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BOLLETTINO DI GUERRA di Edlef Köppen (1893 -1939)

1 Giugno 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia, #recensioni

BOLLETTINO DI GUERRA di Edlef Köppen (1893 -1939)

Edflen Köppen pubblicò Bollettino di guerra nel 1930, durante la repubblica di Weimar. Fu redattore, scrittore, traduttore, editore. Lavorò in particolare come responsabile delle trasmissioni culturali della prima radio tedesca di Berlino, collaborando tra gli altri con Stefan Zweig e Alfred Döblin. Subì pesanti conseguenze sul piano professionale ed economico per non aver voluto collaborare con il regime nazionalsocialista.

Difficile non scomodare la parola capolavoro per questo romanzo in cui l'autore, artigliere nella Grande Guerra, ripercorre la sua esperienza attraverso il protagonista del libro, Adolf Reisiger, impegnato sul fronte francese e su quello russo. Lo stile è generalmente distaccato; si lascia che l'orrore e le brutture della guerra parlino da sole, senza cadere nella struggente poesia del dolore di un Remarque. Anche se il giovane volontario Reisiger non è un fante ma un artigliere, la descrizione del calvario dei soldati è micidiale. Si passano, ad esempio, dei giorni in piccoli crateri pieni di pantano, senza avere informazioni sulla situazione della battaglia, sperando che i proiettili nemici cadano lontano, dividendosi sigarette e cibo preso da tasche inzaccherate e poi ricominciando a sparare, non appena ci sono elementi sulla posizione delle fanterie proprie e di quelle avversarie.

Lo stile che rende quasi unica l'opera, non è univoco; ci sono passi in cui si usa la terza persona, in altri il giovane artigliere parla in prima persona, evidenziando il proprio travaglio intimo in cui il dovere di obbedire cozza gradualmente col senso di umanità. Ecco come viene presentata la guerra fatta di sanguinosi assalti:

Il macello moderno: si spingono le bestie in un vicolo, largo all’inizio, poi più stretto, poi alla morte, e nessuno può tornare indietro, perché viene sospinto alle spalle”.

L’aspetto originale è dato da una narrazione spesso intervallata da passi di giornali, dichiarazioni di politici e generali, bollettini di guerra e pubblicità del tempo che offrono un insieme completo dell'epoca in cui si svolgevano i fatti, col contrasto tra fronte interno e "fronte vero" e col montare parossistico delle sofferenze alle quali la propaganda rispondeva con il proprio ricco arsenale. Non manca una certa ironia in alcuni punti in cui la magniloquenza ottimistica dei grandi capi supera il limite del ridicolo.

Un altro lato interessante è quello legato alla tecnica; ci si affida ad armi sempre più potenti nell'ambito di una minuta pianificazione a livello di preparazione degli attacchi. Ecco cosa significa sparare a fuoco rapido per un artigliere:

Dopo dieci minuti il battito cardiaco dell’uomo è raddoppiato. Il cuore non batte più nel petto ma in gola. Dapprima il battito ha fatto tremare le membra. Poi queste si adeguano a un comando, diventano di ferro ed entrano a far parte della grande macchina: sei cannoni, una batteria”.

L’uomo diventa un ingranaggio della macchina.

Memorabile la descrizione delle fatiche di Reisiger e dei suoi colleghi prima dell'offensiva del luglio 1918 che sarebbe dovuta essere decisiva; giorni e notti insonni spesi nel definire gli obiettivi di ogni singola batteria. Ogni zona nemica doveva essere bersagliata in modo efficace, per spianare la strada alla fanteria. Fatiche inaudite che prostrano gli ufficiali impegnati nel dettagliare gli ordini per le artiglierie, ma anche sforzi non ripagati, dato che il nemico già conosce i piani dell’attacco. Reisiger viene poi mandato avanti in cerca di informazioni sull’esito dell’assalto della fanteria. Con la maschera antigas il giovane attraversa una foresta straziata dai gas, come straziati dai colpi nemici sono molti suoi commilitoni. Una natura che c'era da tanto tempo è stata sfigurata dall'uomo:

Questo, pensa, è un bosco profanato. Questi sono alberi, betulle, di tre o cinque anni. Che con la guerra non hanno nulla, nulla, nulla a che fare. Che non vogliono scegliere tra francesi e tedeschi. Che non odiano, non uccidono. Che se ne stanno solo lì, e a ogni primavera mettono le foglie, e fioriscono e in autunno perdono la chioma e con grande pazienza se ne stanno a gelare fino alla prossima primavera. Senza fretta ... E ora? - Ora le più grandi bestie che ci sono sulla terra, gli uomini, si sono buttate su queste inoffensive betulle. Un capriccio si è impadronito di questo bosco. Esso muore senza parole, e remissivo, come in nessun'altro omicidio. Certo, c'è un po’ di vento, e per questo gli alberi scrollano ancora un poco il capo. Ma i rami si sono già distesi e piegati. E le foglie starnutiscono, e starnutiscono. E tutto questo non durerà più di ventiquattr'ore, poi ci saranno dei pali nudi. E tutto spoglio, perché così gli uomini hanno desiderato".

Nel giovane qualcosa si spezza per sempre davanti a un simile spettacolo. Reisiger fa in tempo a vedere i primi assalti dei carri armati negli ultimi mesi di lotta in cui la fibra dei soldati sta ormai cedendo.

Si tratta di un libro intenso in cui nel protagonista maturano una lacerazione profonda e una forte ripulsa per la guerra, come capitò all'autore che non ebbe la fama letteraria di Remarque e di Jünger anche per l'ostracismo praticato dalle autorità nazionalsocialiste; tale ostracismo, seppure con aspetti nettamente diversi, proseguì in parte anche nel secondo dopoguerra. Eppure lo stile e l'intensità dell'opera non hanno eguali; da notare, infine, che l'autore, come il protagonista del romanzo, coprì l'intero arco del conflitto, dal 1914 al 1918, passando dalle illusioni iniziali al tracollo finale, vivendo sulla sua pelle e nel proprio spirito, tutta la Via Crucis di un uomo al fronte.

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Marina Plasmati, "Il viaggio dolce"

28 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #personaggi da conoscere

Marina Plasmati, "Il viaggio dolce"

Il viaggio dolce

Marina Plasmati

La lepre Edizioni

pp 166

16,00

Era come se avesse il mondo dentro al cuore, non davanti agli occhi

Il viaggio dolce” è quello che il protagonista del romanzo di Marina Plasmati sta per compiere di lì a breve, fatale ed ultimo. Il protagonista resta sempre “l’ospite di riguardo”, persona schiva che se ne sta chiusa in camera senza disturbare, parlando sottovoce, con mite gentilezza. Ma noi sappiamo bene chi è, anche se non viene mai nominato, è Giacomo Leopardi, e questo bellissimo romanzo costituisce quasi una versione in prosa delle sue poesie immortali.

Il romanzo racconta gli ultimi mesi di vita del poeta, quelli trascorsi in Campania, a villa Ferrigni, presso il cognato dell’amico Ranieri, e la Plasmati li ricrea attingendo direttamente ai testi leopardiani. Sono le stesse vicende e gli stessi protagonisti descritti in “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”, di Antonio Ranieri, senza la malignità piccata del biografo ottocentesco ma con il rispetto e compassione della studiosa.

Il paesaggio è lo stesso de “La ginestra”, il penultimo canto prima della morte, nato proprio in quei luoghi estremi e ripubblicato qui in appendice, insieme al “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”. La ginestra è un fiore povero e tenace, dal profumo persistente, bello nonostante la sua ruvida semplicità, buono come le persone che abitano quei luoghi, capace come loro di strappare la propria esistenza al deserto - “contenta del deserto” - di sentirsene comunque pago, ma destinato, alla fine, a soccombere come ogni altra cosa. La ginestra ci parla della forza e dell’ostilità di una natura splendida e matrigna e di come l’uomo debba, con un atto di supremo coraggio, guardare in faccia la realtà, “nulla al ver detraendo”, riconoscendo negli altri esseri umani la stessa sua condizione e unendosi a loro per sopportarla. Il vulcano tiene in scacco gli abitanti, può risvegliarsi da un momento all’altro e distruggere tutto, come ha già fatto con Pompei, che il protagonista visita a dorso di mulo, può seppellire l’umana vanagloria in un soffio.

Ma per quanto cattiva, la natura resta vagheggiata, proprio perché tutto è così labile, caduco, effimero. Negare i valori della vita, tenersene lontani, serve solo a farli amare di più e il famoso pessimismo cosmico altro non è che un disperato richiamo di vita e d’amore.

