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Francesco Grasso, "Come un brivido nel mare"

20 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Francesco Grasso, "Come un brivido nel mare"

Come un brivido nel mare

Francesco Grasso

Nemo editrice, 2013

pp 201

17,90

“Il faro di Sebastopoli rifulge lontano, a nord. La costa è rocciosa, disseminata di piccoli scogli a fior d’acqua che ricordano candele mozze. Su alcuni di questi scorgo minuscole fiammelle: lanterne di pescatori in cerca di granchi, indovino. Il cielo è sereno. Una falce di luna brilla ad ovest. Onde bambine si frangono piano contro lo scafo. C’è odore di gabbiani e di salsedine.” (pag 25)

Nonostante qualche piccolo refuso, probabilmente sfuggito all’editor, la scrittura di “Come un brivido nel mare”, vincitore del premio Nemo 2012, è molto buona e suggerisce un talento assodato. Dispiace che sia al servizio di un contenuto dove molte delle premesse vengono disattese.

La storia parte da uno spunto inesplorato e stimolante, il catastrofico maremoto di Messina del dicembre 1908, ma s’intriga in sviluppi fantastici e spionistici, senza riuscire ad aver ragione della troppa carne messa a fuoco.

Come un brivido nel mare” è un romanzo storico, perché mescola accadimenti e personaggi autentici ad altri di pura fantasia. Appartengono alla realtà il cataclisma avvenuto a Messina, il personaggio della regina Elena – colei che, nella finzione, legge il manoscritto del protagonista morente – l’incidente occorsole, l’arcivescovo Arrigo Letterio, le navi straniere in rada nei giorni del terremoto. La trama, però, si snoda immediatamente in fanta-storia, e questo non sarebbe di per sé un difetto, sennonché l’elemento sovrannaturale e fantastico qui mal si sposa con le vicende reali.

In breve, la regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III, mentre presta aiuto compassionevole ai feriti del terremoto di Messina, raccoglie le ultime confidenze di un giovane soldato russo di bellissimo aspetto, Alec Vassilievic, detto Krasivin, cioè avvenente – dove bello sta a indicare anche buono ed ingenuo - il quale le consegna un taccuino in cui ha scritto il resoconto degli ultimi tempi prima del cataclisma. Egli si rivolge in forma epistolare allo scomparso fratello Piotr. Di tale fratello non si saprà più nulla e questa è una cosa che un romanziere non dovrebbe mai fare, cioè aprire una strada nell’intreccio senza poi percorrerla, lasciandola finire in un vicolo cieco.

La narrazione si divide in due parti, la prima è ambientata a bordo del Makarov e ricorda molto da lontano certe atmosfere di Conrad o di Melville, con protagonisti maschili alle prese con la vita di mare, il cameratismo e il bullismo. La seconda ha tutt’altro registro, si sposta a Messina, dove la realtà locale è osservata attraverso la visione distorta di un marinaio russo, fino all’epilogo che mescola il catastrofico col paranormale.

Il plot unisce gli elementi più svariati, cercando di amalgamarli fra loro, dal terremoto di Messina all’evento di Tunguska - ovvero la caduta di un meteorite in Siberia nello stesso anno – alle vicende storiche dell’arcivescovo Arrigo Letterio, alla presenza di due navi, una russa e una britannica, al largo della città proprio nei giorni del maremoto, alla visita della regina Elena, al culto mariano tipico della cultura messinese, alla malavita locale. Ma a far da filo conduttore c’è una fastidiosa ed ingombrante presenza femminile, quella di Perla, una spia russa che ha le fattezze e le movenze di un’eroina da videogiochi. Onnipresente, si porta appresso una complicata avventura di spionaggio internazionale, nella quale confluiscono laboratori russi di studio sul paranormale e veggenti lebbrose capaci di scatenare primigenie forze telluriche e scardinare millenari equilibri anche etici. Ella ha, inoltre, l’insopportabile vizio di raccontare continuamente al povero Alec, nonché al lettore, miti greci che poco hanno a che vedere con la storia, se non in qualche sotterraneo collegamento dovuto alla passione dell’autore per gli stessi, così come per le tradizioni russe.

Il dubbio che la materia sia ingarbugliata, deve essere venuto anche a Grasso, che lo ha manifestato nelle riflessioni metanarrative della regina Elena: “la guerra di spie evocata da Brasivin”, ella ci dice nella postilla n° 1, “mi ha lasciato assai scettica.” E “ancora meno mi convince il coacervo di antiche, stravaganti superstizioni, miti greci raffazzonati e perverse congetture religiose che Brasivin pretende, per meglio dire teme, aver causato il terremoto.”

La Vergine della Lettera, attorno alla quale ruota tutta la storia, somiglia più alla mater Matuta dei romani che alla madre di Gesù Cristo. Nel suo culto si riscontrano correnti pagane sotterranee, sopravvissute ai secoli. Questo aspetto è intrigante e avrebbe meritato maggior sviluppo, a scapito delle avventure che si svolgono a bordo del Makarov.

“Io credo, Piotr, che qui in Sicilia il clero stia combattendo da secoli per affermare l’ortodossia delle Scritture sul “senso magico” con cui il popolo vive il rapporto quotidiano col trascendente. In questo senso il mito della Protettrice, che le gerarchie ecclesiali non sono mai riuscite ad assorbire del tutto nel Credo ufficiale, rappresenta una minaccia.” (pag 137)

La seconda parte, quella siciliana, è forse la migliore, poiché si capisce che Grasso, messinese, ama e conosce ciò che descrive: la vita rude dei pescatori, il sudore della fronte, lo spirito di squadra, gli uomini e le donne del popolo in lotta con una natura matrigna.

