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Margherita Musella, "Scuola di cucina... io e le altre"

9 Maggio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #margherita musella, #recensioni, #ricette

Margherita Musella, "Scuola di cucina... io e le altre"

Scuola di cucina… io e le altre!

Margherita Musella

KimeriK, 2012

pp 202

16,00

Ho letto tutti i libri di Margherita Musella e devo dire che quest’ultimo romanzo vede un incupimento del suo pensiero che rimane, sì, positivo ad oltranza, pieno di fiducia e di prospettiva, ma più come credo autoimposto che come reale fondamento. Qui irrompono paura e incertezza del futuro, qui si fanno i conti con la malattia. Fra gli scrittori che conosco e che frequento ho notato, col progredire dell’età, il morso della nostalgia - come nel caso di Lupi, Costanzo, Pedicini, Coremans - e una sottile, inconfessata, paura del futuro, come in questo caso.

Giada, la protagonista principale, insoddisfatta del suo ruolo di madre, moglie e lavoratrice, con al suo fianco un uomo che la ama ma non riesce a darle ciò di cui ha bisogno, cioè movimento e novità, decide di aprire un corso di cucina, coinvolgendo altre quattro donne: Consuelo, Anna, Claudia e Paola. Appena realizzato il suo desiderio, scopre di essere ammalata di cancro. La malattia si mescola con il corso di cucina e con la vita delle altre quattro signore, ed è raccontata con accenti realistici, sia dal punto di vista fisico che psicologico. C’è un’alternanza fra scoramento e voglia di non arrendersi, fra tentativi di rinascita, quasi più per gli altri che per sé, e sofferenza fisica brutale e banale nella sua elementarità. Il dolore corporeo della chemioterapia porta alla superficie il rimosso, Giada finisce per esprimersi anche in modo volgare, tirando fuori ciò che ha represso, allentando i freni inibitori.

Le altre donne non sono caratterizzate poiché l’autrice spalma se stessa su tutte le protagoniste ma si differenziano per i loro problemi esistenziali. Consuelo è stata lasciata improvvisamente dal marito che amava e non riesce a venire a patti con questo abbandono per lei immotivato. Claudia non accetta che il proprio amore coniugale abbia cessato di provocarle emozioni, allora, per dimenticare, s’immerge a capofitto nel lavoro e nella famiglia, senza concedersi un minuto di respiro. Anna, presa dalla cura dei figli, vede allontanarsi inesorabilmente il consorte e, come terapia, pensa bene di scrivere un libro, fino a quando qualcuno non la disillude. Paola è alle prese con un amore più giovane di lei che vuole solo sfruttarla economicamente.

Alla fine tutte troveranno un equilibrio. A morire, però, a essere inconsciamente punita, non sarà Giada bensì Paola, l’unica che si sottrarrà sia al giogo maschile sia al cerchio protettivo delle amiche. Questa libertà autentica, e non solo vagheggiata, sarà pagata con la morte. Giada, invece, nonostante la malattia, non morirà, non subito almeno, non in questo libro, poiché lei sottostarà alle due regole fondamentali: restare vicino al proprio uomo nel bene e nel male e non allontanarsi dalla solidarietà femminile, da quell’anello magico capace di infondere fiducia, di supportare, di sostenere. Questo circuito di amicizie ci ricorda tanto il cerchio delle menti telepatiche nelle torri di Darkover.

E se un giorno dovessi – pensò Giada – camminare da sola per la mia strada, le donne/ amiche/ sorelle saranno lì a incoraggiarmi, a pregare per me, con le braccia aperte procedendo al mio fianco.

Scuola di cucina… io e le altre non è un romanzo ma un diario trasfigurato. Accadimenti e pensieri della vita quotidiana dell’autrice vengono rielaborati in chiave fantastica e distesi su vari personaggi. Il testo si snoda fra racconto, ricette di cucina, sogni e persino barzellette (queste ultime, a mio avviso, poco pertinenti).

Mescolate alle vicende delle eroine ci sono le ricette del corso di cucina tenuto da Giada. Sono tutte molto gustose ma semplici, come semplici sono il lessico e le vicende raccontate.

“… se impariamo a considerare questo nostro incontrarci non come un qualcosa di scontato e di modico valore, ma un qualcosa che ci è donato per scoprire come vivere meglio la nostra vita, - e questo può derivare anche solo imparando a fare un semplice budino al cioccolato con semplicissimi biscottini secchi. Beh noi potremmo considerarci molto fortunate e consegnatarie di un dono non indifferente” (pag 95)

Possiamo non essere d’accordo con il Musella pensiero, costellato di doni, angeli e amicizie solo femminili, ma non possiamo negare l’importanza di un messaggio che spinge a vivere centrati sul presente, sapendo apprezzare il valore delle piccole cose.

Io penso che la pace non possa essere trovata né nel futuro, né nel passato ma solo in questo istante. Facciamo così: immaginiamo che il solo tempo che esiste sia questo momento. Perciò concentriamoci su un problema alla volta.” (pag 90)

Questa è la base della meditazione ed è anche l’unico modo per non soccombere all’angoscia, insieme all’essere “grati”, cioè, in parole povere, rendersi conto del bene che si ha, perché già l’assenza di dolore, già il fatto di respirare, vivere, camminare, relazionarci, oppure assaporare la propria solitudine, sono privilegi di cui spesso non ci rendiamo conto.

E ora vorrei rivolgermi direttamente alla casa editrice Kimerick: di là dal contenuto o dalla struttura di un testo, che sono comunque arbitrari, quando si pubblica un libro c’è una oggettiva necessità di editarlo, perché possa esprimere al meglio tutte le sue potenzialità. Resta un mistero, ad esempio, il motivo dei continui cambi di tempo all’interno di una stessa frase.

