Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #recensioni tag

Emanuela Amici, "Quello che resta"

31 Ottobre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

Quello che resta

Emanuela Amici

 

Ianieri Edizioni

pp 190

14,00

 

Quello che resta, di Emanuela Amici, ha una trama poco originale ed è scritto in modo elegante ma convenzionale. Però ha il pregio di farsi leggere velocemente e di puntare il dito su quelli che sono i complessi rapporti familiari, spesso mascherati da una patina di normalità. Più che l'intreccio di “non detto”, agnizioni e colpi di scena domestici, balza all’occhio il rapporto fra le due sorelle.

Irene è una scrittrice di successo che, da sempre, ha un legame difficile con la sorella minore. Sara è luminosa, bella in modo diverso dal resto della famiglia, tutto le riesce facile. Irene segretamente si rode d’invidia e sensi di colpa anche se s’impone di amarla per dovere fraterno.

Ma non c’è solo quello che dobbiamo fare, c’è anche quello che siamo, sottilmente ma inesorabilmente. C’è il rimosso, il torbido. Ci sono la trasgressione e l’erotismo che scardinano la quotidianità, c’è una madre, in mezzo a loro, che per anni ha indicato un cammino di dedizione e sacrificio e poi, di colpo, indica l’opposto, una madre che, quando morirà, smetterà di fare da filtro fra le due.

La morte lacera e scompagina, ci costringe a fare i conti con la perdita, con ciò che era e non sarà mai più, con ciò che dovremo essere d’ora in poi. Nel romanzo le due donne devono venire a patti con la perdita di entrambi i genitori, ritrovandosi orfane, madri, mogli e artiste. Dal groviglio di livori inespressi che le avviluppava, cercheranno la via per ricostruire un nuovo modo di sentirsi sorelle.  

Anche senza arrivare agli estremi di questa storia, grattando sotto la superficie di ogni famiglia si scoprono cattivi pensieri, sentimenti ambivalenti, si scopre che ciò che appare è spesso falso.

Fratelli e sorelle, genitori e figli non sempre si amano in modo immediato, facile, viscerale e senza riserve. Spesso ci sono preferenze, rivalità, inquietudini, rancori.

Mariti e mogli non sempre condividono interessi, complicità e passione. Spesso, insieme, hanno la “sensazione di appassire”, di vivere una vita di straniamento e reificazione, lontana dal nocciolo primigenio del proprio essere.

Ma, forse, non tutto è perduto, perché non tutto è bianco o nero, e l’amore – filiale, fraterno, coniugale – ha comunque “tante declinazioni”, tanti modi per rinascere.

Di là dalla trama e dal significato psicologico, ci sono due filoni particolari in questo libro, entrambi legati, secondo me, alle fantasie dell’autrice. Uno è il rapporto fra Irene e l’amante Herbert, porno soft e leggermente masochistico, l’altro è la relazione di Irene con la scrittura. Siamo in presenza di un “romanzo nel romanzo” ma anche di una protagonista che incarna i sogni di chiunque scriva, ovvero fama e successo. Sembrerà strano, ma questo è, a mio avviso, il vero cuore di codesta narrazione, prodotta da una studiosa d'arte col pallino della scrittura, immersa in un’atmosfera rarefatta, signorile, piacevolmente raffinata e molto intellettuale.

Mostra altro

Gino Pitaro, "La vita attesa"

24 Ottobre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

La vita attesa

Gino Pitaro

 

Golem Edizioni, 2018

pp 203

16,50

 

Per descrivere La vita attesa di Gino Pitaro bisogna per forza adoperare l’abusata e logora locuzione: romanzo di formazione. Gianni e Federico hanno studiato insieme e sono stati inseparabili fino alla maturità, dopo la quale si allontanano, percorrendo strade diverse. Gianni è l’incarnazione letteraria dell’autore, con i suoi studi che lo rinchiudono, nonostante alcuni lavori precari – il romanzo è ambientato principalmente a Tropea con un’ottima rappresentazione della Calabria compresa la ‘ndrangheta – in un’intellettuale torre eburnea, mentre Federico, con la sua carriera in polizia, ne è l’alter ego immerso nel mondo e nella Storia con la S maiuscola. Le due esistenze procedono parallele ma a un certo punto convergono in un modo che non possiamo rivelare senza fare spoiler.

Operazione nostalgia anni 90, decennio che ha segnato il passaggio dall’era analogica a quella digitale e dalla prima alla seconda repubblica. In sottofondo ci sono le stragi di mafia, tangentopoli, la prima ondata migratoria ma anche tutte le canzoni che fanno da colonna sonora a un periodo che ci ha traghettato dalle promesse e speranze precedenti (datate 60, 70, 80) alle delusioni attuali. Ci sono ricordi, luoghi, amori che si aprono e si chiudono come cerchi. Il tutto in una lingua molto letteraria, poetica, connotata e non asciutta. L’uso del dialetto è più spiccato nella prima parte, dove pesano le origini dei due protagonisti, ma si fa più rarefatto man mano che la loro esistenza si sprovincializza.

Tutti noi, in un certo senso, attendiamo la vita, quella sognata e desiderata che, per alcuni, resta un miraggio. Federico, il poliziotto, c’è dentro fino al collo mentre Gianni indugia ai margini e, l’unica volta che lo farà, - che si tufferà a pieno in qualcosa - sarà uno sbaglio.

L’azione si snocciola lentamente ma inesorabilmente. Le rette parallele convergono, mescolandosi ai ricordi, a un substrato di pathos, a una nostalgia straziante del come eravamo e chi eravamo. Ciò che siamo stati da bambini, ci dice l’autore, è “la verità più grande”, la nostra essenza, ciò che dovremmo ricordare per spiegare chi siamo adesso. E bisogna restare fedeli a questa verità, nonostante tutto, nonostante l’infanzia non sempre sia “un luogo ideale”.

Un romanzo bello e poetico fin dal titolo, sull’amicizia ma soprattutto sull’innocenza perduta: ”affossarti, negarti una possibilità, anche se questo va contro i miei principi – dice Federico a Gianni – significherebbe anche annegare una parte di me stesso”.

Mostra altro

Giuseppe Benassi, "I veggenti"

26 Agosto 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #pittura

 

 

 

 

 

Giuseppe Benassi
I veggenti

Pendragon – Euro 15 – Pag. 185

Giuseppe Benassi e il suo avvocato livornese Leopoldo Borrani sono stati una bella scoperta estiva, compiuta tra Salivoli e Baratti, tra un bagno di mare e una passeggiata in pineta. Ho rivalutato il giallo - genere che non amo particolarmente - anche perché il romanzo che ho letto non è un giallo classico fatto di indagine, indizi e scoperta finale di delitto e movente. I veggenti (già recensito su questo blogè un romanzo on the road che porta il lettore alla scoperta di Livorno, Parigi e Volterra, con la scusa di una trama che parte con un matrimonio violento tra un giovane marocchino e una matura livornese, prosegue con Borrani e la sua amante in viaggio a Parigi sulle tracce di perduti disegni di Modigliani, si conclude a Volterra dove vengono tirate le fila della narrazione. La cosa più suggestiva del breve romanzo è che contiene moltissimi spunti di lettura e di approfondimenti, pagina dopo pagina il lettore scopre notizie sulla vita di Modigliani, la sua tragica fine, il suicidio della giovane amante e il rapporto con la poetessa russa Achmatova. La vita di Parigi scorre lungo la Senna, compaiono viali e monumenti, musei e piccoli ristoranti, tra accenni di esoterismo e spunti letterari; non mancano brevi versi della Achmatova, ricordi di dipinti di Modigliani privi di occhi e donne raffigurate con espressione spenta. Altri spunti letterari pervadono l’opera di Benassi, da Gabriele D’Annunzio che inserisce Volterra come città del silenzio nell’Elettra, passando per il Forse che sì forse che no - opera volterrana del sommo vate -, per finire con Visconti e il suo Vaghe stelle dell’orsa girato nella città etrusca. Ottima anche l’ambientazione livornese, tra lungomare e aule di tribunale, Bagni Pancaldi e strade del centro storico, angoli suggestivi dell’antica Venezia. In definitiva I veggenti è un buon romanzo, così come Leopoldo Borrani è un personaggio riuscito, dipinto come un avvocato gaudente che la domenica sera si fa cogliere dalla nevrosi del lunedì ed è incapace di continuare divertirsi, ma riesce comunque a staccare dal suo lavoro per occuparsi di misteri, arte e letteratura. Lo stile di scrittura è piano, scorrevole, senza ridondanze, gestito con ottimi dialoghi e infarcito di interessanti citazioni letterarie, che non stonano con il contesto ma ne rappresentano il valore aggiunto. Altri romanzi di Benassi da cercare e da leggere sono L’omicidio Serpenti, Omicidio a Calafuria e Invidia.

