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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

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Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, "Telefonate anonime"

12 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #recensioni

Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, "Telefonate anonime"

di Patrizia Poli e Ida Verrei

Un’opera narrativa a quattro mani, “Telefonate anonime” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, frutto della singolare collaborazione fra un’autrice esperta e più matura e un giovane scrittore. Insolito sodalizio, che dà vita ad un breve romanzo dal sapore minimalista, dove freschezza ed ingenuità narrative si mescolano ad una sapiente strategia descrittiva, che riesce, attraverso il racconto di una normale quotidianità, ad imbrigliare l’attenzione del lettore.

Il testo parte come romanzo giallo-rosa ma elude entrambe le premesse evolvendo in una storia di agnizioni, di parentele riscoperte, di eredità. È soprattutto sviluppo e presa di coscienza di una giovane personalità femminile, un po’ timorosa all’inizio, ma più strutturata nel finale. Giada è una giornalista della moda, non donna in carriera, soltanto una ragazza che vive senza particolari ambizioni la propria routine lavorativa e sceglie solitudine e autonomia in un piccolo centro Toscano. Ma quando il caso la conduce ad intraprendere una nuova, breve esperienza nella Capitale, accoglie con entusiasmo l’occasione che le viene offerta, certa di ricavarne un arricchimento professionale e personale. Conosce e sfiora un mondo che l’affascina e la intimidisce nello stesso tempo, ma ne scopre ben presto falsità ed ipocrisia. Tuttavia non sarà questo a sconvolgerle la vita, quanto un inaspettato evento che viene dal passato e che la costringerà a interrompere la sua avventura romana.

La storia si snoda attraverso momenti dall’apparenza insignificanti, circostanze ed episodi che vengono descritti minuziosamente, quasi avessero valore simbolico proprio di quella normalità che appartiene al quotidiano di una persona qualunque: il caffè preso in un bar con un’amica, una brioche che si sbriciola, un uomo sudaticcio che sfoglia un giornale, un abito macchiato d’inchiostro. Certe rappresentazioni scrupolose dell’arredamento diventano quasi sostituto di emozioni.

La notizia di un delitto arriverà a colorare di giallo la narrazione. Ma anche questo rientrerà presto in quell’ordine di eventi in cui ci si imbatte ogni giorno.

“Le telefonate anonime”, alle quali si accenna nell’incipit, restano per tutto il corso della narrazione un accadimento ignoto e inesplorato; soltanto nel finale troveranno la loro collocazione e condurranno al recupero di emozioni e sentimenti, prima sconosciuti o rifiutati.

Lo stile è necessariamente standard, si sente lo stacco fra una mano maschile e una femminile ma questo arricchisce di spunti la narrazione.

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Vincenzo Calò, "C'è da giurare che siamo veri"

11 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Vincenzo Calò, "C'è da giurare che siamo veri"

Iniziamo col dire cosa non è presente in questa silloge di sedici poesie, o meglio poemetti filosofico-ermetico-esistenziali, con cappelletto prosaico introduttivo.

Di sicuro non c’è la natura, non ci sono il mare e le montagne, non ci sono l’infinito e il vago leopardiano, non c’è il particolare pascoliano. Non ci sono nemmeno “i cocci aguzzi di bottiglia” o “il meriggiare pallido e assorto”, anche se l’evoluzione ermetica è ovvia. Qui c’è semmai un giovane che si atteggia a poeta maledetto e si diverte a giocare col lettore. Lo immaginiamo chiuso una stanza, con gli occhi pesti, perso davanti al monitor del pc. Al massimo “girovaga per casa” e “ciabatta un po’ in giro”. Ci schiude uno spiraglio da cui s’intravede il microcosmo d’un io poetico inflazionato perché pieno di dubbi, di senso d’inferiorità e inadeguatezza, concentrato su se stesso nei gesti di una quotidianità spiazzante. Siamo veri in queste condizioni, si chiede, sono vere le relazioni che restano virtuali, che non maturano mai, è vera la vita di un ragazzo che si vota “all’astinenza sessuale”?

