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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

L'italiana in Algeri

17 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica

L'italiana in Algeri

L'italiana in Algeri, opera buffa di Gioacchino Rossini, rappresentata per la prima volta nel 1813, si ispira, sembra, a un fatto di cronaca, la vicenda della milanese Antonietta Frapolli, rapita dai corsari nel 1805 e poi tornata in Italia.

La leggiadra Isabella, protagonista dell'opera, è però Livornese. Dalla città toscana è salpata alla ricerca dell'amato Lindoro ed è naufragata sulle coste algerine, dove è stata catturata e rinchiusa nell'harem del bey Mustafà, stanco della propria moglie. Sarà proprio grazie al suo carattere labronico, battagliero e arguto, se riuscirà a prendere per il naso Mustafà, a farlo pentire di aver ripudiato la sottomessa moglie locale in favore di una italiana, e a ricongiungersi con l'amato.

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Caruso a Livorno

16 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica, #personaggi da conoscere

Enrico Caruso (1873 – 1921), già legato alla città labronica per il suo rapporto privilegiato con l’opera di Mascagni Cavalleria Rusticana, nel 1897 conobbe a Salerno il direttore d’orchestra Vincenzo Lombardi, che gli propose di accompagnarlo nella stagione estiva a Livorno. Caruso dimorò nella villa del soprano Ada Giachetti, interprete con lui dell’opera, sposata con il triestino Botti e madre di un bambino. La Boheme non era ancora mai stata rappresentata a Livorno.

Il 14 agosto 1897 Puccini fu accolto in trionfo, con la banda e con una profusione di torce accese, il cui fumo intenso fece anche temere per un momento un incendio. Il Goldoni era strapieno, le signore sfoggiavano abiti lunghi, piume, gioielli, gli uomini erano in frac. La Giachetti fu insuperabile e per Caruso fu un successo, ripetuto già l’anno seguente, dove nel luglio, al teatro Politeama, cantò in una stessa giornata addirittura due opere, I Pagliacci e Cavalleria Rusticana.

Trasportati dalla musica, dalla passione comune, dall’atmosfera romantica dell’opera lirica, Ada ed Enrico s’innamorarono perdutamente. Ada era un poco più vecchia di Enrico, aveva un viso ovale ma pieno, occhi grandi, sorriso enigmatico, per undici anni fu la sua compagna, la sua allenatrice, la madre di quattro figli di cui sopravvissero solo Rodolfo e Enrico Junior.

Ma la vita li allontanò, Ada fuggì con Romiti, l’autista, col quale poi intentò causa a Caruso, perdendola e finendo condannata al carcere e a un risarcimento pecuniario.

Enrico Caruso (1873 - 1921), already linked to the Labronic city for his privileged relationship with the work of Mascagni Cavalleria Rusticana, in 1897 met the conductor Vincenzo Lombardi in Salerno, who proposed to accompany him in the summer season in Livorno. Caruso lived in the villa of the soprano Ada Giachetti, interpreter of the work with him, married to Botti from Trieste and mother of a child. La Boheme had never been represented in Livorno yet.

On August 14, 1897 Puccini was welcomed in triumph, with the band and with a profusion of burning torches, whose intense smoke also made them fear a fire for a moment. The Goldoni was overflowing, the ladies sported long dresses, feathers, jewels, the men were in tails. Giachetti was unsurpassed and for Caruso it was a success, already repeated the following year, where in July, at the Politeama theater, he sang even two operas in the same day, I Pagliacci and Cavalleria Rusticana.

Transported by music, by common passion, by the romantic atmosphere of the opera, Ada and Enrico fell madly in love. Ada was a little older than Enrico, had an oval but full face, large eyes, enigmatic smile, for eleven years she was his partner, his coach, the mother of four children of whom only Rodolfo and Enrico Junior survived.

But life drove them away, Ada fled with Romiti, the driver, with whom she then filed a lawsuit against Caruso, losing and ending up being sentenced to prison and financial compensation.