E lì, mentre cantiamo e sudiamo e bestemmiamo insieme spruzzandoci l’un l’altro d’acqua salata, con le braccia che bruciano e la schiena che scricchiola e il legno del remo che graffia la pelle, mi colpisce all’improvviso una sensazione potente e magnifica. Una comunanza di sforzi e d’intenti, una solidarietà tra uguali, un’amicizia e un senso di appartenenza che in vita mia ho provato solo nei giorni migliori sul Makarov, tra i pochi compagni di cui veramente ero giunto a fidarmi. Riconosco nell’emozione, o almeno credo, ciò che Pasha chiamava “il vero Cameratismo”. Sentirsi non più un singolo ma parte integrante di un Equipaggio, un rito collettivo che va molto oltre indossare una stessa divisa o rispettare uno stupido regolamento.” (pag 131)

Se c’è una morale nella storia, è che “la tragedia è un faro che porta alla luce il meglio e il peggio che si nascondono dentro ogni uomo”, il cuore di tenebra di ognuno di noi, potremmo dire. Così, Serioga, l’antagonista malvagio (e brutto) di Alec, alla fine trova una sua qualche redenzione, mentre i popolani amici si trasformano in avidi sciacalli. Ma c’è anche un altro filone, che fa onore a Grasso, quello dove egli, per bocca del suo protagonista, rinnega “l’arbitrio di chi comanda”, il fatalismo di chi si piega ai soprusi dei prepotenti e alla mentalità mafiosa per la quale è da considerarsi “protezione” il ricatto dei criminali.

In conclusione, possiamo dire che una scrittura tesa come quella di Grasso, una forma così poetica, potrebbe esprimere un contenuto strutturato in modo più consapevole, magari patendo qualche rinuncia, in modo da non creare una mescolanza di generi dissonante anziché sincretica.

Insomma, non solo nello stile, ma anche nell’intreccio, vale la regola che è sempre meglio togliere qualcosa, piuttosto che aggiungere.

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Marino Magliani, "Soggiorno a Zeewijk"

18 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #interviste

Marino Magliani, "Soggiorno a Zeewijk"

Marino Magliani

Soggiorno a Zeewijk

Amos Edizioni – Pag. 175 – Euro 14

www.amosedizioni.it

La saudade non è tipica dei portoghesi e dei brasiliani, anche se il termine l’hanno inventato loro, forse anche i liguri e gli olandesi soffrono di una malattia che conosco per averla provata ogni volta che mi sono trovato lontano dal mio scoglio affacciato sull’Elba. Persino Napoleone soffriva di saudade, recluso nell’esilio dorato di Portoferraio, ma forse la sua era soltanto saudade del potere, non della Francia. Marino Magliani è uno scrittore ligure giramondo, traduce autori spagnoli e latinoamericani, ha vissuto in Argentina, lavora in Olanda, nel quartiere di Zeewijk che si affaccia sul Mar del Nord. Alcuni anni fa ha dedicato un libro ad Amsterdam, e adesso ne ha scritto uno per il luogo dove è solito abbandonarsi ai lunghi silenzi invernali e a meditare per scrivere. Conosco Marino da anni, grazie alla Fiera del Libro di Imperia, luogo d’incontro di culture, dove lo vedo passeggiare con incedere tranquillo da vecchio ligure, ultimo libro in mano, un amico per scambiare ricordi, qualche autore da presentare. E mi fa bene la sua presenza, mi ricorda che il tempo scorre, lasciandosi indietro la riga delle candele spente (scusa, Kavafis!), ma che il futuro ci attende. Nonostante tutto, nonostante gli anni.

Il suo libro olandese si sviluppa come un compassato dialogo poetico con Piet Van Biert, sulla trasformazione delle dune nel corso del tempo, sulla costruzione di un canale, sul tempo che scorre in un luogo che vive “lo smarrimento dell’amputazione”. Zeewijk è il luogo dove l’autore vive, quartiere costruito sulla sabbia, terra strappata al mare e alle dune, un luogo che era soltanto vento ed erba, mare e sassi. Magliani ricorda solo per un istante quando è approdato in Olanda per fare lo scaricatore di porto, si lascia andare al flusso del tempo malinconicamente, costruisce un racconto tra le dune, impalpabile come la sabbia, ma profondo come il mare. Il desiderio dell’autore è soltanto quello di scrivere, finché sarà possibile, quindi vorrebbe ritornare - a tempo debito - nella terra natia immutabile, fatta di olivi e scogliere, per osservare lo spettacolo della natura da una finestra. Nel frattempo vive in un luogo dove tutto cambia e si trasforma, giorno dopo giorno. Un libro che mette in primo piano la scrittura, l’amore per le parole, l’ossessione per il grande narratore ligure Francesco Biamonti, ma anche l’incontro con Anneke, una ragazza olandese, conosciuta traducendo Pablo d’Ors. Lo stile del libro è lirico, compassato, meditabondo, intenso. Una lettura da centellinare, capitolo dopo capitolo, come una buona raccolta di poesie, scritte vagando tra la Liguria e l’Olanda.

Abbiamo avvicinato Marino Magliani per porre alcune domande.

Perché un libro olandese? (anche se non è il primo...)

Perché ogni tanto si accumulano idee olandesi, e perché raccontare la Liguria col tempo diventa una cosa meccanica, uno rischia di ripetersi, non di scrivere sempre lo stesso libro, che non sarebbe male, ma ripetersi.

Il luogo dove si lavora, da emigrante, può diventare un luogo del cuore?

Basta che lo sia per la testa, se lo diventa anche per il cuore è pericoloso, a volte i luoghi basta che siano compensazioni.

Che cosa può avere in comune un porto olandese con gli olivi liguri e quel lembo di terra stretta tra la montagna e il mare?

Entrambi i popoli hanno strappato la terra a qualcosa, alle pietre o all’acqua, questo senso di eterna emergenza e di attesa accomuna i due sensi di vita. Ultimamente nei giardini olandesi, nelle aiuole, nei parchi, si trovano ceppaie di olivi, alberelli rachitici, bruciati dal vento e dal salino. Si chiedeva la stessa cosa Edmondo De Amicis, il primo vero narratore che - tra l’altro nato nella mia città ligure - ha raccontato l’Olanda. Manca la verticalità, le montagne, per avere qualcosa in comune, anche se il vento di per sé è la vera montagna olandese.

In Olanda senti nostalgia della tua Liguria? E viceversa?

Quando è un po’ che sono in un posto o nell’altro, allora sì, una o l’altra mi mancano. Di solito mi manca l’Olanda quando ad agosto sono in Liguria e sogno la pace delle dune olandesi. I luoghi dove potere parlare da solo.

La tua narrativa è condizionata da questa natura da emigrante?

