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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Billy Roche, "I racconti di rainwater pond"

21 Luglio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #racconto

 

 

 

 

I racconti di rainwaterpond

Billy Roche

Traduzione di Beatrice Masi

 

Battaglia edizioni, 2019

pp 303

17,00

 

Peccato per alcuni errori di editing, perché è stata davvero un’ottima idea, quella di Battaglia Edizioni, di tradurre dall’inglese - per la collana “franchi traduttori” – I racconti di Rainwater pond di Billy Roche.

Una serie di novelle ambientate in Irlanda - ma dallo stile narrativo vagamente americano - legate da fili invisibili che le collegano a formare un romanzo corale, l’affresco di una cittadina, Wexford, fra trattorie di paese, stazioni, alberghi, pompe di benzina, negozi di merceria, bar.

Le storie si svolgono tutte attorno allo stagno di Rainwater, sorta di laguna a ridosso del mare, invaso di acqua piovana semi-salata in una cava dismessa, oscuro e apparentemente senza fondo, simbolo di tutto ciò che non si vede ma esiste, nascosto e abissale come certi tormenti senza rimedio.

Attorno a questa pozza si dispiegano le vite degli abitanti di Wexford, operai, artigiani, musicisti, giocatori di hurling, gente che lavora di giorno e si fa una birra al pub la sera. Gente banale che, però, coltiva, nascosti nel cuore, amori lunghi una vita, eterni, tempestosi e romantici, passioni travolgenti e immortali. I personaggi di queste amare e struggenti storie sono quasi sempre donne, viste attraverso la lente deformante di chi di loro è innamorato da sempre, ma anche uomini stanchi, demotivati, che cercano il riscatto di una vita e lo trovano, a volte, in un piccolo insignificante gesto controcorrente, come nel racconto Il giorno libero, che mi ha ricordato La carriola di Pirandello.

Sembra che gli abitanti di Wexford passino la vita ad amarsi l’un l’altro non ricambiati. Queste donne, belle e apparentemente destinate a qualcosa di grande, non capiscono la felicità a cui rinunciano non contraccambiando l’amore ossessivo di uomini sensibili e generosi, barattandolo piuttosto con l’indifferenza di mariti grossolani, coriacei, disillusi, fedifraghi. E così sfioriscono senza perdere, agli occhi di chi le ha amate tutta la vita, la bellezza, il fascino misterioso e insondabile. Personaggi infelici, che hanno lasciato da parte i sogni, che sono diventati mogli, madri e poi nonne, con un nocciolo di dolore e nostalgia a straziar loro il cuore mentre in silenzio qualcuno da lontano le covava con gli occhi, le spiava, provando il desiderio di consolarle o di vendicarsi di loro.

Racconti struggenti e poetici, belli come antiche ballate, costruiti attorno ad amori incompiuti, dove c’è sempre qualcuno che arriva da fuori a portarti via chi hai amato tutta la vita inutilmente.

Una boccata di buona letteratura, una tantum.

 

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Aldo Dalla Vecchia, "Viva la Franca".

2 Luglio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Aldo Dalla Vecchia è davvero instancabile. Dopo averci deliziato con Mina per Neofiti, ritorna con questo nuovo libretto, sempre per i tipi di Graphe.it, dedicato a Franca Valeri e ai suoi splendidi cento anni.

Franca Norsa, in arte Valeri, nasce a Milano nel 1920 e sta per compiere cento anni. Oggi la sua voce nelle interviste è un poco strascicata ma non ha perso il fascino e il piglio è il solito: arguto, intelligente, intellettuale, sobrio.

Aldo Dalla Vecchia compie un excursus in stile saggistico, non ripercorrendo diacronicamente tutta la vita della Valeri ma analizzandola, sempre cronologicamente, attraverso le varie arti nelle quali ha eccelso. Si parte dal teatro, per approdare alla radio, quindi al cinema, alla televisione, alla pubblicità (una forma d’arte anch’essa) per finire alla scrittura.

Quest’ultima è la base delle precedenti. Dietro ogni personaggio teatrale, radiofonico, televisivo o cinematografico c’è, in effetti, la scrittura lucida e tagliente della Valeri, definita “chirurgica”. I suoi personaggi sono raffinati, popolari ma non per tutti. Le sue signorine snob, la signora Cecioni, la sora Cesira e i tormentoni come “Scostumato” sono rimasti nell’immaginario e nel linguaggio comune, ma hanno anche saputo fustigare con arguzia e determinazione i vizi della società dell’epoca. La Valeri fa parte di quel panorama colto e blasé da cabaret meneghino anni settanta, quello a cui apparteneva anche Giorgio Gaber.

La sua è una comicità basata sul reale ma anche assurda, cerebrale, caustica. Ella incarna un modello di donna diversa da tutte le altre, la cui principale realizzazione non è la vita coniugale ma che, in ogni caso, sente la sua relativa indipendenza – spesso minata da madri ingombranti e autoritarie – come malinconica solitudine. Una donna moderna e avanti con i tempi, elegante ma che non ha mai puntato sull’aspetto fisico, piuttosto sul cervello e sull’autoironia pungente e sarcastica.

Franca Valeri è davvero patrimonio della nostra cultura nazionale.

 

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Mirko Tondi, "Era l'11 settembre"

19 Giugno 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

Era l’11 settembre

Mirko Tondi

 

Toutcourt Edizioni, 2020

pp 175

12,00

 

Un romanzo non romanzo, il meno d’azione di Tondi ma forse il più interessante. Qui l’autore abbandona ogni velleità di scrittura di genere, seppur mixata, autoironica e rivisitata, per scrivere semplicemente di ciò che conosce, ovvero, le ambizioni letterarie frustrate, le difficoltà esistenziali e il cosiddetto blocco dello scrittore. Il protagonista è un ghostwriter, un uomo giovane con moglie e figlia, che vive una sorta di angoscia dovuta al suo bisogno di scrivere e all’impossibilità di farlo. Ciò si traduce in scontentezza e isolamento.

Non sempre siamo in grado di sapere cosa faremo da grandi, spesso si resta nel limbo di un’ambizione e di un talento che, tuttavia, non si concretizzano in reali produzioni di valore. Insomma, si scrive bene e volentieri ma non si è ancora generata “l’opera del secolo”. E, intanto, il tempo passa, gli amici si sposano e fanno carriera, mentre noi rimaniamo sempre appesi a una speranza che avvizzisce.

Ma un giorno il protagonista incontra Nando Barrella, un anziano vedovo che ha perso l'unico figlio in un banale incidente stradale proprio l’11 settembre, il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle. Barrella chiede al giovane di scrivere per lui la storia della morte prematura del figlio ma, soprattutto, dei troppi non detti, dei silenzi e degli errori che hanno accompagnato il rapporto di Barrella con il ragazzo – della cui fine il padre si sente colpevole – e con la moglie, alla quale ha tarpato ali e aspirazioni musicali.

La morte del figlio, proprio in un giorno tanto particolare per l’umanità, porta il protagonista a concentrarsi sull’attentato e sulle varie teorie complottiste, al punto da trascorrere nottate al computer perso in sterili ricerche, invece di progredire col romanzo che – a prescindere dal suo lavoro di ghostwriter ed editor - sta tentando di scrivere.

Sarà l’incontro con Barrella - il dolore muto e dignitoso del vecchio, la solitudine che in qualche modo il protagonista sente affine, l’amore per la musica - ad accendere la scintilla che rimuoverà il blocco. Il giovane autore adotterà uno pseudonimo dietro il quale si sentirà finalmente libero di far fluire la sua creatività. (Il tema del nome e della sua importanza era già stato toccato da Tondi in Nessun cactus da queste parti).

Barrella e lo scrittore sono due personalità in declino. L’anziano invecchia nella sua sofferenza amara e senza sfoghi, lo scrittore annega nel fallimento e nell’incompiutezza. Attorno a loro una società che digrada, un crepuscolo degli dei costellato di attentati, terrorismo, incapacità dell’uomo di convivere con i suoi simili, sovrabbondanza di parole pronunciate da giornali, televisione, web. E tutto questo rumore, questo brusio di fondo, diventa silenzio che solo la musica può riempire nuovamente di significato.   

La trama è semplice ma infarcita di citazioni colte. Un romanzo che parla di se stesso, del percorso creativo ma, soprattutto, di altre opere letterarie, cinematografiche e musicali. Un romanzo scritto bene, da chi con la letteratura convive per mestiere e per passione.

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Patrizia Poli, "Come eravamo, piccolo manuale della nostalgia"

27 Maggio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #come eravamo

 

 

 

Quello che facciamo da bambini, sia esso frutto di una nostra libera scelta oppure delle imposizioni familiari, plasma ciò che diventeremo e ci piacerà fare da grandi.

Ogni attimo della nostra breve vita, ogni novità, ogni conquista sembrano così recenti, così nuovi di zecca e significativi da divenire immutabili, invece tutto cambia, basta guardare le foto di qualche anno fa, le piccole cose sgualcite che profumano di ricordi, basta voltarsi indietro per rendersene conto. E la vita diventa una strada buia che va verso il nulla.

 

Non è la prima volta che un libro nasce da questo blog. E' già accaduto con La scommessa dell'arte di Walter Fest, tratto dagli articoli dedicati a pittori e artisti.

