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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Quando a letto l'egoismo ripaga

20 Giugno 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Quando a letto l'egoismo ripaga

Buongiorno a tutti voi, care amiche, cari amici, oggi parliamo di quanto è importante essere egoisti a letto. Mi è capitato recentemente di leggere un articolo, scritto da una filosofa, intitolato: “Quando in amore è meglio non dare”. Ora, devo dire che di solito evito accuratamente questo tipo di letture che ritengo, forse un po’ pregiudizialmente, “ad alto contenuto di fuffa”. Stavolta comunque, nonostante il mio insopprimibile senso pratico avvertisse un vago sentore di presa per il culo, ho portato a termine la lettura e ne ho tratto qualche spunto di riflessione che spero troverete interessante.

In parole povere e comprensibili a tutti, l’articolo, partendo da un’affermazione di Jacques Lacan (la citazione colta è d’obbligo in questi contesti), per il quale: “Amare è donare quello che non si ha a qualcuno che non lo vuole”, arriva alla scelta conclusiva del “non dare” in amore come via privilegiata alla pace interiore (…)

Il percorso logico(?) che connette l’incipit e la conclusione dell’articolo ve lo riporto subito qua sotto, virgolettato e corsivato, così facciamo prima:

“… quando amiamo, cerchiamo tutti, ma proprio tutti, di dare alla persona amata quello che vorremmo ricevere da lei. Ad esempio quell’attenzione o quella tenerezza che ci manca tanto, che non abbiamo, che non riceviamo. E che però ci incaponiamo a donare all’altra persona. Proprio perché la amiamo.
Peccato che poi l’altro, essendo d’altronde altro rispetto a noi, molto probabilmente non sa che farsene della tenerezza o dell’attenzione che gli diamo. E che ciò che gli manca è, appunto, sempre altro. Terribilmente altro. Proprio mentre, a sua volta, insiste a darci quello che non ha, e che noi non vogliamo. Come volevasi dimostrare! Anche se, dopo un po’, la testa gira. Perché non si capisce più bene di cosa si stia parlando. Facciamo un esempio concreto..”. (ecc. ecc.)

Riflettendo quindi tra me e me ho pensato che in effetti è vero…quante cose ci sono che per amore facciamo per l’altro o subiamo dall’altro senza che realmente lo vogliamo…?!?

Ora sì che mi è chiara la faccia a denti stretti che fa quando gli faccio i grattini che fanno passare il mal di testa (in effetti è a me che lo fanno passare…)

Ora sì che ricordo gli occhi al cielo che alzo (di spalle naturalmente) quando vuole farmi rilassare strimpellando una canzone con la chitarra (è lui che si rilassa…)

Già da questi scarsi esempi è chiaro quanto l’amore pretenda da entrambi sforzi di comprensione e tolleranza che potrebbero essere sicuramente evitati per non pregiudicare stati d’animo pacifici o addirittura già esasperati da tensioni varie.

E in barba ai tanti giri di testa che predica la filosofa, la mia ci ha messo un attimo a fare un volo all’argomento del nostro blog: e nella nostra vita sessuale quante volte mettiamo su queste scenette?

La domanda è d’obbligo pollastre!

Per amore a letto quante e quali sono le cose o le posizioni che ci ostiniamo a propinare al partner ma che ci piacerebbe ricevere e quante e quali per così dire “subiamo” perché non ci piacciono ma che a questo punto abbiamo capito che piacciono a lui?

Meglio non portare il conto… altrimenti ci deprimiamo… Ma un esperimento potremmo farlo, ribaltando la tesi della nostra filosofa: invece di non dare proviamo a stra-dare e a instradare!

Ossia le cose che a letto non ci piace ricevere, facciamole a lui….

E portiamolo così (sperando in un exploit delle sue solitamente ipotrofiche facoltà intuitive) a farci fare quelle che ci ostiniamo a propinare a lui….

Se poi l’audace (ma anche un po’ cervellotico, diciamo la verità) esperimento dovesse rivelarsi fallimentare potremmo ricorrere a uno sconvolgente artifizio escogitato, qualche migliaio di anni fa, dal genere umano a fini comunicativi ossia… PARLARE!

Insomma nello scombinato festival di male assortite autoreferenzialità a cui spesso danno vita i rapporti di coppia, dopo averle provate tutte (ma sarebbe meglio anche prima)… perché non provare a dirsele le cose?

Ecco, cara filosofa, mi sarebbe piaciuto che il tuo articolo l’avessi intitolato: “Quando nel sesso è meglio non dare ma comunicare”!

Certo, qualcuno obietterà, la capacità, la scioltezza nel chiedere ciò che si desidera a letto non è da tutti (gli uomini amano il vedo non vedo, ma noi donne è risaputo che amiamo il detto non detto…), ma, cavolo, qui siamo alla morte della comunicazione! E forse il punto è proprio questo: tutta ‘sta menata di dare/non dare, dire/non dire ha l’imperdonabile difetto di svolgersi nella testa di ciascuno dei due come in una scatola chiusa. Ma l’altro quando lo vogliamo incontrare, DOPO aver risolto tutto per conto nostro? Se è così, be’ allora è chiaro che non lo incontreremo MAI!

Mi pare che non ne usciamo più…allora sapete che vi dico? Viva la comunicazione non verbale! Tra il pensare e il parlare, MEGLIO FARE (senza pensare)! Soprattutto a letto diamo liberamente sfogo ad un sano egoismo “operativo” e liberatorio.

Certo magari questo non servirà a fare chiarezza su tutto il casino del dare e non dare, ma almeno… si scopa!

