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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Silver, "Lupo Alberto - LE STORIE"

10 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

Silver,  "Lupo Alberto - LE STORIE"

Silver

Lupo Alberto - LE STORIE

Magazzini Salani

Pag. 390 – Euro 12,90

Lupo Alberto nasce nel 1974, sul Corriere dei Ragazzi, storica rivista per adolescenti da tempo chiusa, lasciando solo Il Giornalino della San Paolo a difendere un mondo che non esiste più, conquistato da televisione e media telematici. Viene da chiedersi - proprio per questo motivo - se ci sono ancora lettori di fumetti per ragazzi, oppure se certe (benemerite!) operazioni di riscoperta sono riservate a un pubblico di nostalgici. Per me che sono nato nel 1960 e ho scoperto Lupo Alberto nel 1974, incuriosito da un nome che conteneva una voluta citazione di un grande attore teatrale e televisivo (Alberto Lupo), non è difficile esprimere gradimento e complimentarmi con un editore lungimirante. Sono tempi di crisi, il fumetto comico non incontra più il favore del lettore, capolavori come Mafalda, Sturmtruppen (del compianto Bonvi) e Cattivik - tutti in catalogo Salani - sono dimenticati dal grande pubblico che li acclamava negli anni Settanta. In compenso assistiamo alla tristezza di Gipi al Premio Strega, celebrato in TV da Fabio Fazio, come sempre compiacente con tutto quel che viene - di buono o di cattivo - da certi ambienti della sinistra. Ma basta con le polemiche. Cerchiamo di convincere, invece, i giovani di oggi ad appassionarsi alle storie di un lupo dal pelo azzurro (purtroppo il libro per motivi economici è stampato in bianco e nero), innamorato di una gallina di buona famiglia di nome Marta e in perenne lotta con un cane da guardia chiamato Mosè. I personaggi non finiscono qui, c’è anche Enrico la talpa che non ci vede un tubo, ha ribattezzato con il nome Beppe il nostro Alberto ed è sposato con Cesira, una moglie petulante che cucina divinamente. La struttura delle storie è ripetitiva, ma non per questo meno geniale e divertente, ricalcata sullo schema del coyote della Warner Brothers che cerca di catturare lo struzzo. Il lupo tenta di intrufolarsi nel pollaio per amoreggiare con Marta, di solito non ci riesce, becca un sacco di legante da Mosé, mentre Enrico lo incoraggia.

Per festeggiare i quarant’anni di Lupo Alberto, la casa editrice Salani ha organizzato una mostra itinerante che è partita da Fano il 27 febbraio e finirà a Correggio il 12 dicembre. Molte le tappe intermedie: Napoli, Milano, Albissola, Marostica, Rovigo, Catania, Fano, Cagliari, Udine, Lucca, Torino… Il 2014 sarà l’anno di Lupo Alberto, con nuovi gadget e tanti libri dedicati al lupo più simpatico del fumetto italiano.

Guido Silvestri (1952), in arte Silver, comincia l’avventura con un striscia comica intitolata La Fattoria dei McKenzie, ma il nome che s’impone è quello del protagonista. Le strisce - pensate sul modello di quelle statunitensi - cominciano a diventare brevi racconti e il fumetto si guadagna persino una testata autonoma che durerà in edicola per molti anni. Altri tempi. Erano gli anni Settanta - Ottanta. I ragazzini leggevano i fumetti e i genitori disapprovavano. Adesso capita di avere una figlia di sette anni e di obbligarla a leggere Lupo Alberto e altri fumetti intelligenti, invece di assopire l’intelligenza davanti alla televisione che diffonde manga e telefilm idioti. Tempi che cambiano, certo, ma non in meglio…

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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I te vurria vasà

9 Giugno 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #musica, #marcello de santis

Estimatore di musica e canzoni napoletane, Marcello de Santis ci racconta, partendo dai suoi ricordi giovanili, la storia di interpreti e autori napoletani che hanno portato al successo melodie divenute poi famose in tutto il mondo. Leggendo sentiremo parlare con leggerezza e sentimento di Peppino di Capri, di Vincenzo Russo , Eduardo di Capua e Giovanni Capurro autori e interpreti di splendide canzoni come "I' te vurria vasa'" , "O sole mio" "Oje Mari." e di altro ancora. Una storia tutta da leggere e canticchiare. (Franca Poli)

Ai tempi della mia giovinezza, diciamo verso la fine degli anni 50, il sabato dopopranzo (ché uscire di sera per le ragazze era tabu), oppure anche la domenica pomeriggio, ci si riuniva a casa di uno di noi ragazzi, (eravamo un gruppetto di compagni di liceo) e si ballava mettendo sul pick up i dischi a quarantacinque giri, prima quelli con una sola canzone per parte e più tardi quelli con quattro canzoni, due per ogni facciata. Nascevano così le prime simpatie, talvolta i primi amori, come è successo a me che ho incontrato in una di quelle pomeridiane la ragazza che di lì a qualche anno sarebbe diventata mia moglie. Il pick up era il giradischi (a manovella, i primi apparecchi, poi elettrici) che spesso eravamo costretti a portarci dietro insieme al pacco dei dischi di vinile di musica leggera,
perché non tutti ne avevamo uno. Lo chiamavamo, ricordo, pick up, ma non sapevamo
e forse non lo sapemmo mai che invece il pick up di quell'aggeggio era solo la puntina, la cosiddetta testina. E ricordo che ne avevamo alcune di riserva, di testine, per ogni evenienza se tante volte quella che usavamo avesse fatto le bizze. E avevamo sempre a portata di mano un cuscinetto con la pancia di velluto blu (o rosso) per pulire ogni disco prima di metterlo su.

Erano i tempi di Paul Anka con il suoi grandi successi. Diana, You are my destiny, Put Your Head On My Shoulder; ma c'era anche Elvis Presley, e c'erano anche i nostri: Bobby Solo, Fred Bongusto, Gino Paoli in testa. Mettevamo sul piatto un po' tutti, alternativamente, ché il pomeriggio era lungo; ma avevamo una predilezione per Paul Anka e per Fred Bongusto, che ci permettevano di ballate cheeck to cheeck, guancia a guancia, con la nostra bella del cuore, stretti stretti, gustando quelle musiche indimenticabili: ... put your heaaaad on my shooooooooldeeeeeeer... e: ... una rotonda... sul maaaareeeeee..., il nostro disco... che suoooonaaaaa....
Era molto gettonato, ricordo, anche Peppino di Capri con le sue canzoni napoletane, su tutte I' te vurria vasà. Galeotta fu la canzone che ci strinse per la vita, me e la mia futura moglie; era proprio quella: I' te vurria vasà.

Allora io ero un giovane studente di liceo, piacente e simpatico, devo dire; e già amavo la canzone napoletana che seguivo appassionatamente alla tivu assistendo ai veri Festival della canzone di Napoli. Le parole incantate di I' te vurria vasà fecero il miracolo di farci innamorare. E andò a finire come sappiamo. Ricordo che mentre la stringevo a me, viso contro viso, le sussurravo sulla voce di Peppino:

I' te vurría vasá...
I' te vurría vasá...
ma 'o core nun mmo ddice
'e te scetá...
'e te scetá!...

I' mme vurría addurmí..
.
I' mme vurría addurmí
vicino ô sciato tujo,
n'ora pur'i'...
n'ora p
ur'i'!...

Quella voce, poi, ci mise del suo. Quel ragazzo - con un sacco di capelli neri, secco come un fuscello, gli occhiali più grossi del suo viso - era appena venuto fuori col suo modo tutto particolare di porre la canzone napoletana, e stordì tutti noi ragazzi, che ne imitavamo le mosse nervose e talvolta sincopate che accompagnavano ogni sua esibizione. Ed era una gara continua a cercare e comprare i suo dischi. Un giorno su Sorrisi e Canzoni mi informai, per sapere di più su 'sto Peppino di Capri. Lessi: era uscito alla ribalta proprio in quegli anni, il 1958 per l'esattezza. Fino allora si era esibito sulla sua isola, qua e là, coi suoi quattro amici; ma una sera colpì l'attenzione di un funzionario di una casa discografica che gli propose un contratto. Chiamò a Milano tutti e quattro i ragazzi; essi corsero lassù da Napoli a bordo di una scassata 1100 fiat, per firmare e incidere il primo disco. Qui trovarono anche il nome d'arte; prima a Giuseppe Faiella; che siccome era di Capri, venne naturale aggiungere al più popolare Peppino, (rispetto a Giuseppe) quel "di Capri", appunto. E siccome c'erano anche i suoi amici aggiunsero anche un nome al gruppo: ... e i suoi Rockers.

