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poli patrizia

Gustavo Vitali, "Il Signore di Notte"

24 Gennaio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gustavo vitali

 

 

 

 

Il Signore di Notte

Gustavo Vitali

 

Libro autoprodotto

pp 513

19,00

 

 

È difficile recensire questo libro. Il signore di notte di Gustavo Vitali è senza dubbio un testo di grande valore.

Ma.

Un giallo storico, ben scritto, ben sviluppato, con tutte le cose al posto giusto, a partire da un’ottima scrittura – appena qualche ripetizione o allitterazione di troppo -, per continuare con azione e colpi di scena. Soprattutto un’ambientazione vivissima e piena di atmosfera, dove ogni oggetto, ogni luogo, ogni usanza, sono visti, odorati, assaporati, ricreati attraverso una documentazione ineccepibile. C’è persino una buona interpretazione psicologica dei personaggi. Francesco Barbarigo – il magistrato investigatore seicentesco che indaga insieme al più serio e concreto capitano Stella– è ben tratteggiato nei suoi pregi e difetti molto umani, al punto da non risultare poi nemmeno troppo simpatico.  

Niente da eccepire, quindi, un notevolissimo lavoro di scrittura e di storia ben amalgamati.

Ma… ma non posso negare che la continua sospensione delle vicende in favore della ricostruzione storica, applicata in modo maniacale a qualsiasi elemento - dall’architettura, alle ambientazioni, agli usi e ai costumi - alla fine inevitabilmente interrompe il flusso della trama e – considerate anche le cinquecento e più pagine – diventa pesante. Trasforma il romanzo in un libro per addetti ai lavori, per appassionati. Lo rende, insomma, meno fruibile dal lettore comune.

Francesco Barbarigo – personaggio effettivamente esistito – Signore della Notte al Criminal, deve indagare sulla morte di Nicolo Duodo, un nobile in miseria, costretto ad accattare incarichi burocratici per tirare avanti. All’inizio Barbarigo coglie il suggerimento del proprio amatissimo fratello Gabriele, e indaga su un “bravo”, certo Rimondo, che col morto avrebbe avuto dei dissapori importanti. Ma la verità sta da un’altra parte.

Durante l’inchiesta il Signore della Notte s’ imbatte in varie figure e, nel contempo, porta avanti anche la sua vita privata, fatta di affetto per il fratello più godereccio, fatta della scoperta di essere stato oggetto inconsapevole di un amore omosessuale e, soprattutto, del contrastato e inquietante rapporto con la bella Gigliola.

Nonostante tutto, ripeto, non si può negare il merito dell’opera, la sua fantastica capacità di farci rivivere la Venezia del cinquecento e seicento. Sentiamo lo sciabordare dell’acqua nei canali, i lamenti dei prigionieri sul Ponte dei Sospiri, vediamo i colori sgargianti delle vesti maliziose delle nobildonne e le tavole imbandite, assistiamo ai duelli nei vicoli bui e nelle calli. Uno splendido e inimitabile affresco d’epoca, un’opera che denota non solo interesse storico ma vero e proprio amore per la splendida, concreta ma evanescente, Serenissima.

 

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Federica Cabras, "Animas"

16 Gennaio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #federica cabras

 

 

 

 

Animas

Federica Cabras

 

Officina Milena, 2020

pp 198

15,00

 

Federica Cabras ha due anime. Una è moderna, arguta, divertente, e scrive romanzi d’amore e d’allegria, infarciti di dialoghi spassosi e battute. L’altra è l’opposto: morbosa, tellurica, ancestrale, affascinata dalla sua terra e dalla morte. È quest’ultima la Cabras migliore, la Cabras deleddiana, che ritroviamo in Animas, il romanzo della piena maturità artistica.

Animas è ambientato in Sardegna, come tutti gli altri testi dell’autrice, ma questa è la Sardegna più cupa e vera, quella delle faide, della pastorizia, del sangue e del trapasso. Animas è un romanzo gotico a tutti gli effetti – oggi lo si chiamerebbe thriller o horror -, basato su maledizioni, leggende della notte dei morti, incubi e defunti che non muoiono per davvero. Banale dire che la protagonista del racconto è la terra dei nuraghi, ma è proprio così, la Sardegna più buia e atavica balza agli occhi con tutte le sue tradizioni, i sui colori, gli odori e, soprattutto, la lingua.

