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Post con #umberto bieco tag

Una pulce nell'orecchio

2 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

«Sì, è il figlio di Pyotr» disse una figura, uscendo dall'ombra, da un angolo della stanza.

Era Deia. «Non sapevo mio padre fosse così famoso» rispose Crispin.

«Oh sì, era piuttosto presente nel nostro Circolo Ribelle» spiegò il Comandante con fare giulivo.

«La sua preparazione teorica era impareggiabile. È stata una grave perdita. Certo però che quando cominciava con la sua logorrea materialistico-dialettica, era un vero e proprio e lungo calvario» aggiunse, (mentre uno dei membri sussurrava all'altro «Senti chi parla»).

«Pensavamo che, forse, tu, potresti sostituirlo» concluse.

«Oh, no, non penso proprio» si schernì il figlio di Pyotr. «Non mi sono mai interessato a queste cose. Quando me ne parlava pensavo ad altro e annuivo ogni tanto. A caso.»

«Allora non c'è proprio speranza» recitò il Comandante, corrucciandosi.

«Senza Pyotr non penso combineremo un granché. Speravo potessi essere tu la nostra salvezza».

A questo punto sembrava stesse quasi per mettersi a piangere. Il labbro inferiore cominciò a tremare, sporgendosi in fuori, lo sguardo nel vuoto.

«Mi spiace, mi piacerebbe molto aiutarvi, ma...»

Proprio in quel momento una sorta di minuscolo essere di metallo fece capolino dall'orecchio di Crispin, si calò sulla sua spalla e si guardò lentamente intorno, ronzando ad ogni movimento. Alzò un dito meccanico verso di loro ed esclamò: «A-AAAAH!» - subito dopo ci fu un gran boato e si squarciò il pavimento lasciando spazio a una trivella gigante, che emerse dalle profondità scagliando il tavolo in aria, terrorizzando i presenti, e rivelandosi parte di un mezzo sotterraneo – una talpa tecnologica con una cupola che si aprì lasciando sciamare fuori Soldati Imperiali, mentre i Ribelli tentavano di scappare infilandosi in porte, corridoi e condotti dell'aria – inseguiti.

Deia, Crispin e Babbo si erano lanciati nella sala dell'Hardware Preistorico, dove i Soldati, fiondatisi, si incagliarono un po' sui numerosi avventori o contro i bancali. Svoltarono in una serie di cunicoli vuoti senza una precisa idea di dove fossero e di dove andare, fermandosi trafelatamente a un incrocio per ponderare la direzione. Sentirono uno scalpiccio avvicinarsi, e ripresero immediatamente la corsa scegliendo un tunnel a caso – mentre al rumore degli Stivali Imperiali cominciavano ad aggiungersi i dardi laser dei loro fucili, che fulminarono una parete proprio dove un microsecondo prima i tre stavano passando, come in tutti i migliori film di azione – ciò li pungolò a stremarsi ancora più follemente verso una ignota e improbabile via di fuga, sforzo che stava particolarmente mettendo alla prova l'apparato cardiorespiratorio di Babbo.

Un improvviso display elettronico annunciò: «Dedalo Senza Certa Uscita – decliniamo qualsiasi responsabilità verso chi vi entra» recitando la frase con una squillante voce robotica per i non vedenti.

«Per tutti gli hula hoop di Saturno!» esclamò Naziale dopo che un sibilo bruciante gli colse la gamba, facendolo rotolare a terra. «Andate! Non pensate a me!» gridò agli altri due.

«Ok» rispose Crispin, afferrando Deia per il braccio e catapultandosi nel labirinto.

Per un breve momento lei sembrò opporre resistenza.

«Ricordatevi: io vi avevo avvertito!» squillò il display, al loro passaggio.

«Beh, io mi aspettavo qualcosa del tipo 'non possiamo andare senza di te' o 'no, non ti abbandoneremo mai'» borbottò Naziale, mentre le Guardie Imperiali lo circondavano.

 

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Lo Scienzianesimo

30 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Entrarono nel covo, dove altre persone – circa una decina - erano intente a discutere intorno ad un tavolo. In particolare, un individuo dal cipiglio determinato stava disegnando su un foglio, illustrando qualcosa agli altri, proferendo le seguenti parole:

«...poi tornate indietro per la giungla, assicuratevi di avere le cipolle in tasca, calatevi tra le iene: cesseranno di ridere e cominceranno a piangere – questo aumenterà il vostro Punteggio di Cattiveria. Nello schermo seguente...»

A questo punto fu interrotto da un altro soggetto posto al suo fianco, che gli batté sulla spalla fissando Naziale e Crispin. Il Comandante, un po' infastidito, si girò verso di lui, poi seguì il suo sguardo e trasalì tossendo:

«Oh, eccovi, scusate, stavo spiegando un... un piano...» si schiarì la gola, nel contempo sottraendo il foglio alla loro vista.