Ballammo dunque un pomeriggio - per la prima volta e ripetutamente - sulle ali di quella musica melodiosa, e da allora, in ogni occasione, cercavo di arrivare primo al pick-up per mettere su, battendo tutti gli altri, quella che era diventata la nostra canzone, I' te vurria vasà.
Comprai il disco, e lo regalai al mio angelo; più tardi mi confessò che ogni sera prima di addormentarsi lo metteva sul piatto e lo consumava con i suoi pensieri, magari sognando che quelle dolci parole d'amore fossi io a cantarle per lei...

Ah! Che bell'aria fresca...
Ch'addore 'e malvarosa...
E tu durmenno staje,
'ncopp'a sti ffro
nne 'e rosa!
j' te vurria vasà...

Vincenzo Russo Napoli 1876-1904

Vide la luce nel quartiere popolare di Piazza Mercato che a quell'epoca era uno dei più degradati della città, insieme a tanti altri, come per esempio Pendino, e Vicaria. Nacque nel 1876, in una modesta abitazione umida e "scarrupata" come si diceva con un termine tutto particolare, che significava grosso modo "scalcinata", "malridotta"; qui viveva insieme al padre Giuseppe che faceva il calzolaio, e alla mamma Lucia, operaia per qualche tempo, ma poi - con l'arrivo di altri cinque fratelli, Salvatore Concettina Nunziatina Luisa e Carmela - dovette trasformarsi in semplice donna di casa; perché doveva pensare ad allevare la numerosa prole e tirare avanti una vita ai limiti della sopravvivenza con le misere insufficienti entrate del padre. La casa e il quartiere tutto erano malsani; la salute di Vincenzo non ci mise molto a risentirne; si ammalò, e si ammalarono appresso a lui anche i fratelli. Le medicine costavano e non sempre c'erano i soldi per comprarle.

Fatto sta che il futuro poeta, bambino ancora, a causa si queste condizioni di salute fu costretto a lasciare la scuola prestissimo. E nei momenti in cui stava un po' meglio, si dava da fare per rendersi utile alla famiglia; prima aiutando i padre nella bottega di ciabattino che stava in via Correra, e poi come garzone in un negozio di guantaio (il padre era morto e adesso era solo lui a portare a casa i soldi.) I primi anni, bene o male, passarono, Vincenzo cresceva, e visto che aveva molta voglia di imparare, si iscrisse alle elementari di una scuola serale per operai; e sempre per arrotondare e aiutare a casa, faceva - la sera - la maschera in qualche teatro; ebbe modo così di assistere a molti spettacoli di varietà, ascoltando canzoni, ammirando sciantose, plaudendo i comici.
Intanto - aveva solo otto anni - Napoli fu colpita da una epidemia di colera senza precedenti; tutta la città ebbe malati e morti, ma chiaramente i quartieri più miseri ebbero la peggio, tra questi appunto il Mercato. La sua malattia si aggravava giorno dopo giorno; i suoi polmoni erano sempre più malandati e aveva enormi difficoltà anche a solo respirare; specialmente di notte; non dormiva più, ormai, tra asma e tosse continua, la tubercolosi galoppava e si preparava a ghermirlo definitivamente; fu così che cominciò, di notte, dato che non riusciva ad addormentarsi, a scrivere poesie, che poi cercava di musicare o di far musicare. Le prime canzoni che scrisse non ebbero fortuna, (aveva adesso 18 anni), le faceva ascoltare, le presentava alle varie feste di Piedigrotta che si tenevano annualmente, anche per tentare di guadagnare qualche soldo da portare a casa.
Come potete vedere dalle sue date di nascita e morte, la sua vita durò pochissimo. Quando se ne andò aveva appena 28 anni. Vita brevissima, vissuta poveramente; ma ebbe il tempo di lasciarci belle canzoni alcune delle quali sono entrate di diritto nel novero delle classiche napoletane.
Era sempre pallido, emaciato, malato ai polmoni che lo stavano tradendo ogni giorno di più; ciò nonostante tra una medicina e l'altra, tra un colpo di tosse e l'altro, curava la sua grande passione per la poesia.
Già da alcuni anni, come ho detto, scriveva poesie che qualche amico mise anche in musica; canzoni non ebbero successo; però il poeta non demordeva; fino al momento che conobbe un grande musicista, Eduardo di Capua, che aveva una decina d'anni più di lui, e che già aveva raggiunto una certa fama grazie alla stupenda canzone che aveva scritto insieme al poeta Giovanni Capurro, e che volava per i cieli della gloria: 'O sole mio.
La sua vita è costellata da una serie infinita di SI DICE...": si dice che... raccontano che... molti riportano che...; noi ve li riportiamo così come ci sono arrivati, ma vi diciamo anche che hanno relativa importanza; perché importante è la realtà della povera vita e della tubercolosi che lo condusse giovanissimo alla morte, togliendoci un autore che non sappiamo cosa ci avrebbe ancora potuto donare.

L'incontro tra i due è una cosa impensabile. Voglio raccontarvela.
Vincenzino, malaticcio e pallido com'era, cercava "di fare soldi per tirare avanti la vita famigliare" in ogni modo possibile. Abbiamo detto che faceva la maschera nei teatri del quartiere; e poi come garzone di guantaio, in un angusto locale malsano del rione Sanità, tra il puzzo e i miasmi delle pelli conciate non proprio ideali per la sua salute, che contribuì ad aggravare la sua malattia ai polmoni. Ad un certo punto prese a spargersi la voce che avesse delle facoltà divinatorie; lo si ritenne un "assistito".
Bisogna dire due parole sull' "assistito", personaggio importante del gioco del lotto molto in voga in quegli anni. Si tratta di una persona dotata di un grande carisma tra i giocatori del lotto, in genere povera gente che si fa in quattro per rimediare settimanalmente quei quattro soldi da puntare sui numeri, magari sottraendoli alla miseranda esistenza di tutti i giorni, nella speranza che una vincita possa cambiare radicalmente la vita. Ed ecco dunque "l'assistito": una persona che dietro un piccolo compenso (e per Vincenzino questo "piccolo compenso" costituiva non poca cosa) "dava i numeri"; che a volte ricavava dai sogni che la gente gli raccontava; e lui lì ad interpretarli assicurandone la veridicità. La povera gente crede alle facoltà dell'assistito, al suo potere occulto, che tra le altre cose prevede anche quello di parlare, colloquiare con i defunti; per avere da loro fortuna sotto forma di numeri da giocare al lotto.
Sentiamo Matilde Serao cosa pensa del lotto e dell'assistito, nel suo libro "Il ventre di Napoli":

... un cancro; che rode le famiglie borghesi, un convulsionario "pallido" (e Vincenzino pareva proprio il prototipo di questo personaggio), ... che finge di avere o ha delle allucinazioni, che non lavora, che parla per enigmi …l’assistito arriva nel popolo e vi estende la sua azione mistica, vi raccoglie dei guadagni piccoli, ma insperati, vi fa degli adepti e finisce per camminare nelle vie, circondato sempre da quattro o cinque persone, che lo corteggiano e studiano tutte le sue parole...