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LE MIE CONSIDERAZIONI SUL LIBRO “L’UOMO DEL SORRISO”

8 Maggio 2016 , Scritto da Margherita Musella Con tag #margherita musella, #poli patrizia, #recensioni

LE MIE CONSIDERAZIONI SUL LIBRO “L’UOMO DEL SORRISO”


Ho deciso di leggere il romanzo L’uomo del sorriso“ non perché il titolo fosse accattivante o per la bella copertina, bensì perché la Poli è una garanzia. E, infatti, il libro è bello, veramente bello. Me lo sono goduto e divorato. Faccio i miei complimenti all’autrice che ha avuto il coraggio di scrivere su Gesù’, senza cadere nei luoghi comuni ma regalandoci un’opera scritta con tatto e sensibilità .
Con questa sua personale ricostruzione della storia di Yeshua’bar Yosef, visto come personaggio storico, ci dona soprattutto un’accurata, precisa e profonda descrizione degli stati d’animo dei personaggi che girano intorno a lui. Non è facile scrivere una biografia del Messia, eppure l’autrice lo fa. E lo fa bene, dopo aver effettuato i suoi studi affidandosi ai Vangeli e agli Atti degli apostoli:il tutto avviene a prescindere dal suo credo.
Patrizia Poli usa con maestria le parole che entrano dentro, scavano. Splendida la descrizione dei moti interiori di Maria Maddalena: nell’insieme un libro delicato, tenero, squisito, scritto con una tensione che tiene costantemente desta l’attenzione a prescindere dalle circostanze ben note.
Va sottolineata la struttura del romanzo, che ha un incedere incalzante e affascinante e l’approfondimento di un personaggio reale che ha influenzato nei secoli il pensiero degli uomini, continuando ad entrare nelle vicende umane fin ad oggi. Ma soprattutto è da puntualizzare la sua personale interpretazione, in modo particolare nel finale.

Concludendo, come precisa la scrittrice, questo romanzo risulta "una grande e struggente storia d’amore".

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Fabio Izzo, "I cavalieri che non fecero l'impresa"

7 Maggio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Fabio Izzo, "I cavalieri che non fecero l'impresa"

Fabio Izzo

I cavalieri che non fecero l'impresa

Terra d'ulivi Edizioni - Euro 13 - Pag. 135

Fabio Izzo lo conosco da quando ha cominciato a pubblicare racconti, per il semplice motivo che il suo primo editore sono stato io, prima sul Foglio Letterario rivista e subito dopo nella collana narrativa. Ricordo ancora l'editing sul suo primo libro, Eco a perdere, roba del 2003 se non vado errato, ma ancora in catalogo, passando per Balla Juary, Doppio umano, Il nucleo... Fino a To jest e l'esperienza esaltante della partecipazione al Premio Strega 2014. Può darsi che non sia obiettivo quando leggo Fabio Izzo, ma lo considero un grande letterato, uno scrittore che se ci fosse una giustizia ed esistessero ancora i talent scout non pubblicherebbe con Il Foglio Letterario e con Terre d'ulivi, ma con Mondadori.

Izzo proviene dalla terra di Pavese, tra il Monferrato e le Langhe, un luogo difficile da abbandonare, e nel suo ultimo romanzo racconta il senso di appartenenza alla provincia, si sofferma sulla vita che passa e dispensa sconfitte, sottolinea il distacco da un mondo vuoto e superficiale dove non resta il tempo per fermarsi a pensare. Izzo scrive un romanzo che vede protagonista un autore di fumetti a disagio con la vita, in cerca d'amore e di certezze, ma soprattutto a caccia di un'etera musa ispiratrice e della giusta dimensione per narrare storie. Hildebrando Aristolakis è il nome d'arte del nostro cavaliere destinato a non fare l'impresa, che lotta contro i mulini a vento di una società che vorrebbe cambiare ma è perfettamente consapevole che non riuscirà mai a farlo. Il romanzo racconta il distacco tra uomo e superuomo, più semplicemente tra la dimensione esteriore e la rappresentazione più intima del nostro essere.Tema portante l'impossibilità di concretizzare i propri sogni, di trasformarli in realtà, ma anche il riuscire a vivere nonostante tutto, accontentandosi della propria dimensione provinciale, ai margini della vita che pulsa, lontano dalle metropoli.

Non è una scrittura facile quella di Izzo, intrisa di rimandi letterari, anche ad autori poco noti al grande pubblico, ma importanti nella formazione dello scrittore. Izzo contamina cultura alta e cultura bassa, letteratura e fumetto, parla di calcio e ricordi, di provincia e metropoli, di Pavese e attaccamento alle proprie radici.

Termino la lettura di questo breve ma intenso romanzo e mi pongo una domanda: perché non l'abbiamo pubblicato noi? Non sarebbe cambiato niente, chiaro, ma mi prende una strana tristezza quando leggo un romanzo che rappresenta un'occasione perduta, che profuma di rimpianto. I cavalieri che non fecero l'impresa è un impercettibile tassello di narrativa utile in un mondo letterario pervaso dal niente pubblicizzato con grande strombazzamento mediatico. Se riuscite a trovarlo, leggetelo. Per parafrasare un dialogo tra i personaggi del romanzo, non vi cambierà la vita ma ve la renderà migliore.

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Carlotta Nobile, "Il silenzio delle parole nascoste"

6 Maggio 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Carlotta Nobile, "Il silenzio delle parole nascoste"

Il silenzio delle parole nascoste

Carlotta Nobile

Aletti editore

2008, ISBN 88-7680-675-X

Il silenzio delle parole nascoste è la prima prova letteraria di Carlotta Nobile, un racconto sincero del suo nascere e crescere prima come fanciulla e poi come giovane donna, con tutti i turbamenti e i palpiti di gioia propri delle due età, ma con un qualcosa in più, con uno speciale spessore di sensibilità, dannazione e privilegio per l’anima che ne è posseduta.

“Un silenzio interiore, una confusione ovattata che in realtà non è fuori, ma dentro di te”.

È questo che leggiamo nella prima pagina dell’opera di Carlotta Nobile. Pur giovanissima, Carlotta percepisce infatti la frattura tra l’essere e il sembrare, tra l’interiorità e l’esteriorità, percezione da cui inevitabilmente deriva il dissidio tra sogno e realtà, tra rinuncia e desiderio, tra luce e buio; e poi ancora il senso di inadeguatezza rispetto a una condizione da cui vorrebbe fuggire. Ma certo non dal mondo affettivo che la circonda... tale disagio è sintomo di una curiosità alta, di un’aspirazione elevata, di uno slancio che vada oltre la mera dimensione esistenziale, i cui vuoti siano facilmente colmabili. Qui non possiamo parlare di vuoto ma di spinta in avanti.

“La voglia di andare... non si sa dove... non si sa quando” E la vita sembra un viaggio lungo con una meta lontana. Essenza di un sogno incompleto che fai di tutto per rendere integro”.( pag. 15)

Parole profetiche che si ammantano di potenza metaforica nelle parole successive:

“Ho sempre sognato di volare...A volte il mio desiderio era talmente forte che mi sembrava sentire la terra allontanarsi sotto di me e il cielo avvicinarsi. Cominciavo a sentirmi più leggera, libera. E volavo. Volavo con l’anima”.

