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L'alloro

10 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie della Tessaglia

 

Febo Apollo, figlio di Giove, era il dio della musica e della poesia. Spesso, accompagnandosi con la cetra, cantava splendide storie che facevano dimenticare ogni dolore a chi aveva la fortuna di ascoltarle. Possedeva un bellissimo arco d’argento ed era orgoglioso della sua mira infallibile, troppo orgoglioso ...

Anche Cupido, il dio dell’Amore, possedeva un arco. Cupido era un bambino bellissimo e aveva costruito questo arco da solo, con legno di frassino, perciò ne andava molto fiero. Certo, il suo arco non era d’argento come quello di Apollo, ma poteva scagliare frecce d’oro o di piombo che avevano straordinari poteri e raggiungevano sempre il bersaglio: chi veniva colpito dalle frecce d’oro, si innamorava; chi veniva colpito da quelle di piombo non riusciva ad amare. Cupido era molto potente! Gli altri dèi, però, non lo prendevano sul serio perché era solo un bambino e questo lo mandava su tutte le furie.

Un giorno Febo aveva visto il piccolo dio mentre tentava di piegare l’arco per allacciare la corda ai due estremi.

- Cosa vuoi fare, tu, un fanciullo, con armi così grandi? - gli aveva detto - Questa è roba per me, che ho una mira infallibile e so colpire al volo belve e nemici! Fai pure i tuoi giochi da ragazzino e non tentare di imitarmi!

Il dio dell’amore gli rispose:

- Il tuo arco può trafiggere tutti, caro Apollo, ma il mio può trafiggere te ... –

Così dicendo, si alzò veloce nell’aria e trasse dalla faretra una freccia d’oro e una freccia di piombo: con quest’ultima Cupido trafisse Dafne, figlia di Peneo, fiume della Tessaglia; con l’altra colpì Apollo, trapassandolo fino al midollo.

Subito Febo si innamorò, mentre la fanciulla non voleva neppure sentire la parola «amore»: desiderava stare nel fitto dei boschi, a caccia di animali selvatici, con i capelli scarmigliati, trattenuti solo da una fascia. Molti, in passato, l’avevano chiesta in sposa, ma Dafne non voleva saperne: amava solo la sua foresta. Spesso il padre le diceva:

-  Figlia mia, scegli un marito, dammi dei nipoti!-

Ma lei lo abbracciava teneramente e lo pregava di lasciarla sola e libera, come la dea Diana.

Il padre, alla fine, si era rassegnato: se la sua Dafne non voleva sposarsi, non poteva certo costringerla ... Ma Apollo non si dava pace, era troppo innamorato! La seguiva ovunque, la spiava ... Guardava i capelli che le scendevano in disordine sulle spalle e pensava: «Come sarebbero belli, se li pettinassi!»

Gli occhi di Dafne erano per lui come stelle luminose; le dita, le mani, le braccia, tutto di lei gli sembrava bellissimo ...

La fanciulla invece lo sfuggiva e non si curava del suo innamorato. Un giorno Apollo la sorprese mentre riposava a¬l’ombra di un grande albero.

«Finalmente potrò dirle quello che ho nel cuore» pensò il dio, pieno di speranza.

Però non osava avvicinarsi, non voleva spaventarla: quegli occhi stupendi che si riempivano di terrore alla sua vista, lo facevano tanto soffrire ...

- Dafne ... - chiamò con un filo di voce, da lontano.

Sentendo pronunciare il suo nome, la figlia di Peneo si svegliò, si guardò intorno ... Da dietro una siepe Apollo le sorrideva, emozionato e tremante ...

Subito la fanciulla balzò in piedi e si mise a correre, più svelta del vento; correva, correva e non si fermava alle parole del dio:

- Ti prego Dafne, fermati! Non voglio farti del male, aspetta! Ho paura che tu cada, che i rovi ti graffino le gambe, che ti faccia male per colpa mia ... Corri più adagio, non fuggire!  Sai, io non sono un semplice pastore, sono i1 signore della terra di Delfi: Giove è mio padre! Rivelo agli uomini il futuro e so suonare la cetra. Io ho inventato la medicina e conosco i segreti delle erbe, ma non c’è erba che guarisca dall’amore! Le mie frecce sono infallibili ma una, più potente delle mie, mi ha ferito al cuore e nessuna medicina può aiutarmi ...

Avrebbe voluto dire tante altre cose, ma Dafne continuava a fuggire impaurita, lasciandolo con il discorso a metà. La paura la rendeva ancora più bella: il vento lieve le mandava indietro i capelli e agitava la veste leggera ...

Ma il dio è più veloce, non le dà tregua e infine è alle sue spalle ... Dafne non ha più forze, è pallida, disperata ...

- Aiutami padre! – dice - Se voi fiumi avete qualche potere, trasformatemi, fate scomparire il mio corpo che è troppo piaciuto ...

Ha appena finito la sua preghiera, che una grande stanchezza la invade, il petto delicato si fascia di una corteccia sottile, i capelli diventano fronde, le braccia si trasformano in rami; il piede, prima così veloce, è trattenuto da profonde radici; il volto si copre di foglie, lucenti come i suoi occhi.

Ma anche così Febo è innamorato e stringe fra le sue braccia i rami, bacia il legno, che però cerca di sfuggire ai suoi baci ... Allora dice:

Se non puoi essere la mia sposa, sarai il mio albero: ti porterò sempre sui capelli e sulla cetra, adornerai il trionfo dei condottieri vittoriosi. E come i miei capelli rimangono eternamente giovani, così tu avrai le foglie sempre verdi e sarai eternamente bella.

Poi Febo tacque. L’alloro fece cenno con i rami appena nati e agitò la cima come per dire di sì col capo.

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La struttura de Le Metamorfosi di Ovidio

3 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Chi legge le Metamorfosi ha l'impressione di trovarsi di fron­te a un'opera molto varia, ma anche profondamente unitaria e armoniosa. Questa unità è dovuta alla presenza di alcuni elementi che si ripetono costantemente:

 

a) Tutti i racconti hanno due temi comuni: la trasformazione di esseri umani in forme sempre nuove, e l'amore, narrato in tutti i suoi aspetti: la fedeltà fra marito e moglie, l'affetto fra genitori e figli, il desiderio di avventura, la passione.

b) La trasformazione avviene sempre attraverso il cambiamento degli stessi elementi fisici: dimensione, posizione, volume, numero degli arti, colore della pelle, voce; inoltre si verifica generalmente di pomeriggio, quando il caldo è più intenso, e vicino a un fiume, a una fonte o in un bosco, dove i protagonisti della storia giungono assetati e in cerca d'ombra.

c) L'amore passa sempre attraverso gli occhi: i vari personaggi si innamorano al primo sguardo, affascinati dalla bellezza di giovani e fanciulle.

