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recensioni

Filomena Ciavarella, "Versi per l'invisibile"

1 Marzo 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Versi per l’invisibile di Filomena Ciavarella (Transeuropa Edizioni, 2020) è una raccolta poetica che segue il destino del filamento indelebile dell’anima, il retaggio celebrativo dei sentimenti, nascosti e protetti nell’impercettibile speranza della comprensione umana, dilatati nel limite dell’inclinazione delicata della poetessa che difende la persuasione di vivere oltre la mediazione delle sconfitte e la consapevolezza dell’angoscia. I versi ricompongono laceranti sofferenze, indicano il senso compiuto e puro di ogni confessione emotiva, analizzano le traiettorie primordiali dell’autobiografia, ispirata e conservata nel giudizio del profondo vissuto, trasportano il bagaglio sentimentale della poetessa alla stabilità dei ricordi e percepiscono la resistenza dei rapporti affettivi. La qualità espressiva della poesia è funzione e proprietà esistenziale, estende pagine diffuse nel prolungato e accorato elogio all’amore, nella generosa consistenza della memoria e nell’istintiva intimità di luoghi, di persone amate e di assenze sofferte. La poetessa destina la sua viva maturità nell’evidenza dei valori smarriti in cammino e in pena per l’allontanamento continuo delle voci partecipi, condanna la freddezza del distacco sostenendo la tenerezza, ripercorre la vicinanza ritrovata con rara poesia. La suggestiva ossessione del sentire e della passione guida i pensieri, allinea la spontanea complicità della presenza amorosa, dona l’interiorità e la corposità di ogni intesa sensibile. Una poesia dedicata al raccoglimento nella concentrazione del silenzio e nella benedizione degli avvenimenti privati, dove la parola diventa la forma di comunione assoluta con i legami vitali più duraturi. Il fine universale e sensoriale delle poesie di Filomena Ciavarella rafforza la percezione della libertà creatrice e mantiene la stabilità delle sensazioni nell’azione immanente dell’agire in nome dei desideri per superare gli ostacoli. Versi per l’invisibile trasforma il passaggio transitorio della causalità dei comportamenti umani adeguando l’analisi delle conseguenze nella loro graduale sparizione dalla regione dell’indifferenza. L’invisibile è la dimensione di ogni lieve sguardo sulla inafferrabile lontananza. La poetessa dedica la natura estetica della sua poetica alla conciliazione del senso, all’insieme strutturato degli intenti di esplorazione, incisivi e contenutistici, incoraggiando l’aspetto della conoscenza e la rappresentazione della realtà. Una poesia naturale, un’esigenza quotidiana di bellezza, in cui la materializzazione delle paure e la manifestazione delle visioni interiori permettono di consumare la parola scritta nell’istinto alla ricorrenza della vita. Nella tormentosa incertezza del futuro l’oscillazione inavvertibile del tempo muove la curva della poesia nello spirito rivelato della memoria, sconfinando la distanza di una consuetudine disincantata nella volontà dei versi e nel continuo attraversamento di ogni ombra, nella superficie di ogni coinvolgimento.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

Serraglio d’amore

 

Un lieve serraglio d’amore

mette il laccio al tramonto

come una bella di notte

che nel suo intimo chiude

l’ultimo raggio di luce

E nella sua gemma preziosa

attende,

attende silenziosa

la nascente aurora.

 

 

Incerta bellezza

 

Incerta è la bellezza

È un filo d’erba nella stanza

Non lontana da te

Tenue come piuma al vento

Prima di volare via

Ancor più candida nella memoria

Da quando l’invisibile

l’ha presa con sé

 

 

Lettera d’amore

 

Le voci sonore all’imbrunire

Fanno eco dove si svuota

l’estasi nel lento cadere

della luce

in uno splendido

volo su bianche ali

di cigni nella notte

Si rivelano antiche

danze di tempi andati

nel vento odoroso di menta

sulle scie che primavera

lascia nel suo canto innocente

È la più bella lettera d’amore

che il tramonto consegna

all’oscurità

 

 

Il cerchio fra le dita

 

