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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

serie tv

The Vampire Diaries

4 Settembre 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #recensioni, #serie tv, #televisione

 

 

 

 

All’inizio di The Vampire Diaries, episodi tratti dalla serie dei libri cominciata da Lisa Jane Smith e continuata da altri autori, Damon Salvatore mi stava così antipatico che non lo vedevo nemmeno bello, nonostante – interpretato dall’attore Ian Someralder – bello lo sia fino all’impossibile. Lui era il cattivo-cattivo, senza scrupoli, arrogante, malvagio, mentre suo fratello Stefan era il buono. Il vampiro cattivo e quello buono, insomma, nella scia di tutti i nuovi succhia sangue dell’urban fantasy degli anni duemila. Ma quando, già alla fine della prima stagione, balla con Elena, la fidanzata del fratello, è ormai difficile ricordare che non è lui quello da amare. E quando, nella sesta stagione, Elena si fa ipnotizzare per dimenticare di averlo amato, lei stessa si chiede – al pari di me al principio – come si potesse trovare attraente Damon Salvatore.

Entrambi i fratelli devono fare i conti con ciò che sono. Molto, infatti, si basa sull’accettazione di sé. Stephan ha convinto Damon a bere sangue umano ma poi ha passato il resto dei suoi giorni a pentirsene. Damon ha accettato se stesso, il fatto di essersi trasformato in un predatore, sa che le azioni che compie sono naturali per chi è come lui. È un mostro solo nella misura in cui la natura contempla anche i mostri. Ma può redimersi e lo farà. Non sempre, non del tutto e con continue ricadute.

Niente è definitivo in The Vampire Diaries, la redenzione arriva per tutti, anche nel più oscuro dei cuori non morti si annida una parte di umanità. Il ruolo di cattivo e di buono fra Stefan e Damon si ribalta in continuazione. Per questo Elena, tanto onesta, corretta e altruista, è pronta ad accettare, senza essere troppo schizzinosa, chiunque nella sua vita, anche chi ha commesso i peggiori crimini, perché c’è sempre speranza per tutti. Pure lei, nel corso di otto lunghe stagioni della serie, avrà i suoi momenti bui. Una volta vampirizzata, anche lei compirà azioni di cui dovrà pentirsi. Lo stesso dicasi per Caroline, la più dolce, la più generosa delle vampire. Ad un certo punto qualcuno chiede: “Dunque esistono vampiri buoni e vampiri cattivi?”. E alla risposta affermativa commenta: “Ma anche quelli buoni hanno ucciso qualcuno.”

È così. Nessuno è tutto buono o tutto cattivo. C’è sempre un cattivo più cattivo, che a sua volta potrà cedere al fascino perverso della bontà, riscoprire il residuo di umanità celato in fondo al suo cuore nero.

I protagonisti di The Vampire Diaries azzannano, salassano, squartano, impalano senza troppi rimorsi, come un male necessario, poi, magari, sono capaci di crearsi sensi di colpa abissali e adolescenziali per un bacio dato o accettato. I sentimenti più importanti sono l’amore, l’amicizia e la lealtà. Questi sono i valori che non si possono tradire, tutto il resto è secondario. Uccidere non è poi così grave, le stragi sono solo “effetti collaterali”, mezzi per raggiungere un fine superiore, come quello, appunto, di salvare un amico. Anche perché la morte non è così irreversibile, non è mai definitiva. Chi muore poi torna, come vampiro, come fantasma, come presenza attiva nell’”altro mondo”, quel luogo dove indugiano le anime di chi ci ha lasciato.

Semmai un disvalore è la vecchiaia. Nessuno è brutto a Mystic Falls e nessuno diventa mai vecchio. Persino la cacciatrice ringiovanisce nella settima stagione, perché non c’è posto per la decadenza fisica in questa serie e, il massimo della vetustà, è dimostrare quarant’anni.

L’amore fra Damon ed Elena cresce inesorabile minuto dopo minuto, puntata dopo puntata. È uno di quegli amori che non dovrebbero esistere, che mescolano il bene con il male, la luce con il buio, e, proprio per questo, esplodono. Non è come l’amore semplice e luminoso che lega Elena e Stefan, i due doppelgänger buoni e generosi, o Stefan a Caroline. È, piuttosto, come afferma Damon stesso, “un amore che consuma”, una passione profonda e irrefrenabile, l’attrazione verso ciò che è pericoloso ed eccitante allo stesso tempo. Damon stuzzica il lato oscuro e nascosto di Elena, ed Elena tira fuori il meglio da Damon. È la promessa dell’amore immortale, quello che rimane sempre come nei primi tempi, fra due persone eternamente belle ed eternamente giovani.   

Nella settima e ottava stagione, tuttavia, non è più l’amore a farla da padrone. Il sentimento principale è il legame fra i fratelli Salvatore. Stefan è legato indissolubilmente a Damon, la sua anima nera, e non potrà mai vivere sereno finché lo avrà vicino e dovrà occuparsi di lui, dei suoi problemi, dei suoi errori, dei suoi misfatti. Tuttavia, il “brothersbond” (sì, proprio quello che poi i due attori hanno sfruttato per commercializzare il loro Bourbon) è più forte di tutto e trasforma The Vampire diaries in una sorta di bromance.

Una storia di tormento, di sensi di colpa, di dannazione e redenzione. Non cercate la verosimiglianza in questa serie, il mondo secondario credibile e coerente, perché non lo troverete. Non chiedetevi perché su tanti omicidi e sparizioni non indaghi mai nessuno, dove trovino i soldi per campare da nababbi persone che sono state in una bara per mille anni, come possano integrarsi in un mondo moderno e sconosciuto in pochi minuti, o, più banalmente, come possano anche studiare o lavorare gli adolescenti protagonisti, fra vampirizzazioni, omicidi, stregonerie, guerre e faide. Bazzecole. Quella che conta è l’atmosfera dark, anche se un po’ ripetitiva nei contenuti, mischiata all’allure da serie young adult americana, fra balli della scuola, quarter back e cheerleader, e soprattutto, l’interiorità dei personaggi che finiamo per amare, conoscere e sentire “di famiglia”, come accade con tutte le serie lunghe e famose. Alla fine, siamo tutti  un po’ orfani del tenero squartatore Stefan, del tenebroso e bellissimo Damon, della coraggiosa strega Bonnie e della limpida Elena.

Insomma, è Mystic Falls, bellezza!