P.S. Mah… concludo questo post con la fastidiosa sensazione di essermi un po’ incartata. Chi va col filosofo…

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Davide Barilli, "La nascita del Che - Racconti da Cuba"

19 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

Davide Barilli, "La nascita del Che - Racconti da Cuba"

Davide Barilli

La nascita del Che - Racconti da Cuba

Aragno - Pag. 225 - Euro 13

Ho letto quasi tutto di Davide Barilli, giornalista parmigiano in prestito alla letteratura (o viceversa, visto che è molto bravo in entrambi i campi), soprattutto le cose a tema cubano, per le quali continuo ad avere un debole, nonostante tutto. Lui è più fortunato di me, ché a Cuba ci può tornare, non si è fatto revocare il permesso di varcare i confini caraibici per aver seguito una persona che non meritava tanta dedizione. Ma lasciamo da parte il veleno e parliamo della poesia contenuta nei racconti cubani di Barilli, che già ci aveva esaltato nel letterario Le cere di Baracoa (2009) e nel suggestivo Carte d'Avana (2010), realizzato con la collaborazione di Francesco Barilli, regista che amo con tutto me stesso. In questa nuova incursione cubana Barilli scrive: La nascita del Che, Il gallo in bicicletta, Il maggiordomo di Caruso, Il coleottero del Malecon e La baia di Regla. Editore Aragno, che pubblica sempre letteratura di buon livello, ma ha il limite di non personalizzare le copertine, tutte rigorosamente uguali. Cinque storie orgogliosamente fuori moda, lontane mille miglia dal niente che si pubblica adesso, costruite con puntigliose descrizioni del paesaggio, degli ambienti, delle situazioni e con pochi dialoghi. Barilli ama Cuba e non ne fa mistero, sogna di perdersi tra le sue braccia e nelle sue strade, magari all'interno di un taxi collettivo, in una guagua scassata e puzzolente, in un lungomare cittadino al tramonto del sole, sorseggiando rum e mangiando riso con fagioli. Barilli racconta la mia Cuba, leggo le descrizioni dei luoghi che tanto ho amato e che continuano a violentare le mie notti e mi sembra di leggere me stesso o i miei scrittori cubani preferiti. Per questo il racconto che più amo è Il coleottero su Malecon, appunti per un diario di viaggio scritti in terza persona che riflettono momenti di vita vissuta, che sono anche la mia vita. Barilli racconta l'odore di Cuba, quel mix di benzina, frutta marcia e sentori di magia tropicale che ti afferra alla gola appena scendi dal tuo aereo e cominci a percorrere le lunghe direttrici della capitale. Un libro che racchiude i misteri del fascino cubano, le piogge d'ottobre violente e improvvise, il tanfo implacabile che si leva da strade spesso di terra battuta, l'aroma del caffè e delle pastel di guayaba, la scia profumata di orchidea lasciata da una ragazza che passa per strada. Barilli come tutti noi, mezzi pazzi, innamorati di Cuba, scrive in italiano e in spagnolo, cita un sacco di termini cubani, per esorcizzare l'assenza, quel senso di paradiso perduto che dopo un po' di tempo provoca la mancanza da Cuba. Bravo Barilli, continua a scrivere quelle storie che non sono più capace d'inventare perché da troppi anni manco dal Caribe. Leggerti mi fa bene, lenisce il dolore della lontananza.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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"Un corpo" di Camillo Boito

18 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

"Un corpo" di Camillo Boito

Camillo Boito (1836 – 1914), fratello del più noto Arrigo, fu architetto e scrittore italiano.

In questo racconto (presente nella raccolta Racconti Scapigliati, editore BUR) il protagonista è il corpo della bellissima Carlotta, legata a un giovane pittore. I due innamorati si muovono in una Vienna vivace, colorata, ricca di giardini sempre affollati. Una gioia incontenibile li guida nella città; eppure la giovane ha dei momenti di repentino turbamento in cui si rabbuia e rifugge ogni compagnia. Il pittore sa che lei non vuole mai passare accanto a un ospedale e nemmeno parlare con dei medici, ma non ne conosce le ragioni.

L’artista, nel momento più alto del loro rapporto, le fa un ritratto che verrà esposto in una mostra e venduto pochi giorni dopo a un misterioso acquirente. Dovrebbe essere il primo di una lunga serie, capace di sublimare il loro amore e di far affermare pubblicamente l’autore.

Capita però che Carlotta improvvisamene scompaia, confessando in una lettera le ragioni della sua umoralità. Una volta, in un locale pubblico, venne infatti notata dall’anatomista Gulz che disse ad alta voce: “Giuro, amici miei, giuro (…) che il corpo della bella Carlotta riposerà sul marmo della mia tavola, per rivelare al mio coltello il segreto della sua bellezza”. Da allora lei non si è mai data pace. Il suo fidanzato inizia a cercarla, allarmato da un articolo di giornale che parla di una donna annegata nel Danubio.

Allora comincia una febbrile ricerca nell’ospedale cittadino. Si tratta di una discesa nell’inferno della sofferenza. Malati di tisi, anziani, morti. C’è una grottesca mescolanza di vita e morte nei vari reparti, come un vecchio che sembrava “contento di non essere più vivo” e il corpo di un giovane dalla fronte alta e aperta, che pareva tuttavia “irta di pensieri”. La ragazza non si trova, finché il pittore non nota una scritta inquietante: “Laboratorium vom Karl Gulz”. L’anatomista ha alcune stanze nell’ospedale dove studia e disseziona i cadaveri. In effetti su un tavolo c’è il corpo di Carlotta e poco lontano anche il suo ritratto. Qui, in un’atmosfera di grande tensione, avviene il secondo dialogo tra il pittore e il medico (si erano già incontrati in un caffè). Gulz ama la scienza e vive per essa. Manifesta un misto di materialismo e di progressismo. Non esiste per lui nulla di spirituale: tutto è materiale e ogni segreto degli organismi si può scoprire con lo studio. L’anima non è che un fascio di nervi. Come nasce una foglia, come si forma un sorriso, come si sviluppa un’idea in un genio; nulla è potenzialmente escluso dalla conoscenza. L’analisi del corpo può alla lunga schiudere ogni segreto. In fondo, sostiene lo scienziato, egli non fa che omaggiare la bellezza aprendo i corpi per illuminarne le meraviglie. Le ossa e le viscere spiegano la vita e anche la bellezza. Egli aveva comprato il ritratto di Carlotta perché nella sua avvenenza vedeva un modello da studiare. Ora, come si era augurato, ha il corpo a sua disposizione. La scienza è l’unica cosa reale perché procede razionalmente, con prove e dimostrazioni. Il pittore che all’inizio era molto combattivo, non riesce a replicare. Semplicemente ricompra il suo stesso ritratto e se ne va, quasi convinto di aver amato solo “una manifestazione fuggevole della materia”.

