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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Tanti sassolini nella scarpa

7 Aprile 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi

Poiché è meglio un’autentica cattiveria che una falsa bontà, mi pare giunto il momento che qualcuno dica la verità. La verità scomoda, sgradevole, che pure Gesù c’è morto per dirla.

Oggi è esattamente il mio quarantesimo giorno di clausura. La mia quarantena autoimposta.

Da mercoledì 4 marzo, da prima di qualsiasi ingiunzione governativa, non metto il naso fuori del cancello del condominio, nemmeno un minuto, nemmeno per fare la spesa o “pisciare” il cane. A queste cose pensa mio marito.

All’inizio fu il focolaio in Cina. Io non mi preoccupai. Ho cinquantotto anni e di epidemie ne ho viste tante. Ho fatto l’Aids, Ebola, la Sars, la suina e l’aviaria. Persino la mucca pazza. Passerà, mi sono detta, la fermeranno come tutte le altre. Non è stato così. Ho cominciato a subodorare che qualcosa questa volta non andava, forse per intelligenza, forse per intuizione.

Il 22 di febbraio mando un messaggio a Tizia: “Pensi sia il caso di vederci stasera a cena?”

Risposta: “Non ci si può mica chiudere in casa.” Ok, la cena è prenotata, vado. Il ristorante è affollatissimo, c’è uno che tossisce e starnuta. Io sto con l’ansia.

Il 29 febbraio arriva una foto di un piatto di pappardelle al ragù di un ristorante di montagna. Tizia scrive: “Voi quarantena, noi queste”.    

 Il 4 marzo devo accompagnare mia madre a fare una tac in clinica. Vado, faccio la tac e torno a casa di corsa. Non ne uscirò più.

Il 6 marzo posto su fb uno dei primi disperati appelli di una rianimatrice che ci esorta a stare a casa perché la terapia intensiva sta già collassando. Caia mi dice, testuali parole, “è una psicopatica.” Quella sera mio marito va a cena dalla figlia e dalle nipotine. Io resto a casa. Ho mal di testa da tre giorni, non voglio eventualmente contagiare nessuno

Il 7 marzo ancora Caia: “Noi oggi bellissima passeggiata sul fiume e tortelli di XXX”.

Il 9 marzo il governo chiude La Lombardia e il giorno successivo, mi pare, chiude anche tutta l’Italia.

Io in casa, triste, mogia, soprattutto spaventata a morte dal virus. Mi telefona Sempronia: “Non c’è da preoccuparsi, è tutta una montatura dei giornalisti”..

Da allora sono passati tanti giorni e i decreti si sono succeduti ai decreti.

Io sempre ligia e sempre a casa, a cercare di dare un senso alle giornate, ad ascoltare le informazioni sempre più controverse e, alle 18, come tutti, il bollettino dei morti. E la fila dei carri al crematorio. E la gente che racconta il girone dantesco dell’intubazione, della pronazione. Ad ascoltare ogni più piccolo segnale del mio corpo per capire se sta per addentarmi il mostro. A fare da cameriera agli altri della famiglia. Perché, se manco io, qui si va a rotoli. A scrivere un intero romanzo, almeno per credere che tutto questo mi sia servito a qualcosa.

E altri giorni passano. E i provvedimenti si susseguono, sempre meno seri, sempre più isterici e ridicoli. E piovono da tutte le parti. Da Conte che, poveraccio, è sfinito, sta facendo quello che può per arginare una situazione che gli è sfuggita di mano e che non ha avuto il coraggio di bloccare quando era il momento. Perché, per carità, meglio che muoiano le persone piuttosto che qualcuno venga considerato, non sia mai, razzista. E piovono dai presidenti delle regioni, ché almeno ci si ricordi anche di loro, visto che prima manco ne conoscevamo il nome. E piovono dai sindaci, che diventano sceriffi e si atteggiano a salvatori della patria.  Assurdi, nevrotici. Non puoi portare il cane oltre cento metri da casa. E se io ho un muro davanti a casa mia? Non puoi sedere in auto a fianco di quello stesso marito con cui dividi il letto, la tazza del water e la tavola. Non puoi far prendere una boccata d’aria al bambino.

Ecco, io comincio ad agitarmi, a stare male, a pensare che stiamo esagerando, perdendo il cervello e il buon senso. Penso che il giusto sta sempre nel mezzo, che, se uno fosse equilibrato, non ci sarebbe bisogno di polizia e deliranti autocertificazioni che cambiano ogni giorno.

Ma il governo deve spostare la colpa da se stesso, dalla propria iniziale dabbenaggine, al comune cittadino. Così si fa la caccia alla mamma col passeggino, al signore che porta giù il cane, a quello che vuole respirare un po’ d’aria. Diventano loro gli untori, il pericolo pubblico. Gli assassini. E cominciano a circolare foto truccate di falsi assembramenti, prese ad arte in vicoli stretti e con l’obbiettivo schiacciato. Per dimostrarci quanto siamo stupidi, infantili e cattivi.

Ma c’è anche chi sta in un condominio che dà su una chiostra puzzolente piena di topi, c’è chi non ha uno straccio di balcone nemmeno per cantare l’inno di Mameli. C’è chi ha bisogno di un poco di respiro.