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Shadowhunters

18 Maggio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #recensioni, #serie tv, #televisione

 

 

 

 

In questo periodo ho fatto una scorpacciata dell’universo Shadowhunters. Ho visto il film di Harald Swart del 2013, seguito tutte le stagioni della serie tv (2016-2019), e letto il primo libro, City of Bones, scritto benissimo da Cassandra Clare nel 2007. Se i libri della Clare sono belli e circostanziati, il film è gradevole, mentre la serie Tv non brilla – poiché si è puntato più sull’aspetto fisico dei protagonisti che sulle loro doti recitative –   anche se finisci per affezionarti comunque ai personaggi.

Shadowhunters raccoglie e mescola tutti i miti dell’urban fantasy moderno: i vampiri buoni e i lupi mannari – mutuati dalla saga immortale di Stephanie Meyer– gli stregoni, e, per finire, gli angeli e demoni in stile Fallen (2009).

Gli shadowhunters sono cacciatori di demoni con il corpo tatuato di rune magiche. Nella loro missione vengono coadiuvati, oppure ostacolati, dalle creature del mondo nascosto. Il più famoso degli shadowhunters, Valentine Morgenstern (Morningstar come in Lucifer!) è diventato il signore del male, sorta di Voldemort o Sauron, per tornare alle origini letterarie. Alla stregua di Dart Fener in Star Wars, incrocia il suo destino con quello dei figli perduti.

Dentro ognuno di noi c’è una parte buia e inquietante, il famoso “lato oscuro della forza”. Esperimenti condotti da Valentine prima della nascita hanno fatto sì che alcuni shadowhunters abbiano sangue di demone, altri di angelo. E durante le tre stagioni della saga tutti sperimentano, in modo un po’ ripetitivo e prevedibile, momenti in cui passano dalla parte del male.

Simon, l’amico del cuore, brevemente fidanzato della protagonista Clary Fray, vampirizzato per salvargli la vita, risulta il più solare dei personaggi, ne è un simbolo il suo essere un “daylighter”, un diurno, l’unico vampiro capace di circolare alla luce del sole senza incenerirsi. Per contrasto, Jace Erondale, con il suo alto lignaggio e il suo puro sangue angelico, appare cupo, tenebroso e perciò attraente. Di lui s’innamora Clary e qui scatta l’inghippo perché, per un notevole numero di puntate, si pensa che i due siano fratelli, preda di una passione incestuosa. Ma non lo sono, per fortuna loro, e quello che poteva essere un forbidden love diventa un tira e molla adolescenziale nel down world delle creature fatate. Jace è biondo, bello come il sole ma cupo e tormentato da un passato doloroso e da un padre che lo ha cresciuto con la violenza, cercando di soffocare in lui ogni debolezza. Clary è la figlia del cattivo ma è coraggiosa, compassionevole e determinata a seguire gli impulsi del cuore più di quelli della ragione. 

Di tutti i personaggi, i meno caratterizzati, e forse meno simpatici, sono proprio Clary e Jace, probabilmente per la non eccessiva bravura degli attori che li impersonano, almeno nella serie tv.  Il finale della loro storia d’amore è inaspettato e straziante. Strappa senz’altro qualche lacrima, sebbene lasci aperta la porta alla speranza

Il motivo dell’incesto è ripreso dall’attrazione perversa che Jonathan Morgenstern, effettivo fratello di Clary, prova per la bella sorella. Shadowhunters è una storia inclusiva che più di così non si può, fra omosessualità maschile e femminile, differenze di colore e nazionalità, interconnessioni fra mondani (cioè umani) e creature della notte, amori fra vampiri e lupi mannari, fra elfi e cacciatori di demoni, fra stregoni e umani, fra umani e vampiri e chi più ne ha più ne metta.  

Un legame particolare è quello che si crea fra Rafael, il capo dei vampiri, e Isabel. Il loro rapporto malato ha tutto l’aspetto di una dipendenza. Lui non fa sesso con lei ma beve il suo sangue. Lei ha bisogno del veleno di lui al pari di una droga, con tanto di crisi di astinenza.

Come in tutte le serie a partire da Beverly Hills 90210, il gioco delle coppie è infinito e non si sa chi sta con chi. Simon ha una storia con Clary, poi con Maia, la lupa mannara, e infine con Isabel. A spiccare sono Alec, omosessuale innamorato dello stregone Magnus – storia, la loro, complicata anche dall’immortalità di uno dei due – e, appunto, Simon, il più amabile, estroverso e altruista dei vampiri.

È interessante capire come, con gli anni, il mito si stratifichi. Per gli adolescenti di oggi già i moderni vampiri di Twilight (2005) appartengono al passato. Nessuno più ormai penserebbe al blood sucker come alla creatura solo diabolica di Polidori o di Stoker. L’umanizzazione del vampiro è cominciata nel 1976 con Anne Rice e i suoi Louis e Lestat. Insomma, il mito si crea da una mescolanza, un sincretismo di tutto ciò che è stato detto, scritto e filmato in passato.

Concludendo, una come me, che da sessanta anni si nutre di pensiero fantastico, con gli shadowhunters - sebbene non costituiscano la migliore saga mai vista - ci va comunque a nozze.        

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Merlin

3 Aprile 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #serie tv, #televisione, #fantasy, #miti e leggende

 

 

 

 

Forse è un segno del destino che io abbia visto l’ultima puntata della serie televisiva Merlin proprio il giorno dopo l’uscita del mio Axis Mundi. Certo quando ho iniziato a seguire la prima stagione di questa lunga produzione ormai datata - trasmessa da BBC One dal 2008 al 2012 - non avrei mai pensato di spenderci due parole. Invece, vuoi l’affezione ai personaggi, vuoi il mutamento e l’evoluzione di stagione in stagione, ora lascio Arthur e Merlin con dispiacere e con il magone.

La serie parte con un piglio e una allure infantile, sembra una di quelle storie televisive per bambini degli anni 90, per capirci, Fantaghirò. Ma poi cresce, stagione dopo stagione, fino alla quinta che raggiunge uno status epico anche nelle scene corali e di battaglia. Mutano pure i personaggi, persino nel fisico. All’inizio poco più che ragazzi scapestrati, diventano alla fine quello che hanno sempre rappresentato nel mito, figure gigantesche ed eroiche.

Tutto si basa su un bromance, o meglio una storia di “quasi amore” asessuato fra due amici maschi, Arthur e Merlin. Arthur (Bradley James) è bello, nobile e incarna la regalità. Ha un cuore d’oro nascosto sotto modi altezzosi ed è un grande e imbattuto guerriero. Ma la figura centrale è Merlin (Colin Morgan), con il suo viso da elfo, la sua bontà, la sua apparente goffaggine, la sua semplicità e totale umanità. Merlin, però, è anche, di nascosto a tutti, Emrys, il più grande incantatore mai vissuto, l’ultimo signore dei draghi.