Tra le dita teniamo

il cerchio

per rendere l’ignoto

al suo arco

Lo accarezziamo,

fino a quando si leverà

in un luogo senza - luogo

e la matassa troverà il filo

come fiore sotto il cielo

E la folgore ardente il senso

sulla vela del sudario

 

 

Fu così che si son piantate le viole

 

Fu così che si son piantate le viole

Sono vive nel deserto della notte

I petali raggiano l’inafferrabile

Sulla soglia tremano

nel giorno

che sempre si smarrisce

 

Ed è così che si son piantate le viole

negli occhi fermano

la notte

arrivano da un fiume millenario

sulle strane pendici

dell’invisibile

 

 

 

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Patrizia Poli, "L'ultima luna"

24 Febbraio 2021 , Scritto da Ida Verrei Con tag #patrizia poli, #lultimaluna, #idaverrei, #recensioni

 

 

 
 
 
 
Ogni parola è sempre scritta pensando ai lettori, ai cuori da far vibrare”, dice Patrizia Poli. E ci riesce, ancora una volta, con un romanzo che è storia, la storia di una vita che non si svolge sotto il segno di grandi avventure, né di episodi fortemente drammatici. Mary, la protagonista, non è un’eroina né una vittima, ci sono illusioni e delusioni, ma non guarda il mondo che la circonda con rancore, né con distacco, la sua storia si racconta su uno sfondo che spesso diventa il vero protagonista. Un contesto che diviene speciale, perché lo è e perché l’autrice così lo conosce, così lo ha vissuto.
Una storia, una vita, un mondo. Una strana casa a forma di manyatta, sull’orlo del Masai Mara, un’insolita famiglia inglese benestante, dove ciò che accomuna padre e figlia è il grande amore per l’Africa, la gioia e il piacere di galoppare per la savana, mentre la madre angloindiana vive chiusa in se stessa con l’unico sogno di lasciare il Kenya e andare a vivere in Inghilterra.
Dopo un dolore inaspettato, sempre inaspettato arriverà per Mary anche l’amore. Ma la storia non si chiuderà come la più tenera delle fiabe, ci saranno difficili prove che la protagonista dovrà affrontare, anche se ne uscirà arricchita e certamente più forte.
Più che la trama, quello che colpisce nel romanzo di Patrizia Poli è l’atmosfera che si nutre di riferimenti culturali ma soprattutto di emozioni che svelano immedesimazione e una tecnica descrittiva che combina ritratto e racconto. Come, per esempio, l’articolata narrazione dei cortei di animali per i boschi della savana, che si trasforma in un vero e proprio affresco della terra africana. E’ una sorta di mescolanza tra reportage e la memoria di emozioni assimilate alla fantasia.
Ancora un romanzo bello e particolare, che conferma Patrizia Poli scrittrice di talento.
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Eleonora Fasolino, "Amabile inferno"

20 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Amabile inferno

Eleonora Fasolino

 

Milena in love

pp 360

 

 

C’è una parola sola per Eleonora Fasolino: brava. Scrive benissimo, con tutti i tempi narrativi giusti, senza dilungarsi e senza aver fretta.

Soprattutto ha saputo creare uno di quei personaggi che restano iconici, che entrano a far parte dell’immaginario collettivo, come Edward Cullen o Christian Grey. Lei ha creato il nostrano Manfredi Vergara, uno che già dal nome ti scatena gli ormoni.

Bello e impossibile. E l’amore impossibile, si sa, è quello più intenso e romantico. Impossibile, Manfredi, lo è tre volte. Per la differenza di età, lui è un uomo fatto e lei solo una ragazzina. Perché lui è un professore e lei la sua studentessa. E perché Manfredi è… un sacerdote.

Siamo in un liceo classico romano, l’anno degli esami di maturità. Manfredi insegna, bello, bravo, intrigante. Melania Santacroce è la sua allieva, intelligente, graziosa, poetica ma niente di speciale. Forse nel cognome ha già scritto il destino di Manfredi. Sarà la sua tentazione, il suo peccato, la sua croce, la sua colpa.

Ma lui decide di vivere questa storia, di assaporarla senza pensare al futuro, di considerarla una parentesi. Per Melania, Manfredi è tutto, è l’amore, è la scoperta del sesso, è l’ingresso nella vita adulta, è un rischio e un conforto insieme.