E veniamo all'incontro tra i nostri due personaggi.
Si dice che Eduardo sia un accanito giocatore, ha il vizio del gioco; da sempre; non può farne a meno; ed è un assiduo frequentatore anche dei botteghini del lotto. Chiede lumi e numeri a questo ragazzo pallido e malaticcio che era già conosciuto in giro. Ricorse a lui spesso. Il ricorso continuo a Vincenzino fece sì che il giovinetto venisse a sapere che quel signore era un autore di canzoni napoletane; gli confessò timidamente che lui "era un poeta" e che ambiva scrivere canzoni; Eduardo gli chiese di fargli leggere qualcuna delle sue cose; ciò che fece.
Quelle "cose" piacquero al musicista, una in particolare; e la mise in musica; era Maria Marì... si era nell'anno 1899, Vincenzino aveva 23 anni; forse si era innamorato - da lontano - di una ragazza che si chiamava appunto Maria, e che si affacciava ad un balcone di fronte al suo posto di lavoro di aiuto guantaio; la visione lo faceva sospirare e scrivere versi che dedicava alla giovane lassù...

La canzone ebbe un successo straordinario.
Erano altri soldi (pochi invero, ché allora i diritti d'autore non andavano se non in minima parte agli autori, ma se li prendevano tutti le case editrici; e la Edizioni Bideri, che allora andava per la maggiore, ne fece di soldi; hai voglia se ne fece!) Solo le briciole agli autori; e va detto che con quei pochi soldi che fruttarono quella prima canzone di successo servirono al giovane poeta per comprarsi le medicine.
Ecco i primi versi della poesia

Oje Marí, oje Marí,
quanta suonno ca perdo pe' te!
Famme addurmí,
abbracciato nu poco cu te!

Oje Marí, oje Marí!
Quanta suonno ca perdo pe' te!
Famme addurmí...
oje Marí, oje M
arí!

La canzone volò presto sui cieli di Napoli. Divenne un successo che dura ancora oggi. Grazie anche alla giovane amicizia coll'amico Eduardo, quando può e quando sta bene (o quanto meno benino) Vincenzo Russo comincia a frequentare, anche se di rado, qualche riunione di musicisti e poeti che allora andavano per la maggiore.

Arápete fenesta!
Famme affacciá a Maria,
ca stóngo ‘mmiez’â via…
sperut
o d’’a vedé…


Ad una di queste riunioni tra artisti, come tante ne avvenivano all’epoca, per scambiarsi pareri versi e musiche, il giovane e timido “scarpariello” (ciabattino) avvicina il coetaneo Ernesto Murolo, già conosciuto come autore di canzoni (agli inizi del secolo scrisse celebri canzoni di successo come Pusilleco addiruso, Mandulinata a Napule, Nun me scetà, Piscatore 'e Pusilleco, Napule); Ernesto è il padre di colui che sarebbe diventato più tardi un grande interprete della canzone napoletana, il cantante chitarrista Roberto Murolo.
Accennando un leggero inchino e apostrofandolo, Vincenzino, con un devoto: - maestro!, Ernesto Murolo lo prese in disparte e gli disse:"Russo, chi ha scritto “arapete fenesta famm’affaccia’ maria” non deve chiamà maestro a nisciuno!"
Eduardo Di Capua gli stette vicino, prodigo di amicizia vera e di consigli (e di elogi).

Eduardo Di Capua, Napoli 1865-191

Era destinato a diventare musicista per l'ambiente famigliare;il padre infatti era un valente violinista che faceva tournèe per tutta Europa. E fu seguendo il padre artista rinomato che iniziò a comporre musica. Aveva una passione sfrenata per il gioco che lo fece trovare sempre in una situazione a dir poco drammatica. Proprio grazie al gioco però conobbe il poeta Vincenzo Russo, appassionato come lui del gioco, insieme composero tra le altre le due più celebri loro canzoni: j' te vurria vasà e torna maggio.
Scrissero insieme altre canzoni. L'anno dopo, era il 1900, Di Capua che frequentava ormai il giovane poeta, lesse i versi di un'altra stupenda poesia di Vincenzino: il titolo era "Torna maggio", gli piacque molto e la rivestì di una musica immortale; il testo diceva tra l'altro così:

...aprite 'sta fenesta, oi' bella fata
ché ll'aria mo s'è fatta 'mbarzamata
ma vuje durmite ancora, 'i' che curaggio...
rose! che b
elli rrose!... Torna maggio!

Inutile dire che ebbe immediatamente il successo che meritava e che merita. La si cantava ovunque, e il poeta non poteva non esserne soddisfatto; soprattutto perché significava portare a casa un po' di soldi. La cosa andò così. Era l'ultimo giorno del 1899, il 31 dicembre, Capodanno stava per scoccare. Vincenzo Russo sta male, e si ficca a letto sotto le coperte; la festa impazza, ma il poeta ripete a se stesso che "può andare avanti anche senza di lui". Il giorno dopo Eduardo va a trovarlo, gli porta una buona notizia, e un po' di soldi: la casa editrice Bideri lo ha pagato; gli ha dato un anticipo sui diritti per la canzone Maria Marì. Vincenzo è contento, anche se è una ben misera somma da dividere in due.
E' già sera ed è festa,
... su, coraggio Vincenzì, usciamo, facciamo baldoria anche noi, festeggiamo!!!
Il giovane si lascia convincere ed esce insieme all'amico. Che lo porta con sé al Salone Margherita dove c'è uno spettacolo con Armando Gill, un attore e cantante che ha press'a poco la stessa età di Russo; ma è già noto al pubblico di Napoli per le sue canzoni ironiche e per i suoi duetti improvvisati con gli spettatori. Tombeur de femme suo malgrado, richiamava sempre un folto pubblico ai suoi spettacoli; e anche quella sera c'era gente a vederlo ed applaudirlo.
Quando lo spettacolo finisce Vincenzo Russo, mentre escono per tornare a casa, trae di tasca un foglietto con nuovi versi di una meravigliosa poesia. E li porge all'amico; che tale la reputa; meravigliosa. E se la mette in tasca. Il giorno dopo torna dal poeta che sta a letto, e gli fa sentire la musica. Gli piace molto.
Era nata I' te vurria vasà...
Eduardo la presentò a un concorso di canzoni napoletane convinto che avrebbe stravinto, ma la delusione fu grande: arrivò seconda a pari merito con altre tre canzoni; con le quali dovette dividere i soldi del premio. Con la sua modesta parte, Vincenzino comprò ancora una volta le necessarie medicine.
La malattia intanto si aggrava, e il giovane poeta deve stare sempre più spesso a letto. Di lì a quattro anni ci lascerà per sempre con una manciata di canzoni che ancora oggi sono celebri in tutto il mondo.
Si disse che I' te vurria vasà, la scrisse perché innamorato di una sua dirimpettaia, tale Enrichetta, per lui irraggiungibile (anche se pure la ragazza, si sa per certo, corrispondesse quell'amore) date le diverse estrazioni sociali dei due (lei era figlia di un gioielliere, pare). Ma questo è un dettaglio di poco conto, rispetto alla grandezza della poesia del giovane poeta.
Quattro anni passarono presto, la tubercolosi si era mangiati ormai i polmoni di Vincenzo Russo, 28 anni, poeta, autore di canzoni napoletane. Era il mese di maggio, quando chiamò a sé il cognato che gironzolava per casa, lo fece avvicinare al letto; gli dettò - ché non aveva più nemmeno le forze di farlo - i versi dell'ultima sua poesia "L'urdema canzone mia".
Si dice che Enrichetta si sposasse, e che lui vide la chiesa addobbata dalla sua camera; ma forse quelle che si stavano per celebrare là sotto alla sua finestra non erano le nozze di Enrichetta... chissà...
Pianse, per quello che la vita non gli aveva dato. Poi fece chiamare l'amico Eduardo e gliel'affidò. Gli raccomandò quei suoi ultimi versi, immaginiamo, con queste parole
... edua' ... vide tu che ppuò fa'...

Nun me parlate cchiù de' sciure e rose,
Pe' me 'sti rrose songo senz'addore;
Nun me dicite: 'a giuventù è nu sciore.
Ca chistu sciore mio è muorto già.

Pe' me tutt'è fernuto !
Addio, staggione
belle !
Addi, rose e viole !...

Sotto i versi della poesia fece scrivere:
"E' l'urdema canzone ca ve scrivo, 'mparatavella e tenitavella 'ncòre. Addio canzone meje, io me ne vaco e vuie restate pe' ricordo 'e me"...
(E' l'ultima canzone che Vi scrivo. Imparatela e portatela nel cuore. Addio mie canzoni, io muoio e voi restate per farmi ricordare)."

