittrice triestina molto legata al Fantasy tradizionale) e al vincitore di quell’edizione “Viaggio per Lisa” di Luigi de Pascalis. Considero de Pascalis uno dei migliori scrittori italiani di narrativa fantastica. Già allora era un mito e per me fu un onore pazzesco uscire in un libro insieme a lui. Con Luigi poi, negli anni, siamo diventati amici e adesso collaboriamo stabilmente. Per me è un faro, una guida, un grande aiuto. Ha curato l’uscita del mio ultimo romanzo ed è semplicemente un uomo e uno scrittore fantastico (a settanta anni suonati si muove, scrive, inventa, progetta come un ventenne).
Comunque, da quel momento, inizio a scrivere e a pubblicare racconti qui e lì, con alterne fortune.”


Le strade che intraprendi, sappiamo, sono molte, fra le quali il mondo dei fumetti.

“Poiché mi interessa la narrativa a tutto campo, quindi anche quella cinematografica e fumettistica, mi cimento in entrambe le direzioni. Nel cinema non vado oltre qualche soggetto e un trattamento che avrebbe dovuto diventare una sceneggiatura e poi un film, ma che poi non ha trovato produttori. Nel fumetto invece la svolta è venuta con le testate popolari Lanciostory e Skorpio con cui per più di quattro anni ho collaborato stabilmente. Ho scritto qualche centinaio di sceneggiature per fumetti e ne sono fiero. Quello del fumetto è un campo molto stimolante. Mi hanno “disegnato” autori di razza e anche di questo sono contento. In quegli anni vivevo di sceneggiature per fumetti (e ho scritto anche qualche fotoromanzo per le dedizioni Lancio, lo ammetto. Non era un granché ma pagavano bene. Scrivere fotoromanzi, inoltre, insegna molto dal punto di vista delle tecniche narrative).”

È a questo punto che comincia la tua carriera di “sbirro”. Da un’intervista rilasciata a thriller Magazine sappiamo che non ami definirti un poliziotto scrittore, bensì il contrario, cioè una persona che, prima di tutto, scrive.

“Sì, poi sono entrato in polizia. Studiavo Legge, dovevo ancora fare il militare ma soprattutto mi affascinava il mestiere dell’investigatore. È il lato noir che albergava in me. Poiché inoltre non avevo il coraggio di provare la strada della sola scrittura (che raramente dà da mangiare) ho tentato questa strada professionale e devo dire che non me ne sono pentito. Il mio lavoro è sempre stato la polizia giudiziaria ed è un mestiere che ancora oggi, a venticinque anni di distanza, mi sorprende e mi affascina.
Il lavoro in polizia – e il fatto che fui trasferito in Toscana, allora a Massa Carrara - rallentò però e di molto la mia attività “di scrittore”. Per circa dieci anni non ho scritto (né naturalmente pubblicato) una sola riga. Non è che non lo potessi fare (ci sono decine di esempi di poliziotti-scrittori), è che ero troppo concentrato su questo lato del mestiere. E poi hai ragione, non sono mai stato uno sbirro-scrittore. Se mai sono uno scrittore che fa di mestiere il poliziotto.
Nel 1999 torno a Roma e come dire, mi “risveglio” ed inizio di nuovo a scrivere e a collaborare con de Turris e quello che amo chiamare il “gruppo romano” (forse qualcuno lo conosci: a parte de Pascalis, Nicola Verde, Roberto Genovesi, Errico Passaro, Gabriele Marconi, ma anche Giulio Leoni, Massimo Pietroselli, Alda Teodorani, Massimo Mongai, e altri). Anche se all’inizio è stato davvero difficile oliare i vecchi arrugginiti ingranaggi. Era come se la mia vena “fantastica” si fosse esaurita e in qualche modo il tempo mi avesse superato. Io insomma ero rimasto ai miei primi tentativi che per quanto fortunati erano ancora embrioni delle cose che volevo scrivere. Insomma mi sembrava di aver perso il famoso treno.”

Poi c’è stata l’esperienza forte del gruppo Biagi, quella che, forse, umanamente hai vissuto con maggiore partecipazione, quella che ha stimolato la tua vena di scrittore e dalla quale è scaturito il romanzo La carne e il sangue, ispirato alla figura di Cinzia Banelli.