Sono questi i pensieri e desideri concepiti nell’infanzia quando la sua particolare sensibilità le consente perfino di capire che, nei colori della vita, sottile è la sfumatura che divide la gioia dal dolore.

E pur amando “restare colorata” il nero dell’angoscia si stendeva come nera ala sull’animo desideroso di altro. Non capiva bene cosa. Si tenta in simili frangenti di colmare le ferite dell’anima con le consuete esperienze e gli affetti famigliari, soprattutto quelli che rappresentano le radici e il punto di riferimento indiscusso, come, per la Nostra, la nonna, riflesso perfetto della sua anima. Destinato a finire come tutte le vicende terrene lasciando una scia di malinconia

“che persiste dentro. Come il richiamo ammaliante di un mondo che non esiste più, ma di cui si percepisce ancora l’essenza” (pag.15)

Poi l’amore, quello adolescenziale, quello per cui si piange senza motivo, per cui il presente diventa una fiaba surreale.

Intanto la sensibilità procede a lunghi passi se diventa sempre più pressante la domanda.

“Se il mondo attorno a te abbia un senso, se tu stessa possa avere un significato. Ti domandi quale sia il tuo compito, la tua finalità su questa terra, a cosa sia dovuta la tua esistenza.”

Ma non trovi risposta” (pag.27)

In realtà questa affermazione non è la conclusione a cui Carlotta approda. Conoscendo la sua vicenda esistenziale particolare e bellissima, possiamo dire che questo è l’inizio di un percorso straordinario di conoscenza e non solo.

Nell’immensa solitudine che cresce dentro, nonostante sia circondata da persone che la amano, ricorre sempre più impellente la necessità di cercare e porsi domande, mentre si affaccia il timore di non sapere cosa sarà domani.

“A volte mi sento come una piuma nel vento. Libera, ma confusa e spaesata... viaggio nel vento senza una meta, senza una via. Col solo desiderio di continuare a viaggiare. A vivere.” (pag. 35)

A volte mi sento figlia di un altro tempo. Non so dire se sia già trascorso o ancora immensamente lontano... E’ come se i mie occhi avessero visto cose che la mia mente non ricorda, come se la mia anima avesse su di sé il peso di altre vite... (pag.42)

Ci troviamo di fronte a un caso di personalità plurima, di un’anima che riesce a percepire l’altro da sé in un cammino di conoscenza che già si profila come conoscenza del metafisico. Un tumulto interiore straordinario che non cerca la via facile dell’appagamento materiale, né di facili appagamenti terreni.

“Eccomi giunta al confine tra ciò che è facile e ciò che è quasi impossibile. E comunque sempre più sedotta dall’impossibile che dal facile. Come un fiume che per immettersi nel mare sceglie sempre la strada più tortuosa, la più lunga. La più difficile. Forse perché in fondo credo che vincere con facilità sia come perdere. E perdere dinanzi all’impossibile sia come aver vinto”. (pag. 46)

Il racconto di sé continua, che poi non è solo racconto, ma ricordo, meditazione, riflessione, poesia. Come quando con accenti degni di Saffo avverte nel cuore della notte la solitudine immensa dacché perfino la luna si è eclissata.

“Anche la luna beffarda si è dissolta stanotte. E non tornerà”.

La luna che molto frequentemente ricorre nelle pagine ora compagna, ora complice, ora fredda osservatrice dei destini umani. E sembra di avvertire sulla pelle antiche emozioni leopardiane. E ora la luna veglia su un animo svuotato di un sogno d’amore per il quale pensava non potesse mai esserci la parola fine.

Al momento l’unica felicità è la musica, compagna ideale, (pag 57) vincolo d’affetto, sostegno, sussurro, compagna di vita che permetterà l’evoluzione e la crescita. Con lei le sofferenze passano tutte, i dolori interni fluiscono via.

“Con l’orgoglio di aver realizzato il mio sogno, di aver vissuto tutto quello che c’era da vivere, di aver provato tutto quello che c’era da provare”.

...QUESTA PER ME è LA FELICITA’. (pag.59)

Non una felicità esclusiva come magari umanamente è desiderabile, ma uno stato di benessere interiore insieme agli altri, alle vite lontane, agli sconosciuti incontrati per strada, agli sguardi incrociati per caso.

“Adoro quando si cerca di stabilire un legame, che è essenzialmente un legame di “condizione” (pag.60)

Per sentire volare la sua anima insieme a quelle di mille altre persone di cui osserva le vite per cercare di comprenderne le sfumature. Eppure il percorso sembra non fornire mai la conclusione, la conquista è difficile e travagliata, e il traguardo non è quello sperato ma bisogna imparare ad accettarlo pena la perdita della serenità, perché, si sa, “nella vita ogni istante è una scelta”.

“E il dolore in questo aiuta. Aiuta a continuare a crescere... ad andare avanti. Per trovare un giorno la via giusta”. (pag70)

Mai abbandonare i propri sogni, lottare perché si realizzino. Nella vita come nell’amore.

“Da oggi in poi sarò l’artefice delle mie emozioni... del mio destino. Anche se credo che tutto sia già più o meno scritto”. (pag.71)

“Tutta la mia passione sembra ora rivolta altrove. Ad una dimensione di cui non so nulla. Ma che mi chiama a sé con tono persuasivo e seducente”. (pag 71)

Credo che, pur ammettendo la totale inconsapevolezza adolescenziale della portata di tali pensieri, sia questo il discrimine che fa della vita di Carlotta una vita diversa, una vita, se possibile, predestinata o semplicemente prescelta dall’Alto. Ella confessa di percepire un’altra se stessa, diversa e uguale a quella che l’ha preceduta.

“Le ultime lacrime sanno di voglia di volare via... di speranza... di forza... di avvenire. Di Addio” ( pag.72)

È come se una volontà incosciente agisse alle sue spalle, segno, da una parte di un impulso alla realizzazione di sé, dall’altra di un desiderio di travalicare la vita alla ricerca di una dimensione più totalizzante. Una capacità di saper anche tramontare pur di affermare nuovi e più autentici valori. Tanto più che Ella crede che:

“Quando perdi una persona è solo la sua forma a cambiare, non la sua essenza.