 

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Angelica Palli

15 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Angelica Palli

Anghelikì Pallis (1798 – 1875), figlia del console, nonché direttore della scuola greca, di Livorno, nasce da genitori entrambi ellenici. Studia col maestro de Coureil (di origine francese ma morto a Livorno). Eredita dal padre l’amore per la letteratura e per i classici e comincia a versificare fin dall’adolescenza. Scrive poesie, novelle, tragedie, romanzi. Il suo “Tieste”, del 1814, si merita le lodi del Monti. Nel 1919 diviene membro dell’Accademia Labronica, col nome di Zelmira.

I suoi interessi, oltre che artistici, sono politici e sociali. È un’attiva sostenitrice degli ideali e delle lotte risorgimentali, si dedica alla causa del popolo greco contro gli ottomani (la stessa per la quale muore Byron). L’unica donna a essere ammessa al gabinetto Vieusseux - il circolo fondato a Firenze che, oltre a fungere da emeroteca e biblioteca circolante, serve anche a mettere in contatto fra loro gli intellettuali della futura Italia unita - le viene proposta una collaborazione ma rifiuta non sentendosi all’altezza del compito.

Il sito angelicapalli.blogspot.com è una preziosa fonte d’informazione per conoscere la vita privata della scrittrice livornese. Vi si narra che, nel 1970, nella soffitta di una casa di campagna della valle Benedetta, è stata ritrovata una cassa contenente lettere di Angelica al padre.

Siamo nel 1830, Angelica ha trentuno anni, un viso di una bellezza classica e pulita. Conosce il diciannovenne Giovan Paolo Bartolomei, nobile di origine corsa e patriota, e se ne innamora. Lui è cattolico, lei ortodossa, lui un ragazzo, lei una donna fatta. La famiglia di lui osteggia il rapporto. I due fuggono, aiutati dal fratello di Angelica, Michele, con l’intenzione di chiedere la dispensa papale per sposarsi. Ripiegano poi su Corfù, dove si uniscono in matrimonio con rito ortodosso. L’anno successivo Angelica scrive accorate lettere al padre, implorando il suo perdono, spiegandogli che ha ricevuto tanto ma ha anche sofferto. Sono, appunto, le lettere ritrovate nella cassa.

Dal matrimonio nasce un figlio, Lucianino, e i tre fanno finalmente ritorno a Livorno. Palazzo Palli - Bartolomei, sugli scali del Pesce in Venezia, diventa il principale salotto mazziniano, tra il 20 e il 40, frequentato da Lamartine, Champollion, Niccolini, Guerrazzi, Bini e Manzoni. Quest’ultimo immortala Angelica in un’ode scritta per lei, dove la definisce “Prole eletta dal Ciel, Saffo novella”.

In questo periodo l’attività politica della Palli s’intensifica, ella collabora a riviste e giornali, scrive poesie e novelle di argomento civile e nel 47 si occupa dell’organizzazione dei volontari toscani. Il marito e il figlio adolescente partono insieme con un gruppo di patrioti livornesi per combattere a Milano durante i moti del 48 e Angelica li raggiunge per poi tornare a Livorno nel 49.

Durante i mesi autunnali, per alcuni anni soggiorna a Fauglia, in corso della Repubblica 47 (dove una lapide la ricorda). Qui scrive il famoso “Discorsi di una donna alle giovan maritate del suo paese”, in cui rivaluta in senso femminista il ruolo della donna nella società. Scrive anche “Cenni sopra Livorno e i suoi contorni”, dove mostra di apprezzare lo spirito battagliero delle donne labroniche, descrivendole come buone, generose ma irrispettose e irriverenti. A questo testo fa riferimento anche Pietro Vigo nelle sue ricerche storiche.

Nel 53 rimane vedova e si trasferisce a Torino ma muore poi a Livorno nel 1875. Le sue spoglie riposano nel cimitero greco in via Mastacchi.

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Guido Menasci

14 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica

Mamma, quel vino è generoso, e certo

oggi troppi bicchieri ne ho tracannato...

vado fuori all'aperto.