E il mio disagio cresce. E penso che non mi va di uscire due minuti, entro il raggio di cento metri, con una mascherina che mi toglie il respiro e mi appanna gli occhiali, col rischio che un poliziotto – categoria che non ho mai amato – mi chieda i documenti come fossi una delinquente.

E i giorni di prigionia aumentano e mi sento soffocare e comincio a capire che Cacciari e Crepet hanno ragione: la casa è un inferno. La convivenza forzata è un incubo, le stanze sono celle, le famiglie sono covi di serpi che non possono districarsi dal groviglio e scappare.

E comincio a desiderare la mia vita di prima, a sentire una straziante nostalgia per la mia libertà, la libertà di scegliere di rimanere a casa a scrivere il mio libro. Ma anche di uscire all’aria aperta, al sole, ad annusare l’odore del mare. Con la bocca e il naso liberi. Senza disinfettante.

Io pratico il distanziamento sociale da quando sono nata. La vita mondana non mi manca. Non mi mancano le cene forzate con le persone che non ho voglia di vedere. Non mi manca giocare a carte. Non mi manca nemmeno la retorica degli abbracci. Mai andata in giro ad abbracciare la gente e, quando mi baciavano sulle guance, di nascosto mi sono sempre pulita anche in tempi non sospetti.

Mi manca piuttosto prendere il mio cane, varcare il cancelletto del condominio e uscire sola, libera. LIBERA. Senza autocertificazioni, senza documenti in tasca. Libera di stare fuori quanto voglio, ben distanziata da gente che, comunque, in ogni caso non mi andrebbe di incontrare.

E quando il mio cane mi guarda incredulo, invitandomi a superare quel cancello che ormai è diventato una barriera psicologica, mi si strazia il cuore. Sì, si strazia per quello e non per i 16000 morti.  

Io non credo alla solidarietà, a quelli che, nel momento del bisogno, tirano fuori l’Italia migliore. Io credo alla verità e la verità è fatta di meschinità, di egoismi, di cattiveria. E ognuno pensa a se stesso. Io penso a me stessa. Alla mia vita che non c’è più. Al mare, all’aria aperta, a un aereo da prendere per andare all’altro capo del mondo.

Ed ecco che Tizia, Caia e Sempronia insorgono. Si fanno improvvisamente paladine dello stare in casa, della repressione di ogni libertà, della quarantena infinita e felice. Diventano accanite. Fanno la caccia al vicino che esce troppo, controllano quanti bambini sono fuori. Sì, proprio loro, quelle che andavano a cena al ristorante e che sono rimaste a casa solo perché ce le hanno costrette.

E allora, oltre alla tristezza per un futuro che non sarà mai più quello che avevamo, oltre alla paura di morire sola e intubata, il sentimento che adesso mi pervade è la RABBIA. Violenta, acre in bocca, verde come bile. Rabbia e senso d’ingiustizia per quello che mi è stato tolto, per questi arresti domiciliari che sconto incolpevole. Rabbia contro le imposizioni, i divieti a raffica, la polizia sotto casa, i droni, gli elicotteri e le persone che mi dicono di pensare a chi sta peggio.

C’è sempre chi sta peggio. Anche mentre voi andavate bellamente al ristorante ogni sacrosanto sabato sera, c’era chi stava peggio, chi moriva di cancro, straziato dai dolori, chi finiva sotto una macchina, e, magari, non aveva nemmeno 90 anni, non sbavava e si cacava addosso, magari era giovane e aveva figli piccoli. Ma questo non v’impediva di uscire a divertirvi, perche “non ci si può mica chiudere in casa”. Eh, no, certo.

Ah, e l’enfasi dei vecchi che stanno morendo nelle case di riposo, dove la mettiamo? Familiari disperati che non possono vederli. Ma se davvero ti stava a cuore il nonno, non lo abbandonavi, te lo tenevi in casa e gli cambiavi il pannolone piscioso, che si sa che in quei posti ci vanno a morire.

Però chi, come me, dice la verità ora è diventato ai vostri occhi un irresponsabile. E la verità è che ci sta capitando un trauma, una tragedia cosmica, e non esistono le famiglie della Vodafone, quelle alacri, attive e felici di incontrarsi su internet. O quelle che impastano gioiose perché, finalmente, hanno trovato il lievito per farsi il pane e la crostata. Quelle che non vedono l’ora di abbracciarsi. Quelle che fanno ginnastica e annaffiano i gerani. Quelle che sorridono alle telecamere dal divano. Telecamere, che, per inciso, sono le uniche ammesse là dove si muore da soli, dove a nessun congiunto affranto è permesso entrare.

Diciamola la verità. Che su quel divano bisogna pur starci e ci staremo finché dovremo, ma senza sorriso sulle labbra, senza aria da salvatori della patria. Che, secondo come andrà finire, dopo tutti questi sacrifici odiosi, manco la nostra di pellaccia salveremo.  

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I sopravvissuti

8 Marzo 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione, #il mondo intorno a noi

 

Correva l’anno 1979 e uno sceneggiato - o meglio serie televisiva, come si chiamano quelle che oggi imperversano sulla tv on demand – ci catturò e spaventò tutti. Si tratta de I sopravvissuti, serial fantascientifico d’inquietante e strabiliante attualità. Un virus, sfuggito a un laboratorio cinese, infetta il mondo. Sono in pochi a sopravvivere, lottando per non soccombere in uno scenario post apocalittico, caotico e imbarbarito.

