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Dario Crapanzano, "Arrigoni e l'omicidio di via Vitruvio"

2 Ottobre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

Dario Crapanzano, "Arrigoni e l'omicidio di via Vitruvio"

Dario Crapanzano

“Arrigoni e l’omicidio di via Vitruvio”

Mondadori 2014

pp 180

15,00

Ha scritto e pubblicato il suo primo poliziesco a settant’anni compiuti; poi, evidentemente, ci ha preso gusto, e, confortato anche dal successo di pubblico, ne ha sfornati altri quattro, passando, con l’ultimo, quello del quale mi accingo a parlare, da una Casa editrice minore (Fratelli Frilli di Genova) alla blasonata Mondadori.

Sto parlando di Dario Crapanzano, il quale mi fa compagnia in un piovoso pomeriggio che annuncia l’autunno alle porte, dopo un’estate che non c’è stata. Una lettura riposante, fatta tutta d’un fiato, a spasso per una Milano datata 1953, in compagnia del commissario Mario Arrigoni e dei suoi aiutanti.

Sì, perché anche qui, riprendendo una tradizione che forse inizia oltre Oceano con l’87° Distretto di Mc Bain, ad agire sono gli uomini di un Commissariato, quello di Porta Venezia, che si muovono per la città a piedi ed in tram, telefonano da apparecchi a gettone, ricorrono a carta e penna per la compilazione dei loro verbali.

Commissariato mille miglia lontano, nel tempo e nello spazio da quello famosissimo di Vigata, fertile invenzione di un altro grande vecchio del poliziesco italiano, ma che, in comune con quello siciliano, ha la possibilità che offre all’autore di far entrare in scena personaggi “di contorno” solo all’apparenza, che sono agenti, ispettori e vicecommissari alle dipendenze del protagonista principale.

Si intrecciano così, alla storia principale, abbozzi di storie secondarie (nel nostro caso un furto di gioielli), che alleggeriscono un po’ la narrazione.

Qui, si parte dall’omicidio di un attore-impresario teatrale, con un’indagine a ritroso nel tempo (altro “classico” della narrativa poliziesca) che si snoda in gran parte nell’improvvisata succursale di Commissariato che è un vecchio teatro, l’Imperiale, “una bella palazzina liberty nei pressi della Stazione Centrale di Milano” specializzato in pieces del vaudeville (in cartellone, quando inizia la storia, “L’albergo del libero scambio” di Feydeau) e del dramma poliziesco.

Non dirò di più sulla trama, dignitosa ed intrigante al punto giusto (anche se l’assassino si “intuisce” una trentina di pagine prima del finale, e non può essere che quello); ciò che rende, a mio avviso, particolarmente gradito questo romanzo è l’ambientazione d’insieme, e, più di tutto, i riferimenti alla vita quotidiana, fuori dal commissariato, del bravo Arrigoni.

Ha una moglie, Lucia, della cui perdurante bellezza è giustamente fiero, ed una figlia tredicenne, Claudia, che, anticipando i tempi, lo contesta nelle rare occasioni di incontro, che sono, in genere, a tavola e nel dopo cena.

I “dopocena” di una volta, quando i nostri padri e nonni non ci lasciavano inebetire dalle immagini che si accavallano su uno schermo “ultrapiatto”, e si sistemavano, invece, in poltrona, per ascoltare un radiodramma con Renzo Ricci o leggere un libro.

E non libretti da niente: una sera, mentre il papà “grande consumatore di letteratura francese e russa dell’Ottocento” si dedica a Stendhal ed alla sua “Certosa di Parma”, la mamma sfoglia un corposo “Tutto Cechov”, e, in sottofondo, va il Bolero di Ravel.

Non male, direi…a memoria mi pare che il mio pur carissimo Montalbano passa le serate a vedere il telegiornale locale del suo amico Nicolò Zito.

Non si deve, però, credere che la contemporaneità resti fuori della porta di casa Arrigoni: siamo a pochi giorni dalla morte di Stalin, e se ne parla a tavola, con una figlia aspramente critica contro il defunto “Baffone” (“colpa o merito dell’assidua frequentazione della parrocchia ?” si chiede il perplesso padre) e i genitori, tutto sommato, piuttosto incerti nel giudizio.

In Commissariato, però, l’indagine procede, con l’accavallarsi di una serie di piste ed indizi che ingarbugliano il quadro: motivi di interesse che coinvolgono la vedova, erede dei non pochi beni del defunto, perché lasciata di fatto ma mai legalmente; gelosie di maschi traditi, vista la fama di sciupafemmine del defunto ed anche certe sue “passioni” per la fotografia osè con ingenue (?) attricette o aspiranti tali; vicende di turpitudini delatorie ai danni di ebrei durante la guerra.

Per Arrigoni non sarà facile (ma nemmeno difficilissimo, diciamo la verità) venirne a capo, anche con qualche forzatura del codice deontologico del bravo poliziotto. E con lui il lettore, coinvolto passo dopo passo nello sviluppo dell’indagine.

Per finire, vi do un’anteprima.

Tranquilli, non è una “pista” per arrivare alla soluzione, ma più semplicemente un esempio di quell’atmosfera che pervade il romanzo, carica di suggestioni anche per me, che pure all’epoca ero solo un frugoletto in calzoncini corti:

Non esistendo ancora prodotti alimentari in confezione di marca, ogni esercizio commerciale consegnava la merce sfusa, avvolta in pacchetti di robusta carta odorosa. Obbedendo a d un codice dalle origini misteriose, a ogni categoria toccava il suo colore, e non erano ammesse deroghe

Dal prestinaio, forse il negozio più frequentato, pane, dolci, pasta e riso venivano avvolti in una ruvida carta grigia.

Altra bottega, altra musica: in drogheria imperava il colore più bello, il “carta da zucchero”, così definito proprio perché lo zucchero era il genere più venduto

Vi era, infine, un imballo comune a macelleria e salumeria, peraltro l’unico destinato a sopravvivere al trascorrere del tempo: quello giallo carico, in cui venivano incartati sia sanguinosi pezzi di carne, sia salami e prosciutti

Il “prestinaio”… io ho dovuto far ricorso al vocabolario

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Pierluigi Spagnolo, "Bobby Sands il combattente per la libertà. Una storia irlandese"

1 Ottobre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #personaggi da conoscere

Pierluigi Spagnolo, "Bobby Sands il combattente per la libertà. Una storia irlandese"

Bobby Sands Il combattente per la libertà. Una storia irlandese

Pierluigi Spagnolo

Editrice L'Arco e La Corte

pp. 119

Leggere la storia di Bobby Sands è come ricevere un pugno nello stomaco. Nel libro vengono descritte e approfondite la figura e la vita di Robert Sands, giovane irlandese di Belfast, morto nel 1981 mentre era detenuto nel carcere britannico di Long Kesh, dopo uno sciopero della fame durato 66 giorni e vengono portate alla luce attraverso citazioni e racconti le condizioni disumane della sua prigionia. Bobby, nato a Rathcoole, un quartiere di Belfast, il 9 marzo del 1954, era cresciuto in una famiglia cattolica e fin dalla prima giovinezza si vide costretto a subire l'astio, il risentimento, il rancore settario di un paese diviso da conflitti, tuttora esistenti, che affondano le loro radici in motivazioni non solo religiose, ma anche culturali, nazionali, sociali e politiche. Crebbe in una città spesso messa a ferro e fuoco dalle parti in lotta, divisa da steccati, frammentata da barricate erette non solo sulle strade, imparò a convivere coi problemi di una terra presidiata dall'esercito britannico e dilaniata dal conflitto fra cattolici e protestanti, ma vedendo la madre piangere, soffrire per le enormi ingiustizie, non si abituò e non accettò mai tale assurda realtà. Insieme alla sua famiglia fu costretto a cambiare casa più volte a causa delle vessazioni dei vicini che, appena scoprivano la loro appartenenza religiosa, li umiliavano e li perseguitavano. Come lui tanti erano i giovani cattolici irlandesi che, alla disperata ricerca di un lavoro, si trovarono di fronte a porte sbarrate: fabbriche, cantieri, negozi sui cui ingressi erano affissi cartelli con la esplicita scritta :”Non si assumono cattolici”. A soli diciotto anni, per reazione a queste sopraffazioni Bobby si arruolò volontario nel Movimento Repubblicano, decisione questa che decretò l'inizio della sua fine. La militanza lo portò, in due anni, a subire due arresti e affrontare altrettante condanne, con la seconda gli furono comminati 15 anni di carcere per la presunta partecipazione a un attentato avvenuto nell'ottobre del 1976, seguito da un conflitto a fuoco con la polizia inglese. Fu condannato sulla base di prove assolutamente indiziarie, senza testimonianze e senza che lui rendesse mai una confessione diretta, nonostante le torture e le sevizie subite durante gli interrogatori.

