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recensioni

José Saramago, "Le intermittenze della morte"

13 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni

José Saramago, "Le intermittenze della morte"

Nella perenne opera di trovare spazio nella libreria mi è capitato tra le mani un libro di José Saramago, forse l’unico ancora non letto, che giaceva in attesa della maturazione del tempo adatto. A parte che per Saramago è sempre il tempo giusto, ma è anche una questione di gusti.

Come per le altre opere dell’autore portoghese è difficile dare un consiglio di lettura, specialmente se è la prima volta che ci si avvicina a questo scrittore. Innanzitutto lo stile, spiazzante, con una punteggiatura basata sulla lingua parlata e che richiede una concentrazione particolare per entrare nel ritmo della narrazione. Ma questi sono aspetti, come già detto, che lascio ai professionisti della recensione. I miei sono solo piccoli, brevi, consigli di lettura.

Le intermittenze della morte, letto in edizione Einaudi e reperibile anche Feltrinelli e in diversi formati, ci mette di fronte all’ipotesi che la signora dalla falce decida che in un tal paese non si muoia più. Chi era sul punto di esalare l’ultimo respiro rimane lì, sulla soglia, senza peggiorare ma nemmeno migliorare. Una sorta di cristallizzazione del tempo. Nessuno muore più. Quale miglior notizia ci potrebbe essere per l’uomo che ha due certezze, la nascita e appunto la morte? Saramago ci conduce, con ironia, nei meandri di ciò che si potrebbe scatenare se l’assurda ipotesi divenisse realtà. E se poi ci fosse un ripensamento della morte? Se invece si tornasse a morire non all’improvviso ma con un preavviso di sette giorni? E se il preavviso non dovesse giungere in tempo e qualcuno non morisse nonostante fosse giunta l’ora?

Come reagirebbe a questi cambiamenti il singolo? E lo Stato, la Chiesa, la maphia (sì, scritto proprio così)? Per non parlare delle agenzie funebri, gli ospizi, gli ospedali e la morte stessa? Ecco una ridda di situazioni sviluppate con logicità, ironia come già detto, e un’immensa fantasia a cui Saramago ci ha abituati. Basti pensare a Cecità.

La grandezza del Nobel portoghese è partire da una situazione assurda, impossibile, e sviluppare poi un ragionamento logico che alla fine ci porta a considerare sotto una luce diversa l’assurdità stessa del ragionamento. In ultima analisi non ci resta che dire che la morte non è utile, è necessaria e fondamentale per la vita degli umani. Triste doverlo dire ma è così.

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Luca Giordano, "Passa dal corpo il cielo"

11 Dicembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Luca Giordano, "Passa dal corpo il cielo"

Cos’è il cielo? O meglio, di che cielo si parla nel titolo? Non si parla certo di galassie, firmamenti, costellazioni, stratosfera, atmosfera o di zona riservata al traffico aereo. Il cielo di Luca Giordano passa dal corpo, e quindi non può essere un fenomeno meteorologico. Di che cielo parla, allora? Forse di quel luogo oltre la physis, il luogo dell’anima, il luogo della divinità.

Quel cielo contiene ciò che è celato, qualcosa che non si può vedere con occhi fisici, qualcosa di intimo che si manifesta passando da… da dove?

Qualsiasi manifestazione passa da lì.

Manifestare è rendere percepibile ciò che prima non lo era. Manifestare è dar forma, dar corpo. E tutto quanto è celato, per potersi manifestare deve prender corpo, passare dal corpo, uscendo dalla non-dimensione per entrare in dimensione.

Passa dal corpo il cielo è una metafora profonda, è il sunto della manifestazione di un mistero che ci guida nel percorso, del resto questo è la poesia: dal marasma dell’inconscio qualcosa si trasferisce nella mente e attraversa i centri nervosi fino ad arrivare alle mani per… manifestarsi…

Il cammino interiore parte dalla luce del cielo per entrare nella dimensione e nella misura, e non essere più in chi ha vissuto questa trasformazione, che ora è un codice su carta, e che chi legge decodificherà facendo un cammino inverso, partendo dagli occhi entra nella mente per poi rompere il velo, e per un attimo permettere di vedere ciò che è celato…

Luca ci vuole accompagnare in questo viaggio, e lo fa scrivendo poesie senza fronzoli, senza inutili manierismi, brevi e profonde. A volte ci sono anche delle rime, ma sono del tutto casuali, o forse volute per alleggerire il fardello di un messaggio dirompente. La scrittura di Luca Giordano è essenziale e sintetica, ed energizza la comunicazione perché, una volta raggiunta la destinazione, esplode nell’anima del lettore e lo mette davanti allo specchio delle verità profonde.

Passando dal corpo, il cielo si lascia comprimere in queste pagine, per entrare in un altro corpo e ridiventare cielo.

Del resto questa è la magia del linguaggio, l’idea diventa un codice compresso e si espande nel momento in cui arriva a destinazione. Tutta la nostra comunicazione, verbale, gestuale, scritta, visiva, musicale… vive di questo processo di compressione ed espansione. Tutta… solo che… a volte si trova chi comprime di più, e riusciamo a leggere delle poesie (ma lo stesso discorso vale per altre discipline artistiche) istantanee, fulminanti, che quando si espandono in noi prendono diverse forme e vivono di vita propria. Le leggiamo e le rileggiamo, e troviamo sempre nuovi significati… in una manciata di parole…

E a che serve usare tante parole se la sintesi è una delle maggiori qualità della poesia contemporanea, a che serve infarcire la pagina di significati quando con una pennellata di metafora ci si può lasciare andare nello Stupore?