«Ma passiamo ad altro. Il Tenente è qui con noi, con un nuovo amico» - la decina di persone si voltò verso gli ultimi entrati e colpì sonoramente il pavimento con il piede sinistro (uno di loro pestò così forte che si sbilanciò e cadde in avanti) - «è solo il loro modo di salutare» mormorò Naziale a Crispin, che era indietreggiato verso l'uscita. Subito dopo, il Comandante si lanciò in un discorso.

«Per ora possiamo introdurre nuovi adepti senza remore. Come sapete, i nostri Sensori Riprogrammanti neutralizzano i nanocerebrochip proteggendoci. Sappiate anche questo però: il Governo Centrale ha emanato nuove direttive e i chip diventeranno a) obbligatori e b) non si potranno più spegnere – dovremo quindi elaborare una nuova tecnica. Si sta parzialmente ripetendo quello che era accaduto un secolo fa, quando i costruttori di telefoni cellulari resero le batterie non più estraibili, evidentemente in accordo con esigenze di intelligence della Comunità Internazionale»

«Ricordatevi: la popolazione è sempre più propensa a fare quel che Governo le impone, perché, come nell'antichità, vi è ormai identificazione tra potere e fede. La differenza è che la fede del presente non è più rivolta alla religione e alle sue divinità, concentrate a loro volta in un sovrano. Ma alla sua antica nemica: la Scienza. Abbandonate le superstizioni e le irrazionalità del passato, la Scienza è diventata la religione del presente. La Scienza è la nuova religione. Questo è il paradosso a cui siamo giunti. Possiamo chiamare la religione del presente: Scienzianesimo. Cos'è? Perché è una fede? Perché il cittadino comune, dopo secoli, ha finalmente imparato a riconoscere la Scienza come unica fonte possibile di conoscenza oggettiva. Ma, nonostante ciò, non ha ancora imparato a conoscere la Scienza. Dà quindi per scontato che il metodo sperimentale sia accuratamente applicato e i risultati comunicati da fonti istituzionali siano attendibili. In conseguenza di ciò, chiunque critichi tali conclusioni diventa anti-scientifico: non per il merito di quelle critiche, ma perché contraddicono la Grande Chiesa della Scienza – ovvero, il complesso delle forze dominanti, che mediante i media e comunicazioni ministeriali, etichetta quelle critiche come oscurantiste, medievali, superstiziose, irrazionali. Ecco, quindi, che la Scienza dominante diventa dogma, non più Scienza. Perché?

Lo sappiamo perché. Perché il metodo sperimentale viene utilizzato come specchietto per le allodole: nella realtà, sempre più frequentemente gli esperimenti e i loro risultati vengono deformati per raggiungere le conclusioni utili all'industria o parte di essa – utili a chi quegli esperimenti ha finanziato. Gli effetti negativi di un prodotto nascosti, le qualità amplificate oltremisura. Di conseguenza, se c'è qualcosa di antiscientifico è il non considerare che la Scienza (o, quindi, presunta tale) non è avulsa da interessi economici che possono deformarne intenti, metodologie e risultati. Se si vuole, fuor di teoria e astrazione, valutare il sistema Scienza, vanno valutati anche il sistema più grande in cui opera e la sua relazione con esso.»

Dopo aver fissato fino a quel momento un copione immaginario sul soffitto, sulle pareti e sul pavimento della stanza, finalmente il Comandante tornò con lo sguardo sulla tavolata, compiaciuto del proprio discorso, pronto a ricevere gli applausi dei suoi Compagni di Ribellione. Ma vi era silenzio, a parte un lieve chiacchiericcio. Vide una coppia di loro che si stava apparentemente sfidando a tris su un minicomputer polpastrellare, un altro membro che dormiva con la guancia appoggiata al braccio e una bolla che gli usciva dalla narice dentro alla quale si notava una ragazza bionda, un altro ancora che fissava nel vuoto sfidando il vuoto a ricambiare lo sguardo, altri due che ridacchiavano sommessamente raccontandosi qualche avventura della sera prima.

«Insomma, vogliamo fare i seri?» reagì il Comandante con voce un po' stridula, mentre la sua mano colpiva sonoramente il ripiano in legno.

«Capitano, siamo con  lei. È solo che abbiamo già sentito lo stesso discorso dozzine di volte» spiegò uno di loro.

«Capisco» borbottò il capitano paonazzo, massaggiandosi il palmo che aveva appena usato  percussivamente quanto dolorosamente. «Ma potevate almeno farmi fare una bella figura davanti al figlio di Pyotr». Gli astanti si girarono a guardare Crispin, colti di sorpresa, un'espressione di stupore sui loro volti, a parte l'addormentato, che continuava a russare raucamente.

«Baciami le spalle, Sheila» biascicò, per completezza.

 

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Le sottocatacombe

28 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Ascoltava il rombare del Sottobolide in lontananza, mentre se ne stava seduto in una poltrona. Pensava a sua Madre, a sua Nonna, a Pyotr, al perché Naziale l'avesse coinvolto in quest'avventura pericolosa. Se fossero stati presi, cosa sarebbe successo? Sarebbero stati gattabuiati per quanto? O c'era qualcosa di peggio, in serbo? Non lo sapeva. Non conosceva il serbo.