Mi fu ordinato di allargare le gambe e di poggiare sulla pianta dei piedi e delle mani, faccia verso il muro; un poliziotto visibilmente ubriaco continuava a sferrarmi violenti pugni sui reni, fianchi, collo, sulla schiena, in effetti dappertutto. L'altro agente mi teneva per i capelli sputandomi in faccia raffiche di domande (...) iniziarono a sferrare violenti calci sulle gambe e le mie parti intime, così forte da farmi mancare il respiro e farmi cadere due volte solo per essere pestato di nuovo e rimesso contro il muro.(...)

Vi risparmio la durata e l'intensità dell'orribile trattamento che gli riservarono prima di processarlo, carcerazione preventiva che durò in queste condizioni per undici lunghi mesi. La condanna, come già detto, venne emessa senza che vi fossero legami accertati fra Bobby e l'attentato, la rabbia con cui accolse la severissima e immeritata sentenza, gli causò l'aggravio di pena di un ulteriore periodo di sei mesi. In realtà il ragazzo fu condannato non per la certezza della colpa, bensì per la certezza della sua appartenenza all'I.R.A., la più nutrita e meglio organizzata milizia del Movimento Repubblicano Irlandese. L'esercito di liberazione, che combatteva nell'Ulster (Irlanda del Nord) per porre fine alla presenza britannica sull'isola, per difendere la minoranza cattolica e ricongiungersi alla Repubblica d'Irlanda già libera e sovrana. Bobby aveva, innegabilmente, partecipato a quelli che comunemente venivano definiti “the trubles”, cioè i disordini, i problemi di ordine pubblico, ma è altrettanto certo che nessuno cadde mai sua vittima o morì sotto i colpi della sua pistola. L'Europa ha ignorato per anni la realtà di Belfast, del Nord Irlanda, ultima colonia inglese del vecchio continente, permettendo così l'instaurarsi di una vera e propria “apartheid”. La Gran Bretagna, in modo subdolo e ipocrita, giustificava, agli occhi del mondo, l'utilizzo del suo esercito quale deterrente a movimenti violenti, per favorire la convivenza tra due diverse comunità, in realtà con la sua massiccia presenza e con il suo atteggiamento, spesso brutale, da esercito di occupazione alimentò violenze e dissensi. Bobby Sands aveva iniziato a lavorare molto presto come apprendista carrozziere per contribuire ad innalzare il modestissimo tenore di vita della sua famiglia, ma amava leggere, trai suoi autori preferiti Kipling e Oscar Wilde.

Grande appassionato di poesia, ne compose molte negli ultimi anni della sua breve vita trascorsi in carcere, dove scrisse anche un “diario”, una raccolta di pensieri vergati di nascosto su un rotolo di carta igienica e fatti uscire clandestinamente dalla cella. Il libro venne pubblicato poi col titolo “Un giorno della mia vita” in cui si ha uno spaccato esatto e fedele di quello che succedeva all'interno.

“ …i soffocanti mesi estivi, quando le celle si trasformavano in forni e il puzzo della della spazzatura e del cibo ormai rancido diventava insopportabile. Era allora che migliaia di vermi bianchi uscivano fuori dai mucchi di rifiuti, striscindo e contorcendosi tutti (...) mi stavano strisciando sui capelli, sulla barba, su tutto il corpo. Erano ripugnanti,e, a prima vista facevano paura (….)”

Come tutti i ragazzi della sua età amava la chitarra, aveva una passione per il canto e portava lunghi capelli neri, che gli cadevano ribelli sulle spalle, capigliatura che gli valse il nomignolo di “Geronimo”. Dotato di un fisico forte e muscoloso era uno sportivo, praticava con successo attività in cui eccelleva per il suo spirito agonistico, come il rugby e il football, suoi sport preferiti. Era un lottatore inarrestabile e non si arrendeva di fronte a nulla, caratteristica che gli costò molte persecuzioni dagli aguzzini del carcere in cui fu detenuto e fu proprio questa sua incrollabile determinazione a portarlo alla morte. Nei durissimi anni di reclusione Bobby divenne l'emblema della guerra contro il Regno britannico, lui e gli altri “prigionieri politici” ingaggiarono una lotta senza frontiere con le autorità inglesi, protestavano per le inumane condizioni di trattamento del carcere e per attirare l'attenzione del mondo indifferente sul quello scorcio di Irlanda. Nel libro non mancano le testimonianze di altri detenuti e i documenti sulle torture subite dai prigionieri in quello che fu un vero e proprio “lager” inglese.

Che trovino un nome a questo tipo di tortura pensai (…) le percosse, l'acqua gelida degli idranti, la fame, le privazioni, che provino a dare un nome a questo terribile incubo..”

Così Bobby, risolutamente, un giorno mise in pratica l'estremo atto di protesta iniziando uno sciopero della fame che lo portò alla morte alle ore 1 e 17 minuti del 5 maggio 1981, quando aveva solo 27 anni e ormai, completamente disidratato, pesava una cinquantina di chili. Poco meno di un mese prima durante le elezioni suppletive per un seggio circoscrizionale era stato candidato ed eletto, ma nemmeno questo era servito a farlo desistere e a interrompere la sua battaglia. Oramai aveva deciso: il mondo doveva sapere e seppe, ampie furono le testimonianze a livello internazionale di cordoglio e sdegno. Il Papa Giovanni Paolo II mandò in dono una croce pastorale d'oro massiccia che gli fu messa tra le mani il giorno del funerale svoltosi il 7 maggio nella chiesa di San Luca a Belfast, ove parteciparono oltre centomila persone giunte da ogni dove per portare un fiore al “digiunatore, morto per la fame di libertà”.

Questo è il personaggio che esce dalle pagine del libro, un giovane controverso valutato un “terrorista senza scrupoli” dagli Inglesi , Margaret Thatcher ebbe a pronunciare tali parole anche il giorno della sua morte, e ritenuto, al contrario, dai propri sostenitori un moderno martire per la libertà. Chi era dunque Bobby Sands?

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Marco Milone, "Le stagioni della memoria"

22 Settembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #recensioni

Marco Milone, "Le stagioni della memoria"

Le stagioni della memoria

Marco Milone

Narcissus, 2014

Sembrano trascorsi secoli da “Dove va il mondo” e “Anime nude” a “Le stagioni della memoria”, terza silloge di poesie di Marco Milone, non perché ci sia un cambio di rotta stilistico o contenutistico, ma per come, non conoscendo l’età dell’autore, si potrebbe qui pensare ad un artista anziano. Milone, invece, è un trentenne senza speranze, senza illusioni leopardiane: “giammai vedrò sorgere il sole”, “di speranze irrealizzabili m’illudo, “e non ci rimane altro” .

Difficile smettere di illudersi, attendere, sperare, anche quando la vita passa davanti e non siamo in grado di saltarci dentro, anche quando essa sembra appartenere agli altri, scorrere di là da un vetro, anche quando soggiaciamo alla regola di un “si passivante” che ci rende non autentici; è difficile perché, nonostante l’atteggiamento stanco e demotivato, giovani lo si è davvero e la speranza non vuol morire: “So che non arriverai eppure son qui e aspetto”, “illusione di un futuro, di qualcosa che non giunge.”

Se tutto il meglio pare ormai alle spalle, pure la memoria non è dolce, non è consolatoria, ha stanze oscure, ancora da svelare, e noi vorremmo essere come bruti per non avvertire il peso dell’esistenza. Il futuro non c’è, è come se fosse già stato esperito, lasciato indietro: “rievoco il futuro”, e rievocarlo vuol dire farne memoria e non aspettativa, trasformarlo in qualcosa che non ci sarà mai perché c’è già stato, perché sarà uguale al presente, e così le “luminose strade” del possibile saranno cancellate dagli “oscuri labirinti” di una memoria congelata.

Ricorrono le parole “sommerso”, nel senso di avviluppato, appesantito, e “oscuro”, inteso come inconoscibile ma anche doloroso, ansiogeno. I riferimenti leopardiani sono tanti, fra stelle, ginestre, dolore senza uscita, caduta delle illusioni. I temi sono i soliti in Milone: solitudine, morte, incomunicabilità ma anche, soprattutto, memoria.

Si spargono i semi

della polvere

Nei tempi che furono

Rivedo la vita, rievoco

Il futuro. Una branda,

un giaciglio da cui percorrere

ancora ancora

le strade del passato

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Grant Allen, "Questi barbari inglesi"

20 Settembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Grant Allen, "Questi barbari inglesi"

Questi barbari inglesi

Grant Allen

Traduzione di Nicola Leporini

Marchetti editore, 2014

pp. 138

10,00

Questi barbari inglesi”, traduzione di “The British Barbarians”, di Grant Allen, edito da Marchetti, apre la collana “Dodo d’oro”, formata da opere della letteratura in lingua inglese che, per vari motivi, sono scomparse della memoria culturale e quindi non sono mai state tradotte in italiano prima d’ora.