Non sempre però l'amore è corrisposto e spesso le fanciulle cercano di sfuggire ai loro innamorati; quindi, un altro elemento costante è l'inseguimento, che spesso si conclude con una trasformazione quando le belle fuggitive stanno per essere raggiunte.

d) Ogni storia è collegata all'altra e i legami che più di frequente le uniscono, sono:

• la somiglianza o la diversità dei temi (alcuni racconti hanno tutti per tema l'amore o la vendetta o l’amicizia, mentre altri contrappongono il rispetto per gli déi all'empietà, la generosità alla cupidigia...);

• il personaggio (i racconti hanno io stesso protagonista);

• la parentela (il protagonista di un racconto è padre o figlio o marito… di quello del racconto successivo);

• il luogo ( le avventure dei vari personaggi si svolgono nello stesso luogo).

In molti casi i racconti sono incastonati gli uni negli altri: mentre si svolge una vicenda, i personaggi narrano altre storie per alleviare la fatica del lavoro, per farsi conoscere meglio, per divertire, per consolare, per dare insegnamenti.

Ogni storia, quindi, richiama l'altra, in modo da tenere viva l'attenzione di chi legge. Infatti ciò che interessa Ovidio è proprio raccontare, all'infinito: questo grande poeta è un «mitologo» nel senso più antico del termine, cioè un «narratore di storie». E sempre per garantire questa curiosità, questa tensione del lettore, Ovidio non fa coincidere la fine di una storia con la fine di un libro, ma la continua nel successivo, dove ha inizio una nuova vicenda.

Inoltre, per intere pagine i verbi sono al presente, allo scopo di rendere il lettore partecipe del racconto: tutto avviene sotto i suoi occhi. Anche le descrizioni che Ovidio fa di luoghi, personaggi, fenomeni naturali, sono ricche di particolari: chi legge, deve anche «vedere» ciò che accade. C’è un legame molto stretto fa le scene descritte dal poeta e antiche statue greche e romane o affreschi ritrovati a Pompei. Probabilmente Ovidio conosceva queste opere e ne fu colpito; certamente le sue storie ispirarono in seguito artisti come Botticelli, Tintoretto, Tiziano, Veronese,Raffaello, Rubens, Bernini.

Anche in questo modo Ovidio, e soprattutto i miti, continuano a vivere e a raccontare le loro eterne, affascinanti storie.

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"Le Metamorfosi" di Ovidio

27 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Le Metamorfosi (Le Trasformazioni), sono un poema in 15 libri e comprendono miti e leggende di origine greca e romana: in circa 250 racconti, Ovidio riassume tutto l'antico mondo della mitologia, che va da Omero fino ai poeti dell'età di Augusto. Ovidio infatti si propone di narrare una «storia dell'universo» attraverso le trasformazioni che in esso sono avvenute, e per far questo, si ispira a tutta la mitologia classica, ma soprattutto a quella dell'età ellenistica.

La letteratura dell'età ellenistica ebbe, infatti, un interesse molto vivo per il tema delle trasformazioni e in particolare per l’eziologia (dai greco «aition» = causa), cioè la ricerca della causa, dell'origine di alcuni fenomeni. I racconti eziologici erano destinati a spiegare fatti sorprendenti: cerimonie particolari, strane usanze, nomi di luoghi, di piante, di animali ecc., dei quali si era perduto il significato e che perciò apparivano misteriosi, incomprensibili.

Partendo dall'osservazione dei fenomeno e tenendo conto delle sue particolari caratteristiche, si costruiva una storia fantastica che ne dava una spiegazione e una motivazione.

La letteratura ellenistica, inoltre, utilizzava la tecnica di incastonare racconti in altri racconti o di raggruppare una serie di storie indipendenti l'una dall'altra ma con in comune uno stesso tema.

Nelle Metamorfosi, Ovidio usa queste tecniche narrative e rielabora con la sua fantasia i racconti mitici tradizionali, nelle loro versioni più rare, raffinate e sconosciute.

I miti, in realtà, hanno ormai perduto da tempo il loro valore religioso. Gli dèi descritti da Ovidio non regolano le sorti dei mondo dall'alto dell'Olimpo, ma scendono spesso sulla terra, amano, sono gelosi, si adirano, hanno sete di vendetta; queste passioni, così umane, coinvolgono e travolgono giovani, donne, fanciulli, e sono spesso causa della loro trasformazione. La metamorfosi, quindi, crea un legame fra il mondo degli dèi e quello dei mortali che dà nuova vita ai miti perché li fa diventare storia della natura e dell'uomo: infatti in ogni fiore, in ogni scoglio si nasconde una storia che ha per protagonisti amanti infelici, donne innamorate, fanciulli  imprudenti.

La metamorfosi può essere un premio (ad esempio Ercole, per il suo coraggio, viene trasformato in divinità e assunto in cielo); il rimedio a un errore commesso dagli déi o a un'ingiustizia degli uomini (ad esempio Giacinto, ucciso involontariamente da Apollo, e Leucotoe, condannata a morte dal padre infuriato, divengono piante odorose); una punizione (ad esempio il feroce tiranno Licaone è mutato in lupo): in ogni caso, anche se sotto nuova forma, buoni e cattivi continuano a esistere come elementi della natura.

Inoltre, questi esseri trasformati, anche dopo la metamorfosi non dimenticano chi erano e perché sono diventati così: il girasole continua ad amare il Sole, la pernice non ha più il coraggio di volare in alto, lo scoglio di Perimele desidera ancora gli abbracci del suo innamorato. Animali, piante, rocce conservano quindi la loro umanità.

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Ovidio, la vita e le opere

20 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #personaggi da conoscere, #sezione primavera

 

 

 

 

 

Ovidio nacque a Sulmona. All'età di dodici anni venne a Roma col fratello e frequentò le migliori scuole di grammatica e di retorica. Il padre, infatti, avrebbe voluto farne un avvocato e avviarlo alla carriera politica, ma Ovidio era attratto in modo irresistibile dalla poesia: egli stesso dirà che qualunque cosa cercasse di scrivere, gli veniva in versi!

Ovidio fu dunque poeta per istinto, per autentica vocazione.

Terminate le scuole, andò ad Atene per perfezionarsi negli studi, come facevano di solito i giovani romani di buona famiglia; qui venne a contatto diretto con la cultura, l'arte, le tradizioni della Grecia e ne rimase affascinato. Ai suo ritorno a Roma rinunciò alla carriera militare e a quella di avvocato per dedicarsi interamente alla poesia.

Ovidio, oltre a essere molto capace nello scrivere versi, aveva un aspetto piacevole: lo sguardo era vivace e intelligente, il volto sereno, la corporatura delicata e i gesti disinvolti. Vestiva in modo molto curato e raffinato, senza però eccedere negli ornamenti e senza far sfoggio di ricchezza; riscuoteva quindi simpatia e ammirazione ovunque andasse.