E i frammenti di noi continuano a vivere nelle persone che abbiamo amato. Perché ormai fanno parte di noi.

E’ questo il vincente coraggio del distacco” (pag.71)

Riflessioni che lasciano sgomenti per la virtù profetica delle parole. Ma come poteva un’adolescente presentire il suo futuro, inconsapevolmente, e raccontarselo, a 16 anni? Si rivede a 14 anni piangere tutte le lacrime del mondo ma non per una perdita, per un sogno infranto, ma perché avverte la presenza

“...dell’amore per qualcosa di più grande di me, di noi, della razionalità, della pazzia. Questo pianto ha il sapore di una violenta passione”. (pag. 73)

Tutto può essere interpretato con valore metaforico, ma questa passione violenta, questo amore capace di accompagnarla nei meandri dell’anima e farle scoprire una parte di sé fino a quel punta ignota, per ora è la musica che

“mi purifica ogni giorno, raschiando le scorie interne della mia mente e del mio cuore”

“Io sono rinata così, con il violino adagiato sulla spalla...e per la prima volta nella mia vita piango di gioia” (pag 76)

E ancora:

“Voglio entrare in quel mondo (della musica) intenso e sconfinato che però non mi spaventa”. (pag 75)

Le suggestioni metaforiche sono facili, a posteriori, sono facili, ma non è quello che importa ora, bensì seguire il processo di maturazione, scoprire l’attenzione che la fa consapevole di ogni peculiarità, della insignificanza e della necessità di ogni cosa, dell’evoluzione interiore che sta percependo.

“A volte perdo pezzi di me, mi lascio crollare giù dai dirupi emozionali. Cavalco mondi paralleli che percepisco ma non comprendo” .

“Guardo dentro il buco del tempo e la mia anima vibra su note scomposte, su suoni indomiti che non riesco più a contenere”.

“In questo giorno che sento infinito sento il sipario calare su un io che forse morirà ancora prima di nascere” (pag 83)

Bisognerebbe leggere tutta la confessione con se stessa, bellissima e densa di afflato poetico, che si serve di parole il cui senso profondo sfugge. Si avverte solo un tumultuare di passioni, di sensi sconvolti, di visioni oniriche che l’allontanano sempre più dal reale, dal mondo. Una forza irresistibile, ammaliante possederla tutta, forte come l’amore, come la musica, da cui non riesce a liberarsi.

“E’ una libertà falsa la mia. Sono un angelo inquieto che vola in una stanza oscura. Sono un’aquila che non ha mai visto il cielo”. (pag.85)

“Io...principessa di un regno che non esiste più. Che forse non è mai esistito”.

“Gli occhi sono gocce di anima che cadono giù lente... sono infinito racchiuso in uno sguardo. Sono “oltre” (pag 86)

Lo sguardo acuto di Carlotta riesce a distinguere tutta la molteplicità delle maschere, degli atteggiamenti fasulli che quotidianamente esprimiamo, delle scelte che operiamo guidati di volta in volta da sentimenti o risentimenti, ma comunque sempre in condizione di schiavitù dell’anima. Nel fiume della vita vede parti di sé, per così dire, superate e non più significative, scomparire per sempre tra i gorghi, mentre nuove gemme fioriscono sull’anima che rinasce dopo “l’agonia dello spirito”, dopo “la piccola-grande battaglia contro l’altra me”. E soprattutto dopo aver creduto alla favola bella della Vita ed esserne rimasta delusa, perché il finale di felicità le è stato sottratto, perché la Vita nel suo narrare e narrarsi aveva omesso di dire che spesso i sogni non si avverano. Tutte le illusioni deluse, tutte le promesse svanite.

“Illusi e sciocchi noi poveri umani. Burattini mal fabbricati che ballano una danza di cui non conoscono i passi su un palcoscenico di cartone che può cadere da un istante all’altro. Che è la nostra vita” (pag 93)

Eppure Carlotta non si arrende dinanzi alla confusione, alla difficoltà, alla sconfitta.

“Eccomi di nuovo qui a cercare disperatamente qualcosa che non so cosa sia e che, pur sapendolo, so che non riuscirei a trovare. Ma che, proprio per questo, è ancora più ammaliante, più bello”. (pag 102)

Intanto la vita prende il sopravvento, amata, cercata, goduta nelle piccole cose, nella musica diventata Arte, ricerca dell’emozione più profonda e più irraggiungibile.

“Eccomi qui a vivere nella ricerca della bellezza, del sublime. Sotto qualsiasi forma”. (pag 103)

Ormai maturata, cresciuta, Carlotta non rincorre più traguardi esterni e la sua ricerca, che prosegue incessantemente, è rivolta dentro di sé. Ci sovviene di Sant’Agostino d’Ippona:

“In interiore hominis abitat veritas”. (De vera religione, XXXIX) La fanciulla “petrarchesca” ascende al monte dell’arte, della bellezza attraverso la musica, la poesia, la natura.

“Voglio vedere il sublime... nella mia vita” e aggiunge ”quello totalmente imperfetto. Quello dell’Arte” (pag 104)

Ecco disvelato il senso delle parole nascoste, dei pensieri rimasti a lungo celati, che hanno preteso di prendere forma non perché rimanessero parole d’inchiostro sulle pagine di un libro, ma rimanessero anima. Anima da donare, anima da condividere.

“Non più silenzio ma grido".

“Il grido delle parole nascoste” (pag.107)

Violinista e laureata con lode in Storia dell’Arte, Carlotta Nobile divide i suoi ventitre anni fra attività concertistica e studi universitari. Diplomata in violino a 17 anni con lode e menzione, si è perfezionata a Londra e Salisburgo. Ha al suo attivo poesie edite e inedite e sta incidendo un CD con l’opera omnia per violino e pianoforte di Ernest Bloch, per l’esecuzione della cui musica ha conseguito la “Bloch special mention” all’International Ibla Grand Prize 2008.

Considera questo suo primo, scritto a 16 anni, una fotografia fedele di una ragazza nella quale fatica a riconoscersi. Ma a cui guarda con tenerezza e affetto, consapevole che fra queste pagine abbia preso forma e consistenza la donna che sta diventando e che a soli 24 anni diventerà, libera delle spoglie terrene, un Angelo di rara bellezza e virtù.