Mostra altro

John E. Douglas, Mark Olshaker "Caccia nelle tenebre"

6 Agosto 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Caccia nelle tenebre

John E. Douglas, Mark Olshaker 

Rizzoli, 1997

 

Torna uno dei più famosi profiler del FBI dopo l’esordio con Mindhunter, libro che ha ispirato la serie omonima e che indaga la mente dei più pericoloso dei serial killer americani. Qui la parte autobiografica lambisce solo la narrazione, che è maggiormente dedicata alle diverse tipologie di assassini, ai casi specifici, le prove e gli indizi che hanno condotto Douglas e i suoi colleghi ad individuare, anche se non sempre, il colpevole. Dalle coppie maledette come quella di Paul Bernardo e Karla Homolka, in cui precipitiamo nostro malgrado nell’abisso della manipolazione e delle vittime che si fanno carnefici in quanto completamente soggiogate da una forte personalità narcisistica e sociopatica.

È un’occasione per esplorare la criminalità femminile, le donne vittime di violenza, la caratteristica prevalentemente muliebre di espiare i traumi vissuti con un’aggressività auto-diretta, fatta di dipendenza da alcool, droghe, prostituzione. I reati commessi da donne vengono analizzati anche nel capitolo sui rapimenti di infanti, in cui spesso le protagoniste sono madri mancate o madri che hanno appena perso un bimbo, spesso donne con un identikit ben preciso, estetico, psicologico e anagrafico.

Svariati capitoli sviscerano il terribile tema della pedofilia e dell’adescamento dei bambini, vengono citati e descritti, fin troppo minuziosamente, casi della cronaca statunitense: diciamo che dopo averli letti è facile avere il terrore che vostro figlio faccia anche solo un km in bici da solo, vada a lezione di ballo o semplicemente esca da scuola non accompagnato.

Ed è proprio dopo avere suscitato emozioni simili che Douglas ci da una lezione fondamentale: vittime si diventa anche a seguito dell’educazione ricevuta. Un bambino cresciuto tra mille paure, proibizioni e insicurezza è una vittima perfetta per un adulto con intenti maligni. E l’adulto lo sa, e percepisce le piccole vittime con facilità. Un bambino educato a temere tutto non saprà di chi fidarsi e, se conoscerà un adulto gentile, premuroso, rassicurante penserà ingenuamente di poterlo seguire in totale sicurezza. E quando l’adulto gli proporrà cose sgradevoli, probabilmente non saprà reagire, pensando che lui ha sempre ragione, anche quando fa cose sgradevoli o dolorose. Il modo migliore per crescere un bambino, ci insegna Douglas, è di stimolare la sua autostima. I figli devono essere educati a credere prima di tutto in sé stessi, solo dopo avere raggiunto questo stadio di consapevolezza saranno in grado di discernere i pericoli esterni. Paradossalmente un ragazzino sicuro di sé tenderà a rispondere con fermezza ad un adulto, dando quindi un segnale al possibile molestatore che, se la situazione oltrepasserà un limite, si ribellerà, griderà attirando l’attenzione di altri che potrebbero accorrere. Se invece sarà stato educato ad abbassare la testa in presenza di ogni persona “grande”, lo farà anche con persone che non meritano rispetto. E Douglas lo dice da padre di 3 figlie, con tutta la consapevolezza di quanto difficile possa essere un percorso simile. Ma va fatto. I figli vanno presi per mano e guidati a camminare in bilico su una corda, sospesa sui pericoli da una parte, la buona educazione dall’altra.

Lascio a chi avrà il piacere di leggere il libro la descrizione delle diverse tipologie di pedofili e molestatori e di come, in base al tipo di vittima ricercata, si possa risalire ad un identikit ben preciso. La sezione del libro che segue è a mio giudizio la parte più debole del libro, dedicata ad una giovane recluta il cui stupro con omicidio apre il libro e di cui Douglas sente la necessità di ricostruire l’intera vita in una maniera per i miei gusti fin troppo agiografica e serenamente evitabile.

Più interessante la parte finale in cui il profiler ribadisce le sue idee sulla pena di morte (che approva pur sapendo non essere assolutamente un deterrente al crimine) e sul fatto che è sempre più convinto che il male vada sempre scelto e non sia qualcosa che “capita per caso”; e proprio per questo ritiene che l’unica arma che possediamo per prevenire il crimine sia prevenirlo. Crescere bambini in un ambiente fatto di affetto, cure, cultura può ridurre drasticamente la probabilità di avere adulti disturbati che danneggiano la società.  Questa è la riflessione che a mio parere maggiormente colpisce, tornando ai capitoli iniziali sula pedofilia, perché la stessa modalità di crescere un bambino per evitare che diventi vittima di aggressione è la medesima che potrebbe impedire lo sviluppo di una mente criminale. Vittime e carnefici sono separate tra loro da un sottilissimo filo, forse da quella stessa corda su cui dobbiamo accompagnare i figli che educhiamo, una corda su cui forse camminiamo tutti noi per l’intera vita, sperando di non cadere mai tra gli artigli del malintenzionato che può incrociare la nostra strada all’improvviso e di non danneggiare mai nessuno in un momento di (stra)ordinaria follia. Un equilibrio precario di cui ci rendiamo conto solo quando leggiamo libri come questo

Mostra altro

Lars Kepler, "L'ipnotista"

2 Agosto 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

L'ipnotista

Lars Kepler

Longanesi, 2009

 
In questo periodo ho letto un paio di bei libri, tuttavia sento l'esigenza di prendermi dieci minuti per stroncare codesto romanzo, un immondo pastrocchio nato, immagino, sulla ormai mitologica scia dei "gialli scandinavi", scia quasi mai all'altezza di quei 4-5 meritevoli.
L'ho ascoltato come audiolibro, nulla da dire sull'interpretazione. Sulla storia invece sì. Parte col botto, ma quello è facile. Una famiglia sterminata in maniera truculenta apre le danze.  Violenza, sangue, ferocia e un pizzico di mistero: alla mortale orgia è sopravvissuto il figlio adolescente, un quindicenne in coma per le lesioni ricevute. Ed essendo anche l'unico testimone è un bel problema, perché non parla. L'ispettore Linna, un tipo un po' bizzarro e poco simpatico ma almeno originale nel suo essere sopra le righe, si avvale dell'aiuto di tale Erik Maria Bark, uno psichiatra che da anni non pratica più l'ipnotismo, tecnica che lo aveva condotto alla fama mondiale, in quanto era talmente esperto da riuscire a rievocare ricordi ormai sopiti in pazienti che avevano subito gravi traumi. Con grande cautela il ragazzo viene ipnotizzato e pare rivelare che la sorella maggiore, sopravvissuta anche lei in quanto residente altrove, l'avrebbe spinto a uccidere tutta la famiglia. E quindi via tutti a cercare questa donna. Ma prima non facciamoci mancare un po' di sfiga al povero Bark, che non solo ha una moglie che da dieci anni gli rinfaccia l'unica scappatella che lui ha avuto in stato di ebbrezza accusandolo di adulterio ogni volta che un'infermiera lo chiama per lavoro, ha un figlio malato dipendente da un farmaco che lui gli inietta personalmente ogni giorno e si becca pure una querela da un'associazione in difesa degli imputati di omicidio per avere ipnotizzato il ragazzo, che uno da una parte si solleva e pensa "vedi, non è solo in Italia che la giustizia è farraginosa, pure in Svezia stanno messi male", dall'altra però ti irriti perché non capisci come mai. Ma non fermiamoci qui, che il bello ha da venire. La sorella viene finalmente interrogata, pare una ragazza quasi normale, a parte che per poco non trancia a morsi la carotide di una poliziotta e poi si mette a ridere. Subito dopo il fratello, che era in coma, non dimentichiamolo, si stacca da solo cannule, catetere e flebo per poi rimettersele e non destare sospetti, (e qui chi ha visto cosa sono inizia a ridere a crepapelle per l'impossibilità della cosa da effettuarsi con una mano sola), si alza dal letto di ospedale, si libera nuovamente dai dispositivi medici, e nel tentativo di uscire accoppa con nonchalance un'infermiera che lo ostacola nel suo proposito, riuscendo a uscire dal nosocomio.
L'ispettore Linna capisce che il ragazzo poteva muoversi perché, quando ormai è a casa, si ricorda di avergli visto le piante dei piedi lerce, chiama per avvisare in reparto, perché sai, è solo un minore in rianimazione, mica le infermiere controllano se si muove, aspettano il primo ispettore sborone che passa lì; e però è troppo tardi. Il letto è vuoto. Dove sia finito il giovane non lo sapremo mai. Alla voce narrante che dice "capitolo 21" ho bloccato la narrazione, tolto l'audiolibro dal dispositivo e con una mossa degna del famoso meme "No Maria, io esco", sono sgusciata fuori da Audible. I colpi di scena sì, le cretinate furbe no, grazie. Per fortuna ho ancora 3 libri con Rocco Schiavone a consolarmi. 
Mostra altro

