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recensioni

Gianluca Morozzi, "Mortimer blues"

10 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Gianluca Morozzi, "Mortimer blues"

Mortimer Blues

di Gianluca Morozzi

Edizioni Il Foglio Letterario

pp 67

4,90

Aprendo un libro a caso, appartenente al sottobosco della nostra narrativa contemporanea, con una mano a coprire il frontespizio, diventa difficile, ormai, distinguere dallo stile un autore maschio dall’altro. Tralasciando, ovviamente, chi scrivere non sa, anche fra i bravi c’è una specie di lingua trasversale che accomuna molti scrittori, in parte mutuata dalla frequentazione con gli americani. Questo, senza nulla togliere all’efficacia di “Mortimer Blues”, racconto lungo, più che romanzo, dello scrittore musicista Gianluca Morozzi, classe 1971, per la collana Demian.

Sebbene anche il contenuto non si discosti molto dal filone della confessione interiore giovanilistica accompagnata da sottofondo musicale, Mortimer blues spicca per due elementi: l’innegabile competenza musicale dell’autore e quel senso tremendamente universale di aspirazioni fallite.

Il protagonista si chiama Vincenzo ma lo veniamo a sapere solo a metà dell’opera, con un guizzo tecnico abbastanza originale. Il suo nome si duplica e poi triplica in Vincent e Vega, a segnare il passo di un’incipiente alienazione mentale. È un musicista progressivamente sempre più colto ed esperto ma, in realtà, incapace di grande ispirazione. Passa la vita a cercare di scrivere l’”opera”, quella che lo differenzierà da tutti gli altri, che lo renderà immortale, che resterà nella storia della musica. Gli viene consigliato di studiare, prima di produrre qualcosa di nuovo, e si mette a farlo con una ossessività che lo risucchia. Frequenta di tutto, classici e contemporanei, e poi ancora nuovi contemporanei, perché, intanto, il tempo passa e lui non è più un adolescente che mette insieme due note per la ragazza di cui è invaghito.

In questo, Vincenzo/Vincent è metafora di tutti gli artisti, dei compositori, degli scultori, dei pittori, dei poeti. Vincenzo è il cantante che s’iscrive al talent, è lo scrittore fallito che recensisce libri altrui sperando, a furia di smontare testi, d’imparare come si scrive un capolavoro. E la sua ricerca si prolunga, diventa infinita, fine a se stessa, il mezzo prende il posto del fine.

Io non sto diventando pazzo, io sto studiando per scrivere il disco dei dischi, la sinfonia degli dei, l’opera del secolo, altro che pazzo, quanti grandi artisti venivano giudicati pazzi dai loro ignoranti contemporanei?, non erano pazzi, erano al di là della comprensione di quegli zotici!, io scriverò l’opera suprema, l’opera definitiva. Quando avrò finito di studiare e ascoltare tutto, naturalmente.” (pag 63)

Non si sa di cosa viva Vincenzo, forse ancora del lavoretto che faceva da ragazzo, ma certo, contrariamente a quanto gli rimproverano gli amici all’inizio della sua inesistente carriera, non ha “sostituito il sogno con la concretezza”, anzi, ha fatto proprio il contrario, si è condannato a un’eterna giovinezza artistica senza la maturità di un talento che non c’è.

“Alla fine dobbiamo rinunciare delle occasioni perché tu ti sei inchiodato al mondo reale in questi modi assurdi e non decolliamo mai, capisci? Perché hai scelto la concretezza al sogno. Questo voglio dire.” (pag 49)

E, appunto, tutto quello che Vincenzo farà nella sua vita leggermente paranoica, sarà nascondere a se stesso la propria mancanza di talento, salvo ammetterla solo da ubriaco, distruggendo a martellate le scadenti opere prodotte.

Il tono è agevole, ironico, divertente, ma il racconto di Morozzi è intriso di nostalgia per un tempo in cui tutte le possibilità e le speranze sono ancora aperte - il tempo dell’adolescenza caro alla collana Demian – e dove l’amara verità non è ancora venuta a galla. Il racconto è pervaso da un crudele senso di fallimento, d’incompiutezza, di spreco, e anche da uno spasmodico desiderio di riscatto, così bene espresso con l’immagine delle tartarughine in corsa verso il mare.

“Ma la cosa che ci frega, a noi, è il fatto che arrivare al mare non sia del tutto impossibile. Qualcuno ci arriva a quell’acqua maledetta, quindi si può fare, quindi ci si riesce, no?”

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Heberto Padilla, "Fuera del Juego"

26 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

 

 

Fuera del juego

Heberto Padilla

Traduzione di Gordiano Lupi

 

Edizioni Il Foglio

pp 157

12,00

 

“The knock at our door came around seven in the morning.” Così Cuza Malè racconta il momento dell’arresto del marito, il poeta cubano, di lingua castigliana, Herberto Padilla.

Dopo che, nel 1968, la raccolta di poesie “Fuera del juego”, di Padilla, vinse il premio UNEAC, il libro venne considerato controrivoluzionario e pubblicato con un’appendice che ne stigmatizzava il contenuto come anticastrista. Padilla fu arrestato nel 1971 e, per riottenere la libertà, fu costretto ad apparire davanti al collegio degli scrittori e fare pubblica abiura di se stesso, dei suoi scritti, “confessando” supposti crimini suoi e della moglie contro la Rivoluzione. Così si esprimeva Padilla riguardo alla sua “autocritica”:

Il procedimento è stato ideato da Lenin per recuperare i rivoluzionari nelle file del partito comunista e perfezionato da Stalin come strumento per distruggere moralmente chi esprimeva posizioni critiche . Ho accettato di recitare l’autocritica per ottenere la libertà e per poter lasciare Cuba, che ormai era diventata una prigione.”

Molte personalità, fra le quali Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini, Alberto Moravia – con alcune eccezioni illustri come Gabriel Garcia Marquez - firmarono una petizione per chiederne la liberazione. L’affare Padilla segnò la fine del sostegno degli intellettuali di sinistra alla Rivoluzione Cubana, che aveva perso i suoi connotati libertari per trasformarsi in un regime autoritario, castrista e castrante.

I versi di Padilla sono semplici, discorsivi ma solo in apparenza. Parlano di cose concrete, di vita di tutti i giorni, dell’irruzione della storia e della politica nel privato del cittadino che vorrebbe prescinderne ma non può.

Sono sempre stato fuori dal gioco, forse è la condizione di poeta che non permette di stare dentro, per noi non è possibile, siamo destinati a raccontare una spiacevole verità in faccia al tiranno. Un poeta è bene non averlo intorno, è un triste personaggio che trova sempre da ridire, che non è mai contento, soprattutto non serve al potere.”

Come dice il traduttore (ed editore) Gordiano Lupi, “Padilla non è un dissidente ma un rivoluzionario che vuole continuare a pensare con la propria testa.”

“Fuera del juego” “è un canto di libertà”, “il simbolo della disillusione rivoluzionaria” (sempre Lupi).

Padilla è stato parte sogno, vi ha creduto ma ha visto naufragare le aspettative di un mondo migliore, ha capito che quella che vedeva in atto non era più la “sua” rivoluzione, ha scritto versi “che fanno male al sogno”, che denunciano la violenza dietro la speranza diffusa dagli eroi.

 

Intorno agli eroi

Gli eroi

Sempre vengono attesi

Perché sono clandestini

E sconvolgono l’ordine delle cose.

Appaiono un giorno

Affaticati e rauchi

Nei carri da guerra, coperti dalla polvere del cammino,

facendo rumore con gli stivali.

Gli eroi non dialogano,

ma progettano con emozione

la vita affascinante del domani.

Gli eroi ci dirigono

E ci pongono davanti allo stupore del mondo.

Ci concedono perfino

La loro parte di Immortali.

Lottano

Con la nostra solitudine

E i nostri vituperi.