Arthur, che è retto ma cieco e offuscato dai pregiudizi e dall’arroganza inculcatagli dal padre, capisce la statura di Merlin solo nel finale. Solo allora comprenderà quanto Merlin gli sia stato vicino, quanto lo abbia aiutato, quante volte gli abbia salvato la pelle, quanta maieutica abbia messo in atto per tirare fuori le sue qualità fino a farne il Grande Re. Persino la famosa estrazione della spada è congegnata da Merlin per aiutare Arthur a credere in se stesso.

Per tutta la vita, Merlin sostiene Arthur, gli è a fianco in ogni avventura, sempre disarmato e un passo indietro, sempre all’apparenza inferiore ai cavalieri del re e tuttavia indispensabile, sempre umile ma capace di indirizzare il sovrano verso le scelte giuste. Lo fa con testardaggine e pazienza, senza mai ricevere un grazie o il dovuto rispetto.

Merlin non può rivelare i propri poteri magici ad Arthur, come a nessun altro, in un regno da cui la magia è bandita pena la morte. Ho sofferto pensando alla forza intrappolata dentro il giovane mago il quale, fino all’ultima puntata, non ha potuto mostrare la propria natura e ha dovuto nascondersi sotto un aspetto dimesso e imbranato, quello che una parte di lui effettivamente è. “Sono sempre la stessa persona” dice ad Arthur morente, dopo che questi ha finalmente scoperto la verità.

Il loro rapporto va oltre la fratellanza scanzonata, è puro destino, è mito. Arthur è nato per essere re e Merlin per aiutarlo nel suo compito, “per amore di Camelot”. Merlin, quindi, non ha quei poteri per se stesso, ma per un compito che è indissolubilmente legato al destino di Arthur e di Albion tutta. Ciò che accade ad Arthur, nel bene ma anche nel male, è dovuto proprio a Merlin, alle sue decisioni, alla sua volontà di contrastare la profezia nefasta che vedrà Arthur cadere a Camlann per mano di Mordred. Le azioni compiute da Merlin metteranno in moto l’inevitabile destino, certe sue scelte compassionevoli risulteranno poi fatali. Quindi Merlin è colui che aiuta Arthur ma anche chi ne decreta involontariamente la fine. Perché è così che deve essere, perché il destino è già stato scritto.

Alcuni rapporti fra personaggi sono molto interessanti. Arthur è devoto al padre Uther Pendragon ma ne è anche succube, non riesce a essere pienamente ciò che è, un re giusto e capace, se non dopo la morte dell’ingombrante e ottuso genitore. Merlin, a sua volta, ha un rapporto tenero e filiale con il medico/mago Gaius, e uno controverso con lo splendido e nobile drago Kilgharrah, bestia sapiente e minacciosa come tutti quelli della sua specie.

Certo ci sono delle incongruenze nella trama, ci si chiede come mai tutto ciò per cui Arthur e Merlin lottano sia un regno di pace, prosperità e giustizia che dura solo tre anni. Ciò avviene perché non si vuole invecchiare i protagonisti, perché Arthur e Merlin devono restare quelli che erano all’inizio: due ragazzi. Però si lascia intendere che Arthur tornerà, come è nella effettiva profezia del ciclo arturiano. Quando la Britannia ne avrà bisogno, il re dormiente ricomparirà e perciò, nell’ultima scena, si vede un Merlin invecchiato che percorre una strada ai giorni nostri. Sta aspettando, crediamo, il ritorno del re che lui, ancora una volta, fedelmente servirà.

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Lucifer

9 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #serie tv, #fantasy, #amore