La scienza sembra aver prevalso in nome dei suoi superiori fini che Gulz esalta, assumendo a tratti le pose solenni di un sacerdote. In fondo per lui lo studio dell’anatomia è una religione. Mentre il dialogo si spegne e si compie nel cupo studio l’acquisto del ritratto, ecco che Carlotta come persona esce idealmente dalla scena. Resta il corpo, ma senza meritare le cure che i vivi riservano ai morti. Esso non interessa più al fidanzato che gli preferisce un dipinto. Ora che è senza vita appartiene alla scienza e in un certo senso all’umanità; la dimensione romantica del culto dei morti qui tace, in favore di un criterio di secco pragmatismo.

C’è in questo racconto l’irriducibile contraddizione tra le due anime degli Scapigliati, feconda di opere poetiche; l’interesse verso il positivismo e l’amore per la poesia. La vita sentita romanticamente nel contrasto tra l’artista e la società portò molti esponenti di questa composita corrente a vivere sregolatamente, nonostante la rispettabilità borghese delle loro professioni. L’arte e la bellezza, in altri momenti poetici del movimento, sono ancora sentite come delicati tesori da difendere dal bisturi della scienza, come in una lirica di Arrigo Boito intitolata Lezione di anatomia: “Scienza vattene,/ coi tuoi conforti/ Ridammi i mondi/ del sogno e dell’anima!/ Sia pace ai morti / e ai moribondi.

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"Così facciam tutte"

17 Giugno 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

"Così facciam tutte"

Il post dell’inglesina che c’aveva “tutto ma proprio tutto” mi ha fatto pensare al perché ci interessiamo a un certo tipo di letteratura.

Perché per esempio noi donne amiamo tanto leggere 50 sfumature di grigio/nero/rosso…. al posto, per dire, de Il giro del mondo in 80 giorni.

Perché ci intriga la vita di queste pollastrelle che niente hanno a che vedere con noi e la nostra quotidianità, le vere noi (non DONNE vere purtroppo), quelle che sperano di sedurre anche col pigiama di pile nei calzettoni, che usano la lavatrice solo per lavare i panni e che soprattutto hanno una prole più marito a cui badare.

La risposta è facile, mi direte voi: quei romanzi ci attraggono proprio perché vorremmo essere noi le protagoniste della storia…

Vorremmo noi scopare a palla co’ coso… Christian, vorremmo noi fare la vita da single senza pensare a cosa cucinare la sera, andare tutte le sere per locali cool, fare shopping tutti i giorni della nostra vita senza pensare ai conti a fine mese, vorremmo essere noi quelle in carriera e viaggiare una settimana sì e una no, e in quella no andare in una spa perché ci dobbiamo riposare…

Ma la domanda che mi viene dopo è …ma quelle che ce l’hanno una vita così cosa provano, cosa vogliono?

Io, qualche amica che ha una vita così ce l’ho, qualche amica che, proprio come le pollastrelle dei nostri romanzi, perde la testa per il playboy di turno e puntualmente ci soffre da “polla” perché… vuole convincerlo a tutti i costi ad avere una vita come la nostra!

Sì, avete capito bene: una vita con marito, figli e tutto quello che ne consegue….

Ma allora rifacciamo un po’ i conti perché c’è qualcosa che non mi torna…

Che apparteniamo all’una o all’altra categoria sono giunta alla conclusione che a noi piace sognare quello che non abbiamo, soprattutto quello che ci manca (perché a noi donne manca sempre qualcosa)…e che ad un certo punto il sogno diventa il nostro pane quotidiano e chissenefrega se non s’avvera, l’importante è che c’è, l’importante è che ci fa provare le sensazioni che vogliamo. Questi romanzetti per vere polle ci servono per sognare, ci servono per immaginare di scopare con qualcuno che non è nostro marito, ci servono per movimentare la nostra vita fatta di routine e cose noiose.

Allora diventa eccitante passare quei dieci minuti sul cesso a pensare in quale locale potremmo andare la sera, con la ceretta alla brasiliana fatta in centro, il perizoma di Victoria’s Secrets e le autoreggenti (in realtà mai messe), sentire il mondo intero ai nostri piedi e non perché ci siamo tolte le scarpe dopo una giornata di lavoro…

Allora diventa eccitante pensare di incontrare finalmente il Christian Grey de no’antri e travolgerlo con un’orda di ferormoni che gridano SCOPAMI SCOPAMI, e perderci nel piacere assoluto di farsi fare le cose che non abbiamo mai pensato di farci fare …e guardarsi come in un film e chiedersi “ma sono proprio io quella che lo sta prendendo in quel posto”?

Perché …svegliandoci dal sogno, sì mie care, ci accorgiamo che l’abbiamo preso proprio in quel posto, che la realtà è un’altra, che la nostra vita sta bussando alla porta del cesso e che reclama puntualmente il nostro aiuto nel cercare i calzini (che sono sempre al solito posto) o nel cercare un semplice bicchier d’acqua (basta aprire il rubinetto).

Ma ciò che è più sorprendente è che il nostro risveglio non è affatto brusco, le nostre risorse sono immense e come per magia, perse in un bizzarro trip tra coscienza e incoscienza, così facciam tutte: usciamo dal cesso contente come non mai… pensando alla prossima volta in cui potremo ritornare a sognare per almeno dieci minuti indisturbate.

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Francesco Gungui, "Inferno"

16 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Francesco Gungui, "Inferno"

Canti delle terre divise:

Inferno

Francesco Gungui

Fabbri editori, 2013

pp 430

Non c’è via per la felicita, la felicità è la via.”

Possono gli “Hunger Games” di Susanne Collins confluire nella prima Cantica della Divina Commedia? Sì, nel caso di “Inferno” di Francesco Gungui.

Lo scenario ucronico e distopico di questo romanzo, edito da Fabbri, è un’Europa futura, unita al punto di non distinguere più le varie nazionalità fra loro, basata sulla netta separazione delle classi sociali e guidata da un’Oligarchia totalitaria. Ci sono i lavoranti, che vivono arrangiandosi nei bassifondi o nelle città grattacielo e coloro che, al contrario, stanno in Paradiso, in colonie mediterranee molto somiglianti ai villaggi turistici del nostro Mar Rosso, fra laghetti, piscine e feste di compleanno. Il Paradiso è un luogo in cui si può avere una vita alla Beverly Hills 90210, dove tutto è bello e falso come nel film “La donna perfetta” di Frank Oz, dove non manca nulla se non la libertà e la consapevolezza della verità. E poi, in fondo alla scala sociale, ci sono i con - dannati, coloro che marciscono all’Inferno a causa di un reato o di un’infrazione alle regole, anche solo l’aver familiarizzato con appartenenti ad una classe sociale diversa o essersi posti delle domande su cosa c’è al di fuori, oltre la muraglia e le guardie armate. Insomma, un po’ come se il protagonista di The Truman show fosse internato ad Alcatraz perché ha scoperto che di là dai confini del suo mondo c’è la realtà.