Modificano a loro modo il terrore.

E alla fine ci impongono

La violenta speranza.

 

La sua “colpa” è

Non dare ascolto a chi diceva che esistono libri da non scrivere e soprattutto da non pubblicare, perché fanno male al sogno e soltanto dentro la rivoluzione può esserci libertà, ma per chi si chiama fuori non esistono diritti.”

 

I poeti cubani non sognano più

I poeti cubani non sognano più

(neppure di notte)

Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine

Quando scricchiola, all'improvviso, il legno:

il vento li spinge alla deriva;

alcune mani li prendono per le spalle,

li rovesciano

li mettono di fronte ad altre facce

(affondate nei pantani, bruciando nel napalm)

e il mondo sopra le loro bocche scorre

e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere

 

“Fuera del juego” è anche un inno d’amore alla patria, a Cuba, sempre portata nel cuore. “Cuba è la mia terra, la mia isola calda e selvaggia.” “Ho sempre vissuto a Cuba anche quando partivo.”

 

Sempre ho vissuto a Cuba

Io vivo a Cuba. Sempre

Ho vissuto a Cuba. Codesti anni di vagare

Per il mondo dei quali tanto hanno parlato ,

sono mie menzogne, mie falsificazioni.

Perché io sempre sono stato a Cuba.

Ed è certo

che ci furono giorni della Rivoluzione

nei quali l’Isola sarebbe potuta esplodere tra le onde;

però negli aeroporti

e nei luoghi dove sono stato

sentii che mi chiamavano

con il mio nome

e quando rispondevo

io mi trovavo in questa sponda

sudando

camminando,

in maniche di camicia,

ebbro di vento e di fogliame,

quando il sole e il mare si arrampicano sulle terrazze

e cantano la loro alleluia

 

Sopra a tutto, aleggia un potente senso di nostalgia, più di ogni altra considerazione umana, sociale e politica. Nostalgia che abbraccia ogni cosa: l’amore, il sesso, la patria, il sogno rivoluzionario, il ricordo di quartieri fatiscenti, di cartelloni slabbrati, di case diroccate eppure amate.

 

Il ritorno

Ti sei risvegliato almeno mille volte

cercando la casa dove i tuoi genitori ti proteggevano dal mal

tempo, cercando

il pozzo nero dove ascoltavi la ressa

delle rane, le falene che il vento faceva volare

a ogni istante.

E adesso che è impossibile

ti metti a gridare nella stanza vuota

quando persino l’albero del campo

canta meglio di te l’aria degli anni perduti.

Eri già il personaggio che osserva, il rancoroso,

preso, irrimediabile, per quel che vedi

e domani ti sarà tanto estraneo come oggi lo sei

a tutto quello che è accaduto senza che fossi capace

di comprenderlo,

e il pozzo continuerà cantando pieno di rane

e non potrai sentirle

anche se spiccano salti davanti ai tuoi orecchi;

e non solo le falene, ma il tuo stesso figlio

ha già cominciato a divorarti

e adesso lo stai guardando vestito con il tuo abito,

pisciando dietro il cimitero, con la tua bocca,

i tuoi occhi e tu come se niente fosse.

"The knock at our door came around seven in the morning." This is how Cuza Malè recounts the moment of the arrest of her husband, the Cuban, Castilian-speaking poet, Herberto Padilla.

After Padilla's "Fuera del juego" collection of poems won the UNEAC award in 1968, the book was considered counter-revolutionary and published with an appendix that stigmatized its content as an anti-Castro artist. Padilla was arrested in 1971 and, to regain his freedom, was forced to appear before the college of writers and make public abjuration of himself, of his writings, "confessing" supposed crimes of his and his wife against the Revolution. So Padilla expressed himself about his "self-criticism":

“The procedure was devised by Lenin to recover the revolutionaries in the ranks of the communist party and perfected by Stalin as a tool to morally destroy those who expressed critical positions. I agreed to recite self-criticism to get freedom and to leave Cuba, which had now become a prison. "

Many personalities, including Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini, Alberto Moravia - with some illustrious exceptions such as Gabriel Garcia Marquez - signed a petition to ask for his release. The Padilla affair marked the end of the support of leftist intellectuals for the Cuban Revolution, which had lost its libertarian connotations to become an authoritarian, castrist and castrating regime.

Padilla's verses are simple, discursive but only in appearance. They talk about concrete things, about everyday life, about the irruption of history and politics into the private life of the citizen who would like to do without it but cannot.

“I have always been out of the game, perhaps it is the condition of poet that does not allow us to stay inside, for us it is not possible, we are destined to tell an unpleasant truth in the face of the tyrant. A poet is good not to have him around, he is a sad character who always finds fault, who is never happy, above all he does not need power. "

As the translator (and editor) Gordiano Lupi says, "Padilla is not a dissident but a revolutionary who wants to keep thinking for himself."

"Fuera del juego" "is a song of freedom", "the symbol of revolutionary disillusionment" (always Lupi).

Padilla was part of a dream, he believed it but saw the expectations of a better world sinking, he understood that what he saw was no longer "his" revolution, he wrote verses "that are bad for the dream", which denounce the violence behind the hope spread by the heroes.
 

Fuera del juego is also a hymn of love for the homeland, in Cuba, always in the heart. "Cuba is my land, my hot and wild island." "I have always lived in Cuba even when I was leaving."

Above all, there is a powerful sense of nostalgia, more than any other human, social and political consideration. Nostalgia that embraces everything: love, sex, the homeland, the revolutionary dream, the memory of dilapidated neighbourhoods, of torn posters, of decaying yet loved houses.

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Marco Campogiani, "Smalltown boy"

22 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Marco Campogiani, "Smalltown boy"

Smalltown boy

Marco Campogiani

Edizioni Anordest 2013

pp. 335

€ 12,90

Quando noi eravamo Noi, e il mondo se ne stava fuori, tutto era leggero, e come scivoloso, mentre ora non riesco a muovere un passo.” (pag 294)

Alla fine, sono ancora Babi e Step, alla fine è ancora “un’altra storia d’amore”. E tuttavia…

“Smalltown boy”, di Marco Campogiani, finalista al XXVI premio Calvino, s’inquadra sì nel filone dell’amore giovanilistico ma, soprattutto, in quello della ricerca dell’identità sessuale, adesso tanto in voga. Lo fa con un attacco lieve, quasi tragicomico, come fossimo, appunto, ancora “tre metri sopra il cielo”, poi, però, va in crescendo verso lo scavo interiore, verso l’accettazione dell’ineluttabile, verso la sofferenza, verso l’essere costretto a misurarsi con il metro della cosiddetta normalità, con “l’altro da sé”.

Davide Guizzardo s’innamora a quattordici anni con una profondità, con un’assolutezza drammatica, superiore alla sua età, e il suo è un amore tragico come quello di Romeo. Ma l’anima gemella non è Giulietta, bensì Guido, l’amico con cui è solito giocare a calcio e parlare di ragazze. Guido è bello, forte, atletico, è il campione che tutte vogliono. Guido è omosessuale, Guido ha una gemella, Martina, considerata da tutti stramba, dark, solitaria. Anche Martina è omosessuale e ama Cristina che tutti credono la ragazza di Guido. Per stare insieme, Davide e Guido, Martina e Cristina, dovranno fingere di uniformarsi, diventare agli occhi del mondo ciò che la società richiede. “Essere. Come. Gli. Altri.”

Nascerà così una commedia degli equivoci, un intreccio strano fra i quattro ragazzi, dove Davide farà finta di stare con Martina, mentre Guido darà a vedere di essere il ragazzo di Cristina. In realtà, le coppie vere saranno omo e non etero.