Vincenzo Calò fa riferimento a un vissuto simulato, catodico, che si esplicita in social network, in reality show, in una fredda modernità di telefoni, schermi, fiction e connessioni internet, quasi a sostituzione dei sentimenti e della gestualità. Ma sotto, o meglio dentro, a questo universo sigillato, c’è spazio per tutto ciò che da sempre ha accompagnato i sogni della gioventù, in primis l’amore, appena intravisto nella sineddoche di uno smalto per unghie che è insieme vanità, vuoto, velinismo ma anche forma, donna, femminino, e che da solo non basta, tuttavia, a colmare la solitudine, le fobie.

Nasciamo per donarci al di fuori, per calcolare una vergogna”, “Dalla paura di misurarsi” (pag 24)

Attraverso tutto l’elucubrare di Calò è presente una ricerca di Anima, di Essenziale, di fuga dalla freddezza. Perché esistere, “essere veri” è “afferrare la vita con labbra sincere”.

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Franca Poli e Giovanni D'Ippolito, "Ne cives ad arma ruant"

10 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Franca Poli e Giovanni D'Ippolito, "Ne cives ad arma ruant"

Ne cives ad arma ruant

Franca Poli e Giovanni D'Ippolito

Un noir che ricorda le atmosfere dei romanzi

industriali degli anni settanta. Ma è un’Emilia post industriale quella in cui si muovono protagonista e antagonista, commissario e killer. O è l’inverso?

Se segue con simpatia le vicende del commissario, il lettore non può che identificarsi col serial killer, con la sua umana sofferenza e il suo bisogno di riscatto morale. E la sua delusione per la scomparsa del mondo come lo conosceva, senza che al suo posto ne sia sorto uno migliore e più giusto, è comune a tutti noi.

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Mauro Biancaniello, "Hai smesso i pantaloni corti"

9 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli e Ida Verrei Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #recensioni

Mauro Biancaniello, "Hai smesso i pantaloni corti"

di Patrizia Poli e Ida Verrei

Sono molti e universali i temi che attraversano la raccolta di liriche “Hai smesso i pantaloni corti” di Mauro Biancaniello: l’amore, la memoria, la guerra, il dolore, il fulgore dell’estate, un eros fantasticato e represso in un legame concreto e maturo.

“Il ricordo è poesia e la poesia non è se non ricordo”, recitava G. Pascoli. Ed è attraverso la rievocazione di un vissuto recente, attraverso quella facoltà affascinante e misteriosa che è la memoria, che Mauro Biancaniello ci regala nel verso un flusso d’immagini, quasi fotogrammi di un film a colori. Cattura frammenti di vita quotidiana e li trasfigura in messaggi poetici, ingenui e lievi, ma palpitanti di emozioni. E così si dispiega il filo dei ricordi: dalla visione onirica della nonna, che “sale le scale del paradiso”, all’immagine dolente della madre, insieme alla quale “non ha mai distolto lo sguardo”, dai balenii luminosi di un’adolescenza svanita, insieme ai pantaloni corti ormai smessi, ai sogni dell’incerto futuro di un’età adulta.

I ricordi, “l’adolescente ritorno”, appartengono a un giovane che da poco “ha smesso i pantaloni corti”, e sta ora osservando, stupito e fiero, il proprio divenire uomo. La giacca e il pantalone lungo, stesi sul letto, sembrano diventare “una persona, un adulto”. In quel “sembrano” c’è tutta l’incertezza della crescita e il timore che la maturità porti con sé il “grigio” di un vivere senza più slanci. A questo proposito, torna più volte l’immagine dell’incrocio, del “crocevia infinito”, fatto di scelte temute e non ancora compiute, mentre certezze infantili crollano, ideali perdono consistenza, affiorano cinismo, egoismo e supponenza, per essere compresi, sublimati e rimossi, in un tempo che corre, “che non è infinito” perché “si è già dopo mai ora”.

C’è tutta la freschezza della giovane età nell’opera di questo sensibile artista, che riesce a cogliere nella realtà il segno dell’umana condizione, fatta di istanti di gioia, ma anche di un tempo che “è solo attimo da mordere”, “lacrime piante senza vergogna”: non solo, quindi, dolci nostalgie, ma anche un tuffo nel dolore, forse vissuto e non solo intuito. D’altra parte, come dice Alda Merini, la poesia nasce anche dai graffi dell’anima.

