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Signora dei filtri... o dei fili... emozioni e riflessioni: parte prima

26 Dicembre 2017 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

 

Quando Elena Marchetti – l’editore di Signora dei filtri  – mi ha proposto di presentare un romanzo che aveva come protagonista Medea ho risposto:- Non se ne fa di niente … Perché, anche se la mitologia classica è sempre stata la mia passione, questo personaggio non è mai stato nelle mie corde. Ma Elena – che sa il fatto suo – ha insistito: - Leggilo, poi decidi.

Così ho iniziato a leggere … e non ho smesso più, fino alla fine.

 

Signora dei filtri ti cattura fin dalle prime pagine e non ti lascia più uscire. Perché? La storia di Medea già la sai … E allora?

 

Signora dei filtri è un romanzo avvincente perché è scritto molto bene, è un vero romanzo. Perché è la scrittura che fa di una storia un vero romanzo.

 

Per spiegare che cosa mi ha incatenato a questo libro  ho chiesto aiuto a Italo Calvino.

 

Nel 1984, Calvino viene invitato all’Università di Harvard per tenere un ciclo di conferenze sulla comunicazione poetica (letteraria, musicale, figurativa). Il tema, quindi, è libero, Calvino decide di dedicare le sue 6 conferenze (le cosiddette “Lezioni americane”) “ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura” che gli stanno “particolarmente a cuore”, da conservare nel “nuovo millennio ”. Valori, qualità e specificità che ho ritrovato in Signora dei filtri, perciò userò spesso le parole di Calvino per descriverli.

 

Nelle “Lezioni Americane” parla di Sherazade, la narratrice delle Mille e una notte e dice di lei: L’arte che permette a Sherazade di salvarsi la vita ogni notte sta nel saper incatenare una storia all’altra e nel sapersi interrompere al momento giusto. È un segreto di ritmo, una cattura del tempo che possiamo riconoscere dalle origini:nell’epica per effetto della metrica del verso, nella narrazione in prosa per gli effetti che tengono vivo il desiderio d’ascoltare il seguito”.

 

È di Calvino la definizione di “romanzo come grande rete” (di personaggi, di luoghi, di situazioni), come “sistema di infinite relazioni di tutto con tutto”.

 

Quello che avvince (cattura, come una rete vera e propria) nel romanzo di Patrizia è proprio la presenza di innumerevoli storie che potrebbero essere lette anche ognuna per conto proprio: la storia di Medea e della sua “durezza” (che è poi assoluta “fragilità” affettiva); la storia di Giasone e della sua “fragilità” (che lo rende “duro” rispetto ai sentimenti) – Giasone e Medea sono molto diversi ma anche specularmente molto simili; la storia di Morgar, la prima “Signora dei filtri”; la storia di Eeta e della sua passione per l’oro; la storia di Pelia e della sua passione per il potere; la storia di Orfeo e del suo diario; la storia di Absirto, il fratello crudele; la storia dell’Osservatore, il Drago che sa leggere nel cuore degli uomini; la storia della generosa Kria, che segue Medea anche nell’esilio; la storia della fragile Glauce, vittima di un giuoco più grande di lei; la storia Chirone, l’uomo-cavallo; la storia degli Argonauti e delle loro avventure …

La storia di un personaggio spiega, completa, “illumina” quella dell’altro: la madre di Medea, il suo modo di essere madre e donna, esalta la figura di Morgar e il suo ben diverso modo di essere madre e donna; la cugina-bambina, così morbida e tenera, che Giasone forse potrebbe sposare se non fosse costretto a partire per la sua impresa, sottolinea per contrasto la femminilità inquietante di Medea; la maledizione della regina di Lemno sui futuri figli di Giasone rimanda al dramma che si consumerà a Corinto ...