Come dicevamo, la storia parte con tono leggero, all’inizio l’omosessualità è solo un’evenienza, un’esplorazione nell’ambito di un’età confusa, della quale si saggiano tutte le potenzialità. Davide, Guido, Martina provano a essere come tutti, testano le sensazioni del loro corpo e le emozioni del loro cuore a contatto con l’altro sesso, ma l’amore ha un sopravvento vitale, giocoso. I ragazzi accettano ciò che non possono più nascondere o rifiutare, vivono in una bolla isolata dal resto del mondo, creano un loro spazio alternativo, un giardino segreto dove coltivano la loro personale felicità. “Dio quanto siamo belli, mi pare.” (pag 197)

Ma questa loro bellezza esteriore ed interiore non è capita, deve essere negata.

Cos’altro potrei raccontare al Capitano dei Carabinieri? Sarebbe lungo spiegargli il Mondo Parallelo delle “regole Speciali”. O la teoria dei Nostri Momenti. Cosa capirebbe? Niente. Perché quello in cui vive lui è un mondo diverso, che non ci appartiene: il mondo dell’Ordine.” (pag 196)

Inevitabilmente, questi giovani puri e felici dovranno scontrarsi con il perbenismo, con la società, con la famiglia, con la scuola, con la Chiesa, che li vogliono come non sono, che pretendono di cambiarli anche se non fanno niente di male, anche se sono bravi ragazzi studiosi. Perché Davide, Guido e Martina non sono soltanto la loro omosessualità ma anche giovani qualsiasi, che scandiscono la vita a suon di pizze e musica anni ottanta. Le canzoni fanno da colonna sonora a tutto il romanzo e ritmano i capitoli (e anche questo, ultimamente, sta diventando un cliché della narrativa.)

Chi decide cosa è in ordine e cosa no?” (pag 196)

L’irrompere dell’Ordine, in quello che solo dall’esterno sembra Disordine senza esserlo, porterà a rotture, a lacerazioni, a dolorose separazioni che distruggono l’energia del protagonista, che lo “reificano”, che lo trasformano in un automa capace solo di provare nostalgia, perdita, solitudine. Il dramma di Davide è narrato con un tono semplice e penetrante insieme, dove il dolore è ancora più intenso perché ipertrattenuto.

Mi alzo, colazione, scuola, rispondo persino quando mia madre mi chiede qualcosa, ma è come se non fossi io, è come se avessi premuto il tasto rosso del telecomando e ora fossi in standby.” (pag 294)

Se le atmosfere, ripetiamo, possono essere ascritte ad un clima che ricorda Moccia o persino le canzoni della Pausini, lo scavo interiore è, però, lucido e tagliente nella sua elementarità, la lingua scabra e studiata. I dialoghi sentono gli effetti del vissuto da sceneggiatore di Campogiani, sono avvincenti, realistici, fin troppo perfettini per un protagonista ragazzino, al punto che è lo scrittore stesso, a volte, ad auto criticarsi: “Potevi dire qualcosa di più originale Guido: ‘Ho sbagliato, non voglio perderti…’ Sei… sdolcinato. Sei finto.” (pag 253) Peculiare l’abitudine di zoomare dalla terza persona alla seconda, per avvicinarsi al personaggio, per dialogarci.

Concludiamo dicendo che nel testo è presente anche una forte componente di denuncia dell’omofobia, sebbene sfumata, addomesticata. Dopo la presa di coscienza si giunge al rifiuto dei pregiudizi, delle categorizzazioni, delle etichettature.

Non ho mai conosciuto la vita di un camionista. Non ho mai parlato d’amore con un camionista. E d’un tratto mi rendo conto di una cosa magari semplice, ma la voglio dire. Non esistono “i camionisti”. Esistono degli uomini, delle persone che fanno i camionisti. Semplice no? Ma non ci avevo ancora mai pensato. S’imparano un sacco di cose, viaggiando.” (pag 327)

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Due scrittori piombinesi Luigi Carletti e Sacha Naspini – Cadavere squisito e Il canile

21 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #recensioni

Due scrittori piombinesi  Luigi Carletti e Sacha Naspini – Cadavere squisito e Il canile

Che cosa hanno in comune due scrittori come Luigi Carletti (Cadavere squisito - Mondadori) e Sacha Naspini (Il momento del distacco, Guanda)? Una città: Piombino, dove sono cresciuti; il primo ci è pure nato, nel 1960 (proprio come me, ma ha fatto più strada), il secondo è nativo di Grosseto (1976), sempre Maremma, ma ha studiato e si è formato culturalmente sotto le ciminiere della Lucchini, tra Riotorto e Follonica. Era un bimbo quando vinse il Premio Licurgo Cappelletti, bandito dal Foglio Letterario, subito dopo un altro della Biblioteca di Massa Marittima, dove mi trovavo (per caso, ché non mi chiamano mai, sono un battitore libero) a fare il giurato. Un’altra cosa che hanno in comune Sacha e Luigi è che nella loro terra non sono mai stati celebrati a sufficienza, vorrei dire a torto, ché sono due narratori di razza. A Piombino preferiscono riservare pagine e pagine al prossimo libro di Silvia Avallone (Acciaio era un buon romanzo), pure se non è ancora uscito, quando sarà in libreria Il Tirreno le dedicherà un numero monografico, credo. Il nuovo romanzo della Avallone fa stare tutti con il fiato sospeso, non ci si dorme la notte, pare.

Partiamo da Carletti per diritto di anzianità. Vive a Roma, dove ha lavorato per anni alle dipendenze del Gruppo L’Espresso - Repubblica come giornalista. Credo di aver letto quasi tutto quel che ha scritto e non smetterò mai di consigliare di recuperare Alla larga dai comunisti (2006) e Lo schiaffo (2008), due struggenti storie di provincia edite da Baldini e Castoldi. Lo stesso editore di Faletti. Chi l’avrebbe mai detto? Pubblica pure scrittori veri. Da un paio d’anni Carletti esce per Mondadori, nel 2012 dà alle stampe Prigione con piscina, che ci riporta alle atmosfere hitchcockiane de La finestra sul cortile, mentre da pochi giorni è in libreria Cadavere squisito. Il suo ultimo lavoro segue una pubblicazione francese: Six femmes au foot (Liana Levi, 2013) e un racconto utilizzato per la fiction di Raiuno, Operazione pilota. Cadavere squisito è un altro giallo hitchcockiano costruito su flashback ambientato in una Roma decadente che ricorda (in meglio) quella de La grande bellezza. Avvertiamo la presenza di un personaggio seriale, l’ostinato ispettore di polizia Gennaro Falasco, proprio quel che chiede il mercato editoriale, ma Carletti non rinuncia a fare letteratura. La è partenza è scioccante, da thriller angoscioso e claustrofobico, con un cadavere in primo piano, poi arrivano le ombre del passato e i fantasmi della memoria di un pubblicitario di successo. Due delitti e tanti dubbi investono la scrivania di questo nuovo ispettore di polizia pensato per un panorama editoriale italiano affollato di commissari e marescialli.

Sacha Naspini, invece, debutta con Il Foglio Letterario (per questo l’ho tanto caro) con L’ingrato e I sassi, due romanzi brevi ancora in catalogo e che consiglio di leggere. Per Il Foglio dirige la collana Demian, insieme a Federico Guerri, curando la selezione di storie adolescenziali ispirate al capolavoro di Herman Hesse. Naspini non si ferma alla piccola realtà di provincia, ma esce con romanzi di taglio diverso, ispirandosi a una sorta di terrorismo dei generi tanto caro a Lucio Fulci. Cento per cento e Noir Desir sono del marchio Perdisa Pop, I Cariolanti (2009, forse il suo miglior testo) e Le nostre assenze (2012) escono per Elliot. Il suo ultimo libro che mi è capitato di leggere lo vede coinvolto in un’antologia (Il momento del distacco - Nove racconti italiani, a cura di Alessandro Greco) edita niente meno che da Guanda, nella quale ho trovato (purtroppo, non me ne voglia il signor Guanda) degno di nota soltanto il suo racconto. Il canile, nero e torbido, sembra la sceneggiatura di un film di Tarantino, eccessivo e tagliente, scritto con lo stile dei migliori narratori horror statunitensi.

