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recensioni

George MacDonald, "Sulle ali del vento del nord"

24 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Sulle ali del vento del nord George MacDonald

Traduzione di Lotte Vignola Auralia edizioni, 2012

pp 323 15,00

È indubbio che sia in atto una rivalutazione delle opere dello scrittore scozzese George MacDonald (1824 – 1905) e, in particolare, di “At he back of the North Wind” del 1871. George MacDonald, noto per le sue favole e i suoi romanzi di argomento fantastico, si mosse in quell’atmosfera preraffaellita di cui faceva parte William Morris e s’inserì nell’ambito di frequentazioni che annoveravano Mary Shelley, John Ruskin, Charles Dickens, William Thackeray, Mark Twain (del quale fu amico) e C.S. Lewis. Quest’ultimo aveva una grande ammirazione per la produzione di MacDonald, lo considerava il suo maestro, a differenza di Tolkien che, come fa notare Roberto Arduini, aveva una vera e propria antipatia per la scrittura dello scozzese. “Il motivo di tanta crescente avversione”, ci spiega Arduini, “era proprio una delle caratteristiche principali di MacDonald, che divideva profondamente Tolkien da Lewis e Il Signore degli Anelli dalle Cronache di Narnia. Come scrive nella bozza di prefazione a La chiave d’oro, «MacDonald è un predicatore, e non solamente dal pulpito della chiesa; egli predica in tutti i suoi numerosi libri». A Tolkien andava di traverso l’allegoria morale: «Non sono molto attratto (anzi, direi il contrario) dalle allegorie, mistiche o morali» (R. A.)

Marco Gionta, della Auralia edizioni, ha deciso di ripubblicare il testo, già uscito nel 2011 con l’editore Raffaelli, compiendo un’operazione di rilettura, diremmo così, “personalizzata”. Per capirlo bisogna partire dalla scelta del titolo: “At the Back of the North Wind”, tradotto nell’edizione Auralia non più con “Al di là del vento del nord”, bensì con “Sulle ali del vento del nord”. Non è questo un particolare da trascurare. Tutto ruota, infatti, attorno a ciò che sta “alle spalle del vento del nord.” Diamante è un bambino vittoriano, cresciuto in una famiglia modesta ma dignitosa, in mezzo a persone oneste e rette. Il padre, cocchiere, è un gran lavoratore, la madre un esempio di virtù. Diamante stesso, che porta il nome del cavallo di famiglia, è un “Bambino di Dio”. S’intende con questa espressione l’idea di un bambino geniale ma talmente candido da apparire quasi ritardato. Diamante ha una limpidezza, una bontà, una generosità angelica tale da colpire al cuore e redimere chi viene in contatto con lui.

La più grande saggezza sembra follia, a quelli che non la possiedono.” “Le persone buone vedono cose buone e quelle cattive cose cattive”

Sarà proprio per questa sua caratteristica che verrà scelto da Vento del Nord, che altri non è se non la Morte, una sorta di dea gigantesca dalle molte personalità, terribile come Kalì e amorevole come Durga. Vento del Nord è capace di azioni benevole e letali allo stesso tempo. È bella e tremenda, minuscola e smisurata, capace di cambiare dimensioni da un istante all’altro come l’Alice di Lewis Carrol. Vento del Nord è dunque la Nera Signora, alle sue spalle c’è la fine della vita, c’è un eden, dove si sta bene ma non si può essere del tutto felici perché l’esperienza terrena ci viene a mancare e ci vengono a mancare gli affetti.

Non poteva dire di essere felice, in quel posto, perché non aveva con sé né suo padre né sua madre, ma si sentiva tranquillo, sereno, quieto e contento e questo era forse meglio che essere felici.” (pag 102)

Ma l’edizione di Auralia sembra non voler far risaltare questo lato funebre della storia. Traducendo il titolo con “Sulle ali del Vento del Nord” si dà importanza al momento ludico, avventuroso, nell’ottica positivistica che caratterizza tutta la produzione della giovane casa editrice. L’accento è posto sulle peripezie, sui viaggi, sui voli di Diamante che, nascosto fra i capelli di Vento del Nord, o aggrappato al suo seno materno e accogliente, visita luoghi meravigliosi, a metà fra l’onirico e il reale, fra il sogno e la visione. Per chi è buono, per chi è puro di cuore come il piccolo Diamante - il dolce bambino dagli occhi stellati - persino la Morte è amica. Anche il viaggio che egli compie alle sue spalle, nell’Ade, nella terra già visitata una volta da Dante - qui chiamato Durante – e descritta da Erodoto, nel gelido mondo dei più, non lo spaventa e non lo rende infelice. Diamante non è capace di spaventarsi, Diamante tutto ama e tutto comprende, Diamante trova il bello e il buono in ogni cosa. Solo chi possiede la sua ingenuità, la sua saggezza, la sua generosità e il suo amore per il prossimo, considera ogni cosa, anche la malattia, anche la morte, come inevitabile, equa, necessaria. Diamante è una creatura angelica, dispensatrice di bene, capace di connettersi al resto del creato, di entrare in empatia con la natura, i bambini, gli animali. Ha un rapporto privilegiato con i fratellini, che ama come fossero suoi figli, ai quali canta canzoni preterintellettuali che sgorgano dal cuore. Sa anche comprendere il segreto linguaggio degli animali, riconoscendone la natura celestiale, serafica, affine alla propria. Diamante è una di quelle persone che vogliono bene senza aspettarsi nulla in cambio, che disarmano con il sorriso, con la gentilezza, che pensano sempre e comunque positivo.

Tutto in quel ragazzo, così pieno di tranquilla saggezza e al tempo stesso così pronto ad accettare il giudizio degli altri, anche a suo discapito, fece presa nel mio cuore e mi sentii meravigliosamente attratto da lui. Mi sembrava, in qualche modo, come se il piccolo Diamante possedesse il segreto della vita e che fosse lui stesso, come era pronto a pensare della più piccola creatura vivente, un angelo di Dio, con qualcosa di speciale da dire e da fare.” (pag 292)

Oltre al piccolo Diamante e alla sua famiglia, i personaggi che popolano la storia sono gli stessi di gran parte della narrativa vittoriana: ragazzine povere dai tratti dickensiani, cocchieri ubriaconi che picchiano la moglie, anziani benefattori che somigliano a quelli successivamente ritratti da Frances Hodson Burnett ne “Il Piccolo Lord Fauntleroy” e ne “La piccola principessa”.