Appena usciti dalla vista della villa, un panorama quasi senza orizzonte si aprì al loro sguardo: colline e vigneti a destra, macchie di alberi da frutta a sinistra, prati di fiori davanti, il vulcano inquieto alle spalle e il mare quieto in lontananza. L’estate rinvigoriva i colori, i sapori e gli odori di tutto il paesaggio con una forza impetuosa. La terra partoriva dappertutto virgulti e germogli di erbe, piante e fiori: l’aria ribolliva d’insetti rumorosi, impazziti alla ricerca di cibo, il cielo risuonava di canti di uccelli affannati al lavoro del nido, la luce stessa splendeva carica di un’intensità abbagliante. Tutto, persino il deserto di cenere e lava, sembrava esplodere di nuova vita.” (pag 88)

Esplosione e rigoglio che fa da contrasto alla violenza dello “sterminator Vesevo”, all’aridità del deserto di lava, al nulla che sta per inghiottire il poeta, al quale si può opporre solo una stoica rassegnazione, una dolcezza quieta, un amore sotterraneo e mai sopito per la vita, quella che rinasce alla fine nel grembo di Silvia. Quest’uomo schivo e triste, timido e amareggiato, persino un poco capriccioso a causa dei mali che lo affliggono, è l’essere più solo e più assetato di vita:

sognava la gloria e l’amore, volava col pensiero oltre ogni confine, creava con la fantasia mondi infiniti e nel frattempo vedeva la vita vera, la vita della carne e del sangue, fuggire lontano e non voltarsi indietro: la piangeva, la cercava nella pagina, la innalzava nei versi, talvolta, oppure la rincorreva per guardarla dalla finestra nella vita degli altri, rimpiangendone disperatamente l’assenza. (pag 25)

Tanta sofferenza è il risultato di una mente superiore rinchiusa in un corpo brutto e malato, è il risultato, soprattutto, di una sensibilità acutissima e dolorosa. “Un nonnulla lo poteva turbare fin nel profondo, in modo incomposto, eccessivo.” (pag 39)

Alla villa egli conversa con ospiti più o meno eruditi, ospiti che si rivelano di vedute ristrette, di animo coriaceo e fanno risaltare, per contrasto, la sua nobiltà sdegnosa. A un altro livello, invece, si muovono Cosimo e Silvia, due giovani servitori che si piacciono fra loro. Essi rappresentano tutto quello che il poeta vagheggia ed ha perso, rappresentano la materia stessa degli Idilli. Lei, ingenua, fresca e dalla voce ammaliante come Teresa Fattorini, la compianta e mai dimenticata Silvia di cui è ignara omonima. Lui giovane, forte, garzoncello scherzoso con ancora tutta la vita davanti, con le promesse in fiore, con il cuore buono e gentile. Infine c’è Pasquale, più vecchio, portatore di una saggezza antica. A loro, epitome di tutto ciò che di prezioso c’è, ciò che egli sta per lasciare, va l’affetto dell’ospite di riguardo.

E sono anche gli unici in grado di capire davvero la poesia, che parla direttamente al cuore attraverso scorciatoie intuitive. La poesia è considerata dal Leopardi come appartenente alla sfera dell’istinto, connaturata alle società e agli individui più semplici. Le domande che si pongono le persone ingenue, come il pastore errante dell’Asia, sono le stesse dell’umanità di fronte al mistero dell’universo, della vita e della morte, di cui tutti noi, filosofi o analfabeti, siamo ignoranti.

È la ginestra nostra quella, disse ad alta voce e la sua bocca si aprì al più semplice dei sorrisi.

Anche lui sorrise, continuando a fissarla.

Sì, è proprio lei, che ne dice?

“È bellissima, esclamò la ragazza con gli cocchi stupiti.” (pag 86)

È lo stesso stupore che ci coglie di fronte ai versi leopardiani, quando li leggiamo con umiltà e senza sovrastrutture, lasciandoci irrorare dalla loro bellezza.

Da notare l’uso del dialogo senza virgolette che trasforma le conversazioni in una sorta di indirekte rede, a metà fra l’agito e il pensato, fra narrazione e analisi del testo leopardiano.

La descrizione di questa Silvia rediviva ricorda il famoso quadro di Veermer e il romanzo di Tracy Chevalier.

“Il vento ricominciò a scherzare col vestito e i capelli, la veste aderì alle curve dei fianchi e disegnò il ventre gonfio di giovane ragazza. I capelli presero a svolazzare morbidi e giocosi sulla fronte e intorno alle orecchie. Un raggio di luce trasparente le colpì gli occhi chiarissimi e le illuminò le linee azzurrognole delle vene del petto e della nuca scoperta. La bocca risaltò di un rosso intenso, come le gote bagnate di sudore. Così, immobile, assorta in un sogno inondato di luce, la trovò l’ospite di riguardo, affacciandosi silenziosamente nella sua stanza.” (pag 84)

Lo stile è lirico e struggente, degna perifrasi di versi meravigliosi che sono nel cuore di tutti noi.

Sentiva che non era di felicità che si trattava, ma di semplicità sottile e sapientissima, la semplicità del fiore, della lucciole, della rondinella, di ciascuna creatura una ad una. Sentiva che non era comprendere o ingannarsi il dramma, m vivere, semplicemente vivere, come fa il fiore, la lucciola, la rondinella, vivere, per poi svanire, come fa ogni creatura, una ad una. Sentiva che nessuna consolazione né reticenza era possibile, che nessuna ambizione era essenziale, tranne la vita, semplice e sapiente, quella del fiore, della lucciola, della rondinella, di ciascuna creatura, una ad una E in ogni sua creatura, una ad una, la natura continua a trasudare delitto e tralucere grazia, in ogni sua creatura, per sempre” (pag 109).

Patrizia Poli

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Quattro consigli di lettura

26 Maggio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Quattro consigli di lettura

Quattro libri profondamente diversi tra loro che mi sento di consigliare a diverse tipologie di lettori.

Prima di tutto un saggio scritto con stile piano e semplice, da narratore popolare, dal siciliano Roberto Mistretta: Rosario Livatino - L’uomo, il giudice, il credente (Edizioni Paoline - euro 15 - pag. 230). Il lavoro - scritto in collaborazione con padre Giuseppe Livatino - esce nel venticinquesimo anniversario della morte ed è una documentata biografia sul giovane giudice siciliano, ucciso dalla mafia mentre si recava - senza scorta - al Tribunale di Agrigento. Visto il tipo di editore, il saggio affronta anche il cammino spirituale di un uomo coraggioso, impegnato nella lotta alla criminalità organizzata e in odore di beatificazione. Mistretta cita miracoli e testimonianze che andranno a far parte del dossier per la causa di santità promossa in favore del giovane giudice.

Un altro libro interessante è una sceneggiatura inedita di Pier Paolo Pasolini: La Nebbiosa (Il Saggiatore - euro 14 - pag. 200), per un film scomparso come Milano nera, un flop di Gian Rocco e Pino Serpi che resistette solo cinque giorni in cartellone nel capoluogo lombardo. In realtà la vera sceneggiatura non fu mai tradotta in immagini, Pasolini fu pagato solo per metà lavoro e i due maldestri giovani registi tradirono tutta la sua poesia e il grande lavoro di ricerca linguistica e culturale. La Nebbiosa adesso è un libro che si legge come un film ed è un interessante spaccato della violenza metropolitana lombarda negli anni Sessanta, condotta da un gruppo di teddy boys.

Pupi Avati, invece, dopo lo splendido Un ragazzo d’oro, mette da parte il cinema e scrive Il ragazzo in soffitta (Guanda - euro 16 - pag. 250), che segue di due anni un’ispirata autobiografia (La grande invenzione). La storia contiene tutti i temi del suo cinema: adolescenza, musica, provincia, amicizia, persino horror, in un ritorno al passato che profuma de La casa dalle finestre che ridono. Protagonisti due adolescenti: il bolognese Berardo Rossi, detto Dedo, studente poco brillante ma popolare tra le ragazzine, e il triestino Giulio Bigi, introverso quanto abile traduttore dal latino. Filo conduttore del racconto un’amicizia nata sui banchi di scuola che - con il meccanismo del flashback (capitoli alterni) - apre le porte a una storia horror che vede protagonista un orco, presunto assassino di bambine. Finale a sorpresa.

L’ultimo consiglio è un fumetto pulp che costa euro 2,90 in edicola, uscito per Editoriale Cosmo, il primo di una miniserie di quattro albi. Si tratta di Battaglia, di Roberto Recchioni e Massimiliano Leomacs Leonardo, storia di un vampiro ai tempi del fascismo, che utilizza il nero per narrare la storia del nostro recente passato. Battaglia ricorda anche nel formato i vecchi albi di Kriminal, Satanik e Diabolik.