Il personaggio principale è Graziella Ruinas, una di quelle fiere donne sarde che camminano a testa alta e a petto in fuori, che rispettano i loro uomini ma non si sentono da meno di loro. Ognuno al suo posto, uomo e donna, con orgoglio e amore. Siamo negli anni cinquanta e una maledizione grava sui maschi della famiglia Ruinas. Chi di loro muore nella notte fra il trentuno ottobre e il primo novembre – la notte dei morti – resta sulla terra per sette anni, non in forma benevola o protettiva, bensì maligna, tesa a tormentare i vivi e far loro perdere la ragione e persino la vita. È ciò che accade a Giovanni, il padre di Graziella. Sfortunatamente cade dalle scale e muore proprio nella notte meno indicata. E su queste cose, più antiche della terra stessa, si sa, persino Dio può poco.

Strani accadimenti cominciano pian piano a verificarsi, che porteranno Lucia, la madre di Graziella, sul baratro della pazzia. Ma Graziella non ci sta, indaga, vuol capire da cosa deriva ciò che la sta travolgendo, e vedere di rimediare in qualche modo. Da sola, nonostante l’aiuto del cugino Umberto, anche lui un Ruinas, anche lui in pericolo. Fra i due giovani nascerà una tenera e ruvida storia d’amore, di quelle che si vivevano allora, fra campi assolati e monti nevosi, fra bestie da pascolare e fuoco da attizzare, senza inutili smancerie ma fondate su un amore profondo ed eterno.    

Sardegna, dicevamo, terra di pastorizia e allevamento, terra dove gli animali sono rispettati per il cibo e il lavoro che forniscono ma non certo amati, non da tutti, non come nelle altre regioni, non negli anni cinquanta soprattutto. Graziella, però, è diversa. Lei ama gli animali. Si affeziona teneramente ai cuccioli di cane, prova compassione quando vengono uccise le pecore, i buoi e i maiali che serviranno alla famiglia per nutrirsi. Questa pietà - umana, nuova, moderna -, agli occhi del paese è sbagliata, è ciò che fa marcire la carne macellata. Ma – vedremo alla fine – sarà proprio un atto di compassione (come ne Il signore degli anelli), sarà l’amore per gli animali e il senso del perdono, a rimettere a posto le cose, a trasformare la morte nella speranza di una nuova vita libera.  A collegare la Sardegna di un tempo a quella di oggi.

L’unico difetto del testo è il far progredire la trama un po’ troppo a colpi di sogni, ma questo aumenta l’impressione onirica e misteriosa. Nell’insieme, un romanzo bello e compiuto, molto ben scritto, pieno di atmosfera, di sentimenti potenti, mai tenui o sottintesi, sempre accecanti come gli elementi naturali di questa aspra terra.

 

 

 

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Viva il caffellatte

15 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender, #il mondo intorno a noi

Viva il caffellatte

 

Da certi servizi, da certe interviste, sembra che l’ideale dell’italiano medio sia la brioche al bar o il pranzo al ristorante.

Ultimamente – intendo negli ultimi due decenni in crescendo – c’è stata una corsa alla “vita da aperitivo”. E, forse, - con buona pace dei ristoratori e di chi con quelle attività vive – uno stop ci voleva. Un ripensamento di questo stile di vita di corsa e superficiale. La vita da aperitivo andava fermata. Di forza, per legge.

A diciotto anni è normale ritrovarsi in baracchina per fare i soliti discorsi e le solite battute. È un bisogno di appartenenza al branco, serve a staccarsi dai genitori e a crearsi un’identità individuale e sociale. Ma non a sessanta anni. Non con questa follia generazionale collettiva.

Eterni adolescenti con lo spritz in mano. Riti quotidiani di socialità forzata, in una dipendenza da drogati che è stata sfruttata per “far girare l’economia”. Un’economia che non si basa più sulla produzione di buoni manufatti ma sul consumo di cibo, di alcol, di droga. La cultura dello sballo. La movida.