Personalmente in questi anni ho scritto e pubblicato tanti pezzi sul passato, su com'eravamo noi "ragazzi" degli anni sessanta e settanta. I libri che leggevamo, i programmi che guardavamo in televisione, i giochi, le pubblicità. Ma anche le feste di Natale, con l'albero vero che spandeva il suo profumo di bosco per casa, il modo di trascorrere certe estati infinite e sonnolente.

Bene, ho pensato di raccogliere in un volume autopubbicato su ilmilibro.it - dove ho ancora in vetrina Il respiro del fiume, Bianca come la neve e Quand'ero scemo - tutti questi articoli in una operazione nostalgia dolce-amara.

La raccolta si intitola Com'eravamo, piccolo manuale della nostalgia.

 

Ecco la recensione del primo lettore:   

 

"Un libro colmo di nostalgia del passato. I ricordi rivivono con realismo e l’autrice ha la capacità di farli apparire molto recenti. Certo i cambiamenti nel tempo sono stati tanti e ciò è evidente quando ci accingiamo a fare un confronto tra ieri ed oggi. Il lontano 1966 era l’anno in cui uscivano le prime fiabe sonore, ma allora erano diffusi anche i fotoromanzi della casa Lancio, che raggiunsero il massimo splendore negli anni ’70 ed erano espressione della narrativa popolare.

Grande successo ebbe il Manuale delle giovani marmotte edito nel’69 , un libro dalla “informazione spicciola”. In quegli anni al cinema si seguiva il filone western, mentre in TV molto popolare era Carosello con Calimero, Gringo… uno spazio televisivo dedicato alla pubblicità. In quel periodo poi il francese come lingua straniera “contendeva il primato all’inglese”. Iniziarono le trasmissioni della TV dei ragazzi nelle ore pomeridiane, mentre Alberto Manzi alfabetizzava tanti italiani.

Nel ’78 i cinema erano affollati quando si proiettava Greese con John Travolta. Nel frattempo la Pongo e il Das davano ai piccoli l’opportunità di esprimersi creativamente, oppure nelle strade si ascoltava il rumore delle palline clik-clak, indizio di un gioco diffuso tra i ragazzi. La sera in TV si seguivano vari sceneggiati prodotti da grandi registi, mentre gli spot pubblicitari diventavano sempre più numerosi. Famoso era quello della Cynar, contro il logorio della vita moderna. Ma anche la comicità imperversava. Segue i boom economico, si diffonde una cultura veloce per tutti e… tanto altro…

Il libro è davvero uno spaccato della vita che si conduceva nel passato, descritta mirabilmente dall’autrice"

Angelo Pulpito

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Considerazioni su una pandemia

13 Maggio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi

Cosa manca nella gestione di questa pandemia? Il buonsenso, quello che in passato abbondava.

E manca il concetto che la malattia e la morte sono fatti naturali. Se tutto questo fosse successo anche solo quaranta anni fa, le cose sarebbero andate diversamente. Forse non ci sarebbe stato neppure un lockdown.

In passato si sapeva che la morte e la malattia, pur orrende e spaventose, fanno parte della vita, sono normali. I bambini a volte morivano, per questo se ne facevano tanti. Il parto era un evento pericoloso e capitava che le donne ci lasciassero le penne. Ci si ammalava di morbillo, di parotite, di rosolia, di varicella. L’influenza magari portava via il nonno.

Ora no. Malattia e morte non sono più accettate. Bisogna vivere, sempre, a ogni costo, tutti. Anche chi ha quasi cento anni, anche chi non sa nemmeno più come si chiama ed è impiagato in un letto. E per vivere tutti, non dobbiamo più vivere nessuno.

Abbiamo fatto bene a stare in quarantena. Avremmo dovuto starci fin da subito, tutti, alle prime avvisaglie. Ma, all’inizio, lo stato aveva paura di prendere decisioni impopolari, mai prese prima. Persino chiudere i voli dalla Cina. Persino non far andare a scuola chi dalla Cina era appena tornato. Neppure non prendere un aperitivo. Poi è arrivato il vero lockdown e a scuola non c'è andato più nessuno. In realtà sempre troppo ridotto, sempre troppo limitato. A Ferragosto chiudono più aziende di quelle che da noi hanno continuato a lavorare anche durante la quarantena. Invece avremmo dovuto stare tutti fermi, paralizzati per quindici, venti, massimo trenta giorni, poi ripartire. Invece si è chiuso progressivamente e lentamente, non si è avuto coraggio, si è arrivati allo stallo giorno dopo giorno, mentre la gente moriva e, da questo stallo, dal pantano, ora non siamo più capaci di uscire.

Abbiamo fatto bene, dicevo, all'inizio. Poi, però, basta. 

Manca il buonsenso. Quello dei vecchi. Quello dei tempi che furono. Quale sarebbe adesso il buonsenso? Tenere chiusi i luoghi di aggregazione: cinema, teatri, discoteche, locali. Non fare feste, non organizzare processioni, concerti, comizi. Per il resto affidarsi al senso comune. Responsabilizzare la gente, trattare gli adulti da adulti. Ok alle mascherine, invito a non raggrupparsi, a non andare troppo in giro, a stare in casa se possibile, a tutelare se stessi e gli altri. Ma non più obbligo. Non più. Perché se questa malattia diventa endemica e continua a circolare per anni non ci si può trasformare in una società di stampo cinese-entomologico, dove lo stato va a impattare in modo paranoico, ossessivo, maniacale in ogni più piccola sfumatura del  vivere quotidiano. Dove lo stato mi dice chi devo vedere, quali sono i miei affetti, se sono stabili o no. Che significa stabili? Magari io odio stabilmente mia nonna ma sono innamorato della dirimpettaia. Che ne sa lo stato? Lo stato che misura i centimetri di distanza che devo tenere da mio marito, che immagina l’ossimoro delle spiagge libere organizzate, che mi fa fare il bagno con la mascherina. Lo stato assurdo, ridicolo, ingerente, ingombrante. Lo stato che rincorre il runner solitario e permette le folle accalcate sotto casa della ragazza rapita.

Lo stato che vuole conciliare l’inconciliabile: la salute pubblica con l’economia.

Lo stato decide che il ristorante non può aver più di quattro tavoli e lo fa fallire. Farebbe meglio a dire la verità, quella che non vuol dire neppure a se stesso. Che non si può avere tutto, che certi ristoranti sono destinati a chiudere. Non puoi tenere aperto il tuo locale, guarda in faccia la realtà, probabilmente la gente non verrà, continuerà giustamente ad avere paura, tu trovati un altro lavoro. Ma non sappiamo rinunciare a nulla. Lo stato ci vuole sani, chiusi in casa, ma anche pronti a spendere soldi per sostenere l’economia.

Lo stato decide che i bambini devono andare all’asilo col braccialetto per segnalare la troppa vicinanza al compagno. Così i bambini imparano che il compagno è pericoloso, che è cattivo, che è il male. Che la maestra non può abbracciarti, non può consolarti se piangi. Che siamo tornati al medioevo. I bambini da sempre si scambiano il ciuccio, mettono le mani nella terra, hanno i pidocchi e i vermi intestinali. È così che si fanno gli anticorpi.

Cosa si può rispondere a una madre che, per salvare la vita a un anziano in stato vegetativo, deve costringere suo figlio a crescere semi autistico e asociale? Prendi un bambino di un anno o due. Prendi mamma e papà che attuano “il distanziamento sociale”, ovvero scansano ogni essere umano, coprendosi il volto con la mascherina. Prendi questo gesto e ripetilo, ad ogni incontro, con ogni persona, anche i parenti stretti, per settimane, mesi, forse anni. Cosa imparerà questo bambino? Come crescerà, quale sarà il futuro della generazione Covid? Con quale coraggio, a fine epidemia, quei genitori potranno dirgli: “Vai, abbraccia il nonno, dagli un bacio”. Un bacio? Abbracciare il nonno? Il bambino li prenderà per matti.

Le cose non vanno bene, non si sta affrontando la situazione con naturalezza, con responsabilità, con normalità. Si sta impattando nella vita della gente in modo compulsivo, violento, assurdo, a colpi di centimetri, di plexiglass, di droni, di robot, di autocertificazioni e moduli risibili.

Una malattia è una malattia, gestiamola come le malattie del passato che sì, magari hanno fatto milioni di morti, ma la morte è naturale. Non siamo invincibili, non siamo eterni, non siamo esenti dalla sofferenza. Non sfuggiremo alla sofferenza nemmeno chiudendoci per due anni in casa con un sussidio statale, nemmeno distanziandoci col metro. Soffriremo, ci ammaleremo, moriremo, ma, almeno, lo faremo senza costrizioni, senza depressioni, senza schizofrenia e paranoia, senza la maledetta e impossibile voglia di controllare tutto. Senza delirio di onnipotenza.

  

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LE NOVE DOMANDE E MEZZA PIU’ PAZZE DEL MONDO… MA NON TROPPO: PATRIZIA POLI

2 Maggio 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste, #poli patrizia

 

Amici del blog che fra le nuvole contemporanee lancia raggi di sole culturale, non poteva sfuggire al nostro appuntamento la super blogger toscana, Patrizia Poli, la nostra amica che, dietro un viso dai tratti gentili e timidi, cela una donna capace di esprimere, attraverso la forza delle sue parole, un’energia che ti contagia e  ti avvicina alla lettura.