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Ida Verrei, "Arràssusìa"

25 Maggio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #ida verrei, #recensioni

Ida Verrei, "Arràssusìa"

Arràssussìa

Di Ida Verrei

Fabio Croce editore 2015

Recensione di Adriana Pedicini

La vita è sempre un insondabile mistero. Non ci sono previsioni o programmi che procedano lineari e scontati, anzi, talvolta vengono completamente sconvolti e i ruoli consueti si ribaltano e la disperazione o la sconfitta sembrano prendere il sopravvento. Senonché la vita, quella vera, è fatta per chi possiede grande forza d’animo, seppure messa a dura prova da evenienze negative e dal dolore, da chi ha capacità e soprattutto volontà di tracciare negli intricati sentieri dell’esistenza una sua traccia. Non che non manchino le difficoltà, ma è proprio attraverso esse che si va alla ricerca con la lanterna di Diogene del vero, dell’identità, della legge fuori dal tempo che rende il tempo riconoscibile.

E alla fine il ritrovarsi, tanto inatteso e tanto imprevedibile, speculare al perdersi, pareggerà i conti, ma basterà tutto questo per dire di essere vissuti in piena autonomia e libertà? Forse, no, sicuramente no, proprio per il fatto che è la vita stessa a prendere il sopravvento con le sue impennate, le sue false partenze e infine con la ricomposizione di tutto. Purché si sappia riconoscerne la legge suprema che è quella dell’accettazione dei suoi ritmi, dei suoi spezzettati doni che intervallano sentieri ardui e spinosi.

“La vita non è un intero, è fatta di porzioni, piccole fette che ogni tanto ci è concesso di assaporare... è crudele, lo so, ma ci sono altri pezzi di vita che ti attendono”

Nelle parole del vecchio libraio è condensato il messaggio, secondo me, del romanzo.

Riflessione donata al protagonista Manù, distintosi fin da piccolo, nell’ombra del collegio che lo ospitava con bambini poveri e abbandonati oppure orfani, per le sue doti che lo avevano condotto a districarsi tra il bisogno di un padre inesistente e le delusioni di una madre troppo debole nel costruire con lui un vincolo forte d’amore vissuto e alla fine l’aveva vista allontanarsi per effetto della lusinga di avere un amore esclusivo, quello maritale. Finalmente il giovane protagonista troverà nel giardiniere Gennarino chi gli consegnerà con bontà e dedizione l’unico senso che possa dare stabilità alla struttura interiore di ciascuno, il senso delle radici, soprattutto quando il passato è senza storia. “

“l’unico maestro e confidente, quello a cui porre domande e da cui ricevere risposte”.

Non si dovrebbe mai tornare indietro. Non quando il tuo è stato un passato senza storia. Non c’è più tana, pietre, soltanto pietre”

Eppure è un’operazione necessaria questa per avere gli strumenti per crescere e andare avanti. E l’incontro con Gennarino gli aveva disvelato questa verità che alla fine si rivelerà una realtà e non una pura invenzione.

E, dopo tante traversie e vicende vissute come passaggi di vita con vari personaggi, alla fine Manù ritrova insperatamente le sue radici e la sua stabilità economica. Manca solo una cosa: l’amore e questo non tarderà a venire, ma per breve tempo. La vita esige altro sacrifico, impone di pagare altro scotto non previsto, ma evocato inconsapevolmente, a guardar bene, dal continuo ripetere “arrassusìa”, una sorta di scongiuro che nella lingua napoletana significa “non sia mai” che avvenga quello che non si desidera. Tale morfema esprime bene nella saggezza popolare partenopea il senso della precarietà dell’esistenza che affonda le sue radici nella formazione filosofica di derivazione ellenica che in quella terra proliferò.

E Napoli è presente nel romanzo con la particolarità dei monumenti, strade, chiese, vicoli, fondachi, con la suggestione del cimitero delle fontanelle, con la possente musicalità delle voci e dei suoni, con la fragranza dei sapori e del profumo dei fiori, con la meraviglia del mare azzurro, degli scogli, delle imbarcazioni dei pescatori, ma anche con tanto buio, tanta fatiscenza, tanta decadenza, tante dure salite, tanto chiasso e confusione, tutto uno sfondo su cui si dipanano, oltre a quella del protagonista Manù, anche vite altre e altri accadimenti, altre atmosfere, tutte intrecciate insieme, da quelle del collegio, luogo di tristezza ma anche di grandi amicizie, alle avventure sentimentali, agli incontri affettivamente significativi, al disagio di non poter essere militante attivo insieme ai suoi amici nella lotta contro lo status quo per non compromettere il suo futuro, all’affermazione personale negli studi e nella professione e infine il riconoscimento di grande scrittore di romanzi.

Manca dunque solo l’amore, scivolato via in una tragica circostanza, ma ancora una volta la vita lo sorprende. E non solo lui, al punto che non si sa bene se sia la vita a manipolare gli esseri umani o essi realizzino se stessi quando capiscono e accettano le dure leggi dell’esistenza. Certo è che tutti i personaggi che non si sono persi per un motivo o per l’altro alla fine appaiono come ricomposti, pacificati nella nuova condizione che il destino o la volontà ha imposto loro.

Anche per il nostro protagonista arriva la gioia della famiglia e dell’amore coniugale, ma solo dopo che tale gioia sarà stata mondata dal dolore capace di trasformare una perdita in dolce presenza nella dimora del cuore per sempre

Mi ami Manù?

E mi amerai sempre?

Sempre

Mi amerai nel mio esserci e nel mio non esserci?

Nella presenza e nell’assenza?

Sempre!

Un romanzo composito che anche nella struttura procede a tratti, e non è un limite, ma un sottolineare che la vita è fatta di tappe, alcune positive, altre negative che ci vogliono protagonisti sì ma non padroni assoluti, perché….. “ ARRASSUSSIA”…….

Un monito da non dimenticare.

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Il fiume di Eraclito di Adriana Pedicini. Recensione di Nazario Pardini

23 Maggio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Il fiume di Eraclito di Adriana Pedicini. Recensione di Nazario Pardini

Adriana Pedicini

Il fiume di Eraclito

Poesie

RECENSIONE DI NAZARIO PARDINI

Siamo il fiume che invocasti, Eraclito.

Siamo il tempo. Il suo corso intangibile…

Jorge Luis Borges

Istantanee di vita

a fermare il tempo,

amore della vita

che lenta scivola nel rimpianto,

timore della morte

e nessun rimedio per fermarla.

Crogiuolo di mille domande

sulle ali di una farfalla.

Partire da questi versi dal sapore di vita, dalla visione di un tempo che scorre veloce senza darci la possibilità di palpare il presente irrequieto e inafferrabile, significa andare a fondo di una poesia complessa e inquietante. Di una plaquette che tocca i tasti più dubbiosi del fatto di esistete e che mette in campo i dati della realtà fenomenica e quelli di un ripiego escatologico di grande complicanza esistenziale. Sta qui il polemos tra gli opposti eracliteo; il pascaliano dissentire tra rien e tout. Sì, c’è la vita con tutta la complessità dei suoi ricami: saudade, mistero, nostos, melanconia, inquietudine, memoriale come fonte di amore, come tuffo in profumi di acacie:

Dietro il lento oscillare delle acacie

sale la filigrana del ricordo

del lungo ramo

che sbatteva alla finestra

e tra i fiori acri sfiorito il volto

e immobile lo sguardo.

Anche oggi

tra i passi lenti

di questa primavera

solo si spande nell’aria

il profumo dolceamaro

delle acacie.

Ai cigli delle vie fuori città

sui terrapieni corrono,

nei giardini e nelle aiuole cittadine

i fiori bianchi fluttuano sgranandosi

al vento gelido di fine marzo

che ora come allora

asciugandole rapina le mie lacrime.

Di te

solo il profumo dolceamaro

delle acacie (Le acacie di marzo).

Si nota fin dagli inizi il disagio della Nostra di fronte al confronto tra l’esistere e l’infinitezza degli spazi che ci circondano. E’ troppo umano questo esserci; troppo limitato, troppo precario:

Ho pianto il mio dolore

ho pianto la gioia

l’odio ho pianto

di quest’effimera vita.

Tutto sembra inutile

e il vivere sia fatto invano

in attesa del tempo senza tempo.