Ma prima voglio che mi benedite

come quel giorno che partii soldato...

E poi... mamma... sentite...

s'io... non tornassi... voi dovrete fare

da madre a Santa, ch'io le avea giurato

di condurla all'altare.”

Quasi tutti conoscono Guido Menasci (1867 – 1925) come librettista, insieme all’amico Targioni Tozzetti, della “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni.

Malinconico, cagionevole di salute, di lui si ricorda la storia del libretto finito di scrivere l’ultimo giorno di scadenza del concorso, poi vinto dall’opera di Mascagni - in cui la tematica sociale del testo verghiano viene diluita e diventa solo folclore. Il successo dell’opera decretò la fama dei due librettisti che collaborarono ancora ad altre opere del compositore livornese.

Non tutti sanno, però, che Menasci fu uomo di lettere a tutto tondo. Suo padre, assessore all’Istruzione del Comune di Livorno, fu uno dei primi traduttori italiani di Heine, poeta tedesco a metà strada fra romanticismo e realismo. Queste opere infusero in Menasci l’amore per la letteratura soprattutto straniera. Conosceva così bene il francese da tenere orazioni a Parigi e fu fine critico letterario goethiano. Scrisse prose, libri per ragazzi e versi malinconici ispirati alle nostre marine.

Almost everyone knows Guido Menasci (1867 - 1925) as librettist, together with his friend Targioni Tozzetti, of Pietro Mascagni's "Cavalleria Rusticana".

Melancholy, poor in health, we remember the story of the booklet finished writing on the last day of the competition's expiration, then won by Mascagni's work - in which the social theme of the Vergian text is diluted and becomes only folklore. The success of the work decreed the fame of the two librettists who still collaborated on other works by the composer from Livorno.

Not everyone knows, however, that Menasci was an all round man of letters. His father, Councilor for Education of the Municipality of Livorno, was one of the first Italian translators of Heine, a German poet halfway between romanticism and realism. These works infused Menasci's love for especially foreign literature. He knew French so well that he gave orations in Paris and was a fine Goethian literary critic. He wrote prose, children's books and melancholy verses inspired by our navies.

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Madama Sitrì

13 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Madama Sitrì

"Viaggio d'andata senza ritorno

Bella Livorno,

Mi fermo qui

Verso l'inferno o al paradiso

Come al bordello

Madame Sitrì"

(Bobo Rondelli)

Quella di Madame Sitrì era una casa di tolleranza livornese che non aveva niente da invidiare alle famose maison di Roma o Milano. Un bordello lussuoso, vicino al mare, con grandi saloni, specchi, morbidi divani e poltrone dove erano mollemente adagiate le più belle ragazze sulla piazza, discinte, velate, sorridenti, allegre per contratto, pronte a offrirti un bicchiere di spumante e a farti dimenticare guai e mogli brontolone. Ragazze raffinate, che sapevano trattare i clienti facoltosi, i maggiorenti della città, i cadetti dell'Accademia Navale, addirittura i rampolli di Casa Savoia, spesso persino qualche professore di liceo, sbeffeggiato dai suoi ragazzi appostati fuori, o qualche gesuita che, per l'occasione, si era tolto la tonaca.

A gestirla era una signora elegante, non priva di cultura e dal piglio imprenditoriale, capace di mantenere l'ordine fra i clienti e dirigere le ragazze con bonaria fermezza.

Alla figura di Madama Sitrì e alla sua celebre casa chiusa si sono ispirati Aldo Santini, Giuseppe Pancaccini e Bobo Rondelli, il quale le ha dedicato una celebre canzone.

I bordelli furono chiusi nel 58, dalla legge Merlin.