Contraddistingue la poesia di Biancaniello un’estrema semplicità, che è limpidezza e purezza di parole, sgorgate dal cuore e dalla mente così come le si sente e le si pensa. Un esempio è quel “abbiamo visto tanto” rivolto alla madre, capace di racchiudere un’intera vita di amore e sofferenze patite. E ancora il dolce commiato dalla nonna, con la terra che cade sulla bara. È un linguaggio facile ma ricercato, quello del nostro poeta; il verso si fa mezzo dell’esigenza comunicativa, di voglia di narrarsi; il ricordare è un rivedere, un rivivere, un rivisitare attimi di vita, ma è anche approccio a temi universali.

Questo giovane uomo ha una speranza, una forza tutta sua. Sa che, quando “si riesce a oscurare il proprio io per dar luce a un’altra persona”, allora, davvero, “si può dire di amare.”

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Patrizia Poli, "Signora dei filtri"

8 Febbraio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Signora dei Filtri

 Patrizia Poli

 

Marchetti Editore, 2017

 

Singolare romanzo, romanzo colto, intenso, rivisitazione del mito attraverso un’esplorazione anche di tipo psicologico.

La storia di Medea e Giasone, il viaggio degli Argonauti: storia forte e delicata allo stesso tempo; percorso di anime tormentate; personaggi potenti, scolpiti con un linguaggio che ti trasporta in terre, in mondi, in tempi ed atmosfere che affascinano ed incantano.

In una struttura narrativa robusta, costruita con grande abilità linguistica, si intrecciano mito e affabulazione, fantasia e verosimiglianza, sogno e ricordo, sempre sostenuti da una ricerca accurata del particolare, dall’aderenza al fatto storico.

Prendono vita, così, e si umanizzano i personaggi, rivisitati ma fedeli al mito; sospesi in una dimensione dove elementi fantastici e realismo descrittivo contribuiscono a dar loro spessore e concretezza.

Si intrecciano vite e destini, s’incontrano figure emblematiche, si susseguono eventi epici e drammatici, si compiono profezie ed oracoli. E ogni personaggio, ogni elemento della storia, anche minore, possiede incisività e significato.

Su tutti, giganteggia Medea, principessa della Colchide: madre-terra e lupa. Governata dai contrasti: figlia del sole, quando ama; figlia delle tenebre lunari, quando è posseduta dalle forze oscure della sua “magia”. Tragica figura, che porta in sé, sin dall’infanzia, il presagio di un destino funesto.

Sei tu la lupa che azzannò i suoi cuccioli?” chiedono, “Sei la Signora dei filtri?” “Sono io…” rispondo, “…ma un tempo, ero la Figlia del Sole”.

“…Si, Orfeo. Medea di Colchide NON SI DIMENTICA”.

 

 

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Fabio Marcaccini, "Soul"

8 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fabio marcaccini, #recensioni

Fabio Marcaccini, "Soul"

È arrabbiato, Soul, se la prende col mondo che l’ha tradito. Sa di attribuire agli altri anche colpe proprie, ma la rabbia trabocca, minaccia di travolgere il suo amore puro, passionale, celeste. Lui e Lei sono soli come il primo uomo e la prima donna, contro tutto e tutti. Sporcati, avviliti, scacciati nella foresta, come Ginevra e Lancillotto, fino quasi a perdersi, a confondersi, a risvegliarsi incerti e tremanti. Troppo soli per farcela, troppo stanchi. Per fortuna Lei è serena, salda nel suo amore. Asciuga sul suo seno le lacrime infantili di lui, accoglie i suoi sogni di bambino perduto, accetta le sue inconcludenze, lo rivede nel frutto del loro amore che ora dà un senso ad ogni sofferenza. Molto belle "Stella cadente" e "L’Infinito".

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Gordiano Lupi legge I luoghidella memoria

7 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #gordiano lupi, #recensioni

 

I luoghi della memoria - Adriana Pedicini

di Gordiano Lupi su Kultunderground, rivista di letteratura on line attiva dal 1994

 

 

Pag. 110 – Euro 12 - Arduino Sacco Editore

www.arduinosacco.it

 

“Arduino Sacco è un editore che non chiede contributi agli autori e che non gode di finanziamenti pubblici”, recita il sito Internet della casa editrice - spartano ma efficace - che denota una struttura ai limiti dell’amatoriale, ma ben venga in questi tempi grami dove tutti si spacciano per professionisti della letteratura. Viva l’underground, che forse sarà la nostra salvezza!