Se questa pandemia si fosse presentata nei miei mitici anni sessanta, non ci sarebbero state tante rinunce da fare.  Al ristorante si andava solo per festeggiare qualche occasione speciale. Le vacanze si facevano una volta d’estate e in Italia. Il bar era un posto da uomini che giocavano a biliardo o a carte. In palestra andavano solo gli atleti. I bambini frequentavano la scuola mezza giornata e mangiavano a casa. Il pomeriggio facevano i compiti e giocavano con i figli dei vicini.

Il lockdown c’era già e non lo sapevamo. Anzi, eravamo felici.

La nostra vita moderna è in deriva. E allora ben venga questo Natale senza sorrisi obbligati, senza pizze di palestra, senza la festa aziendale alla Filini e Fantozzi. Senza la zia che ci sta sulle palle. Senza una vuota corsa che ci sfianca ma non nutre la nostra anima. Senza bambino a karate e bambina a danza. Senza il corso di zumba per vecchi.

Liberiamoci di questa adolescenza perenne, dei bambini che nascono già grandi e vanno a mangiare la pizza con gli amici a sei anni, delle nonne con le calze a rete.

Viva il caffellatte in casa. Viva la pasta al pomodoro cucinata senza aver prima preso l’aperitivo. È buona lo stesso, sapete? Riempie comunque la pancia e non costa nulla, fa persino bene al portafoglio.

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Basstastareinsieme

14 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender, #cinema

Basstastareinsieme

 

Ogni anno, il momento migliore, quando sento il Natale più gioiosamente, è mentre faccio l’albero e addobbo la casa, poi, man mano che ci avviciniamo alla data fatidica, è quasi come se non vedessi l’ora che tutto finisse.

Ma quest’anno di lockdown - o semi lockdown, o autoimposto lockdown (anche interiore) - cerco di godermi di più ogni giorno.

Per me Natale non è il classico “siamo tuttipiùbuoni” oppure “bastastareinsieme”, è qualcosa di forse egoistico e infantile. Più invecchio, più vivo il Natale come se fossi una bambina. La mia stanza calda e ordinata, il cane che si riposa dopo una bella sgroppata e un bagno in un fiume gelato, i gatti che ronfano acciambellati sulla mia pancia o sui divani, l’albero e il presepe che luccicano, la televisione accesa e un plaid sulle gambe, una fetta di pandoro a fine pasto, qualche nocciolina, uno stupidissimo film di Natale americano.

Ognuno vive le cose come vuole, come le sente. Per me che sono asociale, il Natale non è la tombola di famiglia. A proposito. Ieri sera ho visto un film con Sergio Castellitto, Una famiglia perfetta, di Paolo Genovese, del 2012, (remake dello spagnolo Familia) dove il protagonista, un uomo solo, per la notte di Natale scrittura una compagnia di attori che impersonino i familiari che non ha.

Forse è così, a Natale impersoniamo tutti un ruolo, recitiamo un copione, quello della famiglia che per un giorno, uno solo, si finge felice e perfetta

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A Christmas Diary

12 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #unasettimanamagica, #adventscalender

A Christmas Diary

 

Per gli amici che ci seguono dall'estero, e che ringraziamo e salutiamo, un raccontino in inglese, basato sui miei natali di qualche anno fa.

 

December 19. Brrr, cold. I get dressed.

Warm and comfortable underpants. (Read: that is capable of curbing any sexual initiative)

Triple padded bra, able to emerge from countless layers of clothing.

Long-sleeved doggie-style wool sweater.

Turtleneck sweater worked in giant ribs with knitting needles from size 12.

Thickest tights.

Peruvian hat lined with ecological rabbit.

 

I look at my hands.

Nail curvature is from acute lung failure and there are unmistakable vertical streaks from excess bleach. I think of the Night of Perversion nail polish that I bought for the evening of the 31st. Will the golden specks creep into the furrows? The skin looks like the Gobi desert in a particularly dry season. I don't have time to put the cream on, I opt for gloves.

 

I look at myself in the mirror.

I see a flaccid being, with a mortuary pallor, bundled up in a shapeless sweater. Will I be able to transform myself into a fascinating creature in time for the party?