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Palazzeschi e i Pancaldi

11 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Palazzeschi e i Pancaldi

Aldo Palazzeschi (1885 – 1974) ha dedicato ai bagni Pancaldi un pezzo memorabile, pubblicato in Stampe dell'Ottocento, F.lli Treves, Milano, 1936

È davvero una stampa la sua, descritta con gli occhi stupiti di un bambino che, il primo d’Agosto, in una giornata torrida, sudato fradicio, viaggiando in carrozza e in vagone ferroviario insieme ai genitori e alla donna di servizio, giunge alla “porta a mare” di Livorno, dove vede per la prima volta la distesa azzurra, spumeggiante, le creste bianche delle onde.

Durante il viaggio sua madre ha chiacchierato tutto il tempo con una dama vistosa, la quale ha descritto nei minimi particolari la vita che si svolgerà sullo stabilimento mondano e lussuoso, luogo “di tutte le delizie e le primizie”, spettegolando sulle signore che lo frequentano, sul numero dei vestiti, delle scarpe e dei cappelli di questa e quella.

Non è difficile immaginare l’aria calda e salmastra, il sole rovente dal quale le signore si proteggevano con l’ombrellino, le tende gonfie di vento dello stabilimento balneare, le marchese, le contesse, le attrici, le cantanti ingioiellate che, passeggiando, sfoggiavano ogni giorno una toelette nuova - in primis una principessa che arrivava addirittura con ventotto bauli, cento vestiti e duecento paia di scarpe. All’alba si facevano duelli segreti e, dopo, se ne parlava con un brivido d’emozione.

Oltre e sopra tutto, indifferente, il mare.

Il mare era calmissimo, profondamente azzurro, e pareva adagiato vittoriosamente dopo una gara col cielo a chi lo fosse di più; nel cielo non era che il sole e riempiva tutto col suo calore, e nel mare un gruppettino di vele bianche in fondo, cinque o sei, e certe spumettine candide verso la riva, fiocchetti di cotone, che apparivano e sparivano come dalle fessure di una veste.”

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Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

9 Luglio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poli patrizia, #recensioni, #luomodelsorriso

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

Patrizia Poli

L’uomo del sorriso

Marchetti Editore, pp. 280, € 13,00

Sono livornese, quindi spero di essere credibile se parlo bene di un giovane e intraprendente editore pisano come Marchetti, che decide di puntare sulla qualità – operazione controcorrente, con questi chiari di luna – e di sopperire alle lacune della grande editoria, dedita a spacciare il nulla usando supporti cartacei o digitali. I piccoli editori servono proprio a questo, quando sono onesti e fanno lavoro di scouting, senza badare solo alla situazione del loro estratto conto. Patrizia Poli aveva nel cassetto questo manoscritto inedito, segnalato al XXVI Premio Calvino, ma non riusciva a pubblicarlo per una serie di motivi, non ultimo la difficoltà di incontrare un editore deciso a puntare sulla qualità letteraria, senza porsi altri problemi.

Vediamo la storia, in estrema sintesi. Maria di Migdal non è soltanto la prostituta che gli uomini cercano e le donne fuggono, o la cestaia che intreccia foglie di palma per il mercato sul mar di Galilea; Maria è anche la donna che di notte, in silenzio, di nascosto, prega la dea Ashera, che la madre le ha insegnato a venerare. La Legge del Dio del Tempio non le piace, ma non le piacciono neanche le regole del Dio degli Esseni, sebbene la comunità nascosta nel deserto la affascini. Quando vede il suo amico Giovanni immergere nelle acque del Giordano il figlio di un falegname di Nazareth, Yeshua’ bar Yosef, stenta a credere che quel giovane genuflesso e rapito sia proprio colui che Giovanni attendeva come il messia. L’uomo del sorriso è la storia del loro incontro, di un sacrificio disumano solitario, di una decisione estrema che darà inizio alla voce di una resurrezione. Patrizia Poli rivisita con occhi da laica la storia di Gesù Cristo e al tempo stesso racconta l’esistenza di tanti altri personaggi: Maria di Nazareth, Giovanni (il discepolo più amato), Kefa, Bar Abba, Ponzio Pilato, Bar Kayafa, Yosef il falegname, Giuda Ish Karioth. Una rivisitazione laica ma struggente della materia evangelica, uno studio sulla verità che uccide, sul perché della vita e della sofferenza, sulle domande che tutti ci poniamo senza ottenere risposta. L’uomo del sorriso è la storia di un amore assoluto, più forte della morte stessa.