E proprio stupore è il titolo di questa lirica…

Si muovono le foglie sfiorate dal vento.

Un lampione è nuca che s’allontana.

C’è una tristezza che toglie il respiro,

i passi ripetono un ritmo che conosco.

Alzo la testa: è meraviglia la notte.

Atmosfere, immagini, sensazioni che sono di tutti, ma che nessuno riesce a ridare, se non il poeta. Chi non si è sentito vincere dallo stupore quando, passeggiando senza meta, da solo, ha alzato la testa al cielo e… mio Dio, che bello!

Atmosfere e immagini anche nelle onde che si seguono instancabili.

Un’onda forte

Del vento di tempesta

È prima lenta

E rotolando avanza,

sale, scende

coprendo la distanza

poi maestosa alza la cresta

ed è così

che sciabordando

si sfascia la sua schiera

e arriva a riva

soltanto mormorando.

La metafora di tutte le passioni: rabbia, amore, brama, voglia, ira… cosa ne rimane quando si consuma la sua energia? Come un’onda solleva la cresta, ma poi si frange a dieci metri dalla sua fine, e il bagnasciuga è solo una carezza d’acqua e sabbia.

Chi ne è immune?

In queste poesie c’è la contemplazione della realtà come immagine dell’altra realtà, quella che passa dal corpo. Il poeta accetta le due realtà e le assimila.

E certi aspetti della realtà sono duri, impietosi.

Il libro è suddiviso in cinque capitoli, come a delineare le tappe di un percorso, una crescita che va dalla giovinezza all’addio. Non a caso la prima delle tappe non ha titolo, conta 21 poesie che contemplano la vita, la vedono intorno e la sentono dentro, riassumendola con “non s’arresta mai la vita che corre”. La tappa seconda è un momento di crescita, quasi adolescente, si intitola “mare”, e conta solo otto liriche, come il passaggio dall’infanzia all’età adulta dura circa otto anni. Il tono è pur sempre contemplativo, introspettivo, ma non c’è pietà nella crescita, e si devono affrontare le più dure realtà, si diventa grandi, poi vecchi… e il terzo capitolo si intitola “non chiamarla debolezza”, e ci accompagna per 13 liriche, un grido d’amore che dice: “arma sottile il sapere”. “Degni di un nome” ha 17 liriche che incontrano, l’altro, il diverso, e l’amore si dispiega in altro modo, dando senza chiedere, dandosi a chi, secondo noi, implora che gli si tenda la mano.

Amico down

Non uscisse quello sguardo dai tuoi occhi,

non fosse alcun difetto nel tuo corpo

non amerei di più la tua allegria.

Grato, nonostante il difetto

Fatichi ogni gioia della vita

E la godi più di quanto faccia io.

Qui c’è l’incontro con l’altro, la ricerca dell’anima dell’altro, non solo la propria, e Dio sa quanto sia difficile guardare negli occhi dell’altro, specie se l’altro è diverso.

L’ultima tappa del viaggio è “infine”, due liriche a chiusura di questo bellissimo libro, che si conclude con la promessa di un abbraccio, alla fine della strada, perché “si starà insieme oltre questi cieli”.

Claudio Fiorentini

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Masha Ronlnikaite, "Devo Raccontare": l'esigenza di raccontare e il dovere di leggere.

8 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni, #storia

Masha Ronlnikaite, "Devo Raccontare": l'esigenza di raccontare e il dovere di leggere.

E quando ti fucilano fa male?

Immaginate sentirvi fare questa domanda da vostro figlio, da vostro fratello, da un bambino qualsiasi.

Questo è cosa ha sentito chiedere Masha Rolnikaite dal proprio fratellino negli anni lontani della Seconda Guerra mondiale. Ma perché un bimbetto si pone un’angosciosa domanda del genere? Perché è un lituano di religione ebraica e già conosce la durezza e la crudeltà delle persecuzioni ebraiche in quel di Vilnius, conosciuta anche come la Gerusalemme del nord, dove inizia e si svolge la triste e tragica storia di Devo raccontare, Adelphi 2005, 284 p. 18€ la versione cartacea.

Il libro di Masha Ronlnikaite è il diario dal 1941 al 1945 di una ragazzina tredicenne che si ritrova calata suo malgrado nella disgraziata vicenda di odio razziale, smania di potere, delirio d’onnipotenza che tanti lutti ha inflitto al mondo. Una Storia vissuta sulla propria pelle e raccontata grazie alla tenacia dell’autrice che quando non ha più potuto scrivere su fogli volanti e con mozziconi di matite ha mandato a memoria ciò che era andato perduto e ciò che non poteva scrivere riuscendo solo a fine guerra a ricostruire, grazie alla memoria, le disgrazie di quattro anni. Un diario sconvolgente nonostante siano cose già trattate, lette e mai metabolizzate.

E’ la discesa dalla vita normale di una famiglia normale verso l’abisso della crudeltà, della cattiveria verso un proprio simile colpevole solo di professare una religione diversa e di far parte di genti vittime di luoghi comuni e usati da capri espiatori dal potere, a ovest come a est, da sovrani, illuminati o meno, e papi per finire alle varie ideologie del novecento. Certo non sfugge, fatte salve le diversità, che l’abitudine a vedere il diverso come fonte del male purtroppo non morirà mai. Lo stiamo sperimentando anche in questi anni di crisi. Anzi, non abbiamo mai smesso, in ogni dove, di mettere in pratica certe perverse abitudini.