Come afferma l’autore stesso nella prefazione, “Questi barbari inglesi” mira a “rappresentare punti di vista (…) nella narrativa romantica piuttosto che in saggi ponderati”. E il romanzo, in effetti, è una commistione di tre generi: blanda fantascienza, narrativa sentimentale e pamphlet. In realtà, propende verso la terza via, le altre due sono solo dei pretesti per rendere più accattivante la materia.

Charles Grant Blairfindie Allen è nato in Canada nel 1848 ed è vissuto tra Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Vicino di casa di Arthur Conan Doyle, agnostico e socialista, amico di Spencer, sostenitore dell’evoluzionismo di Darwin e delle teorie antropologiche di Frazer, molte delle sue opere, a partire da “The Woman Who Did” – che narra la vicenda scandalosa e drammatica di una ragazza madre – sono animate da un prepotente spirito critico nei confronti della società britannica, inquinata dal culto della rispettabilità a tutti i costi e dal moralismo ipocrita dei borghesi sepolcri imbiancati.

Nella Londra vittoriana, piomba dal nulla l’affascinante e compito Bertram Ingledew, a sconvolgere la vita di Philip Christy, di sua sorella Frida e del cognato. Per evitarvi lo “spoiling”, cioè l’anticipazione del finale, diciamo solo che Herbert George Wells si è ispirato a questo romanzo per il suo celeberrimo “La macchina del tempo”, uscito nello stesso anno, il 1895, e cita proprio Allen. Il tema del “mondo perduto”, o dei viaggi nel tempo, era molto in voga all’epoca, ricordiamo anche “Un americano alla corte di re Artù” di Mark Twain, del 1889.

Bertram Ingledew considera i costumi inglesi come farebbe con quelli di una qualsiasi società primitiva. In realtà, si comporta da antropologo, analizzando con distacco scientifico (ma anche con un pizzico di disgusto) l’ossessione per l’ onorabilità, misero feticcio, e per le regole della buona società, opprimente tabu.

Allen mette a fuoco le incongruenze di una classe socieale che basa tutto sulla reputazione, nascondendo il marcio sotto il tappeto. Vittime di questo sistema etico sono soprattutto le donne. Da una parte è vietata loro la libera espressione della propria sensualità, di sentimenti puri, dall’altra esse vengono sfruttate come prostitute, costrette ad una vita abietta, a indigenza e malattie, proprio da quegli stessi uomini che le usano per mantenere illibate (e represse) le loro future mogli. Verso la prostituzione, e il suo utilizzo da parte di borghesi e nobili votati al culto del “buon costume”, Allen mostra una vera e propria idiosincrasia.

Sia in “The Woman Who Did” che in “Questi barbari inglesi” non c’è lieto fine, perché la spinta libertaria - ed il ribaltamento dell’etica a favore di emozioni cristalline, della ventata fresca che si respira solo dalla “sommità della collina” - comporta conseguenze tragiche, somiglianti, anche solo inconsciamente, ad una punizione. La società non è pronta per accogliere un nuovo concetto di morale, per scambiare l’aria viziata e malsana dei salotti bene con passioni che sono etiche solo in virtù della loro autenticità.

Il romanzo, o meglio il racconto lungo, è scorrevole e anche divertente. Spassoso il modo in cui sono descritti gli inglesi, con quel loro sentirsi centro indiscusso dell’universo e non concepire nemmeno l’esistenza di luoghi e culture alternative. Si notano, però, dei difetti nel testo che, forse, l’hanno reso poco celebre, insieme al fatto di essere antibritannico e propalare idee non convenzionali e trasgressive. Risente del fatto di essere più un saggio che una narrazione vera e propria ed ha una costruzione lacunosa. La prima parte si presenta come satira sociale, la seconda vira verso il dramma, sempre intriso, però, di teorie filosofiche. Il personaggio di Philip Christy, ad esempio, che serve a introdurre in modo comico, per contrasto, la figura di Bertram Ingledew - incarnando a tutti gli effetti i pregiudizi vittoriani e l’autocompiacimento inglese - sparisce quasi dalla metà del libro ed è sostituito dall’odioso marito di Frida. In realtà i due cognati, ottusi e gretti, fanno da contraltare alle figure di Bertram e Frida, lui limpido nella sua saggezza quasi sovrumana, lei intelligente, viva, pronta a recepire i nuovi concetti, a svilupparsi intellettualmente e spiritualmente, elevandosi al di sopra della stolta morale perbenista. Quello che succede a Frida è proprio quello che l’autore vorrebbe accadesse a tutte le giovani donne dopo la lettura della sua opera. “Soprattutto”, afferma ancora nella prefazione, “si dovrebbe suscitare il loro vivo interesse quando sono ancora giovani e plasmabili, prima che si siano cristallizzate e indurite nelle convenzionali marionette della buona società. Farle pensare quando sono ancora giovani, far loro provare sentimenti quando sono ancora sensibili.”

Una molto godibile via di mezzo, insomma, fra ragione e sentimento, “sense and sensibility”, illuminismo e romanticismo, libello e romanzo d’amore.

Articolo su La Nazione

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GUARDATI DALLA MIA FAME di Milena Agus e Luciana Castellina di Giacinto Reale

12 Settembre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

GUARDATI DALLA MIA FAME di Milena Agus e Luciana Castellina  di Giacinto Reale

Milena Angus e Luciana Castellina

“Guardati dalla mia fame”

Nottetempo ediz 2014

pp 200

15,00

Nato e vissuto, fin quasi ai 27 anni, a Bari, mi capitava spesso di andare a trovare uno zio ad Andria, grosso centro (allora) agricolo ad una sessantina di chilometri dal capoluogo.

Una sera, egli mi condusse nella piazza principale del paese (“piazza Catuma”), per assistere ad una scena destinata a restarmi in mente: l’arruolamento dei braccianti per la successiva giornata lavorativa. Era il cosiddetto “mercato delle braccia”, originariamente svolto all’alba, ma poi –con l’impiego dei camion che velocizzavano il raggiungimento dei luoghi di lavoro - anticipato alla sera prima, così da consentire una nottata di sonno agli uomini.

Appoggiata ai muri dei palazzetti che affacciavano in piazza, c’era una torma di ometti (altezza media 1,60), abbronzati (meglio “rossi”) in volto, dai lineamenti marcati, con, e fu quello che mi colpì di più, delle mani enormi, delle vere “pale” come si dice normalmente, che roteavano in aria in discussioni animate.

Tra essi passavano dei “capisquadra” che, in base alla conoscenza personale, assoldavano la mano d’opera necessaria il giorno dopo per la raccolta delle mandorle, delle olive o degli altri lavori stagionali dei campi.

Tra loro, aggiunse mio zio a bassa voce, c’erano sicuramente alcuni che avevano preso parte al linciaggio eccidio delle sorelle Porro.

A distanza di oltre una decina d’anni, era un fatto del quale si parlava ancora sottovoce, vissuto quasi come una colpa collettiva dell’intero paese, anche di chi non vi aveva partecipato, o, addirittura, all’epoca era “controparte” dei contadini in sciopero.

Ecco perché, quando ho visto in libreria questo volume, non me lo sono lasciato scappare: era arrivato il momento di saperne di più.

IL FATTO: ad Andria, la sera del 7 marzo 1946, una gran folla si raccoglie in piazza Municipio, in attesa del comizio dell’On Giuseppe di Vittorio, noto esponente comunista e sindacale. Il clima in paese è agitato da parecchi giorni, in coincidenza con il rinnovo dei contratti agricoli, e in conseguenza della grande miseria imperante, che ha ridotto letteralmente alla fame (da qui il titolo del libro) un gran numero di reduci e contadini.

Ci sono, quindi, scontri con le forze dell’ordine, minacce ai proprietari terrieri che in maggioranza abbandonano il paese e vanno a stare da parenti sparsi in tutta la Puglia, o in albergo a Bari, violenze diffuse, fino all’invasione, nel pomeriggio, da parte di una cinquantina di esagitati, del palazzo Porro –che affaccia proprio sulla piazza del Municipio- alla ricerca di armi.

Nel palazzo vivono le tre sorelle Porro nubili (e con loro è frequentemente una quarta, sposata), e un inquilino, Francesco Ciriello, direttore della banca locale, insieme a vario personale di servizio.