Sentì il mezzo fermarsi, ma non spegnersi. Ripartì. Gli sembrava s'inclinasse. Stava salendo. Vi era un rumore metallico. Forse era una rampa. Sentì qualcosa che si chiudeva, con un boato, dietro di loro. Seguiva attentamente il racconto dei suoni, chiedendosi cosa significassero, tendendo orecchie  peraltro già piuttosto estroverse. Seguì un sibilo lungo e continuo, e poi il Sottobolide partì fulmineamente imboccando chiaramente un percorso in ripida discesa. Scatto che rovesciò la comoda poltrona su cui sedeva mandandolo a gambe all'aria.

Naziale lo chiamò. Egli uscì dalla Torre Mobile e poi dal sottobolide.

«Dove siamo?»

«Più in basso di dove tu sia mai stato.»

Si guardava intorno, scrutando quell'ambiente cavernoso, spoglio, misterioso.

Il vecchio arzillo lo condusse attraverso un varco e si trovò all'improvviso in una vasta grotta intermittente di luci, persone, movimenti, trilli, scalpiccii – piramidi di schermi si stagliavano presso ogni parete, e monitor lungo le file di bancali con strane, mai viste tastiere nere di gomma, dotate di una striscia variopinta obliqua in un angolo. Varie persone si affaccendavano attorno ad esse, scambiandosi osservazioni, occhiate ed esclamazioni. Sui tavoli c'erano custodie colorate da cui spuntavano strani oggetti semi-rettangolari con due buchi nel mezzo, alcuni dei quali erano o venivano infilati in delle specie di scatole dotate di pulsantiera, che una volta attivate muovevano delle sporgenze rotanti all'interno dei due fori – un filo collegava tali bizzarri strumenti alla tastiera, e sugli schermi apparivano strane immagini dal rozzo e approssimativo disegno.

«Ho capito» mormorò Crispin argutamente «Siamo nel covo dei ribelli e questa è tecnologia avanzata per raggiungere e fondere i circuiti dell'Impero a distanza, torcere il suo oppressivo apparato di controllo ipnoinformatico, devastare il sistema»

«Sagace, molto sagace» commentò Naziale scrutandolo «Ma no, questi sono solo antichi home computer e videogiochi con cui amiamo divertirci»

«Certo, è quello che ho detto» replicò il figlio di Pyotr annuendo con serietà.

«Sai, è un convegno per appassionati di hardware preistorico – anche questa è una forma di ribellione: un rifiuto di utilizzare la tecnologia moderna programmata per seguirci, controllarci, raccogliere informazioni su di noi – come i nostri cerebronanochip» concluse con un occhiolino.

Crispin aprì una grossa O con la bocca e gli occhi si sgranarono come due uova sode attorno alle pupille «Ho dimenticato di spegnerlo! Sanno dove siamo!»

«Non preoccuparti, questo luogo è isolato, e dei particolari sensori hanno già individuato e spento il tuo chip mentre entravi»

«Tenente!» furono interrotti da uno dei giocatori. «L'aspettavamo. Venga nel covo segreto» e li precedette oltre una tendina di perline.

«Tenente?»

«Sì, è diminutivo di “nullatenente”». E lo seguirono.

 

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Telegiornali Oculari e Fasci Lampionari

26 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

I Telegiornali Oculari e i Fasci Lampionari veicolavano la notizia che dietro la disinformazione anti-inoculanale si nascondevano interferenze nemiche atte a erodere la fiducia del cittadino nelle Istituzioni. La fonte di queste ingerenze che minacciavano la stabilità e la salute sociali era stata localizzata su Marte, nello Stato denominato NovoVodka. Il cittadino doveva quindi stare all'erta, non farsi influenzare, o meglio infettare, dalla continua propaganda che si propagava come un virus, insinuandosi tra le crepe della Vera Informazione a Norma di Legge e colando nel cervello a formare una mistura cognitiva che confondeva o addirittura sostituiva la residente miscela di nozioni approvate, subdolamente riprogrammando gli schemi cerebrali. Non poteva esserci che una programmazione, quella di origine ufficiale, sanzionata dal Ministero del Libero Arbitrio – il quale aveva istituito una apposita Commissione per filtrare le Cattive Notiziacce Infondate (CNI), e difendere la popolazione dal rischio di diventare un gregge belante in mano al nemico. Ma la legge era legge, e il gregge era gregge. La Commissione, quindi, doveva fungere da cane pastore e ricondurre i poveri ovini nel recinto imperiale. Distribuivano anche spillette e adesivi con diciture come “Noi beliamo solo per l'Impero!” e “Gregge sì, ma con oculatezza!” e “Licenza di belare (per il nostro Imperatore)” e “Non fermerete noi individui, perché uniti siamo gregge!”. Vi era anche un Ufficio in cui si poteva denunciare chi non si atteneva all'Informazione Certificata di Origine Controllata, nel qual caso il denunziante assumeva il ruolo di “belatore”.