Ora ho la possibilità di farvela conoscere un po’ più a fondo, queste sono le domande che stiamo per rivolgerle.

 

1) signoradeifiltri.blog sta scalando le vette delle preferenze, qual è la ricetta del successo di pubblico?

Credo che sia la costanza. Il blog è aperto dal 2012. Otto anni in cui non mi sono mai arresa e, con perseveranza, ho pubblicato quotidianamente contributi interessanti. E l’ho fatto solo per il piacere di farlo, senza pensare se qualcuno leggesse oppure no, senza inseguire il successo a tutti i costi o stare per forza sul pezzo. E la gente ha capito e seguito perché gli argomenti sono tanti e vari, spesso di nicchia e insoliti. Poi mi sono avvalsa, negli anni, di collaboratori entusiasti e competenti come te, una bella squadra che ha fatto la differenza.

 

2) Con un fulmine Re Artù ti ha colpito e ora puoi viaggiare nel tempo. In che epoca preferiresti andare e perché?

Amo il Medioevo ma penso che non fosse comunque una bella epoca per vivere. Pestilenze, guerre, caccia alle streghe, tribunale dell’Inquisizione e ogni gesto della vita quotidiana permeato di fede e riportato alla religione. Pare che facesse anche più freddo di adesso. Amo il Medioevo ma solo nei libri e nei film. Forse sarei stata più adatta a vivere nell’Ottocento, anche se pure lì la speranza di vita era bassa e si moriva di tisi a trent’anni. Mi vedo a Haworth, nello Yorkshire, aggirarmi per la brughiera chiamando Heathcliff. Una cosa molto romantica e tempestosa.

Per tornare ad Artù, ho appena finito di scrivere un inedito basato sulla materia di Bretagna. È stato il libro che mi è venuto più facile, forse perché sono quaranta anni che ho in mente questa storia e questi personaggi. È il più romantico dei miei libri e anche quello più dolce. Artù è un grande, è la regalità fatta persona, è l’axis mundi.

 

3) Scegli un artista del trapassato per la tua copertina.

Dante Gabriel Rossetti

 

4)Il tuo mantra per descrivere il tuo stile.

Riscrivere e riscrivere all’infinito.

 

5) Il tuo colore preferito.

Rosa.

 

6) Consiglia uno dei tuoi libri e perché?

L’uomo del sorriso. Quello al quale sono più legata, il libro della vita, scritto con amore e dolore.

 

7) Hai di fronte l’A.D. della tua casa editrice, una a caso, Marchetti… Come la convinceresti ad accettare che, in occasione della presentazione di un tuo libro, ti metta una parrucca tipo Jessica Rabbit? E per quale tuo libro ti presenteresti cosi?

Farei presto a convincerla perché è una ragazza allegra, pazzerella e intelligente. Ma non mi vedo nei panni di Jessica, piuttosto di Rabbit, il marito coniglio. Forse lo farei per presentare Bianca come la neve, la storia di una vampira.

 

8) La Toscana è una fucina di grandi letterati perché?

Perché ha la lingua più bella del mondo, è la culla dell’italiano. No, anzi, è l’italiano.

 

9) La canzone preferita che canti sotto la doccia.

Non canto, parlo da sola.

 

1/2)Devi litigare con qualcuno, userai i versi di Dante Alighieri della Divina commedia, quali?

"Al cul fece trombetta".

 

Molto bene amici della signoradeifiltri, ringraziamo Patrizia Poli per essersi aperta per voi, perché una scrittrice come lei  potete considerarla una vostra amica, una delle migliori.

Ci rivediamo al prossimo scrittore, qui sempre su questo blog,  e sarà comunque un piacere.

 

 

 

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Otello Marcacci, "Tempi supplementari"

26 Aprile 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Tempi supplementari

Otello Marcacci

 

Ensemble, 2020

pp 366

16,00

 

 

Poiché, leggendo libri, amo le libere associazioni che essi mi suscitano, vi dirò che Templi supplementari di Otello Marcacci mi ha fatto venire in mente due cose: i romanzi nostalgico piombinesi di Gordiano Lupi, forse per la toscanità di entrambi - Marcacci vive a Lucca ed è grossetano e canta la Maremma- , e I ragazzi di via Pal di Molnar.

Anche qui abbiamo dei bambini, nella fattispecie appartenenti a una colonia marina, che, negli anni settanta,  giocano la partita della vita contro un gruppo di “cattivi” di un’altra colonia. I nostri sono “inclusivi” ante litteram: la loro squadra comprende ebrei, omosessuali e donne, categorie emarginate, vituperate dai più e dalla chiesa cattolica. Solo una suora anticonvenzionale e coraggiosa può pensare di mettere insieme una squadra così.

Tuttavia l’idea del romanzo di formazione nostalgico è solo la prima impressione. Il testo è molto più complesso. È una storia d’intrecci e colpi di scena spesso grotteschi nella loro pur plausibile improbabilità.

La partita della Stella Maris contro il Cottolengo segna i passi più importanti dell’esistenza del protagonista, Giacomo Boselli, e dei suoi amici: Paolo, malato di cancro, David, ebreo, Cristiano, omosessuale, Bernardino, psicolabile, il Pescecane, attore porno, Ilenia, il primo amore, Marco etc. Il romanzo è diviso in tre parti, ciascuna dedicata a uno spaccato di vita durante il quale viene rigiocata la partita e che, in un modo o nell’altro, segna una svolta per tutti.

Marcacci si basa su un complesso ordito di rimandi e richiami. Il conflitto fra Giacomo e la figlia Maristella, affetta da una malattia rara, si fonderà proprio sul rifiuto del pregiudizio, tema che, come abbiamo visto, ha interessato Giacomo fin dalle prime amicizie estive. La trama si snoda per incastri, come un mosaico di pezzi collegati. Niente succede per caso e anche le situazioni più strane o insignificanti influenzano gli eventi successivi e li determinano.

Quando si gioca e si rigioca la partita, pur senza mai vincerla, “non si è disturbati dalla vita”, semplicemente si “è”, ci si cala nel flusso di un esistere sospeso nel tempo che non è preda di dolori, ripensamenti, scelte. Perché scegliere non è facile, il bene e il male non sono nettamente distinti, così come il giusto e l’ingiusto. Soprattutto la vita non mantiene le promesse.

Sebbene i dialoghi siano forse troppo maturi in bocca a ragazzini, la parte più bella è quella dedicata alle reminiscenze giovanili, ai ricordi delle sonnolente estati  a Marina di Grosseto. Accanto alla fatica di vivere, all’angoscia del tempo che passa e ci trasforma senza accontentare le nostre aspirazioni ma, piuttosto, distruggendo i nostri ideali, la cifra di questo romanzo, e anche la sua bellezza, è la nostalgia. Nostalgia straziante di un periodo in cui ancora eravamo innocenti e tutte le possibilità erano aperte. Nostalgia di un periodo storico, di usi e costumi obsoleti (tutti e tre i blocchi temporali – anni settanta, novanta e duemila – son ben ricostruiti nei dettagli e nelle atmosfere), ma anche di parole non dette, di silenzi da colmare nel rapporto con persone che non ci sono più, che vivono nella memoria, che vengono in continuazione rielaborate e rivissute dentro.

È il “lavoro” di cui parla il protagonista ormai defunto, costretto, nel suo personale inferno o limbo, nei suoi infiniti “tempi supplementari”, a rivivere ossessivamente sempre i medesimi momenti, soprattutto legati alla partita, per cercarne significati e alternative che non si sono verificate ma avrebbero potuto essere. Un po’ quello che facciamo tutti, rimuginando sul passato, sulle sliding doors, su ciò che avrebbe potuto essere se solo avessimo detto o fatto questo o quello.

Un libro bellissimo che mi ha colpita al cuore e affascinata, un’ottima scrittura, che fa tornare la voglia e il piacere di leggere, molto avvincente e nello stesso tempo intelligente, con uno stile che ricorda in senso positivo i romanzi di qualche decennio fa.

 

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Patrizia Poli: "Una casa di vento"

24 Aprile 2020 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni, #saggi

 

 

Una casa di vento è la storia di Francesco e Michela,  i genitori di Loris,  un ragazzino gravemente ammalato. Nella vita di questa coppia fanno improvvisamente irruzione delle lettere trovate per caso, provenienti da un lontano passato. Quelle lettere ritrovate generano la scintilla di una trasformazione che finirà per contagiare tutti i personaggi e per cambiare il corso delle loro vite.

A questo punto, continuare a parlare  del libro non è facile. Chi parla di un testo ha il compito analizzare i personaggi, di mettere in luce la scrittura, di stabilire analogie e differenze con altri libri e altre storie.  A differenza di Signora dei filtri (che ho avuto il piacere e l’onore di presentare), dove la storia di Medea era nota a tutti,  per Una casa di vento a questo compito non facile si aggiunge  l’onere di non togliere a chi legge il piacere di entrare da soli nella storia, di farsi sorprendere e turbare, di appassionarsi alle vicende dei personaggi e di restare col fiato sospeso fino alla fine.

Alla fine ho pensato di iniziare dal titolo.