La vicenda si svolge nel presente ma si riallaccia al passato, a una precedente storia d’amore di Manfredi, al ricordo di una donna alla quale ha dovuto rinunciare. Il romanzo ha dialoghi ben sviluppati e plausibili, scene ben articolate, il sesso è esplicito - fin troppo per la sottoscritta -, senza freni e senza inibizioni. Il romanticismo, però, e il pathos sono entrambi alle stelle.

Amabile inferno è uno di quei romanzi che, col passaparola, è destinato a diventare un caso editoriale.

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Piero Paniccia, "La sconfitta"

19 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

La sconfitta

Piero Paniccia

 

libro autoprodotto

pp 288

 

Dispiace dirlo ma questo libro non doveva uscire così com’è. Si doveva avere la pazienza di revisionarlo da cima a fondo, a cominciare dalla banale giustificazione del manoscritto sul lato destro, fino ai dialoghi con quel “disse” che comincia, non si sa perché, dopo il punto. Senza contare discorsi iniziati e non finiti, ripetizioni a raffica. E via discorrendo.

Detto questo, anche la storia, sebbene interessante per capire come funzionano certi ambienti corrotti, è pesante e farraginosa, fra incidenti stradali, malaffare, corse in bicicletta e omicidi.

A Roma, l’ex ciclista Fausto Proietti muore, apparentemente per infarto del miocardio, almeno così dice il medico legale, ma, forse, si è trattato di un misterioso incidente avvenuto giorni prima su un autobus. C’è di mezzo un’assicurazione e la famiglia pretende il risarcimento. Il genero Paolo indaga sulla morte del suocero e poi su quella dell’avvocato che segue il processo.

Almeno per tutta la prima parte, la trama non decolla. Il tutto diventa più piacevole solo quando ci si addentra nella vita dello scomparso. Del fu Fausto scopriamo che aveva una passione per le corse ciclistiche e che non andava d’accordo con il proprio padre, Antonio. Era un bravo ragazzo, lavorava e si allenava con successo ma, quando era stato pronto per il salto nel professionismo e per la prova olimpica, una serie di sfortunati contrattempi e una brutta broncopolmonite lo avevano fermato.

Fausto lavora, si sposa ma ha un carattere scontroso e una mentalità da campione fallito e disadattato. Una parte di lui è preda della nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Ma, dentro, è sicuro che un giorno riuscirà a provvedere al benessere della famiglia, arricchendola in qualche modo.

Sarà così ma lui, defunto, non avrà modo di saperlo e questa sarà la sua “sconfitta”, unita al rancoroso livore della famiglia nei suoi confronti.

Dopo la sua morte la famiglia si accanisce e si disgrega per ottenere l’indennizzo dell’assicurazione, dimenticando lui e la sua memoria. Le complicate vicende processuali, fino a tre gradi di giudizio, sono raccontate con ridondanza ammirevole ma pure stancante. Viene ben ricostruito un ambiente tentacolare malavitoso che ricorda “mafia capitale” e i recenti intrighi criminali romani, e che si ricollega addirittura alla famigerata banda della Magliana. La corruttela avvolge la vicenda, inquina le prove e l’autopsia, si ramifica nella politica, nelle istituzioni e nei servizi segreti deviati, impedendo alla famiglia di Fausto - difesa da un avvocato a sua volta corrotto - di ottenere il giusto risarcimento. La famiglia stessa si disgrega, dilaniata dai litigi interni e sfinita dall’iter processuale.

Ma, alla fine, una fioraia gentile e sprovveduta, capace di un tenero, postumo e sognante amore, rimetterà le cose a posto, in quelle che sono anche le pagine migliori e più poetiche del romanzo.

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Giovanna Strano, "Parlami in silenzio Modì"

12 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #giovanna strano, #recensioni, #pittura

 

 

 

 

Parlami in silenzio Modì

Giovanna Strano

 

Aiep Editore, 2020

pp 272

14,00

 

Un’altra bella biografia romanzata a firma Giovanna Strano. A parlare in silenzio è Amedeo Modigliani, scultore e pittore livornese, ebreo sefardita, artista bohemienne maledetto, morto precocemente dopo una vita di eccessi tutta dedita all’arte, all’affinamento della ricerca, allo studio dei volumi e dei colori. Lasciarsi ritrarre da Modigliani equivaleva a farsi spogliare l’anima, metterla a nudo, ma anche avere uno scambio con il pittore, fondersi con lui persino fisicamente.