A poco più di venti anni, aveva già composto opere geniali e brillanti, che lo avevano reso famoso: Amores (Gli Amori), una raccolta di poesie dove cantava la sua passione per una fanciulla di nome Corinna; e le Heroides (Le donne leggendarie), lettere d'amore in versi scritte da antiche eroine come Penelope, Elena, Didone, ai loro innamorati.

Ovidio aveva 25 anni quando l'imperatore Augusto promulgò tre leggi volte a ristabilire nella società un tipo di vita che aveva per modello la virtuosa famiglia romana dei passato.

Queste leggi prevedevano ricompense per i padri di almeno tre figli, punivano severamente l'adulterio, vietavano di costruire abitazioni troppo sfarzose, di indossare abiti provocanti o fatti di stoffe preziose come la seta e la porpora, di imbandire cene troppo sontuose...

Ovidio, come molti altri della sua generazione, non desiderava affatto una vita diversa da quella splendida e lussuosa che stava conducendo, perciò i giovani lo consideravano il loro poeta, lo ammiravano e preferivano a Orazio e Virgilio, che elogiavano la politica dell'imperatore.

Augusto conosceva sicuramente le opere di Ovidio, nelle quali spesso il poeta faceva ironia sulle leggi severe riguardanti il lusso, il matrimonio, l'adulterio; sottovalutava le virtù militari, dichiarava di non desiderare il ritorno alla tradizione, alla vita domestica, alla sobrietà dei costumi. L'imperatore non era certamente soddisfatto di lui, tuttavia non ho fece perseguitare, né impedì che le sue opere fossero pubblicate: Augusto desiderava essere stimato protettore delle arti e delle lettere e Ovidio era un poeta amato e celebrato non solo a Roma, ma anche nelle più lontane citta dell'impero.

Così per molti anni ancora Ovidio continuò a scrivere versi che avevano come argomento l’amore, la bellezza, il piacere di vivere, finché, all'età di quarantatrè anni, decise che era giunto il momento di iniziare un'opera più importante, di più vasto respiro, dove fossero presenti i miti c le leggende greche e romane che egli tanto amava.

Con quest'opera Ovidio si proponeva di dare al lettore emozioni sempre diverse, ma anche la sensazione di una grande unità, perciò stabilì che tutte le storie avrebbero avuto un tema comune: la trasformazione degli uomini in altri esseri, animati o inanimati.

Un'opera simile non era mai stata scritta a Roma. In Grecia, invece, Omero, ma soprattutto i poeti dell’ epoca ellenistica (così si chiama il periodo storico che inizia dopo la morte di Alessandro Magno), avevano raccolto miti e leggende che parlavano di trasformazioni.

Ovidio possedeva i loro libri o poteva facilmente trovarli nella ricca biblioteca imperiale.

Così, per sette anni almeno, dal 2 d. C. all' 8 d. C., il poeta lavorò a quest'opera che non smise mai di rivedere, affinare, modificare, nel contenuto e nella forma.

Quindi iniziò la scrittura dei Fasti (I giorni fasti). Avrebbero dovuto essere dodici libri, uno per ogni mese dell'anno: in ciascuno di essi venivano elencate le feste religiose, spiegate le origini di riti, divinità...

Quest’opera, dedicata ad Augusto, si interruppe al sesto libro perché, inaspettatamente, Ovidio fu condannato all'esilio.

La ragione di questa improvvisa condanna, che si abbatteva su un poeta famoso e ormai vicino alla vecchiaia, rimane ancora un mistero; forse Ovidio si trovò coinvolto in uno scandalo di corte che riguardava la nipote di Augusto, Giulia Minore, accusata di condurre una vita non onesta e certamente contraria alle leggi dell'imperatore. Augusto, amareggiato da queste vicende familiari che venivano utilizzate contro di lui dagli avversari politici, decise di dare una prova evidente della sua fermezza e di mostrare a tutti che anteponeva gli interessi dello stato a quelli personali.

Così esiliò Giulia Minore nelle isole Tremiti e l'altro nipote, Agrippa, anche lui dedito al lusso e ai divertimenti più sfrenati, nell'isola di Pianosa; infine, nel dicembre dell'anno 8 d. C., firmò l'editto che relegava Ovidio a Tomi, un piccolo presidio militare sul Mar Nero, corrispondente oggi alla città di Costanza.

Quel luogo era arido, desolato e malsicuro per i predoni che facevano scorrerie nelle campagne, perciò Ovidio soffrì molto in esilio: non tollerava il clima e le acque malsane, la sua abitazione era priva di comodità, non aveva amici ed era tormentato dai ricordi della vita raffinata che conduceva un tempo e dalla nostalgia per la moglie lontana. Sentiva che la sua capacità di creare versi bellissimi era perduta per sempre, perciò scrisse agli amici di distruggere le Metamorfosi perché non avrebbe più potuto correggerle; per fortuna circolavano già varie copie dell'opera e questo ha impedito che andasse perduta.

L'esilio del poeta durò otto anni, durante i quali egli non cessò mai di supplicare Augusto e poi il suo successore, Tiberio, affinché lo richiamassero a Roma o almeno lo trasferissero in un luogo meno selvaggio e lontano. Ma i suoi tentativi rimasero sempre vani.

Il poeta infatti morì a Tomi, nei 17 d. C., all'età di sessanta anni. Le sue ceneri non vennero portate a Roma, come egli aveva chiesto e sperato, ma furono sepolte in quella terra lontana.

Ovidio però continuò a essere celebre e ammirato, nonostante l'esilio e anche dopo la sua morte.

Si realizzò così ciò che egli aveva scritto nei Tristia (Le Tristezze), un libro di poesie composte a Tomi:

« ...Tutto quanto poteva essermi tolto, mi fu strappato: la patria, le persone care, la casa, ma l'ingegno no: esso è il mio solo amico e il mio solo conforto; contro di esso, Augusto non può nulla. Che questa vita mi sia pure tolta: la mia fama durerà eterna e la mia opera sarà letta finché Roma dominerà il mondo».

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L'età di Augusto

13 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera, #storia

 

 

 

 

 

Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona, nella terra dei Pe­ligni (oggi, l’Abruzzo), da un' antica famiglia di cavalieri, il 20 marzo del 43 a. C.

Alcuni anni dopo, ad Azio (31 a. C.), Ottaviano sconfiggeva Antonio: terminava cosi il lungo e sanguinoso periodo delle guerre civili e iniziava l'eta del principato di Augusto. Il nipote di Cesare, infatti, assumerà prima il titolo di «princeps» (che in latino significa « primo», «il migliore di tutti i cittadi­ni»), poi quello di «Augusto» (cioè «sacro», «venerabile»). Questa nuova forma di governo, il principato, anche se lasciava in piedi le istituzioni repubblicane (senato, comizi, magistrature), di fatto era una monarchia che durò per ben 45 anni, fino alla morte del­l'imperatore Augusto, avvenuta nel 14 d. C.