Luiogi Carletti e Sacha Naspini hanno in comune anche Gordiano Lupi, ché sono entrambi amici miei, ma non ne parlo solo per questo. Ne parlo perché anche in provincia - come a livello nazionale - bisognerebbe dedicare più spazio agli scrittori veri, meno agli imbrattacarte e ai personaggi televisivi. Ne parlo perché entrambi rappresentano una piccola gloria provinciale, in fondo, sono due scrittori che portano in alto, in giro per l’Italia, il nome di Piombino. Naspini, tanto per dire, è stato ospite del Festival della Letteratura di Mantova, insieme a personaggi del calibro di Leonardo Padura Fuentes.

Leggeteli, ne vale la pena.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Luigi Carletti

Luigi Carletti

Due scrittori piombinesi  Luigi Carletti e Sacha Naspini – Cadavere squisito e Il canile
Sacha Naspini

Sacha Naspini

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Gordiano Lupi, "Il ragazzo del Cobre", Virgilio Piñera, "L'inferno e altri racconti brevi"

18 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

Gordiano Lupi, "Il ragazzo del Cobre", Virgilio Piñera, "L'inferno e altri racconti brevi"

Il ragazzo del Cobre

Gordiano Lupi

L’inferno e altri racconti brevi

Virgilio Piñera

Edizioni Il Foglio letterario, 2013

pp 104

4,90

Da sempre le hanno insegnato che non si deve programmare il futuro, perché sono i giorni a scegliere la successione degli eventi. Vivere la vita momento per momento è la medicina migliore per sconfiggere la malinconia”. (pag 62)

La neonata collana Demian de Il Foglio letterario, diretta da Sacha Naspini e Federico Guerri, ha caratteristiche molto particolari. Il motto è “Il tentativo di una vita, l’accenno di un sentiero” (H. Hesse), la collana ospita 2 racconti per libro ed è organizzata in stagioni – ogni numero un episodio, con una antologia ogni dieci episodi. L’argomento esplorato è l’adolescenza.

L’episodio 7 raccoglie un bel racconto di Gordiano Lupi, “Il ragazzo del Cobre”, e uno speciale dedicato ad alcuni testi di Virgilio Piñera (1912 – 1979), scrittore cubano “dimenticato” dal regime castrista perché omosessuale, in un paese che considera l’omosessualità un vizio borghese, individualista e decadente.

Protagonista de “Il ragazzo del Cobre” è una famiglia che vive negli alagados, i quartieri costruiti su palafitte alla foce del fiume, a Salvador de Bahia. Gli abitanti del Cobre sono così poveri da trovarsi, nella scala sociale, addirittura sotto a quelli delle favelas. Padre, madre, un nonno, due figlie adolescenti, un ragazzino che gioca al calcio, un’altra bambina in arrivo, la lotta per portare a casa il pane ogni giorno con mezzi leciti e illeciti, la rassegnazione allo sfruttamento e al turismo sessuale, la speranza che non muore mai.

Ci sarà un riscatto, alla fine, ma sarà solo al prezzo di una vita, quella della giovane Anabel, uccisa mentre vende il suo corpo acerbo “alla luce della luna”. Sono gli stessi spiriti del Candoblè, intuiamo, a esigere questo sacrificio. Anabel muore e rinasce nella piccola che porterà il suo nome e i suoi occhi, cosicché la secondogenita, Maria, non faccia la sua fine, ma trovi un bravo ragazzo italiano disposto a toglierla dalla strada e offrirle una nuova esistenza in quel di Piombino, cosicché Juanito, a furia di tirar calci al pallone, venga notato dai procuratori sportivi ed entri a far parte di una squadra importante, allontanandosi – ma non con il cuore – dagli alagados, realizzando il suo sogno e ottenendo la possibilità di aiutare tutta la famiglia.

“I ragazzi saranno felici. Solo di questo è sicuro.

Nessuno dovrà più fare la loro vita.

Nessuno dovrà più lottare per non morire.” (pag 69)

Quella di Lupi non è una denuncia sociale ma una dichiarazione d’amore: per le notti tropicali, per le creole dalla pelle ambrata e i corpi sinuosi, per il calcio povero, quello dei campetti sterrati, che crea campioni come Pelé e Ronaldo.

La sonorità del titolo si trasmette tutta al testo. La lingua è asciutta, ci sono echi di Santiago de Il Vecchio e il mare ma lo stile vira decisamente al poetico, al nostalgico, al reiterato con strascichi da ritornello di ballata.

Per quanto riguarda i racconti di Piñera, alcuni possono essere ascritti ad una vena avanguardista da teatro dell’assurdo. Piñera precorre Ionesco. Ne è un esempio il racconto “L’interrogatorio”, illogico e kafkiano nelle atmosfere.

La novella che più ci colpisce è, però, “Il secchio”, col cerchio della vita rappresentato, appunto, dal secchio pieno di tamponi insanguinati, con il bisogno del protagonista di aggrapparsi a un ruolo, a una funzione, di trovare quello che Vasco Rossi chiamerebbe “il senso a una vita”, la quale di per sé “non ha importanza”, se non per la funzione sociale che svolge.

“Dopo il 1985”, ci viene spiegato nell’appendice, "a Cuba comincia il processo di rettificazione degli errori, le figure letterarie di Lezama Lima e Virgilio Piñera vengono rivalutate e valorizzate, omettendo tutte le persecuzioni che hanno dovuto subire.” (pag 102)

Si spera che tale opera continui anche in Italia, dove di Piñera esiste solo un romanzo, “La carne di Renè”, pubblicato da un piccolo editore e ormai fuori catalogo.

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Daniele Lembo, "Otto settembre 1943"

17 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #storia

Daniele Lembo, "Otto settembre 1943"

Chi scrive di storia e' non soltanto appassionato della materia di cui
scrive, ma e' percorso a mio avviso da una sorta di febbre da ricerca alla
quale per l'intera sua esistenza non puo' sottrarsi. E per quanto tantissimo
venga scritto quotidianamente e diffuso con mille veicoli in tutto il mondo,
egli sarà sempre stimolato da nuove scoperte, da eventi grandi e piccoli, a
conferma che mai si finirà di dire e di scoprire. Come l'archeologo non sa
mai cosa apparirà esattamente rimuovendo la terra o le pietre, come in quel
momento si accende in lui la speranza di trovare ciò che intuiva di poter
reperire, chi si occupa della storia, quella degli eventi drammatici che
forgiano il corso dell'umano procedere, scava perennemente negli archivi,
legge tomi dimenticati, sfoglia carte ingiallite e vecchie immagini
nascoste nei luoghi piu' diversi , cercando la documentazione che confermi
quegli eventi e i suoi perche'. Se si può sintetizzare in poche parole il
significato di questo stimolo inarrestabile,si può parlare di ricerca della
verità, questo e' il vero motore che da secoli spinge chi scrive di storia.
Nella mia lunga esperienza editoriale nel settore, una delle persone che ho
incontrato che piu' rappresenta il ricercatore storico, e' stato Daniele
Lembo. Mai fermo nel suo sforzo incessante di portarci a conoscenza di
qualche dettaglio, di qualche immagine,di qualche intuizione o di qualche
prova che gettasse nuova o ulteriore luce su qualche evento storico.Il
periodo di cui si occupava era il Novecento, con attenzione particolare per
la seconda guerra mondiale, ma soprattutto per gli eventi italiani, di cui
mai credo abbia cessato un solo giorno della sua non lunga vita di occuparsi
e di studiare, producendo una serie di opere sul tema a ritmo serrato, quasi
avesse il presentimento che il tempo non gli sarebbe bastato per tutto ciò
che la passione lo spingeva a fare.
Quest'opera e' l'ultima che Daniele Lembo mi ha consegnato prima della sua
scomparsa prematura, un tema a lui molto caro, perché per lui dolorosissimo,
come dovrebbe esserlo per ogni italiano: quell ' 8 settembre che lui ha
definito così bene,così lapidariamente, come ' il giorno in cui mori' la
Patria".
Una sintesi degli eventi, questa narrata da Daniele Lembo, che, sono
certo, rimarrà a lungo nelle biblioteche non solo dei cultori di storia,ma
di chiunque abbia a cuore il nostro paese. Un punto di riferimento essenziale
a testimonianza del lavoro incessante e appassionato di uno storico dei
nostri tempi.

