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Recensione: Poesie e pittura nell'anima

3 Luglio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #poesia, #recensioni

Recensione: Poesie e pittura nell'anima

Voci di Conchiglia

Raccolta antologica

Recensione alle poesie di Carmen Auletta.

di Ida Verrei

“Leggere una poesia è come perdersi in un labirinto di emozioni…” scrive Sonia Demurtas nella prefazione alla raccolta antologica “Voci di Conchiglia”. Ed è proprio in questo groviglio di sentimenti, alcune volte forti, urlati; altre, sfumati, sussurrati, raccontati con una sorta di pudore infantile, che ci si immerge, accostandosi ai versi di Carmen Auletta.

Sono poesie “dipinte”, non solo perché accompagnate dalle pitture che le interpretano e, in un certo senso, le commentano, ma perché le parole ti arrivano con la forza del colore, le immagini ti investono come pennellate.

L’autrice ha incontrato il male di vivere, la più profonda e dolorosa oscurità, quella vera, quella che porta sull’orlo del baratro e fa urlare: cerco imploro piango e chiedo

Il mio spirito incerto e cadente/ manda l’eco di una voce sparuta/ un pensiero che lacera la mente/ in un cammino di pena vissuta…”

Ma le sofferenze non diventano frattura tra sé e il mondo, non si risolvono nell’ indifferenza o in un aristocratico distacco, talvolta estremo rifugio del poeta, né con la romantica ribellione verso la natura: dalla musica del silenzio Carmen scopre la poesia, il canto della vita, la voglia di vivere un cielo … come un candido aquilone.

E cattura immagini, aspetti della vita quotidiana e li trasforma in emozioni, intuizioni, palpiti, metafore.

Fruga nella realtà per cogliere il segno di una condizione umana che non sia solo dolore, vuoto seducente, ma promessa di vita, d’amore.

Aggiusta la bacchetta magica, e guarda con tenerezza e gratitudine, quel tempo che è stato generoso, regalando all’attimo l’eternità.

Grande lezione di coraggio, fiducia e speranza, dà questa sensibile poetessa!

Risplendete miei piccoli girasoli, verrà il nostro sole/

Questa notte l’ho sognato, eravamo in un campo di luce

I.V.

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Maria Vittoria Masserotti, "Racconti per una "canzone""

1 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #maria vittoria masserotti

Maria Vittoria Masserotti, "Racconti per una "canzone""

Racconti per una “canzone”

Maria Vittoria Masserotti

Edizioni Progetto Cultura

pp 168

12,00

Esistevano un tempo le novelle pubblicate sulle riviste più conosciute, le firmavano anche scrittori di un certo spessore, come Scerbanenco. I racconti di Maria Vittoria Masserotti fanno venire in mente quelle storie. Novelle che si leggono una alla volta per il benedetto, sacrosanto, puro e semplice desiderio di leggere, per la ormai introvabile e superata gioia della scoperta d’una atmosfera e d’una trama.

Se un buon racconto ruota attorno ad un’idea originale, a una situazione particolare e si muove da un punto a A fino a un punto B, attraverso una evoluzione dinamica, le storie della Masserotti assolvono tutti questi compiti. Ognuna ha una trama da raccontare, ognuna ha un personaggio da inquadrare e un’ambientazione particolare.

Ci colpisce la geografia delle vicende che attraversa tutta l’Italia, dal Lazio alla Toscana, dalle città ai paesi, dalla terraferma alle isole. I protagonisti e le protagoniste sono tutti, salvo poche eccezioni, persone mature, spesso alle prese col tempo ritrovato e dilatato della pensione. Ognuno fronteggia un problema diverso, dall’incontro devastante con la malattia, all’amore rivisitato in tutte le sue sfaccettature, inteso come nuovo contatto, ma anche come rapporto logorato dal tempo e dalla clandestinità, o dolce complicità coniugale. I personaggi sono variegati: la ragazza sola e obesa, l’uomo con troppe storie sentimentali parallele, l’amante stanca del suo ruolo secondario, la donna che ha subito l’asportazione totale dell’apparato riproduttivo.

Ci sembra di cogliere, comunque, in ogni racconto – e specialmente nel nostro preferito “Novembre” – una prepotente speranza, la sensazione che mai niente finisce davvero, che, dietro l’angolo, c’è sempre una sorpresa, una nuova possibilità, che la vecchiaia non è decrepitudine ma, semmai, saggezza e libertà dagli impegni, tempo recuperato per sé, in una solitudine riconquistata, oppure in una condivisione scelta e non subita. L’amore e il sesso, in questa visione, hanno ancora tanto spazio e sono vissuti come rigoglio dei sensi e calore di sentimento. La solitudine, la sconfitta, l’apatia e la noia: “La vita a vent’anni gli era sembrata colma di promesse. Ora è solo una routine senza spunti, senza obiettivi. Sospira e apre il frigo.” (pag 29) in realtà non esistono, sono solo una nostra forma mentale.

C’è sempre, al contrario, la possibilità di un colpo di reni: “La mano destra di Giulia si protende ad accarezzare la tomba di suo padre, lì in alto, sfiora la piccola balaustra di marmo senza arrivare alla foto, punta i piedi per arrivarci e sente che il suo corpo si solleva. È in piedi.” (pag 143) È il rinnovo, la resurrezione che diventa soprattutto presa di coscienza di ciò che già si ha, consapevolezza e rivalutazione del passato in vista del futuro.

Quello è sempre stato un momento magico, carico di attesa, quando ancora il profilo del tempo deve essere disegnato, dove tutto è ancora e sempre possibile.” (pag 82)

In quest’ottica tutto riacquista valore, persino la compagnia di un cane non è più simbolo di mancanza e isolamento bensì del contrario, di completezza ed affetto. Il vuoto diventa all’improvviso pieno.

Una cosa è certa – visto che lei è nata – la vita in qualche modo ha vinto. Si alza per andare a chiamare Marilena, oggi ha bisogno di rivedere il suo cane.” (pag 27)

I racconti portano il nome dei mesi dell’anno e anche questa circolarità fa sì che ci sia un implicito senso di rinascita, di “vita nova”. Il tempo, d’altronde, è ciò di cui l’autrice si è occupata professionalmente, avendo fatto ricerca informatica per il CNR sul ragionamento spazio–temporale.