La casa di vento si trova  ad Antignano, un antico quartiere di Livorno. Forse il suo nome deriva da ante ignem (prima dei fuochi) perché stava prima dei fuochi di segnalazione per le navi dirette al Porto Pisano.  La splendida scogliera, la spiaggetta di sassi, il piccolo porto per le barche ne fanno un luogo incantevole.

Quella  del libro è “una” casa di vento, non “la” casa di vento. Non è unica, particolare, irripetibile questa casa (e così la sua storia e quella dei suoi abitanti), è una casa come tante, una storia come tante, fatta di vento. Quale vento? Di certo vento di mare perché Livorno è una città di mare e il mare – come dice Francesco - a Livorno fa da padrone, insieme al vento. 

 

Vento, vento, sempre vento, da ogni parte, ovunque: grecale da est, freddo e prepotente, libeccio da sud che solleva cavalloni e li rovescia sulla strada, scirocco sfacciato, maestrale che dà sollievo nei giorni d’afa. È una casa di vento, questa, aperta su tre lati, esposta come una nave in tempesta, sventrata come la sua anima, come il suo corpo dopo l’incontro col ragazzo.

 

È Michela che descrive così la casa dove è andata a vivere col marito e il figlio, ed è lei a darle il nome. Dopo un lungo percorso, tornerà a parlare di questa casa che  la rappresenta e le rimanda la nuova immagine di se stessa:

 

… la sua casa… è come la tolda di una nave spazzata dal vento. Lei sta imparando a convivere col vento, come con tutte le parti di se stessa che ancora le fanno paura, come la parte che è stata di Luca. Ora sa riconoscere lo scirocco e il libeccio che soffiano nella camera di Loris, il grecale che irrompe nel bagno, la tramontana che ghiaccia la cucina; sta imparando quale finestra deve chiudere e quale, invece, tenere aperta, dove stendere i panni, dove appoggiare i vasi dei gerani. Sta imparando a piegarsi, a puntellare, a contenere.

 

Le descrizioni di Una casa si vento sono soprattutto descrizioni di Livorno, mai nominata ma onnipresente. Livorno -“città” (vie, palazzi, quartieri) e Livorno -“natura” (mare e vento). Due “Livorno” molto diverse fra loro, due mondi paralleli incastrati l’uno nell’altro, ma sempre raccontati con maestria, usando le parole con audacia e rigore, esplorando tutte le potenzialità delle personificazioni, delle similitudini, delle  metafore, delle  sinestesie...

Se Livorno non è mai nominata direttamente, i suoi “luoghi” hanno sempre un nome preciso e una caratteristica comune. Nel caso di Livorno – città, ciò che li accomuna è il degrado, lo stesso che si è insinuato nell’anima dei protagonisti della storia:

via San Carlo, un budello di  case umide e sudice, Villa Fabbricotti, un posto pieno di statue senza braccia mangiate dal muschio, una stupida grotta rococò piccola e sudicia, via Grande con le colonne di marmo sudicio, piazza Mazzini e la pizzeria con il tavolino vicino ai gabinetti, Stagno dove non si respira dal puzzo, i Fossi con le spallette bruciate dal sole, dove le erbacce spaccano l’asfalto , la Terrazza con le lunghe panche sbreccate

Livorno-natura, è potente, dura e splendida insieme. Mare e vento fanno da sfondo alle vicende dei personaggi, entrano in sintonia con loro: lo stesso mare e lo stesso vento, diversi e opposti a seconda degli occhi che li guardano, rivelano in modo netto, a volte impietoso, sentimenti e segreti.

C’è il mare di Ida, col vento del ricordo e della lontananza  … Bella l’aria di mare, fresca, chiara… già lì da Colline mi arrivava il vento di mare. Ricordavo i tuoi capelli agitati dal libeccio, la mano intrecciata alla mia nella tasca del paltò.

C’è il mare di Michela, un mare amaro, dove anche il vento è solo un’illusione … perché l’amore è evaporato come acqua di mare rimasta fra gli scogli. Quando l’acqua se ne va, rimangono cristalli aguzzi e amari, rimangono denti di cane che, se ti ci siedi sopra, strappano il costume, rimangono erbe marine che bucano, forse non sono erbe ma bestie con le chele, rimane il sale, proprio preciso a quello che lasciano le lacrime sulla pelle.

C’è il mare di Loris, un mare bello e amico che… ha un colore diverso per ogni alito di vento che lo agita, per ogni nuvola che ci passa sopra. Gli piace quando suo padre lo prende in braccio e lo bagna nell’acqua bassa e calda. Si sente normale, leggero, forte come gli altri

C’è il mare di Francesco, meraviglioso e struggente, che solo lui vede dalla terrazza della casa di vento e che non riesce a condividere … Le ha mostrato la bella vista dal terrazzo, le tamerici scosse dal maestrale, la scalinata che porta giù all’acqua limpida, ha indicato col braccio gli scogli che affiorano uno ad uno, mentre il mare si ritira nei giorni di luna piena, lasciando esposti denti di cane, padelle, ghiozzi imprigionati nelle buche. Ma non lo vedi, le ha detto, il celeste delle mattine belle, non li vedi certi tramonti? Quella striscia alta, prepotente, a tingere di porpora tutto l’orizzonte, non capisci quanto è benedetta, quanto è incredibile

Livorno raccontata da Patrizia è essa stessa un personaggio, una figura mitica, una divinità potente. Se dovessi raffigurarla userei l’immagine della Madonna della misericordia di Piero della Francesca che fa parte del polittico custodito nel Museo Civico di Sansepolcro. È una madonna solida, forte e severa, con i piedi poggiati sulla terra, come tutte le madonne di questo grande artista; è una regina che porta con fierezza la sua pesante corona; è una madre che indossa una veste senza ornamenti stretta da un cordone monacale; il grande mantello scuro è aperto, pronto a diventare un rifugio per tutti: uomini, donne, bambini, vescovi, papi… e per gli “abitanti” della casa di vento .

Gli abitanti della casa – cioè i protagonisti della storia – li troviamo elencati nell’indice, che merita un’osservazione più approfondita, anche perché, come si sa, delinea  l’impianto della storia. È  un indice davvero particolare: 3 stagioni (Inverno, Estate, Autunno, manca la primavera); nelle prime due (Inverno e Estate) un elenco di nomi che si ripetono (Francesco, Michela, Rosanna) con due “intrusioni” (Loris in Inverno, Luca in Estate) e infine un solo nome (Francesco) in Autunno. Perché solo lui? E che fine ha fatto la primavera?

A questo punto davanti a me (a noi) si aprono due strade: chiedere all’autrice oppure entrare nel “bosco narrativo” della casa di vento e, da bravi lettori, fare la nostra parte. Come dice Umberto Eco “il testo è una macchina pigra che chiede al lettore di fare parte del proprio lavoro. Guai se un testo dicesse tutto quello che il suo destinatario dovrebbe capire …”. Ma per far bene la sua parte il lettore (il lettore modello) deve stare al gioco dell’autore, seguirlo e assecondarlo  nelle “operazioni interpretative che gli chiede di compiere: considerare, guardare, osservare, trovare parentele e somiglianze”. Così ho pensato di compiere con voi  alcune di queste “operazioni” sulle stagioni elencate nell’indice, a partire dal loro nome.

La primavera, come dice l’etimo, è la stagione che precede l’estate, il tempo della rinascita, dell’inizio; per molto tempo in molti luoghi (per esempio a Pisa) l’anno iniziava a marzo, con la primavera.

Inverno deriva dalla radice sanscrita him- (freddo), che ritroviamo nel latino hiems (inverno). Perciò il suo significato è “tempo che  appartiene al freddo, stagione  gelida”. Però è anche il tempo in cui la terra riposa e custodisce i semi del grano che spunterà a primavera.

La parola estate ha sempre a che fare col sanscrito e si riconduce alla radice idh- o aidh- che esprime l'idea di ardere, infiammare, accendere. In latino diventa aestas, calore ardente.

Niente di nuovo, quindi.

Invece l’autunno - la stagione di Francesco potremmo dire,  visto che in questo capitolo figura solo il suo nome -  mi ha riservato una sorpresa. Contrariamente a quanto  pensavo,  il significato etimologico non ha a che fare con il tramonto, la fine, la preparazione all’inverno.
Autunno è da ricollegarsi al verbo latino augere, che vuol dire aumentare, arricchire e andando ancor di più alle origini, rintracciamo ancora una radice sanscrita av- o au- che esprime l'idea del saziarsi, del godere. Perciò l’autunno è la stagione che succede all’estate, una stagione ricca di frutti che la natura e il lavoro dell’uomo hanno preparato.

E se prendiamo le distanze dai luoghi comuni, ci rendiamo conto che non esiste una stagione più colorata dell’autunno. Il rosso e il giallo sono ovunque, e la cosa ancora più affascinante è l’origine di questo “oro”. Il giallo e il rosso in realtà sono già presenti nelle foglie, sono sostanze  indispensabili alla vita che stanno nascoste sotto il verde della clorofilla. Quando la luce solare diminuisce e la clorofilla non può riprodursi, il rosso e il giallo emergono: le foglie, anche se sono perfettamente sane, diventano “zavorra” e devono essere allontanate dalla pianta perché possa mantenersi viva fino al ritorno della buona stagione, sbarazzandosi anche dei parassiti e degli agenti nocivi. Insomma: purificarsi, risparmiare energie, allontanare da sé ciò che è ormai passato, che ha finito il suo ciclo. E farlo nella bellezza, nel calore del rosso e dell’oro. È lo splendido fenomeno del “foliage”. Questo è l’autunno. La primavera non c’è perché ancora le foglie devono cadere per ripulire la pianta che ha bruciato di passione e gelato nel disamore. Ma le foglie rosso e oro stanno lavorando … Francesco, si può dire, è l’autunno, la stagione piena di frutti che anche quando “perde” in realtà arricchisce, “aumenta”, prepara la rinascita.