Eh sì, anche adesso par di stare in un film. Mascherine, assalti ai supermercati, fughe di massa dalle zone interdette, orribili immagini di pazienti “pronati” in sale di rianimazione sovraffollate e da incubo.

Ma fino a che non toccherà a qualcuno che conosciamo - non uno della tv, non il capo del partito democratico Zingaretti o un uomo della scorta di Salvini, e nemmeno il salumiere o il tabaccaio del nostro quartiere - ma proprio uno che conosciamo bene, un amico o un familiare, fino ad allora continueremo a pensare che sia tutta una grande esagerazione mediatica, qualcosa che non ci riguarda. Invece è una pandemia bella e buona, di quelle che non si vedevano da un secolo, e con le quali, ahimè, dovremo fare i conti sempre più spesso.

Quando una specie si fa troppo aggressiva e invadente, quando contamina, riscalda e distrugge il paese che la ospita, sbucano fuori i virus nascosti che, ne sono certa, sono gli anticorpi della terra. La terra si difende, elimina una parte degli invasori, la parte più debole e inutile: i vecchi, i malati, gli immunodepressi.

Eppure io penso che non tutto il male viene per nuocere. Diciamo che, per esperienza personale, ormai ne ho fatto il mio motto. Possiamo sempre trovare nelle difficoltà delle opportunità. Intanto stiamo rivalutando la vita normale, tutto quello che facevamo fino a quindici giorni fa, e ci sembrava pure noioso: uscire da casa, abbracciare un bambino, programmare un viaggio, cenare in un ristorante, fare due passi. Già questo ti fa capire che prima eri felice anche se non te ne rendevi conto, che avevi qualcosa a cui adesso vorresti tornare, che eri libero senza saperlo.

Rivalutiamo ciò che facevamo e, tuttavia,  dobbiamo sapercene consapevolmente astenere. Non è necessario fare l’apericena, no, non lo è per niente. Fino a venti anni fa non sapevamo neppure cosa fosse. E, se torniamo indietro di quaranta anni, il sabato sera cenavamo tutti in famiglia. Non è necessario nemmeno per il proprietario del locale perché, se lui morirà, o se noi moriremo, la sua attività non servirà proprio più a niente.

Dobbiamo avere rispetto, senso civico, prudenza e saper attendere con pazienza. Astenerci dal giudicare ciò che non conosciamo e non abbiamo ancora vissuto.

Restate in casa, leggete un libro, guardate un film divertente o istruttivo, recuperate la lentezza, riscoprite i  rapporti con i familiari e i social come mezzi d’informazione e di comunicazione e non come recipienti d’odio.

Fatelo senza prospettive, senza scadenze, perché non sappiamo quanto durerà, né se e come finirà.

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Aldo Dalla Vecchia, "Mina per neofiti"

7 Marzo 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #musica

 

 

 

 

Mina per neofiti

Aldo Dalla Vecchia

 

Graphe .it, 2020

pp 101

8,50

 

 

Prima di parlare di Mina per neofiti, ultima fatica di Aldo Dalla Vecchia, devo fare una precisazione che scandalizzerà i più e mi attirerà il discredito di tutti. A me non piace Mina, non amo la sua voce – quando la sento cambio canale – non amo il suo personaggio né chi, come il giornalista Vincenzo Mollica, l’ha sempre incensata e ha contribuito a costruirne il mito. Penso che sia una bravissima cantante, una raffinata interprete, con dei notevoli virtuosismi vocali, ma come ce ne sono altre, ad esempio Giorgia.

Ho letto questo libro, tuttavia, con interesse, e con un pizzico di curiosità. L’interesse è stato soddisfatto, la curiosità no.

Il fascino di questa biografia – definita un “bigino”, un manualetto di consultazione sulla carriera e le opere della tigre di Cremona - sta ancora nell’inconfondibile penna di Aldo Dalla Vecchia, sempre garbata e nostalgica, che ci fa rivivere molti decenni della nostra cultura nazionale. A parte la Storia con la Esse maiuscola, quello che impatta sul lettore è il fascino della ricostruzione d’epoca, le piacevoli atmosfere del tempo che fu, il rimpianto.

Preferisco la parte dedicata agli anni sessanta e settanta, quando Mina si concedeva ancora come personaggio televisivo glamour. Televisione degli esordi, quella, con show come Milleluci capaci di fare ventitré milioni di spettatori, cifre inarrivabili oggi. Rivediamo Mina con Raffaella Carrà, a colpi di tacchi, minigonne e ombelico scoperto, oppure Mina con Alberto Lupo, eroe de La Cittadella, sogno erotico delle casalinghe, con la sua voce suadente e le sue “parole parole” riprese persino da Papa Francesco.

Mina è stata, oltre che una brava cantante, un personaggio sofisticato, elegante, modernissimo che molte donne imitavano per look e acconciature. Dopo si è trasformata in un mito sfuggente, una sorta di Elena Ferrante della musica. Laddove Battisti è riuscito, ahimè, addirittura a morire, lei si è limitata a oscurarsi, a rendersi irraggiungibile, preziosa e… “costosa”.