Queste storie quindi si intersecano l’una all’altra come i fili che  creano la rete (Patrizia è una vera “Signora dei Fili”!). Si danno ritmo e spessore, come in un brano musicale in cui sono presenti le parti soprani, dei contralti, dei tenori e dei bassi - le voci chiare e le voci scure - e ognuna può essere letta e cantata separatamente, ognuna ha il suo fascino e la sua importanza. Ma è dal loro intrecciarsi, dalla loro rete, che nascono l’Inno alla gioia di Beethoven o Va pensiero di Verdi.

E ciò che fa da sfondo integratore a tutte queste storie e che permette loro di diventare una unità (cioè un romanzo forte e potente) è che esse – nella loro varietà - mettono però sempre in scena – vissute in modo diverso e osservate da punti di vista diversi – le stesse passioni, quelle primordiali, che caratterizzano la vita e l’esperienza di ogni essere umano: l’amore (fra uomo e donna, fra genitori e figli, fra amici), il desiderio (per una persona, per il potere, per il denaro) e l’odio (che nasce dalla negazione dei primi due).

Signora dei filtri, secondo me, non vuol essere un’altra versione del mito di Medea.

I protagonisti si muovono – è vero – in luoghi e tempi mitici, ma la realtà che vivono è universale, sono persone dei nostri tempi e dei nostri luoghi: adulti mai cresciuti, incapaci di essere genitori, travolti dal desiderio di potere, impauriti dalla diversità, prigionieri del pregiudizio, prigionieri di passioni che non riescono a controllare e che fanno passare ogni limite. Di questo leggiamo tutti i giorni sui giornali e tutto questo caratterizza da sempre la storia dell’uomo. Ed è di questa storia – non del mito di Medea - che Signora dei filtri ci vuole parlare.

Sempre in Lezioni Americane, Calvino riflette su “un’epidemia pestilenziale che sembra abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione a diluire i significati, a smussare le punte eccessive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze

Per definire l’uso della parola che Patrizia fa quando scrive basta capovolgere questa drammatica descrizione. Per lei, invece, calza a pennello un’altra espressione che Calvino usa per il buon uso della parola: “ incantesimo verbale”.

Il linguaggio usato da Patrizia è forte, potente, non fa sconti: quando racconta l’odio e la passione, come quando racconta l’amore e la tenerezza. Si potrebbe dire che è un linguaggio epico, come quello di Omero e dei classici – Euripide, Seneca, Apollonio Rodio – a cui Patrizia dice di  rifarsi.

È un linguaggio immaginifico, cioè (uso ancora parole di Calvino) pieno di “immagini visuali nitide, incisive, memorabili” (un esempio per tutte: la descrizione del passaggio delle Simplegadi) che prendono forma e danno vita a un “cinema mentale” capace di farci vedere la scena come se si svolgesse davanti ai nostri occhi.

Per creare questo  incantesimo verbale che ci tiene avvinti al romanzo, la nostra Sherazade utilizza  abili strategie linguistiche, degli “anelli magici” rappresentati da  anticipazioni, indizi, “frasi fatali”, posti a fine paragrafo che rimandano a un “dopo” verso il quale devi andare ( “Un giorno ti vedrò morire…” pensa Medea guardando il fratellino; “Non ci sono solo i figli di Ipsipile nel tuo futuro, per tua sfortuna” dice l’indovino a Giasone; “Cosa c’è di più grave di questo?” si chiede Giasone alla fine del capitolo dove si racconta la morte di Glauce …)

A volte queste anticipazioni si manifestano attraverso i sogni e i  desideri dei personaggi.

Nei desideri che Medea bambina confida a Morgar sono  già presenti gli Argonauti e il loro arrivo a Iolco : “Vorrei che gli uomini di là dal mare potessero raggiungerci e comunicare con  noi. Vorrei imparare le loro lingue e vestirmi con i loro vestiti, vorrei mangiare quello che mangiano e conoscere i loro dei”;  nel sogno che Morgar fa la notte prima di morire compaiono la nave Argo e i figli di Medea con il loro tragico destino: “Sognò una barca alata, possente, con due file di rematori, sognò due bambini distesi sopra un letto, con gli occhi chiusi e il viso bianchissimo” .