Eppure più forte è il desiderio

di questa precaria vita

come di assetato

che mai estingua alla fonte

nel cammino

la bramosia di lunghi sorsi,

di conservare sulle labbra

e in ogni fibra

della fresca estasi

il brio (Vita),

ed è per questo che allunghiamo sguardi in lontananze sperdute con la speranza di trovarvi la soluzione ai tanti perché dei nostri irrisolti e irrisolvibili dilemmi. C’è in ognuno di noi il desiderio di fermare la clessidra, di arrestarne l’ingordigia che fagocita le cose più preziose della nostra terrenità. Forse è ricorrendo proprio ai ricordi o al sogno che si cerca di riportare alla luce ciò che resta di questo sacro patrimonio nel tentativo di prolungarne la storia:

A brace spenta

bruciano

le mani del sogno

caldo in cuore.

Neri rami s’elevano

sterile fumo

alla neve del cielo.

Di pioggia le nuvole

s’ammassano dense

segni fatali di sorte.

Pace o segno di

nero silenzio

questa assenza di voce (Sogno),

nel tentativo di placare il dolore delle sottrazioni, rifugiandoci in una alcova di volti rassicuranti, di primavere innocenti troppo presto sparite, chiedendo collaborazione ad una natura profumata e umanizzata per configurare e dare corpo a forti emozioni. D’altronde il nostro sguardo è limitato e incapace di andare oltre gli orizzonti che ci limitano. E si rischia di sperderci in mondi sovrumani, in ambiti d’infinita estensione per le nostre flebili forze; per noi che viviamo l’”amore della vita/ che lenta scivola nel rimpianto,/ timore della morte/ e nessun rimedio per fermarla”. Thanatos e eros, vita e morte, speranza e rimpianto, rimpianto e nostalgia per parole non dette, per cose non fatte, cosciente, la Nostra, della precarietà dell’esistere e della sua definitiva ultimazione:

Scivola ancora

di nuovo

più fitta la pioggia

lungo i muri e le pozze riempie

porta suoni lontani di voci

sopite per sempre,

la nostalgia porta di una vita

che non è quella da vivere.

Sfilza le ore

e grava l’aria di cupi ricordi.

Tutte son morte le foglie

e la vita è un desiderio

strozzato nel cuore.

All’orizzonte

il nulla di questo giorno.

Sull’impiantito della mente

disegno il mio larario antico

e di ghirlanda adorno

il posto vuoto (Nostalgia),

una dualità, una contrapposizione di estremi la cui simbiotica fusione si fa alimento della scioltezza eufonica del poema, i cui versi, combinandosi con quelli che sono gli input vicissitudinali, si risolvono in brevi e apodittiche soluzioni; in un linguismo che fa della metaforicità la base d’appoggio per verticalità meditative; per confessioni di ontologica complessità emotiva. E’ qui il nocciolo della substantia di questa poesia; sta tutto in una versificazione stretta e monoverbale, anche, incisiva e redditizia, per il valore etimo-fonico e comunicativo dei significanti. La parola è sufficiente a se stessa, si fa unità morfosintattica e risolutiva per un pensiero di intensità epigrammatica sul rapporto della vicenda umana col tempo; tanto che, dal polimorfismo di accostamenti inconsueti, emerge, con nettezza parenetica, che la vita è il tempo prestato dalla morte. “La vita è un naufragio, ma nelle scialuppe di salvataggio non dobbiamo dimenticare di cantare” affermava Voltaire. Anche se illuminista, anche se della ragione faceva il fulcro dei suoi convincimenti, in tale affermazione presagiva uno dei motivi focali del primo ottocento: il mare; quell’immenso spazio che più si avvicina al bisogno di libertà; ma di una libertà vaga, indeterminata di memoria delacroisiana cercata inutilmente dai romantici, anch’essi còlti da quel malum vitae che portava, spesso, a pessimismi o a melanconie congenite di memoria leopardiana. Alfredo Panzini definì i Poeti “simili al faro del mare”: quel faro che illumina una parte di un tutto sommerso dalla notte. E’ in quel mare che si perde l’animo del Poeta incapace di andare oltre quella scia che invita a più ampie navigazioni. Questo è tutto ciò che troviamo nella poesia della Pedicini. Una poesia complessa che fa degli interrogativi esistenziali il cuore del canto; un canto, che, con grande partitura musicale, e con urgente partecipazione panica, ci prende per mano per inoltrarci, al fin fine, in quelli che sono i valori della vita. Sì, perché porsi le tante questioni sulla nostra venuta, non significa altro che amarla questa storia; esserne integrati moralmente, civilmente ed esteticamente; esserne passionalmente avvinti tanto da non dimenticare di cantare sulla scialuppa di salvataggio; perché, in definitiva, sono proprio i dolori a farsi gradini di una scala tramite cui ci eleviamo a cime spirituali le più vicine all’inarrivabile “… E se la costante della vita è, in definitiva, il dolore, in esso è anche il riscatto della dignità umana, oltre che l'unico veicolo possibile della conoscenza (πάθει μάθος). E, inoltre, esso predispone ad una dimensione altra, dove il dolore è anche il veicolo per raggiungere livelli spirituali alti, in cui la Fede e la preghiera risultano essere di significativo impatto sull’animo umano che in tal modo “graziato” produrrà positive energie con ricadute notevoli nella personale vicenda esistenziale” (dalla prefazione dell’Autrice).

Quando il dolore

avrà macerato

le fibre del mio cuore

stilleranno i ricordi

in gocce di parole.

Nazario Pardini

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"Quand'ero scemo": la parola ai lettori

8 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #recensioni

"Quand'ero scemo": la parola ai lettori

Ecco una serie di recensioni al mio libro di racconti, "Quand'ero scemo" su ilmiolibro.it

Si tratta di una raccolta di trentadue racconti, popolati da una folla multiforme di personaggi. Uomini disperati, ragazze disilluse, vecchie aggrappate ai ricordi o con la mente persa fra le ombre, fate elfiche, robot, disabili, malati terminali, mogli senza scrupoli. In questa varietà di temi e condizioni umane non si indulge al patetico, non si lanciano messaggi o insegnamenti, piuttosto si riflette sul concetto di 'normalità', ribaltandolo attraverso un'ottica particolare, angolare, magica.

Lorenza:

“Questo libro ci presenta una serie innumerevole di racconti, estremamente vari, talvolta vicini alla realtà da permetterci d’immedesimarsi con la stessa, altre più fantastici, che tuttavia trascendono la realtà attraverso i sentimenti dei personaggi. Infatti, caratteristica preponderante di ogni racconto è quella di esprimere pienamente ogni sentimento attinto dalla gamma più variegata si possa provare. La lettura, piacevolissima e scorrevole, a volte fa sorridere, altre commuove, o, ancora ci permette di guardarci con ironia , per giungere fino all’assurdo delle umane possibilità di pensiero e di azione. Spesso stride con la realtà, quasi a testimoniare la diversità dei punti di vista, la differenza del modo di pensare e di essere, tanto da far pensare a Pinocchio che …”uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero”, quasi a convincersene, ben sapendo che non è proprio così…. Tant’è vero che il ragazzo down, recentemente operato per assumere sembianze definite “normali”, farà di tutto per tornare com’era prima, perché si rende conto che la realtà non è così bella come sembra! Si mescolano storie di rimpianti, tradimenti, conquiste, sfide, gioie e dolori, tutte finalizzate ad una profonda riflessione, quella che farà pensare a suor Maria che…”avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza di guardarsi dentro…” Ma forse è meglio dirsi, come Sabrina, che è ora di …”smettere di porsi queste domande…”, altrimenti si finisce come il boia che ammette “…non vorrei chiedermi se, domani all’alba, quando tu sarai morto, io sarò ancora vivo…” Mi pare quasi superfluo aggiungere che mi è piaciuto molto per la sua estrema originalità e per il tripudio di emozioni che di cui pullula!”

Tata:

“Quando ero scemo, ovvero prima che l’eccelsa luce dell’intelletto illuminasse la consapevolezza di sé. Con piccoli passi seguo il filo delle parole di questi racconti. Piccoli passi timidi, incerti, di chi non vuole disturbare, perché Patrizia Poli mi parla di sentimenti, di paure, di rimpianti, di rimorsi, di disagi, di equivoci, di rabbie, di vendette, mi indica lo scarto fra la realtà dura, ovvia, banale, accettata e il mondo privato, intimo, fragile di donne, uomini, bambini abbandonati, feriti, traditi, persino il robottino lasciato a sé stesso nello spazio che si vede negare anche l’identità di cane, della povera Laika. L’ironia ricama uno stile agile, lieve, delicato. La narrazione mi sorprende, mi attira, mi chiama, mi confonde, mi commuove, in un bisogno di identificazione e di appartenenza con la farfalla e il suo unico grande giorno, col ciecomuto, con Marta, coi gemellini siamesi che aspettano di essere divisi. Con quest’umanità infelice e smarrita che sembra volersi raccontare e svelare.”