Gungui aveva già citato Dante nel romanzo “Mi piaci così” del 2008 e qui ne fa il cardine del suo macrocosmo. L'Inferno è un’isola vulcanica progettata come colonia penale e modellata a immagine e somiglianza della prima cantica dantesca. La montagna infernale contempla la Selva Oscura, il fiume Acheronte, la Palude Stigia, la città di Dite, i cerberi, le arpie, i minotauri e i centauri frutto di manipolazione genetica, le guardie vestite di rosso in guisa di diavoli. Tutto rispecchia l’opera di Alighieri, dai gironi al contrappasso, dalle scritte sui muri che richiamano le terzine, ai tormenti inflitti ai dannati. Interessante la rielaborazione del primo canto, con la selva oscura infestata dalle tre fiere che altro non sono se non allucinazioni venefiche prodotto del vulcanesimo (come accadeva anticamente nell’antro della Pizia). E il “mi ritrovai per una selva oscura” si materializza in “s’immaginò il buio che scivolava come un liquido scuro dentro la sua bocca, tingendo di nero la gola, lo stomaco, poi tutti gli organi vitali fino a raggiungere la superficie del suo corpo, che era come un vaso di coccio che improvvisamente si sbriciolava e scompariva.” (pag 175)

Anche qui, come negli Hunger Games – ma, possiamo dire pure nel probabile sviluppo del nostro futuro di sempre connessi e social ad ogni costo – tutto è ripreso dalle telecamere. I dannati sono continuamente visibili su maxischermi montati nelle cattedrali d’Europa, dove non si pratica più il culto ma si assiste raggelati alla punizione dei colpevoli come deterrente al crimine.

Alec e Maj sono i due giovani protagonisti. Figlio inconsapevole del costruttore dell’Inferno lui, figlia di un Oligarca lei, in questo’universo orrido e violento combatteranno per rimanere in vita, per non perdere la ragione e per mantenere la loro umanità. Pur vividi, avrebbero beneficiato, a nostro avviso, di una maggiore sottigliezza psicologica. Anche il cambiamento di Maj, da ragazza del Paradiso ad amazzone battagliera, è più un trapasso che un’evoluzione, e poteva essere maggiormente approfondito.

In quei giorni trascorsi all’interno della rete Maj aveva costruito la sua nuova pelle, un intreccio di dolore e adrenalina. Quella pelle era diventata una spessa corteccia che aveva imprigionato dentro la ragazza del paradiso che era stata.” (pag 342)

Non è sufficientemente sviscerata, ad esempio, la sua paura al risveglio sulla nave che la porta verso la condanna definitiva. Sembra quasi una spettatrice asettica di se stessa.

In “Game of Thrones”, di George Martin - per rimanere nell’ambito di un paradigma contemporaneo e non andare a toccare Tolkien o altri mostri sacri - ogni personaggio, anche il peggiore, è talmente contraddistinto da suscitare comunque empatia e partecipazione, ogni personaggio è dato una volta per tutte e rimane nel cuore dei lettori.

Se da una parte il tessuto narrativo può far rientrare il testo di Gungui in un ben preciso filone di genere, l’italianizzazione magnifica il tutto tramite l’azzeccato riferimento a Dante e alla sua Commedia, considerata “il principio di ogni cosa”. Lasciandoci trasportare dalle libere associazioni (esercizio forse criticamente sterile ma emotivamente appagante), ci viene in mente un libercolo letto e riletto negli anni sessanta, di cui Gungui, nato nel 1980, non può avere contezza: “La Divina Commedia spiegata ai ragazzi”. Ecco, questa è, invece, la Divina Commedia spiegata agli young adults del terzo millennio, ai nativi digitali, alla generazione social. L’universo dell’immortale Alighieri si trasforma in un videogioco, dove giovani di bella presenza (con attitudini romantiche) sfidano la morte in un’atmosfera postatomica alla Mad Max.

Ma, oltre all’azione, c’è anche un sottile intento filosofico, il sospetto - tutto adolescenziale ma non solo - che, comunque, la vita abbia poco senso, persino con la libertà conquistata e con la verità rivelata. Il tema della morte è insistito e doloroso.

“Ma che senso ha allora? Sopravviviamo per cosa?”“Per uscire di qui, per tornare libere.” “E poi? Cosa ci aspetta dopo? L’Inferno è anche lì fuori, impieghi più tempo a morire, ma è tutto uguale! (pag 298)

“Avevo paura di morire, ma l’ho capito solo adesso. La morte mi faceva paura, non esserci più, prima ci sei e poi non ci sei, e con te scompare tutto, l’universo finisce.” (pag 319)

“Ho paura che tutto potrebbe finire da un momento all’altro e se fosse così la nostra vita sarebbe veramente niente. A me va bene morire, non mi importa di vivere, solo vorrei tenere gli occhi aperti sul mondo anche quando non ci sarò più, vorrei essere certa che qualcosa continui ad accadere, perché altrimenti che senso avrebbe tutto?” (pag 332)

Sono le domande che ci poniamo tutti, la sottile, pervasiva paura (termine ripetuto) che la nostra vita possa interrompersi da un momento all’altro, senza preavviso e senza che le abbiamo saputo dare un orientamento e uno scopo, senza concludere nulla, insomma.

La trama comprende un grande viaggio alla ricerca dell’amore, della salvezza, della via di uscita. Ma è anche, sottilmente, simbolo di vita, bisogno di sopravvivere che non si esaurisce in se stesso ma è investigazione, vertigine dell’effimero, necessità di riaffermare il proprio peso nel ciclo della natura. E c’è quel gesto di “togliersi l’anima”, sfilarsi il microchip dal petto, che indica perdita di identità, caduta dei punti di riferimento e, non a caso, è una lacerazione dolorosa, uno strappo che, però, innesca anche il rinnovamento, l’apertura delle possibilità, la fuga dalla menzogna verso una realtà più autentica, verso la libertà di pensiero. Il viaggio all’inferno è, come in Dante stesso, anche discesa nell’inconscio, recupero del proprio io più vero, ritorno a casa. E, se c’è un messaggio, è che “non possiamo stare al mondo solo per sopravvivere. Dobbiamo vivere”, forse perché, direbbe Dante, fatti non fummo a viver come bruti.

