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Post con #recensioni tag

Enrico Terrinoni, "Oltre abita il silenzio"

21 Aprile 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Enrico Terrinoni
Oltre abita il silenzio – Tradurre la letteratura
Il saggiatore, 2019

– Euro 24 – pag. 220

 

Fare l’editore riserva tante sorprese, molti rodimenti interiori, parecchie delusioni, ma – di tanto in tanto – ti accorgi anche di aver seminato bene durante questi vent’anni di onesta attività, ché incontri sulla tua strada vecchi compagni di viaggio realizzati professionalmente partendo da un sogno cominciato proprio con Il Foglio Letterario. Enrico Terrinoni è uno di questi. Il suo primo libro (aveva 28 anni) è Del parlare oscuro. Temi e tecniche occulte nell’Ulisse di James Joyce, uscito nel 2004 per le nostre piccole edizioni, al tempo davvero underground. Tu pensa che adesso il buon Terrinoni è ordinario di letteratura inglese all’Università per stranieri di Perugia, dopo una laurea con lode a Roma e un dottorato in Irlanda, a Dublino (dove altrimenti?), patria di Joyce. Adesso Terrinoni è un nome importante della traduzione italiana, tra i più validi e preparati studiosi dell’opera di Joyce, di cui ha tradotto niente meno che l’Ulisse (2012), oltre a Lettere e Saggi (2016), curando anche le prime versioni dei Dubliners. Terrinoni sta lavorando a Finnegans Wake, opera complessa che lo vede impegnato (con Fabio Pedone) a realizzare la traduzione definitiva in italiano, primo nella storia una volta ultimato il progetto. Terrinoni è un esperto di traduzione anglofona, sulle orme di Pavese e Pivano, ha tradotto anche Edgar Lee Masters e l’immortale Antologia di Spoon River (2018), capace di ispirare un gran disco di Fabrizio De André, senza dimenticare Alasdair Gray e Oscar Wilde con il suo Principe felice. Fatte queste considerazioni, diciamo che nessuno meglio di lui poteva dare alle stampe un saggio interessante e documentato - che si legge come un romanzo - su come tradurre la letteratura. Uno studio fatto sul campo, un atto d’amore nei confronti della letteratura di lingua inglese (sul solco così ben tracciato da Cesare Pavese) e soprattutto una venerazione per James Joyce, autore conosciuto e tradotto, spingendosi verso uno studio della parola che non ha confini, affrontando con successo la complessità che diventa testo narrativo. “Ogni testo è un’ombra, un riflesso. Come il sangue, scorre, e quando se ne ferma la circolazione, il testo come il corpo morto cade. Allora, nel tradurre bisogna mettere in campo strategia creative, non di emulazione, consapevoli che l’immateriale non sopporta le prigioni della forma”, dice Terrinoni. E noi, modesti traduttori di ispanici, dopo aver reso in italiano la complessità di Guillermo Cabrera Infante, non possiamo che condividere.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Carla Magnani, "L'ombra del vero"