Perché l’autunno è la stagione di Francesco? Perché è da lui che parte la scintilla della trasformazione, accesa dalle parole nascoste in vecchie lettere, prima vissute come foglie morte, inopportune e fastidiose, poi come riappropriazione e purificazione, infine come rigenerazione e rinascita. Forse per questo i due anziani non compaiono nell’indice, come il giallo e il rosso non si vedono sotto la clorofilla, ma ci sono, nutrono la pianta e l’aiuteranno a purificarsi, in vista del sonno dell’inverno e del risveglio in primavera.

Inverno e estate sono stagioni estreme, come spiega il loro etimo. Quando Dante inizia il suo viaggio, Caronte descrive l’inferno come il luogo degli estremi dove si sta “nelle tenebre etterne, in caldo e in gelo”. In effetti in queste due stagioni i personaggi vivono così, nel gelo dei sentimenti e nel torrido delle loro passioni. I nomi che ricorrono nell’indice, oltre a Francesco – sempre presente come "seme”  da cui tutto deve rinascere - sono pieni di donne. Le donne sono una componente forte delle storie di Patrizia, esplorate in tutti i loro aspetti. Spose e madri, “dure” e “stremate” dal matrimonio prima sognato e poi subito; giovani donne candide e gentili, travolte dalla loro innocenza e gentilezza (Glauce, la giovane moglie di Giasone e ora Ida); donne adulte che vivono con coraggio e forza le difficoltà, si confrontano con la loro diversità (Medea è la “strana”, la straniera), l’accettano e decidono di viverla perché non vogliono perdere se stesse e diventare come le loro madri. I nomi di queste madri a cui si ha paura di somigliare non compaiono nell’indice, come se agissero dall’interno - anime inquiete delle loro figlie -  e questa “non presenza” le rende forse ancora più potenti. Le trasgressioni violente e crudeli (verso se stesse e verso gli altri) di Michela e Rosanna (come di Medea) nascono anche dal rifiuto istintivo, incontrollabile di diventare come le proprie madri, dal bisogno di “spezzare la catena” del destino femminile, il cordone ombelicale che ancora lega e nega l’evoluzione. E se il cordone ombelicale viene reciso in età adulta, non è più la separazione benefica che segna la fine del travaglio, ma la lacerazione dolorosa e violenta che spesso ne segna l’inizio.

In queste due stagioni sono presenti anche due “bambini”: Loris nell’inverno e Luca nell’estate. I bambini, come le donne, sono figure centrali nelle storie di Patrizia, simbolo della fragilità della condizione umana e della difficoltà di darle un senso. Bambini esposti alle intemperie della vita e ai limiti di adulti troppo spesso inadeguati a proteggerli, inadeguati al loro ruolo o anche oggettivamente e drammaticamente impossibilitati a svolgerlo, come nel caso dei genitori di Loris. Loris, aldilà della sua età,  è un bambino “vero” capace di guardare il mondo con occhi buoni e di leggere nelle persone oltre le apparenze : non si vede bene che col cuore insegna la volpe al Piccolo principe, l’essenziale è invisibile agli occhi. Loris ama teneramente Amedeo, il nonno speciale (nonno era nonno, era speciale e nessuno potrà mai prendere il suo posto) che gli ha insegnato parole magiche, la formula con cui allontanare la paura e il dolore

Com’è che diceva il nonno? “Chiocciola chiocciola marinella, tira fuori le tue cornella”. Ripete tre o quattro volte la frase come un incantesimo di protezione, una preghiera

Loris, che tutti compiangono e commiserano, in realtà è una creatura forte e intera, l’unico capace di riconoscere nel nonno tenerissimo che gli dà i pizzicotti sul naso anche l’uomo, il nonno nascosto; e con la riservatezza, il pudore, il pensiero del cuore proprio dei bambini, non giudica, ma si limita a “vedere”, a “sapere” a “comprendere.

 

Non sa chi sia la donna di cui ragionano, però sa che suo nonno non era solo quello che conoscevano loro, suo nonno era anche i foglietti che gli passava di nascosto, timidamente, un po’ rosso in faccia, con quelle poesie lunghe, piene di parole sul cielo, sulle stelle, sulla morte. Ne ricorda una che parlava di una donna dai capelli morbidi e ondulati, bella come una regina, diceva, con la gonna sotto il ginocchio e le braccia piene di fiori. Ora capisce che non l’aveva scritta per la nonna Gina. La nonna è morta quando lui era ancora piccolo, anche nelle foto gli è sempre sembrata vecchia, persino in quella del matrimonio col nonno (...) Lui sa che c’era anche un altro nonno, un nonno nascosto, giovane dentro. Vorrebbe dirlo ma non gli escono le parole, preferisce far finta di non aver sentito nulla.

 

E poi c’è l’altro “bambino”, Luca, un  uomo giovane che agisce solo d’istinto, stupito per primo da ciò che sente e che lo muove

 

«Mi piaci un sacco».

Il ragazzo ha allungato una mano e le sta stringendo il polso, ha mani callose ma non da operaio, la barba ispida, un accenno di herpes sul labbro superiore. (...)

«Mi piaci, non mi mandare via, fammi parlare, fammi stare qui con te».

Lei tira per liberare la mano, alla fine ci riesce ma si graffia con l’orologio di lui: «Smettila, non dire scemenze, sono vecchia per te e sono sposata».

«Farei qualsiasi cosa...»

«Lasciami in pace, non ti conosco, non so chi sei».

«Io sì, invece, ti conosco, so tutto di te. (...) 

«Ti ho seguita, ti seguo da mesi, ti conosco, conosco la tua casa, la tua famiglia… no, aspetta, non ti spaventare… lasciami spiegare.» (...)

«Io non sono matto, non sono uno stalker, io… credo di essere innamorato.»

Luca è un bambino “cattivo” e affamato, vuole e prende  senza porsi limiti

Pensa a Luca. Avrà trent’anni, magro che gli si contano le ossa, gli occhi azzurri col bianco un po’ ingiallito, lo sguardo affamato ma di cosa lei non lo ha capito. Siamo tutti affamati di qualcosa che manca, che ci riempirebbe ma non c’è mai.

Ma è anche un musicista (sono un musicista, suono il violino) e vuole bene a Buck: gli vuole bene, è il suo cane, l’unico che lo accetta per quello che è, che non lo giudica e non gli fa domande.

Come  Bingo, il gatto di Francesco, anche Buck è una creatura saggia e intera che vede per quelle che sono le follie umane, le comprende e le sopporta per istintivo amore. Bingo e Buck anche se (o forse proprio “perché”) umani non sono, nutrono sentimenti forti e generosi e fanno da contraltare dei loro padroni deboli e  chiusi in se stessi.

Buck sa che Luca è solo un bambino infelice che cerca invano di colmare i suoi vuoti, così infelice da invidiare Loris, amato nella sua sfortuna: voleva essere guardato, considerato, toccato, esattamente come quel ragazzo lì, quel ragazzo sfortunato. Voleva una madre che lo amasse pure a lui… Non a caso, mentre parte per allontanarsi da tutto, per non esserci, è proprio da un nuovo Loris che pensa di tornare un giorno, per dirgli che è suo padre.

Nell’elenco dei nomi che costituiscono l’indice ci sono due grandi assenti: Ida e Amedeo. Perché? Forse perché sono i “motori” della storia e non semplici personaggi? L’ellissi serve a rafforzare la presenza? Vediamoli più da vicino.

Ida è l’unica figura femminile  del libro a non essere madre, eppure è quella più capace di “generare”: la sua capacità di amare in modo assoluto e assolutamente semplice  la rende capace di accendere in Francesco la scintilla del cambiamento che piano piano contamina e trasforma tutti i componenti della storia. Ida, come Glauce, è una creatura primaverile, delicata e pura, ma non è fragile come l’infelice sposa di Giasone: la verità degli adulti, il loro ossequio alla conformità sconquassano la sua vita, ma non la spezzano, come invece fanno con Glauce. Ida si salva perché non rinuncia al suo amore, non lo lascia contaminare dalla mediocrità e dalla grettezza degli altri, Amedeo compreso, un altro giovane “eroe” bello e immaturo (come Giasone) che si fa travolgere dai doveri sociali o dalla “ragion di stato”, rinnegando l’amore. Nella lettera in cui ricorda il giorno del matrimonio di Amedeo con Gina (che diventerà la madre di Francesco), il dolore di Ida è lancinante. Quella volta l’amore e l’odio si mescolano e l’odio sembra prevalere sull’amore: eppure  lei riesce a descrivere con affetto Gina (pur con una punta di umanissimo orgoglio: la figlia della contadina sembrava lei, non io) una ragazzina con le guanciotte rosse, così diversa dalla donna che rivedrà anni dopo, descritta in un’altra lettera, una moglie  ingrassata, con un marito che le sta alle spalle e un figlio che le somiglia solo in qualcosa. Le due lettere raccontano la forza di Ida, la sua capacità di trasformare sempre il negativo in positivo, il rancore in compassione, l’odio in amore.