Romanzo storico, anche se l’autrice parla di opera di fantasia:

La razionalità mi ha fatto diventare atea – seppure mantenendo un certo anelito verso la trascendenza – ma le mie radici sono cristiane, sono cresciuta con un’educazione praticante e una nonna molto pia, sono andata a messa fino a diciotto anni. Riconosco al Gesù della tradizione cattolica un’aura mitica e favolosa irrinunciabile, e per tale motivo ogni anno faccio il presepe, con la grotta, la stella cometa, il bue e l’asinello, i Magi. Di queste figure piene di fascino mi premeva indagare le enormi potenzialità umane, emotive, ma anche favolose. Così ho scritto un’opera di fantasia, non un vero e proprio romanzo storico”.

Patrizia Poli non ha scritto un romanzo ideologico, non aveva intenzione di negare la divinità di Cristo. Il suo interesse sta tutto nel lato umano della vicenda, da buona narratrice indaga le emozioni dei personaggi, i loro pensieri, le risposte agli eventi che li travolgono. L’uomo del sorriso non è altro che una grande storia d’amore. Leggetelo, non ve ne pentirete!

Gordiano Lupi

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Elisabeth Seton

8 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

La chiesa episcopale statunitense si staccò da quella anglicana durante la rivoluzione americana, quando fu imposto ai dissidenti di giurare fedeltà alla monarchia britannica. A questa confessione apparteneva Elisabeth Anne Bayley (1774 – 1821) una quieta ragazza di ottima famiglia, ricca ed elegante, gentile, mite, paziente, intelligente, che faceva vita ritirata ed era amante della lettura e soprattutto della Bibbia.

Sposò il giovane William Magee Seton, di cui era molto innamorata, e la coppia mise al mondo cinque figli. Furono anni felici, ma durarono poco. Il suocero di Elisabeth morì, lasciando al figlio un’azienda malandata e sette fratellastri di cui occuparsi. La ditta fece bancarotta e William si ammalò di tubercolosi.

Per curare la salute sempre più malferma di William, la famiglia si trasferì in Italia. Nel novembre del 1803 sbarcò a Livorno ma fu subito messa in quarantena a causa della febbre gialla che imperversava in America.

Purtroppo il marito peggiorò fino a morire. Fu sepolto nel cimitero degli inglesi. Il console britannico aiutò la giovane vedova che trovò conforto nell’accettazione della “volontà di Dio” e nella preghiera, frequentando numerose chiese livornesi fra le quali il Santuario di Montenero. Qui Elisabeth, orfana di madre, sentì fortissimo il richiamo della materna figura della Madonna e, durante la celebrazione della messa, ebbe una specie di epifania che la spinse a convertirsi al cattolicesimo.

L’anno successivo tornò in America, dove fu battezzata e cresimata e dove cominciò il suo apostolato in favore dei poveri e soprattutto delle vedove con figli piccoli. Nel 1809 fondò la comunità de “le figlie della carità”, improntata alla spiritualità di San Vincenzo de Paoli, che considera la missione apostolica come un’azione volta anche a risolvere i problemi materiali delle popolazioni sofferenti.

Anche lei affetta da tubercolosi, morì a soli quarantasei anni a Emmitsburg, dove è la casa madre dell’ordine da lei fondato. Nel 1975 fu canonizzata da Paolo VI e divenne la prima santa statunitense.

Il sacerdote della parrocchia livornese Anna Seton di piazza Maria Lavagna, è intervenuto nel 2004 con un escavatore nell’antico cimitero degli inglesi, in un terreno che non permette l'ingresso di tali mezzi, ed ha riesumato le spoglie del marito, non cattolico bensì protestante, di Elisabeth, danneggiando gravemente la tomba.

