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Dall'autocommiserazione a Emily Dickinson

30 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Dall'autocommiserazione a Emily Dickinson

Lamentarsi non serve, più utile analizzare le ragioni degli insuccessi. Secca ammetterlo, ma, alla fine, è sempre tutta una questione di fs. Bisognerebbe andare, salutare, stare in prima fila ai convegni, magari presentare un saggio di persona. Figurati! Io rischierei di rimanerci secca. Lo dicono tutti che ti devi far vedere, telefonare nelle redazioni, stringere amicizie reali con quelli del mestiere. Mi ero illusa che nell’età della litweb si potesse prescindere dal contatto fisico ma non è così. Se non ti vedono, si dimenticano di te e, se scrivi per sollecitare, diventi un fastidio, quindi meglio tacere, sempre e comunque, anche perché, quando poi non rispondono, ti senti umiliata e cretina. La pubblicità martellante, i cartelloni, le grida, il “comprate il mio libro, pagatelo con posta pay”, le foto del libro in tutte le salse e tutte le posizoini, non fanno per me e nemmeno per voi, lo so, vorreste che la gente capisse da sola il valore del vostro lavoro. Un’utopia.
Per farsi leggere, bisogna avere una vita interessante. Puoi farti maltrattare dal marito, ad esempio, puoi prostituirti, assumere droga, diventare alcolizzato, naufragare su un barcone, lasciarti rapire dagli alieni. Ma, dico, almeno moribondi, vorrete essere? Come quella poveretta malata terminale di cancro che ha firmato un contratto con Mondadori prima di andarsene.Invece voi siete solo un attimino social fobici, come me.

Persino sul web mi tengo in disparte, mangio nel mio piatto, come ho fatto per tutta la vita, ballo da sola e la cosa non paga. Non sono popolare in certi gruppi di lettura che contano migliaia d’iscritti ma basi culturali leggere come veli di garza, salottini dove si accumulano e si macinano libri più che competenze e dove, di ciò che si legge, ahimè, rimane ben poco.
Un’amica mi ha detto: “Non parlare di fs, spaventi gli editori”, ma io sono stanca di accampare scuse, di svicolare, di nascondermi, sono evitante e lo dico, metto le mani avanti. Anzi, se ci pensate, dire “sono evitante” fa pure chic, blasé.
Una volta messa la cosa in chiaro, l’atteggiamento che mi aspetterei sarebbe il seguente: “Ok, vai tranquilla, ti chiederemo di fare solo ciò che puoi, per il bene del tuo libro che è anche un nostro progetto. Crediamo nel tuo testo e lo promuoveremo noi al tuo posto, tu potrai farlo comodamente da casa, con il mezzo che sai usare: la parola scritta. Inutile, anzi, controproducente, chiederti quello che non ti riesce e che affosserebbe il lavoro. Sarebbe incoscienza da parte nostra.”
Anche perché, diciamocelo, a chi interessano, ormai, nell’era del digitale, le presentazioni del cazzo nelle librerie del cazzo? Sai quelle con tre gatti annoiati – di cui due sono parenti dell’autore e uno è entrato per caso – che non vedono l’ora che il relatore si distragga per squagliarsela senza aver comprato il libro?
Invece, cari miei, ciò che il vostro legittimo outing susciterà saranno i tre atteggiamenti seguenti.
1. Spavento. La persona alla quale avete esposto lucidamente e consapevolmente il vostro problema vi prende per pazzi, vi crede affetti da qualche patologia contagiosa, si dilegua con un imbarazzato saluto a denti stretti e non ne sentite mai più parlare.
2. Incredulità. La persona con la quale vi confidate, specie se vi è amica, minimizza, ha un approccio scherzoso, da pacca sulla spalla. “Tranquilla, che vuoi che sia, dai, forza, buttati, non è niente, sei fra amici.” Non ha cattive intenzioni ma non ha nemmeno capito un accidente. Oppure, e sono i più insopportabili, si atteggia a guro del “devi lavorarci sopra”. “Un tempo anch’io ero come te”, confida, “ma ci ho lavorato sopra”. Ci hai lavorato sopra? Hai lavorato sopra al timor panico, ai terremoti neurovegetativi, al sudore che ti sfianca, alla tremarella, alla vista che si annebbia, alla lingua che si lega, alle ginocchia che cedono, alla voglia di sprofondare, all’angoscia? Ma vaffanculo, te e il tuo stramaledetto lavoro.
3. Disprezzo. In questa società di vincenti, di ottimisti a tutti i costi, chi esterna le proprie debolezze, i propri difetti, è considerato un fallito, uno che si autocommisera e che va compatito perché fa pena, perché è un povero topo impaurito chiuso nella sua tana. Ed io, invece, vi dico che chi ha il coraggio di delimitarsi, di esternare dubbi e mancanze senza falsa umiltà, è sulla strada della vera autostima e dà una dimostrazione di forza.
Penso che la risposta a questo ultimo punto l’abbia data, ancora una volta, Claire:

Guarda e passa, Patry. Il giudizio degli altri per noi è tutto, ma tu sai che non deve esserlo. Siamo al mondo 3 giorni in croce, dobbiamo passarli a struggerci per ciò che di noi pensano gli altri? Che si fottano. I tuoi contatti fb, la gente vincente, chi fa tutto per bene, chi è sempre convinto di essere dalla parte giusta, chi vive di superficialità e di niente, e anche quelli del pensiero positivo a tutti i costi. Come mi disse la psicologa, prima o poi arriva il momento di fare i conti con se stessi, per tutti. Un bel vaffanculo. E via!

Emily Dickinson aveva venticinque anni quando decise di sprangarsi in camera sua e non uscire più, parlava ai pochi conoscenti attraverso una grata e coltivava la sua solitudine come un fiore prigioniero. Ditemi se questa non è fs.
Emily Dickinson è considerata una delle più grandi poetesse di tutti i tempi. Che sarebbe stato di lei oggi? L’avrebbero invitata ai reading e avrebbe rifiutato, avrebbe visto trionfare al suo posto persone sfacciate che non si vergognavano a declamare ai quattro venti i loro versi volgari. Ah, dimenticavo, delle 1775 poesie che scrisse, solo sette furono pubblicate durante la sua vita.
Anche la vostra sensibilità è tesa come una corda di violino, siete senza pelle, con i nervi scoperti e questo, pur se vi fa soffrire, è un pregio, ricordatevelo sempre, è la pasta di cui sono fatti gli artisti. Con ciò, per carità, non voglio dire che io sono Emily Dickinson ma, forse, fra voi qualcuno lo è.

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