Il personaggio Mina, oggi ormai alle soglie degli ottanta anni, è qui mostrato nelle sue molteplici sfaccettature, ad esempio la sua partecipazione come articolista a giornali importanti. Pare che Mina Mazzini abbia, oltre ad un’ugola d’oro, anche una penna sagace e incisiva.   

La mia curiosità, invece, è stata disattesa. Mi aspettavo più gossip, più vita privata, proprio quella che Mina ha sempre difeso mascherandosi e ammantandosi, ma nel libro non si parla né di amori né di pettegolezzi. L’autore, innamorato della cantante e della sua arte,  ne ha rispettato la scelta di libertà e autonomia, scrivendo un libro asciutto, che ha quasi lo stile di una tesi di laurea, arricchito da preziose testimonianze d’epoca, tratte da giornali, riviste, saggi, biografie e interviste.

A livello personale ne ho tratto godimento rievocativo, come sempre con le opere di Dalla Vecchia, ma anche un quadro utile e puntuale della carriera di un’artista senz’altro fondamentale nel panorama canoro e culturale italiano.

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Gordiano Lupi, "Sogni e altiforni"

25 Febbraio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

Sogni e altiforni

Gordiano Lupi e Cristina de Vita

 

Acar Edizioni, 2018

pp 318

15,50

 

Sogni e altiforni, di Gordiano Lupi e Cristina de Vita, è il seguito a quattro mani di Calcio e Acciaio. È composto da due testi distinti, uno poetico e uno narrativo, visti rispettivamente dalla parte del protagonista maschile e da quella della protagonista femminile.

Ritroviamo Giovanni là dove lo avevamo lasciato alla fine del primo libro. Un ex calciatore famoso che, dopo aver abbandonato il mondo dorato del calcio importante, è tornato nella sua città, Piombino, e ricomincia a interessarsi di sport facendo il direttore tecnico per una piccola squadra di ragazzi del Venturina.

Giovanni è sempre più triste, più solo e più vecchio. Giovanni è preda di abitudini cui per pigrizia non riesce a rinunciare. Divorziato da tempo, vive con la madre e fa sesso senza amore con la badante di lei.

“E la mia vita, se provo a ricordare, è stata solo un tuffo nel non fatto, un’ipotesi infinita di non detto”. (Pag 96)

Torna spesso con la mente a un amore di gioventù, Debora, che non ha avuto il coraggio di concretizzare quando era il momento. Debora è l’amore romantico e perduto, quello che rimarrà meraviglioso proprio perché non lo si è vissuto, perché è finito prima ancora di cominciare. La realtà brutale non lo ha corrotto, non lo ha contaminato.

In tutta la lunga parte scritta da Gordiano Lupi ritroviamo il suo incedere lento e poetico, quell’ingolfarsi sempre sui medesimi ricordi, ripetuti come in un loop tristissimo e nostalgico. Sehnsucht, saudade, nostalgia canaglia, chiamatela come volete, è lo strazio di un passato che non ti fa progredire, ti lascia sempre nel medesimo punto, forse perché, alla fine, è lì che vuoi rimanere, con la tua abulia intrisa di comode memorie dolceamare.

Quello che per noi è un brutto presente sarà il ricordo magico di qualcun altro, ed è così anche per Giovanni. Percorrendo i paesaggi conosciuti, torna ossessivamente all’infanzia, rivede il padre, la madre, riascolta i racconti del nonno, risente l’odore della fuliggine dell’altoforno, rivede il falso tramonto rosso dell’acciaieria ormai spenta, triste relitto di archeologia industriale.

Piaceva tutto del passato, perché tutto è trasfigurato dal tempo, piaceva il puzzo dell’acciaieria, la povertà dignitosa, i campi incolti, i muri fatiscenti, l’odore di frittura, le seme e le noccioline del cinema di seconda visione.

Quando vivi da sempre nello stesso luogo, ogni pietra, ogni anfratto, ogni angolo è pervaso di ricordi. Per qualcuno la reminiscenza è dolce e allegra, per altri, come per Giovanni, è rimpianto struggente. Di che? Di tutto e di niente, di quel momento in cui ogni cosa era ancora possibile, di oggetti poveri e brutti che, attraverso le nebbie del tempo, ora sembrano belli. Rievocazioni di un mare ondoso e cangiante, di un cielo terso, di un campetto sterrato dove tirare calci a un pallone, sentori amari e ancora selvatici di provincia, di pitosforo e tamerici, di cipressi e salmastro.

La cifra stilistica di Lupi è la ripetizione, come una dolce e tristissima onda che rotola e poi torna indietro, si avviluppa su se stessa. Ripetizione di scorci, di paesaggi, d’immagini, di sentimenti perduti.

Dall’altra parte c’è il testo narrativo, la voce di Debora. Sappiamo dalle sue parole che cosa le è accaduto dopo che Giovanni l’ha abbandonata. La scrittura è più romanzesca e più femminile, meno poetica, meno ritmata e meno perfetta di quella di Lupi.

Giovanni e Debora s’incontrano un’ultima volta per caso ma non concretizzano il loro ritrovarsi. Sanno entrambi che il passato non può tornare, che, se accadesse, non darebbe le gioie immaginate, che il sogno deve rimanere sogno e il ricordo ricordo.