17 Aprile 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Carla Magnani
L’ombra del vero

Le Mezzelane Editrice, 2019

Euro 13

L’ombra del vero racconta la storia di Anastasia, una donna di 42 anni, in piena maturità fisica e intellettuale, che vuol decidere il suo destino con il suicidio, perché non crede di essere in grado di affrontare il dolore che in futuro le si presenterà davanti. Per questo fissa la data esatta in cui finalmente la farà finita, anche se è una donna realizzata, ha un marito e due figlie, un padre che vive alla sua ombra, una sorella quasi alle sue dipendenze e un fratello che si è fatto prete. La protagonista decide il giorno perfetto per mettere in scena un finto incidente automobilistico, costruito così bene da non far capire a nessuno che invece si tratta di un suicidio. L’auto esce di strada in curva, ma il destino ci mette una toppa, o meglio, si mette di mezzo e non permette di compiere il gesto estremo. La macchina esce di strada ma la donna non muore, si ritrova paralizzata in terapia intensiva, non vede ma sente tutto, è in coma ma è perfettamente cosciente. Il romanzo si sviluppa nella stanza della clinica, dove si avvicenda varia umanità: infermieri, familiari, una caposala … c’è chi parla con la degente sperando di farla rianimare, altri dicono cose di diverso tenore, si lasciano andare a considerazioni anche fuori luogo. La donna sente molte cose che sarebbe meglio non sapere, tutto questo aumenta la sua sofferenza, fino a quando non decide di organizzare una sorta di dizionario, ogni parola sentita finisce per evocare un momento della sua vita. L’ombra del vero narra il male di vivere di montaliana memoria, è una lettura a tratti sofferente, da thriller sentimentale, terapeutico, affronta un tema complesso come la paura della morte e il timore della perdita degli affetti. Scritto in prima persona, risulta rapido e avvincente, consente l’immedesimazione totale tra lettore e protagonista, anche se non può contare sul dialogo ma solo sulle considerazioni che la degente ascolta. Il romanzo basa molta della sua forza narrativa sulle efficaci descrizioni della natura che costituiscono una parte importante dell’intera opera, impostata sul tentativo di recuperare ciò che eravamo, in una specie di strano gioco che tenta di risalire ai giorni perduti della nostra infanzia.

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Giuliana Giuliani, "Per le strade"

15 Aprile 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Per le strade

Giuliana Giuliani

Amazon

 

Per le strade, di Giuliana Giuliani, non è propriamente un libro, quanto, piuttosto, “un’installazione artistica”, di quelle dove si sfrutta il  rumore del vento che passa fra gli oggetti o i colori delle cose di tutti i giorni. Già il formato, in A4 e con un carattere molto grande, è insolito.

Anche il titolo ricorda l’idea di “arte di strada”. Il contenuto di questo romanzo (poesia? racconto?) è multisensoriale. Fa appello alla vista d’immagini plastiche e colorate, all’udito di parole musicali, collegate fra loro da un filo invisibile. È scritto molto bene, non si può negare, ma è poco comprensibile e lascia un po’ interdetti. Un ermetismo voluto e compiaciuto, questo della Giuliani, la quale ha studiato filosofia e si è sempre occupata, fra le altre cose, di teatro.

Ina e Lea hanno strade personali da percorrere, Ina ha un incarico, deve consegnare una “pietra”, che ci ricorda, per vaga associazione, la “pietra di entrata” del romanzo Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki. Lei cerca il suo scopo osservando, collegando, cercando corrispondenze, chiacchierando con le persone. Ognuno ha, filosoficamente parlando, un modo diverso di comprendere la realtà e cerca di farlo con gli strumenti che possiede. Poi c’è Lea che è, appunto, un’artista di strada che incontra un musicista, Yeshe. Tutti insieme danno vita a una festa intorno a una fontana, un luogo colorato e gioioso, libero e aperto a ogni interpretazione e sviluppo.

Lo scopo da raggiungere sembra essere quindi la libertà, intesa come svincolo da ogni costrizione, ma anche come libertà d’espressione umana e artistica. E pure emancipazione dal dolore, proprio e altrui. Quante volte, senza nemmeno rendercene conto, ci troviamo appesantiti dalla sofferenza degli altri? Lea riesce a far cadere queste piccole sfere di “piombo” dal suo corpo, aprendosi a un un mondo festoso. Ma è una sensazione rara. La maggior parte di noi vive “in una vaga assenza di sapore”, “alla ricerca di intensità provate chissà quando”. Ed è forse proprio questo ricordo di passione perduta a farci sentire privi di qualcosa d’essenziale.

Probabilmente questi personaggi, un po’ hippy e New Age, sfruttano la meditazione trascendentale, che li  fa entrare in empatia con l’universo e il mondo circostante, portandoli ad assaporare le vibrazioni e la bellezza del cosmo, sgelando quel senso di solitudine che opprime gran parte di noi. Si arriva, così, a capire di essere parte di un tutto, e non soli al mondo.