The American episcopal church broke away from the Anglican church during the American revolution, when dissidents were forced to swear allegiance to the British monarchy. To this confession belonged Elisabeth Anne Bayley (1774 - 1821) a quiet girl from an excellent family, rich and elegant, kind, gentle, patient, intelligent, who lived a withdrawn life and was a lover of reading and above all of the Bible.

She married the young William Magee Seton, with whom she was very much in love, and the couple gave birth to five children. Those were happy years, but they didn't last long. Elisabeth's father-in-law died, leaving his son a run-down company and seven half-brothers to take care of. The firm went bankrupt and William fell ill with tuberculosis.

To take care of William's increasingly ill health, the family moved to Italy. In November 1803 she landed in Livorno but was immediately put into quarantine because of the yellow fever that was raging in America.

Unfortunately her husband got worse until he died. He was buried in the English cemetery. The British consul helped the young widow who found comfort in accepting the "will of God" and in prayer, attending numerous churches in Livorno including the Sanctuary of Montenero. Here Elisabeth, motherless, felt very strong the call of the maternal figure of the Madonna and, during the celebration of the mass, she had a kind of epiphany that pushed her to convert to Catholicism.

The following year she returned to America, where she was baptized and confirmed and where she began her apostolate in favor of the poor and especially widows with young children. In 1809 she founded the community of "the daughters of charity", based on the spirituality of Saint Vincent de Paul, who considers the apostolic mission as an action also aimed at solving the material problems of suffering populations.

She also suffered from tuberculosis and died at the age of forty-six in Emmitsburg, where the mother house of the order she founded is. In 1975 she was canonized by Paul VI and became the first American saint.

The priest of the Livornese parish Anna Seton of Piazza Maria Lavagna, intervened in 2004 with an excavator in the ancient English cemetery, in a land that does not allow the entry of such vehicles, and exhumed the remains of her husband, a non-Catholic but Protestant, seriously damaging the tomb.

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Yorick

7 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Yorick

Quando talor frattanto,

forse, sebben così;

giammai piuttosto alquanto

come perché bensì;

Ecco repente altronde,

quasi eziandio perciò,

anzi, altresì laonde

purtroppo invan però!

Ma se per fin mediante,

quantunque attesoché,

ahi! sempre, nonostante,

conciossiacosaché!

Nel ritratto di Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 – 1895), in arte Yorick figlio di Yorick, (con un doppio omaggio prima a Shakespeare e poi a Sterne), ci appare come un uomo massiccio, infagottato in un cappottone, con i baffi folti.

Nato a Livorno, fu un enfant prodige, dalla memoria strepitosa, che a tre anni sapeva leggere e a nemmeno sedici si era già iscritto all’università grazie ad una dispensa granducale. Vicino alle idee liberali di Ricasoli, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza e fu poi segretario particolare di Garibaldi, rimanendo ferito a Milazzo.

Scrittore ironico di nonsense, le sue rime più famose furono “Parole per musica” del 1881, che mettevano in ridicolo le melensaggini dei libretti d’opera.

Giornalista di razza, fondatore de Il Fanfulla, ogni giorno su la Nazione pubblicava un articolo, abbastanza ponderoso, denominato “Cronache dai Bagni”, dove raccontava, a chi non poteva godere dei piaceri della Livorno balneare, la vita che si svolgeva negli stabilimenti sul nostro litorale. I suoi pezzi avevano grande riscontro e successo di pubblico e furono anche tradotti in inglese dal Morning Post.

Yorick descriveva una città che d’estate cambiava fisionomia e si riempiva di una folla chiassosa. Ormai non c’erano più le stanzette dei bagni Baretti. Ora i Pancaldi, i Palmieri, Lo Scoglio della Regina e gli altri stabilimenti avevano ampi spazi aperti, dove i frequentatori passeggiavano e s’immergevano nelle acque limpide senza più privacy.