Pensava a tutto ciò, Crispin, mentre viaggiava sui marciapiedi mobili, osservando i soliti capannelli di gente impegnata ad assorbire informazioni attraverso le luci arancioni che accompagnavano le vie e costellavano i parchi dalla vegetazione floscia e annerita. Arrivò presso uno degli Ascensori per l'Interno, così si chiamavano le cabine che conducevano nelle Città Sotterranee. Si racconta che originariamente il termine “Interno” fosse differente per quanto riguarda una delle sue consonanti, ma che ciò fu cambiato dopo attenti studi di marketing. Entrò e selezionò il livello desiderato.

Vide scorrere luci, forme e ombre attraverso le vetrate, finché, sussultando, l'ascensore si fermò, e con un cigolio che sembrò un lungo guaito si aprì. Il figlio di Pyotr si affacciò nel variopinto squallore del mondo di sotto. Metteva tristezza e allegria contemporaneamente. Camminò lungo quelle vie sconnesse, decadenti e colorate, come abbandonate da lungo tempo, osservato od ignorato da sguardi spenti e braccia bighellonanti. Là sotto erano stipate le orde spinte fuori dal mercato del lavoro dalla nuova manodopera robotica nonché da quella migrante e che ora vivevano di quasi niente, di un sussidio più che magro denutrito, tenuto il più possibilmente basso per limitare il perenne gonfiarsi del debito pubblico – fenomeno consentito solo al centro dell'Impero – a SuperHamburger – da una parte vampirizzando le colonie, dall'altra ricorrendo alla vendita di Buoni Imperiali all'estero, ben sapendo che non li avrebbero mai restituiti: ad un sollecito del creditore, avrebbero semplicemente ricordato a quest'ultimo quale fosse l'ammontare della loro spesa militare, e come questa spesa militare poteva eventualmente essere utilizzata. Non era il caso di farli arrabbiare.

 

Trovò Naziale che l'aspettava con la sua Sottomobile, nel luogo concordato.

«Fila nella botola» gli disse «Non devi vedere dove andiamo».

 

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Morte!

24 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

“Pasta con il tonno. Riso con il tonno. Ecco la prima cosa che mi viene in mente quanto penso a nonna” scribacchiò vagamente mesto sul suo schiacciatasti da letto. Pallida come cera rappresa, con la bocca aperta, contorta. Aveva sentito la voce di suo cugino, quello più giovane, che si crepava in qualche sillaba, mentre fingeva disinvoltura. Quell'esperienza comune cementificava la consanguineità dei presenti, gli ricordava che – finché venivano risparmiati – non avevano null'altro che loro stessi a ricordare e possedere un'origine comune – non avrebbero avuto nessun altro a sostenere con certezza, nella cattiva sorte, fortunati di non esser stati diroccati dalle faide che colpivano altre famiglie.

I figli di nonna avevano completato il loro percorso di orfanitudine iniziato 55 anni prima. Lo zio Solingo se n'era tornato a casa, vuota, senza moglie, senza figli – vuota, ma solcata dagli spettri della morte. L'aveva visto allontanarsi in direzione del parcheggio, opposta a quella degli altri, ed ebbe l'impressione che stesse per rompersi, frantumarsi in pochi, grossi pezzi. O accartocciarsi. Gli era sembrato fragile e vulnerabile come qualcuno che ha perso l'ultima barriera, l'ultima difesa contro la morte. Non c'era più sua madre. Ora era lui, erano loro, ad essere ufficialmente in lizza. Gli era sembrato si allontanasse come indeciso se raccogliersi in sé stesso, appallottolarsi come un riccio, per non essere divorato dalla notte, sotto impassibili lampioni elettrici. Crispin aveva sbirciato la propria madre, a letto, con l'abat-jour accesa, gli occhi socchiusi – come se contemplassero, spossati, amaramente sollevati, la nuova condizione – l'accadimento che era stato annunciato come imminente da almeno un mese, e a cui quel mese – e nessun altro lasso di tempo – poteva preparare. Occhi socchiusi, troppo emotivamente stremati perché l'angoscia fosse dominante, persi nella fine di un'agonia, in cui si è cullati dai flutti dello stordimento, dopo la battaglia, al crepuscolo. Occhi tra il ghermire ricordi e il corteggiare l'incoscienza. Infilanti la testa nel dell'oblìo l'oblò. Almeno per qualche ora.

 

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$$$ - Un funerale per Pyotr

22 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

 

Quindi, stanca e provata, si era ritirata nel focolare del proprio caminetto domestico, o qualcosa del genere. Quello era il paradiso per lei. Lei in casa, e tutto il mondo fuori. E su questo era d'accordo con suo figlio. Con il quale si stava recando al funerale di Pyotr. Era un funerale in contumacia, ma, dopo un certo tempo dalla sparizione, era obbligatorio celebrarlo. Era un modo con cui lo Stato metteva le mani avanti. Lo trovava di buon auspicio. Così, nel caso lo si trovasse poi effettivamente vivo, per ragioni burocratiche occorreva necessariamente sopprimerlo per non creare problemi formali con le carte e con lo status ormai ufficializzato di deceduto. Naturalmente, allo Stato non spiaceva seppellirlo e cominciare a drenarlo di energie varie ed eventuali. E tanto i costi di tutta la faccenda pompofunebre ricadevano sulle fragili spalle dell'eventuale famiglia.