A proposito di Arduino Sacco vi invito a leggere I luoghi della memoria di Adriana Pedicini, un libro proustiano come tutti noi modesti scrittori abbiamo tentato (o siamo in procinto) di scrivere, una sfida alla ricerca del tempo perduto che ogni amante delle lettere cerca di intraprendere con esiti più o meno felici. Adriana Pedicini tocca le corde giuste con questi racconti sul filo della memoria, realisti, autobiografici, ebbri di ricordi, zeppi di odori e sapori del tempo passato. L’autrice rievoca il sapore dell’infanzia, personaggi indimenticabili del passato, lutti indelebili, mancanze che lasciano il segno, frammenti di amori perduti, esami di scuola vissuti con nostalgia, un esempio paterno e una fanciullezza lontana. I critici veri, che sanno di letteratura, storceranno il naso, diranno che Adriana Pedicini racconta i fatti suoi, che non si fa così, meglio inventare, costruire trame, affascinare il lettore con il solito giallo o con uno dei tanti inutili noir. Lasciamo ai soloni il loro compito, da tempo non ascoltiamo le campane che suonano il funerale della letteratura, accogliamo con entusiasmo questo libro di racconti e ricordi, perché l’autrice narrando i fatti proprio racconta il passato di un’intera generazione. Da leggere e meditare.

 

 

Gordiano Lupi legge I luoghidella memoria
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Dal realismo al simbolismo: Ignazio Silone, "Vino e pane"

7 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Vino e Pane

di Ignazio Silone

Mondadori, 1955

Vino e Pane di Ignazio Silone, al secolo Secondo Tranquilli (1900- 1978), uscito nell’edizione definitiva Mondadori nel 1955, s’iscrive nell’ambito della narrativa meridionalista degli anni ’30, molto diversa da quella verista della fine dell’800, quella cioè di Verga, di Capuana e de Roberto.

Alvaro, Brancati e, in parte, Silone, accompagnano il loro grido di protesta sociale con un moto di nostalgia verso un mondo che va scomparendo. La città, nella fattispecie Roma, rappresenta la realtà, il vero, mentre la campagna abruzzese dei cafoni ha connotazioni ancora tardo romantiche, liriche, è popolata di figure ottocentesche e attraversata da un senso della natura panico e mistico.

Laddove, fra ottocento e novecento, il reale perde senso, si fa simbolo e decadenza, l’opera dei meridionalisti oscilla fra naturalismo e simbolismo. Possiamo dire che Verga passa attraverso d’Annunzio, che i Malavoglia s’intridono del lirismo delle Novelle della Pescara.

Il prete tardò a tornare nella locanda. Si sedette sul ciglio erboso della strada, oppresso da molti pensieri. Voci perdute si udivano in lontananza, richiami di pecorai, latrati di cani, sommessi belati di greggi. Dalla terra umida si levava un leggero odore di timo e di rosmarino selvatico. Era l’ora in cui i cafoni rientravano gli asini nelle stalle e andavano a dormire. Dai vani delle finestre le madri chiamavano i figli ritardatari. Era un’ora propizia all’umiltà. L’uomo rientrava nell’animale, l’animale nella pianta, la pianta nella terra. Il ruscello in fondo alla valle si gremiva di stelle. Di Pietrasecca sommersa nell’ombra, non si distingueva che la cervice di vacca con le due grandi corna arcuate sulla sommità della locanda.

È nostro convincimento che brani come questi non si possano né spiegare né insegnare, il lettore deve sentirli da solo, dentro di sé.

Vino e pane descrive l’angoscia dell’intellettuale di sinistra che vede crollare tutti gli ideali, ridotti a schemi e regole di partito, malvagi quanto il potere al governo che sfrutta e opprime la popolazione, i cafoni, ora rinominati “rurali”. La differenza fra il protagonista Pietro Spina e le altre figure letterarie di ribelli, immaginate da autori contemporanei di Silone, è l’inazione. Spina è costretto dalla malattia all’inattività, la sua rivolta è tutta interiore, sta nel passaggio da un nome all’altro, da Pietro a Paolo, don Paolo, (non a caso entrambi nomi di apostoli) per poi tornare di nuovo a Pietro senza preavviso. Pietro è il rivoluzionario, Paolo il finto prete, alla disperata, ma autentica, ricerca di Dio. La sua ribellione è interna, morale, intellettuale, per questo “Vino e pane” si configura come testo incerto fra romanzo d’azione e d’idee.

