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SAZIA DI LUCE di Adriana Pedicini recensione di Roberto De Luca

24 Giugno 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Adriana Pedicini

Sazia di luce

Questa silloge intitolata Sazia di luce, di Adriana Pedicini, è costruita tra le pieghe di un dire sincero e una speranza profonda piena di dubbi. L’autrice plana con la sua scrittura sopra a un periodo di vita angustiato da qualcosa, da un’ombra. Leggendo l’opera si viene presi per mano e invitati a seguire un percorso di rinascita che ci lascia stupiti per la forza spirituale che da esso si sprigiona, in un dualismo tra il Bene e il Male vissuto con grande determinazione. Le singole poesie parlano di momenti e di stati d’animo che, descritti uno ad uno con uno stile che riecheggia anche un certo gusto leopardiano soprattutto per i meandri seguiti dalle sensazioni più intime, parlano di una fiducia nel futuro per sé o per le persone amate e vanno man mano a svelare e a costituire una specie di mosaico che dentro se stesso reca l’immagine di quel che conta veramente.

Ogni giorno un guadagno/ ogni giorno un sassolino/ bianco di luce segna i passi/ dell’amore da fare insieme finchè.../ finchè l’ultima ora/ scioglierà la promessa/ di pur breve cammino/ Allora sarò ovunque/ ma sempre a voi vicina/ piccolo lume di fiamma viva/ a scaldarvi il cuore. Da Miracolo vivente.

os’è che cerca il cuore dell’uomo o della donna, dell’essere umano, in simili momenti? Bene, ed è qui che si apre tutto il discorso sulle reazioni dello spirito, su quell’essenza che è in ognuno di noi ed è capace di travalicare i dolori del corpo, perché quest’ultimo, nel caso, diventa un mero strumento in mano alla sofferenza. Lo spirito in qualche modo reagisce e la poesia, come la preghiera, che in fondo possono essere considerate complementari l’una all’altra, diventano un mezzo per addolcire gli abissi in cui si trova l’animo. Mi sento di asserire che l’inclinazione profonda dell’uomo è la poesia e che da essa derivarono la liturgia e i salmi e anche il contenuto delle religioni. Il poeta affrontò i fenomeni della natura e nelle prime età si dette il titolo di sacerdote per preservare la sua vocazione. Il poeta di oggi continua ad essere quello del più antico sacerdozio. Egli prima venne a patti con le tenebre ed ora deve interpretare la luce. La poesia deve altresì recuperare il suo legame col mondo, deve camminare nell’oscurità e incontrarsi col cuore dell’uomo, con gli occhi della donna, con gli sconosciuti per la strada, con quelli che, in piena notte stellata, o a una certa ora del crepuscolo, o nel bel mezzo di un dolore, hanno magari bisogno di un solo verso...

E quindi non dimentichiamo mai di dire che è proprio la Poesia, come forma d’arte, ad essere e a costituire in ogni caso, o perlomeno in molti casi, una specie di panacea per l’animo umano. La poesia, al di là degli stilemi tecnici, ci permette di esternare il mondo interiore, intendendo dire che la scrittura tutta, dal teatro alla prosa, alla poesia appunto, è uno straordinario mezzo di comunicazione col mondo o, addirittura, col divino. Esternare, anche quando non si è afflitti da nessuna malattia, è qualcosa di cui l’uomo ha bisogno, poiché quando ciò avviene si è inevitabilmente rasserenati da una solida coscienza del proprio Io, che, liberandosi e divenendo in qualche modo tangibile, acquista potenza aprendo le porte a nuove speranze... E se c’è una cosa che la poesia cerca in maniera assidua, quella è la luce, che può esser flebile o intensa, ma che fa da lanterna e apre orizzonti, apre finestre alle quali affacciarsi e riflettere, trovando spesso ragioni di vita inaspettate.

Di me diranno i lunghi silenzi/ del cuore i grovigli/ che tremule dita / tentarono ognora di svellere il dolore/ spuntare, nettare le polveri sottili/ della paura/ illuminare con torce d’amore, gli anfratti neri dell’anima. Ma anche bianchi voli di gabbiano/ a dare sostegno/ ai giorni in bilico/ sul ciglio di inaspettate sventure. Dalla poesia dal titolo Di me.

Quella di Adriana Pedicini appare una lunga confessione e in fondo, e non solo in quella che si definisce poesia intimistica, i creatori di versi e di parole, vanno verso quest’intima forma di comunicazione. V’è infatti confessione in tutto, quando l’arte è vera, e non si può essere veri artisti quando manca questa caratteristica, questa colonna portante. Si può essere infatti, diciamo,diplomatici nella vita, ma non troppo nell’arte, ove occorrono necessariamente un sapersi mettere in gioco e una sincerità che può essere più o meno estesa, ma pur sempre presente. ‘Confesso come vedo un fiume, confesso come vedo un’alba o un tramonto, o una spiaggia deserta, confesso come vivo una situazione, confesso cosa mi arriva nell’animo e come mi sento durante un periodo di sofferenza i cui esiti sono ancora ignoti’.