La vita della famiglia Rolnikaite si spezza tutta insieme senza gradualità, subito il padre perde contatto con la moglie e i quattro figli, lui a combattere e la mamma con i figli chiusi nel ghetto creato dai nazisti e affidato alla custodia di ebrei forse convinti che l’assoggettarsi passivamente li porti almeno a salvare il maggior numero di correligionari. Ma non sarà così e nemmeno l’assecondare i nazisti nelle loro folli richieste porterà a guadagnare una sola vita. Li porterà invece ad essere accusati di connivenza e collaborazionismo. In un crescendo di vessazioni, atrocità, sadico divertimento dei sodati tedeschi cui non sembra mai venir meno la fantasia per seviziare i loro prigionieri, seguiremo la piccola Masha dal ghetto al campo di concentramento fino alla soglia della morte e al ricongiungimento con ciò che resta della sua famiglia. Un’analisi per forza di cose spietata, dalla carenza di spazi vitali alla carenza di cibo, dalla speranza in una rapida fine della sofferenza dovuta alle scarne notizie di sconfitte dei tedeschi a un’Armata Rossa sempre troppo distante e con i tedeschi sempre presenti fino all’amara considerazione che “… L'insetto sarà vivo anche domani, ma noi non ci saremo...”

C’è una grande differenza fra me e Anna Frank. Io sono sopravvissuta

A Ponar, vicino a Vilnius, vennero uccise più di 100.000 persone la cui maggioranza di religione ebraica. E' un posto che ricorre con frequenza nella narrazione di Masha Ronlnikaite.

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Raphael Jerusalmy, "I cacciatori di libri": un'occasione mancata

6 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni, #personaggi da conoscere

Raphael Jerusalmy, "I cacciatori di libri": un'occasione mancata

ll poeta francese François Villon principalmente, e poi cardinali, rabbini, principi e re come Luigi XI e Cosimo dei Medici, papi, l'Inquisizione, mamelucchi, esseni, Parigi, Gerusalemme, l’immancabile donna che non si comprende con chi sta e perché, un complotto che ha come arma principale la conoscenza e tante altre cose si possono trovare nel libro di Raphael Jerusalmy I cacciatori di libri, edizioni e/o 266 p. 16,50 €.

L’autore è un ex agente del servizio segreto militare israeliano passato poi a promuovere missioni umanitarie, verrebbe da dire che i rimorsi sono tanti, e ora anche commerciante di libri antichi e romanziere. Il libro è incentrato sulla figura di François de Montcorbier meglio conosciuto come François Villon autore de Il lascito e Il grande testamento, forse uno dei primi poeti maledetti con una vita macchiata da furti, ruberie e anche sospetti di omicidio. Condannato a morte per una seconda volta la pena gli fu commutata e a 31 anni Villon scomparve e non se ne seppe più nulla. Da qui si dipana la narrazione di Jerusalmy in un crescendo (?) di coinvolgimenti a partire dall’incontro con il cardinale di Parigi che appunto gli garantisce la libertà se accetta una missione in Terrasanta. A un certo punto ci si ritrova immersi in libri, papiri, rotoli, pergamene contenenti lo scibile umano e che vanno non solo salvati ma diffusi per portare la conoscenza a tutti e combattere l’oscurantismo dominante. Un passaggio dal Medioevo verso orizzonti più aperti, più ampi verso il Rinascimento.

L’idea è buona ma la messa in pratica un po’ meno. Il libro soffre di una congenita lentezza, l’autore ha mancato l’obiettivo di rendere frizzante la narrazione. Sarebbe comunque ingeneroso fare paragoni con altri autori. Purtroppo il crescendo è lento, la carne al fuoco molta ma non sufficientemente condita e rivoltata a dovere per raggiungere una buona cottura. Debole come thriller e anche come romanzo picaresco. Comunque scritto bene e ricco di citazioni. A merito dell’autore va l’aver riportato alla memoria François Villon e le sue ballate. Comunque un’occasione mancata.

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Marco Saverio Loperfido, "Claude Glass"

3 Dicembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Marco Saverio Loperfido, "Claude Glass"

Claude Glass

Marco Saverio Loperfido

Annulli Editori, 2014

pp. 159

12,00

Il paesaggista si piazza alle spalle a ciò che vuole ritrarre e proprio grazie allo specchio convesso lo vede tutto racchiuso davanti a sé. Non trovi che ci siano delle similitudini con il tuo modo di guardare l’Italia, ovvero attraverso la lente del mio sguardo, posto dietro di te nel tempo? Pag 73)

Coloro i quali nel settecento ritraevano paesaggi ad acquarello, usavano il claude glass, il cui nome ricorda Claude Lorraine. Il claude glass era un piccolo specchio convesso e annerito, da usare posizionandosi con le spalle rivolte verso ciò che si voleva dipingere. Lo specchietto creava una migliore inquadratura della scena e un ammorbidimento dei colori che prendevano così una sfumatura languida. Era usato anche dai viaggiatori dell’epoca.