Certo, è la narrativa dell’esule, del personaggio o dell’io narrante che non sa mai se sia il caso di integrarsi e accettare il solco o alimentarlo e vivere in quella specie di nostalgia del nostos.

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TRINCEE - CONFIDENZE DI UN FANTE di CARLO SALSA

15 Aprile 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi, #recensioni, #storia

TRINCEE  -  CONFIDENZE DI UN FANTE di CARLO SALSA

Il milanese Salsa (1893 - 1962) fu giornalista, sceneggiatore e scrittore. Iniziò l’attività letteraria già prima della sua esperienza di combattente sul Carso durante il primo conflitto mondiale. Nel 1929 è stato tra i fondatori del Premio Viareggio.

Trincee cattura soprattutto per la forza di una scrittura potente, carica di immagini forti, a tratti espressionistica. La violenza della tecnologia militare, generata da armi sempre più distruttive, è ben descritta nel suo impatto sugli uomini e sulla natura; le batterie annullano con i propri lampi la differenza tra notte e giorno, le montagne sono martirizzate dalle artiglierie e costrette a sopportare un’enorme massa di uomini, continuamente alimentata da nuove forze che vanno a riempire i vuoti.

Nel testo si lascia ampio spazio ai dialoghi tra i soldati e ai loro canti per testimoniare gli stati d’animo e gli umori dei fanti. Il tenente Salsa viene gettato nel tritacarne della guerra che non ha nulla di glorioso o epico; già il raggiungimento del reparto, effettuato di notte, avviene all’insegna della confusione, con momenti tragicomici. La trincea è un modesto riparo che protegge poco e costringe gli uomini a una quasi totale immobilità, sempre sotto il tiro dei cecchini, nel fango e nel lezzo dei cadaveri. La contiguità con i morti è inevitabile e peraltro spostare i corpi dei caduti significa esporsi alle fucilate degli Austriaci. Salsa passa da una zona di guerra all’altra (San Michele, Merzli, Hermada e altre) stando quasi sempre in prima linea. In certi punti del fronte il nemico potrebbe anche non sparare, accontentandosi di scaricare grandi massi dall’alto, potendo contare sul vantaggio di posizioni sopraelevate. I combattimenti sono selvaggi, aggravati da ordini irrazionali. L’autore ad esempio commenta così una decisione assurda dei comandanti:

Non si trova un subalterno in tutto il reggimento che comprenda la ragione per cui questa marcia fino a Sagrado, in vista del nemico, venga effettuata in quest’ora, in tutta luce. Ma non si deve indagare; qui bisogna avere fede, come nelle faccende religiose, anche se certi ordini appaiono più impenetrabili del mistero dell’incarnazione”.

Il verbo cadorniano delle spallate contro le linee Austro-Ungariche comporta assalti temerari che si rivelano inutilmente sanguinosi; molti ufficiali superiori sposano pienamente questa linea per non vedere compromessa la propria carriera. Alcuni comandanti, abili nello stare lontano dall’orrore delle trincee, come il capitano A., insistono nel vessare i soldati già prostrati dalle battaglie, gravandoli di inutili lavori e mettendo agli arresti senza adeguate ragioni i subalterni, come capita allo stesso Salsa.

Purtroppo il diario riporta poche date e nella seconda parte diventa, a mio parere, piuttosto disorganico, per quanto la scrittura riesca ancora a essere efficace. Da alcuni elementi si può dedurre che siamo nel 1917 quando l’autore viene fatto prigioniero. Le modalità della cattura sono sintomatiche dello stato d’animo dei fanti. La guerra in due anni è cambiata; le trincee italiane non sono più il passivo bersaglio del nemico e ora le nostre artiglierie sfidano alla pari quelle avversarie. Ma i soldati sono mutati, nota il giovane ufficiale. Piegati nello spirito da inconcepibili sofferenze, non sono più disposti a sacrificarsi come prima, proprio ora che le armi non mancano. Così, durante un assalto ben sorretto dalle batterie e descritto in modo magistrale, il reparto di Salsa resta isolato perché il resto dei soldati di rinforzo non interviene. La cattura è inevitabile e porta a una lunga prigionia nei territori della monarchia danubiana. Qui è la fame a tormentare gli uomini; le descrizioni drammatiche sono attenuate dal resoconto delle varie fughe tentate dai prigionieri, pieni di estro “latino”, coraggiosi e abili nello sfidare e sbeffeggiare il comandante del campo. Mentre si allargano le crepe nel vecchio impero prossimo al collasso, c’è anche spazio per una tormentata storia d’amore tra Salsa e una ragazza del posto.

Poi, finalmente, la guerra finisce. La popolazione del luogo (siamo in Boemia) è solidale e affabile con gli Italiani che si apprestano a rientrare in patria. Si parte in treno verso casa. A Trieste, divenuta da poco italiana, l’accoglienza è dura; gli uomini non ricevono l’assistenza che si aspettavano e alcuni muoiono. Poi si arriva a Padova, con grande trepidazione. Lo scrittore ha passato sedici mesi in Austria e prima oltre un anno al fronte. Anche nella città veneta il comitato di benvenuto è formato da soldati; gli ex prigionieri, bollati come traditori, vengono considerati un problema di ordine pubblico. L’amarezza è grande e fa rivalutare al giovane tenente i carcerieri che dividevano il poco cibo, pane misto a fango, con i prigionieri. L’ultima immagine che il diario ci offre è particolarmente aspra ed è quella delle baionette puntate verso Salsa e i suoi compagni.

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Cristina Bove, "Una per mille"

13 Aprile 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

Cristina Bove, "Una per mille"

"Una per mille"

di Cristina Bove.

Edizioni Smasher

Commento

di: Ida Verrei

Sintesi emblematica di un percorso di vita, storia di una donna, “Una per mille”, una e mille: ricordi d’infanzia; rievocazioni; reminiscenze; sogni e visioni rivestiti dell’apparenza psichica delle emozioni; non un vero e proprio romanzo autobiografico, ma memoria, un divagare che procede per analogie, associazioni di immagini e di idee, una sorta di flusso di coscienza, che conserva, però, una sintassi razionalmente strutturata, pur se i procedimenti narrativi vengono risolti in modo del tutto personale e peculiare.