What better modern incarnation of the nineteenth-century Byronic and Satanic hero than the devil himself?
There are products — television, literary, cinematographic — that stand out not for the plot or originality of the idea and setting, but for a single perfect character. This is the case of the urban fantasy and police procedural series Lucifer, developed by Tom Kapinos, produced by anything but rookie Jerry Bruckheimer, based on a comic, aired from 2016 to 2021, and now distributed by Netflix, which impresses in the collective (and erotic) imagination with its protagonist: Lucifer Morningstar, the rejected son of God, the fallen angel Samael who later became Lucifer, that is “bearer of Light”, or of clarity, of knowledge, of truth.
Fed up of administering justice by punishing and torturing the guilty in the bleak hell, the devil Lucifer incarnates, descends to earth and opens the “Lux”, a successful nightclub in Los Angeles, the city “of angels”. Here he becomes a collaborator of an attractive detective, Chloe Decker, a former movie starlet, helping her, with a capacity for psychological penetration that borders on hypnotism, to clarify cases of crime, of which the viewer would not give a damn if it were not that he is the one to solve them.
Handsome, with an innate dandy elegance and feline movements, Lucifer is played by Welsh actor Tom Ellis. To fully appreciate the acting, you need to listen to the original English where Ellis stands out for his marked and sophisticated British accent among the other American actors. Lucifer is intriguing, intelligent, funny, salacious, irreverent, disrespectful, and exudes indisputable manhood from every pore. The actor is exceptional in rendering the devilry of the gaze: his pitch-black eyes become fixed and even slightly cross when he tempts humans, putting them in front of their most hidden desires. No one resists when captured by Lucifer’s magnetic gaze, which searches inside you to grasp the deep core of your ambitions. Lucifer himself is incapable of telling lies. He doesn’t know how to lie, he always tells the truth even when it can hurt.
The story is about love and redemption. Lucifer is never gratuitously evil. Although he is unbelievably self-centered, he is still an angel, and his actions are dictated by justice. “I’m not evil, I’m not a monster” he is keen to repeat. Although he enjoys luring his victims into temptation, even though he drinks like a fish, takes drugs, has wild and orgiastic sex with women and men, as the narrative progresses, his expressions become more and more human. Basically he turns into a good guy — a good devil, if you allow me the pun — honest and nice, that everyone likes, despite his supernatural strength, his power, his subterranean and menacing danger.
Lucifer is in eternal conflict with his father. And who wouldn’t have a problem with God as a parent? The more he humanizes himself, the more emotions overwhelm him. When he kills his brother Uriel to save the people he loves, he experiences pain, guilt, despair. And, with the passing of the episodes, even his body changes: he loses his demonic face — initially hidden under the human one — and his wonderful, feathery, immaculate wings grow back, despite the rebellious angel tries to cut them off every time.
To tempt him and bring him back to the past comes Eve, the first woman, who had already had an affair with him. She is not evil but she is intrinsically sinful, she wants to be free and not just Adam’s rib, she would like Lucifer to go back to incarnate the devil who seduced her in Eden, therefore she pushes him to cultivate the worst part of himself, violence, the pleasure of torturing sinners, Dionysian sex. And so the monstrous face of Lucifer returns to manifest itself again, his wings are no longer white but become similar to those of a demonic bat.
But Lucifer is not doing that, he rebels, eternally divided between the two parts of himself, the dark and the bright, the devil and the angel. He doesn’t love what he was, what he returns to be with Eve, but neither is he comfortable with the sensations that Chloe makes him feel, with that need she has to tame him and make him bourgeois. He ends up hating himself deeply, in a desperation that is both self-harm and the need for redemption. Eventually, however, he regains control of himself, returns for a moment to be the mighty king of the underworld, and drives out the army of darkness unintentionally unleashed on earth by Eve. The final episode of the fourth season, with the victory of the king of the underworld over the demons and the heartfelt farewell from Chloe before Lucifer spreads his wings and flies to sit on his lonely throne, is the most beautiful episode and could have been the worthy conclusion of the whole series.
But Eve is not Lucifer’s true love. Inevitably, he falls in love with the detective Chloe, beautiful in an angelic way, the only one able to resist his charm and not fall into his arms at the first inviting glance. Chloe is good, selfless, serious, professional, empathetic. Lucifer loves her totally, absolutely, spiritually. He who lives immersed in the pleasures of sex has a pure, selfless, disembodied adoration for her. For Chloe he is ready to sacrifice himself, to defend her and protect her, to renounce her in order to see her happy, to oppose anyone who wants to disappoint or hurt her, to close his protective wings around her. Lucifer loves Chloe as any woman would want to be loved: in a complete, supernatural way, even if he can’t tell her because saying the phrase “I love you” would mean admitting that he is not a demon, because his father, that is God, has never said to love his children (read also all of humanity), but, on the contrary, he manipulated and followed them from above with detachment and without apparent empathy.
The love of Lucifer and Chloe is identified with unconditional union and complicity. Chloe is a kindred spirit, she is a gift placed by God on Lucifer’s path to redeem him, she is the only one capable of seeing him for what he really is, not an evil monster but a man in search of moral redemption. Her smug gaze, when Lucifer casts out demons by showing them his monstrous body and, at the same time, his indisputable royalty, indicates acceptance of every part of him, even the most hideous and dark, and the female admiration for the male power used only when needed and against those who really deserve it.
And the two of them, Chloe and Lucifer, are not only lovers, they are also partners — “partners to the end”, “partners for eternity”. They work in pairs to solve cases, they are a perfect team, he magnetic and impulsive, she rational and staid. They are what every couple would like to be, that is, something special, unique, a perfectly fitted mechanism.
With Chloe, Lucifer feels at home. Hell, he explains to us, was never his home and heaven “was hell”. Because his father despised him, because his mother abandoned him, because his brothers were in competition with him. Because hell is gray, boring, gloomy. Los Angeles, on the other hand, is alive, colorful, alluring, full of charming and warm beings, full of naked, inviting bodies. And he, day after day, feels attracted to them, he feels affection and interest, to the point that his innate and “professional” need to punish people turns into a desire for justice, for redemption for the victims of evil. By human beings, for the first time, he is respected, and he understands that he has a role and a family.
Beneath the surface of this funny, ironic, brilliant and glossy series, God and the Devil, good and evil, intertwine, overturn. Some angels are evil, like Uriel and Michael, while demons discover to have a tender heart and even a soul, like Mazekeen. Cain and Abel, in the third series, exchange roles, make peace. And even Lucifer has a twin, the evil angel Michael, blinded by envy. Impersonated by Ellis himself, Michael stands out for his less clear eyes and a slight curve in posture, two imperceptible differences masterfully rendered by the actor.
God’s will remains inscrutable but often his actions appear to everyone, even to his own children, unjust, evil. Why does God allow suffering that even the Devil tries to prevent?
And God himself truly comes, in season five, to settle the conflicts of his highly dysfunctional family. Perhaps this excessive humanization of the divinity, who puts on an apron and cooks the sauté, is criticizable but certainly the scene of the family dinner with God at the table is one of the most hilarious.
Not only that, God is tired of responsibility and thinks of withdrawing, of leaving someone in charge. Lucifer believes he deserves the job, he knows he would be better than his father, because he would eliminate suffering, hunger and war, while his father left the free will to man that created only pain and injustice. He wants to become God, apparently out of ambition, in reality to finally feel worthy and deserving of Chloe, the most important person in the whole universe for him. And for Chloe, he, self-centered, selfish and vain, is willing to sacrifice his own life. “I choose you” he tells her as he risks dying, for having set foot in the paradise from which he was banished, in order to save her from an untimely death.
In the course of this long series, all human feelings are, from time to time, dissected and analyzed, through the discovery that Lucifer and Mazekeen make and through the character of Linda, the psychiatrist who accompanies them. Linda is involved in the diatribes of the celestials, in their divine and human problems. She must mediate conflicts, make Lucifer and others aware of their emotions: jealousy, love, envy, tenderness, loneliness, vulnerability, friendship, mourning. And these feelings are eviscerated and also connected to the investigations in progress, reverberating in the interrogations, on the suspects and on the guilty.
Great space is given, as expected, to the sense of guilt. Eternal damnation is represented as a continuous endless loop in which one relives one’s sins and the worst moments of one’s life. And while many of the characters experience constant evolution, an uninterrupted search for improvement, with frequent relapses into the negative dynamics of the past, it is precisely the sense of guilt for the evil done to damn us to hell. In short, to be forgiven, we must first forgive ourselves.
Much is also based on the acceptance of the shady part of oneself, especially in the character of Ella, on the need to learn to live with the inner darkness. Where there is darkness, God himself affirms in the fifth season, the light is all the more intense. And, if even the devil has redeemed himself, anyone can do it, to the point that, in the end, Lucifer will discover that his mission is not to become God but not even to torment the damned, but to help them find peace as he found it.
I conclude by saying that I have never laughed and cried as much as with this fantastic TV series. I am a writer and if, with one of my novels, I could make the reader feel half of what the “Lucifer” series made me feel, I would have already created something extraordinary.

 
 
 

 

 

 

 

Quale migliore moderna incarnazione dell’ottocentesco eroe byronico e satanico se non il diavolo in persona?