In tutto il mondo c’era gente che lavorava in gruppo, provava spettacoli, costruiva case, cucinava in ristoranti. In ogni gruppo le persone giravano una intorno all’altra, tracciavano orbite, ogni gruppo era un atomo”. (Pag. 86)

Niente di concreto in ciò che viene descritto ma, forse, nemmeno di onirico. È più una sorta di  realismo non magico ma poetico, una prosa- poesia egocentrica e che ben poco si cura di catturare l’interesse del lettore.

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Nicky Persico, "La danza delle ombre"

9 Aprile 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

La danza delle ombre

Nicky Persico

Oakmond Publishing, 2018

 

Avevo letto da qualche parte che ogni personaggio che abita i nostri sogni da dormienti rappresenta una parte di noi, anche quando i protagonisti della produzione onirica siamo noi. E’ questa la chiave di lettura che do dell’ultimo libro di Nicky Persico, e che mi spiega l’avventura surreale di Asdrubale, l’uomo deluso, disilluso, triste e solitario, che decide di affrontare tutti gli eventi della vita come se fosse per l’ultima volta. Lasciata quindi l’inseparabile automobile in un parcheggio, acquista un bizzarro biglietto per “la destinazione più lontana che c’è”, e si ritrova nello scompartimento di un treno in compagnia di una comitiva accogliente e chiassosa ma soprattutto desiderosa di farlo partecipare al suo gioco solito: il racconto di una storia. Ogni aneddoto è metaforico e, a mio giudizio, tutti insieme costituiscono una sorta di seduta di psicoterapia per Asdrubale che, di volta in volta, si trova a riflettere su temi fondamentali quali il giudizio, la paura, il cambiamento, il potere salvifico dei libri e della fantasia.

I racconti sono brevissimi, lo stesso libro è in definitiva un racconto lungo, molto diverso da quanto avevo già letto in passato dello scrittore. La lingua di Nicky Persico è come sempre pulita, abbellita da qualche vocabolo desueto qua e là ed è come un tappeto volante che ci fa viaggiare insieme al protagonista e ci rende partecipi del suo percorso interiore. Impossibile non confrontarci noi stessi con le storie narrate e dare un significato alle metafore in esso contenute secondo le nostre esperienze e il nostro sentire. Riflessioni sul sentirsi integri o “a metà”, sui cambiamenti che spesso imprimiamo alla nostra vita solo per paura di eventi catastrofici che poi, magari, nemmeno si verificano. O che sono solo proiezioni, come un’allucinazione collettiva, delle nostre paure. Riflessioni su chi sono gli altri davvero, sul giudizio spesso errato che noi formuliamo su di loro e forse anche su di noi. Come Asdrubale, che ascolta silenzioso durante tutto il viaggio, dovremmo tenere il nostro ego in disparte, scendere dal treno e scoprire che la soluzione l’avevamo da sempre nella tasca, se solo l’avessimo ascoltata prima. Ma per potere sentire la voce dell’anima occorre un silenzio interiore che forse possiede solo chi pensa di avere perso tutto, per poi scoprire di avere ancora un infinito attimo davanti a sé tutto da vivere intensamente.

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Paola Barbato, "Non ti faccio niente"

4 Aprile 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Non ti faccio niente

Paola Barbato

 

Piemme, 2017

 

 

Conosco Paola Barbato da 20 anni, credo, da quando a pagina 4 di Dylan Dog gli autori annunciarono che avrebbero fatto un’eccezione all’utilizzo di sceneggiature inviate per il fumetto, (avvertivano chiaramente che i contenuti di quel genere sarebbero stati cestinati senza nemmeno aprirli per evitare spiacevoli ritorsioni legali da eventuali citazioni più o meno inconsce) proprio perché la giovane studentessa aveva inviato dei soggetti che era impossibile ignorare per la loro bellezza. In seguito l’ho sempre seguita da lontano, apprendendo che si era poi buttata nel genere del romanzo thriller, ma solo il mese scorso, complice Audible, ho deciso di ascoltare un suo romanzo, quello che peraltro aveva avuto tantissimi commenti positivi.