Durante il principato, Roma, dopo la rovina causata dalle guerre civili, ebbe un periodo di grande prosperità e pace, e ci fu uno straordinario sviluppo della letteratura e dell'arte.

Alcuni fra i più grandi poeti e scrittori latini (Virgilio, Orazio, Livio, Properzio, Tibullo),che a causa delle guerre civili avevano subito gravi danni economici, trovarono in Ottaviano aiuto e protezione: egli restituì loro le proprietà confiscate e promise l'ordine, la fine delle discordie, quella pace tanto desiderata che sembrava perduta per sempre.

In realtà, durante il suo principato, Augusto fece molte guerre, ma esse si svolsero sempre ai confini dell'impero, contro popolazioni straniere, e non fra Romani. Così, dopo la battaglia di Azio, i poeti si rivolsero al «princeps» con gratitudine, come a colui che garantiva loro la pace e una vita tranquilla, nella quale potevano dedicarsi all'«otium», cioè allo studio e all'arte. In cambio, Augusto chiese agli uomini di cultura di celebrare nelle loro opere gli ideali che stavano alla base della sua politica: l'amore per la campagna, il rispetto per la tradizione, il rifiuto del lusso, dei costumi immorali, degli influssi orientali.

Nel frattempo era cresciuta una nuova generazione di uomini, e quindi anche di artisti e di poeti, per i quali gli orrori delle guerre civili rappresentavano solo un vago ricordo: la pace era ormai consolidata, non veniva più vissuta come una preziosa e dolorosa conquista. Questi giovani provavano insofferenza per i progetti di Augusto, che voleva ricreare l'antica repubblica romana, basata sull'amore per gli dèi, sulla famiglia, sulla semplice vita contadina, e desideravano invece un'esistenza agiata, raffinata, di tipo orientale; Roma infatti aveva sottomesso l'Egitto, ma in realtà i costumi, i gusti, le idee, le credenze religiose di quella terra influenzavano profondamente la capitale dell'Impero.

Ovidio, ultimo dei grandi poeti dell'età di Augusto, si fece interprete delle aspirazioni e delle contraddizioni della nuova generazione; forse anche per questo terminò la sua vita in esilio, nelle lontane terre della Scizia.

 

 

 

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Mito e fiaba

6 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

 

Non sempre, comunque, è necessario o possibile distinguere il mito dalle altre storie tradizionali, in particolare dalla fiaba: spes­so libri di fiabe contengono storie che altrove sono indicate come miti e antichi miti vengono raccontati come fiabe.

Si possono invece individuare più facilmente gli elementi che il mito ha in comune con la fiaba e quelli per i quali se ne distin­gue. Ecco alcuni elementi di distinzione:

a) Le fiabe raccontano soprattutto la vita, i problemi, le aspi­razioni della gente comune, dei popolo i miti parlano di dèi, di eroi o comunque di figure lontane dalla gente comune per nascita e ambiente.

b)Le fiabe affrontano problemi riguardanti in modo particolare l'ambito familiare: matrigne o sorelle gelose, donne senza figli, genitori poveri che abbandonano i loro bambini.

Il mito tratta «grandi problemi», come la necessità di morire; questioni sociali, come la motivazione dell'istituzione monarchica; problemi morali, come l'obbligo di rispettare gli dèi.

Nella fiaba, gli elementi soprannaturali sono giganti, mostri, streghe, che possiedono oggetti magici (bacchette, polveri, stivali fatati e compiono sortilegi) nel mito compaiono gli oracoli,le divinità immortali, il Destino.

Le fiabe sono ambientate in tempi e luoghi indeterminati e i protagonisti sono indicati con nomi comuni (ad esempio: Caterina la sapiente; La volpe Giovannuzza, Giovan Balento) o con locuzioni nominali che spiegano le loro caratteristiche (ad esempio: Il principe azzurro; La bella addormentata nel bosco;Il gatto con gli stivali); il mito, a volte si svolge in un passato non definito, a volte, almeno per quanto riguarda i miti greci, ha una sua collocazione nel tempo (ad esempio fatti accaduti prima, dopo o durante la guerra di Troia). I luoghi e i personaggi, invece, sono sempre identificati con precisione.

I miti, quindi, hanno una natura pii complessa delle fiabe e in essi sono presenti riflessioni sul mondo, sulla vita, sulla storia dell'uomo e della divinità. Questi racconti tradizionali hanno però anche alcuni elementi comuni:

a) La prova o la missione difficile e pericolosa che l'eroe deve compiere per sopravvivere, per conquistare un regno, per eliminare un malvagio (ad esempio: Perseo deve uccidere il drago; Ercole è costretto a lottare contro Acheloo e Nesso).

b) Il motivo dell'«unico superstite» per cui solo l'eroe protagonista riesce a salvarsi e a superare le prove ad esempio: Ulisse è l'unico a salvarsi nel viaggio di ritorno da Troia; Ippomene è l'unico dei pretendenti alla mano di Atalanta che non viene ucciso).

c) Il ricorrere del numero tre o dei suoi multipli (ad esempio: Venere dà ad Ippomene tre mele d'oro; le Muse sono nove sorelle; Ercole compie dodici fatiche).

d) Il premio finale, per cui l'eroe riceve in premio un regno e si sposa la figlia del re (ad esempio: Perseo sposa Andromeda; Erco­le, Deianira; Ippomene, Atalanta).

e) La presenza di una moglie bisbetica che tiranneggia il mari­to (ad esempio i litigi fra Giove e Giunone).

f) La trasformazione e il mascheramento (ad esempio: Giove si trasforma in pioggia d’oro; Mercurio si traveste da pastore).

La presenza di questi elementi comuni è dovuta al fatto che mito e fiaba vengono soprattutto agli inizi raccontati a voce, quindi sono figli entrambi della stessa tradizione orale.

Chi narra una storia deve avere la capacità di tenere alta l'at­tenzione del suo pubblico, perciò i cantastorie fanno ricorso ad espedienti che permettono a chi ascolta di seguire agevolmente il racconto, di stupirsi, di immedesimarsi nel protagonista.

Anche nel narrare i miti, che riflettono problemi più com­plessi e profondi di quelli delle fiabe e degli altri racconti tradizio­nali, vengono usati gli stessi espedienti narrativi e probabilmente la sopravvivenza di certi miti rispetto ad altri dipende anche dall’efficacia con la quale questi meccanismi sono usati nella crea­zione della storia.

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Il mito

30 Luglio 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

I miti originari, anche greci e romani, non sono quelli conte­nuti nei testi poetici giunti fino a noi.