È presente anche, in modo delicato, il tema dell’omosessualità femminile, nella figura di Cloe e nel gruppo delle libere amazzoni che ci ricordano tanto le eroine di Marion Zimmer Bradley.

Lo stile di Inferno è funzionale al genere e al target giovanile, standard nel senso positivo del termine, cioè non particolarmente originale ma pulito, corretto, garbato, scorrevole.

E ora, aspettiamo il seguito, aspettiamo il Purgatorio, consapevoli che “bisogna morire per poter rinascere.”

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IL NANO E LA BAMBOLA di Heinrich Böll (1917 - 1985)

15 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL NANO E LA BAMBOLA di Heinrich Böll (1917 - 1985)

Il racconto dà il nome a una collana di racconti scritti tra il 1950 e il 1970, edita da Einaudi. L’autore fu Premio Nobel per la letteratura nel 1972.

Un uomo deve intervistare dei cittadini per conto di un ente che si chiama pomposamente Istituto Intelligenza; arriva in treno nella cittadina di Opladen di buon mattino e sa già che tram prendere per svolgere le sue mansioni e arrivare nelle case dove vivono le persone da interrogare. Deve chiedere se credono in Dio e come se lo immaginano. Siamo nella Germania dell’immediato dopoguerra; la cittadina è laboriosa, ma cupa. Si sente la durezza di quegli anni. Dopo Opladen è previsto che raggiunga altre città. Ma nella casa della famiglia Meixner, non trova nessuno. Si tratta di un’abitazione dove su un davanzale c’è un nano di porcellana. Il campanello viene suonato inutilmente. Una vicina che cammina a stento, si ferma e riferisce che di quella famiglia non è rimasto quasi nessuno. In quel caso bisogna solo tirare una riga sul taccuino e ripartire. L’intervistatore esita, poi si avvia verso la stazione per raggiungere altre città, come già definito nel suo programma di lavoro.

L’attività prosegue. Le persone rispondono, lui diligentemente annota e riparte. Tutto è abbastanza rapido, anche se le risposte e gli sguardi degli interrogati non sono per niente banali e meriterebbero qualche attenzione in più. Non è peraltro previsto che ci sia un dialogo o un approfondimento. La casa dove non ha trovato risposte resta nei suoi pensieri. Quella discontinuità sembra lasciarlo insoddisfatto. Alla fine, a sera, un po’ casualmente torna a Opladen. Raggiunge di nuovo l’abitazione con il nano di porcellana. Manca il nome Meixner sul campanello che al mattino invece c’era ancora. Dietro il vetro sporco di una finestra, appare una bambina che guarda l’uomo e stringe una bambola. L’intervistatore la saluta, ma la ragazzina si spaventa e urta il nano che cade. Ne segue all’interno della casa una sgridata. L’uomo, dispiaciuto, lentamente se ne va.

Il racconto termina qui. Solo in un posto, come detto, non trova nessuno. Gli dicono che sono quasi tutti morti, o comunque fanno riferimento a qualche dramma. L’uomo dovrebbe girare i tacchi e andarsene. Eppure esita e poi sente in qualche modo la necessità di tornare. Il suo turno lavorativo è terminato e quindi non avrebbe senso fare un’altra intervista. Ma lui vuole andarci di nuovo, evidentemente non per motivi di servizio. Ha una sollecitudine verso questa casa e chi la abita che sorprende. Verrebbe da pensare che se qualcuno mostra un genuino interesse verso degli sconosciuti, allora davvero Dio esiste ed è giusto crederci.

Un altro aspetto interessante è quello strettamente lavorativo. L’intervistatore si muove in una dimensione organizzativa in cui tutto è già deciso da altri: la città dove andare, le persone da intervistare, le domande da fare. Gli viene indicato perfino il mezzo pubblico da prendere. C’è anche il progetto di munire il personale di registratori in modo da avere le risposte precise, senza trascrizioni che potrebbero essere poco fedeli. Il protagonista stesso si sforza di porre le domande con tono distaccato: “Ho l’abitudine di recitare a pappagallo il preambolo e di rivolgere meccanicamente anche le domande (…) Per di più non guardo in faccia le persone”.

La personalità e la cultura dell’intervistatore non devono palesarsi; non sono previsti dialoghi o richieste di ulteriori spiegazioni. Serve solo una risposta da riportare con cura sull’apposito foglio.

Quindi si tratta di un lavoro piuttosto alienante; la persona non viene valorizzata, è un mero strumento atto ad eseguire disposizioni date dall’alto. Si deve eseguire e basta, come capita spesso al giorno d’oggi. Perciò quando il protagonista torna in quella casa, compie un gesto di libertà. Esce da questi rigidi schemi; è qualcuno che vuole incontrare altre persone e accertarsi della loro situazione senza secondi fini. Homo sum, nihil umanum esse me alienum puto, diceva Terenzio. Quando saluta la bambina, compie un atto istintivo e semplice, squarciando una coltre di ordini spersonalizzanti. Al suo gesto, risponde con la stessa istintività la ragazzina. C’è forse il ritorno, per qualche momento, a una libertà perduta e a un tempo sentito come proprio possesso, ravvisabili solo nell’infanzia, prima che le gabbie della società e del lavoro cadano pesantemente sull’individuo. Certamente, finché vi sarà almeno la nostalgia della libertà, essa non sarà del tutto compromessa.

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Nasce inCONTROPIEDE, editore sportivo

14 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Nasce inCONTROPIEDE, editore sportivo

Sono usciti i primi due libri di una Casa Editrice giovane dedicata allo sport, attiva su Internet e sui social network, dotata di una pagina Facebook molto seguita. Si tratta di Campo per destinazione - 70 storie dell’altro calcio di Carlo Martinelli (prefazione di Stefano Bizzotto) e Il Romanzo di Julio Libonatti di Alberto Facchinetti (con una nota di Gian Paolo Ormezzano).