L’incipit del resto è intrigante a dir poco: in una ventina di anni una serie di bambini viene rapita in tutta Italia per 2-3 giorni da un uomo che li tratta bene, li lava, li veste, li fa giocare e poi li riporta a casa più felici che mai.  Il motivo va ricercato nelle famiglie dei sequestrati: sono tutti piccoli trascurati dai genitori in maniera più o meno grave e il rapitore sa che la loro assenza cambierà l’atteggiamento dei genitori verso di loro. Diciamo che già questo rovesciamento di prospettiva al primo capitolo è intrigante ma, al secondo, siamo ribaltati nuovamente, perché i figli di due dei ragazzini rapiti, ormai grandi e genitori a loro volta, vengono vigliaccamente uccisi. Che sia il primitivo rapitore a operare in questo modo, magari per punirli di qualcosa? No, perché lui ci viene introdotto al terzo capitolo, è un omone strano ma buono, non avrebbe mai fatto una cosa simile, anzi, quando si rende conto della sinistra coincidenza è il primo ad essere allarmato, perché intuisce che lo vogliono tirare in ballo affinché riveli la sua identità, o comunque si ponga in una situazione di pericolo.

E i bambini, direte voi, i bambini cresciuti, possibile che nessuno abbia fatto 2 + 2 e abbia intuito la doppia rete intessuta su quegli ormai storici rapimenti? Certo che si. Uno, particolarmente sveglio e senza figli, contatta altri suoi “fratelli”, come li chiama lui, sempre senza figli, che possano indagare. Perché, anche se non si sono riprodotti, forse non è il caso di stare troppo sereni, no? E la polizia, ora vi chiederete, la polizia che fa? Hanno tirato i fili, scorto le coincidenze, ricostruito gli avvenimenti, fatto supposizioni? Ma sì, ma sì, tranquilli, che hanno fatto tutto e ci stanno lavorando su. Anzi, le due poliziotte che sono costrette a lavorare insieme nonostante la scarsa reciproca simpatia, vengono descritte in maniera davvero spumeggiante con le loro storie, i loro tic, il rapporto conflittuale che viene messo da parte per lasciare spazio e respiro all'indagine.

Tutto questo ammasso di personaggi (bambini cresciuti, poliziotti nuovi sul caso, poliziotti vecchi che andarono, vecchio rapitore con compagna, nuovi bambini cresciuti con prole che viene puntualmente rapita e uccisa o narcotizzata) proseguono nel racconto come un’imponente falange macedone, cercando di non inciampare troppo nei colpi di scena e non rimanere avvolti nelle trame di un thriller che si fa sempre più complicato ma, ahimè, in questo la Barbato non riesce. Troppa, troppa carne al fuoco, non potendo uccidere tutti i personaggi che non ha più interesse a portare avanti, inizia a dimenticarli per strada, il dramma è che molla proprio le due poliziotte, a cui subentra un loro collega in pensione che aveva seguito il caso; nell'avvitamento totale a un certo punto dal cilindro deve sbucare un colpevole e, ovviamente, lo tira fuori ma proprio per il pelo, manco per le orecchie, la presa è poco salda e, infatti, rischia di sfuggirle via per tutto il tempo.

Alla fine ci troviamo di fronte una buona idea di base, sceneggiata in maniera troppo pesante e arzigogolata, e che perde di vista la credibilità nella svolta finale, troppo cervellotica e improbabile. Peccato, perché la scrittrice sa tenere benissimo la tensione. 

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Ada Tufano, "Nascosto al cuore"

2 Aprile 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #recensioni

 

 

 

 

Nascosto al cuore

Ada Tufano

 

Giovane Holden Edizioni, 2017

 

 

- Ciao, Mario.
 

- Ciao, Walter.
 

- Mario, conosci Ada Tufano?
 

- No, chi è?
 

- Una scrittrice.
 

- Ah! E che ha fatto di speciale?
 

- Ha scritto un romanzo: Nascosto al cuore.
 