Il mito ha un argomento, una trama fissata a grandi linee, dei personaggi che ogni poeta può trasformare e rielaborare. Queste trasformazioni e rielaborazioni hanno un autore, il mito no: esso viene trasmesso oralmente da una generazione all'altra, senza che si sappia chi lo ha creato; la sua storia si perde nel tempo e nello spazio. Per questo il mito è un «racconto tradizionale».

Quindi anche le storie narrate da Omero, e da altri grandi poe­ti greci, provengono da un passato lontanissimo, di cui si è perduta ogni traccia. I miti originari sono racconti trasmessi oralmente, una forma particolare del «raccontar storie»; e queste storie sono così affascinanti e importanti per gli antichi da venir tramandate di generazione in generazione, fino a raggiungere la forma scritta.

Perché proprio alcuni racconti sopravvivono attraverso i seco­li mentre tanti altri vanno perduti? Molto probabilmente per la bellezza della storia in quanto tale e per l'importanza che essa ri­veste presso il popolo che ne è l'autore. I miti, infatti, vogliono esprimere delle leggi eterne, che spiegano la nascita del mondo e dell'uomo, degli animali e delle piante, della società e delle sue istituzioni; raccontano fatti accaduti in epoche primordiali, fuori dal tempo, in seguito ai quali l'uomo è diventato quello che è, cioè una creatura che deve nascere, crescere, invecchiare, morire; motivano l'esistenza di alcuni riti e definiscono i rapporti fra dèi e mortali.

Il mito è quindi una storia piacevole da ascoltare, cioè ben riuscita dal punto di vista della narrazione, che trasmette messaggi importanti riguardo alla vita in generale, e alla vita nell'ambito della società, in particolare.

In una civiltà che non usa la scrittu­ra, i racconti rappresentano la principale forma di comunicazione fra persone della stessa età e fra giovani e anziani, sono un modo per istruire, per tramandare conoscenze e valori, una specie di sa­pienza ereditata dai passato: la memoria è uno strumento impor­tantissimo per trasmettere la cultura di un popolo.

Una figura di grande rilievo in questo tipo di società è «ae­do», il poeta girovago, simile al cantastorie medievale, che cono­sce moltissimi racconti e va in giro a narrarli, accompagnandosi con la cetra. Queste storie, destinate soprattutto ad allietare le se­re dei ricchi signori del tempo e dei loro ospiti, possono durare per ore e vengono perciò ogni volta trasformate e ampliate.

Così, passando di bocca in bocca, di generazione in genera­zione, i miti si sviluppano e si arricchiscono, mutano nei partico­lari perché cambiano gli interessi e le caratteristiche di chi ascolta; i temi centrali invece, i messaggi universali che questi racconti vo­gliono trasmettere, rimangono costanti nel tempo.

Oltre ai miti, esistono altre storie tradizionali che hanno delle caratteristiche proprie e particolari: le saghe, le leggende, le favole e le fiabe.

In generale, per «saga» si intende il racconto o la storia ro­manzata di una famiglia o di un gruppo (ad esempio la saga dei Nibelunghi); la leggenda, invece, parla di un evento storico non troppo lontano nei tempo, che é stato rielaborato dalla fantasia popolare (ad esempio la leggenda della fondazione di Roma; le leggende riguardanti la vita di Carlo Magno); la favola è caratte­rizzata dalla presenza di animali o cose che pensano o agiscono come uomini e ha scopi moraleggianti (ad esempio le favole di Fedro, Esopo, La Fontaine); la fiaba, infine, è una storia di intri­ghi, nella quale sono presenti mostri, giganti, esseri fantastici co­me fate, streghe, gnomi… (ad esempio le fiabe dei fratelli Grimm).

 

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La mitologia classica

23 Luglio 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

«Mito» e «Mitologia» sono due parole di origine greca e per gli antichi greci «mito» significava semplicemente «racconto», «storia»; la «mitologia» era l'insieme di questi racconti. Per noi, oggi, la mitologia classica è l'insieme dei racconti mitici di origine greca e romana, appartenenti a epoche diverse.

La mitologia greca è più ricca di quella latina e la influenza moltissimo; tuttavia anche la mitologia romana ha mantenuto una sua originalità e ha conservato e rielaborato storie antichissi­me, precedenti al contatto con i Greci, come le vicende di Romolo e degli Orazi. La mitologia greca, d'altra parte risente delle in­fluenze delle civiltà del Mediterraneo e dell'Oriente (Cretesi, Si­riani, Sumeri, Assiri, Babilonesi, Ittiti...); anche questi contributi esterni, però, hanno raggiunto la loro espressione più alta proprio nell'incontro con la cultura dei Greci, per cui oggi, comunemente, la parola «mitologia» è sinonimo di «mitologia greca».

Quando gli antichi Greci parlavano di miti, si riferivano alle storie tradizionali degli dei e degli eroi, senza preoccuparsi di di­stinguere gli elementi di verità da quelli puramente fantastici pre­senti in esse. Solo nel v secolo a. C., storici come Tucidide e filo­sofi come Platone separarono la narrazione di fatti reali dal sem­plice racconto, il ragionamento logico dal mito, che spesso era opera di fantasia e quindi non veritiero.

Il significato che hanno oggi per noi espressioni come «il mito del successo» o «il mito della razza», derivano proprio da questa interpretazione dei mito come idea nella quale si crede profonda­mente, ma che è altrettanto profondamente falsa.

 

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Miti e leggende per tutte le età!

16 Luglio 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #sezione primavera, #miti e leggende

 

 

 

 

 

Ragazze, ragazzi, bambine, bambini e adulti di tutte le categorie (genitori, parenti, amici, conoscenti …), CIAO! Se – come me - siete innamorati dei miti, delle leggende, delle fiabe,  insomma di tutte le “grandi storie” che le persone si raccontano da quando è nato il mondo, questo è il posto giusto per voi.

 

Chi sono io? Mi chiamo Laura, insegno alla scuola media Mazzini di Pisa, e mi piace moltissimo la mitologia classica: i miti greci e romani (ma anche le fiabe e le leggende) sono da sempre la mia grande passione.

 

Nessuno sa chi abbia inventato le “grandi storie”. Miti, leggende e fiabe hanno attraversato il tempo  (secoli, millenni …) e lo spazio (stati, continenti …) passando di bocca in bocca, di racconto in racconto fino a quando “qualcuno” non ha deciso di scriverle. Così sono giunte fino a noi. Di questo “qualcuno” che le ha scritte (Omero, Ovidio, i Fratelli Grimm) noi conosciamo il nome, dell’autore “vero”, di chi per primo le ha raccontate, no. Queste storie  perciò sono un po’ di tutte le donne e gli uomini del mondo, da quando il mondo esiste.