Nel testo trovano posto anche fiabe, poesie, indovinelli, come sarà poi in Tolkien e com’è nella tradizione di Lewis Carrol e delle Nursery Rhymes di Mother Goose. Molti sono inoltre i topoi della letteratura fiabesca che ritroviamo qui, dal cavallo parlante, all’armadio fatato, (cfr “Le cronache di Narnia” ma anche un film recente come “Monsters & Co”), al vento turbinoso che trasporta in mondi fantastici (“Il meraviglioso Mago di Oz” di Frank Baum, 1900).

Riferimenti

Roberto Arduini, “George MacDonald e J.R.R. Tolkien, un'ispirazione rimpianta” , www.jrrtolkien.it

There is no doubt that a re-evaluation of the works of the Scottish writer George MacDonald (1824 - 1905) and, in particular, of "At the back of the North Wind" of 1871 is underway.

George MacDonald, known for his fables and his fantastic novels, moved in that pre-Raphaelite atmosphere to which William Morris belonged and inserted himself in the ambit of acquaintances that included Mary Shelley, John Ruskin, Charles Dickens, William Thackeray, Mark Twain (of whom he was a friend) and CS Lewis.

The latter had a great admiration for the production of MacDonald, he considered him his master, unlike Tolkien who, as Roberto Arduini points out, had a real dislike for the writing of the Scotsman.

The reason for so much growing aversion,” explains Arduini, “was just one of the main characteristics of MacDonald, which profoundly divided Tolkien from Lewis and The Lord of the Rings from the Chronicles of Narnia. As he writes in the draft preface to The Golden Key, "MacDonald is a preacher, and not only from the pulpit of the church; he preaches in all his many books. " Tolkien did not like moral allegory: "I am not very attracted (indeed, I would say the opposite) to allegories, mystical or moral" (R. A.)

Diamante is a Victorian child, raised in a modest but dignified family, in the midst of honest and upright people. The father, coachman, is a hard worker, the mother an example of virtue. Diamante himself, who bears the name of the family horse, is a "Child of God". By this expression is meant the idea of ​​a brilliant but so candid child that he appears almost mentally retarded. Diamante has a limpidity, a goodness, an angelic generosity such as to strike the heart and redeem those who come in contact with him.

 

"The greatest wisdom seems madness, to those who don't have it."

"Good people see good things and bad people bad things"

 

It will be precisely for this characteristic that he will be chosen by the North Wind, which is none other than Death, a sort of gigantic goddess with many personalities, terrible as Kali and loving as Durga. North Wind is capable of benevolent and lethal actions at the same time. It is beautiful and tremendous, tiny and boundless, capable of changing dimensions from one instant to another like Lewis Carrol's Alice.

The North Wind is therefore the Black Lady, behind her there is the end of life, there is an Eden, where one is well but cannot be completely happy because the earthly experience is lacking and we are to miss the affections.

 

"He couldn't say he was happy in that place, because he didn't have his father or mother with him, but he felt calm, peaceful, quiet and happy and this was perhaps better than being happy." (page 102)

 

The accent is placed on the vicissitudes, on the travels, on the flights of Diamante who, hidden in the hair of the North Wind, or clinging to his maternal and welcoming breast, visits wonderful places, halfway between the dreamlike and the real, between the dream and the vision.

For those who are good, for those who are pure in heart like the little Diamond - the sweet child with starry eyes - even Death is a friend. Even the journey he takes behind her, in Hades, in the land already visited once by Dante - here called Durante - and described by Herodotus, in the freezing world of the dead, does not frighten him or make him unhappy. Diamante is not able to be frightened, Diamante loves everything and understands everything, Diamante finds beauty and goodness in everyone. Only those who possess his naivety, his wisdom, his generosity and his love for others, consider everything, even illness, even death, as inevitable, fair, necessary.

Diamante is an angelic creature, dispenser of good, capable of connecting to the rest of creation, of empathizing with nature, children and animals. He has a privileged relationship with his siblings, whom he loves as if they were his children, to whom he sings pre-intellectual songs that flow from the heart. He also knows how to understand the secret language of animals, recognizing their celestial, seraphic nature, similar to his own. Diamante is one of those people who love each other without expecting anything in return, who disarm with a smile, with kindness, who always think positive.

 

Everything in that boy, so full of quiet wisdom and at the same time so ready to accept the judgment of others, even at his expense, took hold of my heart and I felt wonderfully attracted to him. It seemed to me, somehow, as if the little Diamond possessed the secret of life and that he was himself, as he was ready to think of the smallest living creature, an angel of God, with something special to say and do. "

 

In addition to little Diamante and his family, the characters that populate the story are the same as most of the Victorian narrative: poor girls with Dickensian traits, drunken coachmen who beat their wife, elderly benefactors who look like those later portrayed by Frances Hodson Burnett in The Little Lord Fauntleroy and in The Little Princess.

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Aldo Dalla Vecchia, "Vita da Giornalaia"

20 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #teatro

Aldo Dalla Vecchia, "Vita da Giornalaia"

Vita da Giornalaia
Aldo Dalla Vecchia

Vi proponiamo un’anteprima teatrale dal sapore del tutto esclusivo che dovrebbe uscire a breve anche come testo narrativo.
C’è un attore al centro della scena e c’è una voce fuori campo che pone delle domande. Quello che potrebbe essere un lungo monologo si trasforma in un’intervista, dove il ruolo dell’intervistato e dell’intervistatore si scambiano. A subire un fuoco di domande, infatti, è colui che per abitudine, per professione, per competenza, di solito le ha sempre fatte: lo scrittore, giornalista e autore televisivo Aldo Dalla Vecchia.
Aldo racconta la sua gavetta di figlio d’industriale che ha sempre amato la parola scritta più dell’azienda di papà. Fin da piccolo ha avuto nel sangue il desiderio di diventare giornalista. Lasciato Chiampo, piccolo paese del vicentino, per Milano – città della quale s’innamorerà al punto da piangere di gioia ritornandovi dopo un “brutto” soggiorno romano – Aldo comincia un iter fatto di telefonate in tutte le testate. Si arma di gettoni, occupa una cabina e chiama la “spettabile redazione”. Alla fine qualcuno risponde. Da “Epoca” a “Sorrisi e Canzoni tv”, Aldo si fa strada nei giornali più importanti, dove si occupa di costume e di gossip, di musica, di spettacolo, di arte.
Ma Aldo appartiene anche a quella generazione che ha vissuto il passaggio dalla tivù di stato a quella commerciale. Da una televisione ingessata, didascalica, moralista, si ritrova catapultato in un’emittente fantasmagorica e yuppi. È la nuova tv del biscione, quella dei mitici anni ottanta, dei lustrini, con tutti i chiaroscuri del caso.