- E vabbè, mo scrivono tutti.
 

- Mario, non fare il critico, scrive chi ha qualcosa da dire, tu ha qualcosa da dire?
 

- Certo.
 

- E allora perché non scrivi?
 

- Perché non so scrivere, ma potrei sempre iniziare.
 

- Perderesti tempo, perché non sei nato per scrivere come Ada Tufano.
 

- Walter, non ti contraddico perché, nonostante siamo un popolo di artisti, di letterati, di inventori e di navigatori, ognuno, effettivamente, deve fare quello che tiene nel cuore... Forza, non cianciamo, parlami del libro di questa scrittrice.
 

- E' un bel romanzo d'amore, un po' pink, un po' noir, un po' giallo. Pensa, in qualche modo fa anche ridere e poi...
 

- E poi?
 

- E poi il lettore potrà anche trovarsi avvolto in una velatura misteriosa sessuale, del tipo "si vede ma non si vede".
 

- In che senso?
 

- Hai presente al mare? Se vedi una donna senza il pezzo di sopra non ti fa effetto, se la vedi con la maglietta bagnata la tua immaginazione comincerà a galoppare.
 

- A galoppare sulle onde del mare..
 

- Bravo, bella rima, non lo sapevo che eri un poeta.
 

- E' colpa delle cattive amicizie.
 

- Capisco... Forza, torniamo a Nascosto al cuore... Ora ti spiego... Questa è la storia di una donna nel vortice di una crisi esistenziale, in bilico su un filo, come una funambola, fra l'amore per Daniel, l'amicizia per Gena, una donna dal carattere spigoloso, e il dolore per la perdita della madre. Kate, la protagonista, durante un viaggio di lavoro, per una coincidenza, salva la vita a una donna, che si rivelerà amletica, e qui scatta l'atmosfera di mistero, succedono cose da film che inchioderanno il lettore alla poltrona.
 

- Come in un giallo.
 

- Sì, ma con sfumature noir.
 

- E quelle rosa?
 

- Sono alla fine.
 

- Come finisce?
 

- Non lo so, la scrittrice non me l'ha detto...
 

- Questa Ada Tufano mi piace, offriamole un caffè e facciamola parlare.
 

- Credo sarà difficile, possiamo sempre passare in libreria.
 

- E il caffè?
 

- Ce lo prendiamo adesso?
 

- Al solito bar?
 

- Sì ma la musica al juke box la scelgo io.
 

- Per fortuna questa recensione non è la solita musica.
 

Amici lettori della signoradeifiltri, il blog che ama le cose belle vi ha presentato Ada Tufano e il suo romanzo Nascosto al cuore e, mi raccomando, non cambiate canale, casomai girate pagina.

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"Parlami di te"

29 Marzo 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Parlami di te

Hervé Mimran, 2018

 