Le donne, Carolina, Stefania, Vincenzina e Luisa, che hanno dai 54 ai 66 anni, nulla possono fare contro la violenza, ma, comunque, al termine della “ispezione” che dà, naturalmente esito negativo, preparano i bagagli e si apprestano a lasciare il palazzo.

Per ovvi motivi precauzionali, evitano di farlo mentre in piazza sono radunati i manifestanti, e si raccolgono in preghiera nella guardiola del portiere, in attesa che tutto finisca.

Prima ancora che arrivi Di Vittorio, però, un colpo di pistola sparato dai tetti scatena la furia della folla: si dà l’assalto al portone del palazzo Porro, perché qualcuno dice che di là si è sparato, e i suoi disgraziati occupanti vengono raggiunti per strada mentre cercano di fuggire dall’uscita posteriore.

Vi risparmio i particolari granduignoleschi: Vincenzina e Stefania, con il loro inquilino, vengono malmenate, l’uomo è colpito da svariate coltellate, le donne trascinate per i capelli, finchè non riescono a trovare rifugio dietro qualche portone che provvidenzialmente si apre.

Carolina e Luisa, invece, non ce la fanno; la prima viene finita a baionettate, alla seconda viene sbattuta la testa contro lo spigolo di una porta, finché muore; i corpi – prima forse legati a due cavalli e trascinati per strada - restano tutta la notte sul selciato, a mo' di ammonimento.

Saranno recuperati solo il giorno dopo, quando le forze dell’ordine ristabiliranno la pace in paese; al processo, due anni dopo, ci saranno 136 imputati, e verranno comminati 6 ergastoli.

IL LIBRO: due, come detto, sono le autrici, e affrontano il tema da angolature e in modi diversi: la Castellina procede ad una ricostruzione storico-politica del contesto; lo fa nella sua ottica che, a 70 anni di distanza, è in fondo la stessa di Di Vittorio, il quale, nel comizio tenuto il giorno dopo il massacro, non fece cenno agli omicidi, e de “L’Unità” e “L’Avanti” che parlarono di “due donne morte”, senza particolari.

Lo fa con una punta di cinismo in più, quando dice, asetticamente, senza nessun giudizio, quasi come una normale constatazione: “E’ la fame che si fa violenza e chiede vendetta. La chiede ai Porro perché sono parte della classe che li ha sfiniti, non importa più se a sparare siano state proprio loro o altre come loro. Sono colpevoli per storia. Per classe”.

Migliore, secondo me, la parte affidata alla Agus che, con la narrazione di una immaginaria amica delle quattro sorelle, efficacemente riscostruisce un ambiente e un modo di essere che oggi ha quasi del favolistico: le sorelle Porro sono ricche, molto ricche, eppure “vivevano da povere, non per tirchieria, ma perché i loro pensieri, il loro modo di comportarsi erano naturalmente da povere”; passano le loro giornate dicendo rosari o con “le loro facce chine sul lavoro di uncinetto o ricamo”; hanno in casa “una serva bambina di dodici anni che….le amava di un amore incondizionato ed incommensurabile”; sono nubili (“signorine grandi “ si dice dalle mie parti), con “l’aria da “scusate se siamo al mondo, non vi daremo alcun fastidio” e i piccoli pudori che il loro stato impone: “le mutande e i reggiseni li chiamavano “i primi” e “i secondi”.

Chiunque abbia la mia età, ha fatto in tempo a conoscere qualche zia simile alle sorelle Porro, anche se non ricca come loro; per molto tempo è andato di moda, parlandone, usare l’espressione “ipocrisia piccolo borghese” (se non di peggio) l’ho fatto anch’io nei miei anni giovanili, e forse un fondo di verità c’era.

Però, sarebbe ingeneroso fargliene una colpa, perché, come scrive la Angus, “Le Porro, del resto, non conoscevano il male, ed erano creature semplici”; per questo si spiega che Luisa, prima di morire, abbia detto ai suoi carnefici, con un filo di voce “Siate benedetti”, e le due sorelle superstiti, in tribunale, alla richiesta del Presidente di riconoscere i loro torturatori, abbiano risposto: “Noi non riconosciamo nessuno di questi imputati. Noi abbiamo perdonato”.

E così noi perdoniamo, e non sembri ingiurioso, la loro pignoleria: “quando facevano stirare le lenzuola, raccomandavano di appuntare gli angoli con gli spilli, perché gli orli combaciassero perfettamente” e quell’orribile odore di “violetta di Parma” che accompagnava il loro apparire: sono sciocchezze.

E che nessuno mi citi Gozzano, per favore…..

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“IL CLAN DEI MISERABILI” di Umberto Lenzi di Giacinto Reale

10 Settembre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

“IL CLAN DEI MISERABILI” di Umberto Lenzi  di Giacinto Reale

Umberto Lenzi

“Il clan dei Miserabili”

Cordero Editore 2014

pp 168

14,00

Sono stato, per un lungo periodo della mia giovinezza, una dozzina d’anni diciamo, a partire dai quindici, maniacalmente appassionato di cinema; poi mi è passata, un po’ per l’allargarsi della forbice tra i miei gusti in fatto di attori e di trame e l’offerta del mercato, un po’ per il sopraggiungere di lavoro, famiglia e figli.

Ai “tempi belli”, comunque, ero arrivato ad andare in sala (allora non c’era l’attuale offerta in dvd e canali televisivi) anche tre volte a settimana, preferibilmente in quelle “seconde visioni” che, all’epoca accompagnavano per mesi la prima uscita di una pellicola.

Spettatore onnivoro, considerato che Bernardo Bertolucci, Ingmar Bergman, Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti erano piuttosto parchi di opere d’arte, andavo a vedere di tutto:

-peplum, con quelle tornite attrici in svolazzanti gonnellini che turbavano i miei sogni adolescenziali;

-Totò, che ho sempre trovato infinitamente più divertente nell’età matura che non alle prime esperienze cinematografiche;

-commedie all’italiana, quando i registi si chiamavano Mario Monicelli, Ettore Scola, Luigi Zampa, etc, per poi abbandonare il genere con l’arrivo del trash;

-western, che non mi creavano alcun senso di colpa, perché i cattivi erano sempre e sicuramente gli indiani;

-polizieschi, di scuola americana (che pure non era la mia preferita) ma “redenti” da protagonisti del calibro di Frank Sinatra, Paul Newman e Rod Steiger.

Quando fu il loro tempo, alla collana non potevano mancare i poliziotteschi italiani, prodotto genuinamente nostrano, a suo tempo snobbato, ma che da qualche anno è entrato anche nella considerazione di quotatissimi critici ed esperti, a cominciare da Quentin Tarantino, che, proprio per Umberto Lenzi del quale parlerò ora, ha una specialissima predilezione.

Erano, a dire la verità, film spesso copia conforme l’uno dell’altro, nei titoli (in genere con la presenza della parola “polizia”, che “ringrazia”, “non può sparare”, “chiede aiuto”, e via inventando), negli attori (per esempio, Enrico Maria Salerno era il commissario “buonoper antonomasia, Maurizio Merli quello “manesco”, e poi c’erano il cattivo, tendente al sadismo, Tomas Milian e il duro d’importazione Henry Silva) e nei registi (Enzo G Castellari, Fernando Di Leo, Stelvio Massi, etc)

Un posto di tutto rispetto se l’era guadagnato anche il già citato Lenzi (solo per ricordare qualche suo titolo: “Roma a mano armata”, “Napoli violenta”, “Il giustiziere sfida la città”) che da qualche anno ho ritrovato sugli scaffali delle librerie come autore di una “serie” di polizieschi ambientati a Cinecittà durante e (finora) immediatamente dopo il fascismo.

Polizieschi che hanno tutti gli ingredienti per piacermi: il contesto “datato”, l’ambiente cinematografico che ha sempre esercitato su di me un grande fascino, e il protagonista, Bruno Astolfi, ex pugile ed ex commissario di polizia. diventato investigatore privato, con un piglio alla Philip Marlowe di noantri.

I titoli finora usciti sono sei (e anche questa “serialità” mi piace: sono un lettore che si “affeziona” ai personaggi), e l’ultimo si chiama “Il clan dei Miserabili”, perché ambientato nella Cinecittà del 1947, mentre Riccardo Freda gira appunto “I Miserabili” con Gino Cervi (Jean Valjean) e Valentina Cortese (Cosetta).

Naturalmente, ho visto questo film (disponibile in due dvd, considerata la durata) e mi è piaciuto molto, certamente più della versione – pure accettabile - con Jean Gabin, dell’obbrobrio americano diretto da Lewis Milestone, e del recentissimo musical (orrore!) con Russell Crowe…altri adattamenti del romanzo di Victor Hugo ci sarebbero, ma fermiamoci qui, per carità di patria.