Cristina Bove, artista poliedrica, poetessa, pittrice, scultrice, fotografa, riconduce in quest’opera in prosa tutte le tecniche delle arti che frequenta. Ne risulta una singolare composizione, una scrittura colma di immagini e assonanze, che spiazzano ma coinvolgono il lettore dall’inizio alla fine.

“… Se ne stava seduta sulla seggiolina fatta apposta per lei da quel suo nonno falegname a cui mancava mezzo pollice… Sedeva accanto a lui che ascoltava musica classica, con la testa ripiegata e i pollici sotto le bretelle…” (pag.5)

“Nel dormitorio, in lettini di ferro ci si stava in due… A me toccò una coetanea, menomale… Avevo sempre freddo…”(pag.8)

Sta raccontando la sua vita, certo, e per non perdere il filo, segue una linea di percorso, alterna, perché così vanno i ricordi. E se uno comincia a riviversi mica si ferma e aspetta di rincontrarsi a tutte le età contemporaneamente. O forse sì…”(pag.9)

È sempre Cristina Bove che parla, rivisita il passato e, voce narrante, lo racconta in terza persona; poi si reincarna nella bimba di un tempo e diviene l’io che rievoca. Ancora, torna all’oggi e commenta, spiega, quasi fosse altro da sé, testimone e non protagonista. Il “doppio” (che è poi il mille indicato dal titolo) qui non rappresenta la dualità tra bene e male o tra possibile e impossibile, quanto piuttosto un geniale espediente narrativo per colloquiare con il lettore, per immetterlo nel suo mondo, ricco di chiari e scuri, ma anche di colori accecanti o sfumati, di “ero, sono, sarò”. Salti temporali, viaggi avanti e indietro tra presente, passato e futuro; un tempo misto; una scrittura capace di cambiare pelle e adattarsi ad ogni stagione della vita, ad ogni stato d’animo, ad ogni transizione emotiva. Un monologo a più voci, attraverso il quale è possibile ricostruire da diversi punti di vista, di tempo e di luogo, una storia che è vita. Un romanzo che trova il valore unitario nell’alone di sospensione e di attesa che sovrasta l’atmosfera e che, dilatandosi oltre i confini di un’unica vita, assurge a vicenda universale. Ampi spazi di considerazioni e riflessioni filosofiche, apparentemente divaganti, si intrecciano al filo onirico che si ritrova in tutta la tessitura romanzesca; una visionarietà profonda che si dipana attraverso le memorie che si sovrappongono alle vicende, in qualche modo condizionandole, un raccontare che è rivivere, un’analisi del passato senza censure, una vita messa a nudo con delicato pudore

E così attraversiamo un’intera esistenza, una crescita fisica, intellettuale, spirituale. Vita intrecciata ad altre vite, recupero del passato attraverso la memoria involontaria, riscoperta di angoli dell’anima dove si annida la sofferenza, quella che si rimuove ma con la quale poi dobbiamo fare i conti tutta la vita:

“Da una certa rinascita si ritorna nudi, soli… Poi bisogna tener conto dei distacchi… il primo degli addii fu per il padre… sparì, come Babbo Natale sotto un cappotto di cammello. Prima ancora, non propriamente un addio, ma un abbandono sì, fu il giorno in cui si chiusero alle sue spalle di bambina i battenti del portone del collegio…” (pag.23)

Ma anche momenti tenerissimi di gioie familiari, di esaltazione struggente:

Quando glielo misero tra le braccia, fu travolta dal profumo di neonato… Le accadeva la vita, ed era un mistero così grande da farla piangere… (pag.28)

E poi ancora l’angoscia, gli incubi che ritornano. Quel “salto dal quarto piano come in trance”, quella memoria che diviene “interludio” di tutta una vita, quel “volo sospeso… rimandato sempre…” Un presagio di morte, o forse un desiderio, che sembra aleggiare in tutta la narrazione. Ma con una sorta di levità, con autoironia, cosicché, anche nel ricordo di eventi che per molti sarebbero devastanti, Cristina trova forza e coraggio, fiducia nel presente e nel futuro:

Potrebbe sembrare eccessivo considerare decenni di vita una proroga, eppure è proprio così che li ha vissuti, sentendosi in un certo senso privilegiata… “Domani” era una speranza da custodire…” (pag.99)

E il suo libro diviene un inno alla vita, testimonianza d’amore, di generosità, di pienezza intellettuale e spirituale.

Leggerlo, vuol dire arricchirsi.

“…rifuggo gli aggettivi: brutta o bella

non aggiungono niente alla mia essenza

né tolgono un momento al mio passato…

…E vivo della mia e d’ogni altra bellezza” (da: Comunque di C.Bove)

I.V.

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"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

4 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #storia

"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

1998, 320 p.

Curatore Masutti Nella

Editore Marsilio (collana I tascabili Marsilio)