Il romanzo ripercorre la sua vita, dalla nascita - nel letto che la partoriente condivideva con gli oggetti ammassati per evitare il pignoramento - alle numerose donne che lo hanno accompagnato e alle quali ha dato amore ma anche tormento. Donne belle, forti, indipendenti, che per un periodo gli hanno fatto da muse ispiratrici e da sostenitrici, per poi arrendersi all’impossibilità di vivere con un alcolista, un drogato, un fedifrago devoto solo alla sua arte, anarchico e libertario nel profondo. Donne che, alla fine, lo hanno abbandonato, tranne la dolce e sfortunata Jeanne, la più giovane, la più innamorata, la più ingenua, di cui tutti conosciamo la tragica fine.

Una vita minata dalla malattia, bruciata in fretta, consapevole della propria brevità, ardente di passione umana e artistica, vissuta in luoghi sordidi ma fervidi di cultura e arte.

Più che un resoconto di fatti, il romanzo della Strano è due cose: una splendida ricostruzione d’ambiente - la belle époque, Parigi, i quartieri di Montmartre e Montparnasse, il crogiolo di avanguardie letterarie e fermento artistico all’ombra della prima guerra mondiale - e una carrellata di dipinti e sculture, studiati nella loro plasticità ma soprattutto nel loro significato filosofico e umano, perché fra modello e pittore s’intuisce una corrente di comprensione e di scandaglio che va oltre il rapporto artistico. Ogni figura è interpretata nell’animo ma anche riportata alla sua essenza storica, alle sue origini culturali.

Il testo mi ha ricordato il film I colori dell’anima di Mick Davis, perché anche qui una vicenda che potrebbe essere carica di pathos viene invece vivisezionata nel suo contenuto intellettuale, di riflessione sull’arte, e questo si rispecchia nei dialoghi viziati da un didascalismo che li fredda, ma che trova il suo riscatto nella commovente e bellissima analisi finale dell’autoritratto di Modì. Uomo, artista, donnaiolo, bevitore, bruciato dalla passione, mangiato dalla tubercolosi, ma immortale, per noi, per tutti, per l’eternità.

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Milena Tagliavini, "Ricognizioni"