Brutta commedia pasticciata questa di Hervé Mimran, che spreca il buon Fabrice Luchini per raccontare non si sa bene cosa, pare la vera storia di Christian Streiff, ex CEO di Airbus e del gruppo PSA, il quale ha scritto un libro che è, come riporta Wikipedia, “un’autobiografia nel quale racconta la sua malattia e la lenta convalescenza”. LENTA. Perché riprendersi da due ictus susseguitisi in una manciata di ore senza soccorso medico richiede tempo, non certo il mesetto scarso mostrato nel film, in cui il protagonista, afflitto da afasia fluente a seguito della patologia (significa che produce frasi con ritmo e intonazione nella norma ma composte da parole disconnesse tra loro per significato e sintassi rendendo il discorso poco o non comprensibile), liquida la sua convalescenza con un paio di sketch basati su giochi di parole tradotti anche decentemente in italiano e poi, sulle sue gambe, torna a casa. E si limitasse a questo, potremmo anche accettarlo. La sospensione dell’incredulità decide di suicidarsi quando, sempre nel giro di pochissime settimane, con l’aiuto di un’ortofonista, sceglie di partecipare a un importante salone espositivo enunciando il suo discorso da CEO con grande successo. Partono gli applausi, le congratulazioni, le pacche sulle spalle e un bel licenziamento in tronco comunicato anche con fastidio perché le multinazionali sono tutte fatte da persone cattive e insensibili contro i disabili volenterosi. E poi è il karma, no? Dall’inizio mostravano Luchini come un animale da profitto e sfruttamento, che a malapena si occupava della figlia nonostante una moglie morta atrocemente, di cui conservano ancora il letto di morte come un mausoleo (anche questo, come si dirà in seguito, intuito da un’inquadratura mostrata un attimo senza un commento, un’interazione tra gli attori, una spiegazione, nulla), scontroso con tutti, che non dice mai grazie. E allora tiè, così impari. Francamente tra i manager e il regista non saprei dire chi è il più cinico. In tutto ciò Mimran pensa bene di buttare a casaccio la storia dell’ortofonista che ricerca la sua madre biologica, la sua storia d’amore con l’infermiere a metà tra il simpaticone e il ritardo mentale lieve e, ovviamente, di lasciarle mezzo in sospeso, con intermezzi di pochi minuti che dovrebbero farci intuire epiloghi scialbi e muti, senza un briciolo di introspezione psicologica, insoddisfacenti e francamente inutili nel contesto. L’ultimo terzo del film è semplicemente insopportabile per i dialoghi, lo sviluppo della trama, il mutare dei rapporti tra i protagonisti, indegni anche di una sceneggiatura di un cartone per bambini della materna. Il film, quindi, che in una scena pensa bene di strizzare l’occhio a Quasi amici rendendo ancora più evidente l’abisso tra i due film, sempre che ce ne fosse bisogno, è una banalizzazione quasi offensiva del percorso di riabilitazione psicologica e fisica di chiunque abbia subito un grave sconvolgimento della propria esistenza per motivi di salute. Nemmeno oso un accostamento con Lo scafandro e la farfalla, perché andrei nel penale. Comunque, alla fine il protagonista impara a dire “grazie”. Non lo avreste mai immaginato, eh?

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Jonathan Coe, "La pioggia prima che cada"

27 Marzo 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 
 
 
La pioggia prima che cada
Jonathan Coe
Feltrinelli, 2013
 
Non so cosa Coe sappia di costellazioni familiari o psicoterapia transgenerazionale. Probabilmente nulla. O, magari, ha chiesto consiglio, come per il Valium con il whisky per sapere se può essere letale. In ogni caso bravo due volte, per questo e per avere reso in maniera assai credibile le storie di quattro generazioni di donne, tutte colpite dallo stesso primitivo trauma affettivo causato dalla bisnonna Ivy: la mancanza d'amore. Rosamund, anziana omosessuale da anni sola, decide di togliersi la vita e, prima di farlo, registra quattro nastri con i ricordi della saga familiare di Imogen, la nipote cieca a cui andrà parte dell'eredità. I nastri servono perché Imogen è introvabile da anni e, ascoltandoli, gli altri eredi avranno abbastanza indizi per trovarla. Essi contengono la descrizione di venti immagini che Imogen non ha mai potuto vedere e ricostruiscono la storia della sua famiglia, un susseguirsi di rapporti familiari anaffettivi, uomini inaffidabili o manipolatori, crudeltà e frustrazioni che conducono tutte le protagoniste a scelte errate o infelici. Ci saranno anche due eventi-presagio, uno che si presenterà nuovamente dopo cinquanta anni, a scandire l'inizio e la fine dell'era funesta tra le donne della famiglia. Perché nella vita pare esserci caos solo perché noi conosciamo una parte degli avvenimenti. Se noi sapessimo tutti i segreti - tutto ciò accade nel momento in cui accade e non magari quindici anni più tardi dalla lettera di una parente che non abbiamo mai conosciuto - se avessimo una visione d'insieme, sia verticale e storica che orizzontale nel senso della sincronicità, potremmo intuire l'ordine delle cose, la trama del destino, così come intuiamo la pioggia prima che cada dall'umidità e dall'elettricità nell'aria, in quell'attimo infinitesimale, frazione che abbiamo appena il tempo di cogliere con i sensi prima di poterla elaborare, perché poi arriva la pioggia a travolgerci, irruenta e scrosciante, proprio come i fatti della vita che ci inondano e ci distolgono dalla nostra percezione del filo conduttore che resta un disegno sfocato sullo sfondo di un quadro di Pollock. 
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Lorenzo Barbieri, "Rione Sanità"