Il pregio maggiore, il maggiore sforzo di questa raccolta, a nostro avviso, è la mancanza di autobiografismo, così rara da trovare. Quante volte sentiamo uno scrittore dire: “Ho esordito con un romanzo che parla della mia vita”, e, di fronte ad affermazioni come queste, siamo sempre prevenuti. Qui, invece, ogni storia si differenzia dall’altra per intreccio, sviluppo e ambientazione: c’è l’uomo conteso fra troppe donne, c’è l’erede ucciso dai parenti avidi, c’è la giornalista coinvolta in una storia di mafia e servizi deviati, c’è persino Josè Saramago.

Ovviamente, la Masserotti, come qualunque altro scrittore, mette sempre un poco di sé in ogni personaggio: che sia un marito preoccupato per la salute mentale della moglie o un agente del Mossad, quella sarà comunque la visione dell’autrice, quelli saranno “il suo” marito e “il suo” agente. E, mescolate agli accadimenti e alle scene, ci sono, com’è naturale, le cose che l’autrice ama e conosce, le sue letture - da Saramago a Tolkien - i suoi luoghi preferiti, salsi e marini, la sua musica.

Il titolo e le strofe poste all’inizio di ogni racconto, infatti, sono tratti da “Canzone dei dodici mesi” di Guccini, e quest’accostamento, ancora una volta, richiama il bisogno di vivere il fluire del tempo senza negare le proprie basi ma, anzi, recuperandole. Nella prefazione, Lamberto Picconi afferma che: “In un contesto storico come quello degli anni 70, in cui molti volevano fare tabula rasa del passato e ricominciare da zero, il cantante modenese si pose in direzione decisamente contraria, volgendo lo sguardo, non senza nostalgia, verso le proprie radici.” (pag 6)

È questo, in fondo, lo scopo della scrittura, renderci più chiari a noi stessi e, nello stesso tempo, liberarci, scandagliare e illuminare le nostre motivazioni inconsce, farci scoprire l’alterità, il nuovo e il possibile, oltre il recupero di ciò che siamo stati.

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Carlo Valentini, "Elvira la modella di Modigliani"

26 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Carlo Valentini, "Elvira la modella di Modigliani"

Elvira la modella di Modigliani
Carlo Valentini

Graus editore, 2012
Pp 111
11,90


Morte lo colse quando giunse alla gloria

Essere ritratti da Modì, si era soliti dire nell’ambiente, era come “farsi spogliare l’anima”. L’ambiente è quello di Montmatre e Montparnasse, il ritratto in particolare campeggia sulla copertina del libro di Carlo Valentini: “Elvira la modella di Modigliani.”
La figura assorbe e occupa tutto lo spazio, ha una compostezza illimitata, una presenza lievemente asimmetrica; il tratto ricorda le maschere africane, il corpo femminilissimo possiede, però, una solidità maschile, l’ovale del viso è raffinato, la bocca dolce, l’espressione consapevole e malinconica. È Elvira la Quique, di cui Valentini ci narra la storia in una biografia romanzata, a metà fra narrazione e saggio.
L’autore rivaluta e mette in risalto questa figura, oscurata dall’ultima compagna di Modì, la mite Jeanne Hebuterne, famosa per la fine tragica. Diverse le due donne, diversi i ritratti che le rappresentano. Dolce, ingenuo, quello di Jeanne, inquietante e, insieme, carico di sentimento, malinconia e comprensione, quello di Elvira.

La Quique è figlia di una prostituta, a Parigi finisce per fare il mestiere della madre oltre che la cantante. Ha un corpo conturbante, occhi e capelli scuri. Entra subito nell’ ambiente delle modelle, che, nude e impudiche, posano per i pittori di Montmatre e Montparnasse.
Da un uomo all’altro, eccola nelle braccia di Amedeo. Lo amerà tutta la vita, fra litigi e riappacificazioni, fra tradimenti e dispiaceri.
Se Jeanne sarà la compagna dell’anima, la madre dei figli, l’elettivamente affine, Elvira, ci dice Valentini, è qualcosa di più, è colei che – pur nella differenza di sensibilità, di cultura e d’intenti – più di ogni altra ha condiviso con Modì lo stile di vita, il bisogno di “essere e fare”, l’elan vital.

Elvira sopportava, pagava questo prezzo per tenersi un uomo che la trattava da vera donna, la capiva, condivideva i viaggi nei fantasmi dell’allucinazione, la ritraeva sulla carta o sulla tela strappandole il suo vissuto interiore con pose appassionate e carnali e un certo sensualismo animale che mascherava la sua dolorosa fragilità. Per Elvira era come guardarsi allo specchio, felice e orgogliosa di contemplarsi e poter essere contemplata, femmina che sogna e fa sognare.” (pag 56)