Claude Glass” è anche il titolo del romanzo d’esordio di Marco Saverio Loperfido, per la Annulli editori. Il romanzo si rifà alla tradizione della “simulazione del vero” con l’espediente del ritrovamento del manoscritto o delle lettere. Nello specifico, Claude Glass è il nome di un negozio di robivecchi nel quale il protagonista, Sebastiano Valli, trova, chiusa nel cassetto di un mobile, una lettera scritta da Robert Grave, giovanotto inglese, giunto in Italia nel 1792 per fare il Gran Tour, cioè quel giro d’istruzione finanziato dai genitori che erano soliti compiere i ragazzi della buona società anglosassone. Spinto da un impulso bizzarro, Sebastiano risponde alla lettera. Inizia così un favoloso carteggio fra due uomini che vivono a distanza di duecento anni l’uno dall’altro. Robert e Sebastiano diventano amici, approfondiscono la reciproca conoscenza, aprono l’un l’altro il proprio cuore, litigando e riappacificandosi, come capita spesso nelle amicizie reali e in quelle virtuali. Anche Hollywood ha sfruttato la trovata dell’epistolario sfasato nel tempo in alcuni film, ci viene in mente “La casa sul lago del tempo” di Alejandro Agresti, a sua volta remake di un film coreano.

I tempi divergenti di Sebastiano e Robert si avvicineranno sempre più, le donne amate avranno lo stesso nome, fino alla conclusione che, pur lasciando aperte tutte le possibilità, fa intuire la probabilità di una sovrapposizione dei due. Forse Robert Grave è solo una proiezione di Sebastiano, il suo bisogno di vedere la realtà con gli occhi del passato o, meglio ancora, di “tornare” al passato.

Già, vedere. Perché l’argomento del romanzo, e del carteggio, è il paesaggio. Stupisce che i due non si raccontino più particolari della loro vita e dell’esistenza nelle reciproche epoche. Tutto è basato sul loro modo di percepire ciò che li circonda, ovvero il paesaggio della Tuscia. L’autore, Marco Saverio Loperfido, si occupa di sociologia visuale, cioè l’indagine dei fenomeni sociali attraverso le immagini fotografiche. E i nostri due protagonisti, quello contemporaneo e quello del settecento, sono interessati a cogliere aspetti di paesaggio e di vita locale, attraverso la pittura l’uno e la fotografia l’altro. Il panorama indagato, come abbiamo detto, è, sulla scia di Pasolini, quello a metà fra Toscana, Umbria e Lazio, cioè la Tuscia, di cui Loperfido ha realizzato la mappatura a piedi. E se lui è Sebastiano che si guarda intorno e cerca di ritrovare il bello in ciò che vede, Sebastiano è, a sua volta, Robert, che cammina per valli, colline e cittadine, luoghi ancora oggi di grande fascino, quanto mai pittoreschi per i viandanti inglesi a caccia di vedute alla Claude Lorraine. Questo camminare a piedi serve a recuperare lo sguardo lento e intimo che la nostra attuale velocità ci ha tolto, per ritrovare, assaporandoli, scorci di bellezza autentica, in mezzo alla modernità che deturpa e imbruttisce.

Ecco la mia epoca, Robert. Vicino all’arte lo spreco e l’incuria. Ma forse qual cosina di più… forse sono un po’ troppo tenero. Quel palazzo è uno sfregio alla meraviglia del passato, una cicatrice sulla guancia della Monna Lisa, una bestemmia per chi ama il dio Pan della natura, o Venere, dea della bellezza. Io sono indignato, schifato, annichilito da tutto questo che, purtroppo, è solo un esempio fra tanti. Hanno stuprato il passato, lo hanno rinnegato, ce l’hanno tramandato alterato in modo che non potessimo amarlo. Ma il passato era troppo bello e ha continuato a parlarci, seppur con un filo di voce, agonizzante.” (pag. 76)

La riflessione filosofica si mescola alla vista e alle considerazioni. Sebastiano si chiede se ciò che oggi gli appare brutto e sgraziato non acquisterà forse fascino col tempo. E si chiede anche se le rovine del passato non vadano lasciate preda della vegetazione, che forse le degrada ma le rende parte del pianeta, mentre ciò che viene preservato in un museo, catalogato, recintato, in realtà smette di vivere e di appartenerci.

Claude Glass” è un romanzo che può essere letto a tanti livelli, ad esempio quello lampante della denuncia: gli italiani distruggono la loro terra, pronti a sacrificare bellezza e natura sull’altare della necessità. Sono le parti meno attraenti del libro, perché assumono il tono d’invettiva sgraziata, persino di turpiloquio, mentre, al contrario, assurge a altezze liriche la professione d’amore che entrambi i protagonisti, quello remoto e quello contemporaneo, esprimono con toni accorati per la nostra Italia.

Un altro, forse meno evidente ma non certo trascurabile, livello di lettura è quello dell’epistolario virtuale, così frequente nella nostra era social. Chi non ha un’amicizia o un amore in rete, ormai? Robert e Sebastiano si affezionano senza vedersi, anelano all’incontro, che forse avverrà o forse no, ma anche litigano, si accapigliano, si separano per poi riavvicinarsi. Molti di noi hanno avuto la fortuna e la sofferenza di vivere amicizie così, fatte di anime che si fondono, che ambiscono ad una vicinanza che non avrà mai il fascino posseduto dall’immaginario. C’è molto della poetica leopardiana in queste parole di Sebastiano:

La conoscenza è un ostacolo, caro Robert, perché la vitalità si nutre di fantasia e la fantasia di non detto, vago, incerto. Qui invece non c’è più spazio, sia fisico che mentale, e, parliamoci chiaro, è quello che io t’invidio. Sei giovane ma, cosa ancora più bella, è giovane il mondo che vivi e che in questa maniera ti accompagna e asseconda nell’entusiasmo.” (pag. 46)

E ancora: il libro è anche una metafora della solitudine, dell’impossibilità di raggiungere una profonda comunione con l’altro sebbene quest’anelito non cessi mai di riproporsi.