“Nel 2003 entro a fare parte del “Gruppo Biagi”, il gruppo investigativo che raccolse forze un po’ da tutta Italia per individuare gli assassini di Marco Biagi e, prima, di Massimo D’Antona. Ero sempre stato affascinato dal fenomeno del terrorismo, ma fino ad allora mi ero occupato “professionalmente” di narcotraffico e di antimafia. Investigare un fenomeno così complesso e pieno di contraddizioni come il crimine politico mi ha stimolato molto. Al di là dei risultati (alla fine gli assassini di Biagi, D’Antona e del collega Petri, le cosiddette nuove Brigate Rosse, furono presi) e dell’arricchimento professionale che ho avuto da questa avventura (spesa tra Roma, Bologna, Firenze e Pisa), dal punto di vista “letterario” mi si è aperto un mondo. Per la prima volta ho iniziato a “usare” il mio mestiere di sbirro per alimentare il mestiere di scrittore. Così nel 2008 è uscito “La Carne e il Sangue”, per Barbera, e una serie di racconti ispirati agli anni di piombo o semplicemente “noir” (di quel periodo è l’intervista a Thriller Magazine). Il noir è ancora una dimensione letteraria che amo, ma ultimamente ho rallentato questo tipo di narrativa (miei racconti noir o semplicemente thriller sono usciti su antologie per Meridiano Zero, Flaccovio, Laurum, Robin, ecc.). Mi pare ci sia un sovraffollamento nel genere e in fondo la cosa importante è scrivere una storia a cui si tiene, il genere conta meno. Il noir ti permette di indagare i lati più oscuri dell’animo umano e soprattutto di trattare il mistero nella vita quotidiana.

Viene per tutti, però, il momento del ritorno a casa, alle origini.

“È vero. Sono tornato da poco alla narrativa fantastica, e ne sono felice. Non solo perché ho ritrovato la dimensione che preferisco ma perché qualcuno mi definì tanto tempo fa “una promessa del fantastico italiano” e ho sempre pensato di aver deluso questa aspettativa. Chissà se a cinquant’anni posso ancora provarci?
Comunque dal 2010 ho ripreso a collaborare con de Turris (in quell’anno è uscita per il Giallo Mondadori l’antologia da lui coordinata “Il Filo del Rasoio”) e i miei racconti hanno ripreso a circolare. A maggio come hai visto uscirà per La Lepre Editore il romanzo “Il Giorno Rubato”, una sorta di thriller paranormale a cui tengo molto. È un editore piccolo ma molto serio e ha un bellissimo catalogo, a mio parere. Da questo romanzo spero di ripartire, riannodare qualche filo e, se ho fortuna, portare a termine altri progetti.
Nel fantastico mi sento più a mio agio. Penso che sia uno strumento con cui si può aprire molte porte. È anche una luce al cui filtro si può leggere l’intera realtà. Ed io sono ancora fedele alla massima di Roger Callois che definiva la letteratura fantastica (cito a memoria e sicuramente senza precisione) “l’irruzione improvvisa e inaspettata dell’irrazionale nel razionale”.

E ora, visto che siamo su Livorno Magazine, che cosa puoi dirci del tuo soggiorno in questa città dove , troppo spesso, nessuno è profeta?

“Dal 2005 vivo a Livorno. Sono “tornato” (come dite pazzescamente voi livornesi quando vi riferite al trasferimento in una nuova casa) perché mia moglie, Debora, è di Livorno e qui ha il suo lavoro, e perché due figli piccoli reclamano la presenza del padre. All’inizio questa città non mi piaceva proprio. Non mi ci riconoscevo e Roma mi mancava (mi manca ancora!). Devo dire però che adesso comincio ad apprezzare alcuni aspetti della vostra città. E certe strade, certi scorci cominciano a entusiasmarmi. I livornesi non è che li capisca molto, ma ne apprezzo la genuinità e il senso dell’esagerazione. La vostra rivista on line mi ha aiutato molto nello scoprire alcuni aspetti nascosti di Livorno. Così come venire a sapere che ci sono altri scrittori che vivono qui e che fanno i conti tutti i giorni con editori, agenti, rifiuti, contatti, speranze, ecc. Grazie anche per questo.”

Grazie a te, Marco, di cuore.

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Edmondo De Amicis, "Cuore"

17 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #recensioni, #poli patrizia, #saggi

Cuore

Edmondo De Amicis

Garzanti , 1968

 

 

“Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla sezione Baretti a farmi iscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna, e andavo di malavoglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s’accalcava tanta gente, che il bidello e la guardia civica faticavano a tener sgombra la porta.”

 

No, non siamo in Diagon Alley. No, non ci sono Harry, Ron e Hermione che, frettolosamente, fanno gli ultimi acquisti di bacchette e scope magiche prima di prendere il treno per Hogwarts.

Eppure la sensazione è la stessa: il formicolante inizio di un nuovo anno scolastico che sarà pieno di novità, di promesse, ma anche di difficoltà. Enrico Bottini non è Harry Potter e Torino non è Londra ma anche lui, per crescere, dovrà scontrarsi con una realtà non sempre piacevole, non sempre corrispondente a quelli che sono i sogni di un bambino. E il successo di questo romanzo, almeno in Italia, fu paragonabile a quello della saga inglese.