I go out to buy the gift for my mother-in-law. (Better get rid of bad thoughts quickly.)

In the window I see a perfume that costs € 40. I think about when she pointed out to me that her son deserved more. I'm looking for something less.

I examine a € 30 scarf. Um ... I remember the time she  announced that her son's ex-wife cooked better than me.

I propose a panettone plate for € 20, with Santa Claus fluttering in the starry sky, surrounded by snow crystals.

I phone him for confirmation. He objects that the purchase seems out of place, since this year we don't celebrate Christmas at his mother's. (I clearly catch the note of disappointment in his voice.) What's the use, he says, of a panettone dish for my mother now? Giving it to her would be tantamount to reminding her of her loss of centrality and power within the family and throwing her into a state of depression from which she would emerge only in April with the organization of her son's birthday.

And it seemed just a dessert dish to me.

At this point I remember that cologne, given to me by Aunt Severina three years ago, and thrown into the bottom of the sock drawer. I decide to recycle it to the mother-in-law and with the € 20 I buy three sheep for the crib and a sheet of rock paper.

December 20. I fill out the guest list.

 

Therefore. I

He

His daughter (Although in June she told me that the new bikini marked my hips. Grrr)

His mother

My mother

My brother

Aunt 'Melia

Uncle 'Milcare

My friend Alice. (The husband ran away in the Philippines with the maid.)

 

While I'm putting a question mark next to my stepdaughter's name, in the secret hope that she won't come, my mother-in-law calls. She says she would have thought of inviting us this year. I reply that he has been doing it for ten years. She says that she has already prepared the dough for the croutons. I reply that I already have the capon in the freezer. (It looks like the last scene of a weatern film.)

As soon as I hang up, Aunt 'Melia calls. She says she would like it if we all went to her countryside cottage  this year. Read: farmhouse sunk into thin air, wood stove broken csince 1950 and never repaired, fireplace without draft, internal temperature - 15. I'll answer, thank you, um, maybe next year.

Lastly, my brother shows up. He is sickened by all this consumerism, he says, and Christmas is just a sinister commercial operation. He is thinking of a spiritual retreat in a hermitage, with the friars cooking organic food and singing the midnight mass. For New Year's Eve, however, he is planning a trek in the Himalayas. He would really need a tent, he adds.

December 21. Aunt 'Melia calls back. She announces that her cataracts have suddenly fallen out and that Uncle 'Milcare has high blood pressure. Recommends a low-sodium menu. I think of the huge Prague ham I just bought, when my husband's ex calls. She insists that, really, this year she just can't do without her little girl. (Who is 22 years old.) I enthusiastically agree but my husband a little less.

The doorbell rings. With an acid smile, my neighbor gives me an invisible thorny plant with an asphyxiated appearance, dotted with fake ruscus’ berry and smothered by a layer of golden spray. I thank. I detach the mistletoe from the previous year from the door, refresh it under the tap, and slam it in her hands with best wishes.

December 22. My friend Alice calls. She keeps me on the phone for two hours to tell me that her husband doubts, hesitates and maybe he will come back repented to celebrate Christmas with her. I sympathize and meanwhile I think of the box of rose-shaped handkerchiefs that I bought her. I decide to replace it with a leopard-print lace thong.

Together with the thong for Alice, I choose a fire red outfit for my stepdaughter. I am tempted to ask for three more sizes, to give her the impression that I too see her  as fat. In a specialized shop, I buy a canadese (in the sense of tent) for my brother. They explain to me that this is the original used by Messner during the ascent of K2.

I mount it in the living room to see if anything is missing and find a box of condoms inside. As I check the tie rods, it occurs to me that I have not yet bought anything for Aunt 'Melia, then I remember that she can't see and I leave it alone.

Very pleased, I buy for my man a tie studded with raccoons disguised as Santa Claus, each with a comic that comes out of his mouth and screams MERRY CHRISTMAS !! Really very, very, very original.

December 23. I take down the tent to make room for the Christmas tree. I can't get it back into the special case, so I make a ball and wrap it as it is, with pickets and everything. The result is the bulkiest gift I've ever seen. When I have finished wrapping, I discover I have forgotten to remove the condoms.