Un romanzo struggente fin dalla dedica, consapevole del tempo che passa, dell’avvicinarsi della fine. “Le cose da scrivere con urgenza sono sempre di meno”. Perché ormai si è all’impasse e si vive “di ricordi senza scorgere un brandello di futuro”.

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Sotto la cenere

27 Gennaio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

 

Ti ho lavato

dove tu lavavi me

ti ho lavato

dove ora io lavo i bambini

che non ti piacciono

che non capisci.

Ti ho imboccato

con la bava

e la lingua,

di traverso.

Farfugliare esasperato

Rabbioso

occhi come lampi d’impotenza

anche tu diventi figlia

anche tu ritorni figlia

il mio niente si fa  paura

il primo fremito di un dolore ritrovato

che c’era

che c’è

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La baronessa di Carini

23 Gennaio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Quella mano insanguinata sul muro resterà nella storia della televisione. E gli occhi come fanali azzurri di Ugo Pagliai, che avevamo già amato ne Il segno del comando.

Uno sceneggiato del 1975, L’amaro caso della baronessa di Carini, per la regia di Daniele D’Anza, che è stato una pietra miliare della fiction televisiva. La trama è ispirata a una ballata popolare siciliana, che narra di un delitto realmente avvenuto nel '500 a Carini: la baronessa di Carini, donna Laura Lanza, moglie di don Vincenzo La Grua – Talamanca, fu uccisa dal padre don Cesare Lanza, ma la storia si svolge nell’ottocento, tre secoli dopo il fattaccio. Coprotagonista, insieme a Pagliai, la bella Janet Agren.

Mistero, presagi di morte, eros e thanatos fusi insieme, ecco tutti gli ingredienti per un polpettone romantico che aveva molto del feuilleton e che ebbe grande successo all’epoca.

Memorabile la sigla d’inizio, la struggente ballata sceneggiata da Gigi Proietti e Romolo Grano: la sfortunata baronessa si accascia sul suo amante, lasciando una striscia di sangue sul muro con la mano. Avevo quattordici anni, ero romantica e innamorata dell’amore, proprio come adesso mi piacevano le grandi storie in costume d’avventura e sentimento. Ricordo che mi divertivo a impersonare la baronessa, strisciando teatralmente la mano sul muro del pianerottolo di casa e fingendo di stramazzare. Per fortuna nessun vicino ha mai aperto  la porta in quel momento.

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Federica Cabras, "Imprevisti di Natale"

21 Gennaio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #federica cabras, #recensioni, #unasettimanmagica, #racconto

 

 

 

 

Imprevisti di Natale

Federica Cabras

 

Literary Romance, 2019

 

 

Imprevisti di Natale è una novella natalizia di Federica Cabras che potete leggere singolarmente nella versione on line, oppure in cartaceo, come parte della raccolta Strenne di Natale.

Nives Neri è già un ossimoro a partire dal nome. La sua parte dolce, luminosa e romantica è stata soffocata negli anni da quella smagata, cinica e solitaria. Non riesce a stabilire un vero contatto con gli altri, a parte l’amico di sempre, Pietro. Ma, un giorno, la sorella le chiede di tenere la figlioletta Bianca fino a Natale. Bianca ha quasi nove anni, è brillante, simpatica e le apre tutto un mondo.

Nives odia il Natale, non sa più neppure lei da quanto, e non s’innamora dal giorno in cui è stata rifiutata da un bel ragazzo di cui ormai ricorda solo gli occhi. Ma Natale è Natale e i bambini sono bambini, si sa. I bambini sono come gli animali, ti fanno vedere il mondo con i loro occhi senza malizia, di più, ti fanno capire il senso della vita: una pura immersione nell’esistere, senza complicazioni, senza sovrastrutture, senza finalità. I bambini ti rendono fisica, tattile, impregnata di realtà e, allo stesso tempo, capace di slanci fantastici. Va da sé che Nives comincerà a sentire la magia delle feste e anche per lei avverrà il tanto sospirato miracolo natalizio.

Federica Cabras scrive questa novella con allegria, divertimento e scioltezza. È brava a far fluire dialoghi scoppiettanti, atmosfere leggere e piumose. Ma non lesina commozione e sentimento, in giusta dose. Scrive un racconto che sembra un film di Natale americano, con tutti gli elementi del caso: la protagonista single incallita e disincantata, l’amore improvviso inaspettato, il miracolo di Natale che si compie immancabilmente.

Una lettura di genere, soffice e godibile, capace di restituirti un momento di pace nel trambusto non sempre felice del vivere quotidiano.

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Mariarosaria Conte, "Mare nell'anima"

2 Gennaio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #mariarosaria conte

 

 

 

 

Mare nell’anima

Mariarosaria Conte

 

Book on demand di grafica elettronica, 2015

 

Mare nell’anima, di Mariarosaria Conte, è un romanzo che si tiene volentieri sul comodino e si legge velocemente perché è fresco, scorrevole e scritto con uno stile pulito. Tuttavia non lascia molto. A sua discolpa c’è il fatto che si tratta solo del primo della serie, forse, leggendo gli altri, lo spessore dei personaggi e del tessuto sociale si approfondirà. Così com’è, il primo volume rimanda l’idea di una storia semplice, con un’atmosfera a metà fra Elena Ferrante - di cui non ha però lo stile incisivo - e Antonella Boralevi.