Quindi erano stati costretti a procedere con un cambiamento di status da vivente a un po' meno vivente. Del resto, non era la prima volta che Pyotr moriva. Non c'era nulla di cui spaventarsi.

Si ricordava, per esempio, che in un'occasione, mentre erano in qualche prato, forse per un pic nic, il cielo era stato squarciato da un temporale, e un improvviso lampo aveva ghermito lo scalpo di suo padre, elettrizzandolo, e rizzandogli sulla testa, saettante, il vistoso riporto.

Pyotr tentava spasmodicamente di sottrarsi al fulmine tirando con forza il ciuffo verso il basso, ci aveva provato ancora e ancora, ma invano – mentre il figlio si agitava alla sua sinistra senza poter intervenire, e la moglie, dall'altro lato, piuttosto seccata esclamava: «Ci mancava solo questo!».

Insomma, apparentemente morì. Ma fortunatamente l'evoluzione della Bioelettronica unita agli sviluppi del Videoludicismo Medico, avevano fornito l'organismo umano di una possibilità di vita in più, prima del definitivo Game Over. Spesero però una davvero ingente quantità di gettoni d'oro - da inserire rigorosamente in vecchi cassoni da bar di Pac Man, Galaga e Space Invaders - per acquisire quella vita in più, difatti la vita era davvero molto cara, ed erano più che altro i Ricchi a potersela permettere – soprattutto in seguito alla totale privatizzazione della Sanità -  per quanto la Lotteria di Fine Anno (chiamata anche Lotteria di Fine Vita) e le Slot Machine negli atri degli ospedali, fruttassero a volte quella felice vincita a qualche fortunato poveraccio. Di certo fruttavano begli introiti statali nel primo caso, e, nel secondo, ulteriori raggruzzolamenti per l'$$$, la $ocietà di $peculazione $anitaria - «Vieni da noi! Speculiamo sulla tua salute!» era il loro famoso slogan, accompagnato da un orecchiabile jingle, a metà strada tra una canzone natalizia e un inno funebre. Erano davvero fortunati a vivere in una società così evoluta. E dire che avrebbero potuto nascere in altre epoche buie, quando la Sanità era ancora pubblica e quindi infima. L'avevano scampata bella!

Durante la cerimonia, a cui presenziarono solo loro, forse perché non avevano diffuso l'evento, tennero entrambi un breve discorso, con l'oratore di turno sul pulpito e l'ascoltatore esattamente di fronte, qualche gradino più in basso, ma a un passo, per poi scambiarsi. La Madre ricordò il romanticismo di Pyotr richiamando l'occasione in cui egli la approcciò e la intrattenne parlando delle spazionavi belliche marziane che s'eran ancorate appena fuori alla stratosfera nonché della delicata situazione cosmopolitica universale in generale. Crispin volle ricordare quando, invece, Pyotr aveva dimostrato il proprio patriottismo, durante il servizio militare, non unendosi agli altri soldati che correvano a festeggiare il comandante con grida di giubilo, presso il cannone laser, com'era appropriato uso gerarchico dopo un botto ben riuscito, ma indugiando invece presso l'arma fumante per orinarci sopra con profusione abbondante.

A casa Crispin trovò il coraggio di tentare di sottrarre il ferro da stiro alla madre, la quale reagì esclamando: «Ehi, non sono ancora invalida!» mentre si massaggiava una mano dolorante e si appoggiava alla parete perché una delle gambe le cedeva. Vide anche una rotula passare. E il radio del suo polso sembrava trasmettere qualcosa, sfrigolando. Sembrava una canzone. E il ritornello diceva: “Mandateci in pensione”.

Ma il periodo lugubre non era ancora finito.

 

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Robot Inc

20 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Erano irrigiditi e funestati dal freddo. Il sole non filtrava nell'abituale coltre nera. Madre da sotto gli strati di intirizzimento, si lamentava con un lamento. Doleva in svariate parti del corpo in virtù del suo lavoro, alla mano, alle scapole, ai calli, al naso, al fegato – a causa della frustrazione apensionistica. Era inoltre ipertensiva, non riusciva a dormire la notte, e quando ci riusciva, gli inquilini di sopra provvedevano a sventare il suo sonno con qualche tempestivo intervento acustico.

«Il mio cuore si ribella a un altro dolore» aveva appuntato in gioventù sul proprio diario, durante i tormenti sentimentali, durante qualche distacco del marito, perso nelle sue fantasie intellettuali.

«Il mio orecchio si ribella a un altro rumore» scriveva ora, ispirata da altra questione.

Lo spirito vagamente ribelle o avventuroso – per i suoi canoni – della gioventù si era immarmottito e impigrito dopo i vari rovesci dell'esistenza, in seguito agli sberloni del fato, ai buffetti del destino  - consegnati come un'improvvida porta in piena faccia. Ora – quando poteva - preferiva starsene a casa a cullare l'abitudine, a coccolare il prevedibile. C'erano già sufficienti imprevisti all'Istituto.