La figura di Luigi Murica, il giovane comunista infiltrato tra i fascisti ucciso dalla milizia, ha connotazioni fortemente cristologiche. Un intero capitolo, il penultimo, è dedicato al suo martirio che richiama la crocifissione, dove il vino e il pane sono quelli della comunione e rappresentano, com’è esplicitamente detto, l’unità, la fraternità, la solidarietà fra uomini.

Cristina Colamartini, l’aspirante novizia di cui Pietro s’innamora, raffigura l’innocenza, l’agnello sbranato dal lupo, e la sua morte ha tratti decadenti e sensazionali.

Matalena, Cassola, Sciatàp, Magascià e tutti gli altri protagonisti, sono figure realistiche ma anche simboliche, attingono al naturalismo di Zolà ma anche a d’Annunzio, a Mistral e allo stesso Verga di Storia di una capinera e di La lupa, bestia evocativa di lussuria, di pulsioni rimosse.

Egli mostrò sulla collottola della bestia il segno dell’amore, il morso profondo di una femmina. L’amore dei lupi è serio. Banduccia sapeva riconoscere da lontano gli urli dei lupi: l’urlo del pericolo, che il lupo lancia quando è attaccato con le armi; l’urlo della carnaccia, che vuol dire che ha trovato qualche bestia da sbranare e chiama i compagni, perché alle bestie non piace mangiare da sole; l’urlo dell’amore, che vuol dire che avrebbe bisogno di una femmina e non si vergogna di farlo sapere.

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Riferimenti bibliografici:

Ignazio Silone, Introduzione a Vino e pane, Oscar Mondadori, 1970

Romano Luperini, Il Novecento, 1981

Salinari Ricci, Storia della Letteratura italiana, 1978

Rita Verdirame La Rosa di Gèrico, La Sicilia fantastica da Linares a Brancati, Dimensione Cosmica anno 7, luglio/agosto 1991

 

Bread and Wine by Ignazio Silone - Secondo Tranquilli (1900- 1978) - published in the definitive Mondadori edition in 1955, is part of the southernist narrative of the 1930s, very different from the realist narrative of the late 1800s that is Verga, Capuana and de Roberto.

Alvaro, Brancati and, in part, Silone, accompany their cry of social protest with a movement of nostalgia for a world that is disappearing. The city, in this case Rome, represents reality, the truth, while the Abruzzo countryside of cafoni still has late romantic, lyrical connotations, is populated with nineteenth-century figures and crossed by a mystical sense of nature.

Where, between the nineteenth and twentieth centuries, the real loses its meaning, becomes symbol and decadence, the work of the southernists oscillates between naturalism and symbolism. We can say that Verga passes through d'Annunzio, that the Malavoglia are intruding on the lyricism of the Pescara novels.

 

The priest was late returning to the inn. He sat on the grassy side of the road, overwhelmed by many thoughts. Lost voices could be heard in the distance, the calls of shepherds, the barking of dogs, the low bleating of flocks. A slight smell of thyme and wild rosemary rose from the damp earth. It was the time when the peasants returned the donkeys to the stables and went to sleep. From the windows, the mothers called their latecomers. It was an hour conducive to humility. Man re-entered in the animal, the animal in the plant, the plant in the earth. The stream at the bottom of the valley was full of stars. Of Pietrasecca submerged in the shade, we could only distinguish the cow's cervix with the two large arched horns on the top of the inn.

 

It is our belief that passages like these cannot be explained or taught, the reader must feel them alone, within himself.