Se ne andò l'11 giugno, nemmeno un mese dopo avere scritto i versi de "L'urdema canzone...".

marcello de santis

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Lars Von Trier puzza!!!

8 Giugno 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo, #cinema

Lars Von Trier puzza!!!

Allora, care amiche, cari amici,

sono riuscita finalmente a vedere Nynphomaniac vol. 1.

Ah finalmente questa si è organizzata un’uscita come si deve,

penserete voi. Ma cosa dici maaai, rispondo con la faccia da Topo Gigio… quando

la sfiga ci si mette non c’è organizzazione che tenga.

Io, per la verità la mia uscita come si deve me l’ero in

effetti ben preparata, con tanto di babysitter pagata (con supplemento festivo)

e marito implorato a suon di lamentele per farmi accompagnare… poi, arrivati lì, scopriamo che il cinema aveva

cambiato l’orario della programmazione all’ultimo momento, collocandolo

irrimediabilmente al di fuori della finestra temporale che mi ero faticosamente

ritagliata per l’evento.

A dirla tutta, non l’ho presa molto bene, per di più pioveva a

dirotto e non ho potuto sfruttare l’uscita manco per una passeggiata romantica

magari arricchita da gelato ipercalorico e compensativo. La crisi isterica ha

preso a incombere in modo terribile e quasi irreversibile, dico “quasi” perché

il caso ha voluto che stavolta, più per istinto di sopravvivenza che per reale

affezione, fosse proprio lui, mio marito, l’homo insolitamente sapiens, a

suggerire la soluzione che ha procurato a lui una serata tranquilla e a me l’argomento

di questo post.

- E se lo vedessimo in streaming su internet? – mi ha

proposto con un sorriso spumeggiante, un po’ falso/attendista e un po’

compiaciuto/speranzoso che mi ha tanto ricordato Jim Carrey con la Mask verde attaccata

alla faccia…

Lo so, lo so non è la stessa cosa, per di più è illegale e, a

tal proposito, davanti alla polizia postale, sono disposta a testimoniare che è

tutta colpa sua (è vero che è il padre dei miei figli, ma io sono la madre dei

miei figli… e la mamma è sempre la mamma!).

Insomma, per farla breve, ho accettato ed eccoci qua. (Non rompete, lo dovevo

scrivere questo post volenti o nolenti!!!)

Dunque, veniamo al sodo.

Vi ricordate le mie opinioni sul film pre-visione e del fatto

che volessi impietosirvi sulla cattiva sorte capitata alla piccola Joe?

Ecco, mi sbagliavo, cancellate tutto… e riavvolgiamo il nastro.

Ovvero, la psicologia spicciola della ragazzina priva di

regole e abbandonata a sé dalla madre è esattamente quella che vi avevo

prospettato. Quello che non mi aspettavo è il modo in cui viene raccontato il

disagio di sex addiction della ragazzina… nel senso che non viene raccontato

affatto!

Dapprima vediamo che la pulzella si appassiona alle virtù

dell’autoerotismo sin dalla tenera età, poi si capisce che l’inaridimento dei

sentimenti vero e proprio scaturisce dall’assenza di amore e attenzione da

parte della madre che, per misteriosi motivi, si comporta come una vera stronza

del tutto disinteressata a svolgere nei confronti della figlia alcuna funzione

educativa oltre che affettiva. L’unica figura che si incarica di infondere un

barlume di affetto e di serenità nell’anima della bambina è il padre, tenero,

fragile alcolista col pallino degli alberi (?), per il quale Joe nutre, e

dimostra in punto di morte (del padre), un affetto quasi materno.

Per il resto, numeri di Fibonacci, arte del pescare,

ornitologia e botanica, polifonie di Bach (la famosa parte filosofica del film)

si intersecano a scene di sesso che coinvolgono, oltre alla protagonista,

innumerevoli tizi più o meno anonimi di cui a stento si riesce a conoscere

l’iniziale del nome.

Ora, devo proprio dirlo, se c’è una cosa che assolutamente

manca in tutte queste scene di sesso… è proprio il sesso! Almeno come lo

intendo io… Il tutto è desolatamente privo di eros (oh, ci fosse stata una scena…dico

una… a suscitarmi quel certo languorino… niente, nada, nisba). Al punto che il

nulla angoscioso (angoscioso perché nulla) che mi veniva inflitto dal film ha

avuto su di me effetti inspiegabilmente e bizzarramente allucinogeni: mi è

sembrato di stare vedendo, come dire, avete presente quei vecchi film in bianco

e nero (Charlie Chaplin, Buster Keaton….) in cui i protagonisti si muovono a

una velocità accelerata? Ecco, una cosa del genere, e ad un certo punto c’ero

anch’io dentro la pellicola che scuotevo la testa velocissimamente come Paperino

che si sta svegliando da un sogno e realizza cosa gli sta accadendo. In questo

modo (non vi preoccupate non mi succede spesso) mi sono accorta della trappola architettata dal regista che solo una pollastra incallita come me poteva sgamare.

Il fatto che Joe racconti in modo così distaccato e privo di

emozioni le immagini di sesso vissute e che soprattutto queste immagini siano

rappresentate in maniera così nuda e cruda, e prive di una “storia” propria, mi

puzzava davvero tanto. Era come se le fossero state messe in bocca parole non

sue… o meglio parole che non possono appartenere a una donna che pare consapevole

della sua dipendenza patologica e che ne descrive con compiaciuta accuratezza

gli effetti senza tuttavia mostrare o trasmettere la benché minima sofferenza o

emozione in relazione a ciò che racconta.

E se, oltre che ninfomane, avessi voluto crederla affetta

da depressione, dico, per esperienza più

o meno diretta, che una donna depressa trasuda COSTANTEMENTE angoscia e

sofferenza, anzi tutto il suo essere non fa altro che vomitare, stile Linda

Blair, tutto il dolore che ha in corpo…

Poi ho finalmente realizzato da dove veniva tutta quella puzza:

sei tu Lars che puzzi e pure tanto!!!

Ma soprattutto chi vuoi imbrogliare?

Credi che non abbia capito che quelle immagini fossero tutte

frutto della tua testa?

Bella scoperta, mi direte voi, lui è il regista…

Sì certo, ma il punto è che, da un po’ di film a questa

parte, il buon Lars si è messo in testa di raccontarci la SUA depressione,

quella che l’ha colpito (e quasi affondato) pochi anni fa.

Ma in questo film caro Lars, a parer mio, dimostri di avere due

grossi gap:

a) tu racconti al mondo la depressione come la vede un

depresso, cercando cioè di rappresentare quel patologico senso di distacco e di

fatalismo, quella sensazione di abitare un piano esistenziale mollemente

adagiato su un livello di piatta mediocrità che chi è stato depresso ben conosce

(ma solitamente quando il mondo si prende la briga di osservare un depresso

vede soltanto un poveraccio che soffre come un cane e appesta il circostante di

mortifera negatività).

b) non sei una donna! (Sei a conoscenza che la fantomatica

parte femminile di un uomo, anche quella dell’artista più sensibile, non è

altro che “un pezzo” di maschio?)

In più passi per essere un genio per cui godi tra i tuoi fan

di un credito quasi illimitato, ma a me sembra proprio che mettere su pellicola

il repertorio di immagini di sesso (chissà di quanti anni!!!) come le pensi tu

in quanto maschio (per di più depresso) e cercare di ammantarle con un’aura di intellettualismo,

oltretutto millantando un punto di vista femminile, sia in definitiva una bella

presa per il culo…

è come se un giorno di questi, approfittando dell’attenzione

e della fiducia che voi, miei devoti lettori/trici, generosamente mi accordate,

vi propinassi, come mio, un post scritto da mio marito!

La notereste subito la differenza, no?

Vero che la notereste?

… anche non subito…ma sì, vero? VERO?

(mmh… mi sa che uno di questi giorni faccio un esperimento…)

P.S. cara Joe mi dispiace, avevi un grosso potenziale per

entrare a far parte del pollaio ma il tuo gallo cedrone ha ben pensato di prendere

il tuo posto…

E questo mi fa pensare… a Lars ma non è che sotto sotto…???