I lettori si divertivano con i pettegolezzi, con le disavventure dei malcapitati fiorentini che “si facevano spennare nei ristoranti”, con gli inglesi che sguazzavano e si tuffavano, con i francesi che muovevano le braccia all’impazzata senza avanzare di un passo nell’acqua. Immaginavano le grazie delle donne che si bagnavano indossando tuniche ampie e mutandoni alla caviglia, mostrando comunque sempre più pelle che non con gli abituali corsetti e crinoline, accendendo la fantasia maschile o rivelando qualche difettuccio di troppo. Le mamme ostentavano le figlie, auspicando di maritarle, e i giovanotti in bolletta speravano in una dote. La talassoterapia era ambita come cura, mentre il sole era bandito ed evitato a ogni costo.

I nostri ospiti riveriti vengono qui per bagnarsi”, dice Yorick, “per ballare, per passeggiare e per discorrere … tutte occupazioni da sfaccendati”.

Yorick
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Andrea Biscaro, "Sangue d'ansonaco"

6 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Andrea Biscaro, "Sangue d'ansonaco"

Sangue d’ansonaco

Andrea Biscaro

Edizioni Effegi, 2015

pp 127

12, 00

Rispetto a Il vicino, Sangue d’ansonaco, il nuovo thriller di Andrea Biscaro, manca delle atmosfere progressivamente agghiaccianti, dell’incalzare dell’orrore, della paura che ti stringe alla gola e, nello steso tempo, non ti fa staccare dalla storia, che ci avevano colpito nel precedente romanzo. Qui sembra che l’autore sia indeciso sul taglio da dare alla storia: avventura? Giallo paranormale? Spot pubblicitario per una bellissima isola dell’arcipelago toscano e per la sua produzione vinicola?

Abbiamo uno scrittore di nome Antonio Brando, già protagonista d’un precedente romanzo di Biscaro, che, come accade in molte fiction, film e quant’altro, eredita una casa all’Isola del Giglio da un parente sconosciuto. Qui s’imbatte in una cantina misteriosa, in un vino prodigioso, in avventure terrificanti quanto improbabili. Il finale rimane aperto e non lo sveliamo, ma le interpretazioni possono essere molteplici.

Quello che preme far notare, è che la parte migliore del libro non è la strana vicenda in cui incappa il protagonista, ma l’ambientazione. Ritroviamo tutto il rigoglio dell’isola a primavera, fra rose canine e ginestre in fiore, la Torre a guardia della mezzaluna di sabbia rosata, i tramonti quieti ed infuocati del Campese.

l’arco della baia è molto ampio. Una calda luce arancione fa brillare la grana grossa di granito. Mi chino, afferro una manciata di sabbia e mi soffermo ad osservarne il colore e la brillantezza. Minuscoli quarzi scintillano elettrici in mezzo al granito.” (pag 29)

I primi capitoli scorrono con dolcezza e viene voglia di andare avanti, viene voglia che, su quell’isola, il protagonista non incontri la bizzarra memoria di uno zio pericoloso ma, piuttosto, l’amore e una nuova vita.

All’isola e alla trama è legato l’ansonaco, o ansonico, un vino liquoroso, ad alta gradazione alcolica, prodotto in loco. Forse tutto il romanzo è solo una metafora degli effetti dell’alcol, un invito a non cadere in troppe tentazioni nocive, a gustare la vita a piccoli morsi e a piccoli sorsi.

Il protagonista poi, dobbiamo notare, è uno scrittore in crisi (pure questo un cliché della narrativa di genere e non) e anche qui ci chiediamo se i suoi problemi non derivino da qualche colpa, qualche cedimento passato in cui si torna ad indulgere.

“e invece sei fermo da ormai sette anni, se non sbaglio! Ehi, brando, non credi ch la vacanza possa ormai ritenersi conclusa? Che ne dici, ci riusciresti ancora a scrivere un romanzo di successo? O anche solo un romanzo? O anche solo una pagina?” (pag 12)

Come già avveniva ne Il vicino, verità e immaginazione hanno confini labili, sovrapponibili, il sogno si mescola alla realtà e persino alla finzione romanzesca, creando un effetto metanarrativo spiazzante.

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