Aldo viene accolto in Mediaset e ne vive forse il periodo più innovativo e brillante, quello degli esordi, del Drive in, della Milano da bere. Firma un programma che resta nella storia della televisione “Target”, partecipa a “Verissimo”, a “il Bivio” e a “Giallo Uno”.
Tutto il monologo è una scoppiettante rievocazione di tanti anni di televisione e di mille incontri, da quelli con i miti come Mike Bongiorno, a quelli con personaggi colorati e istrionici come l’amico Malgioglio, Platinette, Moira Orfei, la sensuale Alba Parietti dei tempi del glorioso sgabello. Scorrono sotto i nostri occhi tutti i big: Raffaella Carrà, Mino Reitano, i Pooh, Rita Pavone, Miguel Bosè, Amanda Lear. Il pezzo è tutta una carrellata di soubrette e soubrettine, di personaggi chiacchierati, come Nina Moric e Fabrizio Corona, ma anche di contatti professionali importanti, di maestri del giornalismo e della televisione come Maurizio Costanzo.
Il tono è disteso, ironico, facile ma in grado di ricostruire dall’interno un mondo che tutti noi conosciamo solo superficialmente, senza renderci conto del lavoro che c’è dietro, della fatica anche fisica. Immaginiamo l’impegno, gli appostamenti in attesa del vip di turno, la difficoltà di ottenere l’esclusiva di un’intervista, il lavoro certosino che sta alla base di un programma, la dedizione e la passione di chi non conosce domeniche o feste comandate.
Si spazia attraverso tutta la storia della televisione, da “Pippi Calzelunghe” a “La Casa nella Prateria”, da “Michele Strogoff” a“Drive In”, da “Orzoway” al “GF” - autentico spartiacque fra ciò che lo ha preceduto e la grande stagione del reality – e, ancora, dalla tivù generalista ai canali digitali.
Il testo si apre in due direzioni: da una parte l’approfondimento saggistico, dall’altra la memoria. Le due componenti si fondono in una sola, cosicché l’excursus attraverso la storia della televisione è tracciato sul filo di una prepotente nostalgia personale.

La fine degli Anni Settanta segnò per noi piccoli telespettatori un passaggio epocale e uno choc assoluto ma benefico, con l’arrivo dei programmi a colori e la nascita delle tivù private, una su tutte Telemilano 58, la futura Canale 5 dove ritrovai molti dei miei beniamini. Il primo è stato Mike; dopo di lui, arrivarono Loretta Goggi, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Corrado: tutti transfughi dalla Rai.”

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Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi

19 Giugno 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #interviste

Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi

Vincent Spasaro

Il demone sterminatore

Cronache dal fiume senza rive

Edizioni Anordest – Pag. 682 – Euro 15,90

Non c’è modo migliore per presentare Il demone sterminatore che prendere in prestito le parole dette nel corso di una recente presentazione da Eugenio Saguatti: “Non saprei come collocarlo in libreria. È un dark-gothic-horror-fantasy-epic-adventu e altro ancora. Consigliato a chi ama le robe fosche, apprezza gli sconfinamenti di genere, cerca personaggi complicati, fuori dagli stereotipi, vuole una lunga e sporca avventura. Vivamente sconsigliato a chi pensa: il fantasy è per ragazzini, non somiglia per niente a Tolkien, che palle, non ci sono elfi, il fantastico italiano non produrrà mai niente di valido ed esportabile”.

La collana Criminal Brain di Edizioni Anordest colma un vuoto in tema di saghe fantasy per adulti con un romanzo innovativo, scritto da Spasaro, senza dubbio ispirato dalla narrativa horror - fantastica di Alan D. Altieri e Valerio Evangelisti.

Tre cacciatori inseguono un pericoloso criminale che si è macchiato del più orrendo dei delitti, si muovono lungo un fiume senza rive, cercano di catturare un terribile demone sterminatore che potrebbe essere ovunque, nascosto in un mondo fatto di tranelli, dove le radici degli alberi si cibano di bambini indifesi. Un dark fantasy originale e ben scritto, con un linguaggio poetico e letterario, curato nelle descrizioni degli ambienti fantastici, come una scenografia di un film di Mario Bava, dai colori cupi e accesi tipici del gotico, ma a tratti angoscioso come un vecchio postatomico. Un esempio di stile: “Le mie terre sono monti torreggianti a meridione e un mare ghiacciato a Nord. Sono cresciuto su di un porto che puzzava di pesce di altura. Venuto su con addosso la puzza di pesce e il freddo intenso nelle ossa, e ormai ho l’impressione, a tanti anni di distanza, che me li porterò dietro finché campo, anche su questo fiume dove non si è mai visto alcun pesce”. Ogni capitolo è un canto, ogni singola storia si fonde e si concatena alle altre, senza la minima sbavatura, andando a comporre un corpus fantastico che crea un mondo infernale, apocalittico, oscuro, dove a ogni angolo si nasconde un pericolo.

Vincent Spasaro parte dalla tradizione per scrivere cose originali, omaggiando i classici. Intende il dark fantasy come il fantasy di Howard (Conan il barbaro), Smith (le storie dell’universo Zothique) e Lovecraft, autore onirico che conosce bene. I suoi maestri sono gli scrittori americani degli anni Trenta che facevano capo alla rivista Weird Tales. Il suo fantasy è molto oscuro, non è certo un Tolkien per ragazzini, ma ricorda molto da vicino George Martin (Le cronache del ghiaccio e del fuoco). Riconosciamo tra le letture di Spasaro il fantasy oscuro di Micheal Moorcock (Elric di Melniboné) e di Robert Hodstock. Non mancano riferimenti alla narrativa horror di Stephen King e Clive Baker, ma anche al fantastico di Jack Vance, Poul Anderson, Ursula K. Le Guin, Dan Simmons e Serge Brussolo.

Abbiamo avvicinato Vincent per porgli alcune domande.

Perché un dark fantasy dopo il Segretissimo edito da Mondadori?

Perché mi piace variare. Fermo restando che amo scrivere di cose oscure, ritengo umilmente che il mio spettro narrativo sia abbastanza ampio. Avevo gran desiderio di pubblicare qualcosa di molto epico e tragico, un racconto che interessasse non solo un mondo ma un universo pieno di leggende, storie, religioni e società variegate, e impiantarvi una tragedia. Credo nella forza catartica della narrazione di storie. Volevo cimentarmi stavolta con qualcosa di molto variegato, senza necessariamente aderenze col reale come è stato invece per Assedio. Un omaggio a molti dei miei scrittori preferiti come Lovecraft, Moorcock, Brussolo…

Credi che il fantasy per adulti possa avere un mercato in Italia?