2 Febbraio 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Ricognizioni di Milena Tagliavini (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è una conferma introspettiva all’analisi autonoma della forza poetica, all’indagine inconscia dell’esistenza. Milena Tagliavini prende atto della coscienza osservando la confidenza finalizzata al riconoscimento del proprio mondo, esaminando la propria interiorità interpretata da idee, intenzioni ed esortazioni che generano l’essenza dell’identità della poetessa. I versi, estendono la percezione interna all’attività riflessiva del pensiero, esprimono la voce dialogante con l’anima, dispongono l’intesa della comprensione con il trascorrere dell’autenticità del tempo, dilungando la veridicità degli stati d’animo. L’autrice attinge le sensazioni, raccoglie il riscontro dei sentimenti attraverso ogni manifestazione esplorativa, identifica il percorso esistenziale con l’itinerario della sensibilità, rileva gli accertamenti dell’ispirazione. Il privilegio e la grazia di concedersi una mediazione nella comunicazione elegiaca, permette di verificare la qualità medianica degli avvertimenti sensibili, di descrivere l’evocazione delle convinzioni, la persuasione dell’esperienza. Lo spirito che riflette la luce delle intonazioni umane, irradia una telepatia di emozioni, scorge sempre un significato ultimo da attribuire alla vita, al senso di ogni valore, alla direzione da intraprendere, al messaggio di speranza da divulgare. Il coinvolgimento psicologico ed antropologico della poetessa valuta reazioni profonde ai propri interrogativi sull’abilità del vivere, inseguendo la continua evoluzione dell’inconoscibile, insondabile mistero dei tentativi, cercando di confermare l’universalità della comprensione. Dimostrare la disponibilità dei fenomeni umani, fornire il requisito della saggezza è lo spunto di riflessione per manifestare la presenza oltre l’invisibile linea di confine dello spirito, per invocare la libertà e la volontà delle contraddizioni terrene, per restituire la fermezza del giudizio e della ragione nell’ambito dell’emozionalità, dell’atteggiamento agnostico sui dissidi esistenziali. La poesia di Milena Tagliavini amplifica i quesiti umani universali, propone domande sull’uomo e sull’origine della bellezza, offre la resistenza all’insicurezza, cercando di colmare il vuoto della provvisorietà, superando il tragitto dell’inquietudine, placando la diffidenza oltre ogni apparenza. La poesia, consumata dal tormento doloroso dei conflitti irrisolti o irrisolvibili, strappa con dolore vivo ogni nuova lacerazione, intervallando il ritmo persistente del tempo che scorre, sussurrando la suggestione dei versi adagiati sulla pagina, con la lieve e consapevole consuetudine alla malinconia, ricostruendo dall’indifferenza la sostanza della luce anche attraverso le ombre degli ostacoli. Il monito delle oscure difficoltà permette l’adattabilità dello sguardo a vedere oltre, rischiarando la luminosità del raggio visivo nel riscatto dei versi. Ricognizioni accoglie la necessità della speranza ed evidenzia il disincanto, alternando rumore e silenzio, affermando l’intimità della poesia che risolve le ostilità, travalicando le siepi. Nella costante ricerca stilistica la generosità emotiva perlustra il presentimento del sentiero vitale attraverso percorsi obliqui, trattiene la fragilità con l’intento di aggirare il richiamo incisivo del monologo interiore, abita lo spazio della nostalgia, coniugando la resilienza poetica alla ricostruzione delle opportunità positive, nell’arricchimento del cambiamento e della trasformazione nelle piccole dichiarazioni impalpabili dell’amore.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

NUOVOMONDO – LA NAVE

 

Visto dall’alto è un canale

D’acqua salata con gli argini fondi,

qua di cemento e là di lamiera.

 

Si spacca la folla in diagonale,

una faglia slitta via.

 

E tutto crolla,

ma solo dentro.

 

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IL ROSA DELLA NEVE

 

Incorniciata dalla guarnizione

del parabrezza tra il ponte e le strade

l’aureola appare come altro a sé.

 

Sarebbe una voce capace di tagliare

il nastro della ragione che ci lega qui

se con la pazienza di un docente

non ci dimostrassimo ciechi

di fede ogni giorno il teorema.

 

Così la fila avanza e lascia

una curva in discesa ai lati

della labbra mentre le dita

dei monti affrescano l’impossibilità

di catturare il rosa della neve.

 

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LA TRAPPOLA

 

Con pazienza ho infilato per ore

i punti dell’ago come se la danza

delle dita fosse un rituale,

la pozione per ignorare il tempo.

Nell’urgenza del respiro

non avevo che questa azione inutile,

che restare sola senza parlare

dentro i muri.

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MANI

 

Proprio oggi ho visto le tue mani

scolpite nelle sue. Mi ricompari

a tratti, a pezzi, ancora viva.

Sono carne di nostalgia le dita

di marmo molle senza rughe

e con lo smalto scuro. Sguardo

che richiama di fianco la tua assenza,

corpo invisibile tra noi.

 

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TRA DUE MURI

 

Mi volti le spalle e vai tra due muri

di fiori, hai le redini

di ciò che è stato. Il piede alzato

per il passo e la sensualità

del vento in una curva sui capelli

non si perderanno. La carta

e gli occhi scambieranno

per anni le interpretazioni.

 

Oggi il non visto ha un senso

D’arresto che si prolunga,

di sospensione del fiato mentre

la palla sta alta sulla rete.

 

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UNA SVOLTA

 

È una svolta che forse non c'è

questo giorno colmo di pensieri.

 

Sei un uomo con le valigie piene

D’aria. Ogni volta che le aprirai

darai pane ad altri respiri.

 

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CREAZIONE

 

Ho creato una breccia fra le mura,

un’evasione di note.