 

Si chiamava Gina, aveva qualche anno meno di te e una fonderia che avrebbe aiutato le finanze della tua famiglia. La figlia della contadina sembrava lei, non io, con le guanciotte rosse, i vestitini tirati sul petto e sui fianchi, la faccia tonda, i capelli da brava figliola. La vidi il giorno del fidanzamento, ché venne su con suo padre e sua madre, e poi un altro paio di volte.

Il mattino del vostro matrimonio sentii le campane dalla cucina di quella che, ancora per poco, sarebbe stata la mia casa. Non mi affacciai, continuai a pulire il pavimento, pensando che non stava accadendo. Amedeo è mio, mi dicevo, mio, solo mio, è mia la chiazza di sudore che il sole gli forma sotto le ascelle, è mia la frangia scompigliata dal libeccio, sono mie le dita intrecciate nella tasca del paltò. Amedeo è con me che vuole stare, nell’angolo di soffitta che è l’universo intero, noi soli, il fuoco in mezzo, e tutto il resto fuori. Mi dicevo no, dai, non è possibile, vedrai che ci ripensa, vedrai che te lo ritrovi sulla porta. Ma ti sposasti, successe, le campane alla fine smisero di suonare, il riso si posò sul sagrato e i piccioni scesero a beccarlo, le mie unghie si spezzarono sui commenti dei mattoni, i polpastrelli sanguinarono, io rimasi china a strofinare col bruschino, dando le spalle al mondo perché non mi vedesse piangere, rimasi sola a chiedermi com’era che respiravo ancora e se il freddo che sentivo dentro sarebbe cresciuto fino ad uccidermi. «Potessi io morire durante il tuo viaggio a Capri» mormoravo. Volevo chiudere gli occhi e stendermi in una bara, i capelli sciolti, un bel vestito addosso, i fiori fra le dita, come Ofelia impazzita per Amleto. Forse saresti venuto a vedermi, avresti pianto. «Che il mare t’inghiotta» ripetevo, «che ti uccida, che il traghetto si sfracelli sui Faraglioni, che tu sia maledetto. Spero che lei ti renda infelice, sì, spero che tu sia infelice per tutta la vita.»

 

Pensavano che non ti avessi più in mente perché ridevo e chiacchieravo con lei, con Paolina che m’era rimasta amica, con mio cognato Natale, invece non c’era giorno che non ricordassi l’odore di sale e di barche, specialmente quando il fine settimana venivo in città a trovare mia sorella e già lì da Colline mi arrivava il vento di mare. Ricordavo la chiazza che il sole ti formava sotto le ascelle, mentre camminavi con la giacca di traverso sulle spalle ed io, intanto, gettavo intorno sguardi per paura che ci vedessero. Ricordavo i tuoi capelli agitati dal libeccio, la mano intrecciata alla mia nella tasca del paltò. Sono immagini che continuo a ripeterti perché mi si sono conficcate dentro, anche ora che tante cose non le rammento più come vorrei. Per me eri sempre come ti avevo conosciuto io, con la camicia alla moda di prima, con la zazzera che ancora ti cadeva liscia e nera sull’occhio, e con lo stesso odore di sole sulle mani; il tempo si era fermato a quando eravamo giovani, a quando c’incontravamo per le scale e all’angolo della strada.

Invece il tempo passava, passavano i giorni, i mesi, gli anni, io cucivo, affondavo le mani e gli occhi nei punti e mi mancavi quanto manca il sole fra le gole buie delle montagne, ma non lo dicevo a nessuno e fingevo di essere felice di tutto, della casetta, del lavoro, della nipote che mia sorella aveva partorito. Volevo scappare dalle colline e tornare in centro, come aveva fatto mia madre tanto tempo prima, correre sotto casa tua e buttarti giù dal letto dove dormivi con tua moglie.

Poi, una mattina ch’ero scesa in città con la corriera, ti vidi al mercato. Eri con tua moglie e con tuo figlio. Tua moglie era ingrassata ancora, tu cominciavi a spiazzarti sulla fronte. La frangia non c’era più, per compensare portavi i capelli un po’ lunghi dietro ma erano radi. Stavi alle spalle di tua moglie mentre lei sollevava oggetti dal banco per guardarli meglio. Tenevi per mano tuo figlio senza parlargli, avevi lo sguardo insofferente. Io ero all’incrocio fra i barroccini, volevo incedere sdegnosa davanti a te, come quando mi vestivo per le signore e attraversavo lo stanzone di Rosachiara con tutti gli occhi puntati addosso, invece mi nascosi dietro le tovaglie appese, calai i capelli sugli occhi, rialzai il bavero del soprabito.

Tuo figlio ti somigliava ma aveva preso qualcosa anche da sua madre. Lo tenevi per mano come se ti aggrappassi a un salvagente, come se  il padre fosse lui e tu un bambino o un vecchio, non l’Amedeo che conoscevo io, ma uno misero, grigio, rassegnato. Tornai a casa e cercai il tuo numero sull’elenco. Non lo avevo mai fatto prima.

 

Diversamente da Glauce, Ida non si lascia “uccidere” da Giasone ma, diversamente da Medea, neppure lo uccide dentro di sé o cerca di punirlo, non si lascia agire dall’odio: lei continua ad amarlo, ad amare e così salva se stessa, lui e tutto ciò con cui viene in contatto. Rosanna, la sorella di Michela, ricorda Ida in questa capacità di amare che la porta a superare i propri limiti, a dominare la paura per essere finalmente madre e persona.

 

Ha paura, ancora la stessa maledetta paura di sempre, ha paura di tutto ciò che può accadere e persino di ciò che è già accaduto. Ha paura di essere figlia e di essere madre, ha paura di somigliare a Neda e a Michela, di non saper dimostrare l’amore che prova. Ma lo ama, ama questo bambino.

“Non so se sarò tua madre, non so se saprò esserlo fino in fondo. Ma ti amo, ti amo e  non m’interessa come sei nato, ti amo e basta. Stai sereno, bimbo mio, vedrai che tuo padre prima o poi torna. E vedrai che tua madre se la cava. Forse.

 

Amedeo entra in scena attraverso lo sguardo del figlio Francesco. Nel libro i personaggi vengono presentati da altri personaggi e Amedeo è quello descritto da più voci. La prima è  appunto quella di Francesco. Per lui Amedeo è un  padre  severo che gli metteva una mano sulla spalla solo per farsi fotografare e che non era mai contento dei voti che portava a casa, e un marito distante, che vive in una casa piena di silenzi. Ma da subito, proprio attraverso lo sguardo del figlio, si intuisce che Amedeo non è solo questo. Ci sono degli indizi. C’è un famoso materasso che suo padre insisteva per portare giù, nel fondo dove trascorreva tutte quelle ore di pomeriggio dopo il lavoro; c’è quella strana abitudine di farsi sempre la barba dopo mangiato; ci sono quelle scarpe di cuoio marrone che anche da vecchio, quando ormai non si sbarbava più, continua a tenere lustre, a lucidare con la ceretta. È ciò che rimane del ragazzo elegante e scanzonato, col soprabito color cammello, la cravatta un poco allentata, una zazzera di capelli neri più lunghi del dovuto che ha fatto innamorare Ida tanti anni prima. Per lei Amedeo è da subito l’Uomo, il suo uomo dalla voce forte e bella, che le punta in faccia due occhi neri ch’erano due fanali. Michela, invece, vede Amedeo  solo com’è diventato, un vecchio, un anziano come tanti ma non di quelli simpatici, chiuso nel suo ruolo di suocero, utile – solo utile – che si occupa del nipote, fa la spesa, paga le bollette e poi se ne torna a casa sua. E forse anche per Francesco gli indizi resterebbero solo indizi e il padre solo una figura severa e sbiadita se non ci fosse l’incontro con le lettere di Ida, che trova per caso mettendo a posto la casa di Amedeo dopo la sua morte.

 

Ecco un pacco di lettere, tutte simili, mantrugiate, sporche, evidentemente lette e rilette. Ne prende in mano una a caso, la prima che gli capita. Ha un vago sentore di cipria, di spigo stantio, di roba da donna vecchia. (...)

Ora ha in mano una pagina vergata con una calligrafia strana, che ricorda quella antica che hanno tutti i vecchi, ma pende verso destra e sembra scritta da qualcuno ubriaco o malato.

Non mi sono fatta più viva dall’ultima lettera, quella nella quale ti ho mandato la fotografia di me coi fiori, scattata quando ero giovane e ci siamo conosciuti, ma la mia mente se ne va e ti scrivo prima che si oscuri di nuovo e torni il buio. (...) amore mio, mio unico amore, e loro dicono che devo morire e io ho paura perché non so più chi sono e allora vado a imbucare la lettera prima di dimenticare dov’è la cassetta della posta.

 Tua Ida. Sì, è il mio nome, questo lo so, mi chiamo Ida.