Bread and Wine describes the anguish of the leftist intellectual who sees all the ideals collapse, reduced to party schemes and rules, as evil as the government power that exploits and oppresses the population, the peasants, now renamed "rural". The difference between the protagonist Pietro Spina and the other literary figures of rebels, imagined by contemporary authors of Silone, is inaction. Spina is forced by sickness into inactivity, his revolt is entirely internal, lies in the passage from one name to another, from Peter to Paul, don Paolo, (not surprisingly both names of apostles) and then back again to Peter without notice. Peter is the revolutionary, Paul the fake priest, desperate, but authentic, in search of God. His rebellion is internal, moral, intellectual, which is why "Wine and bread" is configured as an uncertain text between action and ideas novel.

 

The figure of Luigi Murica, the young communist infiltrated among the fascists killed by the militia, has strongly Christological connotations. An entire chapter, the penultimate one, is dedicated to his martyrdom which recalls the crucifixion, where wine and bread are those of communion and represent, as is explicitly said, unity, fraternity, solidarity between men.

Cristina Colamartini, the aspiring novice with whom Pietro falls in love, depicts the innocence, the lamb torn to pieces by the wolf, and his death has decadent and sensational features.

Matalena, Cassola, Sciatàp, Magascià and all the other protagonists, are realistic but also symbolic figures, they draw on the naturalism of Zolà but also on d'Annunzio, Mistral and  Verga of Storia di una capinera and La lupa, an evocative beast of lust, of impulses removed.

 

He showed on the scruff of the beast the sign of love, the deep bite of a female. The love of wolves is serious. Banduccia was able to recognize from afar the screams of wolves: the scream of danger, which the wolf casts when attacked with weapons; the scream of flesh, which means that he has found some beast to tear and calls his companions, because the beasts don't like to eat alone; the scream of love, which means that he would need a female and is not ashamed to let her know.

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Giuseppe Benassi, "Omicidio a Calafuria e altri putiferi"

6 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Giuseppe Benassi, "Omicidio a Calafuria e altri putiferi"

Omicidio a Calafuria e altri putiferi

Di Giuseppe Benassi

Bastogi 2011

pp. 210

15.00

Rischia volutamente l’insofferenza del lettore, Giuseppe Benassi, in questo “Omicidio a Calafuria e altri putiferi”, giallo destrutturato, senza inchieste e senza deduzioni logiche, ambientato in una Livorno dove di vero ci sono solo strade e monumenti, popolato da un sottobosco di personaggi erotomani che praticano orge e scambi di coppia.

Sull’omicidio di Filippo Bondelli - rampollo di famiglia nobiliare con villa ad Antignano, trovato morto, nudo e unto d’olio, sugli scogli sotto la torre di Calafuria - indaga l’avvocato Borrani, personaggio sgradevole, cinico, irriverente, dalla sessualità volgare e dionisiaca. Borrani getta in padella pesci vivi per il gusto di osservarli mentre guizzano e si contorcono, prova soddisfazione alla vista di un gatto spiaccicato sull’asfalto, è profondamente misogino, non ama il suo mestiere né i colleghi avvocati, non ama l’umanità e il suo prossimo, fa e dice cose che c’infastidiscono perché sappiano vere.

“Si vede che siamo proprio dei fuscelli al vento basta un niente e diventiamo diversi io per esempio non ho ancora capito se sono un uomo serio o un buffone se sono intelligente o un coglione” (pag 71)

Attorno all’omicidio si muove una folla di caratteri che sembrano usciti dalla Torino di A che punto è la notte di Fruttero e Lucentini o dalla penna di un Dickens iperrealista. Personaggi di cui seguiamo il flusso di coscienza in lunghi capitoli che non sviluppano la trama ma la attorcigliano su se stessa senza sbocco, in modo involuto. La maga Gilda aleggia su tutta la storia senza mai concretizzare il suo peso nell’intreccio, attempato travestito che legge i tarocchi alle madame con le quali un tempo copulava. Silvana Oldini, la fidanzata casta del morto, sembra appartenere a una poesia del suo amato Gozzano, sorta di signorina Felicita d’altri tempi, incarnazione del femminino puro cui tutti i libertini in fondo tendono, donna irraggiungibile, angelicata, stilnovista. Solo a lei, alle sue lettere appassionate, sono affidati gli unici momenti lirici di tutta la storia. Mafalda, la madre del giovane praticante dell’avvocato, vive persa nelle sue credenze esoteriche che vanno dagli angeli alla New Age. Artemisio Cocci, scultore blasfemo e dissacrante sta per partecipare alla biennale di Venezia. Marcello, il praticante senza stipendio, è alla disperata ricerca di una ragazza. C’è, più in generale, una folla fatta di avvocati, pretori, giudici, giornalisti, una moltitudine ghignante, onirica, oscena come in un quadro surreale.