L' editore

Daniele Lembo, "Otto settembre 1943"
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George R.R. Martin, "Game of Thrones"

6 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Game of Thrones

di George R.R. Martin 1996

Harper Voyager, 2011

 

pp. 801

€ 14,40

 

When you play the game of Thrones, either you win or you die”.

 

Da una minestra riscaldata può nascere una zuppa appetitosa? La risposta è sì, nel caso di Game of Thrones, il romanzo fantasy di George R.R. Martin.

Se già nelle iniziali dell’autore sentiamo riecheggiare il nome del maggior esponente del genere, in altre parole Tolkien, possiamo dire che tutto il romanzo è la saga del già visto. Mai come in questo caso a ogni immagine, a ogni descrizione, a ogni ambiente, a ogni battaglia combattuta e arma brandita, si collega qualcosa di già sentito e già osservato, qualcosa che fa parte del bagaglio culturale di chiunque abbia dimestichezza con la fantasia e con l’immaginario. Ci vengono in mente associazioni di ogni genere, viste e udite non solo sui libri, ma in televisione, al cinema, ovunque.

 

I tornei, le armature, le cotte di maglia lucente, ricordano sir Lacillotto in film come Excalibur di John Boorman (1981), ma anche Il primo cavaliere di Jerry Zucker (1995). La giovane Sansa somiglia tanto a Meg che va alla “fiera delle vanità” in “Piccole Donne” di Louisa May Alcott. Il mezzo gigante Hodor è simile, anche nel nome, a Hagrid di “Harry Potter” (che però è del 1997 ed è quindi di poco successivo). I vari casati in lotta per il trono sono vicini agli abitanti del pianeta Cottman IV nel “Ciclo di Darkover”, o alla storica Guerra delle due Rose. Le atmosfere sanguinarie, erotiche e barbariche, del filone dedicato a Daenerys e a suo marito Drogo, ci ricordano sceneggiati televisivi ispirati alla figura di Attila e di Gengis Khan.

Insomma, è tutto un susseguirsi di déjà vu. Quindi si potrebbe pensare che il genere non abbia più niente da offrire, che il romanzo di Martin sia solo per aficionados influenzati dal successo dell’omonima serie televisiva. Invece non è così, invece era da tanto che non ci immergevamo in una lettura di ottocento pagine con la sensazione di essere precipitati davvero in un secondary world fantastico, curato nei minimi particolari e coerente. Chi scrive narrativa di genere, infatti, sa che, qualunque sia l’argomento trattato, non deve mai perdere la fiducia del lettore con errori grossolani. Un occhio non può essere vitreo, per capirci, né la volontà ferrea, in un universo dove vetro e ferro non sono stati ancora inventati. Ed era da tanto che non vedevamo in atto la subcreazione tolkieniana con tale forza da farci correre subito in libreria per comprare il secondo della serie e poi il terzo e via di seguito. All’interno di elementi già noti e riconducibili a un patrimonio di conoscenze comuni, a Martin va riconosciuta la capacità di aver sviluppato alcune figure e alcune situazioni in modo molto personale.

Fra i personaggi spiccano le due ragazzine dal carattere opposto, la mansueta Sansa e il maschiaccio Arya – davvero riconducibili agli archetipi Meg e Jo – e Tyrion, rielaborazione ovvia, e insieme geniale, del nano della fantasy. Tyrion è infatti un vero nano umano, figlio sgradito di un signore della guerra, con tutte le conseguenze psicologiche che la sua deformità comporta. Ci colpisce anche il piccolo Bran, che rimane paralizzato per mano nemica e affronta con coraggio la sua sventura, oppure Jon Stark, il figlio bastardo che morirebbe pur di essere amato dal padre quanto gli altri figli. I caratteri sono descritti a tutto tondo, hanno un passato, un presente e un futuro, hanno famiglie e motivazioni psicologiche profonde, come la misteriosa nascita illegittima di Jon, o l’infelice rapporto col padre dell’obeso, vile e goffo Sam (a ben guardare molti dei personaggi hanno relazioni conflittuali con i genitori). L’autore conosce tutte le sue creature, sa cosa direbbero in ogni circostanza, sa come agiscono, che posto occupano nello spazio e quali sono le loro movenze.

Al di là dei personaggi, ci sono poi alcuni elementi che caratterizzano la saga. Uno è costituito daidirewolves - i non estinti canis dirus, tradotti malamente con meta- lupi - ciascuno dei quali accompagna i rampolli della casa Stark. Li percepiamo, grandi e possenti, agili e spietati ma fedeli e affettuosi con i padroncini. L’altra immagine che ci rimane scolpita nella mente è quella del Wall, l’immensa muraglia di ghiaccio che da secoli divide le terre degli uomini dalle lande selvatiche e desolate del nord, nascondiglio di cose misteriose, pronte a ghermire nel buio e uccidere. Pare di vederlo, l’immenso muro traslucido, con i suoi camminamenti cosparsi di ghiaino che scricchiola sotto le suole dei Guardiani, con le incrinature, le crepe e i rivoletti di scioglimento, in un mondo dove le stagioni non sono quelle da noi conosciute, ma alternano grandi glaciazioni a lunghe primavere.

Rispetto alle altre cronache fantasy, grande spazio è dato alla sessualità, materia che, di solito, viene rimossa e sublimata. Qui amplessi e stupri sono frequenti ed espliciti, l’universo è selvaggio e insanguinato, al punto che la serie televisiva tratta dal romanzo è stata considerata “diseducativa” per i giovani. Non ci si tira indietro neppure di fronte all’incesto o alla pedofilia. Jaime e Cersei sono gemelli, come Cathy e Heathcliff (senza averne l’oscura potenza) si completano a vicenda e l’atto sessuale per loro è una sorta di riunione con la metà perduta. Daenerys va sposa al suo principe guerriero a soli tredici anni. Sansa ed Arya sono bambine ma già suscitano desideri nei maschi adulti.

Anche la religione trova una collocazione, dimenticata nell’atea Terra di Mezzo e in altri universi fantastici. Il culto dei septon e delle septas, che sta soppiantando quella degli antichi dei, ricorda il conflitto fra cristianesimo e druidismo, così ben rappresentato non solo da Merlino e Morgana inExcalibur (che, non dimentichiamolo, si basa su La Morte d’Arthur di Thomas Malory) ma anche nei romanzi della Bradley e, in particolare, ne “Le nebbie di Avalon" e nel suo prequel, “The Forest House”, costruito sulla storia narrata nella Norma di Vincenzo Bellini.

Le tecniche narrative applicate nel testo sono le più comuni e collaudate del genere. I personaggi seguono il POV, cioè il punto di vista circoscritto alternato in capitoli, pratica affinata da Tolkien - il quale non perde quasi mai la focalizzazione hobbit - e portata avanti poi da Terry Brooks nel “Ciclo di Shannara”. La capacità narrativa si esplica con quello che possiamo definire “lo sguardo circolare”. Mentre racconta, l’autore non perde mai di vista la scena generale, ha un occhio capace di cogliere i particolari circostanti, si chiede che cosa fanno gli altri personaggi intorno, chi si sta muovendo nell’ambiente, e fa agire ed esprimere ogni figura secondo le proprie peculiarità.