Elvira e Amedeo vivono una vita più di stenti che bohemienne, ma non si risparmiano. Si amano, si sfidano, addentano tutti i piaceri della carne, dell’arte e della vita, fra assenzio, hashish e cocaina (di cui Elvira si renderà schiava fino ad ammalarsi e perdere la voce). Come le altre modelle, è sempre senza veli, pronta a posare ma anche a fare l’amore, quasi che le due cose coincidessero, fluissero naturalmente l’una nell’altra. Le pennellate sono lingue che si cercano, i colori sono umori che si fondono, che colano sulla tela. Il romanzo di Valentini trasuda carnalità, attinta proprio dai quadri, dai seni pesanti, dai triangoli rigogliosi, esibiti senza malizia, col senso di qualcosa di serenamente necessario.
I dialoghi risentono e, insieme, traggono vantaggio, dall’essere frutto di ricerca d’archivio su documenti inediti. A parlare sono direttamente i protagonisti, il loro modo di esprimersi artificioso non suona tuttavia falso in questo retroterra d’avanguardia, dove operano Picasso e Utrillo, dove si muovono pittori infervorati d’arte e droga, insieme a modelle discinte e sensuali, capaci di condividere aspirazioni e trasgressioni, ristrettezze e manie di grandezza. Un ambiente dissoluto e assoluto, crogiolo di cultura, di sperimentazione artistica. Amedeo non dipinge come nessuno. Amedeo usa colori africani e pastosi, luci rosate, dove balenano tratti neri. Ama le sue donne e non si lega davvero a nessuna, se non forse a Jeanne quando sente arrivare la fine.
Ma la magia del libro sta, soprattutto, nella rievocazione d’ambiente. Montparnasse con i suoi vicoli sordidi, il Bateau-Lavoir dalle pareti sottili, dove litigi e amplessi sono di dominio pubblico, dove si patiscono freddo d’inverno e caldo d’estate. Vediamo gli squallidi tuguri dai letti sfatti, i pavimenti cosparsi di bottiglie vuote, le lenzuola macchiate d’olio di sardine.
Amedeo dipinge con furia, consapevole della fine imminente, della gloria che arriverà solo postuma; tossisce, la sua mano trema, ha il cervello infiammato, le compagne gli si confondono nella mente: la raffinata Anna diventa la battagliera Beatrice, la Jeanne di buona famiglia trascolora nell’entreneuse Elvira, colei che ama, che segue da lontano, che aspetta e che soffre.
Sarà questo ambiente, sarà tutta questa gente che accompagnerà Modigliani nell’ultimo viaggio, quando il carro sfilerà per le vie di Parigi, seguito da un lungo corteo di pittori, di modelli, con gli artisti di Montmatre e Montparnasse riuniti.
E, dopo tutte le vicissitudini, dopo che la fragile Jeanne si sarà gettata dalla finestra insieme alla creatura che porta in grembo, sarà ancora una volta Elvira – claudicante, afona, sopravvissuta alla prigione e a una condanna a morte – a posare sulla tomba della sfortunata ragazza, come suggello di una vita intera, l’ultimo mazzo di fiori, quello che Amedeo non può più donare alla sua compagna.

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Gordiano Lupi consiglia

25 Giugno 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Gordiano Lupi consiglia

Letture per le vacanze

Questa volta soltanto libri belli, tanto per cambiare. Basta con i libri strapubblicizzati, spazzatura ignobile, che si compra per moda e magari non si legge. I libri della mia estate, finiti in una rapida settimana di vacanza, compagni di giornate rilassate ve li racconto in poche parole, senza tentare recensioni critiche, ma vi invito a cercarli e a leggerli, ché ne vale la pena.

Sandro Luporini racconta Giorgio Gaber con la collaborazione di Roberto Luporini, in un grande libro edito (sorpresa!) da Mondadori (G. - Vi racconto Gaber), che non si limita a riepilogare la carriera di un cantante, ma con una lunga intervista compone il romanzo d’una generazione sconfitta. “Avrebbero voluto da Giorgio e da me delle risposte. Proprio da noi che abbiamo vissuto tutta la vita nell’assoluta certezza del dubbio”. Un libro narrato in prima persona dall’ispiratore di quasi tutti i testi di Gaber, un testo fondamentale voluto dalla Fondazione che servirà da stimolo per riscoprire un cantante importante, un pensatore che ha segnato la nostra epoca.

A proposito di cantanti rimossi, non lasciatevi sfuggire Che mi dici di Stefano Rosso? scritto a quattro mani da Mario Bonanno e Stefania Rosso, anche perché contiene un CD introvabile con alcune stupende canzoni incise dal vivo. Tra tutte: Gli occhi dei bambini, Letto 26 e Canzone per un anno. L’editore è Stampa Alternativa, che alterna ottime cose ad altre più discutibili, ma resta un punto di riferimento per l’editoria indipendente. Non è un libro di pettegolezzi ma un testo che racconta la musica di un poeta, abile chitarrista, narratore della generazione del Sessantotto, tra spinelli, marijuana e voglia di fuga. Un cantautore proustiano, se si vuole, sospeso tra nostalgia, ricordo e rimpianto della gioventù perduta. Se non conoscete Stefano Rosso è l’occasione buona per cominciare ad ascoltarlo.

Manuel De Sica pubblica per Bompiani il notevole Di figlio in padre, colmando una lacuna importante, regalando al grande genitore un vero libro sulla sua vita, non quella patetica raccolta di pensieri pubblicata alcuni anni fa dal fratello Christian. Molti aneddoti, tanto cinema, vita privata, giudizi taglienti, racconto di un uomo che ha reso grande il cinema italiano in collaborazione con Cesare Zavattini.

Restiamo al cinema con il giovane saggista Giovanni Modica che pubblica per Profondo Rosso il libro più completo che sia mai stato scritto su una sola pellicola: Dario Argento e il gatto dalle molte code. Qui il solo soglio da superare è il prezzo (ben 25 euro), ma il volume li vale tutti e un appassionato di Dario Argento non può lasciarselo sfuggire. Luigi Cozzi integra il testo con foto e commenti, lui che è il più grande conoscitore (oltre che amico) di Argento può permetterselo ed è garanzia di serietà. Un libro indispensabile che dice tutto quel che c’è da sapere sul secondo film della trilogia animale di Argento. Modica ha già pubblicato lavori interessanti come Sette note in nero di Lucio Fulci e Dario Argento e L’uccello dalle piume di cristallo.