 

Il primo istinto di Francesco è non andare oltre: “Ok”, pensa, “ Amedeo era mio padre. Ok, questa donna lo ha conosciuto e forse amato. Il passato è passato, certe cose stanno meglio sepolte”. Ma vuole sapere, ne ha bisogno…

Perciò decide di andare avanti. È il primo passo verso il cambiamento, l’inizio della trasformazione, segnato nella scrittura (la magistrale scrittura di Patrizia) da quel Ma collocato dopo il punto fermo, a segnare il distacco da ciò che precede e dal passato.

 Così Francesco continua a leggere, non per suo padre o per sua madre, per sé, perché in quelle lettere ha intravisto una scintilla … qualcosa che capisce di avere cercato da tanto tempo, qualcosa di cui ha bisogno e gli mancava. E  sente che ora ha qualcosa in mezzo al petto, qualcosa che fino a ieri non c’era: il padre ritrovato, il nonno nascosto di Loris, comincia ad “agire” e gli permette di “origliare se stesso”, come direbbe Bloom, cioè di ascoltare e riconoscere la propria voce interiore,  di  immaginare un se stesso possibile.

Ma chi tocca profondamente Francesco, più del padre, è Ida, una donna che lascia il segno, un’unghiata: di lei si sente quasi innamorato, è anche la sua Ida ormai. Così, leggendo il racconto dell’abbandono, sente il suo dolore e diventa insieme padre e figlio:

 

Il cuore di  Francesco sta battendo forte, vede Ida davanti alla porta, i capelli sciolti, le spalle che tremano. Sente il suo dolore. Vede anche suo padre … è giovane come nella foto, ha l’espressione sgomenta, lacerata, e sta scuotendo la testa. “No, babbo, no, non lo fare” vorrebbe gridargli “non dire no, c’è un’altra possibilità, diventa davvero Amedeo, diventa  quello che lei vuole, abbi coraggio, è la tua possibilità, ce l’hai ancora” Ora è lui Amedeo, e compirebbe senza alcun indugio o timore quel passo difficile – far entrare in casa Ida, chiuderla nelle sue braccia, baciala sui capelli morbidi, difenderla da chiunque. Ora è tutto semplice e possibile.

 

Ed è su questa apertura al “possibile” che, tempo dopo, dopo altre lettere e altre vicende, termina il lungo viaggio di Francesco. Ancora una volta la scrittura sottolinea con un Ma la trasformazione in atto, il cambiamento di prospettiva.

 

Magari, se un giorno riprenderemo a vivere insieme, Michela e io, torneremo a non vederci, a non ascoltarci … Ma c’è un sussurro ora nella sua voce che mi è caro, che raggiunge quella parte di me dove lei è ancora quella di un tempo.

Sono parole che echeggiano quelle dell’ultima lettera di Ida e che il destino e Francesco porteranno a compimento

 

Amore… ora non ricordo il tuo nome, sulla busta però l’ho scritto giusto, accanto all’indirizzo. (...) Amore… è quello che volevamo, no? Vedi, ci siamo riusciti a invecchiare insieme, a morire insieme. Mi guardavi negli occhi e dicevi insieme, sempre insieme, figli, nipoti, cane, sì, anche noi col cane, e poi seppelliti vicini. Ti amo, amore, non mi ricordo tutto per bene, non mi ricordo chi sei, non so più il tuo nome, però ti amo, ti ho sempre amato, ti amerò sempre.

 

Ci sarà questo nuovo inizio? Si potrà dire, con Andrea Chenier, “è dal dolore che a me venne l’amore”? Dopo la purificazione dell’autunno e il sonno dell’inverno, ci sarà finalmente una primavera? Sta a chi legge immaginare il seguito della storia, cercandone accenni e indizi nelle pagine del libro e nelle strategie testuali dell’autrice. Una cosa però mi sento di affermare a conclusione di questo viaggio tra il dire e il non dire, fra il mostrare e il nascondere, e cioè che tutte le storie narrate, drammatiche, intense, emozionanti, ma anche amare e impietose, sono tutte storie d’amore. Perché, secondo me, il vero protagonista di Una casa di vento è l’Amore, quello che, per dirla con Dante “muove il sole e l’altre stelle”. L’amore in tutti i suoi aspetti e sfumature, non certo solo l‘amore romantico o l’amore luminoso. L’amore di cui parla Patrizia è a volte durissimo e crudo. Del resto, per tirare in ballo ancora Dante, lui che inizia e conclude la sua Commedia parlando di Amore, ci ha fatto conoscere tutte le sue sfumature, da quello che redime dal male a quello che al male conduce e uccide l’anima e il corpo. Ed è l’Amore che trionfa alla fine del viaggio che l’ha fatto sprofondare nell’inferno e scalare la montagna del purgatorio prima di approdare alla luce. Un viaggio voluto da una donna che lo ama così tanto da lasciare il Cielo per dargli soccorso. Il viaggio di Dante è il viaggio di un credente sorretto da una fede senza dubbi, la fede granitica e intera del suo secolo. Per chi, come Francesco, Michela, Luca, Rosanna - come noi - vive in questo secolo “liquido”, credere nell’Amore che redime, nell’Amore come dio che vince la morte del corpo e dell’anima, non è semplice. Quello che Patrizia fa in questo libro è raccontarci un amore non perfetto, non luminoso, non divino, un amore squassato dal vento, terrestre e solo possibile, ma forse proprio per questo capace di farci da guida, perché tanto ci somiglia e perché, come dice Francesco “ Quando uno ha l’amore, babbo, se lo deve tenere stretto, perché non c’è altro, davvero non c’è altro, credimi”.

 

 

 

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Una casa di vento: incipit

14 Aprile 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #walter fest, #pittura

Disegni di Walter FestDisegni di Walter Fest

Disegni di Walter Fest

 

 

 

 

 

Incipit de Una casa di vento di Patrizia Poli

 

Sale la scala a piedi, senza accendere la luce. Gli par di sentire Michela: «Hai tanto insistito per l’ascensore e ora non lo prendi?». Gira la chiave ed entra, lo accoglie la vampa dei termosifoni, s’infila in camera di suo figlio, subito sulla destra, con la porta spalancata perché devono averlo a portata d’orecchio anche mentre dorme. Si lascia cadere ai piedi del letto, il respiro pesante di Loris dà spessore al buio.

«Babbo.»

«Dormi, ciccio.»

«Perché ci hai messo tanto a tornare?»

«Ho fatto un giro, si sta bene fuori.»

«Volevo salutare il nonno.»

«Poi un giorno ti ci porto, ora dormi, è quasi l’alba. Cazzo, hai di nuovo la tosse.» Gli sistema il lenzuolo sotto il mento, poggia le labbra sulla fronte che è appiccicaticcia, sgradevole, calda. «Buonanotte, per quel che ne resta.»

«Buonanotte, babbo.»

Spera che si riaddormenti, che non stia sveglio nei suoi laghi di sudore, nelle sue tossi convulse che grattano la gola. Va in camera sua, si spoglia, lascia cadere gli abiti sul parquet, tutti in un mucchio solo, sa che domani Michela si arrabbierà anche per questo, ma adesso non importa, adesso è così e basta. Si stende accanto a lei. Odori e scricchiolii prendono corpo dall’oscurità. Il ticchettio della sveglia, il puzzo dei calzini che ha tenuto su tutto il giorno, la tosse di Loris, secca e raschiante, il gatto che russa fra le gambe di sua moglie. Non saprebbe dire se lei dorme o fa finta, in ogni caso è molto tardi, è stanco e non gli va di parlare. Gli occhi, però, rimangono aperti e si adattano pian piano all’oscurità della camera. Comincia a intravedere il profilo di Michela. La frangia liscia arriva fino al naso, che è grosso, la bocca è come un taglio nella faccia, solo il labbro inferiore è carnoso, l’altro è sottile, lungo. Ha un accenno di doppio mento che s’intensifica non appena ingrassa. La conosce a palmo a palmo, anni fa la percorreva con la lingua dalla fronte alle dita dei piedi, imparando il sapore dei suoi orifizi, dei suoi umori nascosti, della sua pelle, delle prime increspature che non erano ancora rughe. Ora lei non ha più un odore suo, sa di bagnoschiuma, di candeggina, di gatto. Un piede lo sfiora poi si ritrae, è freddo, con le unghie che tagliano.

Lei sente il suo sospiro e si gira nel letto, si è svegliata o forse non dormiva. Non apre bocca, però, non lo consola. Lui avrebbe tante cose da dire, le parlerebbe di come suo padre gli metteva una mano sulla spalla solo per farsi fotografare, di quando gli strappò la maglietta di dosso per punirlo, di come non era mai contento dei voti che portava a casa, di quella volta che lo sgridò perché, colorando l’album, era andato fuori dai contorni. Parlerebbe anche volentieri di tutti quei silenzi a cena, della mano di sua madre che stringeva la padella così forte da far cadere la frittata. E pure del famoso materasso, sì, che suo padre insisteva per portarlo giù, nel fondo dove trascorreva tutte quelle ore di pomeriggio dopo il lavoro, e sua madre a chiedergli perché non lo butti e perché ti fai sempre la barba dopo mangiato. Parlerebbe di tutte queste cose per vedere se quel blocco di pietra che ha sul cuore potrebbe spostarsi un pochino. Prima lei lo avrebbe anche ascoltato, pure tenendolo abbracciato, a quei tempi là, quelli della Uno. Ora gli direbbe solo: «Me l’hai già detto, che ci vuoi fare, è così.»