Per concludere, possiamo dire che Martin, all’interno di un genere conosciuto e sfruttato, ha saputo trovare un’interpretazione personale, in grado di dare un senso a ciò che scrive, affinché non sia inutile, superfluo o, peggio, ridicolo.

 

"When you play the game of Thrones, either you win or you die."

 

Can a tasty soup be born from a heated soup? The answer is yes, in the case of Game of Thrones, the fantasy novel by George R.R. Martin.

If already in the author's initials we hear the echo of name of the greatest exponent of the genre, in other words Tolkien, we can say that the whole novel is the saga of the already seen. Never as in this case, every image, every description, every environment, every battle fought and weapon brandished, is connected to something already heard and observed, something that is part of the cultural background of anyone familiar with the imagination and with the imaginary. All kinds of associations come to mind, seen and heard not only on books, but on television, in the cinema, everywhere.

The tournaments, the armour, the chain mails are reminiscent of Sir Lancillotto in films such as John Boorman's Excalibur (1981), but also Jerry Zucker's First knight (1995). The young Sansa looks so much like Meg that goes to the "vanity fair" in Little Women by Louisa May Alcott. The giant medium Hodor is similar, also in the name, to Hagrid of Harry Potter (which is from 1997 and is therefore not much later). The various families fighting for the throne are close to the inhabitants of the planet Cottman IV in the Darkover Cycle, or to the historic War of the Two Roses. The bloody, erotic and barbaric atmospheres of the vein dedicated to Daenerys and her husband Drogo remind us of television dramas inspired by the figure of Attila and Genghis Khan.

In short, it's all a succession of déjà vu. So one might think that the genre has nothing more to offer, that Martin's novel is only for aficionados influenced by the success of the television series of the same name. Instead it is not so, instead it has been a long time since we immersed ourselves in a reading of eight hundred pages with the feeling of having really fallen into a fantastic secondary world, with attention to the smallest details and coherent. Those who write gender fiction, in fact, know that, whatever the topic covered, they must never lose the reader's trust with gross errors. To understand, an eye cannot be glassy, ​​nor the will made of iron, in a universe where glass and iron have not yet been invented. And it has been a long time since we have seen Tolkien's subcreation in place with such force that we immediately rush to the bookstore to buy the second of the series and then the third and so on. Within elements already known and attributable to a wealth of common knowledge, Martin must be recognized for his ability to have developed some figures and some situations in a very personal way.

Among the characters, the two girls with the opposite character stand out, the meek Sansa and the tomboy Arya - really attributable to the archetypes Meg and Jo - and Tyrion, an obvious and at the same time ingenious reworking of the fantasy dwarf. Tyrion is in fact a true human dwarf, an unwelcome son of a warlord, with all the psychological consequences that his deformity entails. We are also struck by little Bran, who remains paralyzed by an enemy hand and bravely faces his misfortune, or Jon Stark, the bastard son who would die just to be loved by his father as much as his other children. The characters are described alla round, They have a past, a present and a future, they have families and deep psychological  motivations, such as Jon's mysterious illegitimate birth, or the unhappy relationship with the father of the obese, cowardly and clumsy Sam (on closer inspection many of the characters have conflicting relationships with their parents). The author Knoews all his creatures, knows what they would say in all circumstances, knows how they act, what place they occupy in space and what their movements are.

 

Beyond the characters, there are also some elements that characterize the saga. One is made up of direwolves - the non-extinct canis dirus, - each of which accompanies the scions of the Stark house. We perceive them, large and powerful, agile and ruthless but faithful and affectionate with the owners. The other image that remains engraved in our mind is that of the Wall, the immense wall of ice that for centuries has divided the lands of men from the wild and desolate lands of the north, a hiding place of mysterious things, ready to grasp in the dark and kill. It seems to see it, the immense translucent wall, with its walkways sprinkled with gravel that creaks under the soles of the Guardians, with cracks and melting rivulets, in a world where the seasons are not those we know, but alternate large glaciations with long springs.

Compared to the other fantasy chronicles, great space is given to sexuality, a matter which is usually removed and sublimated. Here intercourses and rapes are frequent and explicit, the universe is wild and bloody, to the point that the television series based on the novel was considered "miseducational" for young people. There is no turning back even in the face of incest or pedophilia. Jaime and Cersei are twins, as Cathy and Heathcliff (without having their dark power) they complete each other and the sexual act for them is a sort of meeting with the lost half. Daenerys marries her warrior prince at just thirteen. Sansa and Arya are girls but already arouse desires in adult males.

Religion also finds a place, forgotten in the atheist Middle Earth and in other fantastic universes. The cult of the septoms and septas, which is replacing that of the ancient gods, recalls the conflict between Christianity and Druidism, so well represented not only by Merlin and Morgana in Excalibur (which, let's not forget, is based on Malory’s Mort d’Arthur) but also in Bradley's novels and, in particular, in The Mists of Avalon and in his prequel, The Forest House, built on the story told in Vincenzo Bellini's Norma.

The narrative techniques applied in the text are the most common and proven of the kind. The characters follow the POV, that is the circumscribed point of view alternating in chapters, a practice refined by Tolkien - who hardly ever loses his hobbit focus - and then pursued by Terry Brooks in the Shannara Cycle. The narrative ability is expressed with what we can call the "circular gaze". While telling, the author never loses sight of the general scene, has an eye capable of grasping the surrounding details, wonders what the other characters around do, who is moving in the environment, and makes each figure act and express according to its peculiarities.

To conclude, we can say that Martin, within a known and exploited genre, has been able to find a personal interpretation, capable of making sense of what he writes, so that it is not useless, superfluous or, worse, ridiculous.

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AA.VV., "Raccontare Piombino"

5 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

AA.VV., "Raccontare Piombino"

Raccontare Piombino di AA.VV.

Pagine 150 – Euro 14

Undici autori per raccontare una città, anzi dodici, perché gli splendidi scatti di Andrea Frediani immortalano Piombino in tutta la sua bellezza. Umberto Bartoli, Valentina Della Lena, Paolo Ferrari, Alessandro Fulcheris, Emilio Guardavilla, Federico Guerri, Gordiano Lupi, David Marsili, Marco Miele, Simone Pazzaglia e Paolo Silvestri sono i narratori chiamati all’opera. La città è la vera protagonista, in un libro che non vuol essere celebrativo, né agiografico, ma soltanto un atto d’amore compiuto da un gruppo di scrittori che vivono un rapporto stretto con il litorale tirrenico. L’azione degli undici racconti si svolge nei luoghi simbolo della città: Porto, Marina, Salivoli, Pinetina, Città Vecchia, Populonia, Baratti, Centro Storico… Un biglietto da visita per un luogo dell’anima in rapido divenire, dalla monocultura dell’acciaio alla diversificazione turistica.