I place the Christmas tree. Two and a half meters of pure polyethylene. I try to hang up three branches that broke off the previous year. They don't stick anymore and then I hide the void against the wall. I spray branch by branch with a mountain pine aroma spray. Now the tree tastes of anchovy paste and the cat appears very interested.

I weave 15 sets of flashing lights, hoping that maybe one turns on. Nothing lights up and I spend the rest of the afternoon looking for electrocuted lights. I attach all the balls (I put the broken ones behind, hanging the Burano glass bird on the highest branch, away from the cat. Standing on the ladder, I try to insert the tip. It is 55 centimeters long and has the shape of a disturbing angel with outstretched wings. It doesn't stand straight. I borrow a knitting needle from the neighbor. she hands it to me with the air of wanting to pass me through. I anchor the tip with iron and half a meter of silver wire.

December 24th. Supermarket.

I buy.

2 salami, one coarse-grained one fine-grained.

6 hg of bacon.

10 sausages

½ kg of soppressata

(Prague ham is already there)

 

I think I'll finally get rid of the hypercholesterolemic mother-in-law, then I regret it and, at the last minute, I also buy a seafood salad tray for her.

 

And also.

Caviar substitute for salmon allergic brother.

Smoked salmon for uncle 'Milcare allergic to caviar.

Frankfurters for my mother who is allergic to both.

Tortellini for broth. Nobody eats them but they are tradition.

(The capon has already been in the freezer since last year Christmas.)

Lentils. (My mom says they bring money.)

 

25th December.

 

12 noon. At the end they all came. My brother has overcome the mystical crisis already at the aperitif. My husband's ex left for the Caribbean on a charter and phoned us at midnight on the 24th, asking us from the airport if we could keep the baby.

The little girl in question is in my room, in front of my mirror, with her ear glued to my cell phone for an hour, striding out in my outfit, which unfortunately makes her look like Megan Gale's beautiful sister. She gave me a pair of red culottes that read, "Come on, old lady."

With a purple nose and shining eyes, my friend Alice drowns her sorrows in a glass of martini. Her husband decided at the last minute to see the dawn of the new year in Manila.

 

1.30 pm. I bring the capon to the table. The tip chooses this moment to plunge and pierce it exactly in the center. The cat climbs the tree and slaughters the glass bird of Burano.

 

3.30 pm. Aunt Melia has already broken, in sequence, 3 Bohemian goblets, 1 salad bowl and 2 rock crystal jugs. Now she is conscientiously sucking the nougat, while she screams in the ear of uncle 'Milcare, who is singing at the top of his voice silent night.

At the head of the table, my husband proposes a toast with a dazed air. He has five identical ties around his neck, accompanied by raccoons screaming MERRY CHRISTMAS !!

In the air there is a strange smell of anchovy paste, dates with mascarpone and burned-out lights. The cat has stolen the bones of the capon and munches them under the table. Amelia sobs with her nose buried in the sparkling wine. My mother and my mother-in-law, at the bottom of the table, squabble over possession of the only nutcracker.

I do not know.

It will be the emotion. It may be the Christmas spirit, but I feel like I'm going to cry.

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Ogni giorno è Natale

9 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender

Ogni giorno è Natale

 

Un alto prelato in televisione ha detto che quest’anno il Natale… sarà più Natale che mai. Ed è vero. Niente ci fa assaporare le cose non il gusto del proibito.

Quest’anno non incontreremo i parenti dei parenti e gli amici degli amici. Ma sentiremo di più la vicinanza di quei pochi che saranno con noi. Quest’anno non spenderemo in regalini inutili. Proprio per questo ci godremo l’oggettino donato con passione e impacchettato con amore. Quest’anno non mangeremo ostriche e champagne e tuttavia il panettone comprato a costo di sacrifici economici ci sembrerà più buono. Quest'anno non ci saranno lunghissime tavolate, gente ammassata in una sola casa mentre tutte le altre sono vuote e desolate, per la felicità dei ladri, perché in ogni casa, in ogni  più piccolo appartamento, ci sarà un minuscolo, domestico Natale.   