Morena è la classica cenerentola. Di una bellezza inconsapevole, timida, gentile e un poco goffa, trascorre le vacanze al mare a Oti, meta di ricchi borghesi partenopei. Lei, prima di andare in spiaggia, deve fare le faccende domestiche e occuparsi della sorella minore, pigra e svogliata. Va da sé che incontrerà, e conquisterà, il principe azzurro: Davide, il ragazzo più bello e ambito della compagnia.

I cliché della fiaba ci sono tutti, in questa ennesima – forse involontaria – rivisitazione: Morena è timida e solitaria, Morena è costretta a fare i lavori più umili, Morena è poco stimata dalla famiglia, Morena va al ballo con un vestito che piove dal nulla e bacia il suo meraviglioso principe senza macchia e senza paura. Ma se la fiaba in tutte le salse ha ancora fascino, qui i personaggi sono un poco sbiaditi, primo fra tutti Davide, il bello e possibile, che subisce la sua conversione da irraggiungibile playboy a tenero e premuroso innamorato, senza che ci sia un adeguato sviluppo del personaggio.

Certamente l’estate dei sedici anni di Morena segna una svolta, quella che la trasforma da bambina succube a ragazza capace di prendere decisioni autonome, consapevole di sé, delle proprie possibilità, del proprio fascino e dei propri desideri.

Pur fra ricordi di canzoni, trasmissioni televisive e libri, l’ambientazione anni 90 è un poco vaga e sfocata, c’è un tentativo di analisi sociale dei personaggi, con le loro vite patinate che nascondono, però, difficoltà e dolori. I dialoghi risultano a volte artificiali se visti da una prospettiva adolescenziale.

Detto questo, rimane il fatto che alla fine non manca comunque la voglia di andare avanti col secondo volume della serie, per capire se la ragazzina proletaria riuscirà a conquistare il suo posto nel mondo snob e respingente dell’alta borghesia, e se il tenero amore appena sbocciato saprà resistere alla differenza di personalità e status sociale.

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Natale in giro per l'Italia: Venezia.

23 Dicembre 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #franca poli, #poli patrizia, #unasettimanamagica

 

 

 
 
 
A bordo del Maggiolino tutto matto eravamo in quattro, io e Mario er benzinaro, giovedì eravamo passati a prendere prima Patrizia Poli a Livorno e poi la sua amica e omonima Franca a Bologna, la nostra destinazione era Natale a Venezia, tre giorni improvvisati di festa natalizia. Il primo turno me lo ero preso io perché ero il più esperto alla guida di questa automobilina, che, poi, in realtà, il tempo di arrivo nella città lagunare era di soli pochi minuti perché sotto il cofano posteriore io e Mario avevamo montato il motore di un missile russo preso in prestito al museo dei missili. Avevamo corrotto il custode con una damigiana di vokda al fragolino, con la promessa che, quando l’avrebbe terminata, gli avremmo riportato il propulsore. Sto sgranocchiando una stecca di cioccolata mentre i nostri tre amici dormono, ora mi tolgo le scarpe, l’odor di gorgonzola li sveglierà, stiamo per arrivare nella città dei dogi.
 
- Ehi, ma questa puzza è di gasolio?
 
- No, Mario, veramente mi sono levato le scarpe, forza, svegliatevi che siamo arrivati a Venezia!
 
Patrizia Poli indossa un completo a righe stile art nouveau, Franca Poli pantaloni rossi, t-shirt rossa, scarpe rosse, voleva anche tingersi i capelli di rosso ma Patrizia glielo ha impedito dicendole che stava male. Mario ha un cappellino da Paperino in testa, indosso maglia gialla, pantaloni gialli, scarpe gialle, io invece non ve lo posso dire.
 
- Walter, abbiamo dimenticato gli stivaloni per l’acqua alta!
 
 - Patrizia, tranquilla, questa macchina ha le ruote che si super gonfiano, hai presente i big foot americani?
 
- Veramente no.
 
- Non preoccuparti.
 
- Con te siamo sempre tutti preoccupati, ci hai obbligati a venire a passare il Natale a Venezia, ci hai strappati ai nostri cari per venire con questa pazza auto! Io che considero sacro il Natale!
 
- Patrizia, ma a tuo marito abbiamo lasciato un robot in tutto simile a te.
 
- E i miei gatti?!
 
- A loro ho lasciato la televisione accesa, pappa a volontà e da bere champagne!
 
- Ma sei matto?
 
- Solo un poco…  Franca, a proposito, hai portato i tortellèn?
 
-Si, abbondanti.
 
- Franca è bravissima in cucina. La ricetta dei tortellini la trovi qui.
 
- Patrizia, ho seguito la ricetta di master chef.
 
-Ma tu odi la tv!
 
- Ho fatto un eccezione per questo Natale a Venezia
 
- Già lo so che faremo impazzire i lettori della signoradeifiltri!
 
- Patrizia, stai tranquilla… ci stanno seguendo in streaming.
 
- Mario, ma tu non dici nulla?
 
- E che ce posso fa? Ha fatto il pieno di fantasia!
 