Anche i temi ricorrenti sono anelli magici che danno coesione a questa molteplicità di storie: quello dei luoghi misteriosi (le paludi della Colchide, la caverna dove vive il Pitone sacro, i sotterranei dove Eeta nasconde l’oro, l’isola di Lemno, l’isola degli Orsi, la terra che forse è delle Amazzoni, l’isola dove Medea vive i suoi ultimi anni); quello degli dei e dei sacrifici (il dio Sole, il dio del Fuoco, la Signora-Vergine Madre, il Dio di Orfeo, con le relative cerimonie misteriose e sconvolgenti); quello del Drago (la creatura inquietante che compare e scompare all’improvviso nei momenti chiave per guidare Medea verso il suo destino).

Fra tutti questi temi ricorrenti, quello che mi ha colpito di più e che mi sembra particolarmente significativo riguarda la presenza dei bambini.

Il romanzo di Patrizia è costellato di bambini.

Il dramma di Medea – comunque sia stato letto da antichi e moderni – ha come pernio i figli, i bambini, e nel romanzo questi sono ovunque. Sono i figli dei protagonisti ma – soprattutto- sono i protagonisti stessi: gli adulti quando erano bambini.

In un romanzo che ha come epilogo l’orrore più grande che una madre – un adulto, una persona -  possa commettere: l’uccisione dei figli, dei bambini – questo orrore aleggia per tutto il libro ed è il filo che dà vita alla rete dei bambini: bambini fragili, teneri, spesso soli, spesso preda della violenza degli adulti e che spesso diventano a loro volta violenti e predatori di altri bambini.

Signora dei filtri ci racconta in modo diretto o indiretto la storia di tanti bambini infelici divenuti spesso adulti portatori d’infelicità. Ne cito solo alcuni.

Achille bambino, evocato dal padre Peleo, Argonauta, che intaglia per lui una tenera “figurina di legno”: Peleo l’ha lasciato quando “aveva appena imparato a camminare” e non sa se lo rivedrà più. Questo tenero piccino cresciuto senza padre, una volta adulto diventerà Achille “dallo sguardo bieco” (così ce lo descrive Omero) che trascina nella polvere il corpo di Ettore, Achille “la bestia” di Christa Wolf.

Ila, il servitore che Eracle violenta. Anche lui è poco più di un bambino: Eracle lo chiama “pulcino” e non vorrebbe fargli del male, ma non riesce a governare se stesso. Eracle, l’eroe – predatore, è stato a sua volta un bambino aggredito, maltrattato, perseguitato dall’odio ingiusto di Era.

Chirone, il padre adottivo di Giasone. Quest’uomo saggio è un bambino-mostro nato da una violenza subita dalla madre Filira  quando anche lei era appena una bambina.

Il bambino Meleagro, ora valoroso Argonauta. Il suo destino è vivere quanto il tizzone che brucia  nel braciere al momento della sua nascita: sarà proprio la madre Altea, che ha conservato gelosamente il tizzone, a ributtarlo nel fuoco per vendicare i fratelli uccisi da Meleagro.

La bambinetta di “soli tredici anni” che Eeta si è preso come nuova amante. Solo questo si dice di lei, ma basta e avanza per raccontare l’orrore.