E quest’anno anche le decorazioni seguono la tradizione. Niente di raffinato o pomposo, solo tanto verde e legno e rosso che riscalda il cuore, con le pine raccolte ad Agosto in montagna, in uno spirito un po’ retrò, in un revival di lontani Natali caserecci anni sessanta.  Così non solo il 25 ma ogni giorno sarà Natale.

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A cosa brindare?

7 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender

Foto di Walter Fest

Foto di Walter Fest

 

Ho sempre odiato la festa dell’ultimo dell’anno. Giorno di bilanci ma, soprattutto, unico giorno in cui – io che sono supremamente e irriducibilmente asociale - mi sento sola da morire.

Forse perché ho una visione mitica della festa di Capodanno. Ricordo la prima alla quale partecipai, che fu anche la prima concessione da parte dei miei di uscire col favore delle tenebre. “A mezzanotte a casa”, tuonò mio padre, nemmeno fossi Cenerentola, ma mia madre si oppose: “Come fa a festeggiare l’anno nuovo se deve essere a casa a mezzanotte?”

Mio padre si arrese e io rientrai tardi, con la testa che mi girava e le orecchie che fischiavano per le tante emozioni. Avevo passato la serata a far tappezzeria in un angolo, muovendo i piedi dalla voglia di ballare ma troppo timida per farmi avanti. Avevo quindici anni, indossavo una gonna di velluto nero, le calze di nylon, un maglioncino di lurex che mia madre si era comprata molti anni prima ma non aveva mai usato. Rimasi ad annoiarmi finché un ragazzo, di cui non ricordo il volto ma solo il nome, m’invitò a ballare. La sua camicia immacolata profumava di Brut, aveva un paio di anni più di me. Mi chiese subito di metterci insieme. Io risposi con la fatidica frase: “Restiamo amici”. Due giorni dopo mi venne a prendere a scuola ma io, spaventata da quella cosa più grande di me, rimasi chiusa in classe per non farmi vedere. E poi seppi che si era messo con un’altra ragazza. Breve storia triste di un amore mai cominciato.

Ma il fatto di ricevere la mia prima richiesta amorosa da un ragazzo proprio la sera dell’ultimo dell’anno, ha reso questa festività così mitica nei miei ricordi che, dopo, nessun’altra volta è stata mai più a quell’altezza.

Non è che non mi piaccia l’ultimo dell’anno, è che mi piacerebbe troppo, che, a quasi sessanta anni, ancora m’immagino vestita come Cenerentola al primo ballo, o come Bella che volteggia con Bestia in un magnifico salone. Ma la realtà è fatta di patatine mosce e noccioline rancide, di cappellini, trenini e Brigittebardotbardot…  Oppure di serate solitarie con mio marito, lui che sta al computer in un’altra stanza e io che già crollo addormentata sul discorso del presidente della repubblica.

E quest’anno più che mai, proprio non riesco ad immaginarmi a brindare. Brindare a cosa? Alla fine di un 2020 orribile, bisesto e funesto, durante il quale, a parte l’atterraggio degli extraterrestri – ancora sempre possibile – è successo di tutto? Un anno dove, a livello planetario, globale, le nostre certezze sono crollate, abbiamo rischiato la vita ogni giorno, abbiamo subito lutti, malattie, sofferenze, libertà negata per il nostro bene? Un anno d’incolpevoli arresti domiciliari? Un anno senza viaggi, cultura, abbracci? O, forse, dovrei brindare a un 2021 che già si preannuncia altrettanto difficile e pesante?

E allora non so che farò quel 31 dicembre che si avvicina. Forse, alzerò il calice e guarderò il cielo della notte, aspettando un segno, una cometa, una stella cadente, pensando che esserci e poter guardare ancora quel firmamento nero, sia già tutto ciò in cui possa sperare.

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Natalizzazione progressiva

5 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender

Natalizzazione progressiva

 

A proposito di calendario dell’Avvento, il mio personale consiste in una progressiva, lenta, dolce natalizzazione dal primo all’otto dicembre. Nella prima settimana del mese mi piace tirar fuori le cose a una a una, non tutte insieme: un asciughino con Babbo Natale, una presina, un vasetto, un asciugamano rosso. Adagio, come ad assaporare e ritrovare gli oggetti uno dopo l'altro. Di diverso, quest’anno, c’è che non esisterà la “roba da tenere di riguardo”, cioè quella da usare solo il 25 con i parenti in visita in pompa magna. Ogni giorno sarà Natale, ogni oggetto sarà vissuto e goduto e gioito in intimità, nella vita comune, quella di tutti i giorni, che è anche la più bella, se ci pensi

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A Natale (non) puoi.