Libro Cuore, dunque, non solo Cuore, “il libro” per antonomasia, capace di rimanere nell’immaginario collettivo come emblema della didattica morale.

Pubblicato nel 1886 dalla casa editrice milanese Treves, "Cuore" di Edmondo De Amicis (1846 - 1908) racconta, sotto forma di diario, l’anno scolastico di una terza elementare torinese, con il protagonista Enrico Bottini, i compagni di scuola di quest’ultimo, più altri caratteri di contorno. Chi non ricorda il buon Garrone e il perfido Franti, il muratorino muso di lepre, il gobbino Nelli, il superbo Nobis, il maestro Perboni - solitario e dabbene - la maestrina dalla penna rossa? Alcune figure sono diventate tipiche, come Derossi, sinonimo ormai di primo della classe.

Quella classe diventa la finestra da cui si guarda l’Italia dell’ultimo ottocento”, afferma il Cappuccio. Oltre agli alunni, ai bidelli e agli insegnanti, si affacciano nella storia le famiglie, con le loro diverse appartenenze sociali, con i loro mestieri, le loro miserie e nobiltà. Vi è rappresentata Torino, con le strade, le piazze, il circo, i soldati che sfilano, ma vi è raccontata anche l’Italia postunitaria o, almeno, vi è l’intento d’inventarla attraverso un’operazione di amalgama, di fusione.

L’aula è una zona franca interclassista, nella quale convivono piccolo e alto borghesi, operai e sottoproletari. Il maestro Perboni, i genitori, cercano di stabilire e inculcare un codice comune di valori da condividere, basati sul trittico Dio, Patria, Famiglia. Un faticoso tentativo di accordo in un’Italia appena fatta che, purtroppo, resterà disuguale e disunita ancora troppo a lungo.

 

Ricordatevi bene di quello che vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino, e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant’anni, e trentamila italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno, perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore.”

 

L’intento educativo è debordante in ognuno degli episodi ma, soprattutto, nei famosissimi racconti mensili a carattere risorgimentale, patriottico, edificante. Arcinoti La piccola vedetta lombarda, Dagli Appennini alle Ande, Il piccolo scrivano fiorentino, etc, letti e riletti dai bambini di ogni epoca, ancora capaci di strappare una lacrima a nonni e nipoti. E, tuttavia, questi stessi racconti dall’intento moralistico e didattico gettano un occhio alla questione sociale, occupandosi della vita militare, della condizione degli insegnanti elementari, dell’emigrazione.

La critica ascrive De Amicis al manzonismo minore, lo considera un autore mediocre per la prosa piana e discorsiva, l’intento troppo scoperto di elevazione morale, il “corto respiro” della narrazione. Se ne sono fatte decine di parodie, Umberto Eco ha addirittura ribaltato la prospettiva nel suo “elogio di Franti”, dove il cattivo è eletto a unico baluardo sovversivo contro una società mediocre che svilupperà il fascismo. Eppure il librone, almeno per quelli delle passate generazioni, restava una pietra miliare, da tenere sulle ginocchia e leggere insieme a mamme e nonne, commuovendosi per certi eroismi che sfociavano sempre nell’estremo sacrificio di sé, in quel clima funebre che doveva essere comune in un’epoca nella quale la mortalità infantile era alta e le infezioni abbassavano la speranza di vita dei cittadini. Un clima che era, tuttavia, anche di grande fiducia nel futuro, nel progresso, nel miglioramento al quale sembrava inevitabile andare incontro, grazie soprattutto alla diffusione della cultura e dell’alfabetizzazione.

 

“Immagina questo vastissimo formicolio di ragazzi di cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte, e pensa: - Se questo movimento cessasse, l’umanità ricadrebbe nella barbarie; questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo. - Coraggio dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito. I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, è la vittoria è la civiltà umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio.”

 

C’è da chiedersi, in questi giorni bui, dove siano finiti certi ideali.

 

 

Today first day of school. Those three months of vacation in the countryside passed like a dream! My mother took me to the Baretti section this morning to get me enrolled for the third grade: I thought about the countryside, and I was reluctant. All the streets were teeming with boys; the two bookseller shops were crowded with fathers and mothers who bought backpacks, folders and notebooks, and in front of the school there were so many people, that the janitor and the civic guard struggled to keep the door clear. "

 

No, we are not in Diagon Alley. No, there are no Harry, Ron and Hermione who hastily make the last purchases of magic wands and brooms before taking the train to Hogwarts.

Yet the feeling is the same: the tingling start of a new school year that will be full of news, promises, but also of difficulties. Enrico Bottini is not Harry Potter and Turin is not London but he too, in order to grow, will have to face a reality that is not always pleasant, not always corresponding to what a child's dreams are.