Robert, è una sconfitta per me, e forse per tutta la società, che io oggi faccia questa cosa

impensabile: scrivere una risposta a questa tua lettera sospesa nel tempo, e persa nel tempo, che è arrivata a me per caso. È una sconfitta perché vuol dire che io qui, solo come te quel 7 aprile del 1792, sono estraneo alla mia gente, costretto dalla solitudine e dall’individualismo ad attaccarmi a questo gioco dell’anima. Fingerti ancora vivo in grado di leggermi.” (pag. 15)

La malinconia, lo “spleen”, attraversa tutto il testo, fa vibrare le epistole dei due amici separati dal tempo, e tempera la speranza, che pure è presente nel riconoscimento dell’incanto ancora evidente del paesaggio, a dispetto dell’uomo.

Dopo che il mondo ha ballato e danzato per tanto, adesso è stanco. Ecco quel che posso dirti del futuro, Robert, questo e nient’altro. Tu sei all’inizio del ballo e io, forse, quando tutto si spegne.”(pag. 24)

Forse, alla fine, Robert e Sebastiano si fonderanno, passato e presente coincideranno in una nuova ottica fondata sul rispetto per la natura, per l’arte, per la bellezza.

Alla riscoperta del paesaggio sono legate le parti più liriche, pittoriche, visuali, che fanno dimenticare piccole sbavature di stile, come il fastidioso ricorrere del toscanismo te al posto di tu, fuori luogo in bocca ad un inglese.

Al calar della sera, con la luce del tramonto, escono dai rifugi gli spiriti dei luoghi e tornano ad abitare le terre oggi come sempre. È la luce trasversale a fare il miracolo. Pale, tralicci e casermoni diventano solo scure ombre controluce e l’occhio sembra poterle accettare. Tutto si fa radente e confuso. L’oro del sole allaga la vista e l’Italia, a quell’ora, diventa veramente se stessa perché è la luce che c’è in Italia, inconfondibile e unica, il suo carattere più distintivo. E la luce, grazie al cielo, non la può rovinare nessuno, nemmeno volendolo.” (pag. 148)

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Domenico Vecchioni, "La prima dinastia comunista della storia"

1 Dicembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #saggi

Domenico Vecchioni, "La prima dinastia comunista della storia"

Domenico Vecchioni

La prima dinastia comunista della storia

La saga dei tre Kim

Grego&Greco Editori - Pag. 190 - Euro 12

Credo di aver letto quasi tutta la produzione saggistica di Domenico Vecchioni, sempre di alto livello, sia quando parla di spie internazionali che di sanguinari dittatori. Negli ultimi tempi noto un incremento qualitativo e quantitativo della sua opera come divulgatore storico che ha intrapreso al termine della carriera diplomatica. Lavori come Raul Castro, Pol Pot, Ana Belén Montes e adesso questa saga dei tre Kim sono dei veri capisaldi della letteratura biografica, indispensabili per lo studioso e per il semplice curioso del mondo circostante. La prima dinastia comunista della storia racconta il pericolo reale per il mondo rappresentato dalla Repubblica Popolare e Democratica di Corea, un comunismo singolare che non ha niente di marxista-leninista, se non la facciata, un po' come accade a Cuba, un sistema paradossale che è diventato una monarchia dai contorni teocratici. La famiglia Kim guida la Corea del Nord da circa settant'anni, dal Grande Leader (Kim I), al Caro Leader (Kim II) per finire con ilGrande Successore (Kim III), accomunati dalla volontà di difendere un potere assoluto che rende paranoici, colpevoli di aver trasformato in triste realtà il romanzo di Orwell: 1984. La dinastia Kim riscrive la storia, parla di difesa contro la sempre possibile invasione statunitense, alleva i figli nell'odio contro gli yankee, spende ogni risorsa in arsenali militari e nucleari, senza badare ai bisogni alimentari delle persone. Un simile regime fa marciare il popolo al passo d'oca, lo fa piangere a comando e sorridere per obbligo, non si vergogna di far morire di fame i poveri, ordina fucilazioni di massa per i dissidenti e dispone di giganteschi campi di concentramento dove rinchiude gli antisociali. Un simile regime è una potenza nucleare e un brivido di paura percorre le membra del lettore quando pensa che il folle Kim III potrebbe - soltanto per un capriccio - ordinare un'esplosione atomica. Noi che conosciamo abbastanza da vicino la dittatura cubana - la famiglia Castro governa dal 1959, i Kim dal 1945 - possiamo dire che i due regimi non sono neppure paragonabili. Tanto per fare un esempio, se a Pyongyang venisse fuori una blogger come Yoani Sanchez non solo non sarebbe libera di girare per il mondo criticando il suo governo, ma sarebbe stata da tempo internata in un campo di concentramento o - peggio - fucilata. Il governo coreano pratica l'eugenetica,nel senso che stermina tutta la famiglia del presunto dissidente, una volta accertato (con torture e metodi disumani) il tradimento, che consiste anche in un modesto scostamento dalla dottrina della famiglia Kim. Domenico Vecchioni scrive un ottimo testo, molto utile per che vuole avere una rapida panoramica di uno dei regimi più feroci dell'epoca contemporanea. Si legge come un romanzo, ma non come un romanzo di Veronesi, come un romanzo scritto bene.