 

Ma perché proprio alcune storie arrivano fino a noi mentre tante altre vanno perdute? Perché sono storie molto molto belle e molto molto importanti. Non a caso vengono chiamate “grandi”!

 

Per questo mi è venuta voglia di raccontare alcuni miti presenti nelle Metamorfosi del poeta latino Ovidio, scelti fra quelli che spiegano l’origine di animali, piante e fenomeni naturali. Ho voluto raccontarli in modo “leggero”, senza però tradire la splendida scrittura di Ovidio.

 

Ogni settimana troverete in questo blog alcune di queste storie. Vi piaceranno? Spero tanto di sì. Fatemi sapere …

 

A PRESTO

 

 

 

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Signora dei filtri ... o dei fili: emozioni e riflessioni: parte seconda

31 Dicembre 2017 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

La storia d’amore fra Medea e Giasone occupa molte pagine del romanzo. Nelle Argonautiche - nel terzo libro dove si parla di Medea - Apollonio Rodio dice che è stata la dea Afrodite a farla innamorare di Giasone. Nella Signora dei filtri non c’è alcun incantesimo se non quello dell’amore stesso, della “carne e del sangue, della passione e di un sentire forte”, come dice Patrizia nella nota introduttiva.

Il Capitolo 16, in particolare, racconta la nascita del rapporto fra Medea e Giasone – o forse sarebbe meglio dire di Medea con Giasone perché è soprattutto lei a essere profondamente scossa da questo incontro.

Medea ama Giasone. Tutto ciò che viene da Giasone è bello per lei (“Medeià. Il suo nome storpiato dalle belle labbra di Giasone suonava come la promessa di una nuova vita”). Si innamora di lui senza rendersene conto. È un amore da adolescente, pieno di turbamenti, di rivelazioni che sconcertano.

Da subito appaiono i loro diversi colori (del corpo e dell’anima): lo scuro di lei, il chiaro di lui.

Lo scuro è il tratto distintivo di Medea (Orfeo la descrive come “una giovane donna vestita di scuro”) come il chiaro lo è di Giasone (dice sempre Orfeo: “Se Dio è uguale a noi, è così che lo immagino, con quei riccioli dorati simili a grappoli d’uva danzanti sulle guance). L’emozione chiara di lui per quella ragazza che “nasconde il viso dietro i capelli” e ha “l’odore dell’erba appena tagliata e radici nascoste nel terreno”, ma anche il suo scuro turbamento nel sentirsi “leggere dentro”, nel trovarsi scoperto; l’emozione chiara di lei quando scopre di non amare più la solitudine, ma anche il turbamento nel riconoscersi fragile, indifesa, esposta.

Medea senza Giasone si sente “sola” e “vuota”, anche se la solitudine è ormai diventata un bisogno. Giasone è il suo lato luminoso: “Tu vedi solo il lato oscuro” le aveva detto la sorella Calciope, ma lei, da quando ha conosciuto Giasone, “desiderava anche la forza della luce”. E per Medea Giasone incarna questa luce, l’aspetto limpido della vita: “Gli occhi di lui avevano il colore dell’acqua del fiume quando i sedimenti si depositano e rimane solo un’azzurra, limpida trasparenza in superficie”.

Ma insieme alla luce e ai colori, da subito compaiono anche i demoni: “l’ambizione e l’avidità” di lui e – soprattutto - la passionalità di lei che tutto è disposta a fare purché la “felicità non svapori”. Nel cuore della figlia di Eeta il tenero e commosso amore da adolescenti coesiste col progetto adulto di rubare l’oro del padre, col duro e lucido desiderio di vendetta (“Voi siete la mia vendetta”) che non l’abbandona mai e che – come Morgar temeva – la porterà alla rovina.

Il Capitolo 16 termina con due immagini che evidenziano queste opposte anime di Medea: la “signora dei filtri” che prepara il sonnifero per le guardie spremendo il veleno da una vipera e la “fanciulla” che vuol farsi bella per il suo amore.

Dopo la morte di Absirto, Medea diventerà “triste e tenebrosa…. Giasone pensa che “ha dentro qualcosa di grande, di pauroso e potente”; Orfeo dice che  “gli mette i brividi addosso”. Il lato oscuro di lei prenderà sempre più forza, fino a oscurarla completamente

Mi piace questo capitolo perché descrive in modo esemplare il nascere di un grande amore in una grande donna che non conosce l’amore perché non ne ha ricevuto – e quindi ne è spaventata - ma che ne riconosce subito l’intensità e la potenza - la “trasformazione” che sta operando in lei - e si abbandona a questa esperienza in modo totale, com’è la sua natura. Sono pagine bellissime che raccontano i turbamenti, le contraddizioni, l’intensità di tutti gli amori di tutti i tempi.

Oltre a Medea, il romanzo ospita altri grandiosi personaggi – o meglio: altre persone  - su cui desidero soffermarmi un momento. La storia della Signora dei filtri si intreccia alle loro storie e ne riceve forza e significato. Inizierò con quelle di due “donne” magnifiche: Morgar e la nave Argo.

Morgar è la vera madre di Medea.

È lei che Medea vuol imitare, la donna a cui vuol somigliare: quando Morgar evoca la dea della luce e si spoglia per compiere il rito, Medea la guarda affascinata (“cercò di copiare ogni suo gesto”).

Non è una donna armoniosa e proporzionata: il corpo è “solido ma esile”,  la bocca è “grande e ben fatta” ma non sorride spesso (non è compiacente), i capelli sono “arruffati e schiariti dal sole”, i piedi “callosi”, il seno “pesante”. Ma è lei ad avere la bellezza vera, quella che anche Medea vuole per sé. Morgar è una donna che accetta il suo corpo com’è, non si trucca (in senso proprio e figurato! ) come la madre di Medea: la sua bellezza viene da ciò che lei è e non da ciò che le chiedono un uomo o la consuetudine.

È una madre amorosa, che comprende la solitudine di Medeae se ne prende cura: “… la piccola era la figlia del re, la discendente del Sole, ma era anche una bambina triste che soffriva per mancanza d’amore. Lei non era stata capace di negarglielo quell’amore”.

È una madre che conosce bene la sua bambina, l’accetta nei suoi lati solari come in quelli oscuri, e vuole solo il suo bene: “Ma c’era troppa forza dentro quella bambina e troppa sensibilità. Non era un bene che una forza così grande fosse unita al rancore”. A Medea, perciò, vuole insegnare ad amare, a comprendere, come dovrebbe fare una vera madre: “Non voleva lasciarla sola prima di averle potuto insegnare a controllare il suo istinto. Prima di tutto, di averle spiegato come si fa ad amare”.

Morgar, però, muore troppo presto e non può fare altro che raccomandarle la compassione e affidarla al Drago, al misterioso Ossevatore.