Maria Teresa:

“Penetrare a fondo nelle mille sfaccettature della vita non è facile, spesso distratti dalle enormi difficoltà della nostra, osserviamo con molta superficialità e crudele disincanto quanto ci circonda, con un’accettazione passiva andiamo oltre e preferiamo non frugare, non indagare all’interno di tanto dolore sommerso che coinvolge nostri simili, stoicamente considerati lontani o semplicemente diversi. Patrizia Poli, l’autrice di questa raccolta di racconti “Quando ero scemo”, con un’incredibile abilità narrativa legata a uno stile scabro, essenziale, ma profondamente incisivo, attraverso una grande varietà di personaggi, ci costringe a vedere e sentire ciò che non vogliamo, in un modo originale, tutto suo, utilizzando dimensioni oniriche o metaforiche, con sprazzi di paradossale che talvolta riescono a farci sorridere persino nelle situazioni più drammatiche. La sua è un’ironia sottile, apparentemente distaccata, ma in grado di esploderci dentro, per quel suo modo di ribaltare i contenuti dei racconti, sicuramente tutti singolari, dove i più svariati personaggi, prendono consistenza talvolta in modo sibillino, consistenza che acquista una certa attendibilità attraverso secche frasi conclusive che comunque, seppur illuminino, lasciano una scia ricercata di dubbi. Abilissima nel pilotarci all’interno di storie dove il passato e il presente diventano attimi che s’intersecano, come attraverso gli occhi di un’occasionale passante che rivede il cammino avvenuto nel 1369 da parte di un pellegrino diretto a Santiago de Compostela, o dove incredibili situazioni paradossali prendono corpo, come in quella di un uomo che, perfettamente sano, viene ridotto alla stregua di un disabile dalla moglie che lentamente lo avvelena, per fargli così ottenere importanti avanzamenti nella carriera aziendale, lei lascia comunque a noi le conclusioni e senza interferire, ci colpisce. Incontriamo nei suoi racconti anime schiacciate nelle loro vite incompiute, come quella di una suora che è sommersa dai dubbi per un intenso desiderio di libertà, o quella di una donna lacerata dal rimorso per aver abortito, o di un poeta che prima di morire affida al mare e al vento i versi che nessuno ha mai ascoltato. Comunque e sempre narra della vita, della felicità cui tutti aneliamo e che spesso è sfuggente ed effimera, perché stiamo in una solitudine cosmica dove ciascuno è unico a contatto con tanti simili. Così capita che un ragazzino Down considerato “diverso”, dopo aver acquistato la normalità con un intervento chirurgico, si senta addolorato e diverso in un mondo in cui non si riconosce e che non gli appartiene, e desidera ritornare scemo, per riacquistare la felicità nell’incoscienza di eterno bambino, dove esiste Babbo Natale e tutto sa di pulito e buono. Apparentemente Patrizia Poli non parla di sé e del suo sentire, ma il suo pensiero, la sua protesta verso questo mondo così scarso d’amore si avverte e vibra in ogni parola, con una scia di velato romanticismo che addolcisce le negatività del vivere, mostrando un animo capace di umana comprensione e di perdono.”

Lauretta:

Ecco un piccolo libro, che potrebbe passare inosservato perché semplice e discreto. E invece vale molto più di altri mille libri presenti sugli scaffali in libreria. “Quando ero scemo” è un’opera straordinaria. L’autrice scrive con una disinvoltura, con una partecipazione e con una capacità non scontate. Lo stile narrativo è splendido e rapisce il lettore e, alla fine di ogni racconto, dopo aver spaziato tra luoghi distanti e diversi, tra dolori, tristezze, tra disabilità e diversità, tra sogno e realtà, lo riporta con i piedi per terra. I racconti si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.

Ecco una serie di recensioni al mio libro di racconti , "Quand'ero scemo" su ilmiolibro.it

Si tratta di una raccolta di trentadue racconti, popolati da una folla multiforme di personaggi. Uomini disperati, ragazze disilluse, vecchie aggrappate ai ricordi o con la mente persa fra le ombre, fate elfiche, robot, disabili, malati terminali, mogli senza scrupoli. In questa varietà di temi e condizioni umane non si indulge al patetico, non si lanciano messaggi o insegnamenti, piuttosto si riflette sul concetto di 'normalità', ribaltandolo attraverso un'ottica particolare, angolare, magica.

Lorenza:

“Questo libro ci presenta una serie innumerevole di racconti, estremamente vari, talvolta vicini alla realtà da permetterci d’immedesimarsi con la stessa, altre più fantastici, che tuttavia trascendono la realtà attraverso i sentimenti dei personaggi. Infatti, caratteristica preponderante di ogni racconto è quella di esprimere pienamente ogni sentimento attinto dalla gamma più variegata si possa provare. La lettura, piacevolissima e scorrevole, a volte fa sorridere, altre commuove, o, ancora ci permette di guardarci con ironia , per giungere fino all’assurdo delle umane possibilità di pensiero e di azione. Spesso stride con la realtà, quasi a testimoniare la diversità dei punti di vista, la differenza del modo di pensare e di essere, tanto da far pensare a Pinocchio che …”uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero”, quasi a convincersene, ben sapendo che non è proprio così…. Tant’è vero che il ragazzo down, recentemete operato per assumere sembianze definite “normali”, farà di tutto per tornare com’era prima, perchè si rende conto che la realtà non è così bella come sembra! Si mescolano storie di rimpianti, tradimenti, conquiste, sfide, gioie e dolori, tutte finalizzate ad una profonda riflessione, quella che farà pensare a suor Maria che…”avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza di guardarsi dentro…” Ma forse è meglio dirsi, come Sabrina, che è ora di …”smettere di porsi queste domande…”, altrimenti si finisce come il boia che ammette “…non vorrei chiedermi se, domani all’alba, quando tu sarai morto, io sarò ancora vivo…” Mi pare quasi superfluo aggiungere che mi è piaciuto molto per la sua estrema originalità e per il tripudio di emozioni che di cui pullula!”

Tata:

“Quando ero scemo, ovvero prima che l’eccelsa luce dell’intelletto illuminasse la consapevolezza di sé. Con piccoli passi seguo il filo delle parole di questi racconti. Piccoli passi timidi, incerti, di chi non vuole disturbare, perché Patrizia Poli mi parla di sentimenti, di paure, di rimpianti, di rimorsi, di disagi, di equivoci, di rabbie, di vendette, mi indica lo scarto fra la realtà dura, ovvia, banale, accettata e il mondo privato, intimo, fragile di donne, uomini, bambini abbandonati, feriti, traditi, persino il robottino lasciato a sé stesso nello spazio che si vede negare anche l’identità di cane, della povera Laika. L’ironia ricama uno stile agile, lieve, delicato. La narrazione mi sorprende, mi attira, mi chiama, mi confonde, mi commuove, in un bisogno di identificazione e di appartenenza con la farfalla e il suo unico grande giorno, col ciecomuto, con Marta, coi gemellini siamesi che aspettano di essere divisi. Con quest’umanità infelice e smarrita che sembra volersi raccontare e svelare.”

Maria Teresa:

“Penetrare a fondo nelle mille sfaccettature della vita non è facile, spesso distratti dalle enormi difficoltà della nostra, osserviamo con molta superficialità e crudele disincanto quanto ci circonda, con un’accettazione passiva andiamo oltre e preferiamo non frugare, non indagare all’interno di tanto dolore sommerso che coinvolge nostri simili, stoicamente considerati lontani o semplicemente diversi. Patrizia Poli, l’autrice di questa raccolta di racconti “Quando ero scemo”, con un’incredibile abilità narrativa legata a uno stile scabro, essenziale, ma profondamente incisivo, attraverso una grande varietà di personaggi, ci costringe a vedere e sentire ciò che non vogliamo, in un modo originale, tutto suo, utilizzando dimensioni oniriche o metaforiche, con sprazzi di paradossale che talvolta riescono a farci sorridere persino nelle situazioni più drammatiche. La sua è un’ironia sottile, apparentemente distaccata, ma in grado di esploderci dentro, per quel suo modo di ribaltare i contenuti dei racconti, sicuramente tutti singolari, dove i più svariati personaggi, prendono consistenza talvolta in modo sibillino, consistenza che acquista una certa attendibilità attraverso secche frasi conclusive che comunque, seppur illuminino, lasciano una scia ricercata di dubbi. Abilissima nel pilotarci all’interno di storie dove il passato e il presente diventano attimi che s’intersecano, come attraverso gli occhi di un’occasionale passante che rivede il cammino avvenuto nel 1369 da parte di un pellegrino diretto a Santiago de Compostela, o dove incredibili situazioni paradossali prendono corpo, come in quella di un uomo che, perfettamente sano, viene ridotto alla stregua di un disabile dalla moglie che lentamente lo avvelena, per fargli così ottenere importanti avanzamenti nella carriera aziendale, lei lascia comunque a noi le conclusioni e senza interferire, ci colpisce. Incontriamo nei suoi racconti anime schiacciate nelle loro vite incompiute, come quella di una suora che è sommersa dai dubbi per un intenso desiderio di libertà, o quella di una donna lacerata dal rimorso per aver abortito, o di un poeta che prima di morire affida al mare e al vento i versi che nessuno ha mai ascoltato. Comunque e sempre narra della vita, della felicità cui tutti aneliamo e che spesso è sfuggente ed effimera, perché stiamo in una solitudine cosmica dove ciascuno è unico a contatto con tanti simili. Così capita che un ragazzino Down considerato “diverso”, dopo aver acquistato la normalità con un intervento chirurgico, si senta addolorato e diverso in un mondo in cui non si riconosce e che non gli appartiene, e desidera ritornare scemo, per riacquistare la felicità nell’incoscienza di eterno bambino, dove esiste Babbo Natale e tutto sa di pulito e buono. Apparentemente Patrizia Poli non parla di sé e del suo sentire, ma il suo pensiero, la sua protesta verso questo mondo così scarso d’amore si avverte e vibra in ogni parola, con una scia di velato romanticismo che addolcisce le negatività del vivere, mostrando un animo capace di umana comprensione e di perdono.”