Lenzi, con una ammirevole aderenza alla realtà dell’epoca, si inventa che sul set, in una cassapanca (quella che avrebbe dovuto contenere i famosi due candelabri del vescovo Myriel), viene trovato il cadavere di un piccolo malvivente, sentimentalmente legato ad una funzionaria della Lux Film: da qui una serie di avventure e colpi di scena che portano per mano il lettore alla scoperta del colpevole.

Ho detto “ammirevole aderenza alla realtà dell’epoca”, perché questa è la migliore caratteristica dei libri di Lenzi: solo per citare qualche nome, in questo si muovono Vittorio De Sica, Alberto Moravia, Cesare Zavattini e tanti altri, con, persino, Totò, che, col fido Mario Castellani, ci ripropone quella vera perla dell’avanspettacolo che è la scenetta dell’onorevole Trombetta in treno.

Intellettuali, attori e personaggi di fantasia, con un sontuoso accompagnamento musicale, nel quale spiccano: “Sposi” di Alberto Rabagliati, la “Vie en rose” di Edith Piaf, “Serenata celeste” di Oscar Carboni e via cantando

Un mix che non poteva non piacermi, e molto pure, tanto da stare qui a parlarne.

Prima di cominciare a scrivere, ho cercato on line alcune recensioni, anche per vedere se il mio giudizio positivo era condiviso; devo dire che, in realtà, però, frequente è il rimprovero a Lenzi di costruire una trama “poliziesca” esile, e di indulgere, piuttosto, sul “contorno”.

Non mi sembra grave; è, in fondo, quello che ho fatto anch’io: una decina di righi dedicati al libro, che doveva essere il tema del pezzo, e per il resto vi ho parlato di vecchi generi cinematografici e di personali gusti da ex cinefilo.

Potrò sbagliarmi, ma credo che molti di voi siano sulla mia stessa lunghezza d’onda….

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LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA

6 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #pittura

LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA

La ragazza con l'orecchino di perla

Tracy Chevalier

Neri Pozza Editore

pp. 236

Si è chiusa recentemente a Bologna una importante mostra, sulla Golden Age della pittura olandese e, se anche questo ha creato qualche polemica essendo esposti quadri di Rembrandt a e di altri famosi pittori, la eccezionale riuscita dell'esposizione che ha richiamato sotto le due torri 342.626 visitatori, è dovuta principalmente a un solo quadro “La ragazza con l'orecchino di perla” di Johannes Vermeer.

Questo dipinto, insieme alla Gioconda di Leonardo, è senza dubbio una delle opere d’arte più note e amate in tutto il mondo. Un quadro dal fascino particolare, l'ingenuo volto della giovane ritratta con un impenetrabile sguardo, da oltre tre secoli continua a far sognare coloro che hanno potuto ammirarlo o che magari ne hanno soltanto visto copie riprodotte, ovunque, in giro per la città. Si tratta di un dipinto olio su tela, databile intorno al 1665-1666, di piccole dimensioni (44,5×39cm), ma di grande fascino, con una suggestiva leggenda alle spalle che lo circonda di un'aura misteriosa e che colora con una nota di romanticismo la biografia di un grande pittore del quale in realtà si conosce ben poco.

Il quadro raffigura una giovane donna ritratta di tre quarti nell'attimo preciso in cui si gira verso l'artista e lo guarda con profonda intensità. Colpiscono la lucentezza della perla e i colori degli abiti che risaltano su sfondo scuro. Il magnetismo che conquista lo spettatore è dato da una serie di elementi: il turbante e la perla, dal fascino esotico, una fanciulla dallo sguardo innocente e al tempo stesso assolutamente languida e ammaliante, infine le labbra lucide e semi aperte che le danno una carica di candida meraviglia, ma anche una vena di accattivante erotismo. Non si sa con certezza chi fosse in realtà la bella modella, c'è chi attribuisce il giovane volto alla figlia del pittore e chi invece, come la scrittrice Chevalier, alla serva di casa. Questo enigmatico velo di dubbio che nasconde la sconosciuta ha fatto sì che Tracy Chevalier ne scrivesse un best- seller nel 1999 da cui poi fu tratto un film nel 2003 con Scarlett Johansson nel ruolo della protagonista. Certo è che di fronte al quadro si è portati a sognare e a credere che la storia raccontata nel libro che ho letto sia vera, dietro quello sguardo innocente, dunque, io ci ho visto la giovane domestica di casa Vermeer.

Griet ha sedici anni quando a causa della malattia del padre, decoratore di piastrelle che ha perso la vista, è costretta a prendere servizio in casa del pittore per aiutare la famiglia rimasta senza reddito. Fra la ragazza e l'artista si instaura un rapporto di immediata confidenza, che non trascende in passione, ma che nella innocente purezza della giovane crea un forte turbamento. Col tempo la fanciulla mostra timidamente interesse e innata comprensione per la pittura. Notando la sua propensione naturale, l'accortezza con cui non muove di un millimetro, mentre spolvera, gli oggetti disposti in attesa di essere riprodotti, Vermeer le insegna come preparare i colori per i suoi dipinti, macinando ingredienti naturali che le manda a comprare di nascosto da tutti, creando così una sorta di segreta collaborazione che in Griet, e forse nello stesso artista, porta a una crescente inquietudine. L'autrice riesce con maestria a tratteggiare una sottile linea che, fra sguardi e sospiri, separa la passione per l'arte a quella sensuale che potrebbe scatenarsi fra amato e amante.

La giovane protagonista vive la sua situazione di sottoposta con orgoglio e coraggio, soffrendo la mancanza della famiglia, del padre malato, della madre che le ha insegnato tutto, del fratello costretto come lei a lavorare anzitempo, che poi farà una brutta fine e della sorellina piccola che morirà di peste senza che lei possa rivederla provocandole un grande dolore. Griet si abitua lentamente al cambio di vita cui è costretta anche per la differente religione praticata dai suoi padroni , in casa Vermeer, cattolico, trova quadri di crocefissioni e Madonne a cui non è abituata, ma è la passione per la pittura che la rende forte e orgogliosa di poter assistere e partecipare in qualche modo alla nascita di nuove opere d'arte. La giovane e piacente cameriera attira le brame del mecenate di Vermeer che vorrebbe circuirla, ma che si accontenterà del quadro che il pittore gli promette per distogliere le sue malevoli intenzioni e per mantenere buone relazioni con lui, essendo Van Ruijven la sua principale fonte di reddito. In realtà Vermeer prova un desiderio inconfessato e del tutto personale di ritrarla e lo farà nascostamente alla moglie che, fra un parto e l'altro (darà alla luce undici figli),troverà il tempo di nutrire una forte gelosia nei confronti della serva di casa. Gelosia e sospetto che aumentano durante il periodo in cui il marito, lavorando segretamente al quadro della ragazza, crea fra loro una maggiore complice intimità. Griet nel frattempo conosce Pieter, il figlio del macellaio dal quale viene mandata a fare spesa per conto della famiglia. Un bel ragazzo con i riccioli d'oro che se ne innamora e spasima per averla come moglie, lei non ricambia subito i suoi sentimenti anche se capisce che lui è l'unico futuro che si possa aspettare, così inizia con l'accettare le sue attenzioni in una sorta di fidanzamento ufficiale, fino a cercarlo e a farsi possedere una sera durante la lavorazione del quadro, quando l'attrazione per il pittore diventa un insostenibile desiderio carnale. ”Talvolta non faceva altro che starsene seduto, guardandomi come se aspettasse che io facessi qualcosa. In quei momenti non aveva l'aria del pittore ma dell'uomo, e facevo fatica a tenere gli occhi fissi nei suoi”. In quel periodo Griet dà prova di grande coraggio, sfidando le convenzioni del tempo che non approvavano la scelta di farsi ritrarre con le perle, assolutamente inadatte a una domestica, e soprattutto con le labbra dischiuse in segno di sfrontata trasgressione, ma la passione per l'arte, unita al desiderio di compiacere l'uomo che la ritrae, le consentiranno di arrivare fino in fondo, sfidando le critiche e i giudizi malevoli fuori e dentro le mura della casa dove vive. Quando il dipinto è ormai ultimato, a causa della perfida soffiata di una delle figlie, che odia Griet perchè ha ricevuto da lei uno schiaffo il primo giorno in cui prestava servizio da loro, la moglie di Vermeer scopre la verità, e va su tutte le furie. Quando, guardando il quadro, si avvede che il marito ha fatto indossare alla serva di casa i suoi orecchini di perle, decide di cacciare su due piedi la ragazza da cui si sente doppiamente insultata, poiché Vermeer le confessa di aver dipinto Griet anziché lei perché quest'ultima riusciva a capire meglio la sua arte. La giovane domestica, com'era destino, data l'ambientazione storica -sociale dell'epoca, “sensatamente” quando si trova per strada va a rifugiarsi da Pieter, che in seguito sposerà in una naturale e inevitabile conclusione. Lavorerà al banco della sua macelleria, conducendo una vita felice. L'unico rammarico che le resta è sapere se lui, il padrone, l'aveva amata par suo o se era stata per il grande pittore un interesse puramente professionale e la risposta arriverà, del tutto inattesa, quando oramai aveva smesso di chiederselo, totalmente presa dall'amore per i suoi due figli.Dieci anni dopo, infatti, invitata a casa dei suoi vecchi padroni, trova l'esecutore testamentario che, in ottemperanza alle ultime volontà di Vermeer, le farà consegnare dalla moglie del defunto pittore proprio gli orecchini di perla.