Ma chi è Morgar, oltre che la madre spirituale di Medea? Che donna è?

La “sconosciuta dai capelli rossi”, “la straniera che abita sul fiume” è una donna che ha sofferto (ha perduto il suo uomo e il suo bambino) ma è riuscita a trovare l’equilibrio, a conservare la capacità di dare amore, di “insegnare (ed esercitare) la compassione”, come dice Calciope alla sorella Medea, che non riesce a fare altrettanto.

Morgar è capace di capire. Giustifica Eeta quando Medea  accusa il padre di essere un tiranno che tiene lontano il commercio e chiunque si avvicini a Iolco: “Tuo padre vuole evitare guerre e epidemie … ; e quando Medea l’avverte che il re diffida anche di lei, risponde: “Ha paura, cara, e la paura nasce sempre dall’ignoranza”.

Morgar aiuta anche chi non la accoglie e chi ha comportamenti che lei non approva (aiuta  la madre di Medea a partorire, le procura erbe per mantenere la bellezza e per avere un nuovo figlio, e sarà questo che la porterà alla morte).

Morgar ha conosciuto l’amore – vero e ricambiato – del suo uomo (Anteo, che pratica la tauromachia e viene ucciso dal toro). Quest’uomo la chiama Cerinea - “cerbiatta” - (“È
un nome che non ti si addice
” afferma Medea) ) perché la vede con gli occhi del cuore (“Mi vedeva con affetto”), sa leggere in lei la dolcezza e la tenerezza. Il loro amore ha generato un bambino simile al padre, nato prematuro e subito morto. Per sfuggire al ricordo troppo vivo e presente di quelle perdite, Morgar ha lasciato la sua patria ed è venuta a Iolco, quando Eeta ancora non aveva chiuso le frontiere. Morgar subisce la perdita del figlio, Medea sceglierà lucidamente di perdere i suoi..

La nave Argo è un’altra grande figura femminile.

Medea vuol conoscere il mondo, viaggiare, vorrebbe essere un Argonauta. La prima volta che vede la nave Argo cerca “di immaginare cosa si provasse a navigare, col vento in faccia, sopra una nave come quella, spinta dalla forza di uomini liberi”.

Gli Argonauti non amano Medea e lei ricambia questa ostilità. Invece ama (riamata) la nave Argo, che le somiglia: è una donna forte, potente e magica come lei: “Era entrata in sintonia con la nave fin dall’inizio … Ne percepiva la forza, l’anima immortale”. Per Orfeo invece Argo è nauseabonda: odora di “salamoia, di escrementi, di cibo mal cucinato”. Ma Orfeo non è carne e sangue come Medea (e come Argo).

La nave Argo è un personaggio magnifico, una persona, splendida donna.

Giasone la vede così: “Contemplò Argo. La grande nave sembrava respirare nella brezza, cullata da onde dolci e leggere. Era una creatura viva, fatta di fasciame solido ed elastico, di corde robuste e lunghi remi potenti. Aveva in sé qualcosa di forte e vitale, come se fosse posseduta da una divinità”; dice di lei Orfeo: “Argo è femmina, come la dea che, dicono, si nasconde nella sua prua;  e Medea quando il Drago le fa percepire la sua presenza, subito pensa: “La nave pareva una creatura viva.”

È un’altra donna (come Morgar, Medea, Ipsipile) piena di passioni (“freme”), una donna-eroe che vuol conoscere il mondo.

Così la descrive lei Orfeo nel suo diario quando gli Argonauti sono fermi a Lemno: “Argo freme, è destinata a grandi imprese, vuole riprendere il largo … dondola smaniosa, con le stive gonfie di è olio e di vino”. È come una donna incinta, piena di provviste e di doni: l’aggettivo “gonfio” e “pesante” è usato proprio per descrivere le donna che aspettano figli - Ipsipile e Medea - i loro seni colmi di donne forti e piene di desideri.

Ed è forse l’unica “donna” che Giasone ama davvero.

Orfeo scrive - dopo la partenza da Lemno e dopo aver superato “tempeste difficili perfino da raccontare” - che “Argo le ha attraversate indenne e Giasone la ama ogni giorno di più”. A Giasone il cuore “sanguina” al pensiero di abbandonarla quando deve fuggire da Iolco: “ Tornò col pensiero al giorno della partenza degli Argonauti. Quanto tempo era trascorso da allora? Sembrava una vita intera. Ricordò Argo, magnifica nella luce abbagliante del mattino. Il suo cuore sanguinava al pensiero che non l’avrebbe più rivista”. Giasone non prova niente di simile nel separarsi da Ipsipile che pure è incinta di lui (“Argo mi aspetta”. Mi dispiace Ipsipile.”); e nelle ultime pagine del libro, quando, dopo aver perduto anche il padre Chirone, ormai solo, cerca la pace sul monte Pelio in compagnia di Orfeo, l’unico legame col passato che gli sia rimasto, dice: “… vedo Argo, la mia meravigliosa Argo, più dolce di un’amante, le sue possenti fiancate, le sue ali di remi …”. Anche Medea rimane per sempre nei suoi pensieri (“Medea di Colchide non si dimentica”), però Argo dà solo gioia e bellezza, senza dolore e senza strazio.

Giasone, insieme a Orfeo e agli Argonauti, è il personaggio maschile più significativo del romanzo.

È un giovane eroe bellissimo, che fa innamorare la primo sguardo: “È l’uomo più bello del mondo. Se non è un dio, allora chi è … mi sono innamorata’” dice di lui la cugina Anfimone quando lo vede la prima volta.

Per Ipsipile, la regina di Lemno, Giasone è “perfetto”. E Orfeo :“Se Dio è uguale a noi, è così che lo immagino, con quei riccioli dorati simili a grappoli d’uva danzanti sulle guance”.

Come Medea ha capelli molto particolari (anche se di colore opposto) ed è diverso dagli altri. Ecco come lo vede Pelia quando per la prima volta si presenta a lui:“ Lo sguardo gli cadde su una testa di capelli biondi. I ricci, densi e aggrovigliati, gli scendevano sul petto coperto da una pelle di animale. Stringeva nel pugno due lance e non aveva il capo chinato come gli altri”.

Giasone, che ha perduto il padre da bambino, viene allevato ed educato da Chirone, un uomo con il viso e le gambe di cavallo, un mostro nato dalla violenza subita dalla madre quando era una ragazzina che raccoglieva corbezzole nel bosco (“Erano in tre e puzzavano di cavallo, nitrivano come cavalli”). Chirone – come Morgar - è una creatura strana e diversa e - come Morgar – vuole il bene del bambino di cui si occupa, gli insegna valori autentici (“Il dovere di un  uomo è aiutare i suoi simili”), desidera che abbia il meglio, anche se Giasone ne farebbe a meno volentieri: “Padre, voglio restare qui, voglio diventare un cacciatore esperto come te”… “C’è un intero mondo che ti aspetta là fuori, Giasone”.