Penso proprio di sì, come ha dimostrato George Martin. La nostra è la patria delle storie oscure e avventurose, sia per la tradizione ancestrale del bacino mediterraneo con le sue grandi civiltà che per il percorso storico travagliato e denso di avvenimenti che ha interessato la penisola nei secoli. Se Shakespeare ambientava in Italia certi suoi drammi, un motivo ci sarà pur stato. Il problema, più che il fantasy per adulti, mi sembra il mercato. Al momento vedo che, per vari motivi che coinvolgono il deterioramento culturale e sociale della nazione, il mercato editoriale è uno stagno melmoso in cui tutti fanno fatica a sopravvivere. Reiterando un circolo vizioso, l’editore osa pochissimo e il lettore viene invogliato a scegliere temi che considera sicuri, separando lo scrittore italiano, che deve per forza scrivere di certi argomenti inerenti spesso più al proprio ombelico che altro, da quello straniero che può permettersi di divertire e appassionare.

Assedio uscirà in libreria, dopo l’edizione da edicola?

Sì. Sono orgoglioso di annunciarvi che a Settembre verrà ripubblicato da Anordest in un’edizione totalmente rivista. Credo molto in questo romanzo che esplora un’altra strada da me molto amata: l’orrore paranormale qui mescolato col thriller adrenalinico e l’hard boiled. Si tratta sempre di terrore e morte, naturalmente, come immagina chi mi conosce. Ma in Assedio l’orrore sovrannaturale va a infilarsi nelle pieghe dello spaventoso assedio della città di Sarajevo degli anni 90. Lo stile è molto diverso ma il batticuore assicurato.

Chi è il lettore ideale della tua storia?

Probabilmente il lavoratore che in metropolitana ha bisogno di staccare coi problemi della vita quotidiana e sfogare nei risvolti di una storia fantastica o orrorifica le sue frustrazioni. Chi insomma non desidera che gli si indichi per forza una strada di vita e gli si facciano prediche. La letteratura di genere ha aiutato un sacco di gente a trovare una finestra da cui guardare per un attimo altre prospettive, e ancor prima, per secoli, la narrazione orale di storie straordinarie nelle case dei nobili come dei contadini ha appassionato grandi e piccini. Perché non continuare?

Leggete Vincent Spasaro, se amate il fantastico e l’avventura. Non ve ne pentirete.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi
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Libri per l’estate Fantasy, thriller, horror, love story…

16 Giugno 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Libri per l’estate  Fantasy, thriller, horror, love story…

Sono tanti i libri che affollano la mia scrivania, anzi il mio comò, ché io i libri li tengo a portata di mano per quando vado a letto; prima di dormire - abitudine che si tramanda di padre in figlio - leggo sempre qualche pagina. Ma quando viene l’estate, le giornate si allungano, il tempo aumenta, Piombino è ricco di mare e pinete, leggo molto di più, tra libri e manoscritti che piovono da ogni dove, anche tre testi a settimana. Contando che molti siano affamati di libri, comincio a selezionare. Prendete appunti. Lettura estiva obbligata uno straordinario dark fantasy scritto da Vincent Spasaro, che dopo Assedio (uscito per Segretissimo, ma in ristampa per Edizioni Anordest), sorprende con l’inquietante Il demone sterminatore, libro di cui parlerò diffusamente in altra nota. Chi ama la divulgazione storica non si lasci sfuggire Nicola Bombacci, tra Lenin e Mussolini di Daniele Dell’Orco (Historica), che racconta la vita dimenticata di uno dei fondatori del partito comunista italiano, passato al fascismo, per morire accanto al duce. Massimo Maugeri esce con E/O, nella collana diretta da Carlotto e Rossi, presentato da Valerio Evangelisti, con un giallo intitolato Trinacria Parck, ben congegnato e dotato di meticolosi meccanismi, utile come svago e capace di far pensare. Domenico Vecchioni aggiunge una biografia interessante al suo infaticabile lavoro di storico dello spionaggio e concepisce Kim Philby - Il terzo uomo (Greco&Greco), sulla vita di uno degli agenti segreti più efficaci di tutti i tempi. Amate la poesia? Non perdetevi Roberto Mosi e il suo Concerto (Gazebo), dedicato a Populonia, terra etrusca dalla quale scrivo. Tutt’altra materia affronta Le vendicatrici, edito dalla giovane e intraprendente Cut-up, che racconta la vendetta al femminile, tra eccessi splatter e horror. Tra i migliori autori - presentati da Alan D. Altieri - spiccano Danilo Arona, Marco Roberto Cappelli e Luigi Bernardi. Concludo con le molte novità di Edizioni Anordest, casa editrice di Villorba che sta lavorando bene, proponendo libri di autori giovani e interessanti, ma anche lanciando best-seller inediti in Italia. Lia Tosi è finalista al Premio Viareggio con Ispida stella, un romanzo a metà strada tra il diario e la cronaca sentimentale dei nostri anni Ottanta. La cubana di Los Angeles Cecilia Samartin pubblica Tutto l’amore di nonna Lola, un best-seller internazionale capace di far emozionare e sorridere, affascinante per la costruzione del carattere della protagonista. In appendice trovate anche le ricette caraibiche di nonna Lola. Amore, cucina, passione e la storia di un bambino che grazie all’affetto della nonna riesce a convivere con la morte e a godere di momenti di inaspettata felicità. Lauren Conrad è l’ultima scoperta internazionale di Edizioni Anordest, diventata famosa come protagonista di due serie di culto di MTV, mix tra reality show e fiction: Laguna Beach e The Hills. L’editore trevigiano pubblica L.A. Candy, il primo romanzo della Conrad, ispirato alla sua vita personale, il primo di una trilogia, vero e proprio best-seller nella classifica dei libri più venduti redatta dal New York Times.

Per ora basta. Avete da leggere almeno fino a luglio.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Libri per l’estate  Fantasy, thriller, horror, love story…
Libri per l’estate  Fantasy, thriller, horror, love story…
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Recensione: un thriller alla Simenon

3 Giugno 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

Recensione: un thriller alla Simenon

NE CIVES AD ARMA RUANT

di Franca Poli e Giovanni D’Ippolito

Edit. Zona

Scrittura coinvolgente, capacità descrittiva,sottile abilità psicologica.