Invito a leggere anche Marco Bracci che scrive un saggio agile sulla storia della mia città: Radici di ferro e futuro d’acciaio - Uno sguardo comunicativo sull’identità di Piombino (Liguori Editore). La tesi dell’autore è che Piombino non può fare a meno delle sue radici (l’acciaio), ma che deve guardare al futuro con fiducia cercando di andare oltre i limiti angusti della città fabbrica. Ultimo ma non ultimo un grande libro di narrativa: Roald Dahl - Tutti i racconti (Longanesi), un tomo che allieterà le vostre vacanze, ottocentoventi pagine di narrativa fantastica, surreale, ironica, pungente, scritta con piglio agile e forbito da uno dei migliori scrittori per ragazzi del nostro secolo. Questi sono racconti per adulti, alcuni dei veri capolavori di narrativa breve. Altro che i nostri patetici figliocci di Carver! Ventidue euro, ma ne vale la pena. Procuratevelo. Vi farà passare giornate allegre e spensierate.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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George MacDonald, "Sulle ali del vento del nord"

24 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

George MacDonald, "Sulle ali del vento del nord"

Sulle ali del vento del nord
George MacDonald

Traduzione di Lotte Vignola
Auralia edizioni, 2012

pp 323
15,00


È indubbio che sia in atto una rivalutazione delle opere dello scrittore scozzese George MacDonald (1824 – 1905) e, in particolare, di “At he back of the North Wind” del 1871.
George MacDonald, noto per le sue favole e i suoi romanzi di argomento fantastico, si mosse in quell’atmosfera preraffaellita di cui faceva parte William Morris e s’inserì nell’ambito di frequentazioni che annoveravano Mary Shelley, John Ruskin, Charles Dickens, William Thackeray, Mark Twain (del quale fu amico) e C.S. Lewis.
Quest’ultimo aveva una grande ammirazione per la produzione di MacDonald, lo considerava il suo maestro, a differenza di Tolkien che, come fa notare Roberto Arduini, aveva una vera e propria antipatia per la scrittura dello scozzese.
“Il motivo di tanta crescente avversione”, ci spiega Arduini, “era proprio una delle caratteristiche principali di MacDonald, che divideva profondamente Tolkien da Lewis e Il Signore degli Anelli dalle Cronache di Narnia. Come scrive nella bozza di prefazione a La chiave d’oro, «MacDonald è un predicatore, e non solamente dal pulpito della chiesa; egli predica in tutti i suoi numerosi libri». A Tolkien andava di traverso l’allegoria morale: «Non sono molto attratto (anzi, direi il contrario) dalle allegorie, mistiche o morali» (R. A.)

Marco Gionta, della Auralia edizioni, ha deciso di ripubblicare il testo, già uscito nel 2011 con l’editore Raffaelli, compiendo un’operazione di rilettura, diremmo così, “personalizzata”. Per capirlo bisogna partire dalla scelta del titolo: “At the Back of the North Wind”, tradotto nell’edizione Auralia non più con “Al di là del vento del nord”, bensì con “Sulle ali del vento del nord”. Non è questo un particolare da trascurare. Tutto ruota, infatti, attorno a ciò che sta “alle spalle del vento del nord.”
Diamante è un bambino vittoriano, cresciuto in una famiglia modesta ma dignitosa, in mezzo a persone oneste e rette. Il padre, cocchiere, è un gran lavoratore, la madre un esempio di virtù. Diamante stesso, che porta il nome del cavallo di famiglia, è un “Bambino di Dio”. S’intende con questa espressione l’idea di un bambino geniale ma talmente candido da apparire quasi ritardato. Diamante ha una limpidezza, una bontà, una generosità angelica tale da colpire al cuore e redimere chi viene in contatto con lui.

La più grande saggezza sembra follia, a quelli che non la possiedono.”
“Le persone buone vedono cose buone e quelle cattive cose c
attive”

Sarà proprio per questa sua caratteristica che verrà scelto da Vento del Nord, che altri non è se non la Morte, una sorta di dea gigantesca dalle molte personalità, terribile come Kalì e amorevole come Durga. Vento del Nord è capace di azioni benevole e letali allo stesso tempo. È bella e tremenda, minuscola e smisurata, capace di cambiare dimensioni da un istante all’altro come l’Alice di Lewis Carrol.
Vento del Nord è dunque la Nera Signora, alle sue spalle c’è la fine della vita, c’è un eden, dove si sta bene ma non si può essere del tutto felici perché l’esperienza terrena ci viene a mancare e ci vengono a mancare gli affetti.

Non poteva dire di essere felice, in quel posto, perché non aveva con sé né suo padre né sua madre, ma si sentiva tranquillo, sereno, quieto e contento e questo era forse meglio che essere felici.” (pag 102)

Ma l’edizione di Auralia sembra non voler far risaltare questo lato funebre della storia. Traducendo il titolo con “Sulle ali del Vento del Nord” si dà importanza al momento ludico, avventuroso, nell’ottica positivistica che caratterizza tutta la produzione della giovane casa editrice. L’accento è posto sulle peripezie, sui viaggi, sui voli di Diamante che, nascosto fra i capelli di Vento del Nord, o aggrappato al suo seno materno e accogliente, visita luoghi meravigliosi, a metà fra l’onirico e il reale, fra il sogno e la visione.
Per chi è buono, per chi è puro di cuore come il piccolo Diamante - il dolce bambino dagli occhi stellati - persino la Morte è amica. Anche il viaggio che egli compie alle sue spalle, nell’Ade, nella terra già visitata una volta da Dante - qui chiamato Durante – e descritta da Erodoto, nel gelido mondo dei più, non lo spaventa e non lo rende infelice. Diamante non è capace di spaventarsi, Diamante tutto ama e tutto comprende, Diamante trova il bello e il buono in ogni cosa. Solo chi possiede la sua ingenuità, la sua saggezza, la sua generosità e il suo amore per il prossimo, considera ogni cosa, anche la malattia, anche la morte, come inevitabile, equa, necessaria.
Diamante è una creatura angelica, dispensatrice di bene, capace di connettersi al resto del creato, di entrare in empatia con la natura, i bambini, gli animali. Ha un rapporto privilegiato con i fratellini, che ama come fossero suoi figli, ai quali canta canzoni preterintellettuali che sgorgano dal cuore. Sa anche comprendere il segreto linguaggio degli animali, riconoscendone la natura celestiale, serafica, affine alla propria. Diamante è una di quelle persone che vogliono bene senza aspettarsi nulla in cambio, che disarmano con il sorriso, con la gentilezza, che pensano sempre e comunque positivo.