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Bombolo

28 Novembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere

Bombolo

Ezio Cardarelli
E poi cominciatti a fa’ l’attore
Ad Est dell’equatore – Euro 12 – Pag. 170
www.adestdellequatore.com
info@adestdellequatore.com

Mi riprometto di tornare sull’argomento in maniera più approfondita, perché Bombolo – al secolo Franco Lechner – è un caratterista che merita attenzione, ma non potevo fare a meno di segnalare che ho appena finito di leggere un libro fantastico, una vera e propria biografia del comico più naturale del nostro cinema. Ezio Cardarelli è un poliziotto – come Nico Giraldi, precisa nella nota biografica – che si cimenta per la prima volta con la scrittura di un libro, per amore nei confronti del cinema di Tomas Milian e della comicità di Bombolo. Tutto nasce a Miami Beach, dove Cardarelli conosce e intervista er cubbano de Roma, spinta emotiva necessaria a realizzare un’opera importante. Il libro comincia proprio da Milian, ma prosegue con la vita di Bombolo, raccontata con le sue parole, con il suo slang, con tanti episodi di vita in borgata e momenti di cinema. Il libro è anche una storia in piccolo della Roma povera, dove si parla come si mangia, un testo dal quale emerge tutta genuina spontaneità di Bombolo. Il lettore troverà appagate le sue curiosità: il quartiere natale, il carrettino per vendere piatti e mercanzia per strada, il rapporto stretto con il fratello, l’esordio in teatro, grazie a Castellacci e Pingitore che lo scoprono tra i commensali del ristorante Picchiottino, il lavoro con Tomas Milian, Pippo Franco, Enzo Cannavale. Cardarelli fotografa Bombolo come un irresistibile comico naturale, che non aveva bisogno di recitare, ma bastava mettesse in campo la sua mimica facciale, le sue battute corporali, il suo mitico tzé-tzé, come ricorda Marco Giusti in una brillante prefazione. Il lettore troverà le testimonianze di Pingitore, Martufello, Galliano Juso, Alessandra Cardini, dei familiari e di tutti coloro che hanno conosciuto Bombolo. Interessante apparato fotografico e filmografia completa, da Remo e Romolo (1976) a Giuro che ti amo (1986), senza dimenticare TV e teatro. Cardarelli non è un critico con la puzza sotto il naso, ma un entusiasta del cinema italiano perduto, uno che ama Gloria Guida, Lilli Carati, Edwige Fenech e che non si vergogna a definire W la foca! un capolavoro. Quanto siamo simili… forse proprio per questo metterò il suo libro tra le cose più importanti della mia biblioteca. Complimenti anche all’editore che fa pagare un prezzo onesto per acquistare un’opera che celebra con umiltà e buon gusto il nostro cinema popolare.

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Roberto Benatti, "Vomeri d'ombra"

24 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #poesia

Roberto Benatti, "Vomeri d'ombra"

Vomeri d’ombra

Roberto Benatti

Il vomere è la lama triangolare dell’aratro che rovescia la zolla dopo averla tagliata. Un arnese, quindi, che fa uno scavo sulla terra tracciando linee su un pezzo di mondo come lo fa un cesello su un pezzo di legno. Spesso queste linee sono parallele, e pettinano la terra seguendo l’ordine razionale voluto dall’agricoltore. L’aratro è trainato da trattori o da animali, e il vomere, la parte più bassa, quella che è in profondo contatto con la terra, fa il lavoro più ombroso dell’aratura, perché è dentro, e cerca di uscire, ma non può uscire se non porta con sé zolle marroni, preparando la terra alla semina.

Se non fosse per il vomere, la semina sarebbe disordinata, non seguirebbe la logica ferrea del trattore. E allora, questo strumento triangolare, responsabile dello scavo, è anche responsabile della qualità del nuovo raccolto.

Così è il pensiero, e tutto quello che lo trasforma in espressione, nel caso specifico la poesia. Infatti, se tentassimo di definire la poesia, diremmo che è uno scavo interiore, un processo creativo attraverso il quale si cerca ciò che è dentro togliendo ciò che è in superficie, che di solito ci impedisce di vedere quella verità che non sappiamo in che altro modo esprimere.

Quindi il vomere ha molte similitudini con la poesia, e non solo dal punto di vista del poeta, anche dal punto di vista del fruitore.

Il vomere fa uno scavo lungo, non profondo, faticoso e tenace. Ed è sotto la superficie della terra che arriva, nell’ombra.

La poesia è assimilabile a un vomere, e per scavare nell’ombra occorre che sia fatta d’ombra, e immaginate quanto possa essere profondo lo scavo se viene fatto dall’ombra.

Ma veniamo al libro di Benatti. Le poesie sono prevalentemente lunghe, alcune suddivisibili in capitoli, usano un linguaggio accessibile, senza ricerca sperimentale né sonorità contorte.

Sono poesie che si leggono in sordina, quasi tacendo, ma si leggono diverse volte prima di lasciare un segno, perché scavano lentamente e con dolcezza, non sono una trivella che cerca pozzi di petrolio, sono un aratro che scava solchi, non aggrediscono la terra, né il lettore.