Paolo Trincia , "Veleno"

18 Luglio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Veleno

Paolo Trincia 

Einaudi, 2019

 

Il libro-inchiesta di Trincia si apre con una ripresa in Africa, lui che riprende la morte di un bimbo per Ebola davanti al dolore del nonno e dei genitori che devono seppellirlo. Non prova assolutamente nulla, se non la soddisfazione per la riuscita del servizio. Una famiglia straziata per avere perduto un bimbo ma Trincia, padre di famiglia, non viene scosso, probabilmente perché sa che è un pericolo che non potrà mai incombere sui suoi cari, e si sa, spesso guardiamo con sollievo quando qualcosa di brutto accade agli altri e non a noi, quando magari sappiamo che certe tragedie non potranno mai nemmeno sfiorarci perché “viviamo nella parte giusta del mondo”. In compenso possono capitarne altre, più subdole e agghiaccianti perché perfettamente mascherate e protette dalle cosiddette istituzioni.

Il caso di Veleno, nato come podcast a fine 2017, ricostruisce le vicende dei “Diavoli della Bassa Modenese” in cui un “bambino zero”, Dario, proveniente da una famiglia disagiata, riferisce agli assistenti sociali che il fratello maggiore lo tocca sotto le coperte. Si scoprirà anni dopo che in realtà si tratta di banale solletico. Ma chi intervista Dario, e qui iniziano i fatti sconcertanti, è una giovane psicologa che ha alle proprie spalle solo alcuni anni di tirocinio. Il bambino, e con lui gli altri, verranno sempre interrogati senza una registrazione, per cui non sarà mai dato sapere se le risposte erano spontanee o indotte da chi interrogava. È già facile suggerire risposte in un adulto, figuriamoci in un bambino. Dario viene prima affidato a un istituto pubblico, poi ad una famiglia affidataria. Da qui in poi gli eventi si susseguiranno a cascata. Nelle conversazioni il bambino inizia a parlare di atti di pedofilia con i genitori, rapporti incestuosi in famiglia, orge e delitti nei cimiteri. Anche qui, tutto riferito dalle consulenze della psicologa, non un solo video. Verrà trasferito in altra scuola e, incredibilmente, i suoi racconti inizieranno a infarcirsi di pedofili tra maestre e direttrici, uomini in soprabito che lo minacciano fuori dalla scuola e che nessun altro vede. Insomma, questi pedofili satanisti sono una setta più ramificata della mafia, dato che in ogni scuola in cui lui andrà riferirà di avere incontrato adulti coinvolti in messe nere e atti sessuali violenti. Fatti peraltro avvenuti in paesini in cui chiunque sa tutto di tutti, eppure nessuno avrebbe visto questi nutriti gruppi di persone mascherate che la notte scavalcano il cimitero locale per sgozzare animali, bambini stranieri (sì, anche quelli), stuprarne altri e celebrare riti dediti al demonio.

Nei racconti sempre più deliranti di Dario (almeno per noi che leggiamo, gli avvocati, i giudici, gli assistenti sociali che vagliarono quelle testimonianze li trovarono plausibili) vengono coinvolti altri bambini che nemmeno conosceva, bambini che, saranno in tutto una ventina, verranno sottratti alle loro famiglie con la stessa modalità: irruzione in casa di solito all’alba, prelievo del minore senza spiegazioni, affidamento e, ciò che non trova nessuna spiegazione sul piano logico, affettivo e psicologico, separazione dei fratelli.

Le bambine verranno tutte sottoposte a visita dalla stessa ginecologa, la quale riscontrerà tracce di abusi atroci e continuativi di natura sessuale. Nelle foto delle parti intime scattate al momento della visita, anni dopo, in dibattimento, la Prof.ssa Cattaneo di Milano indicherà chiaramente la presenza di un imene intatto, fatto che esclude l’abuso sessuale cronico. Le diagnosi di questo tipo sulle bambine saranno diverse. Può una ginecologa diagnosticare per errore una violenza sessuale inesistente più di una volta? Inesperienza? Negligenza? Altro? Anche gli altri bambini affidati a istituti o famiglie inizieranno a snocciolare storie di orge, rituali satanici e pedofilia, tranne una, che negherà sempre, chiederà la presenza dei genitori e verrà etichettata come “oppositiva” e “omertosa”.

Gli esiti di questa caccia alla strega saranno diversi ma tutti angoscianti: dal suicidio, alla morte per una donna gravemente malata e incarcerata, all’esilio per un’altra rimasta nuovamente incinta del quinto figlio e che cercherà riparo all’estero per evitare la sottrazione del neonato, prevista dalla legge.

Anni dopo, Trincia cercherà quei genitori e quei bambini, dopo una sentenza di assoluzione per non avere commesso il fatto. Solo alcuni degli ex-minori, adesso adulti, parleranno di ricordi confusi, di interrogatori pressanti, di risposte date solo per fare finire quella tortura. In molti ammetteranno di non ricordare di avere fatto quelle cose terribili di cui hanno accusato genitori e parenti, addirittura il prete del paese che per il dispiacere fu stroncato da un infarto. In molti ammetteranno di non ricordare nemmeno i propri genitori, altri di non volerli proprio vedere nel dubbio che comunque quelle cose siano davvero accadute. I fratelli separati rifiuteranno di incontrarsi. Quasi tutti, in un modo o nell’altro, preferiranno dimenticare il passato, vero o falso che sia, e proseguire le loro nuove vite iniziate in un’alba di trambusto.

Al di là delle singole storie, tutte strazianti, ciò che lascia questa inchiesta è il dubbio strisciante che la giustizia, gioiellino di qualunque Paese civile, possa, nel nostro, trasformarsi in una mietitrebbia impazzita, che maciulla chiunque abbia la sventura di porglisi innanzi, protetta da un malinteso senso del garantismo e della protezione dei più deboli, a patto di capire chi siano i più deboli in queste vicende.  Pone questioni sulla qualità del personale che interagisce in un procedimento giudiziario, da ginecologi che diagnosticano abusi sessuali su minori mai avvenuti, psicologi che intervistano bambini in assenza di registrazioni e su storie assai fantasiose e mai comprovate costruiscono impalcature di accusa smembrando e distruggendo famiglie. Sorgono dubbi legittimi nel comune cittadino che si chiede come i consulenti psicologici, medici, legali vengano selezionati nei procedimenti civili e penali, per scoprire che basta conoscere un Giudice per essere nominato d’ufficio e niente per redigere una consulenza di parte, che nessuno chiede mai ai cosiddetti periti un curriculum, una giustificazione di come abbiano acquisito le loro competenze, delle referenze. E come in questa tristissima storia, si intuisce che il consulente che sbaglia, non paga.

Il falso in perizia, l’unico reato che si può commettere redigendone una, è paradossalmente molto difficile da dimostrare perché basta che il parere tecnico sia motivato, e tutto va bene. Nessuno indaga la scientificità o la plausibilità del motivo. Quasi tutte le persone coinvolte tra avvocati, psicologi e medici, negheranno a Trincia un’intervista con motivazioni non del tutto convincenti. E anche noi, come Trincia all’inizio del libro, un po’ siamo sollevati che questi fatti terribili non abbiano riguardato i nostri cari. Ma non è Ebola, non è l’Africa. È da noi, è la Cieca Giustizia, e può colpirci quando meno ce lo aspettiamo. 

Mostra altro

Donato Carrisi, "La ragazza nella nebbia"

15 Luglio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La ragazza nella nebbia 

Donato Carrisi

Longanesi, 2015

 

Primo mio approccio a uno scrittore di gialli molto apprezzato, la cui opera è stata trasposta cinematograficamente. Lo dico subito, per me è un “NI”. E la “N” del “NI” riguarda proprio la parte finale che, come in tutti i gialli del tipo “whodunit” è sempre la parte più scivolosa. Non è certamente semplice costruire una trama che tenga il lettore avvinghiato alle pagine del libro (o alle parole in questo caso, visto che ne ho usufruito in audiolibro), ma in questo Carrisi è bravissimo, complice la sua conoscenza del sistema giudiziario italiano, della cronaca italiana degli ultimi 20 anni e i suoi studi di criminologia.