Tutto in quel ragazzo, così pieno di tranquilla saggezza e al tempo stesso così pronto ad accettare il giudizio degli altri, anche a suo discapito, fece presa nel mio cuore e mi sentii meravigliosamente attratto da lui. Mi sembrava, in qualche modo, come se il piccolo Diamante possedesse il segreto della vita e che fosse lui stesso, come era pronto a pensare della più piccola creatura vivente, un angelo di Dio, con qualcosa di speciale da dire e da fare.” (pag 292)

Oltre al piccolo Diamante e alla sua famiglia, i personaggi che popolano la storia sono gli stessi di gran parte della narrativa vittoriana: ragazzine povere dai tratti dickensiani, cocchieri ubriaconi che picchiano la moglie, anziani benefattori che somigliano a quelli successivamente ritratti da Frances Hodson Burnett ne “Il Piccolo Lord Fauntleroy” e ne “La piccola principessa”.

Nel testo trovano posto anche fiabe, poesie, indovinelli, come sarà poi in Tolkien e com’è nella tradizione di Lewis Carrol e delle Nursery Rhymes di Mother Goose. Molti sono inoltre i topoi della letteratura fiabesca che ritroviamo qui, dal cavallo parlante, all’armadio fatato, (cfr “Le cronache di Narnia” ma anche un film recente come “Monsters & Co”), al vento turbinoso che trasporta in mondi fantastici (“Il meraviglioso Mago di Oz” di Frank Baum, 1900).


Riferimenti

Roberto Arduini, “George MacDonald e J.R.R. Tolkien, un'ispirazione rimpianta” , www.jrrtolkien.it

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Aldo Dalla Vecchia, "Vita da Giornalaia"

20 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #teatro

Aldo Dalla Vecchia, "Vita da Giornalaia"

Vita da Giornalaia
Aldo Dalla Vecchia

Vi proponiamo un’anteprima teatrale dal sapore del tutto esclusivo che dovrebbe uscire a breve anche come testo narrativo.
C’è un attore al centro della scena e c’è una voce fuori campo che pone delle domande. Quello che potrebbe essere un lungo monologo si trasforma in un’intervista, dove il ruolo dell’intervistato e dell’intervistatore si scambiano. A subire un fuoco di domande, infatti, è colui che per abitudine, per professione, per competenza, di solito le ha sempre fatte: lo scrittore, giornalista e autore televisivo Aldo Dalla Vecchia.
Aldo racconta la sua gavetta di figlio d’industriale che ha sempre amato la parola scritta più dell’azienda di papà. Fin da piccolo ha avuto nel sangue il desiderio di diventare giornalista. Lasciato Chiampo, piccolo paese del vicentino, per Milano – città della quale s’innamorerà al punto da piangere di gioia ritornandovi dopo un “brutto” soggiorno romano – Aldo comincia un iter fatto di telefonate in tutte le testate. Si arma di gettoni, occupa una cabina e chiama la “spettabile redazione”. Alla fine qualcuno risponde. Da “Epoca” a “Sorrisi e Canzoni tv”, Aldo si fa strada nei giornali più importanti, dove si occupa di costume e di gossip, di musica, di spettacolo, di arte.
Ma Aldo appartiene anche a quella generazione che ha vissuto il passaggio dalla tivù di stato a quella commerciale. Da una televisione ingessata, didascalica, moralista, si ritrova catapultato in un’emittente fantasmagorica e yuppi. È la nuova tv del biscione, quella dei mitici anni ottanta, dei lustrini, con tutti i chiaroscuri del caso.

Aldo viene accolto in Mediaset e ne vive forse il periodo più innovativo e brillante, quello degli esordi, del Drive in, della Milano da bere. Firma un programma che resta nella storia della televisione “Target”, partecipa a “Verissimo”, a “il Bivio” e a “Giallo Uno”.
Tutto il monologo è una scoppiettante rievocazione di tanti anni di televisione e di mille incontri, da quelli con i miti come Mike Bongiorno, a quelli con personaggi colorati e istrionici come l’amico Malgioglio, Platinette, Moira Orfei, la sensuale Alba Parietti dei tempi del glorioso sgabello. Scorrono sotto i nostri occhi tutti i big: Raffaella Carrà, Mino Reitano, i Pooh, Rita Pavone, Miguel Bosè, Amanda Lear. Il pezzo è tutta una carrellata di soubrette e soubrettine, di personaggi chiacchierati, come Nina Moric e Fabrizio Corona, ma anche di contatti professionali importanti, di maestri del giornalismo e della televisione come Maurizio Costanzo.
Il tono è disteso, ironico, facile ma in grado di ricostruire dall’interno un mondo che tutti noi conosciamo solo superficialmente, senza renderci conto del lavoro che c’è dietro, della fatica anche fisica. Immaginiamo l’impegno, gli appostamenti in attesa del vip di turno, la difficoltà di ottenere l’esclusiva di un’intervista, il lavoro certosino che sta alla base di un programma, la dedizione e la passione di chi non conosce domeniche o feste comandate.
Si spazia attraverso tutta la storia della televisione, da “Pippi Calzelunghe” a “La Casa nella Prateria”, da “Michele Strogoff” a“Drive In”, da “Orzoway” al “GF” - autentico spartiacque fra ciò che lo ha preceduto e la grande stagione del reality – e, ancora, dalla tivù generalista ai canali digitali.
Il testo si apre in due direzioni: da una parte l’approfondimento saggistico, dall’altra la memoria. Le due componenti si fondono in una sola, cosicché l’excursus attraverso la storia della televisione è tracciato sul filo di una prepotente nostalgia personale.

La fine degli Anni Settanta segnò per noi piccoli telespettatori un passaggio epocale e uno choc assoluto ma benefico, con l’arrivo dei programmi a colori e la nascita delle tivù private, una su tutte Telemilano 58, la futura Canale 5 dove ritrovai molti dei miei beniamini. Il primo è stato Mike; dopo di lui, arrivarono Loretta Goggi, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Corrado: tutti transfughi dalla Rai.”