Prefazione in forma di racconto

Tornando da Milano rivaluto la mia bistrattata Piombino, piccola città di mare abbandonata tra sentore d’acciaio e profumo di scogliere. Percorro senza sosta vecchie strade, alla ricerca del mare, quel mare che tanto mi manca nella distanza e che do per scontato quando lo trovo a portata di mano, d’olfatto, di vista. Rivedo angoli di tetti sporgenti tra scogliere, cadenti ricordi d’archeologia industriale, pinete che protendono rami nel cielo, braccia ritorte piangendo preghiere. Sogno un bambino che corre tra prati d’illusione, memoria del passato che si fa ricordo, mentre intorno fiorisce una labile primavera. Penso che fino a ieri tutto era neve e dolore, ghiaccio e disperazione, freddo e timore. Scorgo il volo d’un gabbiano. Mi è capitato d’odiare la sua altera presenza, ma adesso mi reca un senso di pace, mi conforta vederlo, mi basta quel profilo imponente sul tetto d’una casa di mare, ché solo a Piombino ho visto condomini sulle scogliere, unica città al mondo edificata a misura d’operaio. Rivedo lo chalet sul mare, il bar nella piazza ai caduti, dove al mattino giardinieri svogliati compongono la scritta Salivoli con piante grasse. È il bar dove ho bevuto l’ultimo caffè con mio padre, prima che se ne andasse, il bar dove ogni tanto lo rivedo sorridente davanti alla tazzina di caffè. E poi dicono che non esistono i fantasmi. Non vi fate ingannare. Certo che esistono, invece. Sono dentro di noi, accompagnano una vita raminga, provvisoria, sono la nostra guida, per noi che non siamo Dante ma non possiamo restare orfani di Virgilio. Il vento di scirocco mi penetra i sensi impregnato di salmastro. D’un tratto comprendo l’angoscia di Cabrera Infante, le ultime ore in un letto d’ospedale, lontano dalla sua terra, al termine d’un esilio che supera i confini della vita. Povero Guillermo, che quando scriveva di cinema si faceva chiamare Caín, quanta tristezza morire a Londra sognando il lungomare dell’Avana, i ragazzini bagnati dagli schizzi dell’oceano, i venditori di rum, i froci, le puttane, le case cadenti, i cabaret sulle scogliere, gli alberghi di undici piani che scoprono un cielo stellato. Quanta tristezza. (Gordiano Lupi)

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Francesca Rizza, “Il viola di Alex”

4 Settembre 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #recensioni

Francesca Rizza, “Il viola di Alex”

Il viola di Alex
Francesca Rizza
Arduino Sacco Editore, 2013
pp 270

19,90 €

Il romanzo di Francesca Rizza racconta la vita di Alex e il difficile percorso che la porta ad accettare la propria omosessualità. Il testo, che rientra pienamente nel genere drammatico-erotico indicato dall’editore, parte descrivendo l’infanzia e adolescenza della protagonista e il suo precoce scontro con l’intolleranza della società in cui vive.

Consapevole fin da piccolissima delle proprie inclinazioni, Alex stringe un’intensa amicizia con Andrea, un bambino che a nove anni le confida il proprio amore per un coetaneo. Lei gli confessa a sua volta la propria omosessualità e tenta di convincerlo a dichiararsi. Andrea rimarrà vittima di un delitto omofobico e la violenza subita dall’amico, assieme a quella inflittale dal fratello, segnerà in maniera indelebile Alex e la sua visione del mondo.

La violenza è uno dei fili conduttori nei primi capitoli di questo romanzo, e torna ogni volta a dissuadere la protagonista dal vivere le sue naturali inclinazioni, portandola all’assurdo proposito di non toccare mai più una donna e trovare il proprio appagamento in una compulsiva collezione di esperienze eterosessuali, dolorose e insoddisfacenti.

Solo dopo una relazione con un uomo diverso da tutti quelli conosciuti precedentemente, che la spinge a esplorare la sua omosessualità e la porta in viaggio in Spagna, Alex trova il coraggio di affrontare la sua natura e iniziare una relazione con una donna.

Il romanzo si articola in una serie di capitoli incentrati sulle figure rilevanti nella vita della protagonista, di cui portano il nome, accompagnando la progressiva evoluzione di Alex verso il superamento dei suoi traumi e l’accettazione della sua identità. Positiva è la descrizione di una vita individuale, che nella complessità delle sue esperienze non si lascia incastrare in nessuno stereotipo, né ridurre alla volontà di veicolare un preciso messaggio. Tuttavia in alcuni passi le vicende narrate e le descrizioni, generalmente intense e coinvolgenti, risultano forzate e avrebbero probabilmente necessitato di un ulteriore editing. Nonostante ciò, il libro si legge in maniera scorrevole e non manca di catturare il lettore con passaggi fortemente disturbanti, alternati a sequenze di piacevole lettura.

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John Gray, "Men are from Mars, Women are from Venus"

1 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Men are from Mars,women are from Venus

John Gray

 

Thorsons, 1993

pp 286

 

Dagli anni settanta ai novanta è stato tutto un fiorire di manuali americani di auto aiuto: come rafforzare l’autostima, come capire se stessi, come migliorare le proprie prestazioni sociali e le relazioni con gli altri.

Non c’è signora che non abbia letto “Donne che amano troppo”, di Robin Norwood (in puro stile presa di coscienza anni settanta), identificandosi nella patetica figura appesa al filo di un telefono che non suona. Tutti abbiamo dato almeno un’occhiata a “Le vostre zone erronee”, di Wayne Dyer (1977) o a “Intelligenza emotiva”, di Daniel Goleman. Ma c’è un testo che ha sbaragliato tutti gli altri e che è rimasto in classifica 121 settimane e ha venduto 50 milioni di copie: “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”, scritto nel 1993 da John Gray, psicologo specializzato nello studio delle problematiche di coppia.

Personalmente proviamo un certo fastidio verso chi pensa di avere “il rimedio per ogni cosa”, verso chi crede che basti modificare un poco il proprio comportamento per far sì che attorno tutto cambi. Non esiste, a nostro avviso, la pillola della felicità o la bacchetta magica capace di trasformare una relazione insoddisfacente in una gratificante. Dobbiamo comunque riconoscere a questo testo, pur nella fastidiosa e americanizzante semplificazione dei problemi e delle loro soluzioni, il merito di aver messo a fuoco alcuni punti che causano incomprensioni nella coppia e, aggiungiamo noi, anche nelle amicizie e nelle relazioni sociali in generale.

Che uomini e donne vengano da pianeti diversi e parlino linguaggi opposti, reciprocamente incomprensibili, lo sapevamo tutti. Ma Gray ha evidenziato che, se una donna esterna, lo fa per sfogarsi. Punto. Non si aspetta consigli, non vuole soluzioni facili. Anzi, una possibile soluzione la irrita perché sminuisce la portata del suo dolore “senza fondo e senza rimedio”. Se una donna si lamenta, è per il piacere e il bisogno di lamentarsi, per la felicità di sentirsi tanto infelice. L’uomo, di fronte ad una donna che soffre, prova imbarazzo, fastidio e dispiacere, quindi vuol rendersi utile ed elabora possibili appianamenti. E questo è il modo migliore per fare infuriare di più la donna, poiché lei non sente compresa, convalidata e giustificata la sua angoscia, in una parola, non si sente capita, ascoltata, sostenuta.

L’uomo, poi, anche quello devoto e innamorato, avverte periodicamente il bisogno di rintanarsi nella sua “caverna”, specialmente se ha un problema. La reazione naturale di una donna di fronte al medesimo problema è “sviscerarlo”, dolersene, farne partecipi gli altri. L’uomo no. L’uomo ha bisogno di elaborarlo in silenzio, di capire come può affrontarlo da solo, di trovare soluzioni basandosi esclusivamente sulle propri e forze. Perciò tace, si allontana, s’immusonisce, si chiude in se stesso. Se lei lo incalza, diventa sfuggente, nervoso, fino al litigio e lo scontro, oppure ammutolisce. Più lei gli chiede che cosa non va, più lui non sa cosa dire. Lei è erroneamente convinta che sia suo dovere interessarsi di lui in quel momento, che “parlare gli farebbe bene”, mentre per lui è il contrario. Questo per le donne è difficile da capire e accettare, le donne sono state educate al sacrificio, alla partecipazione emotiva, all’ascolto attivo e non comportarsi in quel modo le fa sentire in colpa. Se lei avesse un problema, la prima cosa che farebbe sarebbe esternarlo, ed è convinta che tenendosi tutto dentro lui si stia facendo del male e che lei debba aiutarlo ad aprirsi. Inoltre si sente ferita, umiliata dalla mancanza di fiducia di lui, che non la ritiene degna delle sue confidenze. Finisce spesso per immaginare il peggio: che lui abbia un’altra, che sia malato o che mediti la fuga.