La trama è molto semplice: Anna Lou, adolescente normalissima e di buona e bigotta famiglia, scompare da una valle sperduta tra le Alpi. Ad indagare viene inviato l’agente speciale Vogel, noto per il suo smisurato amore per i riflettori, che usa in maniera spregiudicata i mezzi di informazione pur di ottenere visibilità. In realtà Vogel è noto anche perché nell’ultimo caso su cui ha indagato con tanta devozione è giunto ad alterare le prove pur di fare finire in carcere il suo principale sospettato, il quale, rivelatosi poi innocente, ha richiesto un lauto risarcimento offuscando per un pezzo la fama del brillante agente speciale. La storia viene raccontata a due mesi dai fatti dal Dr. Flores, psichiatra, il quale interroga un Vogel sotto shock e sporco di sangue, cercando di ricostruire le sue ultime ore. Nel clima ambiguo prima descritto finisce nella lista dei sospettati il mite Prof. Martini, docente nella scuola di Anna Lou, uno che la vita pare subirla in tutti i suoi scossoni. Possibile che davvero un uomo così remissivo e tranquillo abbia rapito la giovane studentessa?

Carrisi riesce a tenere la tensione spostando la nostra opinione da innocentisti (ma dai, si è pure tenuto la moglie che lo ha cornificato nel letto di casa e che lo ha abbandonato al primo sospetto, ma cosa vuoi che combini questo sfigato?) a colpevolisti (epperò un alibi vero non lo ha, e ci sono tutti quei piccoli indizi che potrebbero…. E se fosse stato lui?) di volta in volta, giocando sia sugli elementi giudiziari sia sulla personalità di Vogel, antipatico, arrivista e calcolatore, e Martini, gentile, sfortunato e smarrito.  Questo gioco di equilibrio fa sì che noi siamo alla stregua dei telespettatori che seguono lo squallido circo mediatico che si verifica nel nostro Paese in casi di cronaca simili, dove lo spettacolo consta dei soliti numeri: il linciaggio della gente comune, l’aggressività dei giornalisti, lo scavo indegno nelle vite private dei sospettati, la telecronaca del declino delle vite private dei sospettati, processati e giudicati prima da vicini di casa e televisione che dal sistema.

In questa lunga parte, gestita assai bene da Carrisi, emerge la sua conoscenza della cronaca italiana, è facile infatti riconoscere il caso di Unabomber in quello dell’uomo ingiustamente accusato grazie a prove inquinate, o il caso di Cogne in quello della madre che esce di casa per 7 minuti e, tornando in casa, trova il suo bambino morto in circostanze mai chiarite. Il lettore tuttavia non ha ancora deciso bene per chi parteggiare, finché non giunge il falso colpo di scena, telefonato dall’inizio, costruito sapientemente nei capitoli precedenti, che fa propendere il lettore/spettatore per il verdetto finale.

E qui inizia il meno convincente ultimo quarto del libro. Quando tutto sembra essere stato deciso, arriva il primo ribaltone alla Nesbo: una giornalista dimenticata da tutti che tira fuori un vecchio caso di adolescenti rapite una trentina di anni prima. Caratteristica delle ragazze: tutte rosse con le lentiggini, proprio come Anna Lou. Che il serial killer sia ricomparso dopo un periodo di sopore così lungo? E poi perché tirare fuori questo “cold case” adesso che tutto sembrava quadrare perfettamente? Perché il rapitore stesso si è fatto vivo con un video che dimostra tutto, pur mantenendo lui nell’anonimato. Tutto da rifare? A quanto pare sì. E invece no. Perché Carrisi, che ha ormai poche pagine per elaborare un finale, lo fa nel peggiore dei modi, utilizzando l’escamotage del doppio ribaltone (e fin qui vabbè) ma stecchisce, manco sospende, l’incredulità, con uno spiegone da parte del colpevole stesso che ci rivela le sue doti divinatorie, in quanto il rapimento non è stato commesso per motivi passionali, o comunque direttamente connessi con la vittima, bensì in vista di una serie di eventi che egli aveva previsto con una sconcertante sicumera, roba che il Commissario Matthai de La Promessa si rivolterebbe nella tomba, al fine di ottenere vantaggi morali e materiali.

A parte l’impossibilità di una visione quasi scacchistica delle mosse dell’avversario applicata alla vita, anche da un punto di vista criminologico mi lascia perplessa un piano tanto arzigogolato da parte di un personaggio che ha una vita normalissima, priva di precedenti patologie psichiatriche. Vabbè, tanto ormai è finito il libro, no? E no. Perché l’ultimissimo, superfluo a questo punto, colpo di scena, una soluzione a cui lo scrittore ci conduce per pura serendipità, dopo avere forzato le leggi della logica giallistica, arriva nelle righe finali. Colpo di scena che superfluo non sarebbe stato in un romanzo concepito diversamente, in cui alla fine capisci che tutta l’impalcatura del romanzo era tesa a svelare non il colpevole dell’ultima sparizione, bensì il misterioso mostro che decenni prima aveva seminato il terrore tra le adolescenti della valle, con il preciso intento di disorientare continuamente il lettore. Che però, a forza di girare il capo manco stesse osservando una frenetica partita di ping pong, avrebbe preferito un po’ di mistero irrisolto in più a favore di un colpo di scena in meno. Consigliato a chi si accontenta di finali stiracchiati. 

Mostra altro

Nassim Nicholas Taleb

25 Giugno 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Il cigno nero

Nassim Nicholas Taleb

Il Saggiatore, 2007

 

Difficile scrivere di questo libro. Sono 370 pagine di carta che ho deciso di ascoltare diluite in oltre un mese, intervallandolo con altre letture più leggere. Non perché sia scritto in maniera difficile, anzi, l’autore fa di tutto per rendere gli argomenti accessibili anche ai profani, il problema risiede proprio nel “digerire” le tesi di Taleb. Egli infatti, ex trader, esperto di finanza e statistica, epistemologo e filosofo tenta, col suo libro, di mettere in crisi le nostre conoscenze in fatto di previsione del futuro. E con questo non si intende il futuro lontanissimo, ma, molto più banalmente, l’alba di domani.

Alla base di questo destabilizzante testo vi è la metafora del cigno nero: prima della scoperta dell’Australia, fin dai temi degli antichi Romani, si riteneva che il cigno fosse bianco per definizione. Fino alla scoperta della variante australiana nera. 2000 anni di certezze distrutte con un’unica osservazione. Uno dei temi che incontriamo per primi è proprio questo: il fatto che un evento si sia ripetuto finora in un certo modo non significa che continui a verificarsi seguendo le medesime modalità. Un esempio banale: oggi, come tutti gli altri giorni precedenti dal momento in cui siamo nati, ci siamo svegliati, vivi. Quindi questo significa che ci sveglieremo vivi ogni giorno da qui a seguire, immortali? No, i conti non tornano, perché sappiamo che la nostra vita, per quanto lunga, prima o poi avrà un termine. E se questo ragionamento vale per le nostre vite perché non può valere per il sorgere del sole, i grandi movimenti politici ed economici, i flussi migratori, il clima? Cosa sono quindi, i cigni neri? Eventi singoli e imprevedibili che stravolgono il mondo. Anche qui, vogliamo degli esempi? Le guerre mondiali, l’11 settembre, la crisi del ’29, ma anche la scoperta dei vaccini, delle Americhe, e così via.

I cigni sono “neri” ma non per la carica negativa, ma per quella destruente e rivoluzionaria. Perché accadono i cigni neri? Perché, semplicemente, la maggior parte del nostro mondo si trova ubicato in quello che Taleb chiama Estremistan, un non-luogo dominato dal caso e dal caos. Attenti, prima di dire che non vi sembra così. Taleb ha un armamentario di aneddoti, prove, calcoli statistici da fare vacillare ogni certezza. Il nostro mondo ha un andamento non lineare, con momenti di stagnazione e spinte in avanti causate da cigni neri. Tutto questo ci appare strano perché l’essere umano ha un cervello che elabora il mondo cercando di conferirgli un ordine che primariamente non possiede. L’essere umano da sempre cerca di catalogare, incasellare, elencare, stratificare, ridurre tutto ad una formula come quella della curva a campana, nota anche come “Gaussiana”, funzione matematica aborrita da Taleb, ammiratore della funzione mandelbrotiana, più rappresentativa di una realtà in cui la fisica quantistica ha un peso molto maggiore di quanto si possa pensare.