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Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi

19 Giugno 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #interviste

Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi

Vincent Spasaro

Il demone sterminatore

Cronache dal fiume senza rive

Edizioni Anordest – Pag. 682 – Euro 15,90

Non c’è modo migliore per presentare Il demone sterminatore che prendere in prestito le parole dette nel corso di una recente presentazione da Eugenio Saguatti: “Non saprei come collocarlo in libreria. È un dark-gothic-horror-fantasy-epic-adventu e altro ancora. Consigliato a chi ama le robe fosche, apprezza gli sconfinamenti di genere, cerca personaggi complicati, fuori dagli stereotipi, vuole una lunga e sporca avventura. Vivamente sconsigliato a chi pensa: il fantasy è per ragazzini, non somiglia per niente a Tolkien, che palle, non ci sono elfi, il fantastico italiano non produrrà mai niente di valido ed esportabile”.

La collana Criminal Brain di Edizioni Anordest colma un vuoto in tema di saghe fantasy per adulti con un romanzo innovativo, scritto da Spasaro, senza dubbio ispirato dalla narrativa horror - fantastica di Alan D. Altieri e Valerio Evangelisti.

Tre cacciatori inseguono un pericoloso criminale che si è macchiato del più orrendo dei delitti, si muovono lungo un fiume senza rive, cercano di catturare un terribile demone sterminatore che potrebbe essere ovunque, nascosto in un mondo fatto di tranelli, dove le radici degli alberi si cibano di bambini indifesi. Un dark fantasy originale e ben scritto, con un linguaggio poetico e letterario, curato nelle descrizioni degli ambienti fantastici, come una scenografia di un film di Mario Bava, dai colori cupi e accesi tipici del gotico, ma a tratti angoscioso come un vecchio postatomico. Un esempio di stile: “Le mie terre sono monti torreggianti a meridione e un mare ghiacciato a Nord. Sono cresciuto su di un porto che puzzava di pesce di altura. Venuto su con addosso la puzza di pesce e il freddo intenso nelle ossa, e ormai ho l’impressione, a tanti anni di distanza, che me li porterò dietro finché campo, anche su questo fiume dove non si è mai visto alcun pesce”. Ogni capitolo è un canto, ogni singola storia si fonde e si concatena alle altre, senza la minima sbavatura, andando a comporre un corpus fantastico che crea un mondo infernale, apocalittico, oscuro, dove a ogni angolo si nasconde un pericolo.

Vincent Spasaro parte dalla tradizione per scrivere cose originali, omaggiando i classici. Intende il dark fantasy come il fantasy di Howard (Conan il barbaro), Smith (le storie dell’universo Zothique) e Lovecraft, autore onirico che conosce bene. I suoi maestri sono gli scrittori americani degli anni Trenta che facevano capo alla rivista Weird Tales. Il suo fantasy è molto oscuro, non è certo un Tolkien per ragazzini, ma ricorda molto da vicino George Martin (Le cronache del ghiaccio e del fuoco). Riconosciamo tra le letture di Spasaro il fantasy oscuro di Micheal Moorcock (Elric di Melniboné) e di Robert Hodstock. Non mancano riferimenti alla narrativa horror di Stephen King e Clive Baker, ma anche al fantastico di Jack Vance, Poul Anderson, Ursula K. Le Guin, Dan Simmons e Serge Brussolo.

Abbiamo avvicinato Vincent per porgli alcune domande.

Perché un dark fantasy dopo il Segretissimo edito da Mondadori?

Perché mi piace variare. Fermo restando che amo scrivere di cose oscure, ritengo umilmente che il mio spettro narrativo sia abbastanza ampio. Avevo gran desiderio di pubblicare qualcosa di molto epico e tragico, un racconto che interessasse non solo un mondo ma un universo pieno di leggende, storie, religioni e società variegate, e impiantarvi una tragedia. Credo nella forza catartica della narrazione di storie. Volevo cimentarmi stavolta con qualcosa di molto variegato, senza necessariamente aderenze col reale come è stato invece per Assedio. Un omaggio a molti dei miei scrittori preferiti come Lovecraft, Moorcock, Brussolo…

Credi che il fantasy per adulti possa avere un mercato in Italia?

Penso proprio di sì, come ha dimostrato George Martin. La nostra è la patria delle storie oscure e avventurose, sia per la tradizione ancestrale del bacino mediterraneo con le sue grandi civiltà che per il percorso storico travagliato e denso di avvenimenti che ha interessato la penisola nei secoli. Se Shakespeare ambientava in Italia certi suoi drammi, un motivo ci sarà pur stato. Il problema, più che il fantasy per adulti, mi sembra il mercato. Al momento vedo che, per vari motivi che coinvolgono il deterioramento culturale e sociale della nazione, il mercato editoriale è uno stagno melmoso in cui tutti fanno fatica a sopravvivere. Reiterando un circolo vizioso, l’editore osa pochissimo e il lettore viene invogliato a scegliere temi che considera sicuri, separando lo scrittore italiano, che deve per forza scrivere di certi argomenti inerenti spesso più al proprio ombelico che altro, da quello straniero che può permettersi di divertire e appassionare.

Assedio uscirà in libreria, dopo l’edizione da edicola?

Sì. Sono orgoglioso di annunciarvi che a Settembre verrà ripubblicato da Anordest in un’edizione totalmente rivista. Credo molto in questo romanzo che esplora un’altra strada da me molto amata: l’orrore paranormale qui mescolato col thriller adrenalinico e l’hard boiled. Si tratta sempre di terrore e morte, naturalmente, come immagina chi mi conosce. Ma in Assedio l’orrore sovrannaturale va a infilarsi nelle pieghe dello spaventoso assedio della città di Sarajevo degli anni 90. Lo stile è molto diverso ma il batticuore assicurato.

Chi è il lettore ideale della tua storia?

Probabilmente il lavoratore che in metropolitana ha bisogno di staccare coi problemi della vita quotidiana e sfogare nei risvolti di una storia fantastica o orrorifica le sue frustrazioni. Chi insomma non desidera che gli si indichi per forza una strada di vita e gli si facciano prediche. La letteratura di genere ha aiutato un sacco di gente a trovare una finestra da cui guardare per un attimo altre prospettive, e ancor prima, per secoli, la narrazione orale di storie straordinarie nelle case dei nobili come dei contadini ha appassionato grandi e piccini. Perché non continuare?