Giasone, però, - come Medea – non fa suoi tutti gli insegnamenti del maestro.

Medea gli dice che nel suo cuore albergano “ambizione” e “avidità” e lui non nega, si sente scoperto. Mentre sono in fuga da Ioclo, Orfeo esprime all’amico i suoi timori di avere presto “tutta la Colchide alla calcagna” e Giasone risponde:“ La figlia del re ci sarà utile”. Non dice “la mia amata Medea ci salverà”; e Medea, che l’ha sentito non vista “ abbassò la testa umiliata”.

Quello che Giasone vuole è un figlio che custodisca la sua tomba: anche i figli sono qualcosa che serve a lui, alla sua ambizione, a perpetuare se stesso. Giasone – come lui stesso confida a Orfeo – non crede nell’aldilà: l’immortalità è data dai figli perché a loro si trasmette il potere conquistato in vita. È questo a guidare Giasone: il figlio che aspetta da Ipsipile non è il suo bambino ma “ il figlio della reggente”, che sarà “re di Lemno”, un trofeo da portare con sé per farne l’erede (“un giorno mi raggiungerà a Iolcomi piacerebbe veder crescere il figlio della reggente per portarlo con me, un giorno”)

Questo bellissimo e giovane eroe non è poi un grande uomo.

Pelia fa leva sulla sua fragilità, sulle sue insicurezze: Giasone va nella Colchide per riscattarsi dall’essere stato allevato, e quindi in un certo qual modo dall’essere figlio, di un diverso, di un uomo/cavallo, di un mostro (“Vuoi che ti chiamino Re Cavallo? Vuoi che un intero popolo rida di te?”).

Confessa di “non sapere cosa vuole” e l’impresa a cui Pelia lo costringe  gli permette anche di “prendere tempo”,  di “rimandare tutte le decisioni”: “Ho bisogno di tempo” è una sua frase ricorrente.  Per molto non sa neppure se ama o no Medea: al padre Chirone dice che non lo sa, sa solo che le è entrata nel sangue. Si accorge di amarla solo dopo che lei è riuscita a far uccidere Pelia: toccare con mano la potenza – sconvolgente, distruttiva, inarrestabile - dell’amore gli fa capire che “Medea faceva parte di lui, nel bene e nel male

Giasone è sempre controllato, moderato, non perde mai il governo di sé. Dice di lui Orfeo : “Ha ereditato la saggezza di Chirone, suo padre adottivo” e sa controllare sentimenti e passioni in vista di un fine. La “saggezza” di cui parla  Orfeo si può forse intendere come la capacità di mantenere la giusta distanza emotiva dalle vicende, di tenere sotto controllo gli impulsi. Com’è diverso quest’uomo dalla Signora dei filtri che tanto lo ama!

Ed eccoci a  Orfeo, il ragazzo gentile che nel suo diario racconta l’impresa degli Argnonauti.

È da subito l’amico vero di Giasone. Si incontrano per la prima volta alla scuola del maestro Saturnio dopo che i compagni di studi hanno preso in giro Giasone chiamandolo figlio del cavallo: “Giasone si accoccolò, stringendo al petto la sua tavoletta. Rimase stordito e sudato a fissare il vuoto, desiderando con tutto il cuore di essere sull’altopiano, insieme a suo padre, a seguire le orme dei cervi e a fare il bagno nell’acqua fredda del ruscello. Ovunque ma non lì. Poi una piccola mano si insinuò nella sua “Non fare caso a loro, sono stupidi”. Si voltò di scatto, trasalendo. Un ragazzino basso, con i capelli ricci e gli occhi penetranti e tranquilli gli stava sorridendo … “

Orfeo rappresenta l’equilibrio, per questo teme Medea. Ha la capacità di accettare con serenità la vita in tutti i suoi aspetti, anche violenti – come il sacrificio del toro -  o drammatici - come la morte della amata Euridice.

Orfeo è accogliente: si apre alla vita, la accetta, ne riconosce il valore e il significato, aldilà delle contraddizioni con cui si manifesta e delle ferite che infligge, perciò sceglie di legarsi ad Atalanta. Afferma: “Non è Euridice ma è la mia donna. Sono rassegnato e contento insieme”. E quando Giasone, dopo che Ila, violentato da Ercole, si è suicidato, gli dice “Credo che a modo suo Ercole volesse bene a Ila”, Orfeo risponde “ Sì, lo credo anch’io. Non scegliamo chi amare, né come si esprimerà il nostro amore. L’amore è sempre una responsabilità”.

Gli Argonauti di cui Orfeo ci parla non sono eroi perfetti, eroi dell’epica classica.

La partenza della nave Argo è una partenza moderna, non è eroica: fa venire in mente quella dei marinai di Colombo nel film La conquista del paradiso. Gli affetti familiari predominano: anche Giasone è un figlio che lascia il padre, che ha paura dell’ignoto e che ha bisogno di conforto (in quell’occasione chiama per la prima volta madre Alcimede, che lo ha fatto allevare dal centauro invece di tenerlo con sé).

E anche se Orfeo nella prima pagina del suo diario scrive “Siamo in cinquanta e siamo chiamati Argonauti… tutti uomini nel fiore degli anni, tutti campioni”, Giasone, che ha uno sguardo meno sognante di quello dell’amico poeta, li vede così: “Ordinò  di smettere di remare e ottenne in cambio un grugnito di sollievo … Lunghi sorsi voraci … uomini muscolosi cotti dal sole, induriti dal salmastro … mandavano giù senza protestare il vino diluito, si accontentavano  …”.

Anche i più importanti, che Orfeo nomina, sono descritti come persone molto normali: Castore e Polluce che “siedono affiancati … intenti a giocare con noccioli che tirano in aria e riafferrano al volo”; Atalanta che affila con pazienza la lancia scheggiata nel’impatto col cinghiale che ha ucciso l’indovino; Meleagro che beve un po’ di vino …

Neppure la loro fine è eroica: muoiono per atti di violenza (Ilia); uccisi da animali selvaggi (l’indovino Idmone) o dalla malattia (Tifi).  Non esiste neppure il mitico vello d’oro: il tesoro di Eeta è costituito da “cumuli di pepite grosse come uova poggiate su consunti velli di pecora”. Un’altra immagine visuale nitida, incisiva, memorabile: ributtante e inquietante (l’espressione grosse come uova fa pensare ad animali preistorici e mostruosi che potrebbero nascere da un momento all’altro) ma anche triste (consunti velli).

Insomma: solo la nave Argo è l’autentico eroe dell’impresa, come Medea è l’unico eroe (una donna-eroe!) di questa drammatica e stupenda storia.

 

 

 

 
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