L’ultima parte del libro, invece, pone forse il quesito più interessante per il lettore ormai stravolto e trascinato nel caotico mondo dei cigni neri e degli eventi influenzati dalle particelle subatomiche, incontrollabile e imprevedibile. È possibile prevedere i cigni neri? O il nostro “osservare la vita come da uno specchietto retrovisore”, come la definisce in maniera ineccepibile l’autore, la nostra cecità al futuro, la nostra fallacia narrativa sono degli handicap insormontabili? Il problema non può essere risolto del tutto, ma, dice sempre Taleb, se non saremmo mai in grado di vedere in anticipo i cigni neri, potremmo almeno intuirli trasformandoli in grigi.

E a questo punto occorre tirare fuori penna e taccuino per annotare la teoria dell’antibiblioteca di Eco (dare più importanza a ciò che non conosciamo piuttosto che arroccarci nella supponenza di ciò che conosciamo, il problema è come conoscere ciò che non conosciamo, se, appunto, non sappiamo di doverlo conoscere?), i saggi di Montaigne, Russel e Poincaré, tutti filosofi che hanno anticipato e contribuito alle teorie del cigno nero.

In molti tra coloro che hanno letto questo saggio, lo hanno trovato nichilista e immobilista (oltreché noioso e antipatico per l’arroganza dello scrittore, che, va detto, non fa nulla per smentire l’impressione di tirarsela parecchio come antiaccademico e distruttore di schemi precostituiti): se infatti il futuro è imprevedibile e qualunque cosa facciamo, un cigno nero, in positivo o in negativo, potrebbe stravolgere i nostri piani, ha senso fare qualsiasi cosa? Ecco, io invece l’ho trovato un meraviglioso invito a rompere gli schemi, ampliare le nostre conoscenze, osare, cambiare, pensare lateralmente, usare tutti i mezzi a nostra disposizione per potere anche solo intravvedere la piuma dell’ala di un cigno nero profilarsi all’orizzonte. Perché se le regole del gioco le facciamo noi, è più difficile perdere. Perché alla fine, noi stessi, con la nostra unicità e imprevedibilità, con il nostro essere prodotto di una storia fatta di cigni neri, siamo noi stessi cigni neri.

Mostra altro

Leggermente sovversivi o semplicemente strani libri che fanno a gara per la mia attenzione sul mio tavolino da notte

20 Giugno 2019 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #recensioni, #poli patrizia

 

 

 

 

Leggermente sovversivi o semplicemente strani libri che fanno a gara per la mia attenzione sul mio tavolino da notte

 

di Guido Mina di Sospiro

Pubblicato su New English Review, tradotto dall’originale inglese da Patrizia Poli

 

Milioni di persone prendono quotidiane dosi di vitamine e integratori (chi potrebbe fare a meno, tra gli altri, delle bacche di Acai o della polvere Reishi?). Io prendo alte dosi di terapia anti-banalità più spesso possibile, il che include anche di notte. Sul mio comodino ci sono due pile di libri, tomi che fanno a gara per la mia attenzione, e che leggo a spizzichi. La maggior parte, se non tutti, provengono da librerie dell’usato che tendo a sovvenzionare, siccome in quelle “normali” la propaganda conformista è così inevitabile che esse ne sono diventate uno dei veicoli ufficiali.

Può darsi che una selezione dei libri che ho attualmente sul comodino catturi anche il vostro  interesse. Senza un ordine particolare:

El horror de Dunwich (L’orrore di Dunwich), by H.P. Lovecraft.

Considerato al centro dell’universo dei miti Cthulhu, questo racconto è simile ad altri di Lovecraft per quanto riguarda la reazione che provoca nel lettore: si passa da “Ma, è mostruoso?  a “Sì, è  mostruoso!” fino a “Mio Dio, è tremendamente mostruoso!”. In aggiunta, la sua prosa è indigesta: così manierata che sembra una parodia. La grazia salvifica arriva quando Lovecraft è tradotto in una lingua romanza. Ho letto Lovecraft tradotto in italiano e in castigliano, com’è avvenuto con questo particolare libro, e la sua prosa diventa più elegante e meno pesante semplicemente perché le lingue romanze aprono più parentesi e reggono meglio periodi lunghi. Ho comprato El horror de Dunwich in Urueña, la Villa del Libro, o città del libro, in Castilla y Lèon, nella Spagna centrale. Lì ci sono più librerie che bar. Posta sulla sommità di una collina, circondata da antiche mura fortificate, è un luogo in cui qualsiasi bibliofilo vorrebbe perdersi. Con la prosa di Lovecraft resa più leggibile dal fatto di essere stata tradotta in una lingua romanza, posso capire perché egli sia diventato parte dell’attuale credenza in antichi alieni e nella manipolazione preistorica dell’umanità; a tal punto che è considerato un involontario chiaroveggente.

I fiumi scendevano a Oriente, di Leonard Clark.

Ah, i bei vecchi tempi quando un esploratore esplorava… l’inesplorato. Oggi che non è rimasto più niente da esplorare, i diari di viaggio avventurosi si sono trasformati in cronache d’imprese bizzarre, come, ad esempio, scalare l’Everest volgendo le spalle alla sommità, senza ossigeno e per giunta bendati. “A oriente delle Ande Peruviane”, recita la quarta di copertina, “c’è la vasta foresta pluviale del Gran Pajonal, impreziosita da fiumi cristallini e abitata da selvaggi per i quali la tortura e la morte sono cose di tutti i giorni”. Davvero? Allora devo leggere, l’editore deve aver supposto che i lettori pensassero. E a quel tempo lo fecero. Pubblicato nel 1953, riporta avventure datate 1949 che sono, per gli standard attuali, incredibili. Certi passaggi, come il seguente, sono comici nel loro candore. “È accertato che prima della scoperta dell’America e degli antichi Inca, la sifilide era sconosciuta in Europa. Uno scienziato di Lima ha estratto - dalle tombe degli Inca precolombiani - le ossa di persone sifilitiche, dovute, secondo lui, al fatto che gli Indiani andini lavoravano con i lama e avevano un antico istinto per la sodomia.  Molto probabilmente l’umanità deve questa maledizione a Pizarro e al lama andino. C’era una legge nazionale che proibiva a ogni maschio indiano di viaggiare con una mandria di lama per più di ventiquattro ore a meno che una donna non lo accompagnasse. E siccome tutte le donne disponibili facevano i turni nelle miniere, le carovane di lama furono bloccate per tempo indefinito.”

Back to God’s Country (Ritorno alla città di Dio) di James Oliver Curwood

Nella zona di Washington, le vendite BIG (Books for International Goodwill) sono imperdibili. Decine di migliaia di libri sugli scaffali, al prezzo di 3 dollari per quelli con la copertina rigida, 2 dollari per quelli in brossura, e 1 dollaro per i tascabili. Come funziona? “B.I.G raccoglie più di 1000 libri al giorno, la maggior parte dei quali vengono inviati in parti del mondo scarsamente fornite, per tenerli vivi e per aiutare la crescita dell’educazione e della cultura nelle nazioni in via di sviluppo. I libri non adatti alla spedizione vengono venduti ai residenti. I proventi delle vendite dei libri pagano le spese di spedizione oltreoceano verso comunità che si stanno costruendo le loro biblioteche.”  Sempre alla ricerca di libri vecchi, sebbene abbia imparato in questi ultimi gli anni che è più difficile rintracciarli, ho preso, tra gli altri, Back to God’s Country di Curwood, una raccolta di racconti su animali, umani e aspri elementi della natura nel Grande Nord, con la sua copertina originale, cosa rara per un libro pubblicato un secolo fa, insieme al quel sottile aroma di muffa che mi piace tanto, poiché compro i libri anche a seconda del loro aroma. A parte questo, ho pensato che Curwood fosse solo qualcuno che scopiazzava Jack London. Mi sono dovuto ricredere: sostenitore ante litteram dell’ambientalismo, fu uno degli autori più venduti negli anni venti, e almeno diciotto film sono stati ricavati dalle sue storie. Back to God’s Country (1919) fu il film muto di maggior successo della storia americana. Rappresenta, per inciso, una  delle prime scene di nudo della storia del cinema. Il personaggio principale del film fu stranamente cambiato: dall’alano a Dolores, una protagonista umana – cosa che dispiacque molto a  Curwood.