E per cercare chi ha ucciso Bondelli, si riflette sulla reliquia del santo prepuzio, sulla possibile clonazione di Gesù, sull’energia vitale della Kundalini, sull’astrologia, sulla musica e sulla pittura.

I capitoli hanno stili diversi, come se Benassi stesse ancora cercando il suo e ne sperimentasse più di uno, anche per mostrarci la sua versatilità. Dal lirismo delle lettere di Silvana, si passa alla mimesi ironica del linguaggio della critica e del giornalismo. Grande spazio è dato a fitti ed estenuanti dialoghi, ricchi di giochi di parole, di aforismi quasi wildiani, “sposarsi vuol dire prendere una persona e farla diventare la peggiore delle nostre abitudini”, di botta e risposta da teatro dell’assurdo, di volgarità scatologiche e ironiche citazioni colte, fra narrazione in terza persona e flusso di coscienza, fra presente storico e passato, in un tentativo di riscatto da una perenne, frustrante, alienazione dal resto del mondo. Borrani è descritto per sentito dire, “c’è chi dice che”, ma anche, e soprattutto, tramite il suo incessante monologo interiore.

E stare ore a pescare non vuol dire per l’avvocato cercare di prendere pesci, vuol dire stare ore a vedere nel galleggiante una parte di sé che vaga fra l’aria, l’acqua del fiume, l’acqua del mare. Vuol dire inebetirsi nel sole del pomeriggio, dimenticarsi di sé e del mondo e raggiungere uno stato animale, una consistenza di vegetale, una natura minerale" (pag 22)

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Piero Paniccia, "Chernobylondon"

5 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Piero Paniccia, "Chernobylondon"

Chernobylondon

Piero Paniccia

Edizioni del Faro, 2012

Pp 338

15,00

Non si fa notare per lo stile, che è corretto, lineare, documentaristico - seppure viziato da un uso non sintattico né ritmico bensì personale della punteggiatura - ma piuttosto per il contenuto, Chernobylondon di Piero Paniccia.

La storia ha come protagonista una famiglia italiana che vede intrecciarsi il suo destino con quello di un’altra famiglia bielorussa. Al centro di tutto, al nucleo della vicenda è proprio il caso di dirlo, c’è il disastro di Chernobyl.

“Mia madre, quando venne la prima volta in Italia e conobbe mio padre, era venuta come accompagnatrice dei bambini bielorussi, che avevano sofferto per le radiazioni conseguenti il disastro di Chernobyl. Lo sai cos’è Chernobyl, no? Ora tu pensa: grazie a quel disastro sono nato io. Se tanta gente non avesse sofferto, io non sarei mai nato, ci pensi?” (pag 284)

È a causa di Chernobyl se Alessandro e Natasha s’incontrano in Italia, si amano e mettono al mondo Yuri. Natasha è un’accompagnatrice di bambini contaminati dalle radiazioni, accolti in Italia per una vacanza disintossicante. A Senigallia incontra Alessandro, del quale s’innamora e che sposa, facendo conoscere a lui e a tutta la sua famiglia la città di Minsk, spalancando le porte di un mondo fino ad allora sconosciuto, quello della Bielorussia.

Il racconto è costruito in modo volutamente spiazzante, con flash back, avanzamenti e ritorni al passato, incursioni nei ricordi di entrambe le famiglie. La storia copre un arco temporale che va dal giorno in cui si ebbe per la prima volta sentore del disastro, nell’aprile del 1986, a un futuro 2040 con scenari da fantapolitica. I blocchi di contenuto sono essenzialmente tre: il disastro di Chernobyl e le sue conseguenze sulla salute, la scherma di cui diventeranno campioni Yuri e suo cugino Mirco, la Bielorussia.