Questo libro racconta la terribile storia di un giovane partito volontariamente per l’Unione Sovietica e che fu prima mandato al confino in mezzo alla steppa russa, poi,in seguito all’ingiusta accusa di propaganda antistalinista, rinchiuso in un gulag, dove trovò la morte. In una serie di lettere che Emilio Guarnaschelli scrisse al fratello maggiore Mario, rimasto in Italia, vengono efficacemente descritti la tragica vicenda della sua vita e i suoi sentimenti. Sono narrati dalla viva voce del protagonista i tormenti di un ragazzo illuso dal paradiso di uguaglianza e giustizia che avrebbe dovuto trovare raggiungendo quel paese, quando l’Unione Sovietica era ancora considerata la terra promessa dei lavoratori di tutto il mondo e molti italiani si erano trasferiti volontariamente in Russia fra il 1920 e il 1935, ma che, al contrario, si rivelò per lui un inferno. Questo tristissimo libro racconta anche una bella storia d’amore fra Emilio, un entusiasta, intelligente, brillante, pieno di spirito e Nella, innamorata di lui che, contro la volontà dei genitori, lo raggiunse da Mosca, fino al confino di Pinega. “Pensai che Nella aveva certo bisogno di cibarsi, di pulirsi, ma io non avevo nulla da offrirle. Nulla ho detto e mai come in quel momento soffrii per la mancanza di…cosa? Di tutto perdio!” scriveva Emilio al fratello in quell’occasione. I due innamorati si sposarono e vissero in una camera che era un buco infestato da scarafaggi, cimici e topi, riuscendo a nutrirsi scarsamente, rubarono un po’ di fieno per fare due cuscini da poggiare su un letto di paglia, e soffrirono ogni giorno freddo e fame. Ricevere un po’ di rubli dall’Italia, quando riuscivano ad averli, perché non sempre venivano loro consegnati, significava poter comprare farina, cereali e fiammiferi, cose di prima necessità. Un pacco poi era sicuramente un regalo inatteso e insperato “Eravamo tanto contenti che non ti dico (….) io mangiai subito un fico e Nella ha succhiato una caramella…” riusciva a scherzare Emilio davanti a un pacco ricevuto dal fratello. Dopo la situazione divenne anche peggiore, quando Emilio fu trasferito in un gulag, alla moglie fu impedito di seguirlo e di lui poi non si ebbero più notizie. Il libro vide la luce grazie alla testardaggine di Nella Mansutti, determinata a far conoscere a tutti la tragica vicenda del suo Emilio. Al suo ritorno in Italia riuscì, dopo tanti dinieghi, a ottenere le lettere spedite dal marito al fratello Mario e presentò il rapporto epistolare completo alla casa editrice Feltrinelli per farlo pubblicare. Passò del tempo, ma non ebbe risposta alcuna, attese alcuni anni, poiché nessuno voleva offuscare l’immagine specchiata che il Partito comunista conservava in Italia. Alla fine si decise a farsi restituire le lettere dalla Feltrinelli e le presentò, nel 1979, a una casa editrice francese che pubblicò subito il libro intitolandolo “Une petite pierre”, libro che divenne un grande successo editoriale. Solo nell’82 “Una piccola pietra “ fu pubblicato anche in Italia da Garzanti. Una testimonianza ancora oggi conosciuta da pochi, negata da molti, una goccia nel mare di menzogne che hanno soffocato coloro che hanno provato a raccontare ciò che successe. ”Così stanno le cose , cari compagni. Vi devo dire l’atroce verità:ci siamo sbagliati!” .Questo è il testamento spirituale di Emilio Guarnaschelli.

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AA.VV, "Cronache dal Neocarbonifero"

2 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantascienza, #recensioni

AA.VV.

Cronache dal Neocarbonifero

Edizioni Bietti, 2013

pp 471

22,00

Gianfranco de Turris è uno dei maggiori esperti di fantastico in Italia. Classe 1944, è giornalista, scrittore e saggista. Ha esordito negli anni sessanta sulle pagine delle riviste “Oltre il cielo” e “Futuro”, ha creato le collane della casa editrice Fanucci, ha diretto la rivista “L’altro Regno” dedicata alla critica del fantastico e ha presieduto il premio Tolkien organizzato dalla casa editrice Solfanelli.

Per l’editore Bietti propone adesso una raccolta di diciannove racconti di fantascienza dalla genesi lunga e travagliata. “Cronache dal Neocarbonifero. Italia sommersa 2027 – 2701”, scritti da autori diversi, fra i quali spiccano Renato Pestriniero e Donato Altomare, nomi non certo nuovi per chi conosce la storia della narrativa fantastica italiana, specialmente quella legata al premio Tolkien, alla casa editrice Solfanelli di Chieti e alla rivista “Dimensione Cosmica.”

L’idea nasce tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta: de Turris chiede a più autori di comporre racconti legati da un filo comune, ambientati in un futuro distopico prodotto dal global warming. In un domani prima prossimo poi via via più lontano, dal 2027 al 2701, l’effetto serra, potenziato dall’esplosione di un sottomarino atomico vicino alla faglia di Sant’Andrea, ha causato un riscaldamento terreste capace di sciogliere le calotte polari e innalzare il livello del mare. Il mondo come lo conosciamo è scomparso, la maggior parte delle città italiane è finita sott’acqua, il clima è divenuto simile a quello che si aveva nel Carbonifero, da qui il titolo della raccolta.

L’idea, ci dice de Turris, era “mettere insieme una serie di storie come fossero i capitoli di un romanzo, che narrassero la progressiva trasformazione della penisola a causa dell’effetto serra (allora non si parlava ancora ossessivamente del famigerato “riscaldamento globale antropico”) con temperature man mano più alte, l’innalzamento del livello del mare sempre più accentuato, un clima quasi subtropicale, una flora e una fauna a esso adeguate, un mutamento graduale non soltanto della natura ma anche della società e dell’uomo. Insomma un ambiente un po’ come quello che gli scienziati dicono vi fosse nel periodo Carbonifero.” (pag 10)

Ogni racconto è ambientato in una diversa realtà locale. “L’idea originaria”, spiega ancora de Turris, “era chiedere ai vari autori di scrivere una trama ambientata nel luogo che conoscevano meglio, la propria città o regione.”

Di questa localizzazione è un esempio alto - per stile, linguaggio e compiutezza narrativa - il racconto “Caccia subacquea”, ambientato in una Venezia sommersa, dove solo pochi privilegiati debosciati vivono fuori dall’acqua, mentre tutti gli altri, i poveri sotomarin, alloggiano in case ormai completamente inondate, costretti a vendere i propri primogeniti come servi o come serbatoio di organi.

I racconti rappresentano possibili mutamenti ed evoluzioni non solo climatiche ma anche politiche. Hanno un orientamento preciso – del quale de Turris non ha mai fatto mistero - e ci mostrano una società nella quale flussi migratori incontrollati hanno portato a guerre, invasioni e a un imbarbarimento che ricorda quello di molti film di fantascienza, in particolare Waterworld di Kevin Reynolds.

I temi sono l’effetto serra - cui non tutti gli autori credono se non nella misura in cui possono trarne spunto per un racconto di fantascienza - gli esiti dell’immigrazione, la manipolazione genetica, l’allontanamento dalla fede cristiana tradizionale in favore di nuovi riti neo pagani e del culto della Grande Madre - con conseguente sacerdozio femminile e rivalutazione della figura mariana - la carenza di acqua potabile, il contrasto fra sostenitori dell’energia atomica (Atomisti) e sfruttatori di biomasse (Trivellatori)

Com’è naturale, il limite dell’etica col tempo si sposta in avanti, fino a far considerare normale lo ius primi filii e lo sfruttamento dei cadaveri per la produzione di energia, specialmente in un universo post catastrofico dove si sono perse regole, conoscenze e confini di civiltà.