La voce delle pietre. Civiltà perdute di Robert M. Schoch

Ogni volta che mi trovo a Sedona, in Arizona, mi dirigo venti miglia più a sud verso Cottonwood, dove David Hatcher Childress, l’Indiana Jones della vita reale, ha una delle sue librerie Adventures Unlimited. Durante l’ultima visita ho quasi saccheggiato il posto. Fra le tante perle ho scovato Civiltà Perdute di Schoch. Non è facile farci cambiare la nostra opinione sulle origini della civiltà, ma Schoch gradualmente costruisce un percorso convincente. “Eresia!” Gridano all’unisono gli archeologi conformisti; ciò che irrita gli accademici è che questa non è l’opera di un ciarlatano ma di un collega accademico, dell’Università di Boston, con un PH.D dell’Università di Yale. “Dovrebbe ragionare diversamente!” è la critica che gli viene frequentemente mossa da colleghi meno arrabbiati ma ugualmente disapprovanti. Lo stesso, sebbene in altre branche della conoscenza, accade per Rupert Sheldrake, James Stevens Curl, Joscelyn Godwin e altri. Tali studiosi sono tutti visti come rinnegati. Ma, siccome la verità non si cura delle conventicole, delle consorterie, né delle nozioni ed idee preconcetti, tali attacchi da parte del mondo accademico devono essere interpretati soltanto come un buon segno.

La gran aventura del reino de Asturias: Asì empezò la Reconquista, by José Javier Esparza. (La grande avventura del regno delle Asturie: così iniziò la reconquista.)

A Cangas de Onìs, nelle Asturie, ho comprato questo libro del saggista e critico monocolo Esparza, il quale sta facendo una professione del revisionismo storico. Questo libro, in particolare, annuncia orgogliosamente sulla copertina di aver raggiunto l’ottava edizione, e forse più da allora (settembre 2016). Come molti altri imperi coloniali, la Spagna, dopo la fine del franchismo nel 1975, ha attraversato un periodo in cui si è sentita profondamente in colpa per il suo passato. A differenza del Regno Unito, tuttavia, si sta sviluppando una controtendenza, grazie alla quale la sua complessa e ricca storia viene rivalutata; alcuni spagnoli cominciano a sentirsi fieri della loro eredità. Le Asturie sono l’unica regione della Spagna che non è mai stata catturata dai Mori; la Riconquista, che è culminata otto secoli più tardi con l’espulsione dei Mori dalla penisola iberica, ha avuto inizio in quel reame remoto e montagnoso, capitanata da un regno visigoto. Ci è stato detto che i Mori hanno tenuto viva la cultura durante i secoli bui, mentre il resto dell’Europa era addormentato. In realtà, la cultura è risorta col rinascimento carolingio (dopo che Carlo Martello ebbe sconfitto l’esercito saraceno) ed è stata tenuta in vita da migliaia di monaci e frati, nei monasteri di tutto il continente, che trascrivevano antichi manoscritti, finché questi ultimi vennero riportati in auge nell’alto Medioevo, in Italia e altrove. I Mori produssero alcuni filosofi aristotelici dilettanti di seconda categoria e poco d’altro; mai musica o arte figurativa, ovviamente, perché erano entrambe proibite dal Corano. Qualcuno dirà che l’eredità architettonica che i Mori si sono lasciati dietro in Spagna è notevole, ma le chiese preromaniche in miniatura, che i primi re delle Asturie riuscirono a costruire attorno a Oviedo come segni di una Cristianità imperitura, sono toccanti, mentre così tante piazze e luoghi pubblici, edifici religiosi e universitari, palazzi e costruzioni sontuose che la Spagna ha prodotto nei secoli, mentre la Riconquista si spostava da nord a sud, sono spettacolari. Ciò che La gran aventura del reino de Asturias spiega nel dettaglio è come si sono comportati i Mori, in realtà come si comportano tutti i barbari invasori, saccheggiando, rapinando, uccidendo, dando fuoco e radendo al suolo tutto quello che incontravano sul loro cammino.

La lancia del destino, di Trevor Ravenscroft

Pubblicato per la prima volta nel 1973, La lancia del destino si riferisce alla lancia del centurione romano Longino che trapassò il fianco di Cristo sulla croce. Un giovane e squattrinato Hitler poté ammirarla nella camera del tesoro asburgico nella Hofburg, a Vienna (ci sono altre di queste lance in esposizione a Roma, a Echmiadzin, ad Antiochia e chissà qual è quella autentica, ammesso che ne esista una? Questa quisquilia non sembrava interessare al giovane Hitler). La lancia del destino è il primo ampio studio sulle origini occulte del nazismo. Il modus operandi nel produrre il libro sembrerebbe spurio: Ravenscroft, un seguace di Rudolf Steiner, disse di aver condotto la sua ricerca attraverso la meditazione mistica e rifacendosi agli scritti dell’antroposofista austriaco Walter Stein, affidatigli dalla vedova di quest’ultimo. L’iniziale pretesa dell’autore di aver incontrato Steiner fu in seguito modificata: aveva avuto contatti con lo spirito di Steiner attraverso un medium. Ma, caro lettore, sospendi l’incredulità: ciò che credo interessi di più è l’immagine che emerge dal libro, in cui l’avvento del nazismo sembra inevitabile: Wagner, Nietzsche, Houston Stewart Chamberlain, Karl Househofer e altri famosi pensatori furono tutti influenzati dalla Weltanschauung tedesca. L’avvento e l’ascesa di Hitler, se inseriti un contesto storico, sembrano, almeno col senno di poi, prevedibili. Inoltre, c’è l’intero aspetto occulto del macro-fenomeno, esaminato nei dettagli, che è ugualmente allarmante. Considerato che l’altra grande calamità, il comunismo, non è stato inventato dal niente da Marx ed Engels, ma ha avuto i suoi fondamenti nell’opera di Hegel e, prima di lui, in quella di Kant, e cioè è radicata nella più canonica tradizione filosofica tedesca, si giunge alla conclusione che la cultura germanica nel suo insieme, che sia di estrema destra e/o di estrema sinistra, ha regalato al mondo le sue due più tossiche e ferali ideologie.

Pedro de Alvarado: Conquistador de México y Guatemala, di Adrian Recinos. (Pedro de Alvarado: Conquistatore del Messico e del Guatemala).

Acquistato anni fa a Città del Guatemala, questo libro, pubblicato nel 1952, ha sonnecchiato sullo scaffale fino a che di recente non ho letto l’affascinante trilogia di Graham Hancock War God sulla conquista spagnola del Messico azteco. Mentre Hernan Cortes ci appare come la reincarnazione di Ulisse, il suo braccio destro Pedro de Alvarado è il ragazzaccio fra i conquistadores: bello, appariscente ma temibile, con i capelli biondi lunghi fino alla vita e un arsenale di spade, coltelli e  pistole sempre addosso, spietato almeno quanto inarrestabile. Dopo aver partecipato alla conquista di Cuba e del Messico, si avventurò in quella che oggi è l’America Centrale, conquistò anche la maggior parte di quella regione e fondò il Guatemala, di cui divenne governatore. Riportata alla mia attenzione dal dimenticatoio, ho trovato la biografia di Alvarado, scritta da Recinos, illuminante. Recinos fu politico, storico, saggista, diplomatico, studioso e traduttore di opere precolombiane. Fu un grande esperto della storia nazionale del Guatemala, non solo della civiltà Maya, ma anche dei popoli K’iche’ e Kaqchikel. La sua fu la prima edizione in castigliano del Popol Vuh, basata sulla sua traduzione. Sebbene fosse un criollo, cioè di pura discendenza spagnola, aveva una grande affinità con le popolazioni indigene del centro America. La sua biografia, perciò, non si legge come un’agiografia. Si direbbe che egli si senta combattuto: Pedro de Alvarado è stato il fondatore del Guatemala, ma…

Making Dystopia: The Strange Rise and Survival of Architectural Barbarism, by James Stevens Curl. (Creando la distopia: la strana ascesa e sopravvivenza della barbarie architettonica).

Questo recente libro è stato portato alla mia attenzione dal saggio Modern Architecture’s Disastrous Legacy, scritto da Stevens Curl stesso, e pubblicato sul numero di gennaio di NER. Il suo tomo di 551 pagine dovrebbe figurare orgogliosamente accanto a De architectura (Sull’architettura, o Dieci libri sull’architettura) dell’antico architetto e ingegnere romano Marco Vitruvio Pollio, dedicato al suo mecenate, l’imperatore Cesare Augusto, e I quattro libri dell’architettura di Andrea Palladio (1508-1580).

Making Dystopia di Stevens Curl risponde adeguatamente alla domanda: Che cosa diavolo è successo da allora? Quando si viaggia in Estonia, fra tante altre nazioni, le guide sono pronte a mettere in evidenza varie mostruosità architettoniche ascrivendole ai sovietici. Vero ma, dov’erano, ad esempio, in New Jersey i sovietici? Nonostante la loro assenza, anche là c’è una quantità di orrori brutalisti. Alcuni recensori del libro di Stevens Curl lo hanno stroncato ferocemente: provenendo dal conformismo, da rappresentanti (indottrinati) delle élite che hanno decorato il mondo con una architettura così aberrante, ciò conferma quanto questo libro sia importante, di valore, per non dire profondamente informato.