Sin dalle prime pagine, trascina verso la soluzione finale. Che non è la cattura del serial killer, ma la rivelazione amara di un dramma umano, il dramma di un’anima lacerata, di una mente che si rifugia in allucinazioni compensatorie.

Nel percorso di un’indagine accurata e minuziosa, ci si imbatte nell’inquietante realtà metropolitana, che è poi il luogo dell’alienazione, della devianza, delle solitudini che non si incontrano, ma urlano l’una contro l’altra.

È una scrittura di genere, un thriller con la tipologia del giallo alla Simenon, con figure bonarie, accattivanti di investigatori, che, nella loro normalità, nella loro quotidianità, ci assomigliano, ci sono familiari.

Il pregio della narrazione è, appunto, nella caratterizzazione dei personaggi. Soprattutto nell’abilità a delineare, attraverso il doppio percorso, delle indagini istituzionali e delle fantasie solitarie di un killer, la psicologia di una mente sconvolta che colloquia con i fantasmi, che vive un mondo che non le appartiene, che brancola nel dolore.

E così, nonostante il successo delle indagini, quello che alla fine ti resta, è il senso di amarezza, di sconfitta, è l’umana “pietas” per la fragilità dell’uomo.

Un libro da leggere, da gustare, per chi ama il noir, ma anche per chi sa apprezzare la buona scrittura.

I. V.

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Davide Steccanella, "Gli anni della lotta armata", recensione di Marco de Franchi

17 Maggio 2013 , Scritto da Marco de Franchi Con tag #marco de franchi, #recensioni

Davide Steccanella, "Gli anni della lotta armata", recensione di Marco de Franchi

Gli Anni della Lotta Armata

Davide Steccanella

Edizioni Bietti

pp 490

17,00

In una recente intervista al Messaggero, Antonio Marini, già pubblico ministero nei processi Moro-ter e Moro-quater e adesso Avvocato Generale della corte d’appello di Roma, mette in guardia su un possibile ritorno degli anni di piombo. Non è il solito allarmismo dei media. Il magistrato, esperto di terrorismo, analizza il male sociale che in questo momento attraversa il Paese e lo paragona al clima degli anni settanta e a quel crogiuolo di idee “cattive” che, mutatis mutandis, produssero la lotta armata. Il recente episodio della gambizzazione del manager dell’Ansaldo Adinolfi, a Genova, secondo Marini, non è molto diverso da quello che accadde agli albori dei primi attentati marcati BR.

Quasi nello stesso momento veniamo a sapere che esiste un nastro su cui sarebbe incisa la voce di uno dei brigatisti che uccise il senatore Roberto Ruffilli, nel 1988, in quello che fu definito l’ultimo delitto delle Brigate Rosse prima della così detta “ritirata strategica” (e prima, naturalmente, che dal 1999 al 2003 altre tre vittime si aggiungessero al lungo elenco: D’Antona, Biagi e Petri). Si tratta di una registrazione contenuta in una vecchia audiocassetta che conterrebbe i risultati di una riunione strategica brigatista durante la quale si discuteva appunto dell’azione Ruffilli (immagino con quel triste linguaggio burocratico-brigatese che così bene Leonardo Sciascia immortalò in due righe due). Su quei nastri si stanno approfondendo accertamenti tecnici adeguati alle conoscenze attuali, come a dire che la Giustizia macina lenta, ma macina.

Non sembra mai troppo tardi, dunque, per la pubblicazione di un libro come quello che Davide Steccanella – avvocato penalista con la vocazione dello storico – ci consegna. Si tratta effettivamente, come recita il sottotitolo, di una “cronologia” (…di una rivoluzione mancata, per l’esattezza) e di una cronologia storica mantiene le qualità: la precisione e il rigore della documentazione nonché una certa obiettività. Suddivisa per anni, dal 1969 ai giorni nostri, come un vero e proprio diario, offre l’opportunità di leggere il libro come un’opera unica e omogenea, ma consente anche la documentazione del singolo fatto, dell’episodio a sé, o di un periodo particolare, diventando, il libro stesso, strumento di consultazione. Un’operazione, quindi, già di per sé interessante e utilissima per chi si occupa di questi argomenti o per chi vi si accosta per la prima volta in maniera organica.

Steccanella però non è solo un osservatore asettico, ma appunto uno studioso dichiaratamente non “professionista” del fenomeno del terrorismo, è come tale è animato da sincero e contagioso entusiasmo. Di più, l’autore, come un incuriosito e instancabile entomologo della storia cerca e offre commenti preziosi, suggerisce collegamenti, scandaglia ipotesi.

La sua opera alla fine non consiste solo in un elenco cronologico e puntuale degli avvenimenti - attenzione, di tutti gli avvenimenti, anche quelli minori e meno conosciuti o facilmente dimenticati – che hanno costellato quarant’anni di storia. Ma è anzi un compendio preciso ed esaustivo dei fatti che in qualche modo viene “macchiato” da considerazioni, interventi, interpretazioni appassionate e spesso drammatiche. Il contesto, dunque, è quello che rende così vitale questo libro, tanto da farlo diventare una sorta di romanzo della storia insanguinata del fenomeno del terrorismo di sinistra. Un contesto, peraltro, fatto non solo di citazioni storiche e meta-storiche, ma anche di rimandi di costume, di citazioni di film o canzoni uscite in un dato periodo, di annotazioni anche modaiole, ma mai fini a se stesse. È come se Steccanella, in ogni paragrafo del suo libro, voglia farci sentire quanto quella “storia” sia ancora viva, voglia ricordarci come quegli anni siano stati anche i nostri anni, o dei nostri fratelli più grandi, o dei nostri genitori, voglia rammentarci, semmai ce ne fossimo dimenticati, come il Paese che descrive sia sempre lo stesso, quello in cui viviamo tuttora. E nulla è meno bidimensionale e fittizio di un quadro che non tralascia tutti i segnali che compongono la vita di tutti i giorni, passando dalla cronaca rosa a quella nera, dalla politica all’economia, dallo spettacolo al dramma, dalla vita alla morte. E così ad ogni incipt di capitolo, prima ancora di introdurre all’elenco nefando e nefasto degli orrori della lotta armata, ecco brevi citazioni di ciò che quel dato anno ci riservava. Così, per esempio, nella prima pagina del capitolo dedicato al 1978 – anno spartiacque della guerra tra terrorismo e Stato – l’autore ci ricorda che i Queen pubblicarono l’album “Jazz”, che al cinema Woody Allen vinse l’Oscar per il film “Io & Annie”, che l’Argentina vinse i mondiali, la Juventus lo scudetto e i Matia Bazar Sanremo con “E dirsi ciao”. E poi, subito, dopo, eccolo il lucido diario di quei dodici mesi fatali, con il sequestro e la morte di Moro e tutto ciò che ne conseguì e ne consegue ancora.