And the success of this novel, at least in Italy, was comparable to that of the English saga.

Libro cuore, therefore, not only Cuore, "the book" par excellence, capable of remaining in the collective imagination as an emblem of moral teaching.

Published in 1886 by the Milanese publishing house Treves, "Cuore" by Edmondo De Amicis (1846 - 1908) tells, in the form of a diary, the school year of a third elementary school in Turin, with the protagonist Enrico Bottini, his classmates, plus other minor characters. Who does not remember the good Garrone and the perfidious Franti, the Muratorino with the hare face, Nelli the hunchback, the superb Nobis, the master Perboni - solitary and worthy - the teacher with the red feather. Some figures have become typical, such as Derossi, now synonym of top of the class.

 

"That class becomes the window from which we look at Italy in the late nineteenth century," says Cappuccio. In addition to the pupils, the janitors and the teachers, families, with their different social affiliations, with their trades, their miseries and nobility, appear in history. Turin is represented, with the streets, squares, the circus, the soldiers parading, but post-unification Italy is also shown or, at least, there is the intention of inventing it through an amalgamation, a merger .

 

The classroom is an interclass free trade zone, in which small and high bourgeois, workers and subproletarians coexist. Maestro Perboni, the parents, try to establish and inculcate a common code of values ​​to share, based on the trinity God, Homeland, Family. A tiring attempt to reach an agreement in a newly made Italy which, unfortunately, will remain unequal and disunited for too long.

 

Remember well what I tell you. In order for this to happen, that a Calabrian boy was like in his home in Turin, and that a Turin boy was like at home in Reggio Calabria, our country fought for fifty years, and thirty thousand Italians died. You must respect yourselves, love each other among yourselves; but who of you offended this companion, because he was not born in our province, would make himself unworthy of ever raising his eyes from the ground when a tricolor flag passes. "

 

The educational intent is overflowing in each of the episodes but, above all, in the famous monthly stories of a Risorgimental, patriotic and edifying nature. Well known The little Lombard lookout, From the Apennines to the Andes, The little Florentine scribe, etc, read and reread by children of all ages, still capable of bringing tears to the eys of grandparents and grandchildren. And, however, these same stories with a moralistic and didactic intent offer a glimpse of the social question, dealing with military life, the condition of elementary teachers, emigration.

The criticism ascribes De Amicis to the minor Manzonism, considers him a mediocre author for his flat and discursive prose, the too open intention of moral elevation, the "short breath" of the narrative. Dozens of parodies have been made, Umberto Eco has even reversed the perspective in his "praise of Franti", where the villain is elected as the only subversive bulwark against a mediocre society that will develop fascism. Yet the book, at least for those of past generations, remained a milestone, to be kept on the knees and read together with mothers and grandmothers, moved by certain heroisms that always resulted in the extreme self-sacrifice, in that funeral atmosphere that had to be common at a time when infant mortality was high and infections lowered citizens' life expectancy. A climate that was, however, also of great confidence in the future, in progress, in the improvement which seemed inevitable, thanks above all to the spread of culture and literacy.

"Imagine this vast swarming of boys of a hundred peoples, this immense movement of which you are a part, and think: - If this movement ceased, humanity would fall into barbarism; this movement is the progress, the hope, the glory of the world. - Courage then, little soldier of the immense army. Your books are your weapons, your class is your team, the battlefield is the whole earth, and victory is human civilization. Don't be a cowardly soldier, my Enrico. "

There is a question, in these dark days, where certain ideals have gone.

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Pascoli a Livorno

16 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero

di vecchi morti; ove a dormir con essi

niuno più scende; sempre chiuso; nero

d'alti cipressi.

Tra i loro tronchi che mai niuno vede,

di là dell'erto muro e delle porte

ch'hanno obliato i cardini, si crede

morta la Morte,

anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,

sopra quel nero vidi, roseo, fresco,

vivo, dal muro sporgere un sottile

ramo di pesco.

Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora

sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?

Ed ora invidi i mandorli che indora

l'alba negli orti?

Od i cipressi, gracile e selvaggio,

dimenticati, col tuo riso allieti,

tu trovatello in un eremitaggio

d'anacoreti?”

 

Giunge improvvisa, nel 1887, a Giovanni Pascoli (1855 – 1912) la notizia che il ministero lo ha trasferito da Massa a Livorno, dove ha ottenuto un incarico presso il liceo Niccolini Guerrazzi. Sgomento, si confida col Carducci che lo esorta comunque ad andare verso il cambiamento. Sappiamo tutto del trasferimento grazie agli scritti della sorella Maria, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”.