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Michela Zanarella, "Tragicamente rosso"

5 Maggio 2016 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #poesia, #recensioni

Michela Zanarella, "Tragicamente rosso"

Il titolo è già una poesia e verrebbe da pensare che questo libro covi violenza e manchi di pudore, invece è proprio il contrario. Tragicamente rosso è una suite per parola e silenzio scritta da passione e pensiero. La suite è composta da cinque movimenti: rosso donna, rosso shoah, rosso mondo, rosso natura e rosso guerra. Ogni movimento è composto da un minimo di sei e un massimo di quindici poesie. Si chiude con un monologo che ben si presta ad adattamenti teatrali, e infatti è stato già più volte rappresentato riscuotendo numerosi successi.

Ma veniamo al libro: potrebbe essere definito una silloge, un libro di poesia, una raccolta, ma in realtà è ben altro, perché raccoglie in un corpo perimetrico cinque fascicoli molto ben delineati, come se le sillogi fossero cinque, oppure cinque fossero i temi trattati con intonazioni diverse, quindi, come dicevo, una suite che in cinque movimenti racchiude l’estro creativo di un musicista romantico.

Cosa dice l’autrice in questa suite? O meglio, cosa cerca? Già, perché dire e cercare sono due cose molto diverse. Dire significa imporre un proprio suono e ritmo, esprimere idee o proporre pensieri. Da -> a, mai al contrario, l’ascolto non è contemplato nel dire. Cercare significa scavare, esplorare, scoprire, scoperchiare, spostare i mobili, alzare i tappeti e… guardare, ascoltare, toccare, annusare con attenzione, quindi ricevere tutti gli stimoli sensoriali, attivare i neuroni dell’ascolto e rendersi disponibili a ricevere. Ricevere cosa? Per ora basti sapere che cercare è anche predisporsi a ricevere.

La parola è lo strumento, ma non solo, c’è il silenzio, la pausa, l’intenzione… il tutto condito da interiorità inespressa che attende di farsi spazio nella luce.

Bene, allora, la poesia? È questo: ricerca! Leggendo i versi di Michela Zanarella non si trova, ma si cerca. Le poesie non sono risposte ai nostri quesiti, ma scaturigine di altri quesiti. Per questo non occorre capire, ma solo lasciarsi andare già dall’inizio:

Appesa ad un silenzio

nel precipizio di un amore

tragicamente rosso

cedo e m’adeguo

alle forme del dolore.

L’autrice non descrive luoghi o contesti, semmai definisce una presenza che si identifica con la nostra. E quando dice

La pelle cosparsa di dolore

Non grida

E cede il respiro

Ad un silenzio

Che lacera e nasconde

Vuoto intorno

Non denuncia, ma comunica con le fibre più intime di ogni lettore rendendolo protagonista della lettura.

Molto più esplicita, invece, quando scrive

Aggrappata al sangue dell’odio

Anche la neve ha sguardi neri

Hanno inghiottito il grano e le epidermidi

Le oscurità di Auschwitz.

Il linguaggio che sembrerebbe tenue invece stringe come una tagliola. Già, non è un linguaggio facile, non è chiaro né immediato, ha qualcosa di subdolo, perché ti accerchia con le sue poco effusive moine, e se fai attenzione ti accorgi che il messaggio veste un velo di seta che lo rende all’apparenza dolce. Ma si sa, il velo è anche un simbolo profondo: ciò che si squarcia quando muore Cristo, è l’imene custode della verginità, è il pudore che si stende come l’ombra delle nuvole, è ciò che nel suo “velare” giustifica la menzogna, perché sotto il velo c’è la verità che non ha pudore, che è cinica, che è sempre preferibile alla falsità, ma che atterrisce!

Non ha motivo

di insistere il dolore

nei palmi tesi del mendicante

nelle infanzie infrante

di un bambino

nel respiro muto

di una terra

che inciampa tra le mine,

nel grembo in croce

di una donna

dove il falso amore

ricalca prepotente

lividi e promesse.

La vita

non ha bisogno di lacrime

o avidità del tempo.

Dove piange il mondo

è debole la radice di ogni uomo

che ha macerie

incise sulla pelle,

come silenzi

addestrati ad ignorare

il sangue e il sudore

delle epoche.

L’autrice non sentenzia né impone il suo pensiero, ma attraverso un verso libero, quasi scarno, assolutamente privo di pizzi e merletti, apre le porte della percezione e mette l’uomo di fronte all’abisso, là dove non sapevi che un giorno saresti arrivato e dove potresti cadere. Del resto questo deve proporre la poesia: l’abisso! Quindi

Toglietemi la vostra giacca

D’incenso,

il furore assurdo,

l’intreccio di logiche assenti.

E lasciatemi così, mentre

Intorno a me follie bellissime

Rovesciano la mente

E mi schiantano nel buio

Ad imparare l’assurdo.

Perché nell’assurdo c’è verità nuda, e imparando l’assurdo saluto questo libro che disegna un percorso poetico dipinto di tragico e meraviglioso rosso, e musicato da un iride di parole e silenzi.

Claudio Fiorentini

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Valentino Appoloni, "La ferocia"

4 Maggio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #valentino appoloni, #storia

Valentino Appoloni, "La ferocia"

La ferocia

Valentino Appoloni

pp 240

ilmiolibro.it

Valentino Appoloni è esperto e appassionato della Prima Guerra mondiale. Ha letto tutta la diaristica sull’argomento ed è, infatti, in forma di diario che scrive il suo romanzo, La ferocia, quasi un’ossessione per lui. Dedicato a un familiare morto in guerra, ambientato sul Carso, racconta una sanguinosa ed estenuante guerra di trincea popolata da personaggi teatrali: gli ufficiali in contrasto fra loro, Robusti, Avanzi, Dimari, Bandanera, vecchi e giovani a confronto, e i soldati, Filosofo, Guerriero, Imboscato e tutti gli altri, ognuno a rappresentare un diverso tipo umano. Le loro vicende scorrono veloci e sono raccontate con un linguaggio paratattico ma elegante. I paesaggi cambiano rapidamente e hanno anche aspetti drammatici e romantici: cimiteri sventrati, case diroccate, chiese abbandonate. Il tempo atmosferico accompagna l’umore delle truppe. A farla da padrone è, ovviamente, l’azione bellica serratissima ma descritta in modo asettico, lucido, che solo a tratti lascia trapelare un poco di pathos.

La ferocia è ciò che permette agli uomini di sopravvivere, agli ufficiali opportunisti e arrivisti di agire per il bene della battaglia, sacrificando i più deboli pur di vincere.