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Qanat

7 Giugno 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #luoghi da conoscere

Qanat

Sono scesa ai Qanat almeno due volte. Dicono: “non c’è due senza tre” e spero sia a breve e magari per un altro percorso sconosciuto. Perché scendere sotto terra ho capito che mi piace davvero tanto.

Ma cosa sono i Qanat?

È un sistema di rete idrica costruito dagli arabi; sono cunicoli scavati a 10/15 metri sottoterra che vengono introdotti nell’isola tra il IX e l’XI. I tratti esplorati sono pochi rispetto a quella che doveva essere una vasta e complessa rete di gallerie, estesa tra la città e la campagna attuale della città. Infatti si possono visitare i qanat del Gesuitico Alto e del Gesuitico Basso (perché i terreni dove sono stati scoperti i qanat erano anticamente possedimenti gesuitici).

L’esistenza di queste condotte spiega il fiorire nella Palermo araba e normanna di fontane, peschiere, bagni pubblici, canali di acqua e giardini lussureggianti (cosa che ora sono solo nella mente dei sognatori).

Mi affascina sapere che la tradizione popolare palermitana rimanda questi canali ai camminamenti utilizzati nel Settecento dagli affiliati alla misteriosa setta dei Beati Paoli. Questo è un altro mistero della città, magari prima o poi mi verrà fuori un post sul tema.

Per poter scendere ai qanat occorre organizzare un gruppo di minimo dieci persone (oppure chiedere di essere inseriti in un altro gruppo che ne fa richiesta). Accompagnati da una guida esperta del CAI centro alpinistico italiano), si scende sotto terra e si inizia l’avventura. Questa volta il luogo dell’appuntamento è in periferia, nel quartiere Altarello, presso la casamatta dell’Amap (azienda dell’acqua). Sono emozionata: non è roba da tutti i giorni scendere sottoterra per attraversare canali ricchi di acqua e costruiti dai predecessori secoli fa. Dopo aver indossato impermeabile, casco e imbragatura scendo per circa 10 metri delle scale ripidissime.

Una volta sotto mi si riempiono subito gli stivali di acqua. La forza dell’acqua è aggressiva e gli stivali in dotazione sono bassi. L’avevano detto: “portatevi un cambio completo. A volte è necessario perché non sappiamo quanta portata d’acqua può esserci”. Il giorno acqua ce n’era. E pure tanta!!

Il cunicolo ha un’altezza media di 1,60 e la larghezza che varia da dà la guida, seria e competente.

Il percorso dura 45 minuti, con una discesa ulteriore in un cunicolo scavato ancora più sotto il livello del precedente. La risalita, con gli stivali pieni di acqua, è faticosa. Ma ne è valsa la pena.

È un viaggio affascinante tra cunicoli ricchi di acqua, abitati da radici che silenziose si dissetano e da qualche reperto stratificato nel tempo.

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Nora Ikstena, "Un bianco fazzoletto"

6 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Nora Ikstena, "Un bianco fazzoletto"

Un bianco fazzoletto

di Nora Ikstena

Traduzione di Paolo Pantaleo

Damocle edizioni, 2014

pp27

3,00

Esiste una favola di Bechstein che si chiama “Il libriccino magico”. È solo un’associazione mentale, ma fra le dita ci ritroviamo un piccolo oggetto - chiamarlo libro non renderebbe l’idea - cucito a mano con un filino bordeaux (lo stesso di cui, curiosamente, si parla anche nella fiaba) capace di farci entrare in un’altra dimensione, quella di una fresca e ventosa terra straniera.

La Damocle edizioni ha aperto una collana, diretta da Paolo Pantaleo, interamente dedicata alla letteratura lettone. Si tratta di piccoli gioiellini tascabili, rilegati con un filo che porta il colore del paese in questione. “Un bianco fazzoletto” è la seconda uscita, tradotto in italiano ma con testo a fronte in lingua originale. L’autrice, Nora Ikstena, nata Riga nel 1969, è una delle principali scrittrici lettoni contemporanee. “Lakatiņš baltais”, cioè un fazzoletto bianco, fa parte della raccolta Dzīves stāsti Ed. Atēna 2004.

Il vento fresco che sentiamo è quello della buona letteratura straniera, ed è il vento della Lettonia, terra di boschi e di laghi ma qui terra solo del cuore, del ricordo, del rimpianto. “Quello che era, era nella sua testa.”

La storia narra di un vecchio lettone, emigrato da tanti anni in America. I figli sono lontani, hanno la loro vita, la moglie è ricoverata in un istituto per malati di Alzheimer. Lui vive da solo con un gatto.

Tutta la sehnsucht, tutta la malinconia, tutto lo struggimento, sono correlati alla lingua. La moglie tedesca, sposata perché l’unica in grado di barattare la propria estraneità con la menomazione fisica di lui, non comunica in lettone. I figli sono ormai americani a tutti gli effetti e lui rimane solo con le voci che gli parlano nella sua lingua madre.

Non è casuale la scelta del testo a fronte, non è casuale l’aver tradotto molti brani solo nelle note. Perché tutto si basa sulla lingua, quella che decide l’etnia di appartenenza, che fa di un uomo ciò che è, di là da ogni documento e di là dal luogo in cui vive. Se non si può comunicare nella propria lingua madre, si rinuncia a comunicare del tutto. Così il protagonista ha radi contatti umani: con la cassiera di un negozio, con un gruppo di sbandati, con una famiglia indiana, non a caso anch’essa straniera in casa propria, anch’essa senza più radici autentiche. Ma sono rapporti laconici, fatti di gesti pratici e concreti, più che di parole. Non ha amici e non ne vuole perché non sarebbero lettoni, non condividerebbero vocaboli, usi, conoscenze. Persino col gatto parla in tedesco, come con la moglie che non c’è più con la testa, è già avviata sui sentieri di un altro mondo.

Lui è solo, di quella solitudine profonda e assoluta che parla a se stessa, che non trova sbocco. Ormai c’è solo vento di parole nella sua mente (quelle stesse riportate in lettone anche nella traduzione di Pantaleo) catene di sinonimi, patrimonio linguistico che non si deve perdere, unico contatto con una realtà lontana che, forse, addirittura non esiste più, di là dal mare. Il continuo ondeggiare fra coniugazione presente e passata dei verbi è testimone di questo vento di ricordi, di quest’attaccamento ad un tempo e un luogo che non sono più.

Ma un incontro fortuito con una ragazza ad una fermata del pullman, una ragazza con lo zaino che pronuncia parole proprio nella lingua del vecchio, servirà a confermare l’esistenza del Luogo, dell’Origine delle Parole. E allora egli la saluterà col fazzoletto, stupendola, la ringrazierà di quel riconoscimento che è come un’autenticazione, come se gli fosse stato concesso un certificato di nascita, di esistenza in vita, grazie al quale la sua angoscia potrà attenuarsi, la sua solitudine contemplare aperture, persino un placarsi dell’odio verso le origini della moglie, un cedimento all’affetto, al contatto con la realtà e con il passato più recente. Così la conferma del Luogo di appartenenza rende possibile anche il distacco da esso, l’individuazione della moglie in quanto mūza draugu, “amica di una vita”, la riscoperta dell’amore e la possibilità di accomiatarsi da lei e accettare la fine. Ar todieviņu, addio.