Alcuni racconti sono più avvincenti, altri hanno un sapore di “sarebbe stato meglio se”, intendendo con questo che un ulteriore sviluppo in romanzo ne avrebbe fatto qualcosa di più completo e coinvolgente, anche se, come ribadisce il curatore, l’importante di questa antologia è la sorta di fil rouge che la percorre riconducendola alla medesima visione centrale.

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L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

30 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #storia

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

Edizioni Settimo Sigillo Europa – 2009

Giacchetti Boico Gulia- Vignoli Giulio

II libro è scritto a quattro mani da Giulia Giacchetti Boico e Giulio Vignoli. Giulia è nipote di deportati e vive e opera a Kerc in Crimea. Giulio Vignoli è docente all'Università di Genova. Scrive Giulia: "Tutta la strada da Kerc al Kazakistan è irrigata dalle lacrime e dal sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno ne tombe, né croci". In questo libro si narra dell’olocausto dimenticato di una minoranza di Italiani che si era stabilita in Crimea fin da tempi antichissimi. Le prime presenze risalgono addirittura all’Impero Romano, per arrivare alla Repubblica di Genova e Venezia, ma è in epoca moderna che si ebbe il più importante flusso migratorio, si trattava di circa duemila persone provenienti soprattutto dalla Puglia. Erano italiani poveri dediti principalmente all’agricoltura. Partivano verso quello che per loro appariva come un nuovo Eldorado: clima mite, terre fertili, mari pescosi. La comunità si inserì perfettamente nel tessuto locale, si stabilì principalmente nei pressi della città di Kerc e, in pochi decenni, divenne una delle più ricche e ammirate grazie alle sue grandi capacità imprenditoriali e commerciali. I problemi cominciarono con la Rivoluzione d’Ottobre. “Espropriati della terra e privati della possibilità di professare la propria fede” molti italiani ritornarono in Patria. A quelli che rimasero fu imposta la “russificazione” : era loro vietato parlare italiano e furono costretti a cambiare i cognomi. La storia della piccola comunità in Crimea si intrecciò con la complessa tragedia del comunismo sovietico. Nell’ambito del piano di collettivizzazione delle campagne, le autorità sovietiche promossero nei pressi di Kerch la costituzione di un colcos italiano dal suggestivo nome “Sacco e Vanzetti”. I nostri connazionali, piccoli proprietari terrieri, provarono a resistere e continuarono a lavorare alacremente la terra come sapevano fare loro, senza adeguarsi troppo alle restrittive regole di quella che era una specie di cooperativa agricola di produzione. Accadde così che nel fallimentare deserto della collettivizzazione sovietica, il colcos italiano primeggiò e superò tutti gli obiettivi pianificati risultando, grazie all’efficienza dei nostri agricoltori, il più produttivo di tutta la Crimea. Questa prerogativa fu causa, insieme alla relativa agiatezza dei coloni e alla religione professata, di invidie e sospetti. Furono proprio i dirigenti italiani del Comintern che cominciarono a tenere sotto stretto controllo la comunità di Kerch, in quanto le qualità degli italiani, la loro capacità produttiva, la relativa indipendenza dai nuovi dettami che riuscivano a conservare nel lavoro, risultava essere poco consona alla disciplina del partito. Proprio per educarli ai nuovi metodi, fu inviata a Kerch una delegazione speciale di controllo. Capo della missione rieducativa, che poi si rivelò punitiva, fu Paolo Robotti, cognato di Togliatti, presidente del “club degli emigrati” a Mosca e responsabile delle innumerevoli sparizioni di connazionali, avvenute durante le purghe staliniane grazie ai suoi verbali delatori consegnati a chi di dovere. Di ritorno a Mosca, dopo l’importante incarico avuto, scrisse nel suo resoconto di aver sistemato al meglio la situazione al colcos italiano, di aver dato la giusta impronta in modo che avrebbe ripreso nuova vita e prosperità, di aver chiuso la scuola religiosa e rispedito il prete in patria. In realtà la visita di Robotti rappresentò il primo atto della tragedia degli italiani in Crimea. La “pulizia”, da lui guidata con l’ausilio degli agenti del NKVD, condusse alla deportazione di intere famiglie, alla divisione e lacerazione di altre e alla sommaria esecuzione di molti innocenti. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la situazione precipitò. Gli italiani di Crimea furono considerati automaticamente nemici e fascisti, vennero deportati nei gulag in Siberia e in Kazakistan. Intere famiglie dovettero sostenere prima viaggi allucinanti nei vagoni piombati poi lunghe marce nelle steppe congelate dell'Asia, ridotti alla fame, soggetti a privazioni e stenti che condussero alla morte di molti, in particolare di quasi tutti i piccoli. Una volta giunti a destinazione, i deportati vennero collocati in baracche sperdute e nutriti con erbe e radici. In tali condizioni i decessi nelle località d’arrivo, dopo quelli avvenuti durante il viaggio, furono numerosissimi e la comunità di Kerch fu cancellata. Oggi sono in tutto meno di 400 gli Italiani rimasti, hanno costituito il circolo culturale “Il Cerchio”, dove la infaticabile presidente Giulia Giacchetti Boico tiene vivo il lume delle origini. Predispone corsi di lingua italiana, intrattiene rapporti culturali col nostro Paese, organizza scambi di studio per i ragazzi di Kerch, perché anche visitare la Penisola, seppur solo per un breve soggiorno, non è facile per i figli e i nipoti dei sopravvissuti ai gulag. Giulia si batte per ottenere il riconoscimento alla cittadinanza italiana e lo status di minoranza deportata all’intera comunità, poichè con i documenti distrutti e i nomi cambiati, tornare ad essere cittadini italiani è diventato “un sogno”. Da qualche anno l’associazione, il 29 gennaio, per non dimenticare gli Italiani uccisi o scomparsi, tiene a Kerch la “Giornata del Ricordo Italiano”, organizzando una toccante cerimonia col rito dei garofani rossi gettati nel Mar Nero congelato. È a dir poco commovente l’adesione conservata e rinnovata alle tradizioni di origine e a un Paese che, almeno finora, non si è meritato tanto attaccamento, visto che che l’Italia ufficiale non si è ancora fatta viva per riconoscere e ricordarsi di questi Italiani prima perseguitati e poi ignorati. “Molti di noi non sono mai stati in Italia, eppure se glielo chiedi ti risponderanno che quella è la loro Patria,” dice Giulia Giacchetti Boico “La deportazione degli italiani non è stata ancora riconosciuta ufficialmente dall’Ucraina e in Italia non se ne sa quasi niente” La pubblicazione, arricchita da importantissimi documenti e da testimonianze inedite, vuole far conoscere i terribili eventi patiti dagli Italiani e sensibilizzare l'opinione pubblica e la classe politica dell'Italia e dell'Ucraina. Per questo il libro è scritto in italiano, russo e ucraino: “perché tutti intendano, anche chi non vuole intendere.” II volume vuole essere dunque “un grido di aiuto dei superstiti, dopo tanti anni passati dalla strage, perché venga riconosciuto il loro olocausto, un grido che squarci il velo di indifferenza e di oblio”.