Nel rapporto d’amore, l’uomo è come un elastico, ha periodicamente bisogno di allontanarsi, ritrovare se stesso, distaccarsi, per poi tornare più carico. Durante la separazione la sua energia torna a crescere, lui ritrova passione, emozione e desiderio, ed è pronto a riaccostarsi alla sua donna con ritrovata dedizione. Questo lei non lo capisce, la fa stare male, la ferisce. Più che lo segue nel suo allontanamento, più che lo rincorre, più che lui si raffredda, si sente controllato e legato. Quando lui torna casa, pronto a riprendere la relazione dal punto in cui l’aveva interrotta, come nulla fosse successo, lei è arrabbiata e gelida. (Siccome chi vi parla è donna, non può fare ameno di pensare che a fa bene a mandarlo a quel paese.)

Pare che per Gray la donna sia come un’onda, dedita ad alti e bassi di autostima, con cicli di trenta giorni singolarmente vicini a quelli sessuali. Quando lei è giù, nel punto più basso, ha solo bisogno di comprensione, di sostegno, di ascolto, in attesa che il suo umore torni a risollevarsi da solo. Spesso, sentirsi capita e non giudicata è sufficiente a ritirarla su.

Per la donna, inoltre, c’illumina Gray, le cose grandi valgono quanto quelle piccole. In una scala di punteggi, un uomo che lavora, che si massacra per assicurare un buon tenore di vita alla famiglia, sta compiendo un’operazione che gli accredita un solo punto, come un eguale punto varrebbe regalarle una rosa, comprarle un anello di brillanti, portare fuori il cane o la spazzatura. Uno vale uno, insomma. Lei, tapina, non è in grado di capire la differenza e per farla felice, per ottenere il punteggio pieno, non basta un unico, importante, generoso, gesto d’amore ma ci vogliono tante piccole attenzioni giornaliere.

Gray non pare rendersi conto che, per cambiare atteggiamento, un uomo deve volerlo fare, deve riconoscerne la necessità, deve trovare delle mancanze nel proprio comportamento, deve essere in contatto con i propri sentimenti ed avere la pazienza di lavorare su di sé.

Ma dove si trova un uomo così? Come si trasforma un marito che non ascolta mai, uno per il quale la propria donna è invisibile e necessaria come un mobile della casa, in un essere attento, premuroso, capace di dirle: “Amore, in questo momento sono occupato ma fra dieci minuti avrai tutta la mia considerazione, comprensione e solidarietà?” Ma dai!

E, per concludere, possiamo dire che, evidentemente, Gray è venuto in contatto solo con coppie americane. Se avesse conosciuto un lui ed una lei italiani, immancabilmente sarebbe uscito il problema della mamma, e, ai 101 punti nei quali descrive le piccole cose che un uomo deve fare per ingraziarsi la moglie, oltre ad abbassare l’asse del wc, avrebbe aggiunto a lettere cubitali: RICORDATI CHE LEI VIENE PRIMA DI TUA MADRE!!

 

 

From the seventies to the nineties it was a flourishing of American self-help manuals: how to strengthen self-esteem, how to understand yourself, how to improve your social performance and relationships with others.

There is no lady who has not read "Women who love too much", by Robin Norwood (in pure seventies awareness style), identifying himself in the pathetic figure hanging on the wire of a phone that does not ring. We have all had at least a look at "Your erroneous areas", by Wayne Dyer (1977) or "Emotional Intelligence", by Daniel Goleman. But there is a text that has beaten all the others and that has remained in the ranking 121 weeks and has sold 50 million copies: "Men come from Mars, women from Venus", written in 1993 by John Gray, specialized psychologist in the study of couple problems.

Personally we feel a certain annoyance towards those who think they have the "remedy for everything", towards those who believe that it is enough to modify their behavior a little to make everything change around them. In our opinion, there is no pill of happiness or a magic wand capable of transforming an unsatisfactory relationship into a rewarding one. We must however recognize this text, despite the annoying and Americanizing simplification of the problems and their solutions, the merit of having focused on some points that cause misunderstandings in the couple and, we add, also in friendships and social relations in general.

We all knew that men and women come from different planets and speak opposing, mutually incomprehensible languages. But Gray pointed out that if an outside woman does it to let off steam. Point. He doesn't expect advice, he doesn't want easy solutions. Indeed, a possible solution irritates her because it diminishes the extent of her pain "without bottom and without remedy". If a woman complains, it is for the pleasure and the need to complain, for the happiness of feeling so unhappy. The man, faced with a woman who suffers, feels embarrassment, annoyance and displeasure, therefore he wants to make himself useful and elaborate possible flattening. And this is the best way to infuriate the woman more, since she does not feel understood, validated and justified her anguish, in a word, she does not feel understood, listened to, supported.

The man, then, even the one devoted and in love, periodically feels the need to hide in his "cave", especially if he has a problem. The natural reaction of a woman to the same problem is to "dissect it", to be sorry for it, to make others participate. The man is not. Man needs to work it out in silence, to understand how he can deal with it alone, to find solutions based solely on his own strength. Therefore he is silent, moves away, silences himself, closes in on himself. If she pursues him, she becomes elusive, nervous, until the quarrel and the clash, or she falls silent. The more she asks him what's wrong, the more he doesn't know what to say. She is mistakenly convinced that it is her duty to take an interest in him at that moment, that "talking would do him good", while for him it is the opposite. This is difficult for women to understand and accept, women have been educated about sacrifice, emotional participation, active listening and not behaving in this way makes them feel guilty. If she had a problem, the first thing she would do would be to externalize it, and she is convinced that by keeping everything inside he is hurting herself and that she must help him to open up. She also feels hurt, humiliated by his lack of trust, who does not consider her worthy of her confidences. He often ends up imagining the worst: that he has another, that he is ill or that he meditates his escape.

In the love relationship, the man is like an elastic band, he periodically needs to move away, find himself, detach himself, and then return more charged. During the separation his energy returns to grow, he finds passion, emotion and desire, and is ready to approach his woman with new-found dedication. This she does not understand, makes her feel bad, hurts her. The more that follows him in his departure, the more he chases him, the more he cools down, he feels controlled and tied. When he returns home, ready to resume the relationship from the point where he left her, as if nothing had happened, she is angry and freezing. (Since the speaker is a woman, he cannot help thinking that it is good to send him to that country.)

It seems that for Gray the woman is like a wave, dedicated to ups and downs of self-esteem, with thirty day cycles singularly close to the sexual ones. When she is down, at the lowest point, she only needs understanding, support, listening, waiting for her mood to rise again on her own. Often, feeling understood and not judged is enough to revive her.

 

In addition, for women big things are as good as small ones. On a scale of scores, a man who works, who massacres himself to ensure a good standard of living for the family, is performing an operation that credits him with only one point, as an equal point would be giving her a rose, buying her a ring of diamonds , takeing the dog or the trash out. In short, one is worth one. She is unable to understand the difference and to make her happy, to get the full score, a single, important, generous, loving gesture is not enough but it takes a lot of small daily attentions.

Gray does not seem to realize that, to change his attitude, a man must want to do it, he must recognize the  need, he must find shortcomings in his behaviour, he must be in touch with his own feelings and have the patience to work on himself.

But where is such a man? How a husband who never listens, one for whom his woman is invisible and necessary as a piece of furniture in the house, becomes an attentive, caring being, capable of saying to her: “Love, I'm busy right now but in ten minutes  you will have all my consideration, understanding and solidarity? " Really!

And, to conclude, we can say that, evidently, Gray only came into contact with American couples. If he had known an Italian he and she, the mother's problem would inevitably come out, and, to the 101 points in which he describes the little things a man must do to ingratiate himself with his wife, in addition to lowering the toilet axis, he would have added in large letters: REMEMBER THAT SHE COMES BEFORE YOUR MOTHER !!

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