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Le avventure di Richard - episodio 3

5 Giugno 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #racconto

Le avventure di Richard - episodio 3

Aprendo l’atlante, certo con uno stile appassionato ma pur sempre confuso, ogni travagliata ricerca di sensibilità senza senso si concludeva in una chiusura del cancello. Certo, il temporale non sarà giunto, ma i cerchi alla testa, sì! L’isola, oltre a farsi conquistare e farmi inevitabilmente conquistare una dolce visione d’utopia, si dimostrava non vincolante. Potevo creare e lei non parlava, me lo permetteva. Era (è) il luogo dell’assenza di concessioni. Non posso fare a meno di pensare al modo tramite il quale venivano trattati i libri. Erano messi in ordine all’interno di gigantesche biblioteche-città. Questi spazi pubblici e liberamente condivisibili, erano gratuiti. Nessuna tessera d’iscrizione, completa fruizione. In fin dei conti, a volerci pensare proprio bene, non c’era bisogno di denaro perché di fatto veniva continuamente adottato un metodo che veniva chiamato dalla gente del posto: “libero scambio di conoscenza”. Io ti do un libro, tu me ne dai uno, oppure mi dai qualcos’altro, uno scambio alla pari insomma. Capito come funziona? Semplicissimo. Questo metodo non l’hanno neanche messo per iscritto, mi hanno detto: “Non è necessario. Il Libero scambio di Conoscenza, di Sapere, funziona da sempre. Basta che ognuno si fidi dell’altro e custodisca l’opera con amore.” Io ho risposto: “Come fate a fidarvi l’uno dell’altro? Da me ci si fida poco.” La loro risposta è stata, dapprima un lieve silenzio, poi: “La fiducia parte dall’altro.” - ancora silenzio, riflessione – “Se non si ha fiducia in se stessi non si può avere fiducia negli altri, ma contemporaneamente, se gli altri non hanno fiducia in noi stessi noi non possiamo spingerci oltre le nostre brutture. Non basta sincronizzare i tempi o i gesti, ci vuole linfa come in un rapporto sentimentale.” Certo è che se avessi lasciato naufragare le vele di questo dialogo sul mare aperto di un’utopia ne sarebbe uscita qualcosa di ben più profondo, ma la persona che stava parlando con me si interruppe e quando io gli chiesi il motivo, lui rispose in questo modo: “Mi sono fermato perché le interruzioni fanno bene. Interrompere un legame può essere più consacrante del volerlo per forza incollare.” Alla parola consacrante non darei accezioni religiose, ma quantomeno un significato di natura ed intenzione metafisica. “L’atto dell’interrompere dà luogo a nuovi legami, dà luogo a nuovi spazi ossigenati delle facoltà mentali. Il dolore crea devastazione, certamente quella umana che ha peculiarità fondamentale. I problemi non sono nella mente delle persone, bensì nella società. Quella che chiamate società civile è più incivile di una bestia. Noi questo lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, ma voi siete lontani dall’essere disposti all’accettare una realtà dei fatti dilagante. Non abbiamo la necessità di fare leggi sulla morale, sull’etica delle singole persone e non tassiamo finanziariamente i più deboli, i diseredati, gli ultimi. È vero, qui non esiste moneta, non esiste il vostro denaro, ma c’è un cuore. Non c’è il continuo e assillante desiderio di assassinio, non può esistere una volontà dittatoriale. Dovreste chiederci consigli e ci trattate come se fossimo un’utopia. Se questa è un’utopia vorrei che ognuno di voi, nel profondo del proprio cuore, si utopizzasse. Il denaro è uno dei tantissimi esempi del degrado sociale e delle scorribande. I vostri studiosi di economia, il sistema che gli permette un sereno e proficuo rifugio, sono degli alienati, vagabondano tra nevrosi apocalittiche e stati di onnipotenza. I vostri studiosi forse soltanto negli ultimi anni stanno capendo che economia e società sono da considerare a pari livello. Ma la vostra società, per quanto si impegni, non è etica. Una Storia senza sconfitte è una Storia che non dimostra il suo tenore. La vostra civiltà, e conseguente rito di civilizzazione, rinnega e ributta come la peste la questione della sconfitta. Perdere è sano. Ricercare o voler ottenere ad ogni costo una vittoria è rendere brandelli il vostro senso di esseri umani. Ogni miseria nasce da un pianto negato, ricordatevelo. Le lacrime liberano da catene. Ricorda: ci si perde e poi ci si dimentica di essersi persi, se si riesce appieno, e poi ci si ricorda e poi ci si perde e poi riparte tutto dall’inizio. Il grimaldello non è in testa, è nella persona.”

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ITALIANS/E do it better

4 Giugno 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

ITALIANS/E do it better

L’altro giorno leggevo su un sito il blog di una giovane chicken inglese che, contenta della sua vita, dichiarava, non senza farsene un vanto, di avere tutto…ma proprio tutto…

Tutto: trentatré anni, sposata da dieci, due figli, un lavoro soddisfacente, un cane, una casa bellissima e un amante innamoratissimo, più giovane di lei di otto anni.

Le loro erano coppie aperte (quella nel matrimonio e quella fuori), ovvero il marito sapeva della sua relazione e lui stesso a volte le raccontava delle scappatelle che aveva durante i suoi lunghi viaggi di lavoro. Mentre l’amante, oltre a restituirle la spensieratezza persa col matrimonio e con la routine della vita familiare, addirittura di tanto in tanto si offriva come babysitter per giocare alla playstation col figlio più grande.

Hai capito!!! ho pensato, “all’anima del british style”, ma il loro motto non era NIENTE SESSO SIAMO INGLESI?

Al che un po’ ho rosicato, tutta st’apertura mi ha spiazzato e a valle di imperscrutabili (soprattutto per me stessa) percorsi mentali è uscita fuori la “competitive” che c’è in me. Mi sono armata di guepiere nera, reggicalze, insomma la divisa della DONNA, pronta a dimostrare chi sono le DONNE italiane a suon di botte di passione (ho pensato anche al frustino ma me so detta, la batto anche senza). E mentre mi allacciavo l’ultimo gancetto del reggicalze ed ero in procinto di cavalcare mio marito che ronfava di un ronfo pesante, ho pensato… british che? Ma vuoi mette con l’italian style? La spaghetti-cornification?

Ho sempre pensato che le corna si reggano (oltre che sulla testa del malcapitato, ovviamente) sul gusto per la trasgressione, sul brivido che ti attraversa la schiena al solo pensiero della fuga, sulla paura di essere scoperti, sull’odore del sesso che ti rimane addosso, sullo sconvolgimento fisico ed emozionale che ti porti fino alla settimana successiva quando non vedi l’ora di tornare a farlo. Altro che british style, all’inglesina le direi “a bella nun sai che te perdi…”

Mi ricordo di una mia amica veneta che, al ritorno da un incontro passionale col suo amante, aveva paura che, rientrando in casa, il marito potesse scoprirla, leggendole in faccia le corna appena fatte e mentre l’accompagnavo in macchina a casa (perché, ahimé, mi aveva precettato come “palo” per così dire), con la testa piegata sulle gambe e le mani giunte verso l’alto, PREGAVA (!?!), sì avete capito bene, pregava dicendo: “Mariavè Madona mia te promèto che presto vegno a la cèsa con la coron in man desbòn…

TRADUCO: “Maria Vergine, Madonna mia, ti prometto che verrò presto in chiesa con la corona del rosario in mano, davvero…

(perché anche lei amava il marito!!!)

Quindi mia cara inglesina, le corna occulte possono servire, nel migliore dei casi, a dare vita a te a al tuo matrimonio; le corna palesi rischiano di annacquarti pure la tresca, parola di pollastra!

ITALIANS/E do it better!!!

Ah in tutto questo, mio marito si è svegliato e guardandomi in groppa alla sua pancia me fa: che succede?

E io: Do you want to scope?

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MIRELLA SERRI: UN AMORE PARTIGIANO, STORIA DI GIANNA E NERI, EROI SCOMODI DELLA RESISTENZA

3 Giugno 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni, #storia

MIRELLA SERRI: UN AMORE PARTIGIANO, STORIA DI GIANNA E NERI, EROI SCOMODI DELLA RESISTENZA

Mirella Serri, “Un amore partigiano: storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza”, Longanesi 2014

Mirella Serri, fin qui nota per i suoi apprezzati studi sui rapporti tra intellettuali e politica, affronta un argomento conosciuto, ma ancora, per molti versi, misterioso: l’assassinio dei partigiani Giuseppina Tuissi (“Gianna”) e Luigi Canali (“Neri”), ad opera dei loro compagni di lotta, nelle settimane immediatamente successive alla fine del conflitto.

Lo fa con la sicurezza della studiosa di storia (evitando, però, gli appesantimenti di note, citazioni e riferimenti archivistici), con la capacità di scrittura della ricercatrice di letteratura italiana moderna e contemporanea, ma anche con intuito e sensibilità tutte “femminili”.