Lauretta:

Ecco un piccolo libro, che potrebbe passare inosservato perché semplice e discreto. E invece vale molto più di altri mille libri presenti sugli scaffali in libreria. “Quando ero scemo” è un’opera straordinaria. L’autrice scrive con una disinvoltura, con una partecipazione e con una capacità non scontate. Lo stile narrativo è splendido e rapisce il lettore e, alla fine di ogni racconto, dopo aver spaziato tra luoghi distanti e diversi, tra dolori, tristezze, tra disabilità e diversità, tra sogno e realtà, lo riporta con i piedi per terra. I racconti si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.

si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.

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Antonio Moscatello, "Il lupo"

26 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Antonio Moscatello, "Il lupo"

Il lupo

di Antonio Moscatello

La prima cosa che noti, leggendo Il lupo, è che scorre come un ruscello, una pagina tira l’altra, vai avanti, e scorre sempre più forte. Non lasci il libro sul comodino perché vuoi continuare, e mentre rosicchi qualche minuto qui e là alla tua giornata, la lettura avanza. Non te ne accorgi, ma passo dopo passo, capitolo dopo capitolo, questo ruscello cresce, diventa un torrente, poi un fiume in piena. Comunque l’acqua scende veloce, e se prima è cristallina, arrivando al fiume diventa torbida. Tutto si calma nella conclusione, il fiume finisce in un lago, non nel mare, perché non è immensa la fine, piuttosto sembra una tavola calma, con residui borbottii, un po’ tremante, grande, ma non immensa, come se l’autore volesse riconciliarsi con il mondo dopo aver esplorato gli orrori dell’animo umano. Sta di fatto che arrivi alla fine che neanche te ne accorgi, e tutte le vicende che hai vissuto in queste circa duecento pagine, sono presenti, non le dimentichi. Già, perché a differenza di altri racconti dello stesso genere che richiedono massima attenzione per i dettagli, qui gli stessi dettagli vengono dosati gradatamente, uno alla volta e non passano inosservati.

Mi ha colpito la gradualità con cui cresce il corso d’acqua, senza nessun intoppo, senza obbligarti a tornare alle pagine precedenti per rileggere quel particolare che andando avanti hai dimenticato, è così ben architettata che il ritmo rasenta la perfezione. Ogni tanto, sì, appare qualche guizzo che intende aggiungere altra vita nel flusso, e come un salmone che salta nell’acqua si presenta al lettore che sorride, senza però distrarsi.

Il protagonista, Marco, è un giornalista affermato sulla quarantina. Facendo un servizio su un orrendo infanticidio, Marco si deve confrontare con una sua orrenda verità nascosta. Non si sa di cosa si tratta, ma con l’aiuto di Leda, una giovane e bella giornalista, Marco comincia a scavare nel suo intimo, per capire da dove viene quel grumo, quel mostro che lo attanaglia bloccandolo e torturandolo. Comincia così un viaggio nell’orrore, un’indagine apparentemente innocua che porta i due giornalisti a scoprire un mondo infame e spietato.

L’equilibrio e la leggerezza della narrazione consentono di catturare l’attenzione del lettore senza stancarlo, e il narratore affronta con rara maestria l’esplorazione nell’avidità dell’animo umano. I fatti che vengono narrati riguardano direttamente i due protagonisti, tra i quali nasce inevitabilmente un forte legame.

Con descrizioni molto sintetiche e dialoghi perlopiù vivaci, questo libro si presenta come un giallo. Certo, gli elementi ci sono tutti, dall’omicidio irrisolto alle trame della malavita, ma non sono questi il fulcro della storia. La parte più importante, infatti, è la capacità di scavare nella memoria, fino a poter rivedere fatti successi nella prima infanzia. Il trauma vissuto da Marco bambino è la guida dei due improvvisati investigatori che, tra una scoperta e quella successiva, ricostruiscono un complesso rompicapo che consentirà a Marco di saldare un debito con la sua memoria. Il bello di questo giallo (o thriller, non importa come lo si cataloghi) risiede proprio nel fatto che non è un giallo. I personaggi non sono solo utili allo svolgimento della trama, ma sono oggetto e causa dell’indagine, e appaiono al lettore con i loro dubbi e le loro debolezze, le loro reazioni sono influenzate dai fatti che succedono nel momento della narrazione, e sono fatti credibili. Insomma, Il lupo è un gran bel libro.

Claudio Fiorentini

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Maria Vittoria Masserotti, "CasaMarina"

21 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Maria Vittoria Masserotti, "CasaMarina"

Maria Vittoria Masserotti è l’autrice di questo romanzo, "CasaMarina". Maria Vittoria Masserotti era mia amica. Maria Vittoria Masserotti è morta il 12 marzo 2015.

È sempre difficile parlare del libro di una persona che conosciamo perché l’obiettività è inarrivabile. C’è sempre quel quid d’interesse aggiunto, c’intriga molto vedere quanto dell’amico/amica è presente nel testo: la sua biografia, le sue abitudini, i suoi gusti, il suo modo di esprimersi, i luoghi che descrive. Qui c’è l’aggravante della morte, improvvisa, crudele, recentissima. Cercherò, per quanto mi è possibile, di superare il filtro del dolore, della familiarità, e pormi in un’ottica distaccata.

Di M.V. Masserotti ho seguito tutto il percorso narrativo. Si era dedicata in tempi relativamente recenti alla scrittura, ben presto il gesto di scrivere era diventato una ragione di vita per lei. Se il suo profilo Facebook non fosse stato cancellato, potrei riportare le sue esatte parole, con le quali più e più volte, anche in amabile contraddittorio con me, ha espresso l’ineluttabilità del suo bisogno di comunicare attraverso la parola scritta.

Ho letto il suo primo romanzo, “Luce” e le sue due raccolte di racconti, “Cose” e “Racconti per una canzone”, ma poco prima di morire mi disse che considerava “CasaMarinail libro, quello che nella vita si scrive una volta. Purtroppo è stato il suo testamento spirituale ed ha visto la luce solo pochi mesi prima della sua scomparsa.

La trama ruota intorno a tre generazioni di donne: Cosima, la nonna, Clara, la figlia e Lilly, la nipote. Il periodo storico comprende il fascismo e due guerre mondiali, ma la Storia, anche se è motore di eventi fondamentali - come la morte di Clara nella Resistenza e il bombardamento di Villa Marina - in realtà resta sullo sfondo. Quello che conta, come spesso accade nella vita femminile, è l’Amore, con la A maiuscola, inteso come l’autrice lo intendeva, cioè romantico, estatico, assoluto, violento e trascinante a tutte le età, un amore persino difficile da capire, perché tantrico e filosofico.

Non capisco ma sento. Sento nell’anima che qualsiasi cosa succeda, io sono nell’eternità.”

Quest’amore è declinato in tre figure femminili. Cosima è la protagonista assoluta, informa di sé tutta la narrazione, è la donna forte, la governante di CasaMarina, ossia la villa al mare di una ricca famiglia di Firenze. Cosima giganteggia dalla prima all’ultima pagina, rimane viva nei ricordi e nei geni delle generazioni successive. Clara è sua figlia, un po’ schiacciata nella storia fra nonna e nipote, pasionaria e ribelle, si arruola fra i partigiani e viene uccisa. Lilly, la nipote, è il personaggio più autobiografico.