L’ombra della radioattività aleggia su tutto il racconto, dal titolo fino alla tragica conclusione. Yuri nasce “a causa di” Chernobyl ma a essere contaminato non è lui bensì suo cugino. Mirco si ammalerà di leucemia e sarà proprio Yuri, nato da Chernobyl, a salvarlo donandogli il suo midollo. E tuttavia, per una vita che si salva, ce ne sarà una da restituire alla fine del romanzo, per la felicità ricevuta, qualcuno comunque dovrà pagare.

Attorno all’atomo si svolge il racconto, dal disastro fino agli studi di fisica nucleare ai quali Yuri si dedicherà da adulto, grazie all’amore per Felicia. L’utilizzo della fusione fredda porterà, nel 2040, alla sostituzione di tutte le centrali con nuovi impianti puliti.

Il secondo blocco è costituito dalla scherma. Questa passione attraversa tutto il romanzo, dai primi contatti dei due cugini con le palestre e gli insegnanti, fino alle medaglie conquistate nelle Olimpiadi di Londra del 2012 che, quando il libro è stato scritto, ricordiamo, ancora non si erano svolte. S’intuisce l’amore del Paniccia per questo sport, e la sua competenza, al punto che il libro è stato presentato nell’ambito dei festeggiamenti per Valentina Vezzali, jesina come l’autore e medaglia d’oro olimpica. Nell’incontro finale, descritto minuto per minuto, punto per punto, luce verde per luce rossa, fra Yuri - che il destino beffardo ha portato a gareggiare sotto la bandiera bielorussa - e suo cugino Mirco, rappresentante l’Italia, si può per contrasto evidenziare la nascente amicizia di due nazioni.

E qui giungiamo al terzo - e secondo noi al migliore - dei tre nuclei di contenuto: la Bielorussia. Nessuno, prima di Paniccia, ci aveva descritto la vita in quella nazione con tanti particolari, con così grande e affettuosa partecipazione. Scopriamo boschi di alti alberi frondosi e cespugli di bacche succose, automobili come la Lada Zighuli, cibi e profumi, ma anche la burocrazia arcigna e pachidermica, aggirabile con un cesto di leccornie ben confezionato, la corruzione, il retaggio di poca democrazia e il vuoto lasciato dell’ex Unione Sovietica. Scopriamo anche pagine nere e sconosciute della storia europea, come l’eccidio di Kathyn, evento controverso, orribile massacro di cui Paniccia attribuisce la totale responsabilità ai nazisti ma che gli storici hanno rivelato essere stata opera dei sovietici.

L’interrogativo esistenziale, che accompagnerà il protagonista Yuri Mancini per l’intero romanzo, è se anche da una sciagura come quella di Chernobyl possa scaturire il bene, se sia lecito sentirsi felici in conseguenza di una disgrazia, se non si debba ricompensare il destino che ci ha regalato gioia traendola dal male.

“Maledetta Chernobyl, disse nostro nonno quando nacqui io, credendo che fossi stato ricoverato in ospedale per colpa delle radiazioni. Lui pensava che mia madre fosse stata contaminata. Così mi hanno raccontato più volte mio padre e mia madre. Nel mio caso, invece, Chernobyl non c’entrava niente. Ma oggi Chernobyl mi sta presentando il conto. Prima mi ha fatto nascere. Perché è inutile nasconderlo: io sono nato grazie a Chernobyl e non lo dimentico. Ora la maledetta Chernobyl si vendica; mi sta portando via una delle cose più care che abbia mai avuto.” (pag 315)

Intorno a tutto, avvolgente e rassicurante, pronta a sostenere e consolare i due cugini, c’è la famiglia, sia quella italiana che quella bielorussa, formata da genitori, nonni e zii, da persone oneste, capaci di strappare un sorriso e asciugare una lacrima con un semplice gesto pieno di amore come la preparazione di una teglia di lasagne, la stessa che l’autore vuole immortalata sul suo sito.

Alla fine questo romanzo con molte anime non sempre amalgamate fra loro si congeda da noi con una nota metanarrativa.

“Forse è giusto così, mica un autore può seguire una storia all’infinito. A un certo punto, quando ha detto quello che si sentiva di dire, la smette. Poi l’autore può lasciare la storia aperta o chiusa, non ha importanza. Questa credo che possa essere una prerogativa. Mica lo obbliga qualcuno. Saranno poi i suoi lettori a giudicare se per quella storia fosse la giusta fine” (pag 325)

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