Una preghiera materiale

del corpo vivo.

È carne e terra e cielo.

Ha il sapere, oltre le regole

dei soprusi della ragione.

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Gustavo Vitali, "Il Signore di Notte"

24 Gennaio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gustavo vitali

 

 

 

 

Il Signore di Notte

Gustavo Vitali

 

Libro autoprodotto

pp 513

19,00

 

 

È difficile recensire questo libro. Il signore di notte di Gustavo Vitali è senza dubbio un testo di grande valore.

Ma.

Un giallo storico, ben scritto, ben sviluppato, con tutte le cose al posto giusto, a partire da un’ottima scrittura – appena qualche ripetizione o allitterazione di troppo -, per continuare con azione e colpi di scena. Soprattutto un’ambientazione vivissima e piena di atmosfera, dove ogni oggetto, ogni luogo, ogni usanza, sono visti, odorati, assaporati, ricreati attraverso una documentazione ineccepibile. C’è persino una buona interpretazione psicologica dei personaggi. Francesco Barbarigo – il magistrato investigatore seicentesco che indaga insieme al più serio e concreto capitano Stella– è ben tratteggiato nei suoi pregi e difetti molto umani, al punto da non risultare poi nemmeno troppo simpatico.  

Niente da eccepire, quindi, un notevolissimo lavoro di scrittura e di storia ben amalgamati.

Ma… ma non posso negare che la continua sospensione delle vicende in favore della ricostruzione storica, applicata in modo maniacale a qualsiasi elemento - dall’architettura, alle ambientazioni, agli usi e ai costumi - alla fine inevitabilmente interrompe il flusso della trama e – considerate anche le cinquecento e più pagine – diventa pesante. Trasforma il romanzo in un libro per addetti ai lavori, per appassionati. Lo rende, insomma, meno fruibile dal lettore comune.

Francesco Barbarigo – personaggio effettivamente esistito – Signore della Notte al Criminal, deve indagare sulla morte di Nicolo Duodo, un nobile in miseria, costretto ad accattare incarichi burocratici per tirare avanti. All’inizio Barbarigo coglie il suggerimento del proprio amatissimo fratello Gabriele, e indaga su un “bravo”, certo Rimondo, che col morto avrebbe avuto dei dissapori importanti. Ma la verità sta da un’altra parte.

Durante l’inchiesta il Signore della Notte s’ imbatte in varie figure e, nel contempo, porta avanti anche la sua vita privata, fatta di affetto per il fratello più godereccio, fatta della scoperta di essere stato oggetto inconsapevole di un amore omosessuale e, soprattutto, del contrastato e inquietante rapporto con la bella Gigliola.

Nonostante tutto, ripeto, non si può negare il merito dell’opera, la sua fantastica capacità di farci rivivere la Venezia del cinquecento e seicento. Sentiamo lo sciabordare dell’acqua nei canali, i lamenti dei prigionieri sul Ponte dei Sospiri, vediamo i colori sgargianti delle vesti maliziose delle nobildonne e le tavole imbandite, assistiamo ai duelli nei vicoli bui e nelle calli. Uno splendido e inimitabile affresco d’epoca, un’opera che denota non solo interesse storico ma vero e proprio amore per la splendida, concreta ma evanescente, Serenissima.

 

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Antonio Messina, "Come una nuvola dentro un cortile"

21 Gennaio 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Antonio Messina e la poesia del tempo perduto

Come una nuvola dentro un cortile
Nulladie Edizioni - pagine 55 – Euro 11

 

Antonio Messina è un autore che conosco e apprezzo da quasi vent’anni per aver pubblicato buona parte della sua produzione fantasy e per ragazzi con Il Foglio Letterario Edizioni, romanzi e racconti premiati dal consenso del pubblico e della critica, scritti con uno stile sopraffino, lontani dalla poetica del best-seller quanto vicini a quella della letteratura.