Il calendario di Steccanella, inoltre, arriva proprio a ridosso dei giorni nostri, a dimostrazione dello sforzo di documentazione dell’autore, precisamente al primo marzo 2013, appena due mesi fa, con la morte in un conflitto a fuoco, durante una rapina “comune” a Roma, di Giorgio Frau, ex Lotta Continua e Brigatista rosso delle UCC.

Infine un’appendice forse un po’ slegata dal contesto e dall’impostazione del libro, ma che è comunque molto interessante: si tratta di un’intervista a Luca Colombo, uno dei fondatori insieme a Corrado Alunni delle FCC, formazione terroristica minore ma non meno agguerrita delle “matrigne” BR. L’intervista, che conserva i toni della memoria e consente una visione dall’interno dell’animo brigatista di allora, è stata fatta da un ex allievo di Colombo, e, da quello che si dice, è stata sollecitata e curata dall’intermediazione dello stesso Steccanella.

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Rosa Santoro, "Io, però"

15 Maggio 2013 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni, #erotismo

Rosa Santoro, "Io, però"

"Io, però"

Rosa Santoro

Arduino Sacco editore

pp120

L’erotismo coniugato al femminile è un tema affascinate ma difficile. Difficile per il retaggio che da secoli pesa sulla sfera sessuale della donna, per il perbenismo e anche il maschilismo che l’ha tenuto sommerso.

Anche se recentemente la letteratura si è popolata di storie erotiche narrate da voce di donna, siamo ancora ben lontani da una potente seduzione che coinvolga il lettore, incapace di abbandonare le pagine del libro, come era successo con “Il delta di Venere” di Anaïs Nin.

Partendo dal presupposto che ogni persona ha un suo concetto di erotismo, non è facile catturare l’attenzione del lettore oltre la prima curiosità, per farlo è necessario che la narrazione si dipani, scorra tra le dita come sabbia fine.

Io, però…” è un tentativo coraggioso in questo senso, dare una visione originale di un mondo che appartiene alla sfera intima di ognuno.

Margherita, la protagonista, va a Roma alla ricerca del successo nel mondo dello spettacolo. Sale e scende da quei treni che la portano via e la riportano a casa, ma gli incontri che fa non l’avvicinano neanche a quel mondo, resta invece coinvolta con una serie di uomini ambigui e violenti. La sua ricerca del piacere, che pervade tutta la narrazione, resta la vera protagonista del romanzo, fino all’estrema conclusione, la morte.

Non sappiamo se questa morte, nelle intenzioni della scrittrice, sia alla fine un giudizio morale, certamente balza agli occhi come il “peccato” conduca inevitabilmente al termine dell’esistenza di Margherita.

Il lettore, però, deve a volte tornare indietro per capire chi fa cosa, la sintassi è spesso decisamente ingarbugliata. Non basta descrivere qualcosa per renderla fruibile ad altri da noi, nemmeno il sesso. Si dice che il linguaggio sia una convenzione e, quindi, le regole che lo governano sono necessarie per la comunicazione tra chi scrive e chi legge.

L’Autrice vuole sicuramente comunicare, e con forza, ma si capisce tra le righe, mentre sarebbe stato necessario che la storia, triste ma reale, fosse definita con penna più precisa. L’argomento, scabroso fino ad essere brutale, domina troppo rispetto al vissuto del personaggio principale, avremmo voluto capire di più di Margherita, se solo si fosse espressa con parole più comprensibili.

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Paolo Mantioni, "Le età della vita"

8 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #paolo mantioni

Paolo Mantioni, "Le età della vita"

Le età della vita

Paolo Mantioni

Bebert edizioni, 2013

pp152

13.00

Mi pare che tu non riesca a credere veramente in nulla di quello che fai, non ti consumi fino in fondo, continui a mantenere un controllo che ti serve per restare fuori. Ma così rischi di rimanere fuori dalla letteratura, dal lavoro e pure dalla vita.” (pag 86)

Ci sono persone che si guardano dall’esterno e non sono mai convinte o immerse in ciò che stanno facendo, restano sempre un passo al di fuori. Invece, per vivere, per fare carriera, per inserirsi bene nel sistema, bisogna essere agguerriti, disciplinati, disposti a compromessi, a non avere dubbi. Il protagonista di “Le età della vita”, alter ego giovanile dell’autore, è una di queste persone.

L’io narrante è un universitario, matricola di Lettere che, per mantenersi agli studi, lavora di notte ai mercati generali di Roma, come grossista di pesce. Apparentemente felice, ama lo studio, che lo fa volare in cieli intellettuali dai quali si sente irrimediabilmente attratto, ma ha anche un buon rapporto col suo lavoro, in grado di mantenerlo con i piedi per terra, di offrirgli il necessario distacco per vedere le cose con obiettività e non perdersi in un iperuranio di astrazioni filologiche. Ha pure una fidanzata che gli dà tutta se stessa, che gli vuole bene, che lo sprona studiare, a costruirsi una posizione come si deve.

Il suo lavoro lo mette a contatto con un’umanità variopinta, pittoresca, popolare, di cui si sente parte e dalla quale, nello stesso tempo, prende le distanze da persona colta.

Di tanto in tanto, come d’abitudine, interrompeva brevemente la lettura per assaporarne più pacatamente il gusto, per prolungarne e trattenerne il godimento, quasi a confrontarla con quanto di brutto e incomprensibile gli ruotava intorno.” (pag 53)

Ma anche lui appartiene a quel mondo, anche lui parla quel dialetto plebeo, anche lui è uno di loro, senza, tuttavia, esserlo fino in fondo.

Questo era il mondo popolare dal quale veniva e che amava frequentare ora che i libri lo aiutavano a distaccarsene, ora che poteva vederlo anche con gli occhi degli autori più amati e che poteva scomporlo con gli schemi analitici degli studiosi più in voga.” (pag 72)

Riesce ad analizzarne i meccanismi linguistici e le dinamiche umane, barcamenandosi fra i due mondi, tenendosi in equilibrio fin quando gli è possibile. Ma viene un momento in cui qualcosa si spezza e l’alienazione cresce, il senso di estraneità deflagra.

Qualcosa stava cambiando. Tra il “cacatore “ di Pieretto e il “sublime” di Patrizi da Cherso la forbice si andava facendo troppo ampia. Rischiava di perdersi in una terra prosciugata, abbandonata dall’uno e dall’altro. Il senso di non appartenenza lo stava ghermendo.”