La vita di trincea è terribile: i piedi stanno ammollo e s’infettano, i parassiti, il freddo e la sete tormentano, il nemico è sempre in agguato, la morte è all’ordine del giorno. Ma stare nelle retrovie sarebbe peggio, là non ci sarebbe più dignità, là è il regno degli imboscati e dei vili.

Fuori della trincea non c’è dignità. Forse c’è salvezza, ma senza decoro e nella più nera solitudine che è quella di chi dovrà sempre celare agli altri la sua viltà.” (pag 162)

Sorregge solo il pensiero del rispetto verso se stessi e della responsabilità che lega agli altri. Fonte di consolazione è la cultura: il protagonista, l’unico a non avere un nome, si affida a ragionamenti filosofici e letterari, razionalizza ciò che vede attraverso la sua erudizione umanistica, per tenere sotto controllo la realtà, per non cadere nel panico e soccombere, per non porsi incessantemente domande sul senso della carneficina in atto dove “la differenza non è tra morti e vivi, ma tra morti e non ancora morti”. Quando una promozione aumenterà i suoi oneri, sensi di colpa e disagio etico lo attanaglieranno ad ogni scelta.

Difficile capire il senso della contrapposizione “patria, dovere, Italia” verso “pane e pace”, laddove le parole si svuotano di significato, diventano retorica in bocca ad ufficiali che si fanno vivi dalle retrovie solo per parlare in pubblico. Quello che resta di tali parole è un simulacro vuoto che, pian piano, si riempie di cadaveri, marionette disarticolate, bambole sventrate, “Eppure erano stati uomini”. Si cerca di dare ancora un senso a valori quale l’onore, il rispetto del nemico ma la ferocia annulla tutto, disumanizza.

Esiste davvero una città, un mucchio di terra, pietre, case, che valga tante vite?

Ciò che ci piace di Appoloni è proprio la bellezza delle parole semplici (“Ma Dio è troppo paziente e buono) che rispecchia l’agghiacciante semplicità della situazione: “Noi e loro spararsi e procurarsi a vicenda il massimo danno per vincere prima. Questa semplicità bisogna accoglierla.

La prima e la terza persona si alternano, con inserimenti di lettere e racconti, uno, in particolare, L’Imboscato, vale da solo tutta la narrazione.

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Zerocalcare, "Kobane calling"

24 Aprile 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

Zerocalcare, "Kobane calling"

Zerocalcare

Kobane Calling

Bao Publishing

Pag. 280

Ho letto tutto di Zerocalcare, credo di essere preparatissimo sulla sua poetica e sul suo stile, magari prima di morire ci scrivo un libro. In una precedente recensione affermavo che i suoi fumetti sono letteratura, molto più letteratura di tanta carta straccia travestita da libro e diffusa a suon di fanfare dal gigante Monnezzoli.

Kobane Calling non solo conferma la mia impressione ma supera ogni più rosea aspettativa, portando la verve scanzonata e surreale del fumettista romano (di Rebibbia, lui ci tiene, ma aretino di nascita) a contatto con l'impegno politico, senza mai scivolare nel lavoro a progetto, senza voler dimostrare a ogni costo una tesi. Non era facile parlare di Kobane, Turchia, Siria, Irag, Isis, Rojava e il regno dell'utopia, problemi dei curdi e guerra globale, tra terroristi veri e presunti, resistenza e diffidenza, luoghi comuni e realtà, senza scadere nel pippone politico (per usare il suo gergo) fine a se stesso. Zerocalcare scrive un diario di viaggio a fumetti, un reportage sincero dalla parte dei curdi, compie un'operazione alla Joe Sacco (Palestina), ma meno ideologica e per niente saccente. Lo fa con il suo stile disincantato, tra dialoghi con l'armadillo immaginario e il mammut dei peggiori incubi, con le rappresentazioni tratte dal mondo dei cartoni e del cinema, da Barbapapà a Peppa Pig, passando per Ken il guerriero, il mondo fantastico di Guerre Stellari e il fantasy della Compagnia dell'anello.

Zerocalcare avvisa i suoi lettori: "Troverete un racconto il più possibile onesto di quello che ho vissuto durante il viaggio e nei giorni immediatamente precedenti, sia dal punto di vista emotivo che da quello della cronaca, comprese le contraddizioni e i dubbi del caso." Il fumettista non ha nessuna intenzione di dispensare certezze che non possiede, ribadisce più volte che ha scritto un fumetto e non un trattato di sociologia, tanto meno sta partecipando a un talk show televisivo dove ogni idiota grida la sua verità. Perfette le sue parole: "Un tentativo di tenere un equilibrio tra il pippone didascalico e la cazzata spicciola. In certi punti spero di non aver fatto nessuno dei due, in altri probabilmente li ho fatti entrambi, però oh se nascevo imparato non stavo qua."

Kobane Calling a tratti è opera di pura poesia, anche se Zerocalcare scherza e smitizza la sua vocazione lirica, che viene fuori con prepotenza, davanti allo spettacolo della polvere di stelle sul cielo notturno dei territori martoriati dalla guerra, di fronte agli occhi di una ragazzina che si è rifugiata sulle montagne per sfuggire a un padre padrone e agli orrori della persecuzione turca. Un libro da leggere assolutamente. Un'opera importante per la letteratura italiana contemporanea. Un'alternativa al niente che ci circonda.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Claudio Fiorentini, "Piricotinali col ruspetto"

23 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Stefanelli Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #racconto

Claudio Fiorentini, "Piricotinali col ruspetto"

Permettetemi, dice Patrizia Stefanelli, di consigliare un libro: Piricotinali col ruspetto di Claudio Fiorentini. Molto divertente.

LETTERA ALL'AUTORE

Caro Claudio, quante risate mi hai fatto fare e quanto, tra quelle risate, mi hai fatto pensare. Ehm… uhm… so che sei discreto, ma hai insistito ben bene con la signorina “Frufrù” e diamine! Un raccontino dei fatti lo potevi fare, una sfumatura, dico, almeno una delle possibili. Beh, scherzi a parte di certo la fantasia non ti manca. I tuoi mondi rispecchiano l’alienazione che a piccole dosi stiamo inglobando; senza accorgercene, siamo noi l’alienazione.
Cibi normali? Non sia mai! In cucina come in arte, ognuno vuol dire la sua ma "un culetto di Branchiatore" val bene la divisione in parti uguali, e chi si contenta gode due volte. Se poi, in un giorno quasi fortunato, a qualcuno venisse voglia di intervistare Il Divino, beh, forse farebbe meglio a vivere la vita, magari in un bel borgo troglodita (rispetto al futuro), dove la vita profuma “normalmente”. Un borgo al contrario, un "ogrob" per l’esattezza, in cui è difficile rinunciare alle false certezze ma non impossibile. Poche persone, fortunate e coraggiose, riescono a sentire i veri profumi.