Dopo l’uccisione del padre e gli altri tragici lutti familiari, Giovannino ha preso con sé Ida e Maria, le due sorelle, e con loro si trasferisce nella nostra città. Il 31 ottobre parte in treno, le sorelle lo raggiungono su un barroccio carico di mobili, con la gabbia dell’uccellino Ciribì. La gattina di famiglia sfugge dal canestro e non si fa trovare. Sarà un bravo vicino a riconsegnarla la settimana successiva.

Dal luminoso alloggio campestre di Massa si ritrovano catapultati al quarto piano di uno squallido appartamento in via Micali. Giovanni comincia a insegnare al liceo, dà anche molte lezioni private ma i soldi non bastano mai, fra cambiali da pagare, mobili da acquistare e libri indispensabili per l’insegnamento e gli studi.

La famiglia vive in grandi ristrettezze, Giovanni non si integra subito sul luogo di lavoro e si sente poco stimato dai colleghi. Continua ad aspirare, come tutti gli insegnati livornesi, a un posto in Accademia, ma intanto accetta anche un incarico in un collegio di Ardenza. Ha solo una mezz’ora d’intervallo nella quale corre a casa per mangiare un boccone ma finisce, come ci racconta Maria, per addentare pane e salame in carrozza. Prende anche in casa uno studente che prepara senza successo per gli esami.

Il tempo libero è poco, con due sorelle a carico c’è da pensare solo a sbarcare il lunario. Nonostante ciò, è qui che prende corpo parte della raccolta Myricae, poi pubblicata dall’editore Raffaello Giusti, è qui che si delinea al poetica pascoliana, antiretorica, aderente alle cose.

Ed è in questo periodo che Giovanni s’innamora di Lia, una giovane cantante figlia di un musicista che abita davanti al liceo. In una poesia ce la descrive con le vesti troppo corte per l’età.

 

Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;

di’: « Cara madre, corta è piú la gonna

che non convenga; or pensa ad allungarla.

Fiere pupille seguono moleste

i passi miei di giovinetta donna;

ond’io vorrei piú schermo della veste ».

Troppo io so bene quale a me talora

da te derivi immemore malia,

che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;

di che tu avvampi, o giovinetta Lia!

 

Vicissitudini familiari, la possibilità poi evitata che la sorella Ida sposi un giovane non gradito, gli fanno volgere le spalle all’amore per concentrarsi sui doveri di famiglia.

Anche se gravata da pensieri economici, la vita dei fratelli è serena. Frequenta casa il poeta Giovanni Marradi; Pietro Mascagni musica la lirica “Sera d’ottobre”.

 

Lungo la strada vedi sulla siepe

Ridere a mazzi le vermiglie bacche:

nei campi arati tornano al presepe

tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento

Passo tra foglie stridule trascina:

nei campi intuona una fanciulla al vento:

fiore di spina!

 

Sono frequenti le incursioni alla fiaschetteria in via Maggi, insieme a Carducci, o le passeggiate fino a piazza Cavour per acquistare dolci che allietano le serate. La casa si riempie di uccellini ma il preferito resta sempre Ciribì.

Quando i problemi economici un poco si acquetano, si trasferiscono tutti in una villetta con giardino, sempre in via Micali. Giovanni vince il Veianus, un concorso olandese di poesia latina, ma è costretto a impegnarsi la medaglia per risolvere il problema di una certa cambiale e le sorelle finiscono per mettersi nelle mani di un usuraio.

Il soggiorno labronico termina nel 1895 con una nomina in altra città. Livorno, che lo aveva accolto con freddezza, gli tributa stima e onori, richiamandolo nel 1911 per fargli tenere un discorso all’Accademia in occasione del cinquantenario dell’unità d’Italia.

Il legame con la città resta e se ne sentono gli influssi in numerose poesie, fra le quali Il conte Ugolino.

 

Ero all'Ardenza, sopra la rotonda

dei bagni, e so che lunga ora guardai

un correre, nell'acqua, onda su onda,

di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»

(era il Mare, in un suo grave anelare)

«io vado sempre e non avanzo mai».

E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare

succhiò lo scoglio e scivolò via, forse

piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»

E l'occhio, vago qua e là mi corse

alla Meloria...”

 

******

 

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero

di vecchi morti; ove a dormir con essi

niuno più scende; sempre chiuso; nero

d'alti cipressi.

Tra i loro tronchi che mai niuno vede,

di là dell'erto muro e delle porte

ch'hanno obliato i cardini, si crede

morta la Morte,

anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,

sopra quel nero vidi, roseo, fresco,

vivo, dal muro sporgere un sottile

ramo di pesco.

Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora

sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?

Ed ora invidi i mandorli che indora

l'alba negli orti?

Od i cipressi, gracile e selvaggio,

dimenticati, col tuo riso allieti,

tu trovatello in un eremitaggio

d'anacoreti?”