Leggete Vincent Spasaro, se amate il fantastico e l’avventura. Non ve ne pentirete.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi
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Libri per l’estate Fantasy, thriller, horror, love story…

16 Giugno 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Libri per l’estate  Fantasy, thriller, horror, love story…

Sono tanti i libri che affollano la mia scrivania, anzi il mio comò, ché io i libri li tengo a portata di mano per quando vado a letto; prima di dormire - abitudine che si tramanda di padre in figlio - leggo sempre qualche pagina. Ma quando viene l’estate, le giornate si allungano, il tempo aumenta, Piombino è ricco di mare e pinete, leggo molto di più, tra libri e manoscritti che piovono da ogni dove, anche tre testi a settimana. Contando che molti siano affamati di libri, comincio a selezionare. Prendete appunti. Lettura estiva obbligata uno straordinario dark fantasy scritto da Vincent Spasaro, che dopo Assedio (uscito per Segretissimo, ma in ristampa per Edizioni Anordest), sorprende con l’inquietante Il demone sterminatore, libro di cui parlerò diffusamente in altra nota. Chi ama la divulgazione storica non si lasci sfuggire Nicola Bombacci, tra Lenin e Mussolini di Daniele Dell’Orco (Historica), che racconta la vita dimenticata di uno dei fondatori del partito comunista italiano, passato al fascismo, per morire accanto al duce. Massimo Maugeri esce con E/O, nella collana diretta da Carlotto e Rossi, presentato da Valerio Evangelisti, con un giallo intitolato Trinacria Parck, ben congegnato e dotato di meticolosi meccanismi, utile come svago e capace di far pensare. Domenico Vecchioni aggiunge una biografia interessante al suo infaticabile lavoro di storico dello spionaggio e concepisce Kim Philby - Il terzo uomo (Greco&Greco), sulla vita di uno degli agenti segreti più efficaci di tutti i tempi. Amate la poesia? Non perdetevi Roberto Mosi e il suo Concerto (Gazebo), dedicato a Populonia, terra etrusca dalla quale scrivo. Tutt’altra materia affronta Le vendicatrici, edito dalla giovane e intraprendente Cut-up, che racconta la vendetta al femminile, tra eccessi splatter e horror. Tra i migliori autori - presentati da Alan D. Altieri - spiccano Danilo Arona, Marco Roberto Cappelli e Luigi Bernardi. Concludo con le molte novità di Edizioni Anordest, casa editrice di Villorba che sta lavorando bene, proponendo libri di autori giovani e interessanti, ma anche lanciando best-seller inediti in Italia. Lia Tosi è finalista al Premio Viareggio con Ispida stella, un romanzo a metà strada tra il diario e la cronaca sentimentale dei nostri anni Ottanta. La cubana di Los Angeles Cecilia Samartin pubblica Tutto l’amore di nonna Lola, un best-seller internazionale capace di far emozionare e sorridere, affascinante per la costruzione del carattere della protagonista. In appendice trovate anche le ricette caraibiche di nonna Lola. Amore, cucina, passione e la storia di un bambino che grazie all’affetto della nonna riesce a convivere con la morte e a godere di momenti di inaspettata felicità. Lauren Conrad è l’ultima scoperta internazionale di Edizioni Anordest, diventata famosa come protagonista di due serie di culto di MTV, mix tra reality show e fiction: Laguna Beach e The Hills. L’editore trevigiano pubblica L.A. Candy, il primo romanzo della Conrad, ispirato alla sua vita personale, il primo di una trilogia, vero e proprio best-seller nella classifica dei libri più venduti redatta dal New York Times.

Per ora basta. Avete da leggere almeno fino a luglio.

Gordiano Lupi

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Libri per l’estate  Fantasy, thriller, horror, love story…
Libri per l’estate  Fantasy, thriller, horror, love story…
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Recensione: un thriller alla Simenon

3 Giugno 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

Recensione: un thriller alla Simenon

NE CIVES AD ARMA RUANT

di Franca Poli e Giovanni D’Ippolito

Edit. Zona

Scrittura coinvolgente, capacità descrittiva,sottile abilità psicologica.

Sin dalle prime pagine, trascina verso la soluzione finale. Che non è la cattura del serial killer, ma la rivelazione amara di un dramma umano, il dramma di un’anima lacerata, di una mente che si rifugia in allucinazioni compensatorie.

Nel percorso di un’indagine accurata e minuziosa, ci si imbatte nell’inquietante realtà metropolitana, che è poi il luogo dell’alienazione, della devianza, delle solitudini che non si incontrano, ma urlano l’una contro l’altra.

È una scrittura di genere, un thriller con la tipologia del giallo alla Simenon, con figure bonarie, accattivanti di investigatori, che, nella loro normalità, nella loro quotidianità, ci assomigliano, ci sono familiari.

Il pregio della narrazione è, appunto, nella caratterizzazione dei personaggi. Soprattutto nell’abilità a delineare, attraverso il doppio percorso, delle indagini istituzionali e delle fantasie solitarie di un killer, la psicologia di una mente sconvolta che colloquia con i fantasmi, che vive un mondo che non le appartiene, che brancola nel dolore.

E così, nonostante il successo delle indagini, quello che alla fine ti resta, è il senso di amarezza, di sconfitta, è l’umana “pietas” per la fragilità dell’uomo.

Un libro da leggere, da gustare, per chi ama il noir, ma anche per chi sa apprezzare la buona scrittura.