Pausa - quartetto d’archi

Procedi per generi musicali e indicazioni agogiche, e questa indicata è la mia pausa. Ho ripreso dopo due giorni il tuo libro con incoscienza, giacché dovrei dormire. Non dormo da ventiquattro ore ma di fronte al pugile che accusa il grande amatore di "non aver usato il guanto", non resisto (sto ridendo, scusami, anzi, siine contento, solo non vorrei perdermi mentre ti leggo e intanto ti scrivo).
Ha sofferto senz’altro di una sindrome da abbandono di "Coscienza" e ne ha goduto terribilmente, così come solo un incosciente può fare. Mai giudicare però, perché a quanto pare, la coscienza da un momento all’altro, se le prende il capriccio, abbandona chiunque. E da un "crescendo ostinato" volgo al "canto popolare". Mi aspetto panismo e prodotti genuini. Eccoli! Personificati in -" Tea, Limone, Zafferano, Ginestra (bella citazione) e Mazza d’oro della famiglia delle primulacee". Un bel vivaio!
Ancora personificazioni con il "navigatore" monocorde schizofrenico. In crisi di autostima? Esilarante. Il prodotto tecnologico che dovrebbe essere privo di emozioni si stufa? Chi non ha vissuto la voce del navigatore come compagno di strada, spesso invadente e insistente. Le inversioni a U, che esso dichiara consentite, o le zone ZTL da attraversare, avrebbero portato a un percorso diverso e chissà… Se poi la tecnologia dovesse inventare un "Mutatempo", meglio leggere le istruzioni prima di qualsivoglia viaggio. Che bella che è la tua proverbiale pazienza, caro il mio Fiorentini, si percepisce ovunque.
Torna la "Coscienza", ehilà! Che dire della sospensione della coscienza dopo la morte, in attesa dell’espansione, per divenire un punto dell’infinito? Come hai fatto a scrivere di questo, mi chiedo. Filosofia e religione, grazia e leggera ironia in un mix che incanta. In fondo siamo solo esseri umani e anche limitati. Certo, se fossimo dei supereroi, le cose andrebbero diversamente, non sarebbe per niente male, ma che fatica! Meglio allora usare la fantasia, possiamo inventarci di esserlo, ma l’ossessività del protagonista di "Danubio blu", credimi, mi ha lasciato uno stress tremendo. Se poi penso che la vita sia solo un "Dlin" suonato col cuore, come bene sapeva fare l’amico John Smith, capisco che è tutta una musica, la vita, in attesa di quel momento unico e singolare. Sì, è bello vivere, stupenda la Terra, con gli animali, i suoni, l’aria, le piante, i cicli… senza l’uomo, almeno da un punto di vista alieno. L’essere umano è infettato, come tutto ciò che tocca, dal virus "m.o.n.d.e.z.z.a". Peccato.
Infine, la tua "conclusione rock": “Sei ROCK!” ti direbbe Celentano, per questo ti scrivo una lettera pubblica che non servirà ad alcuno per la comprensione del tuo fortissimo libro. Ognuno potrà capirla solo dopo averlo letto!

Con affetto e stima,

Patrizia Stefanelli

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Donne che Emigrano all'Estero

17 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #il mondo intorno a noi, #luoghi da conoscere

Donne che Emigrano all'Estero

Donne che Emigrano all’Estero

Da un progetto di Katia Terreni

Amazon

pp 289

Non stupisce più che la rete faccia incontrare, aggreghi e dia vita a progetti che escono dal virtuale (ma esiste davvero questo universo?) per diventare reali. È il caso di Donne che Emigrano all’Estero, raccolta di trentaquattro testimonianze – brani estrapolati da blog, post pubblicati su un’apposita pagina Facebook, frammenti d’interviste e diari – di donne expat, ovvero italiane che, per scelta, per motivi professionali o familiari, si sono trasferite all’estero. Le autrici hanno età e professioni molto diverse da loro, vivono attualmente in paesi sia dell’unione europea sia non comunitari. I testi non sono accompagnati da immagini e sono liberi, ognuna si racconta parlando di ciò che più le aggrada, di aspetti molto diversi della vita nel paese d’adozione. Tante sono emigrate perché qui da noi non trovavano lavoro, a causa della crisi che ci ha colpito dal 2008 e che, forse, solo adesso sta cominciando ad attenuarsi. Altre hanno cercato un luogo meno provinciale, meno moralista, molte, infine, hanno seguito un amore.

Le donne expat, quelle che trovano dentro di sé la grinta e il coraggio per lasciare i propri luoghi di origine, accettando incarichi lavorativi altrove o inseguendo un amore in terra straniera, o semplicemente spinte dal desiderio di ricostruirsi una vita, hanno una grande forza che le contraddistingue. Si mettono in gioco e ripartono da zero. Affrontano le difficoltà di adattamento e le differenze culturali, non come donne guerriero, ma con la dolcezza, il sorriso e la voglia di conoscere la nuova terra che chiameranno “casa”. (pag 69)

Fondamentale, appunto, il concetto di “casa”. Per l’una è quella che si è lasciata alle spalle:

Oggi casa, per me, significa tutto: dentro c’infilo tutti gli affetti che ho lasciato in Italia, i negozianti di fiducia, il bar dove prendevo il cappuccino la mattina, le vie e le strade che percorrevo ogni giorno, tutto ciò che mi sono lasciata alle spalle nel momento in cui sono salita su quell’aereo. Se fino a ieri la casa era l’abitazione del corpo, oggi è l’abitazione del cuore.” (pag 118)

Per l’altra è la nuova, a cui non saprebbe più rinunciare perché, magari, lei è una di quelle expat che si sentono apolidi e cittadine del mondo, più che italiane.