Tahiti-Nui: By raft from Tahiti to Chile, (Tahiti Nui, in zattera da Tahiti al Cile) by Eric de Bisschop.

Ho trovato questo libro, pubblicato nel 1959, qualche anno fa nella deliziosa libreria Scarthin Books, a Cromford, nel Derbyshire, in Inghilterra. Da un estratto della copertina: “Quando Heyerdahl e i suoi compagni fecero il famoso viaggio sul Kon-Tiki a sostegno della loro teoria che la Polinesia era stata scoperta e colonizzata da genti provenienti dal Sudamerica, de Bisschop decise di confutare questa teoria facendo un viaggio in zattera nella direzione opposta. Con quattro compagni più giovani costruì Tahiti Nui (trattino omesso, G.M.d.S.) a Papeete e, all’età di sessantacinque anni, e contro l’avviso di tutti gli esperti, partì per il periglioso viaggio verso il Cile.” Un’azione spettacolare? Invidia per il successo mondiale ottenuto dalla spedizione del Kon- Tiki? È difficile dirlo leggendo questo libro. De Bisschop era un marinaio devoto e di grande esperienza, completamente francese e gesuita per giunta. Il cocktail di hybris francese/gesuitica è una sorta d’inaspettata delizia, specialmente nei primi capitoli, che sono più teorici, prima della traversata vera e propria. E come andò? Per non rivelarvi il seguito, vi dirò solo che alla fine fu costruito un secondo Tahiti-Nui…

E poi c’è l’altra pila di libri sul mio sovraffollato comodino. Borges aveva ragione quando diceva: “Non posso dormire se non sono circondato dai libri”.

 

Millions take daily doses of vitamins and sundry supplements (who could do without, among others, Acai berries and Reishi powder?). I take doses of mainstream-avoidance therapy as often as I can, which means also at night. There are two big piles of books on my nightstand, tomes that vie for my attention and that I read in dribs and drabs. Most, though not all, come from second-hand bookshops, which I tend to patronize since in the “normal” ones the mainstream propaganda is so inescapable, they have become one of its official vehicles.

 

A selection of the books currently on my nightstand may catch your fancy, too. In no particular order:

 

El horror de Dunwich (The Dunwich Horror), by H.P. Lovecraft.

Considered to be at the core of the fictional universe of the Cthulhu Mythos, this short story seems like Lovecraft’s every story as far as the reaction they provoke in the reader: from, “Is this monstrous?” to, “It is monstrous!” to, finally, “My God, it is inconceivably monstrous!” In addition to that, his prose is indigestible: so very mannered that sometimes it comes off as a parody. The saving grace comes when Lovecraft’s work is translated into a Romance language. I’ve read Lovecraft in Italian and in Castilian, as with this particular book, and his prose becomes more elegant and less heavy simply because Romance languages are more parenthetical and better support long-winded periods. I bought El horror de Dunwich in Urueña, la Villa del Libro, or Bookville, in Castilla y Léon, in central Spain. There are more bookshops in it than cafés. Situated on top of a hill, surrounded by ancient fortified walls, it’s a place in which any bibliophile likes to get lost. With Lovecraft’s prose restored to better readability thanks to its being translated into Romance languages, I can see why he has become part of the current belief in ancient aliens and the prehistoric manipulation of humanity; so much so, in fact, that he is perceived as an inadvertent clairvoyant.

 

The Rivers Ran East, by Leonard Clark.

Ah, the good old days in which an explorer did explore the . . . unexplored. Nowadays, with nothing left to explore, adventure travelogues have turned into chronicles of bizarre undertakings, such as, say, climbing Mount Everest with no oxygen, backwards, and blindfolded to boot. “East of the Peruvian Andes,” reads the book’s flap, “lies the vast rain-forest of the Gran Pajonal, laced with white-water rivers and inhabited by savages to whom torture and death are everyday matters.” Really? Well, I’d better read on, the publishers must have assumed readers would think. And, back then, they did. Published in 1953, the adventures in it date back to 1949 and are, by contemporary standards, incredible. Also refreshing-if-not-comical in their candor are passages such as the following one. “It has been established that prior to the discovery of America and the ancient Incas, syphilis was unknown in Europe. Nearby pre-Colombian Incan graves were at the moment producing—under the spades of a Lima scientist—the bones of syphilitics, due, he believed, to the Andean Indians’ working with llamas and the ancient instinct for sodomy. Very likely humanity owes this curse to Pizarro and the Andean llama. There was a national law which forbade any male Indian from traveling with a herd of llamas on a trip exceeding twenty-four hours, unless a woman went along. And since all available women were working shifts in the mines, the llama trains were stalled indefinitely.”

 

Read more in New English Review:

• Europe

• Letter from Berlin

• Libertarianism VS Postmodernism and Social Justice Ideology

 

Back to God’s Country, by James Oliver Curwood.

In the DC area, the BIG sales (Books for International Goodwill) are unmissable. Tens of thousands of books are on the shelves, priced at $3 for hardbacks, $2 for trade soft-bound, and $1 for pocket paperbacks. How does this work? “B.I.G. collects over 1,000 books per day most of which are sent to under-served parts of the world to keep these books alive and to assist in the growth of education and culture in developing countries. Books not suitable for these shipments are offered for sale to local residents. Proceeds from book sales pay for shipments of books overseas to communities building their local libraries.” Always on the lookout for oldish books, though I have noticed down the years that they are harder to come by, I picked up, among others, Curwood’s Back to God’s Country, a collection of short stories about animals, humans and harsh elements in the Great North, with its original cover, which is rare for a book published a century ago, as well as its slightly musty aroma, which I welcome, as I buy books also in accordance to their smell. Other than that, I thought Curwood might be just some hack ripping off Jack London. I stand corrected: an ante litteram advocate of environmentalism, he was one the best-selling authors of the 1920s, and at least eighteen films have been based on his stories. Back to God’s Country (1919) was the most successful silent film in Canadian history. It features, incidentally, one of the first nude scenes in cinema history. The protagonist of the film was oddly changed: from the Great Dane to Dolores, a human female lead—much to Curwood’s chagrin.

 

Forgotten Civilizations, by Robert. M. Schoch.

Whenever I find myself in Sedona, Arizona, I drive twenty miles south to Cottonwood, where David Hatcher Childress, the real-life Indiana Jones, has one of his Adventures Unlimited bookstores. During my latest visit I nearly sacked the place. Among many pearls is Schoch’s Forgotten Civilizations. Changing our understanding on the origins of civilization is no small achievement, but Schoch gradually builds up a convincing case. “Blasphemy!” mainstream archeologists scream in unison; what further irritates academe is that this is not the work of a charlatan, but of a fellow academician, from Boston University, with a Ph.D. from Yale University. “He ought to know better!” is a frequent criticism moved to him by less outraged but equally disapproving colleagues. The same, if in other branches of knowledge, happens to Rupert Sheldrake, James Stevens Curl, Joscelyn Godwin and others. Such scholars are all perceived as renegades. But, since the truth does not care about affiliations, cliques, preconceived notions and assumptions, such attacks by academe are only to be interpreted as a good sign.

 

La gran aventura del reino de Asturias: Asì empezò la Reconquista, by José Javier Esparza.

In Cangas de Onís, in Asturias, Northern Spain, I bought this book by the one-eyed essayist and cultural critic Esparza, who is making a career out of historical revisionism. This particular book proudly announces on its cover to have reached the eight edition, and probably more since then (September 2016). Like other former colonial empires, Spain, after the end of Francoism in 1975, has gone through a period of acute guilt feelings about its past. Unlike the United Kingdom, however, a countertrend has come into being, thanks to which Spain’s complex and rich history is being reevaluated; some Spaniards are beginning to find pride once more in their heritage. Asturias is the only region in Spain that was never captured by the Moors; the Re-conquest, which culminated eight centuries later with the expulsion of the Moors from the Iberian Peninsula, began in that remote and mountainous kingdom, led by Visigothic royalty. We have all been told that the Moors from Spain kept culture alive during the Dark Ages, when the rest of Europe was asleep at best. Actually, culture was revived by the Carolingian Renaissance (after Charles Martel defeated the Saracen army) and kept alive by thousands of monks and friars in monasteries all over the continent who transcribed ancient manuscripts, until the latter were restored to prominence in the High Middle Ages in Italy, and then elsewhere. The Moors produced numerous second-rate dabblers in Aristotelian philosophy, and not much else; never any music or figurative art, of course, as they were both forbidden by the Koran. Some will say that the architectural heritage the Moors left behind in Spain is noteworthy, but the pre-Romanesque miniature churches that the early kings of the Asturias managed to build around Oviedo as the first statements of undying Christianity are touching, while so many of the squares and public spaces, religious and university buildings, palaces and palatial houses that Spain created down the centuries as the Re-conquest moved from north to south are utterly stunning. What La gran aventura del reino de Asturias explains in detail is how the Moors behaved, in fact, as all invading barbarians do, by sacking, plundering, raping, murdering, and burning to the ground everything in their path.