Quando il personale umano aveva cominciato a esser progressivamente sostituito da androidi, si era rallegrata: finalmente qualcuno che avrebbe effettivamente svolto i lavori, invece che ciondolare e lasciare come al solito tutto a lei, troppo ligia per permettere che l'Istituto si esponesse a causa delle loro negligenze. La casa produttrice degli androidi, però, si vantava di averli costruiti e programmati in modo così VEROSIMILE e UMANO, per facilitare l'interazione, da renderli quasi indistinguibili. Purtroppo, non si trattava di esagerazione pubblicitaria: avevano fin troppo ragione. Questi robot eran tutti troppo presi da piccole rivalità, gelosie, sospetti, permalosità, crisi di affetto e accidie – per operare efficacemente. E tutto era praticamente rimasto come prima: la gran parte del lavoro toccava a lei. E in aggiunta doveva sopire le loro diatribe.

I robot ci tenevano a non fare un minuto di lavoro o di spostamento di oggetti in più degli altri, e se veniva loro richiesto, s'impuntavano. Cominciavano a puntare il metallico dito contro altri chiamandoli “sfaccendati” e insistendo che dovevano essere loro a svolgere la nuova mansione. In aggiunta, disturbavano anche le lezioni cominciando a litigare nei corridoi, se non nelle classi. A volte si strappavano reciprocamente un braccio o una gamba e li usavano per duellare, o si ruotavano direttamente la testa di 360° tentando di svitarla. Si danneggiavano se non distruggevano a vicenda. E lo stato doveva spendere in continuazione quantità immani di denaro pubblico per ripararli o sostituirli con nuovi modelli. Qualche folle complottista aveva il sospetto che fosse tutto calcolato sottobanco per far guadagnare soldoni alla Robot Inc. Che persone sospettose!

 

Nella scuola avevano persino cominciato a verificarsi strani accadimenti. Per esempio, l'oliatore di uno dei robot era sparito dall'armadietto. La capra per le pulizie, in dotazione a uno di loro, aveva cominciato a belare. In sintesi, gli androidi si facevano i dispetti. In un'occasione, il distributore di caffè aveva persino spruzzato dell'acido corrosivo contro uno di essi. Poco dopo, il distributore di caffè e il robot dovettero essere separati mentre s'intrecciavano in un violento corpo a corpo. La Polizia Androide era addirittura intervenuta per indagare sull'accaduto. Non solo. Erano cominciati a sparire utensili dal laboratorio. Con una videocamera nascosta avevano immortalato uno dei robot allungare il braccio idraulico sopra la porta, attraversare il sopraluce e spostarsi a raccattare oggetti vari probabilmente per rivenderli sottobanco, cosa piuttosto facile data la quantità di banchi presenti nell'Istituto. Il soggetto, confrontato, aveva confessato, giustificandosi disperatamente, piangendo lubrificante, di non avere abbastanza cacciaviti per riavvitarsi.

Era un ambiente molto difficile.

 

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Verità e leggi della giungla

18 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

Parlò ancora anche con Babbo Naziale.  «Ecco ciò che ti dico» gli disse dicendoglielo, sempre saltando di mobile in mobile nel suo tutù. «Le teorie contro le istituzioni, contro la porzione di società dominante, contro le forze superiori, contro il mondo, sono l'espressione mitologica della sfiducia e del rancore verso di essi.

Ma ciò non prova che esse siano di per sé false: provano che c'è una motivazione emotiva nel sostenerle, e affermo che in fin dei conti la realtà è che, sostanzialmente, questa motivazione è fondata: le istituzioni e le forze dominanti non sono di per sé affidabili. Non agiscono per il bene di tutti. Il meccanismo alla base della struttura economica è iniquo, e così, di conseguenza, i rapporti di forza tra i Pochi che hanno e i Molti che non hanno o hanno poco. Ciò si riflette anche nella gestione della cosa pubblica. I Pochi sono la vera classe dirigente dell'Impero. Le leggi dell'economia li ha eletti tali: e sono leggi della giungla cosmica, rivestite di modi garbati e civiltà. Come un alligatore in frac. Un barracuda in smoking. Di conseguenza, le teorie complottiste sono veritiere anche quando non veridiche: esprimono una verità nella forma di una leggenda. Sono un modo per contrastare il ruolo di detentori della narrativa da parte dei Pochi. È una comunicazione collettiva che significa: noi non possiamo fidarci di voi, e non ci fidiamo. Il pubblico deve delegare la propria coscienza e conoscenza ad un'elite specializzata, per ogni campo, per ogni scienza, per ogni disciplina. Può quindi affidarsi ad essa, razionalmente adducendo un sapere superiore a chi dedica il proprio intelletto a quegli specifici argomenti e attività. Ma può anche diffidare di essa, sulla base di ciò: non conoscendo tecnicamente quegli argomenti, noi non sappiamo. Non sappiamo se possiamo fidarci, perché sappiamo invece questo: che anche la conoscenza è corruttibile e plasmabile a seconda degli interessi in gioco. Gli interessi dei Pochi. E questi interessi spesso vengono in superficie, e chi è attento riesce ad osservarli – e a leggerne quando brevemente vengono menzionati i delitti e i crimini ad essi legati, prima che spariscano in mezzo al resto del flusso di notizie e di disinformazione. Quindi, in realtà, non sappiamo esattamente quando e in che circostanza, ma noi sappiamo che non ci possiamo fidare acriticamente. Quindi non ci fidiamo in generale. Cessare di fidarsi, e nutrire una completa sfiducia nelle idee dominanti, e nelle sue istituzioni, è il primo passo verso la rivoluzione: è non accettare che sia ragionevole che le cose siano semplicemente così – è non accettare la normalità. È non accettare che la descrizione della realtà sia comandata dall'alto.»