Leggendo, mi è sembrato di trovarmi davanti ad una mostra di fotografie in bianco e nero, di quelle fotografie che ti fanno contemplare, di quelle che non esprimono la violenza del colore, ma la violenza di uno sguardo. Ho visto migliaia di sfumature, non colori piatti, e il soggetto fotografato prescinde dallo sfondo, risalta nella sua crudele nudità.

Per questo la lettura non deve essere drammatica, ma va vista come una constatazione, vediamo:

Senza questo buio spesso

La miseria non chiuderebbe

Le ganasce alla sua morsa,

Né la speranza

Allenterebbe la sua presa

Senza uno spiraglio di luce.

Sono i versi di apertura della prima poesia, che dà il titolo al volume, e già questi versi sono una poesia a sé stante.

Queste poesie non sono un racconto di vita o una confessione delle proprie angosce. Partendo da lontano, il buio spesso, la miseria, le ganasce… il poeta presenta qualcosa di molto intimo. Bene fa a non parlare di sé, perché infatti nella poesia è il lettore che deve trovare una parte di sé, mai lo farà se il poeta gli impone la sua storia.

E tu hai perso tutto per me

Mentre io ti ho rimborsato

Con dolore nel dolore.

Questi tre versi chiudono la prima parte della poesia, e vediamo che qui si legge qualcosa che riguarda il poeta, ma non è così. Se prendessimo questi versi da soli non avrebbero forza, leggendoli a seguito dei primi sei, invece, la preparazione del fruitore permette di vivere quei versi come qualcosa di suo.

Ma vediamo un altro esempio di poesia:

Consapevole immensità

Che riaffiori da ogni paradiso,

squarcia la mia pelle di pioppo

e divora le mie foglie

ignorando il veleno della mia rabbia,

la cecità larvale

d’ogni mia seduzione

Ho incastonato

Le tue pietre preziose

Nell’anello della mia presunzione

Le tue gemme, lo so,

non si graffiano,

non sono chincaglieria

che si pesta fino a farne farina

stringimi al petto, allora,

come una rosa abbraccia le spine

e il velluto dei suoi petali.

Dammi lo strazio di resistere

Alle attraenze della memoria,

ai sensi affilati da superbi ritratti,

Fanne scia di cometa che non passerà più.

Scia di cometa, pag. 80.

Bene, il poeta non racconta, evoca. Nella poesia non si parla dei propri problemi, delle proprie preoccupazioni, perché la poesia è scavo interiore, è ricerca del giusto dove il giusto non si trova, è riscatto del bello dove il bello non si vede, è esplosione di significati senza significare nulla.

Questa poesia fortemente evocativa dice tra le righe molto di più che nelle righe. Non sta a me raccontarne i significati nascosti, ogni lettore troverà i propri, anche a questo serve la metafora.

Resterà solo una luce tremula

Oltre il velo che separa

La danza aerea dei segni

Nell’equilibrio delle porte aperte.

Un binomio di candele accese

Contro sfondi senz’atmosfera.

Una fiamma viva

Che brucia senza fumo

E illumina la nudità della mente.

Quindi un susseguirsi d’immagini: luce tremola, velo che separa, danza dei segni, porte aperte, candele accese… ogni immagine una sensazione privata e profonda che non si può raccontare se non con quelle immagini, opportunamente inserite nel contesto, introdotte da resterà, oltre, aerea, equilibrio… quindi una guida, istruzioni per l’uso, quasi a dire cosa fare o cosa accade a quelle sensazioni che costituiscono il patrimonio dell’io e del sé.

Sono poesie asciutte, prive di narcisismo, non portano al lettore la felicità o l’infelicità del poeta, come non porgono al lettore la banalità del proprio vissuto, semmai permettono di inserire un vomere nell’ombra del silenzio e di rivoltare le zolle della vita per prepararsi alla semina, e quindi a un nuovo raccolto.

Claudio Fiorentini

7 novembre 2014

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Simone Pazzaglia, "Nidi di rondine"