La poesia di Messina traccia una linea di demarcazione netta con la sua narrativa, perché meno solare e fantastica, più introspettiva e densa di contenuti nostalgici. Come una nuvola dentro il cortile sorprende per freschezza d’immagini e poetica del ricordo fuse in un intenso afflato lirico che prende per mano il lettore esortandolo a condividere identiche emozioni. La Sicilia è la terra natia del poeta, il luogo dove tornare con la mente e con il cuore, come il vecchio professore de Il posto delle fragole di Bergman si fermava a rivedere la casa paterna rivivendo il passato con intensi flashback immaginari. La lirica diventa canto di un esule volontario che ripensa cortili, arenili, rocce, mulattiere, strade di paese, padri che rientrano stanchi dal lavoro dei campi, figure materne lontane e perdute. Il poeta è convinto che siamo come le nuvole / passioni nell’istante / frammenti di altrui pensieri …, in fondo non altro che piccoli uomini d’aria che si abbandonano alla vita. Uomini perduti, in attesa della morte, uomini che fluttuano in un cielo di stelle, che un tempo sono stati bambini, per brevi istanti vivono ancora un’infanzia immaginaria, piccoli esseri di latta, dentro le madri, in una notte eterna piena di stelle.

Antonio Messina compone un’opera unitaria, elegiaca e sognante, un maturo casellario di ricordi, legato al sapore del tempo perduto di proustiana memoria. Racconta la terra natia abbandonata e gli affetti presenti, sente che piove tra le rovine della sua vita, sa che non potrà attendere la figlia, perché non ne avrà il tempo. Spera che resti un posto nell’angolo sperduto del suo cuore, per lui che è solo pietra nell’infinito in attesa della morte, piccolo uomo fatto di vento, figlio distratto, smarrito in un sogno.

Come una nuova dentro il cortile è una raccolta preziosa, intrisa di immagini suadenti, persino struggenti, pervasa da un flebile ottimismo, perché tornerà l’estate, prima o poi, non dobbiamo disperare, anche se il poeta preferisce continuare a coltivare la solitudine immerso in una dimensione di sogno, perché in fondo sognare è meglio che pensare.

 

Per comprare il libro 

 

Gordiano Lupi
www.ilfoglioletterario.it

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Federica Cabras, "Animas"

16 Gennaio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #federica cabras

 

 

 

 

Animas

Federica Cabras

 

Officina Milena, 2020

pp 198

15,00

 

Federica Cabras ha due anime. Una è moderna, arguta, divertente, e scrive romanzi d’amore e d’allegria, infarciti di dialoghi spassosi e battute. L’altra è l’opposto: morbosa, tellurica, ancestrale, affascinata dalla sua terra e dalla morte. È quest’ultima la Cabras migliore, la Cabras deleddiana, che ritroviamo in Animas, il romanzo della piena maturità artistica.

Animas è ambientato in Sardegna, come tutti gli altri testi dell’autrice, ma questa è la Sardegna più cupa e vera, quella delle faide, della pastorizia, del sangue e del trapasso. Animas è un romanzo gotico a tutti gli effetti – oggi lo si chiamerebbe thriller o horror -, basato su maledizioni, leggende della notte dei morti, incubi e defunti che non muoiono per davvero. Banale dire che la protagonista del racconto è la terra dei nuraghi, ma è proprio così, la Sardegna più buia e atavica balza agli occhi con tutte le sue tradizioni, i sui colori, gli odori e, soprattutto, la lingua.

Il personaggio principale è Graziella Ruinas, una di quelle fiere donne sarde che camminano a testa alta e a petto in fuori, che rispettano i loro uomini ma non si sentono da meno di loro. Ognuno al suo posto, uomo e donna, con orgoglio e amore. Siamo negli anni cinquanta e una maledizione grava sui maschi della famiglia Ruinas. Chi di loro muore nella notte fra il trentuno ottobre e il primo novembre – la notte dei morti – resta sulla terra per sette anni, non in forma benevola o protettiva, bensì maligna, tesa a tormentare i vivi e far loro perdere la ragione e persino la vita. È ciò che accade a Giovanni, il padre di Graziella. Sfortunatamente cade dalle scale e muore proprio nella notte meno indicata. E su queste cose, più antiche della terra stessa, si sa, persino Dio può poco.