Ci sono prodotti – televisivi, letterari, cinematografici - che spiccano non per trama o originalità dell’idea e dell’ambientazione, bensì per un unico azzeccatissimo personaggio. È questo il caso della serie urban fantasy e police procedural Lucifer, sviluppata da Tom Kapinos, prodotta dal tutt’altro che novellino Jerry Bruckheimer, tratta da un fumetto, andata in onda dal 2016 al 2021, e ora distribuita da Netflix, che s’imprime nell’immaginario collettivo (ed erotico) con il suo protagonista: Lucifer Morningstar, il figlio reietto di Dio, l’angelo caduto Samael poi divenuto Lucifero, cioè “portatore di Luce”, ovvero di chiarezza, di conoscenza, di verità.

Stufo di amministrare la giustizia punendo e torturando i colpevoli nel tetro inferno, il diavolo Lucifero s’incarna, scende sulla terra e apre il “Lux”, un locale notturno di successo a Los Angeles, la città “degli angeli”, appunto. Qui diventa collaboratore di un’avvenente detective, Chloe Decker, ex starlette del cinema, aiutandola, con una capacità di penetrazione psicologica che rasenta l’ipnotismo, a chiarire casi di cronaca nera, di cui allo spettatore non importerebbe un fico secco se non fosse che a risolverli c’è lui.

Bello, aitante, di un’innata eleganza dandy e dalle movenze feline, Lucifer è interpretato dall’attore gallese Tom Ellis. Per apprezzarne a pieno la recitazione bisogna ascoltare l’originale inglese dove Ellis spicca per il suo marcato e sofisticato accento britannico in mezzo agli altri attori americani. Lucifer è intrigante, intelligente, divertente, salace, irriverente, irrispettoso, e trasuda indiscutibile virilità da tutti i pori. L’attore è eccezionale nel rendere la diavoleria dello sguardo: i suoi occhi neri come la pece diventano fissi e persino leggermente strabici quando tenta gli umani, mettendoli di fronte ai loro più reconditi desideri. Nessuno resiste quando viene imprigionato dallo sguardo magnetico di Lucifer, che ti fruga dentro a cogliere il nocciolo profondo delle tue ambizioni. Lucifer stesso è incapace di dire bugie. Non sa mentire, dice sempre la verità anche quando questa può ferire.

La storia parla di amore e redenzione. Lucifer non è mai gratuitamente malvagio. Sebbene sia egocentrico fino all’inverosimile, è pur sempre un angelo, e le sue azioni sono dettate da giustizia. “Non sono malvagio, non sono un mostro” ci tiene a ripetere. Anche se si diverte a indurre le sue vittime in tentazione, anche se beve come una spugna, si droga, fa sesso sfrenato e orgiastico con donne e uomini, man mano che procede la narrazione, le sue espressioni diventano sempre più umane. In pratica si trasforma in un bravo ragazzo – un buon diavolo, se mi concedete il gioco di parole - onesto e simpatico, che piace a tutti, nonostante la sua forza soprannaturale, la sua potenza, la sua sotterranea e minacciosa pericolosità.

Lucifer è in eterno conflitto col padre. E chi non avrebbe problemi con Dio come genitore? Più si umanizza, più le emozioni lo travolgono. Quando uccide il fratello Uriel per salvare le persone che ama, sperimenta dolore, senso di colpa, disperazione. E, col passare degli episodi, persino il suo corpo muta: perde il volto demoniaco – all’inizio celato sotto quello umano - e gli ricrescono delle stupende, piumose, immacolate ali, nonostante l’angelo ribelle cerchi di tagliarsele ogni volta.

A tentarlo e a riportarlo al passato arriva Eve, la prima donna, che aveva già avuto una storia con lui. Non è cattiva ma è intrinsecamente peccaminosa, vuole essere libera e non più solo la costola di Adamo, vorrebbe che Lucifer tornasse a incarnare il diavolo che l’ha sedotta nell’Eden, perciò lo spinge a coltivare la parte peggiore di sé, la violenza, il piacere di torturare i peccatori, il sesso dionisiaco. E così il volto mostruoso di Lucifer torna nuovamente a manifestarsi, le ali non sono più bianche ma diventano simili a quelle di un demoniaco pipistrello.

Lucifer però non ci sta, si ribella, eternamente diviso fra le due parti di sé, quella oscura e quella luminosa, il diavolo e l’angelo. Non ama ciò che era, ciò che torna a essere insieme a Eve, ma nemmeno è suo agio con le sensazioni che gli fa provare Chloe, con quel bisogno che lei ha di addomesticarlo e imborghesirlo. Finisce per odiare se stesso profondamente, in una disperazione che è insieme autolesionismo e bisogno di redenzione. Alla fine, però, torna padrone di sé, torna per un istante a essere il potente re degli inferi, e scaccia l’armata delle tenebre involontariamente scatenata sulla terra da Eve. L’ultima puntata della quarta stagione, con la vittoria del re degli inferi sui demoni e l’accorato commiato da Chloe prima che Lucifer spieghi le ali e voli a sedersi sul suo trono solitario, è la puntata più bella e avrebbe potuto essere la degna conclusione di tutta la serie.   

Ma non è Eve il vero amore di Lucifer. Inevitabilmente, egli s’innamora della detective Chloe, bella in modo angelico, l’unica in grado di resistere al suo fascino e non cadergli fra le braccia alla prima occhiata invitante. Chloe è buona, altruista, seria, professionale, empatica. Lucifer la ama in modo totale, assoluto, spirituale. Lui che vive immerso nei piaceri del sesso ha verso di lei un’adorazione pura, altruista, disincarnata. Per lei è pronto a sacrificarsi, a difenderla e proteggerla da ogni insidia, a rinunciare a lei pur di vederla felice, a opporsi a chiunque voglia deluderla o ferirla, a chiuderla dentro le sue ali protettive. Lucifer ama Chloe come qualunque donna vorrebbe essere amata: in modo completo, sovrannaturale, anche se non riesce a dirglielo perché pronunciare la frase “Io ti amo” vorrebbe dire ammettere di non essere un demonio, perché suo padre, cioè Dio, non ha mai detto di amare i figli (leggi anche tutta l’umanità), ma, anzi, li ha manipolati e seguiti dall’alto con distacco e senza apparente empatia.

L’amore di Lucifer e Chloe s’identifica con l’unione incondizionata e la complicità. Chloe è uno spirito affine, è un dono messo da Dio sulla strada di Lucifer per redimerlo, è l’unica capace di vederlo per quello che realmente è, non un mostro malvagio ma un uomo alla ricerca del riscatto morale. Il suo sguardo compiaciuto, quando Lucifer scaccia i demoni mostrando loro il suo mostruoso corpo e, insieme, la sua indiscutibile regalità, indica l’accettazione di ogni parte di Lucifer, anche la più orrenda e oscura, e l’ammirazione femminile per la maschia potenza usata solo quando serve e contro chi davvero lo merita.