La cerimonia dei garofani

La cerimonia dei garofani

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Sacha Naspini, "Il gran diavolo"

23 Marzo 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #interviste

Sacha Naspini, "Il gran diavolo"

Sacha Naspini

IL GRAN DIAVOLO
Giovanni dalle Bande Nere, l’ultimo capitano di ventu
ra

Rizzoli (collana Rizzoli Max)

I Signori della Guerra - Pag. 368 – € 12,90

Sacha Naspini spicca il volo verso la grande editoria confermando tutte le mie previsioni. Ogni tanto sono buon profeta, anche se non ho mai frequentato scuole di scrittura. Non mi è mai passato per la mente neppure l’idea di aprirne una, chiaro. Non penso di avere niente da insegnare. Luigi Bernardi - un uomo che ci manca molto - è stato il suo mentore (Naspini - che non è ingrato - gli dedica il libro), portandolo dal Foglio Letterario a Perdisa, consigliandolo a Elliot e infine proponendolo a Rizzoli.

Il suo nuovo lavoro è un romanzo storico e ci stupisce per la novità tematica, ma non più di tanto, perché Naspini ha un chiaro talento da sceneggiatore e ha sempre mostrato capacità di scrittura sugli argomenti più disparati. L’ingrato (Il Foglio) era una novella classica maremmana, I sassi (Il Foglio) un noir internazionale, I Cariolanti (Elliot) un lavoro vicino ad atmosfere horror, Le nostre assenze (Elliot) un doloroso romanzo di formazione, Cento per cento (PerdisaPop) un libro intervista sulla vita di un pugile, Noir Desire (PerdisaPop) un saggio narrativo sul famoso gruppo rock… Questo per dire che Sacha Naspini non è uno scrittore occasionale, non ha bisogno della molla che faccia scatenare il meccanismo narrativo, ma è capace di imbastire romanzi caratterizzati per scrittura asciutta e dura, operando come un vero e proprio contaminatore dei generi. Naspini fa letteratura usando i generi, cosa non facile, descrive caratteri ed emozioni, angosce umane e dubbi atroci, raccontando storie.

Vediamo Il Gran Diavolo, partendo dalla sinossi Rizzoli.

“I colpi d’artiglieria sovrastano il fracasso del metallo delle armature e le grida dei soldati all’attacco. Della guerra e della morte, però, non ha paura Giovanni: lui è un Medici, nelle sue vene scorre sangue nobile, ma combattivo e fiero, e ogni giorno affronta il nemico alla testa delle più feroci truppe mercenarie d’Italia, le Bande Nere. Il campo di battaglia è grigio, freddo, immerso nella nebbia, eppure i suoi uomini lo seguirebbero anche all’inferno. Tra questi marcia Niccolò, un giovane soprannominato il Serparo per l’inquietante abitudine di tenere tre o quattro serpenti avvolti intorno al braccio. Custode di una sapienza antica, si affida loro per conoscere il futuro. Perciò gli altri soldati lo tengono a distanza, ma presto conquisterà la fiducia del Capitano, riuscendo a penetrarne lo sguardo severo. E dove Giovanni lo avesse posato, là Niccolò si sarebbe fatto trovare, al suo fianco, in mezzo alla mischia. Sempre”. In questo romanzo storico, Sacha Naspini, con una lingua affilata che si misura con il dolore, il male, la morte, racconta di un’amicizia e di quello scorcio di Cinquecento che fu uno tra i momenti più tumultuosi della Storia d’Italia, quando ogni cosa stava cambiando, e tutti tradivano tutti. E lo fa attraverso un personaggio che incarna perfettamente il suo tempo, quel Gran Diavolo disposto a tutto per dominare la sorte e gli uomini. E continuare a combattere. Un esempio di stile: “Niccolò Durante aveva appena visto entrare suo padre nella chiesa. Adesso guardava la gente in adorazione e pensava al giorno in cui sarebbe toccato a lui immergersi in quella folla come un condottiero. Dalla cappella i canti arrivavano forti. Poi ecco che la calca si mosse davvero, spostando le persone come un’ondata. La statua di san Domenico apparve sulla soglia, sorretta a spalla da quattro uomini. E ricoperta da un immane nodo di serpenti luccicanti”.

Abbiamo avvicinato Sacha Naspini per due brevi domande.

Perché un romanzo storico?

È una mia passione, e da qualche parte doveva prima o poi trovare sfogo. Il “richiamo storico”, se così si può dire, permea quasi tutta la mia produzione - penso a I Cariolanti, Le nostre assenze, I sassi, L’ingrato… Raccontare la storia di Giovanni delle Bande Nere è stata comunque un’altra cosa. Ci spostiamo nel 1500, senza ganci con il presente. Una prova, soprattutto a livello di voce. Insomma, dovevo trovare la mia intonazione, sul narrato. E poi i dialoghi. Far parlare personaggi di cinque secoli fa rendendoli credibili e senza che risultino affettati, non è così semplice. Spero di esserci riuscito. Come spero che il romanzo di ambientazione storica resti nelle mie produzioni future – sembrerà strano, ma contribuisce a rendere più esatto il percorso che sento, come autore, sotto vari punti di vista.

Come ti senti dopo il grande salto con Rizzoli?