Suddenly, in 1887, Giovanni Pascoli (1855 - 1912) got the news that the ministry had transferred him from Massa to Livorno, where he got an assignment at the Niccolini Guerrazzi high school. Dismayed, he confided in Carducci who urged him to go anyway. We know all about the transfer thanks to the writings of his sister Maria, "Along the life of Giovanni Pascoli".

After the killing of his father and the other tragic family bereavements, Giovannino took Ida and Maria, the two sisters, with him and moved with them to the Tuscan city. On October 31, he leaves by train, the sisters join him on a cart loaded of furniture, with the bird cage of Ciribì. The family kitten escapes from the basket and is not found. He will be returned by a good neighbour  the following week.

From the bright country accommodation in Massa they find themselves catapulted to the fourth floor of a squalid apartment in via Micali. Giovanni starts teaching in high school, he also gives many private lessons but the money is never enough, including bills of exchange to be paid, furniture to buy and books essential for teaching and studying.

The family lives in a straitened financial situation, Giovanni does not immediately integrate into the workplace and feels little esteemed by his colleagues. He continues to aspire, like all Livorno teachers, to a place in the Academy, but in the meantime he also accepts an assignment in a boarding school in Ardenza. He has only half an hour's break in which he runs home to have a bite to eat but ends up, as Maria tells us, to bite bread and salami in a carriage. He also takes a student home whom he prepares for exams without success.

There is little free time, with two dependent sisters there is only room for making ends meet. Despite this, it is here that part of the Myricae collection takes shape, then published by the publisher Raffaello Giusti, it is here that  anti-rhetorical, adhering to things Pascoli’s poetry is outlined .

And it is in this period that Giovanni falls in love with Lia, a young singer, daughter of a musician who lives in front of the high school. In a poem he describes her with clothes too short for her age.

 

“Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;

di’: « Cara madre, corta è piú la gonna

che non convenga; or pensa ad allungarla.

Fiere pupille seguono moleste

i passi miei di giovinetta donna;

ond’io vorrei piú schermo della veste ».

Troppo io so bene quale a me talora

da te derivi immemore malia,

che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;

di che tu avvampi, o giovinetta Lia!”

 

Family vicissitudes, the possibility then avoided that his sister Ida marries an unwelcome young man, make him turn his back on love to focus on family duties.

Even if burdened by economic thoughts, the life of the brother and sisters is peaceful. The poet Giovanni Marradi frequented the house; Pietro Mascagni music the lyric "Evening of October".

 

“Lungo la strada vedi sulla siepe

Ridere a mazzi le vermiglie bacche:

nei campi arati tornano al presepe

tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento

Passo tra foglie stridule trascina:

nei campi intuona una fanciulla al vento:

fiore di spina!”

 

Incursions to the tavern in Via Maggi, along with Carducci, or walks to Piazza Cavour to buy sweets that cheer the evenings, are frequent. The house is filled with birds but the favorite is always Ciribì.

When the economic problems subside a little, they all move to a house with a garden, always in via Micali. Giovanni wins the Veianus, a Dutch Latin poetry competition, but is forced to bring the medal to the pawn to solve the problem of a certain bill of exchange and the sisters end up putting themselves in the hands of a usurer.

The Labronic stay ends in 1895 with a nomination in another city. Livorno, who had greeted him coldly, pays him esteem and honuors, calling him back in 1911 to have him give a speech at the Academy on the occasion of the fiftieth anniversary of the unification of Italy.

The link with the city remains and its influences can be felt in numerous poems, including Il Ugolino.

Ero all'Ardenza, sopra la rotonda

dei bagni, e so che lunga ora guardai

un correre, nell'acqua, onda su onda,

di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»

(era il Mare, in un suo grave anelare)

«io vado sempre e non avanzo mai».

E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare

succhiò lo scoglio e scivolò via, forse

piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»

E l'occhio, vago qua e là mi corse

alla Meloria...”

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Aldo Dalla Vecchia, "Rosa Malcontenta"

14 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Aldo Dalla Vecchia, "Rosa Malcontenta"

Rosa Malcontenta

Aldo Dalla Vecchia

Sei Editrice, 2013

pp 111

8,00

“Rosa Malcontenta" di Aldo Dalla Vecchia, caso letterario nato sul web, poi riadattato per il teatro, e infine approdato al cartaceo grazie al premio In Primis della Sei editrice, ti afferra fin dalla prima riga e ti fa precipitare in un niente apparente. Un niente dal quale non esci più, fino a che non hai esaurito l’ultima parola. Capoversi, frasi che iniziano e poi finiscono come in una poesia. Dentro c’è tutto, la vita di ognuno di noi, la vita di Rosa e di suo marito Martino, nella provincia veneta di qualche decennio fa.