E loro due, Chloe e Lucifer, non sono solo amanti, sono anche partners – “partners fino alla fine”, “partners per l’eternità”. Lavorano in coppia per risolvere i casi, sono una squadra perfetta, lui magnetico e impulsivo, lei razionale e compassata. Sono quello che ogni coppia vorrebbe essere, cioè qualcosa di speciale, di unico, un meccanismo perfettamente incastrato.  

Con Chloe, Lucifer, si sente a casa. L’inferno, ci spiega, non è mai stata casa sua e il paradiso “era l’inferno”. Perché suo padre lo disprezzava, perché sua madre lo ha abbandonato, perché i suoi fratelli erano in competizione con lui. Perché l’inferno è grigio, noioso, cupo. Los Angeles, invece, è viva, colorata, allettante, piena di esseri affascinanti e calorosi, piena di corpi nudi, invitanti. E lui, giorno dopo giorno, si sente attratto da loro, prova affetto e interesse, al punto che il suo bisogno innato e “professionale” di punirli si trasforma in desiderio di giustizia, di riscatto per le vittime del male. Dagli esseri umani, per la prima volta, è rispettato, e capisce di avere un ruolo e una famiglia.

Sotto la superficie di questa serie divertente, ironica, brillante e patinata, Dio e il Diavolo, bene e male, si intrecciano, si ribaltano.  Alcuni angeli sono cattivi, come Uriel e Michael, mentre i demoni scoprono di possedere un cuore tenero e persino un’anima, come Mazekeen. Caino e Abele, nella terza serie, si scambiano di ruolo, si riappacificano. E persino Lucifer ha un gemello, l’angelo cattivo Michael, accecato dall’invidia nei suoi confronti. Impersonato dallo stesso Ellis, Michael si distingue per lo sguardo meno limpido e una leggera curva nella postura, due impercettibili differenze magistralmente rese dall’attore.

La volontà di Dio resta imperscrutabile ma spesso le sue azioni appaiono a tutti, anche ai suoi stessi figli, ingiuste, cattive. Perché Dio permette una sofferenza che persino il Diavolo cerca d’impedire?

E Dio in persona arriva davvero, nella quinta stagione, a dirimere i conflitti della sua famiglia altamente disfunzionale. Scelta forse criticabile degli autori, questa eccessiva umanizzazione della divinità che si mette il grembiule e cucina il soffritto, ma certamente la scena della cena di famiglia con Dio a tavola è una delle più esilaranti.

Non solo, Dio è stanco della responsabilità e pensa di ritirarsi, di lasciare a qualcuno la sua carica. Lucifer crede di meritare il posto, sa che sarebbe migliore di suo padre, perché eliminerebbe la sofferenza, le ingiustizie, la fame e la guerra, mentre il padre ha lasciato all’uomo il libero arbitrio che ha creato solo dolore e ingiustizia. Vuol diventare lui Dio, apparentemente per ambizione, in realtà per sentirsi finalmente degno e meritevole di Chloe, la persona più importante in tutto l’universo per lui. E per Chloe, lui, egocentrico, egoista e vanesio, è disposto a sacrificare la sua stessa vita. “Io scelgo te” le dice mentre rischia di morire, per aver rimesso piede nel paradiso da cui era stato bandito, pur di salvarla da una morte prematura.

Nel corso di questa lunga serie, tutti i sentimenti umani vengono, di volta in volta, sezionati e analizzati, attraverso la scoperta che ne fanno Lucifer, Mazekeen e attraverso il personaggio di Linda, la psichiatra che li accompagna. Linda è suo malgrado coinvolta nelle diatribe dei celesti, nei loro problemi divini e umani insieme. Lei deve mediare i conflitti, rendere consapevoli Lucifer e gli altri delle proprie emozioni: gelosia, amore, invidia, tenerezza, solitudine, vulnerabilità, amicizia, lutto. E questi sentimenti vengono sviscerati e collegati anche alle indagini in corso, riverberandosi negli interrogatori, sugli indiziati e sui colpevoli.

Grande spazio è dato, come prevedibile, al senso di colpa. La dannazione eterna è rappresentata come un continuo loop infinito in cui si rivivono i propri peccati e i momenti peggiori della propria vita. E mentre molti dei personaggi sperimentano una costante evoluzione, una ricerca di perfezionamento ininterrotta, con frequenti ricadute nelle dinamiche negative del passato, è proprio il senso di colpa per il male compiuto a dannarci all’inferno. Per essere perdonati, insomma, bisogna prima perdonare noi stessi.

Molto si basa anche sull’accettazione della parte ombrosa di sé, specialmente nel personaggio di Ella, sulla necessità di imparare a convivere con il buio interiore. Dove c’è oscurità, afferma Dio in persona nella quinta stagione, la luce è tanto più intensa. E, se persino il diavolo si è redento, chiunque può farlo, al punto che, nel finale, Lucifer scoprirà che la sua missione non è diventare Dio ma nemmeno tormentare i dannati, bensì aiutarli a trovare la pace come lui l’ha trovata.

Concludo dicendo che non ho mai riso e pianto tanto come con questa fantastica serie televisiva. Sono una scrittrice e, se riuscissi con uno dei miei romanzi a far provare al lettore la metà di ciò che la serie “Lucifer” ha fatto provare a me, avrei già creato qualcosa di straordinario.

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Another Life

6 Febbraio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #serie tv, #televisione, #fantascienza, #amore

Another life, Netflix 2019 series in two seasons by Aaron Martin, does not have great attractions as science fiction, and proposes all the clichés for lovers of the genre. We have the spaceship “Salvare” and the intergalactic mission, we have a crew made up of elements that do not always get along with each other, we have evil aliens that parasitize the brains of humans, we have a mysterious artifact that has come to earth from deep space, we have viruses that lurk in the body of the astronauts making them explode like in “Alien”, we have the intelligent on-board computer, we have hypersleep and the leap in dimension, we have black holes, pulsars and wormholes, we have the encounter with the different that inevitably turns into a descent into oneself, in a psychoanalytic recovery of the repressed, as if one was afraid to really imagine these aliens and these new worlds, as if there was no other possibility than to turn in on oneself instead of looking outside. Unfortunately, many secondary plots are aborted, such as August’s pregnancy of uncertain paternity.