Sono tre, hanno caratteri diversi, ma l’amore è il medesimo e, paradossalmente, è più importante degli uomini che lo provocano. I maschi, seppure distinti e caratterizzati, restano tuttavia sullo sfondo. È un amore declinato su tre personalità e tre vicende, che regala vertigini di rapimento ed ebbrezza ma anche abissi di dolore.

Annaspo. Non so nuotare nel mare della sua assenza. Non conosco questo dolore che si diffonde malgrado me. (…) Guardo il mondo che non ha nessuna ragione di essere senza di lui. Ho perso i colori, la realtà è in bianco e nero. Tutto i giunge ovattato o con una violenza inaudita. Sono scorticata, anche il volo di una farfalla mi ferisce.”

Senza amore “si perdono i colori”, si perdono il sapore e il gusto della vita. Però si va avanti, bene o male, la depressione viene accantonata e la realtà ha di nuovo il sopravvento. È questo essere forti, è questo essere donna.

C’è un’altra protagonista, forse la principale, Casa Marina. Luogo del cuore, che verrà abbandonato solo nell’ultima pagina ma, in realtà, portato sempre con sé. È un abbandono intriso di radici, di memoria, di passato. Casa Marina è una villa nascosta fra i lecci di Castiglioncello, con la discesa a mare, la scalinata che porta ai “pungenti”, cioè gli scogli locali. È teatro di vita, di amori, di lavoro, di giochi, di passioni e tuffi fra le onde. È impregnata dell’odore di corteccia resinosa e di salmastro, è bagnata dagli spruzzi, è lambita dalla risacca. Vediamo cambiare in fretta, sotto i nostri occhi, i fotogrammi: abiti, modelli di auto, personaggi. Il tempo passa veloce ma la Casa rimane, anche dopo che è stata distrutta, perché è, come dicevamo, un luogo dell’anima, un nucleo che tiene insieme personalità e affetti.

Il romanzo alterna la narrazione onnisciente ad alcuni capitoli dove la focalizzazione si sposta all’interno, che sono anche, a mio avviso, i migliori, quelli scritti con piglio più originale. Tuttavia il contrasto fra i due stili non stride ma, anzi, dà profondità.

Ci sono alcuni difetti, secondo me, nell’impianto della storia, perché certe parti andrebbero sviluppate di più e alcuni spunti interessanti (come l’intreccio dei rampolli di Cosima, costretta dalle convenienze a riconoscere il figlio dell’ex marito invece che la propria bambina) sono solo accennati e poi abbandonati. Se nella vita vera le cose accadono per caso o per accumulo, nella finzione narrativa non possono esserci vicoli ciechi e tutto deve avere una sua ragione di esistere.

Ma ciò che trascina e commuove non è il plot, non è lo stile, e nemmeno la passione raccontata con toni pudichi e carichi di riserbo, quanto, piuttosto, l’atmosfera che si respira. Nessuna scuola di scrittura può insegnare l’atmosfera, o c’è o non c’è, o la infondi col talento, oppure ciò che produci non ha soffio vitale. “CasaMarina” ha atmosfera da vendere: giovani donne volitive, con le gonne e i capelli agitati dal vento di mare, auto di lusso, pentole che bollono sul camino, bambini che giocano, trine, pizzi, scialli, lettere. Ma anche geloni, candele, pane, bombe, camionette, partigiani.

Ed ora, lasciatemi svestire i panni di recensore e rientrare in quelli dell’amica. Tante volte ho rimproverato a Maria Vittoria, che gli amici chiamavano Mavie, di indulgere troppo all’autobiografismo. Chissà se ha pensato un poco anche alle mie parole quando ha scelto l’epigrafe: “una faccenda di carta che sto ricalcando brevi manu da chissà quale indecoro interiore.” L’ultimo capitolo mette i brividi, non tanto per la vicenda che racconta, quanto perché Lilly - la sessantacinquenne che decide di allontanarsi da CasaMarina per vivere a pieno quell’amore del cuore e dei sensi negato alla madre e alla nonna - è spaventosamente simile all’immagine di Maria Vittoria, della sua grande sete di vita, della sua aderenza alla vita. Nel finale, Lilly sceglie di trascinarsi dietro le sue radici e, insieme, di liberarsene, sfidando il moralismo, i vincoli dell’età, il viluppo di chi ti vorrebbe diversa da quella che sei. È molto triste il pensiero che quel lieto fine, quella pienezza sempre auspicata e forse raggiunta solo a lampi e bagliori, non potrà realizzarsi mai più.

Adesso, qui e ora, Lilly si sente di nuovo piena di possibilità, si apre un mondo davanti a lei, sconosciuto. Non ricorda più la sua età, è senza tempo, percepisce chiaramente solo il suo corpo poggiato con noncuranza sui sedili del treno e sa di essere viva, sa di vibrare al suono di una musica nuova.”

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L'età d'oro del pallone

20 Aprile 2015 , Scritto da Alessandro Alberti Con tag #alessandro alberti, #sport, #recensioni

L'età d'oro del pallone

Oggi voglio dedicare il mio articolo allo sport più amato in Italia. Il gioco del calcio. Lo voglio fare con l’ausilio di un bellissimo libro che ho appena terminato di leggere: L’Età d’oro del Pallone- Il calcio in Italia dalle origini al 1950. L’argomento calcio è da sempre un argomento dibattuto, vuoi per passione, vuoi perché è lo sport nazionale, resta di fatto un aspetto culturale che incide profondamente la nostra società. Il testo, curato da Ernesto Zucconi e Giuseppe Franzo, ha il pregio di ripercorrere l’evoluzione dello sport nazional popolare per antonomasia. Una ricostruzione dettagliata che inizia con cenni storici e sul perché il gioco con la palla sia stato utilizzato con finalità ludiche e sportive da diverse civiltà non solo quella europea. Secondo alcuni studiosi la palla veniva identificata con i corpi celesti, il sole e la luna che per la loro forma sferica venivano identificati come la perfezione. Si hanno notizie del gioco con la palla sin dall’antica Grecia. Un gioco che poi si evolverà nei secoli acquisendo regole e ruoli. Anche la stessa pratica di questo sport, inizialmente visto come essenzialmente maschile, verrà acquisito anche dal mondo femminile. Il gioco del calcio è visto nell’ottica degli autori, nei termini in cui lo definì Antonio Ghirelli, giornalista e scrittore napoletano: cultura popolare. In questo libro vengono analizzati e contestualizzati i momenti in cui questo sport si evolve, pur ammettendo che, pur vantando duemila anni di storia e gloria romana, il calcio fu introdotto in Italia grazie agli inglesi e agli svizzeri. La nascita dell’Italia calcistica si fa risalire al 1887, quando Edoardo Bosio, commerciante che aveva per motivi di lavoro contatti con Londra, fondò una squadra che prese il nome di International Football Club. Successivamente a Genova nasceva il Genoa Cricket and Football Club. Nel 1898 fu fondata la Figc (Federazione italiana gioco calcio). Il primo campionato italiano si svolse in un solo giorno l’8 maggio 1898. A seguire verranno fondate numerose squadre che daranno vita ad un sempre più partecipato campionato. Inizia così l’epopea del calcio con calciatori dai pantaloni lunghi, berrettino e baffoni. Gli autori si soffermano su vari aspetti, gli avvenimenti fuori dal campo, gli albori calcistici torinesi, la storia e la cronistoria del calcio italiano e delle società di calcio dal 1898 al 1950. I capocannonieri. L’epopea azzurra con i trionfi mondiali dell’Italia guidata da Vittorio Pozzo nel 1934 a Roma e 1938 a Parigi sublimate dalla vittoria olimpica nel 1936 a Berlino. Le prime esperienza di calcio professionistico che risalgono agli anni 1929-30. Un periodo questo in cui le vittorie venivano celebrate dai nostri calciatori con il saluto romano, ormai entrato di fatto nelle abitudini del popolo italiano. Un ampia parte del libro viene dedicata al fumetto, unico modo per raffigurare le competizioni, utilizzando alcuni numeri de I Grandi Campioni dello Sport. Un bel capitolo dedicato ai ricordi di Pozzo e poi per gli amanti delle statistiche i risultati e i gol segnati. Non manca il ricordo di un arbitro speciale: Antonio Birbone. Il testo è impreziosito da numerose foto, fumetti, prime pagine dei giornali. Con un ricordo dedicato al Grande Torino deceduto a Superga il 4 maggio 1949 dopo che l’aereo che trasportava l’intera squadra con lo staff tecnico e medico e numerosi giornalisti si schiantò contro il terrapieno della Basilica. Nessuno si salvò da quella sciagura. Notevole anche la foto dei funerali che attraversarono Torino, bagnati dal pianto di una folla immensa. Un libro completo, esaustivo, intrigante, per tutti gli appassionati del genere. Una ricerca minuziosa, con immagini rare, con dettagli grafici di pregio e foto che non ritraggono solo i campi di calcio di allora, ma anche i tifosi sulle gradinate con i mucchi di biciclette addossate una sull’altra ai piedi delle scalinate, perché era più importante trovare un posto sugli spalti e vedere, assaporare, vivere quel gol, che li avrebbe fatti discutere per almeno una settimana. Un libro che fa riflettere su come il calcio di allora fosse sicuramente più sano, coinvolgente e a suo modo eroico.