In una poesia come Mare Monstrum, che io ho apprezzato in modo particolare, poesia appartenente alla prima parte della raccolta, la trascendenza del dolore emerge chiara e rara come una perla in mezzo a toni cupi e quasi venefici. Qui la sofferenza e il dubbio si accostano a una visione che viene a trovarsi a metà strada tra il sogno e l’incubo. Sembra, o lo è, una metafora con gli esodi, con i carichi di disperati che dall’Africa approdano a Lampedusa e vengono in mente le tempeste marine e gli scogli a cui le onde tentano di strappare quel coriaceo soffio di vita che non cede ai marosi. L’autrice risolve questo brano senza mettere in mostra, in maniera palese, i propri pensieri razionali, viaggiando su un parallelismo che odora di profonde consapevolezze, guidato a sua volta, sulla carta, come le altre poesie del resto, da una scrittura ben contenuta e omogenea, equilibrata tra forma e contenuto, limpida e creatrice di un valido connubio tra i versi i quali, pur senza rispettare una metrica esatta, contengono un timbro musicale e verbale che rende fluida la lettura e l’introiezione dei dati. Altra poesia che colpisce in questa prima parte è quella dal titolo Superba Signora. Di Lei hanno parlato da sempre i grandi poeti, quasi come omaggiandola, Da Neruda, che in un verso di una poesia tratta dalla prima Residencias, dice: penso che il suo canto abbia il colore delle viole umide. Ai Sepolcri del Foscolo fino ad Hemingway, che nel racconto Morte nel pomeriggio, dove parla delle corride, in un lungo paragrafo a Lei dedicato, la chiama Old Lady: Vecchia Signora... Certo è che la consapevolezza di tale ineluttabile realtà, in fondo, dona equilibrio alla vita ed è quel che accade anche qui, in questi pochi e sinceri versi. Ma, verso la metà della raccolta, troviamo un brano che segna un punto di svolta: una gemma di vita e di speranza/ ha baluginato tra le ombre incerte/ delle ore mattutine/ tra le foglie ascose del tuo amore.... recitano i versi tratti da Profumo di Natale, una poesia che va a far da cesura tra il periodo buio e un periodo più sereno dove la poetessa, usando la Poesia come veicolo, da voce a un canto di ammirazione per il Creato, quasi come fosse per intero un nuovo inno alla vita. Ciò che colpisce di più nella svolta a metà di questo libro è il cambiamento dell’atteggiamento dello spirito che, da contenitore di quelle paure e incertezze che hanno la caratteristica di far volgere lo sguardo verso l’interno, a un certo punto cambia direzione e fa volgere l’ attenzione verso l’esterno.

Se si tocca con mano /il fondo fangoso e il fetore /si annusa/si scopre la forza/che trattiene il declino. /Alla mente/ chiaro diventa/ quello che gli occhi/spesso non vedono./ E sarà suono di violini/ nell’anima/fiori di pesco/sui rami/volo di rondini/ in cielo./Semplicemente sarà/ nuova vita. da Nuova vita

E ancora da Profumo di primavera: Profumo di primavera Sono qui/in attesa/del profumo dei mandorli/in fiore/del volo garrulo/della rondine intorno allo stagno/del battito d’ali/di bianche colombe/sul ramo d’ulivo.

La poesia all’improvviso si accorge dello sbocciare dei mandorli, del pigolio degli uccelli dentro ai nidi, dei voli di rondini e colombe e di cieli azzurri inesistenti nella prima parte della silloge. Ovviamente, di fronte a un cambiamento degli eventi verso il positivo, l’atteggiamento psicologico è diverso e diverso diventa il dipanarsi delle trame poetiche che, dalla primitiva coesistenza di poesia-preghiera si trasformano in odi, in quelle forme poetiche pure che utilizzano gli elementi base come punto di partenza trasformandoli e trasportandoli verso l’alto, spesso verso il sublime. Le composizioni si abbreviano e verso la fine diventano di pochi versi, giacimenti di uno stato di contemplazione che sconfina verso la gioia. Natura , Dolce sentire, Infinito, Alba infinita, Sera, Azzurro, Silenzio, sono tutte poesie che hanno quest’ultima caratteristica, inoltre citerei ancora Cielo di marzo, poesia croccante come un velo di ghiaccio che si rompe e alla fine fissa un attimo nel sorriso di un pesco fiorito e ancora Ritorna il sogno, dove l’autrice ci parla di quei giorni cupi che ora brillano di luce dorata, come per sottolineare il fatto che il dolore non è vano, poiché insegna ad apprezzare ancora di più la vita, che in quest’ultimo tratto di Sazia di luce va assumendo sempre più i contorni di quella che sarà una nuova stagione. Quindi leggere questo libro vale la pena, perché in esso si ritrovano una discesa e un’ascesa, un lento passaggio dalle tenebre alla luce che può aiutarci a comprendere come la forza dello spirito possa intervenire a nostro favore nei momenti più difficili.

Roberto De Luca

SAZIA DI LUCE di Adriana Pedicini recensione di Roberto De Luca

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