- Ma, almeno, dove stiamo andando?
 
- A vedere Venezia e a documentare dal vivo il fenomeno dell’acqua alta, prendete queste tessere da giornalista.
 
- Ma sono false?
 
- No, me le ha date Topolino.
 
- Ah! Ho capito… e con queste tessere che ci dovremmo fare?
 
- Faremo un reportage per i nostri lettori.
 
- Adesso mi piaci un po’ di più.
 
- Bene, fermiamoci, pranziamo con i tortellini di Franca, le fettine panate di Mario e poi andiamo a lavorare.
 
- Ma è Natale!
 
- Patrizia, vedi il lato positivo.
 
- Non ti avessi mai conosciuto.
 
- Me lo ha detto anche qualcun altro, ma adesso andiamo, ci aspetta il Natale a Venezia, prendete queste carte di credito, serviranno per comprare regali, mi raccomando, non svuotate il plafon e al casinò comportatevi bene. Franca Poli, sei contenta di essere venuta con noi?
 
- Veramente stavo meglio a Bologna, dovevo finire di scrivere un giallo e poi passare un Natale a giocare a carte.
 
- Franca Poli per una volta passerai un Natale diverso.
 
- Lo sospetto.
 
- Vabbé, ora voglio essere serio... Ma voi a Venezia come risolvereste il problema dell’acqua acqua alta?
 
- Con delle super pompe!
 
- Bravo Mario.
 
- Io con quella pubblicità di tanti anni fa.
 
- Il deumidificatore?
 
- E se funziona?
 
- Brava, Patrizia, perché no?
 
- Io dico di mandare l’acqua in Africa attraverso un tunnel.
 
- Franca, mi sembra una buona idea, sei perspicace, ecco perché sei una brava scrittrice.
 
- E tu, artista mezza cartuccia?
 
- Non lo so, però se il rischio è che Venezia venga prima o poi sommersa dall’acqua, chiamerei tutti gli scienziati del mondo e di sicuro risolverebbero il problema.
 
- Hai ragione, possibile che non ci abbiano pensato?
 
- A volte nessuno pensa alle cose più facili.
 
- E adesso che facciamo?
 
- Andiamo a passare il Natale a Venezia, facciamo un sacco di foto, prendiamo appunti e poi…
 
- E poi vi riporto a casa, allacciate le cinture di sicurezza della fantasia, Buon Natale a tutti… E che il buon Dio salvi Venezia!  
 
 
 


 

 

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Natale in giro per l'Italia: Livorno

19 Dicembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

 

 

 

 

Mi viene da pensare a cos’era il Natale negli anni sessanta. Non quello di tutti, il mio.

Vivevo in una famiglia nucleare: padre, madre, io. Mio fratello non era ancora stato progettato. Una città di provincia della Toscana, un appartamento in un quartiere popolare, arredato in modo funzionale e moderno, ché noi eravamo una famiglia al passo coi tempi. Mia madre lavorava, guidava la Bianchina e faceva la spesa alla Smec, il primo supermercato che abbia messo piede in centro. Vivevamo il boom economico con speranza, fieri del progresso che avrebbe portato solo civiltà, orgogliosi del frigorifero, del tostapane, del frullatore, dell’acqua gassata con le presine dell’Idrolitina, del vino in bottiglia sulla tavola.

A quei tempi, l’albero non si faceva a novembre, non si faceva l’otto dicembre, non si faceva neanche il quindici, si faceva il ventidue o ventitré dicembre. E sapete perché? Perché allora il tempo era ancora il tempo. Un mese era un mese, lungo, infinito. Tutto si concentrava nella settimana di Natale, la settimana più magica dell’anno.

Non c’erano le sciroccate e le zanzare, andavamo a scuola col berretto di lana e le ginocchia intirizzite. L’albero era vero, perdeva gli aghi per terra, profumava di bosco la casa. E l’odore del pino si mescolava al cherosene della stufa che, dal corridoio, doveva riscaldare tutto l’appartamento. Le palle erano di vetro, ne compravamo una ogni anno, nuova e preziosa, le luci non erano led cinesi ma pupazzi di neve, casine, fantastici trenini che s’illuminavano da dentro. Non mancavano mai, appesi ai rami, figurine di cioccolata e un sacchetto di monete da mangiare.

Ho dei flash, di me e mamma che addobbiamo l’albero in salotto, è giovedì sera, la televisione è accesa su Rischiatutto. Mamma ha portato delle scatole piene di fili argentati e, per la prima volta, abbiamo decorato insieme tutta la casa, attaccandoli alle porte, agli specchi. Dal lampadario penzola una composizione di nastri e palle che ha fatto lei, con le sue mani, come le ha spiegato una collega di ufficio.

Al piano di sotto abitavano mia nonna (vedova) e la mia prozia (zitella). Loro andavano a messa e preparavano il presepe, in un angolo della sala. Un cimelio di famiglia, lo aveva costruito il bisnonno Fortunato nell’ottocento, ricavandolo da un caldano, mettendo da parte stagnola, sughero, pezzi di legno. Era bellissimo, aveva tutto: il pozzo, la fontana, la mangiatoia, la lanterna, persino la chiesa con le campane che suonavano la nascita del bambino che poi l’avrebbe fondata. Ricordo l’odore di muschio secco, la folla dei pastori stretti uno di fianco all’altro, dipinti a mano, qualcuno un po’ sbreccato, scolorito. Ricordo le stelle di latta, il filo argentato con le lucine. Capitava che la zia ricomprasse un filo nuovo, a volte, cambiasse lo scotch, ma la roba era quella, conservata in una scatola da scarpe terrosa; roba povera, a pensarci, ma io la trovavo meravigliosa.