25 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #lorenzo barbieri, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

Rione Sanità

Lorenzo Barbieri

LFA Publisher, 2018

pp 167

16,00

 

Leggendo Rione Sanità, di Lorenzo Barbieri, mi è venuto naturale ricordare una visita fatta al quartiere insieme alla mia amica napoletana, scrittrice di talento, Ida Verrei, e anche ricollegare questo testo (si badi bene, solo per contenuto e non per stile, essendo quello della Verrei di molto superiore) al suo Arassusia, ambientato nei medesimi luoghi e nel famoso Cimitero delle Fontanelle.

Come il suo protagonista, anche l’autore non abita più a Napoli, ma da ragazzo ha vissuto addirittura dentro il Palazzo Reale, dove ha sede la biblioteca Nazionale.  La Napoli di cui  parla non è quella di Saviano, delle stese e della paranza dei bambini, non è quella anonima e fredda de L’amica geniale, ma è quella calda, pastosa e sanguigna della grande tradizione partenopea, di Totò, Eduardo, (e anche Ida Verrei).

La città è misteriosa, sotterranea, superstiziosa, legata al senso della morte. Il rione vive di luci e ombre, fatto di vicoli ripidi, di porte che sprofondano direttamente nell’Ade, fra  catacombe e teschi. Contiene fatiscenti palazzi settecenteschi, nobili chiese ma anche bassi poveri e bui dove vive gente misera e dura.

I vicoli sono poesia, fetore, umore di vita, giochi di ombre e raggi di sole, desideri, speranze, rumori, nostalgie e sogni in attesa di realizzarsi.” (Pag. 92)

Il protagonista, Enzo, è un anziano giornalista che rientra a Napoli dopo una lunga assenza, e lo fa solo per seppellire in fretta la madre, con l’intento di tornarsene prima possibile al suo lavoro milanese. Percorre strade, piazze, vicoli insieme al notaio Oreste, sorta di guida dantesca.

In realtà la città lo ri-cattura, l’antico rione, in cui è vissuto da bambino, lo riacciuffa col suo fascino, col gusto dolceamaro della nostalgia. Da una parte egli mantiene lo sguardo distanziato di chi ormai non fa più parte di quel mondo, dall’altra si abbandona alla memoria, ripopolando ciò che vede con figure scaturite dal passato.

A parte le consuete imprecisioni di Barbieri nell’uso della punteggiatura e dei tempi, e la sua scrittura un po’ distratta, il difetto maggiore sta nell’aver voluto, credo, inserire nel romanzo alcuni racconti precedentemente scritti, non riuscendo ad amalgamarli come si deve nella trama. Il pregio, invece, è l’aver puntato un faro sul Rione Sanità, mostrandocelo com’è ora e com’era un tempo, in una narrazione sempre in bilico fra visione attuale, riscoperta e ricordo, come se il tessuto della realtà presentasse dei vuoti che solo la memoria può riempire, ricomponendo il mosaico.

Ma sul finale del libro c’è un ribaltamento, si esce repentinamente dal sogno con una doccia gelata e la realtà ha il sopravvento sulla deformazione consolante del ricordo. Le persone che sembravano genuine, vergini, povere ma innocenti, si rivelano grette, interessate, persino truffaldine, a conferma che nessuno fa niente per niente.