 

The Spear of Destiny, by Trevor Ravenscroft.

First published in 1973, The Spear of Destiny refers to the spear of the Roman centurion Longinus that pierced the side of Christ on the cross. Young and penniless Hitler could admire such a spear in the Hapsburg Treasure House at the Hofburg Palace, in Vienna, Austria (there are other such lances, on display in Rome, Echmiadzin, Antioch, and who knows which is the authentic one, if any? Such a quibble did not seem to concern young Hitler). The Spear of Destiny is the first very extensive study of the occult origins of Nazism. The modus operandi in producing the book would seem spurious: Ravenscroft, a follower of Rudolf Steiner, claimed that he conducted his research through mystical meditation and by resorting to the writings of the Austrian anthroposophist Walter Stein, whose widow had entrusted them to Ravenscroft. The original claim by the writer to have met with Stein was later changed: he had had contacts with Stein’s spirit through a medium. But, dear reader, like me do suspend disbelief: what I think matters most is the picture that emerges from the book, one in which the advent of Nazism seems inevitable: Wagner, Nietzsche, Houston Stewart Chamberlain, Karl Haushofer and other prominent thinkers all deeply influenced the German Weltanschauung. The advent and rise of Hitler, put in historical context, seems, at least in hindsight, foreseeable. In addition to that, there is the whole occult aspect of the macro-phenomenon, dissected in great detail, that is equally disturbing. Considering that the other great calamity, Communism, was not invented by Marx and Engels out of the blue, but had its foundations in the work of Hegel and, before him, in that of Kant, and that is, it was rooted in the most canonical German philosophical tradition, one comes to the conclusion that German culture as a whole, be it from the extreme Right and/or from the extreme Left, has given the world its two most toxic and deadly ideologies.

 

Pedro de Alvarado: Conquistador de México y Guatemala, by Adrian Recinos.

Bought years ago in Guatemala City, this book, published in 1952, slumbered on a shelf until I recently read Graham Hancock’s riveting trilogy War God about the Spanish conquest of Aztec Mexico. While Hernán Cortés comes off as a reincarnation of Ulysses, his right arm Pedro de Alvarado was the most badass among the major conquistadores: handsome, flamboyant, but fearsome, with blond hair down to his waist and an arsenal of blades and pistols always on him, he was as ruthless as he was unstoppable. After participating in the conquest of Cuba and of Mexico, he ventured into what today is Central America, conquered most of that region, too, and founded Guatemala, of which he became governor. Restored to my attention from oblivion, I found Recinos’s biography of de Alvarado enlightening. Recinos was a politician, historian, essayist, diplomat, scholar and translator of pre-Columbian works. He was a great student of the national history of Guatemala, not only of the Maya civilization, but also of the K’iche’ and Kaqchikel people. His was the first edition in Castilian of the Popol Vuh, based on his own translation. Although he was a criollo, and that is, of pure Spanish descent, he had a great affinity for the indigenous people of Central America. His biography, therefore, does not read like a hagiography. One can tell that he is torn: Pedro de Alvarado is the founder of Guatemala, but...

 

Making Dystopia: The Strange Rise and Survival of Architectural Barbarism, by James Stevens Curl.

This recent book was brought to my attention by the essay Modern Architecture’s Disastrous Legacy, penned by Stevens Curl himself, and published in the January issue of NER. His 551-page tome should stand proudly beside De architectura (On architecture, or Ten Books on Architecture) by the ancient Roman architect and military engineer Marcus Vitruvius Pollio, dedicated to his patron the emperor Caesar Augustus, and I quattro libri dell’architettura (The Four Books of Architecture) by Andrea Palladio (1508–1580). Stevens Curl’s Making Dystopia adeptly answers the question, What the hell happened since? When one travels to Estonia, among other countries, guides are quick to point out various architectural monstrosities and blame them on the Soviets. Fair enough, but in, say, New Jersey, where were the Soviets? Despite their absence, there are plenty of brutalist horrors there, too. Some reviewers of Stevens Curl’s book have produced fiery hatchet jobs: coming from the mainstream, from (indoctrinated) representatives of the élites who have festooned the world with such aberrant architecture, these confirm how great and valuable, not to mention profoundly informed, this book is.

 

Tahiti-Nui: By raft from Tahiti to Chile, by Eric de Bisschop.

I found this book, published in 1959, a few years ago in the delightful Scarthin Books, in Cromford, Derbyshire, in England. Excerpting from its flap: “When Heyerdahl and his companions made the famous voyage in the Kon-Tiki to support their theory that Polynesia had been discovered and colonised from South America, de Bisschop determined to refute this claim by making a raft voyage in the opposite direction. With four younger companions he built Tahiti Nui [hyphen omitted, G.M.d.S] in Papeete and at the age of sixty-five, and against the advice of all the experts, set forth on the hazardous voyage to Chile.” A publicity stunt? Envy over the worldwide success won by the Kon-Tiki voyage? It is hard to tell by reading this book. De Bisschop was a committed and vastly experienced seafarer, thoroughly French, and a Jesuit to boot. The cocktail of French/Jesuitical hubris is an unannounced delight of sorts, especially in the early chapters, which are more theoretical, before the actual crossing. And how did that go? Not to spoil anything, I’ll just add that a second Tahiti-Nui would eventually be built...

 

And then there is the other pile of books on my overloaded nightstand. Borges had it right when he stated, “I cannot sleep unless I am surrounded by books.”

 

 

 

Mostra altro

Giuseppe Benassi, "I veggenti"

15 Giugno 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pittura

 

 

 

 

I veggenti

Giuseppe Benassi

Pendragon, 2019-06-15

 

I veggenti di Giuseppe Benassi, revisione ampliata di Occhi senza pupille, è l’esempio di come una seconda stesura possa essere di molto superiore alla prima.

L’argomento ruota intorno agli stessi elementi, la storia si svolge fra Livorno, Parigi e Volterra, i ritratti senza pupille sono ancora quelli di Modigliani ma lo stile è migliore così come l’impalcatura del romanzo. Quelli di Benassi sono gialli tinti di esoterismo e di suggestioni culturali. Di Modigliani vengono messe in evidenza le simpatie alchemiche, le tre città sono viste nei loro aspetti più fascinosi: il mare di Livorno, i bassifondi intriganti e sordidi della ville lumiere, i sotterranei mistici ed esoterici dell’etrusca Volterra.

L’avvocato Borrani, il protagonista, con gli anni rimane sempre lo stesso cinico e antipatico, un individuo senza filtri che non fa sconti a nessuno, forse solo a se stesso quando, sorta di Dorian Gray, ammanta di estetismo le sue perversioni da vecchio debosciato, fingendo di usare il sesso come mezzo di conoscenza, di coniunctio oppositorum, di superamento delle dualità. Borrani ci mostra in modo implacabile e sprezzante cosa sarebbe il nostro cervello senza freni inibitori.

A riscattare questo romanzo dalla sua improbabilità c’è senz’altro l’ottima scrittura di Benassi, che mescola eleganza e volgarità, pezzi aulici - con qualche parola bella e desueta -  a cadute di stile. E c’è il profumo dell’arte, l'armonia dei quadri di Modigliani, la poesia della sua amante Achmatova e di Gabriele D’Annunzio. La cultura dà accesso a un mondo sotterraneo mistico e magico e a un sopramondo raffinato. Nel mezzo restano i protagonisti, il Borrani e la Messori, frivola e ciarliera lei, indisponente e cattivo lui. Nel mezzo restiamo, di fatto, tutti noi, con le nostre imperfezioni, le nostre bassezze e la nostra sgradevole umanità.

Come già detto, stride la commistione di alto e basso, di cultura e oscenità, di sublime e infimo. Borrani è un depravato ma anche un intellettuale, la Messori è una donnetta ma anche una studiosa. Gli occhi senza pupille, la metafora della cieca e del finto cieco, mostrano la realtà com’è e pure le correnti di significato sotterraneo che la animano. Pervade tutto il romanzo un senso della morte decadente o, addirittura, seicentesco.

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 20 30 40 50 60 > >>