Un bel romanzo che comprende fantasia, romanticismo, passione e riscatto finale per la protagonista. Il libro si conclude (praticamente come si era aperto) con un ultimo sonoro schiaffo alla perfida figlia del pittore che chiede alla serva di consegnarle gli orecchini appena ricevuti . Uno stile scorrevole anche se a tratti leggermente attendista, ma fortemente introspettivo. Il finale lascia una vena di nostalgia per un amore fatto di parole non dette, di silenzi e di mani sfiorate, di sguardi proibiti, struggente addirittura in certi momenti come quando Vermeer mette l'orecchino a Griet e le asciuga le lacrime carezzandole il viso.

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Antonio Tentori, "Voglia di guardare"

2 Settembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

Antonio Tentori, "Voglia di guardare"

Antonio Tentori

Voglia di guardare

L’eros nel cinema di Joe D’Amato

I Ratti di Bloodbuster – Euro 12 – Pag. 160

I Ratti di Bloodbuster sono un’idea geniale. Piccole e agili guide per conoscere il mondo del cinema di genere, scritti senza tanta prosopopea da critici con la puzza sotto il naso, popolari, godibili, interessanti. Per il momento sono usciti: Nudi e crudeli – I mondo movies italiani (Antonio Bruschini e Antonio Tentori), Tutte dentro! - Il cinema della segregazione femminile (Stefano Di Marino e Corrado Artale), Macchie solari – Il cinema di Armando Crispino (Claudio Bartolini), Kiss kiss… Bang bang – Il cinema di Duccio Tessari (Fabio Melelli), Maurizio Merli – Il poliziotto ribelle (Fulvio Fulvi).

"Voglia di guardare – L’eros nel cinema di Joe D’Amato" rappresenta una riedizione, ampliata e aggiornata, di un vecchio lavoro di Tentori uscito per Castelvecchi nel 1999 (Joe D’Amato - L’immagine del piacere). Il libro di Tentori è informativo e divulgativo, senza pretese scientifiche, scritto con un linguaggio piano e comprensibile, accessibile a tutti, proprio come l’avrebbe voluto Joe D’Amato. Un solo errore, che auspico venga corretto nella seconda edizione, riguarda il film Papaya dei caraibi, desunto (credo) dalla lettura di Stracult dell’ineffabile Marco Giusti. Tentori afferma che Melissa Chimenti - interprete del film - è lo pseudonimo di Annj Goren (Anna Maria Napolitano), ma non è vero: Melissa Chimneti esiste, non è attrice di grande fama, ma ha interpretato una manciata di pellicole. Il testo di Tentori mi dà la possibilità di raccontare in breve la figura di Aristide Massaccesi, un regista definito dai critici superficiali il re del porno, ma che in realtà amava erotismo e orrore, oltre a essere un grande artigiano del nostro cinema di genere.

Aristide Massaccesi nasce a Roma il 15 dicembre 1936 e può essere considerato il regista più prolifico del cinema italiano. Massaccesi viene da una famiglia di persone che lavoravano nel cinema, adesso figlio e nipote ne continuano la tradizione come operatori tecnici. Massaccesi è l’essenza stessa dell’artigianato cinematografico: di quasi tutti i suoi film è anche sceneggiatore, direttore della fotografia, spesso anche produttore, in coppia con la moglie Donatella Donati. Nel cinema ha fatto di tutto, cominciando da operatore, passando a direzione di fotografia, regia e produzione. Non esiste genere che non abbia esperimentato: western, cappa e spada, peplum, decamerotici, kung-fu, guerra, erotico, sexy, hard, mondo movies, fantasy... forse mancano soltanto i musicarelli. In tutti questi film D’Amato porta il suo mestiere, con pochi soldi dà ritmo e spettacolarità a pellicole che si basano su modeste sceneggiature e cast di attori non sempre all’altezza. Tra la sua ricca dotazione di pseudonimi è noto al grande pubblico come Joe D’Amato con il quale firma gran parte dei film di una lunga carriera. D’Amato non è solo il porno italiano di Rocco Siffredi e le avventure erotiche di Tarzan o di Marco Polo, che nel genere hanno una loro dignità. Pure in certe pellicole Massaccesi non dimentica mai sceneggiatura, soggetto e gusto scenografico. Quando gira un film, sia esso porno, horror o hardcore, il rispetto dello spettatore è la prima cosa. Resta uno degli ultimi autori di pellicole hard girati su pellicola (35 mm.) e con struttura narrativa dignitosa.

Il pubblico dell’horror ricorda Massaccesi per tre film importanti: Buio omega, Antropophagus e Rosso sangue e per essere stato l’interprete italiano del filone splatter. I tre film sopra citati sono tra gli horror più significativi degli anni Settanta - Ottanta, lavori che resteranno nel tempo come le opere di Fulci, Bava, Margheriti, Deodato, Lenzi, Soavi e Argento. D’Amato realizza piccoli gioielli con poche lire, nella buona tradizione del cinema italiano di genere, rispettando il gusto per il gotico e spingendolo all’eccesso sino a farlo confluire nello splatter.

La carriera di Massaccesi comincia con la scuola di cinema a Roma, subito dopo si impiega come direttore della fotografia, che resta la sua principale occupazione a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta. Massaccesi mette da parte una grande esperienza prima come aiuto fotografo (con Jean Renoir ne La carrozza d’oro), poi come direttore della fotografia (la sua vera passione) al servizio di registi come Mario Soldati (È l’amore che mi rovina, 1951) e Mario Mattoli (L’inafferrabile, 1951), come operatore per registi come Carlo Lizzani (L’oro di Roma, 1961), Mario Bava (Ercole al centro della terra, 1961) e Umberto Lenzi (Paranoia, 1970). La gavetta di Massaccesi è lunga e tocca tutti i generi possibili: dal poliziesco alla commedia passando per lo storico. Solo nel 1972 decide di mettersi dietro la macchina da presa per film di genere western, storico e commedie erotiche. Pellicole come: Un bounty killer a Trinità, Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti, Fra’ Tazio da Velletri e La rivolta delle gladiatrici. Ma è solo con La morte ha sorriso all'assassino (1973) che comincia a fare sul serio. Non fu un successo, nonostante la presenza di attori come Klaus Kinsky e Giacomo Rossi Stuart. Per questo motivo D’Amato migra verso altri generi come l’erotico soft, anche perché incontra la bella indonesiana Laura Gemser, interprete ideale per una serie di pellicole che dovevano sfruttare il successo internazionale del libro Emmanuelle della Arsan e delle pellicole interpretate dalla intrigante Silvia Kristel. Sono cinque gli episodi che D’Amato dirige con Laura Gemser in questa serie rinominata Emanuelle con una sola emme per evitare la denuncia per plagio. A nostro giudizio Massaccesi ha dato il meglio di sé nel genere erotico e in quello horror, toccando vette irraggiungibili quando riusciva a contaminare entrambi i generi. Ci sono pellicole interessanti che contaminano il porno soft con l’horror sia nella serie Emanuelle (Emanuelle e gli ultimi cannibali e Emanuelle in America), sia fuori (alcuni fine anni Settanta: Sesso nero, Hard sensation, Porno Holocaust e Le notti erotiche dei morti viventi).

Sesso nero è una pellicola cult: è il primo film porno girato in Italia e proiettato nei neonati circuiti a luci rosse. Siamo nel 1980 e D’Amato aveva già girato alcune scene hard in Emanuelle in America (1976), ma erano semplici inserti che nella versione regolare della pellicola vennero tagliati. Emanuelle in America uscì in versione uncut solo a metà anni Ottanta.