Pure nelle vite che sembrano scorrere con più facilità, che paiono scivolare su ottimi binari, qualcosa stride, frena, blocca lo scorrimento: si chiama paura e può farti deragliare.

Sono due le paure che aleggiano nel romanzo, una è quella inconfessata che non accada nulla, che tutto vada come deve andare, che la fidanzata si trasformi in moglie, il lavoro precario diventi occupazione stabile, gli studi portino alla laurea e al posto fisso; l’altra, invece, che capiti l’imponderabile, lo scarto, lo scherzo cattivo del destino pronto a cambiare tutto, a distruggere, rivoluzionare, scompaginare.

Entrambe queste angosce sono identificate dal personaggio di Carmine Avagliano, uomo al limite, borderline fra un’esistenza quasi normale e una da barbone. Carmine rappresenta un incontro casuale per il protagonista ma di quelli che ti folgorano. Carmine, un tempo, era un laureato pieno di speranze e in procinto di sposarsi. Poi Elsa, la sua fidanzata svizzera, è morta in un incidente, e Carmine è andato lentamente alla deriva, ha smesso di studiare, di lavorare, mantenendo però il suo alloggio, seppur spoglio di ogni suppellettile, mantenendo una parvenza di regolarità fatta di dormite, di passeggiate, di una finestra dalla quale ancora guardare fuori.

Carmine è ciò che il protagonista potrebbe diventare se si lasciasse sommergere dal nulla, ma è anche, sottilmente, simbolo positivo di ribellione al sistema, a una vita conosciuta e prevedibile.

Il protagonista decide di mettere ordine nelle carte di Carmine. Non sa perché senta l’esigenza di farlo, visto che, sistemare la vita dell’altro significa scardinare la propria, non andare al lavoro, perdere le lezioni dell’università, litigare con la fidanzata. Più che i fogli di Carmine si accumulano in pile ordinate, più che la vita del protagonista va all’aria.

Voglio capire, voglio dargli un senso.”

”Il mondo non ha senso”

“Il mondo, no. Ma ogni sua singola componente, sì.” (pag 56)

Il bisogno di archiviare, di catalogare, è lo stesso che porta l’autore a descrivere con faticosa minuzia tutte le operazione del mercato, come se analizzando ciò che lo circonda, egli possa esercitare una qualche forma di controllo sulla propria vita - forse non proprio quella desiderata - e su se stesso, sui propri impulsi, su quel misto di alto e basso, di istinto e cultura, che lo caratterizza senza fondersi mai completamente, e che si riflette anche nella lingua, incisiva, curata nei minimi particolari, ma intersecata dal dialetto romanesco. “Un romano laureato in letteratura potrà mai spiccicarsi di dosso il romanesco?”

Raffinato e proletario, letterato e volgare, si alternano e s’incrociano come trama e ordito per tutto il romanzo.

Ma vaffanculo!

Il gesto apotropaico susseguente (fregarsi i testicoli, insomma) era assolutamente inevitabile. La superstizione accompagnata energicamente alla porta, tolleranti ma decisi, da Montesquieu, Leopardi e Lévi – Strauss, rifaceva capoccella dalla finestra, e chi le faceva da sgabello intrecciando le dita delle mani all’altezza dell’inguine? Un divertito e malizioso “Richetto er pesciarolo”, detto Lo Scaltro” (pag 70)

Sembrerebbe, a prima vista, la stessa operazione linguistica pasoliniana, solo che qui la mimesi è totale e non c’è lirismo nella lingua di Mantioni, solo un’operazione lucidamente razionale. Tuttavia, nonostante questo intellettualismo, nonostante la meticolosità con cui sono descritte certe scene, il romanzo non è faticoso, scorre, crea attesa e curiosità nel lettore.

C’è poi, anche se non del tutto sviluppato, il filone psicanalitico, che si ritrova nei racconti infantili a conclusione del romanzo. È come se l’autore accennasse a qualcosa di cui, tuttavia, non arrischia parlare. Se ci si potesse inoltrare nei meandri della psicanalisi, ci dice, le scoperte sarebbero tante e tali che un racconto solo non basterebbe, lo scavo interiore potrebbe davvero far uscire la vita dagli schemi autoimposti, trasformandola in scheggia impazzita, in lettera senza collocazione che può volare al primo colpo di vento.

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"Scrittura-mania" recensisce "Noemàtia" dell'autrice Adriana Pedicini

7 Maggio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Adriana  

Avvicinarsi ad una raccolta di poesie, soprattutto se a carattere intimistico, come "Noematia", equivale a vedersi consegnare le chiavi dell'anima di chi scrive, ad entrare in contatto con i suoi segreti più reconditi,
le sue emozioni più private, a frugare, se pur autorizzati, nei suoi ricordi, nelle sue speranze, dialogando intimamente con i suoi sogni, facendo propria, anche solo per il tempo di una lettura, la sua personale  visione del mondo.
E' con un atto di estrema fiducia, quindi, che Adriana Pedicini si mette a nudo in questa silloge che si compone di cinquantaquattro liriche e si chiude con quattro haiku, preziosi come gioielli di un diadema nella loro sognante bellezza: ciascuno dedicato ad una stagione, nella sua unicità.
A lettura ultimata, risulta veramente' difficile chiudere questa raccolta senza avvertire ancora il desiderio di rileggere versi come, solo per fare qualche esempio, quelli di " Ti amo": "Ti amo per il sogno celeste/ di incontrarti negli eterni sentieri" o ancora di "Lasciami qui": "C'è bisogno di silenzio/ per ascoltare la musica/fuori e dentro l'anima", al contempo, semplici e vibranti di emozioni.
Così come è difficile separarsi dallo stile elegante e curato di una raccolta disseminata di citazioni  letterarie, riferimenti mitologici, storici, filosofici, espressioni latine che tradiscono, piacevolmente, la formazione umanistica di Adriana, ex docente di lettere classiche e raffinata amante del bello.
Ma se è vero che questa silloge, impreziosita dai sapienti disegni di Anna Perrone, indaga fra le pieghe dell'anima di Adriana, il suo dolore, la sua angoscia, i suoi dubbi, così come la fede, l'amore filiale, coniugale e  materno, la  gioia e lo stupore dinnanzi all'incanto della natura e la sua sete di conoscenza parlano un linguaggio universale, sposandosi perfettamente con gli ideali di fratellanza e comunione delle quali la poetessa sannita si fa delicata e convinta assertrice. 