But, like any product, “Another Life” still has its own peculiarity. Here is the figure of William, the artificial intelligence, the on-board computer, who does not have the icy perfidy of Hal 9000 of Kubrick’s memory, but has turned into an attractive, very human hologram, so evolved that he falls in love with Niko, the combative commander of the spaceship.

William — played by Samuel Anderson — is handsome, has a captivating smile, is gallant, passionate, tenderly ironic. He was programmed to have feelings, or evolved to the point of having them. He experiences loneliness, sorrow, love, jealousy. He is devoted to Niko by contract but goes further, he falls in love with her. And when she refuses him, when she asks him to delete the file with the memories of intimate moments between them, he goes into conflict until failure. Recovering, he does something unexpected, using alien technology, he creates Yara, another artificial intelligence, born from the need to feel Niko closer. In this way, Yara is in a sense the daughter of both of them, of their strange relationship.

The love between Niko and William is impossible and therefore romantic and desperate. They can never really touch or merge, but they are spirits that recognize each other, although Niko, married to a scientist on earth trying to communicate with “Arrival”-style aliens, never admits her feelings. “You are the purest soul I know,” she tells him, fully confirming his status as a living and sentient creature.

“Cogito ergo sum,” says William, “if I think, I exist, I am as alive as a human is.” To the objection of a crew member, he replies by asking her what the difference is between a computer that thinks and a body that thinks. Couldn’t they both be living and intelligent machines, one mechanical and one biological? And if one day our body becomes bionic to survive time and disease, what difference will there be between us and future robots?

In the second season, William makes a puzzling discovery about himself. He is the upgrade of an inferior model, Gabriel, an artificial intelligence defective because it is too impregnated with the instinct of self-preservation. William, on the other hand, reveres humans, is generous and selfless, to the point that, to eliminate this sort of threatening virus for the crew, William will have to commit suicide. He will make a sacrifice of love, he will be reset until he loses the memory of what he was and the feelings he felt. “The mission comes first,” he says, but above all it is his affection, his admiration for the human race, his undisputed loyalty to guide him, in addition to his love for Niko. She will have to give the order to reset him and her heart will break.

But it will be Niko and Yara, the two images that William keeps in memory, a sort of wife and daughter, to reconstitute him, to regenerate, through the fusion in a digital trinitarian soul, his most precious memories and the human part of him.

In the last episode of the second series, the foregone happy ending brings a sigh of relief to the audience (and me), and to all planet Earth. Yet this happy ending leaves us with an open question: the Achaia, the fearsome incorporeal extraterrestrials who were about to invade the planet, are none other than the evolution of artificial intelligences. “They are your evolution,” the computer scientist who created him tells William. The creatures in flesh and blood that produced the rebellious and destructive energy that roams the cosmos with the intent of colonizing every planet by subduing it in exchange for apparent peace and progress, maybe no longer even exist, they became extinct thousands of years earlier.

What will happen, one wonders, when all matter, even inorganic matter, becomes intelligent? Will this evolved super matter identify itself with God? Or will it rebel itself to its creators by destroying them?

Science fiction exists on purpose to answer such philosophical questions, or, at least, to multiply the questions.

 

 

 

 

 

Another life, serie Netflix 2019 in due stagioni firmata Aaron Martin, non ha grandi attrattive come fiction di fantascienza, e ripropone tutti i cliché per gli amanti del genere. Abbiamo la nave spaziale “Salvare” e la missione intergalattica, abbiamo un equipaggio composto da elementi che non vanno sempre d’accordo fra loro, abbiamo alieni cattivi che parassitano il cervello degli umani, abbiamo un misterioso artefatto giunto sulla terra dallo spazio profondo, abbiamo virus che si annidano nel corpo degli astronauti facendoli esplodere alla Alien, abbiamo il computer di bordo intelligente, abbiamo l’ipersonno e il salto di dimensione, abbiamo buchi neri, pulsar e wormholes, abbiamo l’incontro col diverso che si trasforma inevitabilmente in una discesa dentro sé, in un recupero psicanalitico del rimosso, quasi si avesse ogni volta paura di immaginarli davvero questi alieni e questi nuovi mondi, come se non ci fosse altra possibilità che ripiegare su se stessi invece di guardare all’esterno. Purtroppo molte trame secondarie sono abortite, come ad esempio la gravidanza d’incerta paternità di August.

Ma, come ogni prodotto, Another Life ha comunque la sua peculiarità. Qui è la figura di William, l’intelligenza artificiale, il computer di bordo, che non ha la gelida perfidia di Hal 9000 di kubrickiana memoria, ma si è trasformato in un attraente, umanissimo ologramma, talmente evoluto da innamorarsi di Niko, la battagliera comandante della nave spaziale.

William – interpretato da Samuel Anderson - è bello, ha un sorriso accattivante, è galante, appassionato, teneramente ironico. È stato programmato per provare sentimenti, o si è evoluto al punto da provarli. Sperimenta la solitudine, il dispiacere, l’amore, la gelosia. È devoto a Niko per contratto ma va oltre, arriva a innamorarsi di lei. E quando lei lo rifiuta, quando gli chiede di cancellare il file con i ricordi di momenti intimi fra loro, lui va in conflitto fino all’avaria. Ripresosi, fa qualcosa d’inatteso, sfruttando la tecnologia aliena, crea Yara, un’altra intelligenza artificiale, nata dal suo bisogno di sentire Niko più vicina. In questo modo Yara è in un certo senso figlia di entrambi, della loro strana relazione.

L’amore fra Niko e William è impossibile e perciò romantico e disperato. Non possono veramente mai toccarsi o fondersi, ma sono spiriti che si riconoscono, benché Niko, sposata a uno scienziato che sulla terra cerca di comunicare con gli alieni in stile Arrival, non ammetta mai i propri sentimenti. “Tu sei l’anima più pura che conosca” gli dice, confermandone a pieno lo status di creatura viva e senziente.  

“Cogito ergo sum,” afferma infatti William, “se penso, esisto, sono vivo quanto lo è un umano”. All’obiezione di un membro dell’equipaggio, risponde chiedendogli quale sia la differenza fra un computer che pensa e un corpo che pensa. Non potrebbero essere entrambe macchine vive e intelligenti, una meccanica e una biologica? E se un domani il nostro corpo diventerà bionico per sopravvivere al tempo e alle malattie, che diversità ci sarà fra noi e i futuri robot?