[E. Zucconi. G.Franzo L’Età d’oro del pallone è edito da Novantico pag.120 con foto in bianco e nero formato 21×29,7]

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Francesco Paolo Tanzj, "L'uomo che ascoltava le 500"

16 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Francesco Paolo Tanzj, "L'uomo che ascoltava le 500"

L’uomo che ascoltava le 500

di Francesco Paolo Tanzj

edizioni Tracce

A conclusione del libro c’è una dichiarazione di scrittura, dove Tanzj dice che tipo di lettore vorrebbe, e questo mi serve da spunto per chiedere: noi, che tipo di lettore siamo? E chiederei anche che scrittori siamo? Per chi scriviamo?

Il lettore o lo scrittore libero, a questo dovremmo ambire. Ma forse non è possibile, i condizionamenti, i modelli, i riferimenti sono sempre in agguato per deviarci… forse né il lettore né lo scrittore sono veramente liberi, semmai scrivendo o leggendo si cerca una certa libertà, e la si trova, spesso, quando la mente vola dietro o tra le parole, ma non la si trova per esteso, per intero… c’è sempre qualche macchia che ci impedisce di essere pienamente e intimamente liberi…

Nella dichiarazione di scrittura si fa la differenza tra lettore illuminato e lettore ignorante (la stessa differenza la farei con gli scrittori), vediamo un po’ di cosa si tratta. Il lettore illuminato, a seguito di una lettura, forse si esprimerebbe così:

Evinciamo un segnale di protoletteratura stigmatizzata nelle scene di un quotidiano divenire, che si articola in ogni sintagma tendente a stilema fino alla sua totale espansione che dall’incipit evolve nel corpo detautologizzato del racconto. Durante la lettura si articolano in un susseguirsi incessante i vari neo-simboli della genesi aurea, segnale evidente che da queste narrazioni meta-criptiche si dispiega la vitalità bronzea delle ultime correnti anti-avanguardiste che intendono spigolare la realtà quale ignara palingenesi del movimento di cui noi oggi siamo fortunati testimoni. Risulta quindi evidente, a dimostrazione della certaldità neoclassica insita nella compresente raccolta, una vena d’ironia asburgica evoluta, che avvampa nelle scoperte del secolo d’oro rendendo con esse omaggio alla centralità dell’uomo nella natura. Per quanto abbiamo detto, questo libro va annoverato tra i classici e i preclassici che una volta storicizzati determinano la veste culturale di questo nostro mondo, e questo nostro Paese.

Per chi non lo avesse capito, si tratta di una parodia.

Tanzj prende di petto il critico che si parla addosso, simbolo di un equilibrio che va attaccato con tutte le nostre forze, perché il giusto sta nel mezzo!

Ma veniamo al punto.

Il lettore tipo è un ibrido (lo stesso vale per lo scrittore). L’uomo medio è un ibrido. Non è accettabile invece colui che si cataloga bianco o nero, ergendosi a modello di qualcosa che evidenzia solo la propria ipocrisia.

Il libro contiene uno spassoso attacco a Nanni Moretti (o meglio, al modello che incarna), che diventa un chiaro segno di ribellione ai cliché della nostra vita. I cliché vanno abbattuti, occorre un uomo libero per un pensiero libero.

Quindi la chiave di lettura va ricercata in questa parola: libertà.

Ma veniamo alle mie impressioni di lettura.

I racconti qui raccolti non vanno letti cercando la trama o cercando il personaggio, che purtuttavia sono presenti, e non credo che la traccia lasciata dallo scrittore sia da cercarsi nel linguaggio o nella forma. C’è molto di più.

Certo, siamo davanti a storie scritte con grande maestria, il libro è meritevole da tutti i punti di vista e si colloca nella fascia alta della letteratura contemporanea, il punto, però, per me, è: che cosa vuole dirci Tanzj? Se c’è un messaggio. Che poi Tanzj abbia voluto metterci un messaggio o meno non è importante, alla fine qualcosa passa lo stesso. D’accordo, ma allora, come va letto questo libro? Io inizialmente ho cercato di leggere i racconti come dei racconti, poi ho cercato di leggerli come dei resoconti, poi ho cercato il lato giornalistico, eppure mi rimaneva sempre qualcosa da decifrare.

Ragionando per immagini ho pensato alla panna montata, che va messa sul gelato come il parmigiano sulla pastasciutta, ma a differenza di questo, la panna non si mescola e non si fonde, rimane sempre sopra. Per creare una miscela con il gelato devi metterli in bocca, ci devi mettere il tuo impegno. Già, la panna montata, immagine ora poco comprensibile, ma si chiarirà alla fine.

Il narratore non entra nel personaggio né nell’evento perché li vuole lasciare liberi di esprimersi, rimanendo lui, il narratore, un testimone di un pezzo di vita. Questo perché gli eventi e i personaggi li si vuole liberi, non addomesticati dalla penna, non inseriti nella drammaturgia letteraria sotto forma di qualcosa di diverso da quello che sono realmente. Ma attenzione, non si tratta di iperrealismo né di cronaca giornalistica.

I racconti, sebbene abbiano un forte stampo autobiografico, lasciano al lettore il lavoro di immersione nell’evento e nel personaggio. Tanzj rispetta questa libertà e la condivide.

Una citazione, più di ogni analisi del testo, permette di capire il lavoro di Tanzj: Il gagiò lavora, lavora sempre, sperando di diventare qualcosa e, sperando così, muore. Poi ha fatto tante leggi, troppe. La libertà è bella, vai dove vuoi.

È stato proprio grazie a questa citazione che sono entrato nella narrazione ed ho inquadrato il lavoro di Tanzj, così come la sua persona, in questa ottica: la libertà è bella, vai dove vuoi…

Tanzj è un uomo libro, e rispetta la libertà altrui.

Quindi questo libro è un po’ nomade, un po’ zingaro, ma soprattutto vive nel rispetto delle storie che racconta e, privandoci di ogni considerazione, Tanzj ci insegna il rispetto per la libertà degli eventi. Ci dice (senza dirlo) che la sua libertà è riposta in questi racconti e, così come la vive, ce la restituisce.

Quindi mi viene da chiedere: l’anima, è zingara?

La zingaritudine dell’anima traspare anche in tutti i racconti. Tanzj la propone sempre, anche quando sembra di no. Troviamo questo suo modo di vedere la realtà anche nel j’accuse a Nanni Moretti dove non è la persona che viene presa di petto, ma il modello che propone. Statico come tutti i modelli, il modello è prigione, qualsiasi modello identifica il velo ipocrita che copre buona parte della nostra società.

Tanzj ce l’ha con quel velo d’ipocrisia.

L’anima è zingara, si contrappone ai modelli, per questo ci sfugge e, come dice l’autore: ogni creazione, ogni azione dell’uomo resterà per sempre una incompiuta.

Eppure proprio questa incompiutezza ci arricchisce, perché si continua, sempre, si cresce, sempre.

All’inizio della lettura mi chiedevo: l’uomo che ascoltava le 500, l’eremita, Milka… sono dei pazzi o sono dei geni? Sono normalissimi esseri umani o sono manifestazioni della più profonda delle passioni? Cercavo, come ogni lettore medio, la risposta in ciò che leggevo. Ma il libro non ci dà risposte, l’autore non giudica: è a noi che spetta farlo con il nostro metro; a noi spetta capire che il profondo rispetto che Tanzj manifesta per l’altro deve guidarci durante la lettura del libro. Non cerchiamo, quindi, passioni che appartengono solo a noi e che vorremmo proiettare nei personaggi e nelle storie che leggiamo, non cerchiamo emozioni private e nostre da mettere negli occhi di questo o dell’altro personaggio… astraiamoci, cerchiamo l’essenza delicata della vita e posiamoci come panna montata sul gelato, lasciando che il gelato sia quello che è, senza trasformarlo in altro, leggendo questo ottimo libro con la leggerezza e la libertà che Tanzj ci trasmette e ci fa vivere.

Claudio Fiorentini

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