14 Novembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Simone Pazzaglia, "Nidi di rondine"

Simone Pazzaglia

Nidi di rondine

Historica – Pag. 70 – Euro 8,00

http://www.historicaedizioni.com/

Conosco Simone Pazzaglia sin dai tempi del primo romanzo - Un paese di poveri pazzi e cani -, apologo felliniano sulla vita di provincia, una sorta di Amarcord in salsa toscana. Ho apprezzato anche il successivo racconto sulla crisi di coppia, l’ironico ma meno intenso Amanita, lavoro che conferma indubbie capacità di scrittura. Nidi di rondine è un racconto lungo, insolito intermezzo nella produzione di un autore che è già all’opera per sfornare il terzo romanzo, una storia complessa di famiglie della provincia toscana a cavallo tra due guerre. La dedica a un Amico fragile di deandreiana memoria, evaporato in una nuvola rossa in una delle molte feritoie della notte, fa capire che ci troviamo di fronte a una storia pericolosa - per citare Emil Cioran - una di quelle degne di essere raccontate, perché l’autore scava nelle ferite della vita e scandaglia i meandri del tempo perduto. Ancora una volta lo scenario di Pazzaglia è la provincia, quell’angolo di Maremma dove vive, tanto caro a Bianciardi, periferia di Kansas City, un luogo indefinibile che potrebbe essere Gavorrano, Montepescali, Sticciano, Paganico, Seggiano… Non ha importanza definire topograficamente il paese, conta l’atmosfera pesante da Berlinguer ti voglio bene, quei luoghi che Benigni e Bertolucci hanno saputo dipingere con pennellate di degradante squallore componendo un affresco verista. “Un paese con una chiesa, un campetto di calcio, e gente che ogni tanto urla dalle finestre… un paese lento e moribondo che anno dopo anno perde un pezzo di carne come un lebbroso”, ma anche una madre che “cucina roba senza amore e con poco sale”, “un padre di poche parole lanciate come frecce da evitare” e alcuni amici che si danno appuntamento in un fantastico campo di calcio al limitare del bosco, “torsi nudi e pantaloncini corti”. Una storia che nasce in pineta, in un giorno d’estate, un’ingiustizia che si consuma dopo una partita di calcio, gerarchie di ragazzini che impongono la loro volontà su altri più deboli e poi una vecchia signora che paga per veder distruggere nidi di rondine a colpi di fionda. Passano gli anni e non accade niente di straordinario, a parte la vita che scorre, il tempo che si perde, i ricordi che restano ricordi. Capita che ci si ritrova in un bar, davanti a una birra, per accorgersi che la vita si è presa il gusto di vendicare torti e ingiustizie. Non aggiungo altro. Il racconto merita di essere letto e apprezzato, centellinato pagina dopo pagina, assaporato, magari riletto per andare alla ricerca dei sapori intensi della vita di provincia. Nelle botti piccole ci sta il vino buono. Nei cataloghi dei piccoli editori tanti piccoli gioielli. Oggi ne abbiamo scoperto uno.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Emanuele Marcuccio, "Anima di Poesia"

10 Novembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Emanuele Marcuccio, "Anima di Poesia"

Anima di Poesia

Emanuele Marcuccio

Tracce per la meta edizioni, 2014

Più che analizzare la silloge poetica di Emanuele Marcuccio, “Anima di Poesia” - lavoro già ampiamente compiuto nell’imponente auto-esegesi, nella prefazione, nella postfazione e nel ponderoso apparato critico annesso, nel quale lo ringraziamo per averci citato fra cotanto senno - preferiamo soffermare la nostra attenzione, appunto, sul concetto generale su cui si basa il volume. Ci chiediamo se, com’è augurabile, la produzione di questo giovane autore dovesse protrarsi ancora per molti anni a venire, quanto diventerebbero ingombranti i tomi dedicati alle sue brevi poesie, fra note esplicative, dediche, bibliografie, biografie, introduzioni e commenti?

Anima di Poesia” contiene ventisette liriche multiformi, alcune dedicate a fatti di cronaca, come le catastrofi che hanno segnato gli ultimi decenni, altre alla natura, alla noia del vivere, all’amore. Le emozioni sono dolorose, private, e degne del massimo rispetto come la nostalgia per il padre defunto. Sempre presente la reverenza verso l’atto poetico in sé che è imprescindibile e aiuta a vivere.

I richiami pascoliani, e soprattutto leopardiani, sono infiniti, tanto da far sospettare, più che un’ispirazione, addirittura una immedesimazione dell’autore col cantore di Recanati.

La base, però, è ancora esile, fra versi cacofonici (d’un’alba d’autunno), una troppo evidente, addirittura dichiarata, imitazione del passato e punti esclamativi a sostituzione di un’emozione che non si ha la forza di esprimere. Ma, in questo magma, qualche rada stella brilla: i “capelli neri e vergognosi”, “monte che ti slarghi e in altezza”, “gli arbusti accesi”.

Netta ed evidenziata dall’autore stesso quella che egli chiama la sua evoluzione, cioè il passaggio dall’imitazione dei poeti dell’ottocento a quella degli ermetici novecenteschi, con la caduta della punteggiatura.(Da Supersonica in poi.)

Sicuramente dai primi aforismi di “Pensieri minimi e massime” a questa raccolta c’è un miglioramento evidente. Ecco, noi suggeriamo a questo ancor giovane aspirante poeta di prendersi meno sul serio, di non analizzare la propria poetica come fosse qualcosa di già maturo e compiuto, ma anzi, di spogliarsi della zavorra della cultura classica e lasciarsi andare all’onda delle emozioni, coltivandole, permettendo loro di fluire, incanalandole poi in armonia di forma e contenuto. Tutto ciò, attraverso uno studio della poesia meno auto-compiaciuto, più umile e sereno. Se egli riuscirà ad abbandonare, seppur temporaneamente e a malincuore, i poeti tanto amati, trovando una sua strada non manieristica, bensì spontanea, saranno sempre più numerose le prove riuscite, come la piacevole Torna l’estate e la promettente Eternità:

TORNA L’ESTATE

Torna l’estate

col suo incessante cicaleccio,

torna l’estate

per gli arbusti accesi

e per le vie,

per le montagne

e per le valli amiche.

È qui l’estate,

in questo luglio assolato,

in questo sole bruciante,

in questo raggio accecante.

ETERNITÀ

Oltre quel fumo,

oltre quella porta,

oltre il mare immenso,

oltre l’orizzonte sconfinato,

oltre le piogge di mezz’agosto

c’è una luce che io voglio attraversare,

c’è una soglia che io voglio varcare

in questa pioggia del mio vegetare,

in questo mare del mio non vivere.

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