Perché, in fondo, di una storia d’amore si tratta, anche se potrà dispiacere a chi preferisce collocare i protagonisti di stagioni irripetibili in un Olimpo nel quale –a differenza di quello greco- i sentimenti sono sconosciuti.

Il “contesto”, come con brutta parola si dice, è quello della Resistenza e della guerra civile italiana: “Gianna” e “Neri” scelgono di schierarsi dal lato “partigiano” e credono di trovare nel mito del comunismo e del PCI un sostituto di quello del fascismo, al quale pure – pare di capire - avevano in qualche modo creduto prima del disastroso esito della guerra.

All’impegno militante si intreccia la loro storia privata, perché i due si innamorano, e non nascondono, benché Neri sia sposato e neo padre di una bambina, la loro storia, sfidando i pregiudizi di un ambiente – quello del PCI “stalinista” dell’epoca - intriso di moralismo laicamente bigotto.

E, poiché, nella realtà, anche gli “eroi” sono fatti di carne, sangue e umane debolezze, succede che, quando vengono arrestati, cedono (“Gianna” certamente, “Neri” probabilmente, e se lo fa, è per salvare la sua donna) alla violenza delle sbirresche torture, rivelando nomi e indirizzi dei compagni di lotta.

La faccenda poi si ingarbuglia: “Neri” riesce ad evadere (forse “aiutato” dai suoi stessi carcerieri), mentre “Gianna” è rilasciata; benchè ambedue siano condannati a morte “per tradimento” dalla giustizia partigiana, nelle convulse giornate che seguono il 25 aprile si trovano sul lago di Como, e in posizione non defilata.

“Neri” verrà addirittura sospettato di essere stato quello che ha dato il colpo di grazia a Mussolini, e “Gianna”, invece, è una delle partigiane incaricate di repertoriare l’ingente quantità di oro e danaro trovato sugli automezzi della colonna fascista in fuga.

Ed è proprio questo incarico che causerà la morte di ambedue (e anche di altri coprotagonisti, che la Serri puntigliosamente elenca): l’uomo, al quale la compagna ha riferito di aver consegnato il “bottino” alla neocostituita Federazione comasca del PCI, prova a chiedere – scontrandosi con bugie e mezze verità - dove sia finito, e dopo violente discussioni, viene fatto “sparire” il 7 maggio, mentre la donna, che si è data alla sua ricerca disperata, ne segue la sorte il 23 giugno, giorno nel quale compie ventidue anni.

Questi, in sintesi estrema, i fatti, che ci richiamano una realtà che oggi appare molto più lontana dei settanta anni trascorsi: la fideistica e totalizzante adesione ad un’ideologia e al Partito che la incarna fa sì che “Gianna” fino all’ultimo si rifiuterà di credere che ad uccidere “Neri” siano stati i suoi stessi compagni di lotta; la commistione tra privato e pubblico – della quale si avrà ancora qualche revival ai tempi della contestazione sessantottina - gioca un ruolo importante nella condanna a morte della donna, accusata di aver “rubato” il marito ad un’altra; le ingenue speranze che il tempo ha cancellato, giustificano la passione di “Neri” per lo studio dell’ “esperanto”, nella convinzione che l’uso di quella nuova lingua comune (della quale oggi non si sa più niente) sia il primo passo verso la pace tra i popoli.

La grande Storia travolge, come un rullo compressore, le piccole vite dei due giovani innamorati; la “ragione di Partito” impedirà che ad essi sia data giustizia, sino all’intervento, nel 2004, del Presidente Ciampi.

Poiché nel libro molto si parla anche delle ultime ore di vita di Mussolini e Claretta, che si intrecciano, come detto, con i destini dei due partigiani, sorge spontanea la riflessione su alcuni parallelismi possibili.

Una moglie tradita e gelosa si muove sullo sfondo in entrambi i casi: mentre, però “donna Rachele” nelle dichiarazioni del dopoguerra manifesterà il suo “perdono” per la rivale di ieri, la vedova di “Neri” ancora nel 2002, quando una “scalinata” sarà intitolata a Como alle due innocenti vittime, pubblicamente dichiarerà la sua “perplessità” sull’accostamento.

Un ruolo non secondario, nelle due vicende, giocano i personaggi secondari che intorno alle due coppie di amanti si muovono: da una parte gli esponenti del PCI condannano la coppia clandestina, e non usano nessun riguardo per evitare a “Gianna”, considerata alla stregua di una poco di buono, la tragica fine; dall’altra i mussoliniani non mancano di imputare, anche in maniera grossolana e volgare, a Claretta, fino all’ultimo, certe indecisioni e incertezze del Capo al tramonto.

Nel sottotitolo, la Serri parla di “eroi scomodi della Resistenza”, ma forse, a ben vedere, gli eroi sono sempre “scomodi” per chi voglia andare oltre la superficie delle cose e le agiografie di maniera.

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Marco Miele e il giallo in vernacolo

2 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste

Marco Miele e il giallo in vernacolo

Marco Miele è uno scrittore di Piombino, terra ricca di tradizioni in provincia di Livorno - quasi Grosseto - un promontorio che si affaccia sull’Isola d’Elba, posto a me caro, ci sono nato e ci ho ambientato l’ultimo romanzo (Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino, Acar). Nato nel 1963, pubblica dal 2011, ha al suo attivo due romanzi: L’umore del caffè (Multistampa srl, 2011 - ristampato da Govane Holden), Un pesce da aprire (Giovane Holden, 2013) e un paio di racconti lunghi usciti in antologie edite dal mio Foglio Letterario: Raccontare Piombino (2013) e Piombino in Giallo (2014).

Marco Miele usa il giallo per raccontare la vita quotidiana della provincia maremmana, impiegando al meglio un personaggio seriale: il commissario Franco Danzi, detto il Nero, che torna da Roma a Piombino dopo un matrimonio fallito, rivede i vecchi amici e riscopre i sapori della vita passata. Nel primo libro il Nero deve risolvere un mistero d’annata, un omicidio sulla spiaggia le cui indagini vengono riaperte e conducono a un’imprevista soluzione. Nel secondo romanzo - più maturo e anche ben realizzato a livello editoriale - deve risolvere un omicidio contemporaneo e scagionare un vecchio amico da un’accusa infamante. I due romanzi sono ambientati in una perfetta scenografia maremmana, scritti ricorrendo al dialogo, dosando pittoresche espressioni vernacolari e inserendo piccanti situazioni erotiche. I due romanzi tecnicamente sono definibili come gialli, perché c’è un mistero da risolvere, tra l’altro appassionante, ben mimetizzato tra indizi contraddittori, ma sono anche racconti ironici, frizzanti e scorrevoli, scritti in modo appassionato e divertente. Il Nero ritrova una banda di amici dei vecchi tempi, ricorda la giovinezza, preti sporcaccioni, amiche disponibili ed esperte nell’arte amatoria, compagni d’avventura dai nomignoli strani (L’Ora, Legno, Zero…); con quel gruppo trascorre serate sul mare davanti a un tramonto e in locali del centro bevendo birra e consumando patatine fitte. Ginepre è una minuscola Piombino, un paese di fantasia localizzabile nei pressi di Populonia Stazione, tra San Vincenzo e Baratti, un luogo popolato da mille anime, ma che possiede la sua Scuola Magistrale, piena zeppa di femmine da tampinare. Molto camilleriana come scelta, anche perché nel racconto convivono location realistiche (Piombino, Cecina, Isola d’Elba…) e il paese fantastico ideato dall’autore. Il Nero, paradossalmente, è il personaggio meno tratteggiato psicologicamente rispetto al gruppo, ma nel secondo volume resta memorabile uno scontro generazionale tra padre e figlio che si conclude con una cena a base di stoccafisso. Abbiamo avvicinato Marco Miele - senza grande difficoltà perché entrambi piombinesi - per avere qualche informazione di prima mano sulla sua attività di giallista.

Perché il giallo?