Il progetto Edizioni inContropiede nasce in Riviera del Brenta (Venezia) nei primi giorni del 2014. Tre amici appassionati di libri e di sport (Nicola Brillo, Alberto Facchinetti e Federico Lovato) decidono di creare una piccola realtà editoriale per pubblicare una decina di volumi l’anno di letteratura sportiva (romanzi, saggi, biografie, antologie di articoli, raccolte di racconti). Lo sport (soprattutto il calcio) deve essere protagonista, ma basta anche che sia lo sfondo dove è ambientata la storia. La giovane realtà editoriale non farà salti nel buio, la vendita dei libri avverrà esclusivamente online, attraverso Amazon.it, IBS e il sito www.incontropiede.it.

La scelta del nome è un omaggio a Gianni Brera, uno dei più grandi cantori dello sport, un giornalista colto e raffinato che citava i classici greci e latini mentre parlava di calcio. Al tempo stesso è anche un omaggio alla scelta controcorrente di scommettere in un momento di crisi economica generale in un settore (editoriale) in grande difficoltà. La casa editrice guarderà al passato, ripescando dal baule dei ricordi storie dimenticate, ma non mancherà uno sguardo attento nei confronti degli scrittori del presente. inContropiede editerà solo libri di formato tradizionale, non elettronico, non avrà alcun distributore e nessuna libreria di riferimento. Punta ad avere tanti lettori, grazie a Internet.

Il romanzo di Julio Libonatti è l’unica biografia al mondo dedicata al calciatore argentino, il primo sudamericano a decidere di andare a giocare in un club europeo. Libonatti è stato un indimenticato attaccante del Torino (il secondo marcatore di tutti i tempi della storia granata) e ha giocato pure in Nazionale, dopo essere stato naturalizzato. Come dice il titolo, il libro non è una semplice biografia, ma si tratta di una fiction condita da molti elementi di verità. Alberto Facchinetti è il giovane autore (classe 1982), laureato in giornalismo sportivo e già noto al pubblico per Doriani d’Argentina (2011) e La Battaglia di Santiago. Coordina il gruppo di scrittori Sport in punta di penna.

Campo per destinazione – 70 storie dell’altro calcio è un’interessante raccolta di piccole storie che riguardano personaggi molto noti del mondo sportivo e dello spettacolo. Si va da Italo Allodi a Gianni Brera, passando per Helenio Herrera a Sandro Ciotti, toccando Eusebio, Gigi Meroni, Pier Paolo Pasolini, Marylin Monroe. Piccole riflessioni, appunti, storie poco note, vergate dalla penna esperta del giornalista trentino Carlo Martinelli (1957), già autore di Storie di pallone e bicicletta.

Per informazioni potete contattare EDIZIONI inCONTROPIEDE alla mail incontropiede@gmail.com.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Nasce inCONTROPIEDE, editore sportivo
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I FOGLI DEL CAPITANO MICHEL

13 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

I FOGLI DEL CAPITANO MICHEL

Claudio Rigon si è brillantemente occupato della donazione Michel, ossia del materiale fotografico e documentario presente presso il Museo del Risorgimento di Vicenza e relativo all’esperienza di guerra del pluridecorato capitano Michel (1878 - 1955) sul Monte Ortigara. Si tratta di fotografie e di messaggi scritti (fonogrammi) che i vari comandanti si mandavano tra loro per scambiarsi informazioni sui loro segmenti di competenza di quel duro fronte. Viene così ricostruito circa un mese di guerra, dal 24 giugno al 29 luglio 1916, in cui il capitano che nella vita civile era un professore di storia e filosofia, assunse il comando di truppe rimaste quasi senza ufficiali.

I luoghi di cui si parla nel libro edito da Einaudi sono familiari al vicentino Rigon, buon conoscitore anche delle memorie di Gadda, di Lussu (nel libro si citano vari passi tratti da Un anno sull’Altipiano), dei testi dello storico Pieropan e del maggiore Milanesio. La vicenda del capitano e dei suoi uomini inizia all’indomani di un arretramento austriaco che permette agli Italiani di avanzare. In questa fase alle compagnie giungono ripetuti ordini di attaccare, presupponendo che la ritirata avversaria sia un segno di debolezza e di disaggregazione. In realtà i vari fonogrammi offriranno uno spaccato diverso: gli Austriaci si sono solo riposizionati su una linea arretrata e meglio difendibile. I reparti del capitano vanno varie volte all’assalto contro trincee quasi imprendibili; l’artiglieria non è sufficientemente vicina per mettere in difficoltà un nemico che si sta gradualmente rafforzando. I battaglioni impegnati escono con le ossa rotte dai combattimenti e i vari messaggi devono segnalare grandi perdite oltre a dispersi e a qualche disertore. I fonogrammi lasciano trasparire un rapporto profondo tra ufficiali inferiori e truppa; ci si trova nel medesimo disagio, in trincee solo abbozzate e battute dalle intemperie, con difficoltà ad avere quotidianamente il rancio, mentre il nemico prosegue abbastanza indisturbato i lavori per consolidare le proprie posizioni. Gli alti comandi sono per l’offensiva, quindi reputano implicitamente inutile impegnare risorse e mezzi per migliorare la prima linea.

Qualche frase tratta dal rapporto di una pattuglia mandata in osservazione può aiutare a capire cosa dovevano affrontare i nostri fanti sull’Ortigara,: “ … esistono due ordini di reticolati dell’altezza di due metri e profondi dai quattro ai sei metri ( …) Le trincee, coperte, in parte sono scavate nella pietra e sono a doppio ordine di tiratori con feritoie a poca altezza da terra”.

Contro difese simili si scaglieranno più volte i battaglioni. Per quanto concerne i rinforzi, spesso si tratta di convalescenti o di anziani provenienti dalle retrovie, mandati all’assalto a poche ore dal loro arrivo al fronte. C’è un fonogramma con i nomi dei caduti della giornata in cui a proposito di uno di questi soldati appena arrivati, non si è in grado di indicarne il nome; lo si qualifica genericamente come “uno sconosciuto dell’ottavo”.

In un messaggio il sottotenente Pittavino comunica: “I complementi avuti, essendo completamente deficienti di istruzione e di allenamento fisico, non possono ispirare fiducia nei compagni. Per questo non si possono ottenere dai soldati lo zelo e lo slancio necessari nelle azioni”.