Sono curioso. È sicuramente un’occasione importante per raggiungere una nuova fascia di lettori. Per il momento, stiamo organizzando la promozione. Mi preparo a viaggiare un po’. E cerco di trovare il tempo per chiudere i romanzi nuovi.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Marco Milone, "Anime nude"

15 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Marco Milone, "Anime nude"

Anime nude

Marco Milone

Narcissus, 2014

“Anime nude” è una raccolta di liriche brevi. Alcune ricordano molto da lontano l’ultimo Caproni del “Conte di Kevenhüller”, quasi che si sia rinunciato ad esprimersi per l’esterno, a comunicare con un’umanità che le speranze deride e violenta, e si ripieghi sulla nostra sabbiosa malinconia, sui nostri ricordi, che sono sentieri dolenti, “solo per me”, perché nessuno può capire i sentimenti altrui, né condividerli.

Insistito il concetto di morte, la signora oscura, (salme, lastra tombale) insieme alla ricerca dell’Assoluto, che non è solo Ente Supremo che scaglia la sua ira sul creato -e, al contempo, si manifesta a chiunque lo cerchi - ma anche sovrannaturale in senso più ampio.

Rime volutamente facili e sgraziate, (immensità-profondità- radiosità/ abbarbagliate-levigate- salassate); parole che tornano come echi quasi in ogni poesia: malinconia, salma, eterno, scelte lessicali non complicate ma desuete per un autore classe 1980 – persino echi foscoliani, la fatal quiete - che non si lasciano per niente influenzare da una facile contemporaneità: cotanta beltà, giammai, opifici, zefiro.Il verso è disadorno, aspira, come l’autore, alla purezza e all’autenticità.

Ci piace riproporre qui, in particolare, la dolente “Palme insanguinate

Palme insanguinate

Intinsero di dolore

Le mie scapole

Lo splendore

dell’uomo che fu

scomparve

assalito

dalle arcane forze

or ora liberate

Un inquieto zefiro

Ci stipò

In angusti anfratti

Che soffocavano i nostri tremiti

E come si fece buio,

tal era rarefatta l’aria

che i nostri respiri si annullarono.

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Oggi a Roma un convegno su Giana Anguissola

10 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Oggi a Roma un convegno su Giana Anguissola

Vi ricordiamo un importante convegno su una grande scrittrice per l'infanzia a torto dimenticata

Oggi a Explora, il Museo dei Bambini di Roma, Ugo Mursia editore presenta:

Giana Anguissola

con l'occasione riproponiamo un articolo sul suo capolavoro: "Violetta la timida"

Vi segnaliamo anche la pagina Facebook che Anna Maria de Majo, la curatrice ed organizzatrice del convegno, ha dedicato all'autrice

La signora A

Violetta la timida

di Giana Anguissola


Mursia, 1970

pp. 273


Giana Anguissola (Travo, Piacenza 1906 – Milano 1966) comincia a scrivere a sedici anni, collaborando al “Corriere dei Piccoli” sul quale pubblica romanzi e racconti. Il suo romanzo più famoso è “Violetta la Timida” del 1963, che vince il premio Bancarellino.

Violetta è soprannominata dalle compagne di scuola “mammola mansueta”, cammina con gli occhi bassi ed ha le orecchie perennemente in fiamme, perché affetta da “coniglite acuta”, quella che oggi, probabilmente, uno psicologo definirebbe fobia sociale.

Un giorno viene chiamata dal preside della scuola: la giornalista Giana Anguissola in persona sta cercando una ragazzina che sia brava in componimento e lei lo è, lei è studiosa, creativa, intelligente, ambiziosa, ma goffa e imbranata come tutti i timidi..

L’Anguissola - che da quel momento in poi Violetta chiamerà signora A. - le chiede di scrivere pezzi per adolescenti sul “Corriere dei piccoli”, raccontando la propria semplice vita di ragazza normale, fra la casa, la scuola, i genitori, il nonno Oreste, l’amico grasso e goffo Terenzio, la compagna antipatica Calligaris, le prime festicciole fra bambine. Accorgendosi subito di come la timidezza e l’ansia inficino ogni prestazione di Violetta e le condizionino la vita, la signora A. le consiglia, o meglio le impone, di fare proprio tutto ciò che la spaventa, affrontando gli ostacoli, svincolandosi dalla sindrome da evitamento cronico.

Sarà così che Violetta, da inibita, si trasformerà quasi in prepotente, fondando il “club dei timidi” (oggi sarebbe un gruppo Facebook) per aiutare chi ha il suo stesso problema. Ecco che un esercito d’insospettabili – fra cui l’amico/aspirante fidanzato Terenzio - s’iscrive al suo club e invade la città, un esercito disposto a tutto pur di superare ansie e timori.

A parte l’improbabilità che tale miracolosa guarigione avvenga, specialmente nel caso della fobia sociale, se il libro ci catturava all’epoca per lo stile divertente, spigliato, ironico, una rilettura odierna ci offre uno spaccato sul mondo educativo dei primi anni sessanta, che si considerava moderno e progressista ma era, in realtà, ancora rigido, influenzato dalla chiesa cattolica e dai programmi ministeriali dell’allora imperante DC, una scuola dove si parlava quasi ogni giorno di religione, dove si narravano storie di santi e martiri.

Nella breve introduzione alla vita e all’opera dell’autrice nell’edizione Mursia del 1970, leggiamo, infatti, che l’Anguissola:

L’intento edificante è evidente e disseminato ovunque, specialmente alla fine di ogni capitolo, che si pone come lezioncina di vita:

Era tuttavia, quello, un mondo pulito, pieno di speranza, dove tutto sembrava avanzare verso un miglioramento della società, dove l’aggettivo “moderno” era sinonimo di progresso e civiltà. Al boom economico corrispondevano aspettative sempre più alte, scolarizzazione di massa, mezzi di trasporto per tutti, vacanze, frigoriferi, automobili, supermercati, industrie che assumevano giornalmente, emigrazione dalla campagna in città. (E sarà proprio la differenza fra città e campagna l’argomento del seguito, “Le straordinarie vacanze di Violetta.)

A quel mondo lontano e scomparso ci piace volgerci ogni tanto e ricordarlo come l’unica stagione di totale speranza vissuta dalla nostra nazione. (Patrizia Poli)

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