Il giallo, oltre a essere un appassionato, mi ha dato l’opportunità di raccontare storie che con il genere hanno poco da spartire. L’amicizia e la vita reale, sono temi che mi sono più cari. Il giallo è un pretesto.

Ti trovi bene a gestire un personaggio seriale?

Il protagonista dei due racconti, Franco Danzi detto il Nero, è suo malgrado il carattere descritto meno, viene intuito dai comportamenti, suoi e dei suoi amici, comprimari, coprotagonisti. Il protagonista seriale si muove in diversi spazi temporali, e mi è piaciuto tratteggiarne i cambiamenti nel tempo, suoi, degli amici e del territorio che li circonda.

La scenografia dei luoghi conosciuti (Piombino e Val di Cornia) quanto è importante nei tuoi romanzi?

Ginepre è un luogo di fantasia, ma tutto quello che c’è intorno è reale. Il territorio della Maremma è il protagonista silenzioso. I luoghi dove si ambientano gli eventi salienti di entrambi i racconti, sono verificabili, passo dopo passo, i luoghi veri e reali, e soprattutto indispensabili e insostituibili.

Perché l'uso del vernacolo toscano?

Ho cercato di trasferire la lingua parlata nella realtà, specie in certe fasce d’età, per rendere ancora più realistici i protagonisti. poi diciamo la verità noi toscani in generale, i maremmani in particolare, anche i più ostinati non riusciamo a togliere del tutto il “nostro” vernacolo.

Progetti per il futuro…

Quest’estate, partecipo alla raccolta Piombino in Giallo, spero di pubblicare prima della fine del 2014, dopo i primi due, il terzo e conclusivo episodio di quella trilogia da me definita del Caffè. Poi si vedrà quel che sarà…

Marco Miele è un talento naturale, imbastisce storie avvincenti, le ambienta con naturalezza in location conosciute, rende a dovere la suspense ricorrendo a trucchi del mestiere, racconta lo scorrere del tempo, il cambiamento di luoghi e situazioni. In una parola fa letteratura, con la elle minuscola, certo, ma letteratura…

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Marco Miele e il giallo in vernacolo
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Precisazioni

1 Giugno 2014 , Scritto da Redazione Con tag #cinema

In merito ai due articoli pubblicati su questo blog riguardanti la figura dell'attrice livornese Doris Duranti

L'amore di Doris Duranti e Alessandro Pavolini (Gordiano Lupi)

Doris Duranti (Patrizia Poli)

un gentile lettore ha rilevato un paio di inesattezze, inviandoci alcune interessanti precisazioni, di cui lo ringraziamo.

Quindi riceviamo e pubblichiamo quanto segue:

"Molti potrebbero pensare che si chiamasse Dora. Ma in realtà il suo vero nome è sempre stato Doris! Non appartiene alla schiera delle dive che ha dovuto rendere "esotico" il proprio nome come la moda dell'epoca imponeva. O almeno questo era ciò di cui lei sempre si vantava. Crebbe in un ambiente cattolico, detestò il bigottismo della madre, ma mantenne salda la sua fede cattolica fino alla fine.Tant'è che fu proprio con la scusa di andare in chiesa a prendere la comunione che un giorno uscì di casa, si recò alla stazione di Livorno per prendere il treno per Roma e iniziare col cinema nel 1934 che ancora doveva compiere 17 anni! Suo cugino, Lorenzo Duranti, la attendeva alla stazione di Roma.

Da una lettera di Doris:"E' venuto a prendermi alla stazione con il bambino più piccolo, Francesco, occhi grandi, come i miei, sguardo fiero, un Duranti a soli 10 anni, come del resto anche gli altri! Gli altri che stanno tutti al capezzale della madre morente... Povera donna!"

Fu lui in realtà a procurarle il biglietto per venire nella Capitale e magari farle realizzare questo suo sogno e non rubò da nessuna cassetta di nessuna zia come erroneamente riportano talune biografie. La famiglia di suo padre, infatti, era originaria della Sabina, vicino Roma, appartenente ad una antica famiglia nobiliare del posto. Il loro nonno difatti era barone, appartenne all'XI legislatura del Regno d'Italia e fu presidente della provincia di Roma subito dopo l'unità d'Italia. Il titolo baronale passò però ad un ramo collaterale della famiglia ma non a loro e quindi i due cugini non avevano alcun titolo. Alla feroce contraposizione della sua famiglia di origine faceva da contraltare la benevolenza di suo cugino Lorenzo che la fece ospitare in casa di sua figlia Margherita in un quartiere borghese di Roma.

"Margherita è una donna bellissima -dirà Doris in una sua lettera- è una mamma affettuosa e vive in un appartamento elegante e bello! E' una donna adorabile ed elegante".

Ben presto, già nel 1935, Doris andrà a vivere in un suo appartamento dove le sarà più comodo ricevere visite di amici e colleghi di quel mondo, quello del cinema, che già a partire dal 1935, era per lei avviato. Sono false le affermazioni che la vogliono già amante del gerarca Pavolini a partire da quest'anno. Lei si dedicherà esclusivamente al cinema e andrà molto orgogliosa soprattutto di un suo film "Carmela" per il quale dichiarerà sempre "il mio fu il primo seno nudo ripreso all'impiedi, apparve eretto com'era di natura, orgoglioso, senza trucchi, invece la Calamai si fece riprendere sdraiata, che non è una differenza da poco". La relazione con Pavolini nasce sul set del film "Il re si diverte" del 1941.
Doris amò follemente la sua Livorno della sua infanzia e la sua Roma, tant'è che a Santo Domingo il ristorante che aprì in vecchiaia si chiamava "Vecchia Roma"! Proprio perchè originario della sua Livornò trovò molto piacevole l'incontro con il conte Galeazzo Ciano di cui scriverà "un uomo elegante, raffinato, bello, loquace e soprattutto distrugge la noia che creano tutti questi maggiordomi in nero e vecchi impagliati che ci stanno intorno! Il suo pregio migliore? La moglie Edda! Adorabile! Estroversa! Materna! Moderna! Ma non posso espormi troppo o corro il rischio di passare per ruffiana! Un giorno quando le cose saranno tutte più semplici potrò dire ad Edda quanta stima nutro per lei!"

Soffrì molto per la dura sorte che ebbe Livorno durante la guerra e dopo un furibondo litigio con Pavolini si recò personalmente nella sua città natale per vedere cosa era diventata a seguito della furia del conflitto. Perse fiducia nel partito ma non aveva coraggio a dirlo al suo amato... Sfiduciata dal fascismo seguì Pavolini per amore fino alla frontiera svizzera ma capì che le cose non sarebbero andate nel verso giusto... La comitiva composta dai gerarchi, dal Duce e dalla Petacci avrebbe costeggiato il lago di Como. Lei dopo l'ennesima lite con Pavolini, testarda come quando una livornese si impone contro un fiorentino, scavalca DA SOLA il confine svizzero armata con una Beretta M34 e raggiunge Lugano il 28 aprile 1945! Sapeva che le stavano dando la caccia i partigiani! Gli altri furono tutti fucilati a Dongo, lei la ebbe vinta, la sua amica Luisa Ferida e Osvaldo Valente furono fucilati a Milano 2 giorni dopo con grande dolore di Doris! Luisa era estranea ai fatti, in realtà era Osvaldo che appoggiava la RSI. Doris rimase dunque antifascista dopo aver visto prima Roma e poi la sua Livorno, la sua gente, così ridotti in rovina ma inorridì al vilipendio di cadavere che si fece al corpo del suo compagno a Piazzale Loreto! L'unico suo peccato? Aver amato uomini sbagliati e aver avuto sempre Livorno nel cuore tanto da non riuscire a vederla più dopo le distruzioni della guerra! Roma? Troppo diversa da quella che lei aveva vissuto, troppo invivibile oramai! Di Livorno dopo la guerra dirà "É come vedere i tuoi genitori sfregiati". Morirà a Santo Domingo nel 1995 senza rivedere nemmeno uno dei protagonisti della sua vita lontana dal suo amato mare etrusco di Calafuria.

Autori: Luisa Cantarelli, Francesco Pietrantuono. Testi: collezioni private, raccolte epistolari autografe di Doris Duranti.

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