 

«Sciocchezze» rispose sinteticamente Crispin, il figlio di Pyotr, ritraendosi in un cappuccio.

 

«Eppure» intervenne Deia «È fattuale che la CSK sia stata in precedenza condannata per aver contribuito al decesso di pazienti, a cui eran stati nascosti gli effetti collaterali. È ufficiale che quelli della CSK abbiano corrotto funzionari pubblici per far passare i propri farmaci. E ora, costoro, sono gli stessi che forniscono gli Inoculi e gli Inoculi contro gli Inoculi all'Impero, con cui inoculare l'intera popolazione. Quindi, perché dovremmo fidarci?»

 

Crispin la scrutò da sotto il cappuccio, scuro in volto.

 

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Il punto della situazione

16 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Ma quanto accaduto continuava a riaffiorare nella mente del figlio di Pyotr e nei suoi sogni.

Avevano portato Deia in uno dei palazzoni sotterranei, dove l'avevano nascosta. In seguito sarebbe stata spostata per allontanarsi ulteriormente dal luogo della sparizione, dalla zona dello stradio.

Finalmente gli era stato spiegato quel che era accaduto e perché si doveva nascondere. Lui era dubbioso. Ma c'era un'altra questione che abbisognava di spiegazioni. La Torre Mobile. Era qualcosa che aveva fantasticato da piccolo. E ora era realtà, una realtà pressoché identica a quella visualizzata dalla sua fantasia infantile. Interrogò Naziale al riguardo. Naziale lo guardava furbescamente, dicendogli, davvero non lo sai? Davvero non lo capisci? È opera di Pyotr, è opera di tuo padre. È una sua invenzione. Stupore. Naziale e suo padre erano piuttosto amici, nonostante ciò che si gli attribuiva politicamente, che era agli antipodi delle posizioni Condivisioniste di Pyotr. I due infatti usavano scherzare al riguardo dicendo che erano la dimostrazione che, come si diceva, gli opposti estremismi si incontravano, e facevano pure amicizia.

L'intera rivelazione lo aveva esterrefatto. Quelle che aveva considerato fantasie, dunque, erano forse ricordi reali – e lui aveva già viaggiato in quelle confortevoli e occulte stanzette verticali – in uno spazio materialmente rimosso dalla realtà immediata – uno spazio che nascondeva e proteggeva.

Quali altri segreti si nascondevano tra le sue memorie?

Aveva parlato anche con Miss Inoculo, per quanto fosse una distrazione guardarla. Ella odiava le farmaceutiche interplanetarie. E non aveva fiducia nelle Inoculazioni coercitive. Le definiva frutto di interessi e compromessi economici. Gli fece vedere e ascoltare il filmato del suo exploit sul palco del Gran Ballo, registrato con la sua videocamera cerebrale – che, notoriamente, immortalava ciò che il soggetto percepiva direttamente attraverso i propri sensi.

Lei e Babbo erano aiutati da una clandestina organizzazione di ribelli. Probabilmente i notiziari avrebbero censurato le sue critiche alla CSK, e l'avrebbero trasformata in una folle terrorista, tagliando e cucendo a piacimento l'intervento. Ma le persone connesse durante la diretta, e quelle presenti, avevano sentito tutto. Le altre sarebbero state raggiunte attraverso la messa in rete del filmato, innestandosi direttamente nel circuito delle informazioni video-oculari. Dovevano fomentare e compattare una massa critica che avrebbe potuto ribellarsi al Fascismo Farmaceutico.

Forti del motto “la scienza non è democratica” le autorità avevano messo a tacere qualsiasi tipo di dissenso: non solo quelle del cittadino comune, ma anche le critiche e i quesiti argomentati da membri della comunità scientifica. La risposta a una osservazione tecnica non diventava una replica ragionata: si manifestava attraverso lo screditare e il radiare scienziati e medici non allineati supinamente.

Ma lei si era convinta quando era molto, molto più giovane. Quando era bambina, solo una sirenetta. Durante un'epidemia, la CSK era intervenuta fornendo degli Inoculi. Quegli Inoculi erano sperimentali. Quattordici piccoli non solo non furono curati dalla loro inoculazione: ma ne furono uccisi. Furono usati come animali da laboratorio. Uno di loro era il suo migliore amico.