Un raccontare paratattico portato alle estreme conseguenze, con un minimalismo affinato nei particolari che non impoverisce la materia ma anzi la esalta, la rende più significativa. Come importanti, se ci pensiamo, sono le piccole cose della nostra esistenza, quelle che poi ricorderemo, anche a distanza di anni.

“È uscito con i capelli tirati all’indietro e lisciati con la gommina.

Indossava una maglietta bianca a costine e mutandoni alla coscia.Aveva esagerato con il profumo.” (pag 3)

Un minimalismo pregno, dunque, di cose non dette eppure essenziali, tali da annichilire se ignorate.

Rosa e Martino si conoscono, si sposano, hanno due figli, Adri e Ruben, un’azienda, un giro di parenti, una vita normale, da persone senza pretese né cultura, ma dietro, sotto, dentro, covano dolori, che spesso procedono dal non detto, come l’omosessualità mai esplicitata di Adri. Se uno sa guardare, però, in questa vita normale, in queste “cose da niente”, ci sono increspature, lacerazioni, correnti sotto gli occhi di tutti ma di cui si evita di parlare. Non lo dico quindi non c’è, non sussiste.

Non c’è la pazzia di Lucia, non c’è il ritardo mentale di Achille, Adri non è un bambino solo, debole, effeminato. Non esistono nemmeno gli uomini con cui Rosa si consola da vedova, con brevi, inconcludenti, storie. E non esiste il dolore lacerante della perdita di un marito, della morte di un figlio. Non viene mai confessato, concretizzato. Eppure monta, parola per parola, particolare per particolare, fino a che non deflagra.

Il romanzo si chiude come si è aperto, sulla mancata felicità di Rosa, preconizzata dal marito col soprannome “Malcontenta”, senza sapere che accompagnerà tutta la vita della moglie, incapace d’ignorare i segnali sotterranei, l’oscurità latente, incombente.

“Mio marito per prendermi in giro mi chiamava Malcontenta, perché prima di sposarmi abitavo a Malcontenta, in provincia di Venezia, dal nome della villa del Palladio.” (pag.5)

Rosa non ammette mai la sua angoscia, che esplode solo nel sogno, regno dell’inconscio, del “non detto”.

“Il latte era sempre più dolce e sempre più caldo, e io non ero mai sazia, e non ce la facevo a staccarmi. Adri continuava a guardarmi e a sorridere, e il latte non finiva mai.

In quel momento sentivo che ero finalmente felice.” (pag 111)

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Fabio Izzo, "Doppio umano"

12 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Fabio Izzo, "Doppio umano"