In una notte come questa, la notte che hanno appena tumulato tuo padre in quello schifo di loculo di cemento, Cristo santo, non dovresti fissare il soffitto, dovresti stare fra le braccia di tua moglie che ti dice «piangi amore mio sfogati», come si vede nelle fiction. A quel tempo là parlavano, quando fermavano la macchina sulla strada del Castellaccio - e la macchina non era quella di adesso e nemmeno quella prima, era la vecchia Uno - in quel posto dove di notte si vedono tutte le luci della città e delle navi in rada. Allora stavano mano nella mano per tutto il tempo, si guardavano la bocca, si baciavano. La lingua di lei cercava la sua, prima come un guizzo sulla punta, poi a fondo, fino alla gola, fino al palato, e lui rispondeva subito, la stringeva, la stritolava. E si raccontavano ogni cosa, parlavano fitto, le lucciole entravano dal finestrino, accendevano l’abitacolo d’estate, i fiati appannavano i vetri d’inverno, in macchina c’era odore del vino che avevano bevuto, del profumo di marca che lei si metteva, di sudore buono. «Chissà come saranno i nostri figli, chissà dove saremo noi fra qualche anno» gli diceva lei. Qui siamo, cazzo, qui, in questa stanza che hai arredato tu e ora non ti piace, con te che smani per le caldane e Loris che si gratta e respira male. A quei tempi lo avrebbe consolato, lo avrebbe stretto al cuore, magari avrebbe anche pianto con lui. Di piangere, lei, ha smesso da tanto. La musica si è spenta, l’amore evaporato come acqua di mare rimasta fra gli scogli. Quando l’acqua se ne va, rimangono cristalli aguzzi e amari, rimangono denti di cane che, se ti ci siedi sopra, strappano il costume, rimangono erbe marine che bucano, forse non sono erbe ma bestie con le chele, rimane il sale, proprio preciso a quello che lasciano le lacrime sulla pelle.

Dentro si sente come se avesse attraversato il deserto dimenticando a casa la borraccia. Il viso s’inumidisce, suda ghiaccio nella camera surriscaldata. Sono costretti a tenere quella temperatura per Loris, ma l’autunno è mite, un novembre che sta per diventare dicembre senza che nessuno se ne accorga, dicono che il freddo, però, quello vero, sia in arrivo a giorni. A suo padre il freddo dava parecchio fastidio negli ultimi tempi, stava ingobbito nella poltrona, non si voleva lavare. Francesco si annusa le mani, ci sente l’odore dell’olio con cui hanno lucidato le panche della chiesa e anche la bara. Forse usano lo stesso prodotto per tutto quello che è collegato alla morte. La bara è entrata nel loculo con una traiettoria sicura, forse l’unica certa della vita. Lui ha guardato Michela, sperando di vedere qualcosa, di cogliere uno di quei tic che indicano turbamento, magari anche solo la gola che deglutisce, ma lei aveva la solita espressione di sempre. Michela fa tutto quello che deve fare ma poi te lo rinfaccia, con gli occhi, con la postura del corpo. E lì lui si è spaventato, ha capito che si muore, che un giorno ti svegli ma non vai a letto la sera, apri il diario ma non ci scrivi, apri bocca ma non respiri, come suo padre all’ospedale che spalancava la gola e si sentiva il rumore attraverso la laringe. Ha capito che toccherà anche a Loris, che succederà presto, e che loro non possono farci nulla. Lui è padre ma non può proteggere suo figlio, non può difenderlo, può solo aspettarne la morte, che è innaturale, fuori dall’ordine normale delle cose. Ma stanotte deve accantonare per un momento persino il pensiero di Loris e concentrarsi solo sul proprio padre, congedarsi da lui come si deve. Di parole fra loro ce ne sono sempre state poche. Suo padre era quello che montava in silenzio le ruote del triciclo e poi stava a guardare mentre lui andava su e giù ai giardinetti spelacchiati della Questura. Quando si voltava, lo vedeva distratto che si fissava le scarpe.

Si gira nel letto, dà la schiena a sua moglie, prova a dormire. Lei soffia nel buio, forse sospira o forse è stato il gatto, o il primo inizio di vento dietro la tapparella.

 

 

Ormai è giorno, c’è una luce grigia che sporca la camera. Si alza, va in bagno a urinare, si prepara un caffè con la macchinetta a capsule compatibili. Michela si è alzata prima di lui e ora gli dà le spalle, con i polsi affondati nella schiuma del lavello.

«Il bimbo?»

«Dorme, meno male.»

«E allora lascialo dormire, non fare tutto quel casino. Perché non dai la via alla lavastoviglie invece di rigovernare?»

«Per due piatti? Non c’eri ieri sera a cena. Non ci sei mai.»

«È morto mio padre, te lo sei scordato? Avevo bisogno di un po’ d’aria, di schiarirmi le idee, di stare da solo.»

«Se eri da solo, non lo so.»

«Sempre gli stessi discorsi del cazzo.»

Lei si volta per metà: «Stare insieme a te è come lanciarsi tutti i giorni a testa bassa contro un istrice. E io sono stufa, stufa, stufa di dissanguarmi. Voglio un po’ di pace. Non mi va di litigare sempre.»

«Nemmeno a me, ma siamo quello che siamo.»

Vederla dibattersi come una farfalla intrappolata sotto il bicchiere della sua indifferenza gli procura una certa soddisfazione sadica, deve ammetterlo. «Io vado.»

«Sì, è meglio.»

Esce senza nemmeno radersi. Il gatto si piazza accanto alla porta e lo fissa, come per chiedergli dove vai così presto, dove cazzo vai tutti i giorni a quest’ora, che bisogno c’è di uscire all’alba se l’ambulatorio apre alle dieci? Ma non ce la fa a rimanere, non ce la fa vedere Loris che si sveglia e comincia subito a sudare e tossire, che lo guarda con quegli occhi imploranti. E non ce la fa a rimanere con lei, perché dovrebbe trovare parole diverse, parole morbide che non gli escono più di bocca da tanto tempo, dovrebbe avere il coraggio di toccarla, di stringerla fra le braccia e chiederle: «Com’è che ci siamo ridotti così? Siamo noi, cazzo, siamo ancora noi, Francesco e Michela, siamo tu ed io.»

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Vincenzo Zonno, "L'ultimo spettacolo"

10 Aprile 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

L’ultimo spettacolo

Vincenzo Zonno

 

Catartica Edizioni, 2020

Pp 192,

14,00

 

Ormai Vincenzo Zonno ci ha abituato al proprio stile superlativo (a parte piccolissimi errori, forse solo refusi) di cui riveste e ammanta il suo surrealismo, che mescola a vari generi letterari, dal romanzo storico, all’horror, qui, nello specifico, alla fantascienza.

Al solito, confesso di non aver capito molto della trama del tutto onirica – e di non aver nemmeno avuto interesse a comprendere - ma di essere stata colpita dall’ambientazione. In un futuro ucronico e distopico, dove tutto è controllato dal governo centrale, i cittadini sono indottrinati e spiati attraverso gli schermi della televisione. Ogni cosa è artificiale, l’erba è sintetica, i fiori sono di stoffa, il profumo viene spruzzato da erogatori nascosti, ci si sposta a bordo di grandiosi dirigibili. Ogni aspetto della vita è diretto e amministrato dal governo. Le relazioni amorose sono regolamentate, persino la religione e l’accesso al paradiso esigono una tessera. Per decidere se si è colpevoli o innocenti c’è un elaboratore elettronico che esamina i dati degli interrogatori e stila il giudizio finale. È stata riammessa la tortura e la pena di morte viene comminata senza rimpianti. Persino i mali di stagione sono disciplinati dall’alto.

I cittadini vivono (o, meglio, vegetano) sollevati dal pensiero di scegliere e di ragionare con la propria testa, è tutto semplice, asettico, freddo. Solo il sogno li salva. Come nel film Matrix, non si sa qual è la realtà e dove finisce l’immaginazione. Non si sa chi crea cosa, chi plasma chi. Chi dorme e chi è sveglio. Chi è carnefice e chi vittima. Forse "sogno quindi sono"? 

La realtà è piatta e asfissiante, ma c’è “l’ultimo spettacolo” messo in scena per Rebecca, un tempo insegnante di danza e che ora non può nemmeno spiegare a una bambina come si balla. Una bellissima performance su un palcoscenico. Un mondo parallelo fatto di arte fantasmagorica che sublima la bruttezza del reale.

I personaggi del romanzo sono vari e strani. Harpo, un tizio che viene accusato d’omicidio ma non si può interrogare perché dorme. Un elettricista che uccide la gente. Rafaela, una ragazza morta su una panchina. Rebecca, la ex di Harpo. Carl, il delegato che indaga sull’omicidio di Rafaela, incarnazione fisica del travet, della burocrazia spersonalizzata. Convergono e si mischiano, entrano ed escono dal sogno, dal racconto che uno dei protagonisti sta scrivendo, dalla mente confusa del lettore.

Una scrittura bellissima ma, come già detto, volutamente al servizio di trame sempre più da teatro dell’assurdo. Un romanzo di nicchia, frutto di autoerotismo letterario, diretto a chi ha voglia di faticare, ricostruire, far combaciare i pezzi del puzzle. Zonno, è così. O lo si odia o lo si ama. Devo ancora decidere.

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