In questo contesto di difficoltà e di sofferenza, le note positive vengono dal senso di umanità che avvicina i soldati; ci si informa se i familiari di un caduto sono stati avvisati, si riferisce di un giovane volenteroso che in un momento di debolezza ha tentato di disertare e si cerca di alleggerire la sua delicata posizione, si mandano i propri saluti ai sottoposti al momento di essere trasferiti. Rigon con il suo lavoro di ricostruzione ci consegna una storia fatta di uomini, azioni, quotidianità. Le articolazioni di queste vicende sono tante e diverse; si spiega come far saltare il reticolato nemico, si chiedono rinforzi in un momento drammatico, si organizza il non facile arrivo delle vettovaglie, si parla dell’orologio che un ufficiale ha spedito nelle retrovie per una riparazione.

Una storia di uomini quindi, scritta dai soldati per comunicare tra loro in quel lontano 1916 sull’Ortigara; ma quei fonogrammi, esili biglietti scritti a matita e in qualche caso con la stilografica, hanno molto da dire anche a noi. Rigon si è recato spesso nelle zone di combattimento per cercare riscontri alla documentazione studiata e opportunamente ci ricorda le parole presenti sul monumento eretto sulla cima del monte che fu teatro di questi drammi: “Per non dimenticare”.

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Sono tutte stupende le mie amiche (2012) di Roger A. Fratter

12 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)  di Roger A. Fratter

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)

di Roger A. Fratter

Regia: Roger Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Effetti Speciali: Elisabetta Mandelli. Operatori: Stefano Ravanelli, Omar Fratter. Musiche: Massimo Numa, con la collaborazione di Valerio Ragazzini. Edizioni Musicali e Distribuzione: Beat Records Company (Roma). Durata. 96’. Genere: Commedia erotica. Brani Musicali: Lasciando la scia (Numa - Mosconi, canta Liana Volpi), Pensami domani (Aldo Lundari), Silenzi (Ena Rota, canta Enamira), Together (Todesco - Bonzanni, canta One Use), Freckless, One night in Dalmen, Terry (Alessandro Fabiani), Aperto (Antonio Musciumarra). Esterni: Scanzorosciate (Bergamo). Interpreti: Liana Volpi (Cristiana), Roger A. Fratter (Dario), William Carrera (Cristiano), Flavia Zanini (Donatella), Ingrid Brauner (Ingrid), Fabrizia Fassi (Fabiana), Marco Locatelli (Carmelo Malanima), Juri Cerasa, Fabrizia Fassi, Beata Walewska, Anna Palco, Giulia Marzulli, Francesca Caruso, Matteo Maffeis, Sandra Parks, Natalia Glijn, Mapuja Fiscina, Silvia Capossela, Federica Spalletta, Steve Brooks, Linda Gilda Capossela, Jean Lenders, Giuseppe Cardella, Barbara Ghisletti, Tiziana Giusti, Mauro Breviario, Nunzio Giarratana, Oliviero Passera, Delia Salvi, Aldo Fasanelli, Giovanni Pesticcio, Vittorina Canova, Elena Salvi, Sofia Locatelli, Giuseppe Passera. Tarcisio Sorte, Fabio Longo, Hernan Brando, Claudia D’Ulisse, Stefano Brizzi, Roberto Aciuffi, Jean Pierre Rodriguez, Max Human, Mike Hudson, Marco Paciolla, Giorgio Dolci, Salvatore Guzzardo, Sonia Iannuso, David Cassidy, John Grimes.

Roger A. Fratter, firma uno dei suoi lavori più riusciti degli ultimi anni, da quando ha abbandonato il cinema di genere per dedicarsi a pellicole più introspettive e problematiche. Sono tutte stupende le mie amiche è una commedia erotica, a metà strada tra il grottesco e il realistico, metacinematografica, caratterizzata dalla coesistenza di più generi, ben oliata in un meccanismo da terrorista dei generi tanto caro a Joe D’Amato e Lucio Fulci.

Cristiana (Volpi) e Dario (Fratter) mandano avanti da quando sono adolescenti uno strano rapporto di amore - odio, basato su reciproche seduzioni, tradimenti, complicità, consigli su partner, rimproveri e incomprensioni. Cristiana ha un fidanzato che vorrebbe consolidare il loro rapporto, ma lei sfugge, frequenta molti uomini, vede Dario e finisce per raccomandare una serie di amiche che lui prova a frequentare. “Sono tutte stupende le mie amiche!”, afferma con sicurezza. In realtà la sola cosa certa è che sono piuttosto strane. Dario deve vedersela con una modella tedesca fredda e algida, una polacca nevrotica, una tipa volgare che mangia e sputa noccioli, un’africana che pensa solo al denaro. Lui cerca normalità, ma né Cristiana né le folli amiche possono dargliela, quindi si rifugia da Donatella (Zanini), ma tutto finisce quando Cristiana mostra alla ragazza un loro vecchio video erotico. Dario e Cristiana non possono fare a meno l’uno dell’altra, ma al tempo stesso non riescono a capire che cosa vogliono dal loro rapporto, a parte mandare avanti un perverso gioco di seduzione. La trama da commedia è corroborata dalle indagini per catturare uno stupratore seriale che sconvolge la pace di Vallechiara. Il criminale viene acciuffato dalla polizia al termine di una scena ricca di suspense che modifica improvvisamente la commedia in thriller grottesco. Ottima la figura dell’opinionista televisivo misogino, tratteggiato dal bravo Marco Locatelli grazie a una recitazione sopra le righe.