E quando nonna m’insegnava a cantare Tu scendi dalle stelle, mi sembrava di essere lì anch’io, mentre Gesù nasceva nella grotta “al freddo e al gelo”, il bue e l’asinello lo riscaldavano col loro fiato e la cometa splendeva in cielo. Credevo a tutto, era tutto vero, il Bambino Divino, Babbo Natale che attraversava la notte per lasciare i regali sotto l’albero.

A scuola si festeggiavano solo gli ultimi giorni, proprio a ridosso delle vacanze, allestendo piccoli presepi e alberelli addobbati con qualcosa portato da casa. Ricordo un anno che la maestra regalò a tutti una palla dorata e luccicante da appendere all’albero, la aprivi e dentro c’era un piccolo pensiero per ognuno di noi, a me toccò un anellino rosa. E scrivevamo letterine di Natale, non tanto per chiedere regali, quanto per domandare perdono ai nostri genitori delle marachelle, per promettere di essere più buoni, per dire “babbo, mamma, vi voglio bene”, parole che il pudore dell’epoca non ci permetteva di esprimere in giorni meno speciali.

La via principale della città era rallegrata dalla “luminara” ma io, anche oggi che sono vecchia, trovo più affascinanti gli addobbi dei negozi di quartiere, quelli poveri - le lucine che si rincorrono sulla porta della tabaccheria, le palle colorate poggiate sui ripiani polverosi della mesticheria - li preferisco ai grandi apparati dei centri commerciali. Amo il Natale della gente normale: il foglio di carta roccia, il rotolo di cielo stellato, il pungitopo e la borraccina raccolti in campagna.

Da noi, in Toscana, la vigilia non si festeggiava, era un giorno qualsiasi, i negozi chiudevano tardi la sera, non come adesso che alle quattordici è già tutto morto e la gente va a prepararsi per il cenone, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Era un giorno di attesa, di trepidazione, di festa vissuta dentro. Si mangiava normale, poco per non appesantirci in vista del venticinque, si apparecchiava in cucina come sempre. In tv non mancava mai qualcosa di bello, un cartone incantato, un film fiabesco; andavo a letto col cuore in gola, con un po’ di paura, chiedendomi cosa sarebbe successo se, per caso, avessi scorto Babbo Natale. “Perché”, mi spiegavano i miei genitori, “quelli che vedi in giro, non sono veri Babbo Natale, sono solo travestimenti per far festa, Lui, l’originale, è misterioso e lontano, non lo si può vedere e passa solo se siamo stati buoni.” Il regalo, insomma, te lo dovevi meritare, non lo trovavi scontato all’Ipercoop. L’uomo barbuto vestito di rosso non faceva “ohohoh” all’americana, non viveva al polo nord con una renna di nome Blizzard, ma era, piuttosto, un’entità un po’ inquietante.

La mattina di Natale, anzi di “Ceppo”, come dicevano i vecchi, si faceva colazione col caffellatte e, ancora in pigiama, si aprivano i regali. C’era tanta roba da farmi sgranare gli occhi. Bambole, “ciottolini”, libri, matite. C’era un cesto rosso con un biglietto scritto di pugno da Babbo Natale in persona: “Perché tu sia più ordinata”, c’era un mangiadischi che, bastava schiacciarlo col dito, e potevi sentire le fiabe sonore, c’era il quarantacinque giri di Un cuore matto - ero follemente innamorata di Little Tony - e anche la Pappa col pomodoro con Rita Pavone nei panni di Gianburrasca.

A pranzo venivano su anche nonna e zia, mangiavamo i tortellini in brodo, il cappone lesso con le radici di Genova, il panettone di Milano che costava un mucchio di soldi - non come ora che ne trovi tre al prezzo di due - il panforte, i ricciarelli, i cavallucci, il torrone. Ma anche frutta secca, datteri della Tunisia con la ballerina in bilico sulle punte, zibibbo, fichi secchi aperti a panino e farciti di noci e noccioline.

Di pomeriggio nonna e zia tornavano giù, a casa loro, a riposarsi, mentre noi guardavamo i programmi televisivi, film, cartoni animati, commedie di teatro e, intanto, io giocavo con tutto quel ben di Dio che Babbo Natale mi aveva portato; si vede che, nonostante i dubbi, i timori e i sensi colpa, alla fine ero stata davvero buona. E, naturalmente, divoravo i libri nuovi. A santo Stefano, quando era invitata l’altra nonna, quella paterna, li avevo già finiti.

Non c’è nulla di speciale in questi miei ricordi, nessun messaggio, niente che caratterizzi una generazione. Posso solo dire che i bambini si nutrono di pensiero magico e chi glielo sottrae compie un crimine, li priva della fantasia, del desiderio, delle cose che noi adulti rimpiangeremo tutta la vita e non avremo mai più, per quanti sforzi facciamo.

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