Ricorrente è, infine, in queste liriche, la dimensione del ricordo che veste di commozione e di sogno frammenti di vita indimenticabili e indimenticati grazie a una memoria che, non contenendo tutto, "si ferma al particolare e lo fa eterno".

"Scrittura-mania" recensisce "Noemàtia" dell'autrice Adriana Pedicini
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Grodiano Lupi, "Alla ricerca della Piombino perduta"

2 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

Grodiano Lupi, "Alla ricerca della Piombino perduta"

Alla ricerca della Piombino perduta

Gordiano Lupi

Edizioni Il Foglio2012

pp 190 15,00

Solo un lettore nato negli anni sessanta può accogliere questo libro di Gordiano Lupi, “Alla ricerca della Piombino perduta”, con una commozione che ti prende allo stomaco e ti annoda la gola. L’autore dedica la prima parte al ricordo, alla recherche, al ritorno sui propri passi. Siamo catapultati all’indietro, nei primi anni sessanta, in una Piombino appena uscita dalle miserie della guerra e appena sfiorata da un boom di cui gli abitanti nemmeno si accorgono. Una Piombino che sembra balzar fuori da un film di Virzì, divisa a metà fra figli di papà e figli di metalmeccanici e ferrovieri, fra gelaterie e bagni dove si va solo la domenica e piccoli bar di tutti i giorni su spiagge olezzanti di frittura stantia. L’amore per queste memorie è assoluto, viscerale, incondizionato. Lupi accetta tutto del passato, il bello e il mostruoso, il mare lucente ma anche le spiagge inquinate, le sterpaglie dei campi di calcio improvvisati, i muri fatiscenti, gli odori penetranti, l’acciaieria, oggi gigantesco relitto d’archeologia industriale, sempre incombente, sempre presente nei pensieri e nelle parole degli abitanti. “Erano tempi romantici”, ci ripete. Ed è in questo romanticismo che si stempera il neorealismo, trasformandosi da ideologia in sentimento. Tutto era bello, tutto aveva più grandezza, più spessore, più sapore, tutto è imbellito, enfatizzato dal ricordo. Persino la decadenza, il degrado, la fatiscenza erano languidi e malinconici. Prepotente, in ogni capitolo e in ogni pagina, la sensazione del fallimento della propria esistenza, l’idea che il meglio sia ormai alle spalle. I sogni non si sono realizzati, il cammino si è interrotto, le aspirazioni non si sono concretizzate.

Non poteva capire che volevo la barca di mio padre, cacciare squali nell’oceano infinito, farmi travolgere come un vecchio pescatore cubano in una battaglia senza fine sotto il sole a picco e con il corpo sporco di salmastro. Non lo poteva capire.” (pag 71)

Ciò che cercavamo in realtà c’era già, era in quelle strade, in quelle spiagge, in quei bar, in quegli anfratti spinosi dove ci si appartava con una ragazzina, in quei campi polverosi dove si tiravano calci a un pallone, in quei cinema di terza visione dove si sgranocchiavano seme e non pop corn, dove cresceva, a suon di peplum e film di Totò, l’amore per un’arte che avrebbe segnato tutta la vita. Quello che si è cercato senza trovare, l’angolo di paradiso, esisteva già e ora è perduto per sempre.

I ragazzi che escono da scuola, la terrazza sopraelevata verso le isole, un autobus in attesa, mio fratello con lo zainetto ricolmo di libri che percorre la salita verso ragioneria, e per un istante penso che il nostro angolo di paradiso era proprio questo e non lo sapevamo.” (pag 65)

Ciò che inseguivamo se n’è andato e non tornerà, abbiamo perso l’occasione di essere felici. Volti e voci – del padre, degli amici - non ci sono più, ci hanno lasciato soli, il tempo non è più “senza fine”. Con quanta insistenza si ripete che il passato non torna. Quante volte si ripercorrono le stesse immagini, gli stessi ricordi, come se ripetere accreditasse le memorie, le avvalorasse.

Adesso non importa più niente a nessuno. Un mondo scivolato via tra le feritoie della vita, come sabbia tra le dita, come tempo che non ritorna.” (pag 35)

Ogni capitolo è una cartolina illustrata dalla nostalgia, spiazzante, lacerante, dolorosa, piena di rimpianto per ciò che non è stato e non sarà mai più. Se dobbiamo abbandonarci anche noi a echi, a reminiscenze, a libere associazioni letterarie, ci viene in mente la Forte dei Marmi di Antonella Boralevi, in “Prima che il vento”, oppure, chissà perché, anche “Bonjour tristesse”, di Françoise Sagan, forse per la malinconia che permea ogni parola del libro.

La seconda parte è dedicata alla ricostruzione della vita dello scrittore Aldo Zelli, approdato a Piombino dopo un’esistenza avventurosa fra Libia e prigionia di guerra in varie parti del mondo. La casa editrice il Foglio Letterario si sta occupando di quest’autore e della ristampa di alcune sue opere d’interesse scolastico. Qui Lupi ne assume l’identità, lo fa parlare in prima persona, gli fa rievocare il passato - persino l’amicizia con Guelfo Civinini - attraverso le trame della sua narrativa fantasiosa e disimpegnata. Anche in questo caso la nostalgia è canone, norma pervasiva, irrinunciabile. Aldo celebra la propria gioventù in Libia, fra deserti, dune mosse dal vento, dromedari e camaleonti “che danzano”, con l’improvviso irrompere della realtà a spezzare il sogno dell’infanzia, a far maturare di colpo.

La vita è ingiusta. Lo comprendo per la prima volta e ho soltanto otto anni. Non ci sono regole. Non ci sono principi. Non ci sono sogni da rispettare. C’è un maledetto destino che si compie.” (pag 110)

Ed anche qui, come nella parte piombinese, chi parla s’interroga in continuazione sulla natura e il significato dell’essere scrittore, sul processo creativo, sulla fantasia, sul modo in cui nascono, prendono corpo e si sviluppano, le storie nella mente degli autori. In quel “Scrivo una storia come, da ragazzo, avrei voluto che un adulto mi narrasse” c’è tutta una poetica del fantastico, una pura capacità affabulatoria che si è persa nella narrativa odierna, soprattutto italiana. L’opera è scritta in una lingua elegante, lirica, che non si vergogna a commuovere, a inondare di emozioni, a puntare direttamente al cuore, senza indulgere in urticanti paratassi, in simbolismi inutili, in modernismi stridenti troppo spesso di maniera. Un libro per il quale la parola “bellissimo” si spoglia del logorio dell’abuso e torna a risplendere.

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