Sono tutte stupende le mie amiche presenta molteplici motivi d’interesse, a partire dalla tecnica del racconto, per flashback, narrato con le parole dei due protagonisti, con il regista che riavvolge rapidamente la bobina per narrare i fatti dal principio. Scomodiamo Ingmar Bergman - con i debiti riguardi - per l’idea dell’attrice che guarda dritto nella macchina da presa e si rivolge allo spettatore: “Non so chi sono io e neppure chi siete voi. So solo che sono vera”. Inizia la commedia sentimentale che vede alla base il rapporto uomo - donna, con incursioni grottesche dell’opinionista gay che dagli schermi televisivi teorizza il diritto naturale allo stupro. “L’uomo comune è un mostro!”, dirà il critico arrogante, citando Pasolini. Ottima la colonna sonora di Massimo Numa, a metà strada tra swing e musica moderna, con Liana Volpi molto brava - oltre che come attrice - anche come interprete del brano guida Lasciando la scia. Audio in presa diretta con i rumori di fondo lasciati ad arricchire il realismo dei dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi. Il tono dei dialoghi è scanzonato e ironico, cambia registro dal realistico al grottesco, passando per assurdo e paradossale. Sempre efficace, comunque, come è priva di pecche la recitazione dei protagonisti, con una sensuale Liana Volpi e un attento Roger Fratter, ben calati nei rispettivi ruoli. La protagonista femminile è una cantante (scusa idonea per far cantare la Volpi) ma è anche un’appassionata di cinema che gestisce il club delle locandine (altra scusa per mostrare una collezione di Nocturno, i flani di Zombi 2, Macabro e Buio Omega). Il protagonista è un compassato professore che prova ad andare a letto con un sacco di donne ma alla fine si ritrova irretito in un gioco di seduzione irrinunciabile. I personaggi sono volutamente caricaturali, estremi, eccessivi, così come sono trasgressive e conturbanti certe situazioni erotiche (il guardone che spia, il rapporto mancato sotto la doccia, il balletto sexy, la seduzione in babydoll…). Fratter cita la commedia sexy, l’erotismo tout-court, il thriller (la caccia allo stupratore), il cinema surreale, il grottesco, ma di fatto realizza un’opera originale e complessa, tra le più riuscite del suo cinema. Pedro Almodovar è il riferimento obbligato per molti caratteri femminili, folli e complessi, ma proprio per questo veri. L’erotismo è quasi sempre sottinteso, ma quando il regista pigia sull’acceleratore delle sequenze hot sembra di assistere a un porno tagliato. L’occhio dell’uomo che osserva le scene erotiche è parte integrante della commedia sexy ed è lo sguardo compiaciuto e complice dello spettatore. Un film psicologico, una commedia provocante e maliziosa, che indaga il rapporto uomo - donna, la complessità dell’animo femminile, da un po’ di tempo a questa parte nel mirino del regista bergamasco. Geniale il triplice finale. Ancora una volta la protagonista in primo piano, sguardo rivolto alla macchina da presa, per criticare la conclusione da thriller grottesco scelta dal regista (i due rivali che si uccidono a vicenda). Metacinema puro. Altri possibili finali: restare con il fidanzato, dare vita a un rapporto a tre, ma in realtà il vero finale è che tutto resta come prima, un eterno gioco di seduzione che vede protagonisti un uomo e un donna. Citazioni d’arte contemporanea per i quadri di Oliviero Passera, che fa una piccola apparizione. Da non perdere. Cercatelo da Beat Records Company, perché non è reperibile nei normali circuiti cinematografici.

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)  di Roger A. Fratter
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IL SORRISO DELL’OBICE di WALTER GIORELLI

11 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

IL SORRISO DELL’OBICE di WALTER GIORELLI

Va a Dario Malini il merito di aver recuperato questo diario e di averne curato l’edizione per Mursia. L’opera era già apparsa nel 1917, edita in forma privata e a cura della famiglia del soldato Walter Giorelli. Prima dell’arruolamento, fu allievo del pittore Aristide Sartorio, anch’egli poi impegnato nella Grande Guerra. Nel marzo 1917 ci fu una mostra postuma dedicata ai dipinti del giovane, apprezzata dalla critica.

Questo è uno dei diari più emozionanti e lirici tra quelli che abbiamo letto. Il pittore Walter Giorelli ha appena terminato gli studi e si è già segnalato a livello artistico, pur in età molto verde, quando deve arruolarsi.

Il diario si compone di note e umori diversi: ci sono l’esuberanza giovanile insofferente delle gerarchie, l’ironia del dotto umanista e la viva sensazione di un destino cupo cui non si può sfuggire. Siamo nella seconda parte del 1915; ormai è chiaro che il conflitto sarà lungo e sanguinoso. Giorelli è impegnato nell’addestramento a Bologna e mostra già di avere gli anticorpi verso ogni tipo di retorica. Viene da sorridere quando un tenente, rivolto ai futuri fanti che dovranno attaccare le mitragliatrici nemiche, dà questo consiglio: “Facite ‘a faccia feroce”.

Al fronte il giovane deve portare rifornimenti verso le prime linee, compiendo ogni notte lo stesso tragitto sugli stretti sentieri intorno al Sabotino. In questa fase, nonostante i pericoli, si mostra abbastanza sereno; il paesaggio lo stimola, può parlare di filosofia con alcuni compagni, è contento di saper governare bene il mulo carico che deve condurre verso le trincee. Gli piace ritrarre i commilitoni; un suo superiore ne nota il talento e gli affida l’incarico di disegnare le difese avversarie.

A Cividale ha la possibilità di affrontare un corso per entrare nel Genio; dopo una severa selezione, viene promosso e diventa quindi ufficiale. Da questo momento lavora in una compagnia di Zappatori in servizio a Plava. Ora ha il compito di sistemare ricoveri e camminamenti che le intemperie e i colpi dell’artiglieria austriaca danneggiano. Vede gli attacchi dei fanti, gli uomini impazziti dai bombardamenti che corrono a casaccio contro il nemico, assiste alla fucilazione di due anziani soldati. Intanto Gorizia è stata presa, ma la guerra di logoramento prosegue come prima. Il suo lavoro ricorda le fatiche di Sisifo; aggiustare e sistemare ciò che verrà comunque nuovamente distrutto. L’umore di Giorelli settimana dopo settimana cambia; è come se nel suo spirito si spezzasse per sempre qualcosa, a fronte di una guerra sempre più dura e ingorda di sangue. Interrompe la corrispondenza con una coetanea che insisteva nel parlargli della vivace e frivola mondanità romana. Prosegue a ritrarre i compagni che glielo chiedono, ma la sua arte è mutata, è diventata realistica. Infatti rappresenta i commilitoni come sono, senza nascondere sui volti i segni della fatica, della sofferenza, delle ore di sonno che mancano. L’Isonzo si ingrossa e l’artiglieria nemica è sempre più precisa. Giorelli nota che la sua capacità di guardare, di cogliere con un colpo d’occhio l’essenza del paesaggio è venuta meno: “Dovrei forse descrivere meglio ciò che mi circonda, ma non posso. Guardo tutto di sfuggita e non riesco a fermarmi su niente”. Il pittore si sente disarmato, quasi cieco.

Qualcosa in lui non è più come prima. La guerra sembra avergli tolto tutto. Eppure, anche nella trincea allagata o in mezzo ai camminamenti da risistemare, il giovane trova fino all’ultimo giorno una pausa per scrivere e per lasciare le sue memorie. Il suo diario, così fresco e vivace, è una bellissima vittoria sul tempo, sulla morte, sulla guerra.

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