 

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Panoramiche e Indugi temporali: nonna verso il buco nero

14 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

La Città Sotterranea si era sviluppata per rispondere alle esigenze di accasamento della sovrappopolazione, fattesi progressivamente più pressanti, fino a diventare insostenibili attorno al Qualche Tempo Dopo Skywalker – quando iniziarono gli scavi per i nuovi alloggi inviscerati nelle tenebre. Tanto era più o meno buio anche in superficie. Quindi furono creati questi formicai umani, e le persone vi furono sepolte come insetti. Inoltre, essendo i grattacieli scavati nelle profondità della crosta, non potevano crollare a terra. Erano già a terra. O meglio, sotto.

I vantaggi erano innegabili.

Si era quindi esteso questo intreccio di ramificazioni, tunnel, arterie, gallerie che costituivano un sistema circolatorio inabissato, che collegavano gli agglomerati abitativi o si aprivano in zone più vaste, delle specie di piazze coperte. Tutto era stato colorato a strisce vivide per rendere più allegra la claustrofobia. Ma i colori sbiadivano. Qua e là si potevano incontrare bambini che giocavano a palla. La facevano rimbalzare contro le pareti dei tunnel e la riprendevano al volo, meccanicamente, con sguardo spento, sotto le luci ipnotiche. Sembravano spettri. Alcuni indossavano delle t shirt con la scritta: “Sono ricco dentro, ed è questo l'importante!” e l'immagine di Oliver Twist vestito di stracci, ma stracci molto colorati. Ogni tanto si rompevano le tubature fognarie della Città di Sopra, e piovevano feci.

 

Era passato del tempo da quel giorno. Erano state fatte e dette cose. Era rimasto distratto

da altre circostanze. Era un periodo particolarmente lugubre, insidiato da presagi oscuri.

La nonna, colei che preparava pic nic nello spazio, non era più lei. Ora era ospite fissa di una Stazione Orbitante Geriatrica, fuori dall'atmosfera terrestre, affinché i residenti non venissero urtati dalla Vita Reale.

Era stato da lei, con Madre, proprio oggi. A quanto pare era definitivamente peggiorata, non era solo un momento dovuto al rovesciamento tra sonno e veglia.

Pigolava, squittiva, neniava, lamentava con un ululato acuto e lontano come quello di una banshee persa nella nebbia, in un bosco lontano, molto lontano e triste. Fissava prevalentemente per terra, e non aveva luce negli occhi, solo una quasi secolare stanchezza e sonnolenza. La Madre aveva iniziato a piangere lì, in mezzo al corridoio, tentando subito di ricomporsi – mentre lui teneva le mani alla nonna, lasciando che la madre si proteggesse dietro l'infermiera. Nonna aveva fatto un altro passo lontano da loro, e prima o poi sarebbe sparita del tutto. Un'altra si apprestava a mordere la polvere, come diceva qualcuno, in una traduzione forse troppo letterale di una nota canzone dell'antichità. In un certo senso era rimasto presso la nonna perché il motivo della afflizione materna era il suo stato. Quindi, se lui rimaneva vicino a nonna, anche madre stava meglio. Pensava a cosa servisse tenere la mano o le mani di qualcuno – lo si faceva perché non si sapeva che altro fare. Ma aveva un senso, a ben vedere, come per un bambino che ha paura ad attraversare la strada, e sente il conforto di una presenza. Sua nonna stava sempre più per camminare dove non si tocca, e loro erano una presenza in quell'esperienza, esperienza che affrontava con una mente già degenerata, ma il suo nucleo emotivo non era distrutto, sentiva ancora – per quanto oggi quasi non reagisse a loro, con quello sguardo che sembrava gravato dall'intero peso della fatica di una vita, costretto e impilato sulla di lei schiena, sul di lei cervello, sulle palpebre – solo ogni tanto riconosceva con gli occhi il loro esistere. Tentava anche di dire qualcosa. Raramente si discerneva un vocabolo comprensibile. Sorprendentemente, sottoponendole il solito libretto elettronico di proverbi plutoniani scritti in grande, accompagnati da colorate e umoristiche illustrazioni, la si sentiva effettivamente, nel garbuglio degli strani suoni che emetteva, strascicare brandelli di frasi corrispondenti a quanto scritto – ciò quantomeno la distraeva per un po'. Il pupazzetto festivo di un pulcino di lana che le porsero, le ispirò il portarlo ripetutamente alle labbra per baciarlo. La portarono presso la vetrata della camera, affinché guardasse un po' fuori. Si aprirono spiragli di luce artificiale. Si chiedevano quale fosse, quel palazzo là in fondo, imponente e rovinato. Non riuscivano ad orientarsi. Straordinariamente, attraverso la solita coltre di fuliggine, uno spiraglio di sole giunse, filtrato, fino a loro. Una flebile striscia illuminava le mani di sua madre strette a quelle di nonna, sul grembo di quest'ultima.

 

Continua...

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