Donne che Emigrano all'Estero è, in primo luogo, un “libro coach” per donne espatriate, ma anche un testo utile per noi lettori rimasti a casa, per farci comprendere usi e costumi stranieri conosciuti solo da chi ci vive. Spesso c’è da trarre esempio ma non siamo per forza perdenti nel confronto.

Oltre l’interesse culturale e geografico, colpiscono i sentimenti di queste donne, lo slancio, l’entusiasmo con cui, forse, celano qualche malinconia. Molte hanno nostalgia del paese di origine, altre non ne hanno per niente e questa cosa non ci piace. L’Italia è una nazione che ha molto da imparare, in termini di civiltà, da altri paesi ma anche qualcosa da insegnare.

Le emozioni principali sono la voglia di scoprire, il desiderio e le difficoltà di integrarsi nel nuovo paese, il senso di solitudine, lo sprint del nuovo inizio, i sensi di colpa verso i figli sradicati e le famiglie abbandonate. Alcune hanno sofferto emarginazione e razzismo, altre si sono sentite subito integrate e accettate in società multiculturali. Tutte sono passate dal desiderio di mimetizzarsi nella nuova nazione a quello, successivo, di rimanere se stesse, diverse ma non estranee.

Di là dal discorso espatrio, emigrazione e adattamento culturale, è interessante vedere come procedono le vite, come si sviluppano, come si aprono e si chiudono le sliding doors, come a fiorire, imprevisti, siano a volte proprio i rami secondari, come le cose importanti siano costruite con pazienza e dedizione, sì, ma anche, spesso, capitino per caso. Perché "il destino è destino".

Sempre in bilico fra nostalgia e voglia di guardare avanti - specialmente per il bene dei figli - fra entusiasmo e depressione, queste donne mostrano soprattutto coraggio, quello che ci vuole a tagliarsi i ponti alle spalle, smettere di parlare la propria lingua, rinunciare agli orizzonti che ci limitavano ma, pure, ci definivano; e il libro vuole aiutarle, fare da supporto emotivo alle mille sfaccettature di un’operazione così sconvolgente.

La vita da immigrata è un’altalena di emozioni, un giorno sei triste, il giorno dopo sei al settimo cielo, il giorno dopo ancora vorresti mollare tutto e tornare a casa. Le cose che ti rendono felice adesso, possono svanire nel nulla cinque minuti più tardi. Il più piccolo dei problemi può apparire come un ostacolo insormontabile.” (pag 127)

Lo stile degli interventi è molto piacevole, alcuni sono scritti veramente bene, con piglio da scrittore, come, ad esempio, quello della "snob berlinese".

Per concluder, precisiamo che al libro è collegato il sito web http://donnecheemigranoallestero.com e che il ricavato della vendita sarà devoluto in beneficenza ad una Onlus che si occupa di infanzia in difficoltà e adozioni internazionali.

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Alberto Guerra Naranjo – Emerio Medina – Marcial Gala, "Gli amanti del secondo piano"

15 Aprile 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Alberto Guerra Naranjo – Emerio Medina – Marcial Gala, "Gli amanti del secondo piano"

Alberto Guerra Naranjo – Emerio Medina – Marcial Gala

Gli amanti del secondo piano

A cura di Davide Barilli

Nuova Editrice Berti – Pag. 140 – Euro 16
www.nuovacasaeditriceberti.it

Davide Barilli è un cubanologo vero, uno che conosce quella terra fantastica meglio di chiunque altro, di sicuro più di me che ho perso il diritto a tornarci per colpa di una jinetera della politica di nome Yoani Sanchez. I cubanologi sanno che cosa significa il vocabolo jinetera e per chi non lo sa consiglio un corso di spagnolo caraibico a prezzi modici. Certo, sto parlando d’una jinetera d’alto bordo, davvero potente, ché lei continua a fare la spola sul percorso Cuba - Europa - Miami e io (modesto traduttore) sono interdetto come un nemico della patria. La sua forza da jinete è tanta e tale che da quando l’ho mollata - ché se proprio volevo una jinetera almeno la sceglievo bella - non batto più un chiodo, non mi chiama più nessuno a scrivere o a tradurre. Me ne farò una ragione, ma tacere non mi faranno. Grazie Barilli di avermi dato l’occasione di scrivere ancora una volta quel che penso.

E veniamo al libro. Barilli cura un’antologia di tre autori figli della generazione post rivoluzione, due racconti a testa, che non sono né realismo sucio alla Pedro Juan Gutierrez, né narrativa classica alla Alejo Carpentier e neppure presentano tracce di real maravilloso. Guerra, Medina e Gala (il primo è il più valido e graffiante) raccontano storie prese dalla vita quotidiana, come ormai fa ogni giovane narratore cubano che si rispetti, ma anche il regista più abile (e quanti ce ne sono sotto il sole dei Caraibi!), come lo sceneggiatore più originale. Guerra è avanero e si vede, ma è pure sceneggiatore, e sa usare a dovere il dialogo. Il suo primo racconto - che dà il titolo alla raccolta - sembra una commedia sexy italiana, con un vecchio professore intento a spiare dal buco della serratura una procace vicina di casa e i suoi convegni amorosi. Ma il miglior racconto di Guerra è Finca Vigia, con Hemingway comico protagonista che fa da contraltare a uno scrittore cubano a caccia di premi che per campare porta in giro turisti europei ciccioni e sudaticci. Mi ha convinto meno Medina, nativo di Santiago, che narra le peripezie di uno scrittore cubano in Uruguay, immortalato mentre si mette a osservare i leoni marini e termina con la storia di un travestito, che ricorda lo stile di Gutierrez e Torreguitart. Infine Marcial Gala di Cienfuegos non delude per comicità sopra le righe, in particolar modo quando ci racconta lo scherzo di un cadavere trafugato dal cimitero.

La narrativa cubana è vitale, al contrario della narrativa italiana, forse perché un popolo che soffre produce buona letteratura e grande cinema, un po’ come capitava da noi ai tempi del neorealismo. Ma è vitale anche la narrativa cubana dell’esilio che conta su nomi interessanti e prolifici, purtroppo poco noti in Italia, da Vasquez Portal e Viera, passando per Zoé Valdés e Wendy Guerra. Un grazie a Barilli da parte nostra che amiamo Cuba e la sua cultura - molto meno la politica, governativa o dissidente fa lo stesso - perché ci ha fatto conoscere tre autori ignoti nel nostro paese, da un po’ di tempo a questa parte così refrattario alla vera letteratura.

Gordiano Lupi
www.infol
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