Doppio umano

Fabio Izzo

Edizioni Il Foglio, 2012
pp 164
14,00


“Come può un poeta fare del male?”
Si riassume così, “Doppio umano” di Fabio Izzo. Bisogna porsi al di fuori della morale per raccontare da autore, e accettare da lettore, questo romanzo.
Il protagonista è un poeta africano, perseguitato politico nel suo paese di origine, il Camerun. Sulla scia dei passi già compiuti da Nazim Hikmet (costretto a lasciare la Turchia per aver denunciato il genocidio armeno) egli si rifugia in Polonia, sempre chiamata Qui, a indicare la presenza di un Là magmatico e ancestrale. Chiesto asilo politico, vive di un misero sussidio, di espedienti e di qualche scritto che gli pagano. Fin qui niente che non possa suscitare la nostra pietà o, almeno, la nostra indifferenza. Se non fosse che quest’uomo, di cui non conosciamo il vero nome perché ha assunto un’altra identità con documenti falsi - e perché il nome dà troppo potere a chi lo apprende - se non fosse che quest’uomo, dicevamo, durante la sua permanenza in occidente, fa sesso con sedici donne, contagiandole consapevolmente del virus HIV di cui sa di essere affetto. Finirà per questo condannato in un tribunale e morirà in ospedale rifiutando le cure.
Perché lo faccia, non si sa, forse per ripicca, per rivalsa contro il sentirsi umiliato, fuoriuscito, additato in terra straniera, solo contro un razzismo che contrappone bianco e nero individuando in quest’ultimo tutto il male. Da notare la copertina del libro, nera, con solo uno spiraglio di bianco e una metà grigia, colore principe della sfumatura, del “doppio umano”, del bene che diventa male.
“Sono forse nato di notte, rimuginava, se la notte è la miseria, il razzismo, l’odio e la guerra… sì … “ (pag 157)
Il mistero di quest’uomo sta in due parole: poesia e magia. Può un poeta essere malvagio, ci chiediamo? In realtà dovremmo chiederci quanto la poesia abbia a che fare con l’etica o ne sia, forse nietzschianamente, al di fuori.
Se usare un profilattico, e avvisare le proprie partner occasionali dell’essere affetti da Aids, corrisponde all’ordine regolare delle cose, tacere e contagiarle fa parte del caos, come caotica, irrazionale, intuitiva ed esplosiva è la poesia.
Simbolo dell’irrazionale è anche la tromba che suona durante il rastrellamento nazista nel bellissimo racconto inserito sul finale del romanzo, racconto che, a nostro avviso, vale da solo tutto il libro.
“La tromba fredda si riscalda e vibra.
L’aria intorno trema.
La notte arriva sempre impreparata a un suono così.
E allora esplode la seconda nota, esplode la memoria delle bande di New Orleans che andavi ad ascoltare la domenica dopo la messa.
Miracolosamente agli occhi di quel bambino il demonio cambia colore: non sarà mai più nero.” (pag 159)
E ancora:
“Questo ti rende uomo perché ti infonde paura e le tua musica appassionata aumenta il ritmo, diventa pazzo e scatenato, pazzo e scatenato.”
L’altro termine da tenere in considerazione è magia. Sarà a causa della magia se il cerchio, che racchiude la trama di questo romanzo atipico, si avvolgerà su se stesso come un uroboro. Per preservare dal male il protagonista bambino, suo padre, moderno impiegato imbevuto però di tradizionalismi tribali, lo porta da uno sciamano che lo taglia con un rasoio arrugginito. È da lì che la malattia probabilmente penetra nel sangue del bambino. Il sangue che in Africa “è tutto”. E sarà attraverso il sangue/sperma che il poeta contagerà le sue vittime, procurando a loro e a se stesso proprio quel male da cui il rito avrebbe dovuto preservarlo.
Il personaggio si rivela doppio, diviso fra ciò che è, o meglio sente di essere, cioè un poeta, e le proprie azioni che ne fanno un mostro.
“Queste persone giudicavano me
Non me.
Lui.
Il risultato delle mie azioni.” (pag 146)
All’inizio e alla fine della storia si palesa la sua natura africana, incomprensibile e tribale, mentre per tutta la parte centrale egli ci appare nero solo perché è così che l’autore lo presenta. Somiglia piuttosto a uno di quegli scrittori maledetti che affollano i bar di tanta narrativa americana, proprio la stessa che l’autore (sempre per bocca del suo protagonista) dice di non amare.
“Doppio umano” non è un libro facile né gradevole, è un’opera stridente che, per essere apprezzata, necessita di una lettura capace di enuclearne la struttura ben congegnata, non lasciarsi travolgere dall’andamento poetico (ma non lirico) dello stile, e dalle continue incursioni metanarrative dell’autore.

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Memorie

11 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

Un salacchino per pranzo
mentre fai gramigna
ISOLA
a casa ti aspetta
il bastone di tuo padre
la promessa di lasciarti
senza un soldo
e dar tutto ai tuoi fratelli.
Meglio seguire
le signorine
a servizio giù in città
col vento di libeccio
e i gabbiani.
Bello
le ghette e i baffi
t’innamora e ti sposa
tuo marito
ti porta con sé
al numero uno
portiera di ebrei
ricchi corallai.
Alle dame sorride
non ha voglia di lavorare
ma è una pasta d’uomo
e i tuoi tre figli devi crescerli da sola.
Ti afferra la caviglia
quando la passione
esplode
ma tu dici no
e i gatti miagolano in soffitta.

IDA

bella e altera
il passo lungo e fiero
le mani di fata alacre
cuci i tuoi merletti
ragazza di Rosachiara
quando arrivano le signore
posa il lavoro
e corri a spogliarti
le spalle nude negli stanzoni ghiacci
la povera biancheria dimessa
le dita bucate dall’ago
sei più bella di loro
più bella di tutte
in quegli abiti che
non saranno mai tuoi
ma indossi come una regina.
Ti vogliono i figli dei notai
degli avvocati
al gran ballo per l’inizio del novecento
e nasce l’amore segreto
proibito
di cui non ci parlavi
e che ancora ti faceva
luccicare di pianto gli occhi
nascosto
negato
diviso dalle convenzioni
perché ognuno deve stare al suo posto
e i gatti miagolano sulle scale.

ADA

Morettina svelta
figlia minore
madre di mia madre
onda di capelli sulle ventitré
occhi di carbone
caratterino aspro
così simile al mio
moglie di camerata
madre di piccola italiana.
Sotto le bombe
sul carro
col gatto in collo
risoluta e forte
tu scricciolo
dalla pelle bianca
e dal profilo delicato
energica e battagliera
a tener testa a quel tuo marito
con gli occhi di mio fratello.
Mi hai insegnato
la misura
molto più di LEI
mi hai cresciuto
amandomi
forse più di quanto
tu abbia amato LEI
e i gatti dormono
sul mio divano.

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