Massaccesi si ricorda per aver scritto, diretto, fotografato e prodotto Buio omega (1979), ottimo remake in versione splatter di un vecchio film di Mino Guerrini (Il terzo occhio). La musica dei Goblin (freschi di Profondo Rosso con Argento) contribuì al successo, ma ricordiamo pure l’interpretazione di attori inquietanti e ben calati nella parte. In questo film Massaccesi si lascia andare e affonda lo sguardo nella carne viva, mostrando intestini smembrati e unghie strappate. “Erano soltanto interiora di maiale”, disse D’Amato. Però gli effettacci erano ben realizzati. La fotografia sporca abusava di colori come il giallo e il verde scuro per rendere bene il senso di disgusto e di nausea che raggiunge l’apice nella scena del pasto dopo un massacro.

Massaccesi ha dato vita insieme a Luigi Montefiori (in arte George Eastman), - attore, sceneggiatore ed ex giocatore di basket dalla stazza gigantesca (più di un metro e novanta) -, a un prolifico sodalizio. Il primo lavoro importante dei due autori è Antropopahgus (1980), un film indimenticabile, vera icona del cinema di D’Amato. La pellicola è splatter puro ma con una trama avvincente e una scenografia curata: questa è la vera novità per il genere. Da ricordare: la scena del feto strappato e divorato (un coniglio spellato annegato nel sangue), gole recise, intestini maciullati, cadaveri decomposti e altre prelibatezze. Inutile dire che nel 1980 fece grande scalpore, dato che il pubblico non era avvezzo a vedere certe cose. In Inghilterra passarono alcune scene in televisione spacciandolo per uno snuff movie. Al solito anche in Antropophagus l’atmosfera è malsana e macabra, arricchita da effetti spettacolari. Pochi mesi dopo Luigi Montefiori sceneggia un altro film dove lui stesso interpreta la parte di una specie di mostro immortale che pare la fotocopia splatter di Michael Myers di Halloween. Il film è Rosso sangue (1982) ed è il meno riuscito dei tre horror di D’Amato, pure se è spaventoso al punto giusto per come mostra atrocità e sangue con freddezza. La storia racconta di un serial killer prodotto da un esperimento genetico che si aggira per le strade di un paese e uccide innocenti. Da ricordare la scena del forno e l’accecamento del mostro che come un novello Polifemo rantola e si dimena cercando di far fuori chi l’ha ucciso.

Massaccesi e Montefiori avevano già girato molte pellicole hard nella Repubblica Dominicana, inventando in Italia il genere e dando vita alla più assurda serie di film pornografici che la storia del nostro cinema ricordi. Tra l’altro le pellicole vennero realizzate con uno stesso gruppo di attori che cambiava parte da un film all’altro. Venivano anche utilizzate scene di un film per inserirle in una pellicola successiva. Gli hard dominicani vennero girati tutti nello stesso anno e il materiale fu montato successivamente in studio.

Nel campo dell’erotico D’Amato va ricordato per alcune pellicole raffinate girate nel corso degli anni Ottanta sulla scia del successo di film d’autore come La chiave. Pellicole come L’alcova, La lussuria e Il piacere sono considerate dai critici tra le migliori prodotte in Italia nel campo del cinema erotico.

Joe D’Amato termina la carriera girando quasi esclusivamente hardcore, genere al tempo molto redditizio. In questo campo il sodalizio con Luca Damiano ha prodotto alcuni lavori di pregio che vengono ancora ricercati dagli amanti del genere.

Ricordiamo Aristide Massaccesi ottimo produttore di horror italiano. Insieme a Luigi Montefiori e altri amici apre la casa di produzione Filmirage che lancia registi come Michele Soavi e Claudio Fragasso. Citiamo tra i film prodotti: Deliria (1987) di Michele Soavi, Killing Birds (1987) di Claudio Lattanzi (in realtà pare lo abbia diretto D’Amato o che abbia aiutato molto il giovane regista), La casa 3 (1988) di Umberto Lenzi, La Casa 4 (1989) di Fabrizio Laurenti, DNA – Formula letale (1990) di Luigi Montefiori e La Casa 5 (1990) di Claudio Fragasso, la miniserie Troll (cap. 2 e 3 nel 1990) e persino il bergmaniano Le porte del silenzio (1991) di Lucio Fulci.

Massaccesi rientra alla regia horror con un buon prodotto come Frankenstein 2000 - Ritorno dalla morte (1992) film poco distribuito e di scarso successo, scritto e sceneggiato da Antonio Tentori. Il suo ultimo film importante è il thriller erotico La jena (1997). Massaccesi era un uomo gentile e riservato, sempre pronto alla battuta: pare quasi impossibile che abbia realizzato film pornografici espliciti e tanti horror sanguinolenti. Con il passare del tempo si è costruito una grande fama in tutto il mondo ma non ha mai rinunciato a fare artigianato cinematografico, realizzando anche quindici film per stagione. Ha sempre lavorato nel cinema low cost, imitando i grandi successi: usciva Caligola, lui si precipitava a girare Caligola la storia mai raccontata, aveva successo La chiave lui proponeva L’alcova e Voglia di guardare, era buono l’esito commerciale di Fuga da New York lui girava Bronx lotta finale, e così via. Le sue regie dovrebbero aver superato le duecento, ma non è possibile essere precisi. Di sicuro la sua fama è paragonabile a quella che aveva Ed Wood a Hollywood: uno che fa i film in fretta e furia, ma mettendoci sempre un tocco di folle genialità.

Massaccesi è morto improvvisamente a Roma il 23 gennaio 1999 all’età di 63 anni, tra l’indifferenza quasi totale della stampa di settore e dei quotidiani nazionali.

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Dario Pontuale, "Nessuno ha mai visto decadere l'atomo di idrogeno"

1 Settembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Dario Pontuale, "Nessuno ha mai visto decadere l'atomo di idrogeno"

Già il titolo lascia ben sperare, ma la lettura del libro è anche più stimolante. Raramente ci si imbatte in libri di così grande qualità e viene da chiedersi perché la nostra letteratura in Italia e nel mondo non è rappresentata da opere come questa.

Scritto benissimo, senza esitazioni, dalla prima pagina entra nel mondo onirico per dare al lettore qualcosa di più della speranza, qualcosa che non può essere misurato con metri o pesi.

Personaggi strambi, semplici e ironici, che si rivelano complessi e ricchi di sfaccettature e che nel loro essere irreali chiedono al lettore di identificarsi con loro.

Zeno, un disoccupato pigro, compra una nanocasa, rara superstite dell’urbanizzazione selvaggia, che in mezzo allo sfacelo edilizio sopravvive come testimone di un mondo dove ancora è possibile credere nell’incredibile. In questa casa scopre un mistero assurdo, una cantina piena di inutli cianfrusaglie e, su una parete del soggiorno, una targa con su scritto Servabo. Che follie aveva per la testa l’ex-proprietario? Zeno comincia a interessarsi alla storia del suo predecessore a seguito di alcune visite di personaggi surreali che gli portano delle moleskine, tutte uguali, tutte contenenti, scritto a mano, lo stesso frammento di un racconto di Borges. L’avventura comincia, e si svolge tutta intorno agli oggetti trovati in cantina, alle moleskine, e ai personaggi che hanno portato questi quaderni a chi supponevano fosse il proprietario. Ne viene fuori una società segreta che, facendo un mercato di cianfrusaglie inutili, si impegna nel raccontare le storie, inventate, delle cianfrusaglie. La reazione dei visitatori è meravigliosa. Il mercato è fallimentare, non si vende nulla, ma l’obiettivo dei membri della società segreta non è vendere, è raccontare.

Già questa trama strampalata e originalissima è un buon motivo per affrontare la lettura, ma lo sono anche lo stile, la leggerezza del linguaggio, l’ironia e le ulteriori evoluzioni della storia.

Il romanzo è allegro e invita a credere che il sogno sia ancora possibile. L’autore, noncurante della realtà contingente, si concentra sulla realtà più intima, quella che risiede in ciascuno di noi e che ci fa pensare che non tutto è perduto, che ancora esiste un motivo per ridere, per vivere, per sognare, e per seguire le segrete trame dell’immaginazione.

I quaderni che contengono questo frammento di racconto sono dieci, solo tre vengono restituiti, e i personaggi che lo fanno sono un netturbino scrittore che somiglia a Jeff Bridges, un cacciatore di fulmini soprannominato Gabin, e una distinta e anziana signora che racconta fiabe nei parchi ai bambini.

Permettetemi di ricopiare qui un frammento del libro che ne riassume la grandezza. È notte, il protagonista è insieme a Gabin, che si chiama Ansano, su un tetto, presto ci sarà il temporale. Ansano ha fissato la macchina fotografica sul cavaletto e tenta di fotografare fulmini:

“Ne ha catturati molti?”

“Nessuno” regolando l’altezza del cavalletto “migliaia di foto buie”

…..

“Per tatto preferisce non chiedermene il motivo?”

“Mancavo di coraggio” sincero, prendendo il vento in faccia.