Strani accadimenti cominciano pian piano a verificarsi, che porteranno Lucia, la madre di Graziella, sul baratro della pazzia. Ma Graziella non ci sta, indaga, vuol capire da cosa deriva ciò che la sta travolgendo, e vedere di rimediare in qualche modo. Da sola, nonostante l’aiuto del cugino Umberto, anche lui un Ruinas, anche lui in pericolo. Fra i due giovani nascerà una tenera e ruvida storia d’amore, di quelle che si vivevano allora, fra campi assolati e monti nevosi, fra bestie da pascolare e fuoco da attizzare, senza inutili smancerie ma fondate su un amore profondo ed eterno.    

Sardegna, dicevamo, terra di pastorizia e allevamento, terra dove gli animali sono rispettati per il cibo e il lavoro che forniscono ma non certo amati, non da tutti, non come nelle altre regioni, non negli anni cinquanta soprattutto. Graziella, però, è diversa. Lei ama gli animali. Si affeziona teneramente ai cuccioli di cane, prova compassione quando vengono uccise le pecore, i buoi e i maiali che serviranno alla famiglia per nutrirsi. Questa pietà - umana, nuova, moderna -, agli occhi del paese è sbagliata, è ciò che fa marcire la carne macellata. Ma – vedremo alla fine – sarà proprio un atto di compassione (come ne Il signore degli anelli), sarà l’amore per gli animali e il senso del perdono, a rimettere a posto le cose, a trasformare la morte nella speranza di una nuova vita libera.  A collegare la Sardegna di un tempo a quella di oggi.

L’unico difetto del testo è il far progredire la trama un po’ troppo a colpi di sogni, ma questo aumenta l’impressione onirica e misteriosa. Nell’insieme, un romanzo bello e compiuto, molto ben scritto, pieno di atmosfera, di sentimenti potenti, mai tenui o sottintesi, sempre accecanti come gli elementi naturali di questa aspra terra.

 

 

 

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Paolo Merenda, "Break - Confessionale punk"

14 Gennaio 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Paolo Merenda
Break – Confessionale Punk
Gonzo Editore - Euro 15 - 50 racconti e un CD

 

Di questi tempi grami ogni idea originale è benvenuta! Dio ci scampi e liberi dai Vespa Saviano Avallone Cazzulo … e chi più ne ha più ne metta! Benvenuta la musica punk e il ritmo incalzante di Questa città io non la lascerò mai, così come sono benvenuti i micro racconti graffianti e sovversivi (ma chi si scandalizza più al giorno d’oggi?) contro chiesa, potere, istituzioni, scuola e vita quotidiana. Cinquanta racconti punk che durano lo spazio di 20 righe, scritti in bianco su lavagna nera, copertina come se fosse una confezione Kinder, un break più Paolo meno Merenda (geniale!), un vero e proprio confessionale punk di storie incartate singolarmente.

Il punk, l’adolescenza, la provincia, tutto mixato e centrifugato, raccontato con un linguaggio esplicito, senza peli sulla lingua, scevro (questo termine farebbe incazzare mica poco l’autore dei testi) da perbenismi e da seghe mentali. Disagio e alienazione, odio per i manga giapponesi, amore per Alan Ford e Superciuk, invidia bonaria per un collega scrittore che ce l’ha fatta, inerzia underground e apatia quotidiana. Tutto questo è il nostro libro, completato a dovere da brani musicali d’epoca che piaceranno a chi ha amato gli Skiantos (Mi piaccion le sbarbine!), gli Squallor (Era meglio quando c’erano gli Squallor …) e i CCCP - Fedeli alla linea (Lavora, produci, crepa!). Bravo Paolo Merenda che mi hai riportato agli anni Ottanta quando qualcosa si muoveva ancora (in tutti i sensi) e faceva scandalo La vita interiore di Alberto Moravia, mica Acciaio dell’Avallone! Gonzo Editore lo trovate in rete, come tutte le cose belle le dovete cercare, ma ha un sito internet, una pagina Facebook, persino instagram come le fighette. Cosa aspettate a ordinarlo? Forse che passi Giulio il barbone o un motociclista sentimentale? Se non lo trovate, ordinatelo al Bar Da Mario e fate bene attenzione a non stare troppo contro vento. Tutte citazioni, scusate.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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