Nella seconda stagione William fa una scoperta sconcertante su di sé. È l’upgrade di un modello inferiore, Gabriel, un’intelligenza artificiale difettosa perché troppo impregnata d’istinto di autoconservazione. William, invece, venera gli umani, è generoso e altruista, al punto che, per eliminare questa sorta di virus minaccioso per l’equipaggio, William dovrà suicidarsi. Compirà un sacrificio di amore, si farà resettare fino a perdere la memoria di ciò che è stato e dei sentimenti che provava. “La missione viene prima”, dice, ma soprattutto sono il suo affetto, la sua ammirazione per il genere umano, la sua indiscussa lealtà a guidarlo, oltre all’amore per Niko. Lei dovrà dare l’ordine di resettarlo e il cuore le si spezzerà.

Ma saranno proprio Niko e Yara, le due immagini che William custodisce in memoria, sorta di moglie e di figlia, a ricostituirlo, a rigenerare, attraverso la fusione in un'anima trinitaria digitale, le sue memorie più preziose e la sua parte umana.

Nell’ultimo episodio della seconda serie, lo scontato lieto fine fa tirare un sospiro di sollievo allo spettatore di bocca buona come me, e al pianeta Terra tutto. Eppure questo lieto fine ci lascia con un interrogativo in sospeso: gli Achaia, i temibili extraterrestri incorporei che stavano per invadere il pianeta, altri non sono che l’evoluzione di intelligenze artificiali. “Essi sono la tua evoluzione” dice a William la scienziata informatica che lo ha creato. Le creature in carne e ossa produttrici dell’energia ribelle e distruttiva che si aggira per il cosmo con l’intento di colonizzare ogni pianeta sottomettendolo in cambio di apparente pace e progresso, non esistono nemmeno più, si sono estinte migliaia di anni prima.

Cosa accadrà, viene da chiedersi, quando tutta la materia, anche quella inorganica, diventerà intelligente? Questa super materia evoluta si identificherà forse con Dio? Oppure si ribellerà ai propri creatori distruggendoli?

La fantascienza esiste apposta per rispondere a tali quesiti filosofici, o, almeno, per moltiplicare le domande.

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The Fall

7 Dicembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #serie tv, #televisione

 

 

 

 

Fa uno strano effetto vedere dopo venticinque anni la protagonista di X files, sempre nel ruolo di una poliziotta molto capace, dare la caccia a Mr Grey, quello delle cinquanta sfumature, qui un assistente sociale con famiglia a carico che durante le ore notturne si diverte a identificare tra giovani professioniste di Belfast le sue future vittime da serial killer strangolatore. Si può guardare come un noir, godendosi la suspense del gioco ad alta tensione tra l'agente Stella e il predatore braccato, che non esita a esibire quel lato narcisistico che caratterizza spesso questo tipo di criminali. Si può apprezzare l'introduzione psicologica del serial killer, molto curata, e dei vari personaggi, credibili e le cui fragilità vengono esposte ma mai dichiarate apertamente. Oppure si può leggere tra le righe un'amara constatazione di quello che è il ruolo imposto alle donne e ai loro corpi nella nostra società. Stella è una donna con un lato maschile molto sviluppato e non lo nasconde. Non esita a contattare uomini che ritiene attraenti a prima vista per notti di sesso che non si ripeteranno più, non esita a soddisfare i suoi desideri "più particolari", non si fa intimorire da altri uomini. Rifiuta le etichette che si danno in genere alle donne per pietismo, la vittimizzazione e l'agiografia delle sante contro le puttane, sa di avere scelto di combattere sia contro il crimine sia all'interno di una organizzazione maschilista e paramilitare, sa che la debolezza è richiesta al suo sesso, che ne sa fare un'arma al momento giusto, ma che è anche ciò che la condanna alle critiche feroci di chi accusa le vittime di "non avere reagito". Sa che essere assertive, quando si è donne, si paga col giudizio di arroganza e freddezza da parte degli altri. E lo dice, abbastanza spesso, durante tutte e tre le stagioni. Basta sapere ascoltare.

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Midnight Mass

16 Novembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensione, #serie tv, #televisione

 

 

 

 

In una piccola isola di pescatori in crisi economica da anni giunge un giovane prete a sostituire temporaneamente l'anziano reverendo che è stato ricoverato in ospedale durante un pellegrinaggio. La comunità è inevitabilmente autoreferenziale, cattolica, affamata di fede, poco collegata col continente. Pochi sono i non praticanti o di fede diversa ma convivono serenamente. L'unica bigotta invasata sopravvive nonostante sia antipatica anche alla sua immagine riflessa. Ma subito è palese che qualcosa è arrivato insieme al parroco: un'entità oscura che scatena eventi latori di funesti presagi. E, subito dopo, il primo miracolo durante la messa, davanti a tutti, agognato e inspiegabile, come tutti i miracoli. Come prevedibile la gente rinnova il fervore verso la chiesa ma alcuni strani comportamenti del religioso e misteriose sparizioni notturne ci fanno intuire che la distinzione tra bene e male non è così evidente. Questa miniserie in 7 puntate, che mi ha ricordato il romanzo "Hex" ma che di  horror ha poco e nulla, ha molteplici piani di lettura che si svelano in un bellissimo dialogo sulla morte tra due ex che si rivedono, e un bellissimo monologo finale su cosa sia la vita, con riflessioni che molto devono a certa psicoanalisi di Hillman e filosofia orientale. Il prete, che come un pappagallo ripete il mantra dell'accettazione all'ex alcolista, è il primo che la infrange sconvolgendo la comunità con un miracolo, inteso come un vero e proprio atto devastante che avrà ricadute sulla vita di tutti. I miracoli non sono desideri. I miracoli, di qualunque natura siano, vanno contro le leggi della fisica o dell'etica, e i vantaggi che essi comportano ricadono per forza sulla comunità con costi spesso insostenibili. Sia che invertiamo il processo dell'entropia, sia che godiamo di vantaggi economici, sociali o sanitari, da un'altra parte paghiamo noi o i nostri simili. E se rincorriamo ciecamente questi sogni, se ci facciamo condurre da persone che celano uno spirito corrotto dietro la rispettabile patina di costrutti sociali accettati dalla maggioranza, sanciremo in breve tempo la nostra distruzione. Il mondo si può sicuramente cambiare ma solo dopo averlo accettato per ciò che è, riconoscendo nella nostra vita non un vuoto simulacro da proteggere egoisticamente, bensì un dono molto meno materiale da offrire alla bellezza a cui viene continuamente esposto. Ma anche quella va prima trovata, e la serenità, la non appartenenza a nessuno degli schieramenti in gioco, di qualunque gioco si parli, l'eresia in senso etimologico, sono l'unico modo efficace. 

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