È vero, il napoletano è uno di buon cuore, disponibile e altruista, ma sotto, sotto, ci deve sempre ricavare qualcosa, è nel suo Dna, non lo fa per cattiveria.” (Pag. 135)

Non solo, il malaffare prospera e la filosofia generale, l’unica possibile, è “far finta di niente e tirare a campare”. Ne esce, perciò, un ritratto della napoletanità a chiaroscuro, una specie di odio e amore, disprezzo e meraviglia, curiosità e ribrezzo. La parte migliore del romanzo è quella iniziale, quando, suo malgrado, il protagonista subisce il fascino del quartiere e riscopre le figure che anticamente lo avevano animato.

Poi, purtroppo, c’è un crescendo di delusione, di meschinità e spilorceria, di fatalismo e rassegnazione che ci lasciano con la bocca amara e coinvolgono lo stesso protagonista il quale, alla fine, non ci sembra poi tanto migliore dei personaggi da lui incontrati.   

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Fabio Izzo, "Consigli dalla punk caverna"

23 Marzo 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Quel fenomeno di Fabio Izzo
Consigli dalla punk caverna

Terra d'Ulivi, 2019

 

Fabio Izzo è uno dei tanti autori che posso vantarmi di aver scoperto in vent’anni di attività editoriale. Non ha avuto ancora la possibilità di uscire con un grande (grosso?) editore distribuito su vasta scala, è tra gli scrittori che mi rende più orgoglioso e che ben rappresenta il poco che ho cercato di fare in questi anni. Fabio Izzo è nato nel 1977, vive ad Acqui Terme, scrive da tempo immemore, ché il suo primo libro - Eco a perdere - lo pubblicammo quando ancora Il Foglio Letterario stampava i libri artigianalmente, in fotocopia. Ricordo di aver fatto il lavoro di editing personalmente, con carta e penna, ai giardini vicino casa mia, vista mare, mentre facevo giocare mio figlio al parco. Poi ne sono venuti altri: Balla Juary, Il nucleo (straziante e stupendo), Doppio umano, soprattutto To Jest, presentato al Premio Strega (2014), niente meno che da Pedrag Matvejevic, ovviamente ignorato dal Comitato Direttivo, a caccia dello Scurati o del D’Amicis di turno. Non dimentico Ieri, Eilen, storia d’amore non convenzionale degna di selezione presso il Club di Giulietta per il concorso Scrivere per amore 2017. In mezzo a tutto questo Fabio ha pubblicato libri con altri editori, ha affinato lo stile, ha tradotto poesia polacca, ha vinto premi più o meni importanti, infine è uscito con l’ultimo romanzo: Consigli dalla punk caverna: A noi punk non ci resta che Al Bano (Terra d’Ulivi Edizioni, pag. 140, euro 14). Il tema di fondo dello scrittore piemontese - con sangue meridionale - non cambia, a parte l’ambientazione salentina, ché alla base c’è sempre il male di vivere, l’insoddisfazione di far parte di una terra di sconfitti, popolata da giovani in fuga o che si adattano con due lauree a fare le notti per dieci euro al distributore. Il romanzo è una storia d’amore alla Izzo, tipica del suo stile, una storia di disamore, di uomini lasciati soli da una stronza a caccia di successo e in cerca di un’occasione migliore. Incipit straordinario: “L’amore è una bufala, nemmeno buono per la mozzarella della pizza. L’amore eterno è una bufala cosmica. Si tratta solamente di scegliere, come in pizzeria”. E quel che ne consegue è un’ode al disamore, dissacrante e ironica, sarcastica, vibrante, contro la donna perduta, contro quel tipo di donna che non si dovrebbe mai incontrare. Il personaggio principale è un punk coltissimo (chi ha detto che i punk sono ignoranti? afferma Izzo), persino raffinato, sincero, come ogni vero punk dovrebbe essere, che sogna il perduto amore mentre vive di eccessi alcolici e musicali contemporanei. Stile molto diretto ed essenziale, per niente letterario, nel senso stretto del termine, classico romanzo in prima persona che consente un’immedesimazione totale tra lettore e autore. Io ve lo consiglio, poi fate un po’ voi, per me potete anche andarvi a leggere l’ultimo inutile saggio travestito da romanzo di Antonio Scurati.

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