4 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender

A Natale (non) puoi.

 

Mi è sempre piaciuto analizzare le pubblicità, che sono lo specchio fedele della società e del momento attuale. Fra poco è Natale, questo Natale fuori dall’ordinario, il primo così strano almeno dalla fine della seconda guerra mondiale, e mi chiedo come lo stiano affrontando i pubblicitari. Come noi, esattamente come noi: in attesa, in sospeso. Ho visto una pubblicità che chiede ai telespettatori di parlare di come vivranno le prossime festività. Perché mai come adesso il Natale sarà un fatto privato, diverso da quello degli altri.

Il Natale si basa sulla tradizione, sul conformismo, sul consumismo. Ma quest’’anno ognuno dovrà interpretarlo a modo suo. Chi dovrà fare i conti con la malattia, chi con l’isolamento forzato, chi con la mancanza di soldi. Qualcuno, speriamo pochi, se ne fregherà e festeggerà come sempre, con una sarabanda debosciata e decadente, con uno spirito barocco da teschio che traspare sotto il sorriso.

Qualcuno resterà da solo, qualcuno dovrà riorganizzarsi attorno a un nucleo primigenio di sentimenti e tradizioni. Spero di far parte dell’ultima categoria, spero di riuscire a ritagliarmi un nocciolo di ricordi, di folclore, di gesti familiari e tramandati. oppure inventarne di nuovi, chissà.

 

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Natale in lockdown

3 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender, #postaunpresepe

Foto di Walter Fest

Foto di Walter Fest

I giorni in lockdown da pandemia scorrono, sembrano vuoti ma si arriva velocemente a sera con quella sensazione d’invecchiare senza aver vissuto e con le articolazioni doloranti per l’inattività forzata. Ormai ci siamo abituati. L’inverno scorso ci siamo fatti quattro mesi così. Ora siamo più forti, più preparati. Le notizie quotidiane sui morti, però, ci assalgono come secchiate di acqua gelata, ma convivere col virus è diventato anche questo, la triste abitudine alla morte, anche a quella di chi si conosce. Ha un senso pensare al Natale in queste condizioni?

Certamente lo ha per chi è religioso. La nascita di Gesù, più che dare speranza, ci mette di fronte al ciclo inesorabile di vita e morte. Ma lo ha anche per chi non crede. In primis i bambini e non solo loro. Abbiamo tanto bisogno di leggerezza, di speranza, di sentire che la vita continua sempre e comunque. Un anno di pandemia ci ha segnato tutti, fisicamente, economicamente ma anche psicologicamente.

Io non credo in Dio, non più dall’età della ragione. Non credo in Dio come non credo in Babbo Natale. Eppure mi piace il rumore delle campane, l’odore dell’incenso, il muschio e le pecorelle del presepe. E mi piace che Babbo Natale arrivi su una slitta nella notte più magica.

Quando ero piccola l’albero si faceva sempre con le stesse decorazioni da un anno all’altro. Erano palle di vetro soffiato, delicate e preziose, se una si rompeva, ti disperavi. Ma da qualche tempo mi piace cambiare i colori degli addobbi e intonarli alle decorazioni della stanza, alla tovaglia di Natale, persino ai miei vestiti. È una stupidaggine consumistica, forse, ma anche creativa.

Il leitmotiv quest’anno sarà rosso, verde e color legno rustico. Un po’ difficile da trovare, quest’ultima tonalità. Perciò ho ordinato on line. Sì, a causa della pandemia non ho potuto fare il consueto giro per negozi che mi rilassava e divertiva, né, probabilmente, spulcerò i mercatini per gli acquisti frivoli dell’ultimo minuto. Che piaccia o no, quest’anno Babbo Natale arriverà travestito da corriere di Amazon.

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