I. V.

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Davide Steccanella, "Gli anni della lotta armata", recensione di Marco de Franchi

17 Maggio 2013 , Scritto da Marco de Franchi Con tag #marco de franchi, #recensioni

Davide Steccanella, "Gli anni della lotta armata", recensione di Marco de Franchi

Gli Anni della Lotta Armata

Davide Steccanella

Edizioni Bietti

pp 490

17,00

In una recente intervista al Messaggero, Antonio Marini, già pubblico ministero nei processi Moro-ter e Moro-quater e adesso Avvocato Generale della corte d’appello di Roma, mette in guardia su un possibile ritorno degli anni di piombo. Non è il solito allarmismo dei media. Il magistrato, esperto di terrorismo, analizza il male sociale che in questo momento attraversa il Paese e lo paragona al clima degli anni settanta e a quel crogiuolo di idee “cattive” che, mutatis mutandis, produssero la lotta armata. Il recente episodio della gambizzazione del manager dell’Ansaldo Adinolfi, a Genova, secondo Marini, non è molto diverso da quello che accadde agli albori dei primi attentati marcati BR.

Quasi nello stesso momento veniamo a sapere che esiste un nastro su cui sarebbe incisa la voce di uno dei brigatisti che uccise il senatore Roberto Ruffilli, nel 1988, in quello che fu definito l’ultimo delitto delle Brigate Rosse prima della così detta “ritirata strategica” (e prima, naturalmente, che dal 1999 al 2003 altre tre vittime si aggiungessero al lungo elenco: D’Antona, Biagi e Petri). Si tratta di una registrazione contenuta in una vecchia audiocassetta che conterrebbe i risultati di una riunione strategica brigatista durante la quale si discuteva appunto dell’azione Ruffilli (immagino con quel triste linguaggio burocratico-brigatese che così bene Leonardo Sciascia immortalò in due righe due). Su quei nastri si stanno approfondendo accertamenti tecnici adeguati alle conoscenze attuali, come a dire che la Giustizia macina lenta, ma macina.

Non sembra mai troppo tardi, dunque, per la pubblicazione di un libro come quello che Davide Steccanella – avvocato penalista con la vocazione dello storico – ci consegna. Si tratta effettivamente, come recita il sottotitolo, di una “cronologia” (…di una rivoluzione mancata, per l’esattezza) e di una cronologia storica mantiene le qualità: la precisione e il rigore della documentazione nonché una certa obiettività. Suddivisa per anni, dal 1969 ai giorni nostri, come un vero e proprio diario, offre l’opportunità di leggere il libro come un’opera unica e omogenea, ma consente anche la documentazione del singolo fatto, dell’episodio a sé, o di un periodo particolare, diventando, il libro stesso, strumento di consultazione. Un’operazione, quindi, già di per sé interessante e utilissima per chi si occupa di questi argomenti o per chi vi si accosta per la prima volta in maniera organica.

Steccanella però non è solo un osservatore asettico, ma appunto uno studioso dichiaratamente non “professionista” del fenomeno del terrorismo, è come tale è animato da sincero e contagioso entusiasmo. Di più, l’autore, come un incuriosito e instancabile entomologo della storia cerca e offre commenti preziosi, suggerisce collegamenti, scandaglia ipotesi.

La sua opera alla fine non consiste solo in un elenco cronologico e puntuale degli avvenimenti - attenzione, di tutti gli avvenimenti, anche quelli minori e meno conosciuti o facilmente dimenticati – che hanno costellato quarant’anni di storia. Ma è anzi un compendio preciso ed esaustivo dei fatti che in qualche modo viene “macchiato” da considerazioni, interventi, interpretazioni appassionate e spesso drammatiche. Il contesto, dunque, è quello che rende così vitale questo libro, tanto da farlo diventare una sorta di romanzo della storia insanguinata del fenomeno del terrorismo di sinistra. Un contesto, peraltro, fatto non solo di citazioni storiche e meta-storiche, ma anche di rimandi di costume, di citazioni di film o canzoni uscite in un dato periodo, di annotazioni anche modaiole, ma mai fini a se stesse. È come se Steccanella, in ogni paragrafo del suo libro, voglia farci sentire quanto quella “storia” sia ancora viva, voglia ricordarci come quegli anni siano stati anche i nostri anni, o dei nostri fratelli più grandi, o dei nostri genitori, voglia rammentarci, semmai ce ne fossimo dimenticati, come il Paese che descrive sia sempre lo stesso, quello in cui viviamo tuttora. E nulla è meno bidimensionale e fittizio di un quadro che non tralascia tutti i segnali che compongono la vita di tutti i giorni, passando dalla cronaca rosa a quella nera, dalla politica all’economia, dallo spettacolo al dramma, dalla vita alla morte. E così ad ogni incipt di capitolo, prima ancora di introdurre all’elenco nefando e nefasto degli orrori della lotta armata, ecco brevi citazioni di ciò che quel dato anno ci riservava. Così, per esempio, nella prima pagina del capitolo dedicato al 1978 – anno spartiacque della guerra tra terrorismo e Stato – l’autore ci ricorda che i Queen pubblicarono l’album “Jazz”, che al cinema Woody Allen vinse l’Oscar per il film “Io & Annie”, che l’Argentina vinse i mondiali, la Juventus lo scudetto e i Matia Bazar Sanremo con “E dirsi ciao”. E poi, subito, dopo, eccolo il lucido diario di quei dodici mesi fatali, con il sequestro e la morte di Moro e tutto ciò che ne conseguì e ne consegue ancora.

Il calendario di Steccanella, inoltre, arriva proprio a ridosso dei giorni nostri, a dimostrazione dello sforzo di documentazione dell’autore, precisamente al primo marzo 2013, appena due mesi fa, con la morte in un conflitto a fuoco, durante una rapina “comune” a Roma, di Giorgio Frau, ex Lotta Continua e Brigatista rosso delle UCC.

Infine un’appendice forse un po’ slegata dal contesto e dall’impostazione del libro, ma che è comunque molto interessante: si tratta di un’intervista a Luca Colombo, uno dei fondatori insieme a Corrado Alunni delle FCC, formazione terroristica minore ma non meno agguerrita delle “matrigne” BR. L’intervista, che conserva i toni della memoria e consente una visione dall’interno dell’animo brigatista di allora, è stata fatta da un ex allievo di Colombo, e, da quello che si dice, è stata sollecitata e curata dall’intermediazione dello stesso Steccanella.

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