“Non si preoccupi, non è il primo e non sarà l’ultimo” cambiando rullino “ Vede, questi sono fallimenti di un istante, costano la fatica di un dito e il prezzo di pochi centimetri di pellicola. Principalmente offrono un riscatto a breve, cosa che la vita rifiuta. Si spendono giorni, mesi, anni in qualcosa che si sbriciola con nulla, che crolla prima di essere eretto. Dopo non c’è più tempo, modo, voglia di riprovare. L’essere umano si affanna fino allo spasimo per costruire qualcosa di duraturo, è innocente e connaturale, sebbene sia la propria condanna. Capisce dunque perché cerco di immortalare i fulmini? Provo, con sforzo minimo, a ottenere il massimo risultato catturando l’infinitamente breve, costringendolo all’eternità”. Pausa, facendosi più scuro in volto: “Forse non accadrà mai, ma che importa; quante persone possono sinceramente affermare di aver ottenuto ciò che desideravano nella vita?”.

Così sono i dialoghi e così i personaggi che affollano questo romanzo: meravigliosi visionari che vivono per qualcosa di perfettamente inutile. E che ci inducono a sognare.

Il finale, del tutto imprevedibile, riesce anche a commuovere, al punto che si vorrebbe abbracciare il protagonista, si vorrebbe entrare nel libro e prender parte al mercato, ma non ci si rammarica di essere arrivati alla fine, perché libri come questo continuano a vivere nella mente.

Il libro ha meritatamente vinto il primo premio all’Albero Andronico 2014.

Raccomando vivamente la lettura!

Claudio Fiorentini

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Franco Rizzi

29 Agosto 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #franco rizzi

Franco Rizzi

Franco Rizzi, uomo di grande erudizione e cultura, è straordinariamente modesto. Così è anche nel suo modo di scrivere: mai esagerato, mai sovraggettivato, sempre pulito e garbato. Un linguaggio anche ingannevole, perché sembrando semplice richiede molta attenzione. I dialoghi non dominano la narrazione, che racconta i fatti in sequenza cronologica, con interventi esplicativi. Anche le descrizioni sono brevi e non sovrastano la narrazione, semmai ne fanno parte e si leggono come se si desse un rapido sguardo all’ambiente, o all’aspetto fisico della persona di cui si scrive in quel momento, senza mai perdere di vista l’obiettivo, che è il racconto delle vicende che portano nel primo libro Luca e Leone sulle tracce dell’intrigo che si dispiega lentamente davanti a loro due, piccoli eroi di grande statura morale, e nel secondo libro portano Luca ad incontrare Cecilie con cui condividerà l’orrore di una delle carneficine più spaventose della storia recente di Parigi. Direi quindi che il linguaggio non è lirico, non è accademico, non è presuntuoso: è semplice e asciutto e si apprezza se si legge senza foga né fretta … proprio come un buon vino! E quindi siamo davanti a due romanzi storici, il primo si sviluppa nel meridione italiano ai tempi dei briganti, e il secondo vive la macelleria della guerra civile a Parigi, nella primavera del 1871. I due libri possono essere letti separatamente, ma è meglio leggerli in sequenza, per meglio capire Luca Falerno, il protagonista, che prima è un eroe indiscusso e poi, suo malgrado, diventa una sorta di picaro buono.

Caccia nelle Murgie è una vera e prpria caccia all’uomo. Un poliziesco ambientato in Puglia nel 1870, dove l’elemento storico fa da contorno alle vicende umane che si narrano. Il protagonista, Luca Falerno, è un giovane tenente dei carabinieri appena trasferito in Lucania, e si avvale della collaborazione di Leone de Castris, un uomo che viene dalla terra e che, effettivamente, è forte e coraggioso come un leone. Leggendo scopriamo metodi d’indagine per noi remoti e lontani, malauguratamente lontani, basati prevalentemente sulla parola e sul linguaggio fisico. I nomi dei protagonisti hanno un loro motivo: Falerno fu un vino decantato in primis da Catullo, Falerno è un territorio nel casertano, Falerno è una nave, Falerno è una “confraternita” che ha lo scopo di rivalorizzare il vino. Così Luca Falerno: è esclusivo, raffinato, elegante, per intenditori, conosce i segreti della terra e sa che per meglio capirne i messaggi gli occorre l’aiuto di che da quella terra proviene. Quindi veniamo a Leone. Leone è il re della foresta, basta guardarlo per sentirsi in soggezione, è l’immagine della fierezza e dell’intuito, del coraggio e della maestosità. Così Leone, il braccio destro di Luca, è fiero e intuitivo, è terra fatta persona, è rozzo e semplice, ma dotato di un intuito felino e di una forza fuori dal comune.

Durante la caccia all’uomo, Luca incontrerà Luisa con cui vivrà una fulminante storia d’amore. Il padre della donna è il marchese di Sanfelice e verrà rapito dai briganti, gli stessi che stanno cercando i due investigatori.

Nella loro indagine, evidentemente, scopriranno corruttele e intrallazzi d’ogni sorta, ma i metodi investigativi sono quasi tribali e i due devono far tutto da soli, Luca e Leone, don Chisciotte e Sancho Panza, il sogno e la terra, l’intelletto e l’intuito, la capacità di analisi e la praticità, come dire, ho i piedi per calpestare la terra e la testa per stare più vicino che posso al cielo.

Diverso il discorso se parliamo di 1871, la Comune di Parigi, dove la cornice storica non fa da sfondo, ma è la protagonista per molte pagine di densa narrazione, e i capitoli si alternano tra il racconto del dramma parigino e il difficile ruolo di un uomo che non può essere protagonista di una storia non sua, perché la deve solo osservare. Infatti, Luca Falerno, promosso capitano, è un inviato dei Carabinieri che deve riuscire a capire quanto succede a Parigi, e quindi a informare il comando. Insomma: una spia, un reporter e uno scrittore storico. Ora, immaginate i metodi: penna inchiostro e calamaio, lume di candela, spirito d’osservazione, passeggiate, conversazioni e tanta, tanta pazienza. Cose da raccontare tante, territorio da esplorare enorme, momento storico difficile. Quando arriva in città trova il caos più totale: i combattimenti tra comunardi e versaglini si fano via via più cruenti e l’utopia di uguaglianza e giustizia ben presto sarà condannata a morire devastata dalla guerra civile. Luca si limiterebbe a fare l’osservatore e lo scribacchino se non fosse per l’incontro con Cecilie, che lo coinvolge anima e corpo in una guerra non sua. Lei è l’eroina del libro, lei rappresenta il coraggio di una città impersonificando una coraggiosa attivista e crocerossina della Comune, che lotta per i propri ideali libertari con impareggiabile tempra, ancora una volta ci troviamo davanti a una donna forte e determinata, che scava un solco nel cuore del defilato protagonista, riportandolo alla ribalta grazie al grande amore che i due riescono a vivere. Alla fine i giovani amanti si trovano a ripercorrere in lungo e in largo la città, lui cercando di fuggire dai combattimenti con la speranza di salvare la sua donna, lei cercando invece i luoghi di raccolta feriti per salvare la propria dignità di volontaria di un ideale. E mentre i combattimenti stanno decretando la fine di un ideale, i due passano da una porta all’altra di Parigi scoprendo che non c’è via di scampo, e ben presto vedranno la fine del sogno della Comune.

Sopraffatti dalla fatica, in prossimità del cimitero Pére Lachaise, si uniscono all’ultimo sparuto gruppo di federati, ma sarà un’uscita alla ricerca di acqua a interrompere la loro marcia verso una impossibile salvezza e Luca rischierà di essere una delle ignote vittime di questo massacro, quando un colpo di cannone deciderà il destino dei due giovani.

I due libri sono appassionanti e si leggono rapidamente, e credo che rappresentino tra i migliori esempi di narrativa storica italiana. La letteratura non è solo intrattenimento, ma è piacere, pensiero, sentimento, musicalità, immagini, apprendimento … tutto ciò si dispiega nella nostra mente quando leggiamo. Scrivere un libro richiede anni di lavoro, leggerlo richiede giorni… ma il contenuto sono vite intere che hanno una loro dignità. Il libro è un compressore decompressore, e se riesce nel suo intento di farci vivere vite non nostre, facendoci vedere la realtà con occhio diverso, ci ringiovanisce. E in questo, il nostro Franco Rizzi, è riuscito benissimo. Ora, se un libro di qualità viene identificato nella massa informe del panorama letterario italiano contemporaneo, occorre innanzi tutto segnalarlo, poi consigliarlo e eventualmente regalarlo agli amici. Già invece di un mazzo di fiori, regalate un libro… e con questi due titoli si farà belissima figura!

Franco Rizzi
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