Glauce, la principessa-bambina vittima di una storia più grande di lei. Così la descrive Medea: “La figlia del re, nemmeno adolescente e già coperta d’oro dalla testa ai piedi … le era sembrata una bambina agghindata come una donna …”; così la vede Giasone “Ridicolo chiamarla signora, una bambina gravata dal peso dei pendenti che portava alle orecchie”; e anche Orfeo la vede così: “ Al suo fianco (di Giasone)  Glauce continuava a masticare in silenzio, come una bambina alla quale sia stato ordinato di finire tutto quello che ha nel piatto” …

E infine Medea, la bambina non amata, arrabbiata e sola. Nessun altro autore – credo – ha messo a fuoco la figura di Medea bambina. Signora dei filtri inizia proprio con la storia della sua infanzia, segnata – fra l’altro – dalla nascita di un fratello che la madre adora, quella stessa madre che invece la respinge, la fa sentire sola.

La solitudine accompagna Medea fin da bambina.

Non somiglia a nessuno” – dicono di lei. Medea è sola perché è diversa, anche se non vorrebbe esserlo: “ … lei non voleva essere diversa, non voleva stare in disparte mentre le altre ragazze giocavano o si bagnavano nel fiume. Non voleva che sua madre la guardasse in quel modo, corrugando la fronte … “

Medea è strana. Questo aggettivo la caratterizza, viene usato da tutti quelli che la incontrano. Giasone, appena la conosce, pensa di lei “Che strana donna …”  Kria, a cui Medea salva il bambino, la definisce “bella di una bellezza strana”; Orfeo parla spesso dei suoi occhi, “occhi obliqui”che dardeggiano”  “occhi nervosi”  “neri come la notte”  “inquietanti ed estremamente intelligenti”. Gli strani occhi di Medea vedono ciò che gli altri non vedono, vedono “dentro” e “oltre”, anche contro la sua volontà. Medea non vorrebbe vedere dentro Giasone, leggerne i limiti e scoprirne le menzogne: “ … Si accorse che (Giasone) non diceva la verità … Era la sua disgrazia accorgersi di tutto, avvertire ogni vibrazione, intuire i pensieri della gente e l’ostilità che la circondava”.

Quindi Medea è strana.

C’è un grande poeta che, per definire se stesso, usa l’aggettivo strano: Giacomo Leopardi ne “Il passero solitario” e il senso che questo grande poeta e grandissimo cultore della parola dà a “strano” credo calzi a pennello anche per Medea. Leopardi, paragonandosi al passero che vive isolato da tutti sull’antica torre di Recanati, dice

 

Quasi romito, e strano/ Al mio loco natio,/Passo del viver mio la primavera.

 

Il poeta si sente estraneo al suo paese, al luogo dov’è nato e dove vive da solo, isolato, da straniero. Anche Medea si sente così. La sua diversità – come la diversità di Leopardi – è alla base della sua solitudine, e la rende straniera e sola, nel suo paese e nella sua casa, fin da bambina.

Medea uccide i figli perché non vuole che cadano in mani di estranei, perché non siano “umiliati” dal padre che avrebbe preferito a loro – dei bastardi – i figli di un matrimonio per lei “falso e sacrilego”. Morendo per mano sua “dolcemente” i figli “resteranno con lei per sempre”, non saranno mai “soli”, “strani” e “stranieri”, come lei e Morgar sono state: “Medea era una straniera in casa propria esattamente come Morgar lo era in terra di Colchide”.

L’origine della solitudine di Medea va ricercata nel disamore della madre. La regina Idia respinge sempre la figlia e ha cura solo del nuovo nato, del bambino crudele che deve garantirle l’amore del marito (“Absirto rise, riacciuffando uno scarafaggio che tentava di fuggire. La regina gli accarezzò i capelli rossi e lanosi: “Bravo il mio bambino”). Anche quando la piccola Medea, nonostante si senta non amata e abbandonata, cerca un contatto con lei, va incontro a un rifiuto (“Madre, posso tingere io i tuoi capelli” propose speranzosa “No, Medea, le tue mani sono sempre fredde”).

Alla fine questa solitudine imposta si trasforma in bisogno. Divenuta adulta, Medea ha sempre bisogno di solitudine ed è solo l’amore a farle scoprire e sentire il bisogno dell’altro.

 

Continua...

 

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